Caso Battisti, parla Tarso Genro: «Anni 70 in Italia, giustizia d’eccezione non fascismo»

Esclusiva

Intervistato per la prima volta da un quotidiano italiano, il ministro della Giustizia brasiliana, Tarso Genro, spiega a Liberazione perché ha concesso l’asilo politico a Cesare Battisti: «Non ho mai definito l’Italia degli anni 70 un regime dittatoriale. Ma è impossibile negare che la legittima reazione dello Stato venne messa in atto anche ricorrendo ad un regime di eccezione»

Paolo Persichetti
Liberazione
11 ottobre 2009

Genro foto

Quando nel gennaio scorso il ministro della Giustizia brasiliana, Tarso Genro, concesse l’asilo politico a Cesare Battisti, una reazione carica di astio coprì la sua decisione. Dai vertici istituzionali, sui media, dalla magistratura, senza mai veramente contro-argomentare vennero risposte spesso fuori dalle righe. Addirittura nel corso di una cerimonia, il ministro della Difesa Ignazio La Russa, rivolto ai carabinieri, disse: «se ci potesse essere un gruppetto che vuole andare in Brasile…». Oggi, per la prima volta, il guardasigilli brasiliano si spiega su un quotidiano italiano. Lo fa estesamente e con molta pacatezza. Evita le riposte polemiche. Tempo fa, Armando Spataro, il pm milanese che condusse l’inchiesta contro i Pac, noto per essere uno dei cuori di pietra dell’emergenza, domandò ai giudici brasiliani di «decidere col cuore». In Brasile, a leggere questa intervista, pare che continuino a preferire il Diritto, la Filosofia, la Storia.

Quali sono le fonti giuridiche della sua decisione di concedere l’asilo a Cesare Battisti?
Il Brasile ha sottoscritto la convenzione sullo Statuto dei rifugiati del 1951 e il Protocollo del 1967, che amplia la possibilità di riconoscimento dello status di rifugiato anche per fatti diversi da quelli accaduti fino al 1951, e legati alla seconda guerra mondiale.
Nella legislazione brasiliana, la mia decisione trova sostegno nella Legge 9.474 del 1997, che disciplina il riconoscimento della condizione di rifugiato. Questa legge riconosce l’asilo ad ogni persona che, a causa di fondati timori di persecuzione per motivi di razza, religione, nazionalità, gruppo sociale od opinioni politiche, si trovi fuori dal suo paese di origine e non possa o non voglia avvalersi della protezione di tale paese. Sempre secondo questa legge, il ministro della Giustizia è l’istanza di ricorso nella concessioni dell’asilo e la sua decisione è inappellabile.
Inoltre, considerando che la carta delle Nazioni unite e la Dichiarazione universale dei Diritti dell’uomo affermano il principio secondo il quale gli esseri umani senza distinzione alcuna debbano godere dei diritti e delle libertà fondamentali, e che gli stessi principi sono riconosciuti dalla Costituzione brasiliana, ritengo che la mia decisione sia ampiamente fondata.

Nel testo in cui lei concede l’asilo politico cita importanti autori nel campo della filosofia politica e del diritto costituzionale, come Norberto Bobbio, Carl Schmitt, Jurgen Habermas, il sociologo Laurent Mucchielli. Si dilunga con un’analisi molto dettagliata sulla particolare natura dello stato d’eccezione che è venuto a crearsi. Una disamina che assomiglia, per taluni aspetti, alle analisi condotte dall’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga nel 1991, quando avviò la procedura di grazia (poi bloccata) a Renato Curcio, uno dei fondatori delle Brigate rosse. Gran parte delle obiezioni che si sono levate contro le sue argomentazioni riguardano i passaggi sui «poteri occulti», citazione di Norberto Bobbio. I suoi argomenti, tutt’altro che grossolani e affrettati, sono stati stravolti fino ad accusarla di aver definito l’Italia degli anni 70 una dittatura fascista. Può spiegare meglio cosa intendeva?
Non ho mai definito l’Italia degli anni 70 un regime dittatoriale o fascista. I fatti da me richiamati sono pubblici e ampiamente argomentati dagli autori sopracitati. Ho sostenuto invece la legittimità della reazione dello Stato di diritto italiano di fronte ad una situazione storica di rivolta sociale. Quella reazione venneportata avanti applicando le norme giuridiche in vigore all’epoca. Tuttavia è impossibile negare che avvenne anche ricorrendo alla creazione di un regime di eccezioni che ha ridotto le prerogative di difesa degli accusati di sovversione o di azioni violente. L’introduzione del “pentitismo remunerato” è un esempio di queste eccezioni restrittive del diritto di difesa, e, nel caso in questione, fu la base principale della condanna di Cesare Battisti. Inoltre è notorio che i meccanismi di funzionamento dell’eccezione operarono, a quell’epoca, anche fuori dalle regole della stessa eccezionalità prevista dalla legge. Circostanza che suscitò ripercussioni in diversi paesi, anche fuori dall’Europa, che per questo concessero asilo politico ad attivisti italiani, e che spinse organismi internazionali che si occupano dei diritti umani, come Amnesty International e il Comitato europeo per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti, a elaborare dei rapporti su quanto accadeva.

La decisione del presidente Lula di nominare il giurista José Antonio Dias Toffoli nuovo giudice del Supremo tribunal federal al posto di Carlos Alberto Menezes Direito, deceduto il primo settembre, ha suscitato polemiche perché considerato vicino al Pt (partito del presidente ndr). Secondo i critici, questa nomina modificherebbe gli equilibri interni al tribunale a ridosso di un voto controverso, come quello sul caso Battisti. E’ vero?
L’indicazione di un nome per ricoprire l’incarico nel Stf suscita sempre polemiche. E’ impossibile che un nome sia gradito a tutti i settori politici. E’ però una prerogativa attribuita dalla Costituzione al Presidente della Repubblica. Lo stesso presidente del Stf, Gilmar Mendes, ha dichiarato che Toffoli è una persona “qualificata” per divenire componente della Corte, e che ha “un buon dialogo all’interno del tribunale”. L’indicazione attuale non provocherà cambiamenti significativi nell’equilibrio interno della corte. Il Presidente Lula ha già designato in passato 8 ministri del Tribunale, il che non significa che ciò gli permetta una qualsiasi ingerenza nel lavoro del Stf. Perché mai la designazione di Toffoli dovrebbe avere conseguenze diverse dalle precedenti? Anche Menezes Direito era stato designato dal Presidente Lula, eppure allora nessuno sollevava critiche.

La stampa di destra, riprendendo un’opinione del presidente del Tribunale Gilmar Mendes, ha sostenuto che Toffoli difficilmente potrà votare sul caso Battisti perché non ha assistito fin dall’inizio alla discussione. Cosa dice la legge in proposito?
Fino alla nomina al Stf Toffoli ha esercitato il ruolo di avvocato generale dell’Unione. Vi potrà essere un impedimento a votare solo sull’eccezione di incostituzionalità, poiché l’Avvocatura generale si è espressa in proposito. Ma nel processo di estradizione non esiste nessun ostacolo alla sua partecipazione.

In caso di parità tra i voti dei Ministri all’interno del Tsf, cosa succede?
Sarà il presidente della corte ad esprimere il voto decisivo.

Secondo il presidente del Tsf, Gilmar Mendes, è il Tribunale e non l’Esecutivo che deve dire l’ultima parola sulla procedura di estradizione. A suo avviso è corretta questa interpretazione? E’ in corso un conflitto istituzionale?
In concreto, l’estradizione rappresenta la proiezione del diritto di punire di uno Stato sul territorio di un altro Stato. Proprio per questo suo costituire un atto di disposizione sulla propria sovranità, si tratta di un fatto politico, e dunque di competenza del capo del potere esecutivo, che è il legittimo rappresentante del paese negli affari internazionali. Ciò non è una novità nel Diritto: né di quello brasiliano, né di quello straniero. Anche l’Italia possiede un sistema simile. Il procedimento esaminato dal Tsf è diviso in due fasi distinte. Una giudiziaria, dove il Tribunale funziona come garante dei diritti individuali della persona richiesta per l’estradizione, e verifica la possibilità giuridica di mandare avanti la procedura di estradizione. E’ una fase di autorizzazione, in cui la decisione è senza dubbio di competenza del tribunale. La decisione finale, invece, è di competenza dell’autorità amministrativa. Conseguenza del potere politico conferito dal voto al suo rappresentante, eletto anche per rappresentare il paese nelle sue relazioni esterne.

Il procuratore generale Antonio Fernando De Souza, che pure nell’aprile 2008 si era detto favorevole all’estradizione di Battisti, a patto che l’Italia commutasse la pena dell’ergastolo a 30 anni, aveva riconosciuto che la concessione dell’asilo estingueva la procedura d’estradizione. Il presidente del Tsf, Gilmar Mendes, ha ritenuto il contrario. Esiste una diversità di vedute anche all’interno del mondo giudiziario?
Nel mondo giuridico ci saranno sempre divergenze interpretative. Tuttavia la posizione del Procuratore generale non è una interpretazione isolata. Corrisponde al giudizio dei più capaci giuristi del nostro paese e fa parte della tradizione giuridica del nostro paese. Ciò che sorprende, in questo caso, è l’incompatibilità tra questa decisione e la giurisprudenza precedente del Stf. Ad esempio, nel caso Medina (esponente delle Farc), dove la richiesta di estradizione da parte del governo colombiano venne estinta dalla concessione dell’asilo.

Se, come ha detto il relatore Cesar Peluso nella sua requisitoria, la legge del 1997, che attribuisce al potere politico il compito di concedere l’asilo politico, è corretta, perché la corte pretende di sindacare nel merito della singola concessione?
La verifica di merito da parte di un altro potere costituisce senz’altro un danno al regime costituzionale della separazione dei poteri.

In Brasile, la vicenda Battisti non corre il rischio di favorire un’offensiva del potere giudiziario contro quello politico-elettivo? In Italia, la supplenza giudiziaria concessa dal potere politico alla magistratura sul finire degli anni 70, per combattere la sovversione politica della sinistra armata, si è poi trasformata in una “interferenza” teorizzata dagli stessi giudici, autoinvestitisi “nuovo soggetto” politico negli anni 90, fino a paventare scenari di «democrazia giudiziaria», di «repubblica penale», per dirla con Antoine Garapon. C’è il rischio che in Brasile si arrivi ad uno scenario simile?
La Costituzione del 1988 garantisce un ampio ricorso al potere giudiziario. La giudiziarizzazione è un fenomeno interessante perché promuove un ampio dibattito pubblico su temi importanti. Ovviamente c’è sempre il rischio di cadere in una giudiziarizzazione della politica, cosa che non sarebbe salutare. Però non credo che questo processo sia in corso. Il Brasile è una democrazia recente, e ancora in fase di maturazione, ma avanziamo rapidamente nel consolidamento delle nostre istituzioni.


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Sandro Padula
L’Altro 11 settembre 2009

Caso Cesare Battisti. Mai nella storia della Repubblica italiana c’è stato un così grande e prolungato impegno dei governanti per estradare una persona. A tale scopo, negli ultimi anni, è stato ingigantito artificialmente il ruolo che Battisti avrebbe avuto nei Proletari Armati per il Comunismo (Pac) e si è volutamente taciuto che nei relativi processi contro tale organizzazione fu condannato in contumacia, quindi senza alcuna possibilità di difendersi, sulla base di  vaghe ipotesi accusatorie lanciate da un “pentito” (omicida reo confesso) e rese possibili dalle leggi politiche e antigiuridiche dell’Emergenza. Leggi che da una lato aumentavano di un terzo le pene rispetto a quelle previste dal codice penale per chi, fra le migliaia di inquisiti per  “banda armata” e “associazione sovversiva”, non scaricava le proprie responsabilità su altri e neanche accettava di pronunciare dichiarazioni di abiura; mentre dall’altro concedevano grossi sconti di pena a “pentiti” e a “dissociati”.

Militanti fascisti chiedono l'estradizione di Battisti

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I Pac sorsero negli ultimi mesi del 1977, dopo la repressione statuale del forte movimento autonomo di lotta che quell’anno si era sviluppato in tutta Italia, e come risposta alla nuova realtà delle carceri speciali.  Nacquero perciò  nel clima politico e culturale successivo alle critiche di Jean Paul Sartre e molti altri intellettuali francesi nei confronti dell’autoritarismo della democrazia italiana e alcuni anni dopo le taglienti osservazioni di Pier Paolo Pasolini che, pur avendo un sapore generico e quindi populistico, criticavano duramente il trentennale regime democristiano. Dirigenti dei Pac, un’organizzazione composta da oltre una sessantina di persone fra operai, disoccupati, insegnanti e giovani studenti, furono Sebastiano Masala, Giuseppe Memeo e Arrigo Cavallina. Le leggi dell’Emergenza hanno riscritto però la storia stessa dei Pac. Cesare Battisti, colui che era un rapinatore politicizzatosi in carcere, è diventato prima il maggior capro espiatorio di tutta la vicenda dei Pac e poi, negli ultimi anni, il simbolo di un caso strumentalizzato  dai governanti per proporre nuove politiche securitarie e, come ha motivato la richiesta italica di sua estradizione dal Brasile, per non riconoscere il carattere sociale e politico anti-sistemico della lotta armata e nascondere la verità storica del periodo che va dalla seconda metà degli anni ’70 ai primi anni ’80: carceri speciali, torture e leggi liberticide. Tutto ciò significa che esistono due problemi. Il primo riguarda il fatto che in Italia non vi sia stata una soluzione politica degli anni ’70. Il secondo e ben più grave è che il nostro paese, a differenza del Brasile e di tanti altri, anche in Europa, insiste a mantenere l’ergastolo. L’Italia razzola male e predica anche male. Per anni ha preteso che una persona, condannata in contumacia all’ergastolo sulla base delle politiche leggi dell’Emergenza, fosse estradata da un paese in cui non esiste il “fine pena mai” ad uno che ancora lo contempla. La stesse leggi italiane non dicevano e non dicono forse che non si dovrebbe estradare chi, all’estero, rischia pene e sofferenze maggiori?
Mercoledì il  Tribunale Federale Supremo del Brasile ha rinviato la decisione sull’estradizione di Cesare Battisti. Il Presidente Gilmar Mendes, pur essendo favorevole, si è astenuto ”per il momento”  in quanto il suo voto sarebbe risultato decisivo dopo che quattro giudici si erano pronunciati a favore e quattro contro tale provvedimento. È difficile fare delle previsioni su come andranno a finire le cose che oggi si trovano in stato di equilibrio precario. In ogni caso non bisogna dimenticare che Cesar Peluso,  relatore del Tribunale Federale Supremo brasiliano, si è dichiarato favorevole all’estradizione a patto che l’ergastolo sia commutato ad una pena massima pari a 30 anni di carcere.
Chi dovrebbe operare una tale commutazione? Il Presidente della Repubblica italiana? E tale eventuale commutazione non dovrebbe riguardare, in base ai criteri formali dell’uguaglianza di ognuno di fronte alle leggi, tutti i “fine pena mai” esistenti in Italia?

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Brasile, rinviata la decisione sull’estradizione di Battisti

Il relatore del Tribunale supremo del Brasile si pronuncia per l’annulamento dell’asilo politico concesso a Battisti e ne chiede l’estradizione a patto che l’Italia commuti l’ergastolo ad una pena non superiore a 30 anni. Il Brasile infatti non riconosce la pena dell’ergastolo abolita dal proprio codice penale dopo l’uscita dalla dittatura fascista

Una richiesta che mette in seria difficoltà l’Italia. Il ministro degli esteri Frattini e quello della Difesa La Russa, che vantavano i meriti del nostro sistema giudiziario immacolato (salvo quando si occupa di Berlusconi), sono in difficoltà. L’Italia infatti non è disposta ad accogliere una richiesta del genere che inevitabilmente, in ragione del principio di eguaglianza del trattamento, aprirebbe un contenzioso sull’abolizione di questa pena, per altro già prevista nel dettato costituzionale

Insomma l’Italia è sempre più in un vicolo cieco

Paolo Persichetti
Liberazione 11 settembre 2009

Nonostante l’euforia con la quale molti quotidiani italiani, Repubblica in testa, hanno dato per certa l’imminente estradizione di Cesare Battisti, dopo l’udienza tenutasi mercoledì scorso davanti al tribunale supremo brasiliano (l’equivalente della nostra corte costituzionale), la complessa partita politico-giudiziaria che si sta giocando attorno alla vicenda è ancora tutta aperta. ALeqM5igDSk4Oj0Y4UD4b8FwQtlVQjYD1A
Dopo 11 ore di discussione la corte si è aggiornata rinviando ogni decisione a data da destinarsi. Il presidente Gilmar Mendes ha accolto la richiesta di sospensione avanzata del giudice Marco Aurélio Mello. Oltre al merito, infatti, sono state affrontate numerose opzioni procedurali. Nel corso del primo giro di votazioni la corte si è spaccata: il relatore Cezar Peluso e altri tre giudici hanno votato per l’annullamento dell’asilo politico riconosciuto dal ministro della giustizia Tarso Gendro. A loro avviso la scelta di concederlo sarebbe stata infondata perché i reati ascritti a Battisti (condannato a due ergastoli per la sua militanza nella lotta armata nei lontani anni 70) non sarebbero politici ma di «dritto comune». Tuttavia, poiché il Brasile dopo la dittatura militar-fascista ha abolito l’ergastolo dal suo codice penale, il relatore ha legato l’eventuale via libera per l’estradizione all’accoglimento da parte italiana di una clausola che prevede la commutazione dell’ergastolo ad una pena non superiore ai 30 anni.
Joaquim Barbosa e altri due giudici hanno invece difeso la concessione dello status di rifugiato, replicando che sarebbe stato assurdo smentire la politicità dei reati attribuiti a Battisti perché riconosciuta dalla stessa giustizia italiana attraverso l’applicazione di specifiche aggravanti di pena. Ai tre, che hanno anche censurato l’arroganza del governo italiano e le dichiarazioni razziste di alcuni ministri nei confronti del Brasile, trattato alla stregua di una repubblica delle banane, si è aggiunta la posizione più sfumata di Mello.
Quattro contro quattro insomma. Mancavano due membri del collegio, il giudice Menezes Direito deceduto da pochi giorni, ferocemente convinto dell’estradizione di Battisti. In attesa che riacquistasse le forze il presidente del tribunale aveva appositamente rinviato per mesi la discussione del caso, con la segreta speranza di potersi avvalere del suo voto. L’altro magistrato, Celso de Melo, si è pilatescamente tirato fuori dalla contesa. Ago della bilancia potrebbe essere il Presidente Mendes che mercoledì ha preferito non votare, sempre che non si decida di escludere dal voto il relatore, come proposto da alcuni. Mendes, uomo della destra e gran rivale di Lula, è uno dei capofila del partito dell’estradizione, molto sensibile alle pressioni del governo italiano. Terminata la pausa di riflessione, se non ci saranno nel frattempo cambiamenti, l’aritmetica farà il suo corso sfavorevole a Battisti. Se permanesse invece una situazione di parità, dovrebbe prevalere il principio del favor rei.
499e6d2fc191c_zoomQuello che stampa, mondo politico ed esponenti della vittimocrazia italiana omettono di raccontare, è che l’eventuale annullamento dell’asilo politico avrà come unico effetto immediato la riapertura della procedura d’estradizione, sospesa proprio in virtù della copertura fornita dallo status di rifugiato. Insomma non vedremo affatto Battisti manette ai polsi arrivare in Italia, per la delusione del ministro Frattini e del suo collega La Russa, che un po’ di diritto penale comparato e qualche convenzione internazionale potrebbero pure studiarli. In ogni caso la decisione finale – sempre che la magistratura non dichiari irricevibile la richiesta d’estradizione (va ricordato che il mancato riconoscimento dell’asilo politico non inficia minimamente la possibilità di rifiutare una domanda d’estradizione) – spetta in ultima istanza a Lula.
Non è chiaro cosa farà il presidente brasiliano, negli ultimi tempi sembra che per ragioni di politica interna e d’opportunità internazionale abbia ammorbidito la sua posizione e si sia fatto più ricettivo rispetto alle posizioni italiane, nonostante la loro fastidiosa invasività. La stessa scrittrice Fred Vargas, nume tutelare di Battisti, si è fatta portavoce nelle ultime ore di questi timori legati al mutare degli equilibri interni al governo brasiliano, alla necessità per Lula di avvalersi del sostegno elettorale di un ministro rivale di Gendro. Certo la scrittrice poteva pensarci prima. È lei una delle responsabili della disastrosa linea difensiva sempre portata avanti. Per l’Italia, comunque vada, la vicenda Battisti sarà una grosso problema. Con la sua ostinata insistenza si è cacciata in un vicolo cieco. Figuraccia internazionale se il Brasile dovesse alla fine negare l’estradizione, confermando il giudizio pessimo che già in sede internazionale viene espresso nei confronti del suo sistema penale e penitenziario. Sono ben sette i paesi al mondo che nel corso degli ultimi decenni hanno rifiutato l’estradizione di militanti politici degli anni 70. Tra questi, oltre alla Francia della dottrina Mitterrand, c’è stata anche la Gran Bretagna. In caso contrario, l’Italia dovrebbe mettere mano alla pena dell’ergastolo per Battisti adeguandosi a quei parametri internazionali di civiltà giuridica che da noi fanno difetto. A quel punto si porrebbe il problema degli oltre 1400 ergastolani d’Italia, e degli altri detenuti politici in carcere da oltre 30 anni. La disponibilità espressa a suo tempo dal ministro Mastella venne travolta dalla reazione della lobby vittimocratica. A differenza del Brasile, il nostro sistema politico non ha avuto la nitidezza di liberarsi delle eredità della dittatura fascista, di cui conserviamo ancora un codice penale addirittura irrigidito dalle leggi dell’emergenza.

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Lettera aperta di un gruppo di ergastolani italiani al presidente brasiliano: «In Italia l’ergastolo è reale. Non estradare Battisti»

Paolo Persichetti

Liberazione 26 marzo 2009

Un gruppo di ergastolani reduci dallo sciopero della fame contro l’ergastolo, che per tre mesi e mezzo ha coinvolto a staffetta tutte le prigioni italiane, ha indirizzato una lettera aperta al presidente del Brasile, Ignazio Lula da Silva. Lo rende noto l’associazione Liberarsi che ieri ne ha diffuso il contenuto. Con questo gesto quei detenuti che sul loro certificato penale trovano la dicitura “fine pena mai” hanno voluto esprimere apprezzamento per un Paese che ha abolito l’ergastolo dal proprio codice penale. Nel testo, gli autori criticano senza mezzi termini quei giornali e soprattutto quegli esponenti politici che, ignorando «la storia, le storie e persino gli atti processuali», hanno per settimane ingiustamente raffigurato il Brasile come un postribolo da «terzo mondo, privo di una solida cultura giuridica, terra che custodisce latitanti e criminali internazionali». Un Paese che all’uscita degli anni bui della dittatura militare ha saputo fare quel salto di civiltà giuridica che mancò all’Italia dopo il fascismo. Dopo aver letto che una delle ragioni che potrebbero condurre le autorità brasiliane a rifiutare l’estradizione verso l’Italia di Cesare Battisti, l’ex militante della sinistra armata degli anni 70 che ha ottenuto lo status di rifugiato politico dal ministro della Giustizia Genro, viene proprio dal fatto che il Brasile rifiuta l’ergastolo, e senza per questo «voler entrare nel merito della vicenda», gli autori del testo ringraziano Lula «per aver ribadito un principio giuridico internazionale che dovrebbe essere un atto politico essenziale nella storia sociale dei popoli». In Italia – spiegano ancora gli autori della lettera – uno sciopero della fame che ha coinvolto migliaia di persone contro una pena socialmente eliminativa, «figlia giuridica della pena di morte, non fa notizia come il fatto che siano stati depositati alla corte di Strasburgo ben 739 ricorsi contro l’ergastolo». Per tutta risposta, invece, si stanno approntando «leggi che prevedono carcere e pene severe per immigrati, tossicodipendenti, prostitute e persino giornalisti». Tanto che le condizioni di sovraffollamento delle carceri italiane «come ha dichiarato in questi giorni lo stesso ministro della Giustizia, non rispettano il dettato costituzionale né il diritto alla dignità». Con questa iniziativa gli ergastolani vogliono far sapere alla comunità internazionale che in Italia la pena dell’ergastolo resta a tutti gli effetti una pena perpetua. La concessione della liberazione condizionale dopo il ventiseiesimo anno di reclusione, evocata ipocritamente dai nostri rappresentanti istituzionali, resta solo un’ipotesi sottomessa alla discrezionalità della magistratura e sempre più impraticabile a causa di una giurisprudenza restrittiva. Mentre la legge esclude, di fatto, tutti quelli che sono sottoposti al carcere duro. Di ergastolo si muore. Lula ora lo sa.

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Crisi diplomatica tra Italia e Brasile per il caso Battisti richiamato l’ambasciatore Valensise
Stralci della decisione del ministro brasiliano della giustizia Tarso Genro
Lo sputo in faccia
Testo integrale della lettera di Lula a Napolitano
Brasile-italia: Tarso Gendro 2 frattini o
Caso Battisti: una guerra di pollaio
Dove vuole arrivare la coppia Battisti-Vargas?
Risposta a Fred Vargas
Corriere della Sera: la coppia Battisti Vargas e la guerra di pollaio

Brasile-Italia e caso Battisti: Tarso Gendro 2 – Frattini 0

Il ministro Tarso Gendro domina la partita di calcio Brasile-Italia.174714811_0773b7fb46 Dopo soli 13 minuti il primo goal, con un raddoppio dopo altri 14. Robinho ubriaca l’intera difesa italiana, dribla tutto quello che gli si para davanti, fa passare la palla tra le orecchie degli azzurri e infila Buffon. Il Brasile stravince a ritmo di samba per 2 a 0 contro Frattini e la schiera di politicanti che volevano giocare col lutto al braccio.

Quanto alla polemica innescata dalla proposta avanzata da diversi esponenti di An di non giocare la partita, La Russa dichiara: “era meglio non giocarla vista la figuraccia che ha fatto l’Italia”. Intagasparrinto il relatore del tribunale federale supremo brasiliano non accoglie la richiesta italiana di annullamento preliminare dell’asilo politico concesso a Battisti. Ora il ministro della Giustizia Tarso Gendro e la difesa di Battisti hanno 10 giorni per deporre delle contro memorie in risposta a quella depositata dallo Stato italiano.

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Caso Battisti: una guerra di pollaio

A cosa mirano Battisti e Vargas con le loro ultime dichiarazioni?

Paolo Persichetti

Iniziata nel febbraio 2004, con l’arresto a Parigi architettato dalla polizia sulla scorta di un finto litigio di condominio, col passare del tempo e la stratificazione delle polemiche e delle strumentalizzazioni, basti ricordare l’investimento che il caso rappresentò nella campagna presidenziale, sia da parte dal candidato Sarkozy, allora ministro degli Interni, che del segretario dei socialisti Hollande (che si recò in visita al detenuto), l’intera vicenda Battisti lascia sempre più perplessi. Il gioco delle rappresentazioni mediatiche contrapposte alla fine ha nuociuto a Battisti stesso. Niente è più lontano dalla condizione umana e dalla vita reale del personaggio, della percezione mediatica che si è imposta in Italia. Abilmente costruita dai media e veicolata dal suo stesso entourage, una volta che lui stesso ha rotto con la comunità dei rifugiati pensando di trovare nell’abbraccio dei salotti parigini la salvezza. 5414l«Vita dorata», «intellettuale della rive gauche»? Battisti in realtà conduceva una vita precaria, dal tenore modesto. Portinaio di un immobile, tirava a campare con meno di 800 euro al mese e viveva in una soffitta. Nei ritagli di tempo si dedicava alla sua passione, la scrittura di gialli che certo non gli davano da vivere. Tutto ciò è stato deformato fino a ridisegnarlo come una delle maschere più odiose degli anni 70: l’icona del male, l’assassino dal ghigno feroce. Sorpassato dagli eventi non ha fatto molto per impedire tutto ciò. E gli scrittori alla Bernard Henri Levy e alla Fred Vargas l’hanno schiacciato sotto il peso del loro narcisismo vittimista, eleggendolo ad emblema della persecuzione contro la casta intellettuale. Parlavano di lui ma vedevano se stessi. La vicenda è uno di quei casi in cui la storia trascende i suoi protagonisti. Come lui stesso ha riconosciuto in una sua recente intervista su un quotidiano brasiliano, Battisti non riesce a comprendere come e perché si sia ritrovato al centro di un affaire internazionale, oggetto di tante polemiche, odio e accanimento. Questa incapacità di comprendere ciò che gli accade la dice lunga sugli strumenti culturali del personaggio che sembra vivere in una dimensione separata, nella trama di uno dei suoi “gialli” piuttosto che nella realtà. Da qui il gusto per le trame, i Servizi che intervengono, i toni guasconi, le semplificazioni che rasentano grettezza.

 

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La scrittrice Fred Vargas

 

Il caso Battisti è uno specchio del nostro tempo e tutti i diversi protagonisti che vi prendono parte ne escono male. Niente torna in questa storia: il rancore dei suoi ex coimputati che lo stigmatizzano solo perché a loro non è riuscito di fuggire. Il fatto che per discolparsi Battisti stesso fa il loro nome, facendo passare per pentiti dei semplici ammittenti che non avevano fatto dichiarazioni su terzi. I familiari delle vittime che omettono di raccontare una evidenza processuale, come la sua estraneità – quantomeno fattuale – nell’uccisione di Torreggiani ed il fatto che Torreggiani stesso girasse armato e avesse ferito il figlio reagendo al fuoco, dopo che in passato aveva ucciso un rapinatore in circostanze che non giustificavano in alcun modo l’uso legittimo delle armi. La vicenda si è ridotta ad una guerra di pollaio che vede i politici fare le dichiarazioni più astruse e insensate, prive delle minime nozioni di diritto internazionale. Lo sprezzo sistematico della sovranità interna brasiliana, l’atteggiamento arrogante e razzista verso una potenza continentale, di gran lunga più influente dell’Italia, ritenuta una repubblica delle banane da ministri che non conoscono nemmeno le competenze della commissione europea ed hanno costretto il responsabile della Giustizia dell’Unione a ripetute smentite. Senza dimenticare le “rivelazioni” sull’aiuto che sarebbe venuto da un esponente dei servizi per favorire la fuga verso il Brasile. Affermazioni confermate e ulteriormente dettagliate dalla Vargas. Circostanza smentita dalla stessa Ucigos. Non esistono precedenti su un ruolo attivo dei servizi francesi nella esfiltrazione diretta di rifugiati italiani, addirittura attraverso la fornitura di passaporti falsi. Uno scenario troppo romanzato. Forse Battisti confonde la realtà con i suoi gialli. Ho vissuto 11 anni a Parigi e sono stato consegnato alle autorità italiane nello spazio di una notte, scambiato sotto il tunnel del Monte Bianco nell’estate del 2002 con modalità che assomigliano a quelle di un rapimento (una “consegna straordinaria” come si dice nel linguaggio tecnico) con la collaborazione diretta dei servizi dei due paesi. Non ho mai visto connivenze degli apparati nei nostri confronti. Al contrario molta diffidenza da parte della polizia francese. Spesso ostilità che per puro “senso dello Stato” tentavano malamente di celare sottomettendosi alla dottrina Mitterrand. Insomma i flic non ci hanno mai amato (per fortuna). Questa storia non convince affatto. In Francia i servizi al massimo hanno potuto chiudere un occhio (per aver così un problema in meno) se vedevano qualcuno andar via, secondo quella tipica politica condotta da paesi che sono stati in passato potenze coloniali e che hanno una tradizione imperiale.

A questo punto le cose sono due:

a) La storia dei servizi è vera. Cioè un settore, quello filosocialista (come dice Vargas che parla di “uno di sinistra”), lo ha veramente aiutato. Ma a questo punto perché svelarlo? Perché bruciare un canale che avrebbe potuto rivelarsi ancora utile in futuro? Quale ratio può esserci dietro queste indiscrezioni tanto controproducenti? E poi, in cambio di cosa l’aiuto sarebbe venuto? L’ambiente dei Servizi non fa niente per niente. Se questo aiuto dovesse trovare conferma, allora avrebbe una spiegazione il fatto che la vicenda Battisti si è rivelata devastante per i rifugiati e per la percezione storica degli anni 70. Forse la merce di scambio potrebbe essere stata proprio questa: stravolgere l’esperienza dell’asilo di fatto contribuendo a raffigurarla come il male assoluto, l’abiezione totale. La gauche caviard parigina, che tanto si è spesa per lui, perché in lui si è raffigurata autorappresentandosi in una sorta di dispositivo narcisista e vittimario, mai è intervenuta per gli altri rifugiati. Tra l’altro non c’era certo bisogno del suggerimento di uno 007 per sapere che il Brasile era tra i paesi che avrebbero potuto offrire ospitalità.

b) Ma se la storia dei servizi è falsa. Allora Battisti e il suo entourage chi stanno ricattando e perché? Quali messaggi trasversali lanciano? Vogliono vendicarsi di cosa? Quale montatura diffamatoria stanno mettendo in piedi? Chi vogliono colpire?

Quali che siano le risposte gli unici che pagano le conseguenze di queste parole sono gli altri rifugiati che restano ancora a Parigi e che non hanno santi in paradiso ma hanno sempre condotto battaglie trasparenti e solidali per tutti e per ciascuno.

Dove vuole arrivare la coppia Battisti-Vargas?

A proposito delle ultime dichiarazioni di Cesare Battisti e Fred Vargas

dal BlackBlog di Oreste Scalzone
febbraio 2009

Fred Vargas è piombata come un elefante in una cristalleria quando in una intervista ha contraddetto quella che chiama «una cara amica», la signora Bruni-Sarkozy, smentendo la sua smentita su una intercessione che quest’ultima, insieme a suo marito, il presidente francese Sarkozy, avrebbero fatto in favore di Battisti. Smentita fatta alla Tv italiana, sulla terza rete davanti a Fabio Fazio, nel pieno di una campagna di vero e proprio linciaggio, che non si è fatta scrupolo di attaccarla come donna (nello stupefacente silenzio dell’intellighentzsjia del femminismo di sinistra che tanto aveva predicato e stigmatizzato in proposito).

Romanzo, risentimento o realtà?
A ruota, Battisti, in un’intervista al giornale Isto è, ha fatto delle “rivelazioni” che ci hanno lasciato allibiti, seminando costernazione, doloroso stupore, amaro in bocca tra chi ha condiviso con lui la condizione fuggiasca, l’asilo precario e l’ipoteca sul futuro, la spada di Damocle dell’estradizione, e tra quanti lo hanno difeso e si sono battuti per lui. Abbiamo letto con turbamento che sostiene di essere stato fatto scappare dalla Francia dai servizî segreti. Le nostre reazioni oscillano tra incredulità (ma in questo caso, sgomenta e fa scandalo una simile disinformazione, di cui sfugge la ratio), e la domanda: «Perché mai lo avrebbero esfiltrato?» e «In cambio di che?». E perché mai – vero o fiction che sia – viene a dirlo come se fosse la cosa più normale del mondo, offrendo sponda e argomento alle calunnie “pistaiole”, in particolare stalino/fasciste, che da sempre ci propinano in materia?
Lei, la signora Vargas, interviene di nuovo per precisare, in una dichiarazione all’Ansa, che Battisti conosce il nome della persona “servizievole” che gli avrebbe fornito il passaporto falso, che non sarebbe riconducibile alle sfere d’influenza di Sarkozy o Chirac, ma ai superstiti del potere mitterrandiano. Poi riviene alla carica, rettificando ancora: non si tratterebbe esattamente di un agente dei servizî, ma di una personalità vicina ai governi della presidenza-Mitterrand.

 

Fred Vargas

Fred Vargas

 

A chi mirano?
Manca solo che lancino un altro strale avvelenato contro qualche figura che si sia particolarmente impegnata verso la France, terre d’asile, e nella cosiddetta dottrina-Mitterrand, che magari ne sia stato l’artigiano e lo strenuo difensore… una di quelle figure, guarda coso, più detestate dalla magistratura italiana. Quale ratio c’è in tutto ciò? Perché tanto astio con quelli che ora Battisti definisce «i miei ex-compagni rifugiati»? O con gli avvocati suoi e di tutti noi, Jean-Jacques De Felice e Irène Terrel, a suo tempo ricusati?
Una sorta di cupio dissolvi, una profezia volente autorealizzarsi, per farlo essere realmente il “maudit”, il solo-contro-tutti, il malamato concentricamente

O per me o per nessuno?
Battisti in Brasile ha già in passato “rovesciato la tavola”, mandato a baracca la scacchiera, rifiutando e sabotando le possibilità di scampo che gli erano state offerte, delle soluzioni brasiliane che gli avrebbero permesso di ricostruirsi lì una condizione del tipo di quella “francese”. Pulsione suicidaria, come quella di comportarsi in modo assurdo per una persona a rischio mortale qual’era?
In ogni caso – fosse pure mera razionalizzazione in senso clinico – si diceva convinto di una sua quantomeno virtuale naturalizzazione in Francia, e metteva la barra dei suoi obiettivi all’altezza di un suo rientro, appunto, in Francia: dove aveva amici, colleghi scrittori, pubblico, famiglia…
Adesso sembra quasi recidivare mettendo a rischio quello che ha ottenuto, e che nessun altro o altra delle centinaia e centinaia di fuggiaschi degli “anni di piombo” e del loro strascico penale aveva ottenuto, e neanche chiesto: uno statuto di «rifugiato politico».
Sembra temere un assestamento che richiuderebbe la vicenda su un qualcosa che non gli basta. Sembra tirare ancora una volta la corda, far saltare quello che c’è e rilanciare sull’unica posta che gli interessa: tornare in Francia.
I mezzi, la ratio delle sue “mosse”, risultano incomprensibili a noi “semplici”. Ci sfugge in quel che fa e dice, in questo stillicidio di rivelazioni centellinate e in crescendo che sembrano uscite dalla mentalità contorta di chi, a furia d’inventare intrecci polizieschi, finisce per vedere la vita come un vortice di complotti, le genti come fotocopie di marionette, la realtà decretata da “pupari”, e alla fine da un qualche “ragno” come il Bafometto al centro di un universo di tenebra, un qualsivoglia senso strategico o tattico, anche nel più puro pragmatismo utilitarista, opportunista e anetico… Battisti sembra vivere nella trama dei suoi romanzetti.

C’è un altro aspetto
Battisti a partire da un certo momento si è convinto, o lasciato convincere, che la logica della rivendicazione e della difesa “con le unghie e coi denti” di un asilo indiscriminato, per tutti e ciascuno lo avesse danneggiato. 497ed96b7c266_zoom
Dimenticando che senza quella morale provvisoria (nel senso della frase di Deleuze: «Cercare di essere all’altezza di ciò che ci capita»), senza quella “divisa” e le linee, le deontologìe, le condotte pratiche che ne discendevano, un esemplare tipologico quale quello definito dal suo profilo giudiziario e penale, non avrebbe mai potuto rientrare in Francia dalla lunga fuga, in Messico, affrontare una procedura d’estradizione e vincerla, com’era accaduto nel 1991. E poi come fruitore, come tutti noi, di un asilo di fatto, restare in Francia, divenirvi scrittore e di successo…

I girotondini di Francia
Frastornato dalle vociferazioni di una campagna promossa da scrittori,e giallisti, in cui una lettura dei fatti storico-sociali nella chiave del giallo poliziesco, inevitabilmente “dietrologica”, veniva – senz’altro con la buona intenzione di salvare un collega e amico – trasformata in fragile, inesatto, grottesco argomentario di campagna.
La Vulgata “girotondista” del delirio della restaurazione della Legalità (considerata il potere dei senza-potere) come orizzonte del desiderio; la scenarizzazione dell’Italia come «Paese mai uscito dal fascismo», come anomalia e merdaio del mondo, come “caso” di una società la cui dominante, la sua natura, sarebbe data da trame, complotti, “strategie della tensione” in perenne divenire, mene di servizî segreti deviati, fascisti, grigî, bianchi, amerikani.
Questa subcultura da disinformacjia kgbista, da nuovalingua nel senso orwelliano, speculare a quelle del “Mondo Libero”, ma con in peggio – dal nostro punto di vista – di attaccare come una peste i cervelli e i cuori nostri, di devastare ogni ragione critico-sovversiva, non una razionalità, che so, liberale…), era stata esportata a piene mani in Francia da un’intellighentzsjia di sinistra dello Stato, che poi è stata la prima, quando l’ha vista usata per difendere un fuggiasco dalla caccia all’uomo, a sparare addosso a chi a questo fine la usava, e a chi ne era il beneficiario: ridicolizzando gli uni, mostrificando l’altro.
Per orgoglio diabolico, degno di miglior causa, i romanzieri francesi, di fronte a questo voltafaccia, non sono stati sfiorati dal dubbio sulla qualità del loro argomentario, nel merito, e sul rischio che questa propaganda travestita da pensiero finisse per esser controproducente come un “fuoco amico”. Macché! Semplicemente, hanno pensato che i Maîtres à penser, gli Opinion-makers italiani fossero dei voltagabbana “vendutisi a… Berlusconi”.
Mescolando a questa delegittimazione caricaturale di un’intera storia (dove ovviamente non poteva più trovare posto il Maggio strisciante, l’Italia anello forte delle lotte operaie autonome, laboratorio sociale di una nuova autonomia sovversiva nella metropoli capitalistica, se l’Italia era quella dei “girotondisti”? Non a caso ogni gesto di rivolta, dalla sassata alla molotov in sù, diventava impensabile se non come provocazione! Il legalitarismo diventava integristico, totale, cosmico…), l’errore di pensare di poter centrare la difesa su una rivendicazione d’innocenza non solo in punto di fatto, ma anche di tipologia, di proprio modo d’essere.

Nessuno ha fatto contestazioni “moralistiche” a questa svolta sostanzialista: semmai, si è ricordato che, in materia d’estradizione, non appena si accenna a questo terreno, i magistrati della Chambre ricordano di non essere «un grado ulteriore di giudizio» («Qui non siamo in sede di revisione di un processo, qui giudichiamo dell’estradabilità in punto di diritto. L’innocenza, l’imputato la farà, per l’appunto, valere in Italia, che è luogo e sede propria…»).
Ma Battisti si dev’esser convinto – o comunque ne ha fatto mostra – che il suo grido d’innocenza gli era stato impedito da una sorta di lobby che (per moralismo ideologizzato e per imporre una sorta di egualitarismo al ribasso, a favore di quanti non erano entrati nella dialettica dell’innocenza e della colpa e avevano rivendicato, come i “brigatisti”, una corresponsabilità etica “in solido” con tutte le scelte e gli atti dell’organizzazione a cui liberamente, e non “coscritti”, avevano aderito) lo avrebbe tenuto in una sorta di soggezione da ricatto morale.
Così ha dipinto, in Ma cavale (La mia fuga), l’ultimo suo libro uscito in Francia quelli che definisce gli «ex compagni». Ecco, 6_dossiers_lecture_battisti1pensiamo che questa delirante logica del «tutto o niente», che si è posta come obiettivo il riconoscimento di un’innocenza non solo in punto di verità storica, ma anche e soprattutto di identità – innocenza come non-colpevolezza anche in senso agostiniano, innocenza quella vera, quella dell’anima –, lo ha perduto come ha perduto già altri. In buona logica, la presunzione d’innocenza e l’onere della prova all’accusa, è motivato dal fatto che l’innocenza, come la non-esistenza di un fatto o una cosa, non è quasi mai dimostrabile. Di fronte a questi nodi, Battisti dev’essere affondato nelle sabbie mobili di un misto di “legittimismo”, di vittimismo, che si gonfia di risentimento mortale. Solo così si spiega l’odio riversato in certe interviste, prima contro “i brigatisti”, poi “gli ex-compagni”; e da ultimo – nell’intervista a Isto è – dove si taglia col coltello una sorta di sordo rancore contro Marina Petrella, come di gelosìa perché la battaglia su di lei ha avuto successo… Non voglio parlare di invidia, o cosciente malanimo. Parlo della sensazione di esser stato proditoriamente usurpato di un qualcosa che gli era dovuto: questo è rivelato da formule del tipo «io l’unico ancora perseguito…». Naturalmente, in una sindrome di questo tipo, non si guarda a chi sta peggio – basti evocare la vicenda di Paolo Persichetti o Rita Algranati, che, loro sì, potrebbero ritenersi gli unici capri espiatori. Battisti – credo che la cosa più terribile sia che se ne sia autoconvinto – si considera, nel picco, nella fase “ipomaniaca”, megalomane di una sua sorta di bipolarità: essere il “Nemico pubblico numero uno” insieme al suo irovescio “down”, depressivo, cioè considerarsi Il perseguitato numero uno, L’innocente assoluto: l’unico, e per questo il più conculcato.
Atteggiamento psicologico pericolosissimo, distruttivo per lui e per gli altri, perché ne nasce una sindrome del “C’è tutto per tutti, e niente per me”. Che può passare, prima al “Tutto anche per me, o niente per nessuno”, e poi nel “Adesso, tutto per me e niente per tutti gli altri!”.

Tutto questo è terribile, ma può dare una spiegazione. Tutto questo è talmente terribile, da evocare, più che lo scandalo e il disprezzo, un turbamento profondo e tanta pena per il suo carattere malato e il suo esito, in ultima analisi e prima di tutto, autodistruttivo, a cominciare dal suicidio morale che ha intrapreso.
Se la coppia Battisti-Vargas dovesse andare avanti in quella che sembra una pulsione distruttiva, dovremmo pensare che questo far terra bruciata di quel che resta del mitterrandiano “asilo di fatto” potrebbe esser la contropartita richiesta, inseguendo la balena bianca di un riaccoglimento nelle braccia della Marianna di oggi!
Comunque: resta da aggiungere (e ci ritorneremo altrove) che tutto questo rende più, non meno, delirante la caccia all’uomo, l’immagine che si vuol dare della rivolta di un intero Paese, di una società, un “Popolo” intero contro uno (e di che spessore…).

Battisti non vale un low cost
Di che pasta queste urla patriottarde e forcajole, i loro argomenti che si drappeggiano nel dolore dei familiari delle vittime, sia fatta, lo mostra l’evento grottesco della votazione di una mozione di sostegno all’Italia versus la decisione brasiliana di non estradare Battisti: dell’ottantina di parlamentari italiani al Parlamento europeo, solo sette hanno ritenuto che la Causa valesse il costo di un biglietto d’aereo low cost… Il loro “Onore” vale meno di un sovrapprezzo – ed è detto tutto.

Tarso Genro: «L’Italia è chiusa ancora negli anni di piombo

Quella verità indicibile

«L’Italia è chiusa ancora negli anni di piombo, la differenza è che in Brasile siamo più avanzati su questo argomento, tanto che stiamo discutendo sulla nostra legge di amnistia».

Tarso Genro, il ministro della Giustizia brasiliano che ha concesso l’asilo politico a Cesare Battisti, ha messo il dito nella piaga pronunciando l’indicibile nel corso di una intervista rilasciata al quotidiano O Globo. Invece di citare Bobbio (i poteri invisibili che evocano l’immagine sul doppio Stato) e la letteratura girotondina, Genro avrebbe fatto meglio a citare Giorgio Agamben o Antoine Garapon che parlano di democrazia dell’emergenza, che descrivono lo stato di eccezione giudiziario, il male che rode le democrazie moderne. Non serve evocare dittature mai esistite. Il problema sta tutto nel modello di democrazia che ha preso piede alla fine degli anni 70. L’America di Bush non era certo una dittatura eppure ha fatto Guantanamo e Abu Grahib. La Francia della guerra d’Algeria non era una dittatura, aveva persino i socialisti al governo, eppure si è macchiata di crimini nefandi, con quasi un milione di morti, dove ha sperimentato le tecniche della tortura moderna poi esportate nelle scuole del Sud e Nord America.

Il ministro Traso Genro in un momento di relax

Il ministro Traso Genro in un momento di relax


A proposito della richiesta di proclamare lo stato di eccezione
avanzata dal professor Angelo Panebianco sul
Corriere delle Sera

Le democrazie si sono sempre macchiate dei peggiori crimini, e allora cosa pretendono le Destre e i girotondini italiani che hanno reagito con veemenza a queste parole perché pensano che solo le dittature creano gli stati d’eccezione e pensano di non poter essere giudicati da nessun paese e dalla storia?
È strano, ma quando si parla di democrazie liberali si omette sempre di ricordare che questi sistemi prevedono, in caso di grave minaccia, specifiche clausole di autosospensione del proprio ordinamento costituzionale.
Per funzionare il sistema giuridico ha bisogno di normalità, perché ciò avvenga esso si avvale di momenti di interruzione che vengono chiamati «stato di eccezione». È questo un punto cruciale, poiché chi introduce una tale misura è in buona sostanza l’ultimo a decidere, non a caso chi ha questo potere è stato indicato come il sovrano reale. Non lo stato di diritto, dunque, ma chi può decidere sulla sua sospensione rappresenterebbe il vero arcana imperii della sovranità.
A ricordarcelo è stato il professor Panebianco che sul Corriere della Sera per ben tre volte (il 13 e 15 agosto e poi il 3 settembre 2006) si è soffermato sull’argomento invocando l’introduzione dello stato di eccezione. Ma c’è un problema: se, a quanto pare, le democrazie non possono sfuggire a quel destino crudele che ne prevede l’autosospensione, non c’è invece unanimità sui modi in cui questa interruzione debba avvenire. Infatti, esistono almeno tre modelli contrapposti:

1. Quello tradizionale di ispirazione giacobina, codificato nelle costituzioni liberali dell’800 e del 900, che attribuisce pieni poteri all’esecutivo e sospende le garanzie giuridiche per un periodo limitato nel tempo e nello spazio. Un modello che sarebbe ormai divenuto superfluo di fronte alla natura asimmetrica dei nuovi conflitti.

2. Per questo l’amministrazione Bush ha varato un nuovo modello di applicazione della eccezione caratterizzato da misure stabili e permanenti, che pur salvaguardando regole e procedure prevedono la presenza di buchi neri, «zone grigie» in cui il confine tra legalità e illegalità resta incerto, «ambiti riservati davanti ai quali lo stato di diritto arretra». Una sorta di doppio binario: legalità e diritti riconosciuti solo per una parte della popolazione e trattamenti differenziati per la restante. In egual modo, alcune tipologie di reato sfuggono al regime normale della legge. Uno stato di eccezione postfordista insomma: flessibile, modulabile, a macchia di leopardo, capace persino di delocalizzare ed esternalizzare le incombenze più triviali e compromettenti, organizzando una sorta di stato di eccezione extraterritoriale che conserva per i poteri statali e nella madrepatria unicamente la direzione strategica delle operazioni. images-3

3. Esiste, infine, un terzo modello, lo stato di eccezione giudiziario inventato in Italia alla fine degli anni 70. Quest’ultimo, però, non piace affatto a Panebianco perché «l’eccezione può essere riconosciuta solo se il suo controllo rimane nelle mani della magistratura. Il che riflette lo stato dei rapporti di forza fra magistratura e classe politica». Tuttavia ciò non ha impedito, ricorda sempre l’editorialista del Corriere, che «una qualche forma di stato di eccezione sia stata dichiarata. Brigate rosse, mafia: fenomeni affrontati con leggi speciali (la legislazione antiterrorismo, il 41 bis, ecc)». images-1

Chissà cosa avranno pensato, leggendo queste parole, Bruti Liberati e l’associazione nazionale magistrati che durante la vicenda Battisti si prodigarono per raccontare ai francesi la favola di una Italia giardino incantato dello stato di diritto? Singolare vicenda quella italiana: i costituenti, infatti, per marcare una netta differenza con i tribunali speciali del fascismo, esclusero dalla Costituzione qualsiasi richiamo alla stato di eccezione. Successivamente, però, questo ostacolo venne aggirato riservando alla magistratura, piuttosto che all’esecutivo, il ruolo di dominus dello stato di eccezione.
Ciò, oltre a costituire una novità assoluta, non ha fornito alcuna particolare garanzia in più, ma ha solamente rafforzato una sfera giudiziaria depositaria di un potere di delega che nel tempo si è trasformato in una supplenza politica completa. In questo modo la pratica della eccezione ha assunto una forma ancora più subdola e insidiosa poiché ha potuto legittimarsi con maggiore efficacia attraverso la sua innovativa capacità d’integrare, e non più sospendere, il sistema giuridico-costituzionale, trasformandosi a tutti gli effetti in regola stabile e permanente attraverso il ricorso ad un vasto arsenale di leggi speciali e trattamenti differenziali. Al punto che non è più possibile pensare di poter ripristinare la normalità giuridica poiché non vi è mai stata sospensione, ma unicamente ibridazione di più registri giuridici e penali, legislativi e procedurali, fino ad determinare un groviglio inestricabile che non consente più alcun riassorbimento o fuoriuscita. Allora un simulacro di Stato di diritto ha preso forma a partire dalla sedimentazione successiva e stratificazione ripetuta di fasi replicate di emergenza.
Questo nuovo modello ha reso obsolete tutte le obiezioni legate alla natura extragiuridica della eccezione, poiché essa appartiene oramai interamente alle istituzioni giuridiche dello Stato costituzionale, grazie ad un singolare paradosso che ha fatto del formalismo giuridico non più l’antagonista ma il ricettacolo della dottrina della emergenza. L’introduzione di misure straordinarie e speciali, la cui giustificazione legale impone una messa in forma giuridica sempre più complessa, ha mascherato la rottura della norma: non potendo più far scomparire l’eccezione, la dottrina si è protesa sempre più ad assimilarla e costituzionalizzarla.
È dunque giusto parlare di stato di eccezione giudiziario, non solo perché si è creato un sistema penale ibrido, dove norma regolare e regola speciale convivono, si integrano e si sostengono reciprocamente, ma perché il giudiziario è diventato il centro del sistema, il nuovo sovrano che decide. Scriveva in proposito Montesquieu: «Non può esserci libertà, se la potenza di giudicare non resta separata dalla potenza legislativa e da quella esecutiva. Se questa si salda alla potenza legislativa, il potere esercitato sulla vita e la libertà dei cittadini sarebbe arbitrario poiché il magistrato diverrebbe legislatore. Se venisse unita alla potenza esecutiva, il magistrato potrebbe avere la forza di un oppressore».

Crisi diplomatica tra Italia e Brasile per il caso Battisti. Richiamato l’ambasciatore Valensise

Dopo la richiesta di archiviazione fatta dalla procura generale brasiliana, a seguito della concessione dello status di rifiugiato politico, l’Italia richiama l’ambasciatore Valensise a Brasilia per consultazioni

Paolo Persichetti

Liberazione 28 gennaio 2009

Cesare Battisti non verrà estradato, per questo l’Italia ha deciso di richiamare il proprio ambasciatore in Brasile Michele Valensise. La rappresaglia diplomatica (che nel linguaggio paludato della diplomazia è il segnale di un grave stato di crisi prossimo alla rottura delle relazioni ufficiali) è stata presa dal ministro degli Esteri Franco Frattini dopo la diffusione, nella serata di lunedì, del nuovo parere sulla estradizione – questa volta negativo –  espresso dalla procura generale brasiliana. Antonio Fernando De Souza, nell’aprile del 2008, si era detto favorevole; ora però, a seguito della sopravvenuta concessione dell’asilo politico, da parte del ministro della Giustizia Tarso Gendro, non ha potuto fare altro che inchinarsi e domandare l’archiviazione dell’intera procedura.

Genro Tarso

Genro Tarso

Tra Italia e Brasile non vi è alcun accordo sul riconoscimento reciproco delle sentenze di giustizia e la dottrina giuridica estradizionale è materia che attiene ancora alle decisioni sovrane della politica. Il parere era stato richiesto dal presidente del Supremo tribunale federale (Stf) Gilmar Mendes, dopo le forti reazioni italiane e le pesanti pressioni diplomatiche. Prima il presidente della repubblica Napolitano, poi il presidente della Camera Fini, avevano scritto a Lula per rappresentare lo «stupore e il rammarico» delle autorità italiane. Lo stesso ambasciatore Valensise, accompagnato da un legale brasiliano incaricato dal nostro governo, era stato ricevuto dal presidente del Supremo tribunale federale. Circostanza che ha rasentato l’ingerenza negli affari interni brasiliani. Come avrebbe reagito l’Italia se un ambasciatore estero avesse incontrato il presidente della corte di Cassazione per fare pressione nell’ambito di una procedura in corso?
Lula aveva risposto con una breve ma ferma lettera nella quale ribadiva che la decisione era un atto sovrano del Brasile fondato su indiscutibili basi giuridiche interne e internazionali (art. 4 della costituzione brasiliana, legge post-dittatura del 1997 sul diritto d’asilo e convenzione Onu del 1951, riconosciuta anche dall’Italia). A questo punto la parola torna al Tribunale supremo che si riunirà il prossimo 2 febbraio per pronunciarsi sulla scarcerazione. Per altro l’estradizione di Battisti, se fosse avvenuta, avrebbe sollevato non pochi problemi all’Italia. Infatti la condizione posta dalla procura generale era la commutazione dell’ergastolo comminatogli (abolito dal codice penale brasiliano) a 30 anni di reclusione. Ove mai l’Italia avesse accolto la richiesta (non avrebbe potuto fare altrimenti), si sarebbe posto un problema di uguaglianza di trattamento di fronte a tutti gli altri ergastolani. In questa vicenda l’Italia ha sommato una lunga serie di gaffes e comportamenti arroganti, mostrando di considerare il Brasile una repubblica delle banane che avrebbe dovuto piegarsi supinamente all’attività lobbistica della nostra magistratura, spesso convinta d’essere la fonte battesimale della giustizia mondiale pronta a dare lezioni di legalità al mondo intero. Nonostante il pluridecennale contenzioso aperto con le autorità parigine, quasi 90 procedure di estradizione (accolte solo in due casi), l’Italia non ha mai pensato di mettere in discussione in modo così palese la sovranità interna della Francia. Forse non a caso Gianni Agnelli definiva lo Stivale una «repubblica di fichi d’india».
Questa disfatta diplomatico-giudiziario riapre con forza la questione della mancata chiusura politica degli anni 70. All’estero nessuno riesce a capire come dopo 30 anni permanga ancora una tale volontà di disconoscere la natura sociale del conflitto

Rita Algranati allarrivo in Italia

La "consegna straordinaria" di Rita Algranati

armato che traversò quel decennio e che, una volta concluso, andava affrontato e chiuso. L’Italia continua a negare l’emergenza giudiziaria, i numerosi casi di tortura denunciati nei primi anni 80 (anche da Amnesty). Fino ad ora ben 7 paesi hanno detto no alle richieste d’estradizione italiane: la Francia, la Gran Bretagna, la Grecia. Poi il Canada, il Nicaragua, l’Argentina e il Brasile. Solo grazie a degli atti di pirateria internazionale, favoriti dal clima post Torri gemelle, l’Italia è riuscita a riavere alcuni rifugiati. Clamoroso fu il caso di Rita Algranati nel 2004, scambiata con i servizi Algerini, complice l’Egitto. Insomma la vera anomalia internazionale continua ad essere quella italiana. Per quanto ancora?