Le risposte alle 18 domande di Giannuli dal blog di Marco Clementi
Rispondo da storico alle domande che il collega Aldo Giannuli pone nel suo libro. La documentazione per non porle e risparmiare carta è a disposizione di ogni studioso. A meno che, ma non lo penso, non siano state poste in modo retorico, ossia dando per scontate le risposte nel lettore. Giungono alla fine e non all’inizio del libro. Spesso mi è capitato di vedere il contrario: libri scritti per sciogliere i quesiti. Sta ovviamente nella libertà di ogni ricercatore impostare un lavoro come meglio ritiene opportuno.
Scrive Aldo Giannuli alle pagine 403-404 del suo libro, Il noto servizio, Giulio Andreotti e il caso Moro, Tropea 2011:
«Sinceramente non credo che gli ex dirigenti delle Br risponderanno mai a queste domande, ma porgliele è d’obbligo e, in ogni modo, i silenzi in diverse occasioni sono più eloquenti di qualsiasi risposta.
1) Risulta un tentativo di contatto con padre Enrico Zucca dell’Angelicum di Milano?
No
2) Chi era il “misterioso intermediario” cui si fa cenno nel comunicato numero 4?
Veramente nel comunicato si parla di “misteriosi intermediari”. La frase completa è: «Abbiamo più volte affermato che uno dei punti fondamentali del programma della nostra Organizzazione è la liberazione di tutti i prigionieri comunisti e la distruzione dei campi di concentramento e dei lager di regime. Che su questa linea di combattimento il movimento rivoluzionano abbia già saputo misurarsi vittoriosamente è dimostrato dalla riconquistata libertà dei compagni sequestrati nei carceri di Casale, Treviso, Forlì, Pozzuoli, Lecce ecc. Certo perseguiremo ogni strada che porti alla liberazione dei comunisti tenuti in ostaggio dallo Stato Imperialista, ma denunciamo come manovre propagandistiche e strumentali i tentativi del regime di far credere nostro ciò che invece cerca di imporre: trattative segrete, misteriosi intermediari, mascheramento dei fatti.»
Dunque, la domanda esatta dovrebbe essere: “chi sono i misteriosi intermediari”.
È palese che le BR si riferiscono ai partiti politici e ai loro contatti interni: gli intermediari sono quelli tra i partiti, che le BR non conoscono. Essi cercherebbero di imporre “trattative segrete”, mascherando i fatti. Le BR, invece, vogliono agire sotto gli occhi del proletariato.
3) A chi ci si riferiva con il cenno all’“esperto di controguerriglia psicologica”?
Anche in questo caso le BR usano il plurale. La frase è: «Per quel che ci riguarda il processo ad Aldo Moro andrà regolarmente avanti, e non saranno le mistificazioni degli specialisti della controguerriglia-psicologica che potranno modificare il giudizio che verrà emesso.»
Come sopra, il riferimento è all’atteggiamento dei partiti e della stampa, che cercavano di far passare le parole di Aldo Moro come scritte sotto dettatura.
4) Come mai le Br pensarono immediatamente che Fausto Tinelli e Iaio Iannucci erano stati uccisi dai “sicari del regime”?
La quarta domanda riguarda i compagni Fausto e Iaio. Che le BR non conoscevano, tanto che chiamano Iaio con il suo nome di battesimo, Lorenzo. Perché pensano che siano stati uccisi dai “sicari di regime”? Intanto quel duplice omicidio fu rivendicato dai NAR in diverse città. Inoltre, si tratta di un’espressione propagandistica forte, legata alla situazione politica del momento (le BR hanno in mano Moro). Le BR possono aver pensato a una intimidazione trasversale, o semplicemente, era difficile credere che Fausto e Iaio fossero stati uccisi da compagni del movimento, da anarchici o da rapinatori. Per le BR si trattava di un omicidio politico eseguito dai fascisti. Dopo piazza Fontana, che hanno sempre definito strage di Stato, a loro dire la mano fascista che uccide è parte del regime che stanno combattendo.
5) Come mai le Br non abbandonarono il covo di Montenevoso dopo l’omicidio del dirimpettaio Tinelli e dopo lo smarrimento del borsello di Azzolini, che non rendevano più il covo sicuro?
La quinta domanda, secondo Giannuli, è strettamente collegata alla precedente. Come detto, le BR non conoscevano né Fausto, né Iaio. Non sapevano dove abitassero e, inoltre, Fausto Tinelli non era “dirimpettaio” della base milanese di Via Monte Nevoso. Abitava al numero 9. La base era al numero 8. Le BR non avevano motivo di credere che con un mazzo di chiavi si potesse risalire alla base. Per questo non la lasciarono. Non era, poi, una base “viva”, ma fu usata allo scopo di scrivere i documenti del dopo Moro. In quel lasso di tempo venne scoperta.
6) Perché Bonisoli andò a prendere le fotocopie dei manoscritti di Moro da Firenze e non da Roma, dove avrebbero dovuto trovarsi, per prtarli a Milano?
Bonisoli prende i documenti a Firenze perché si trovavano lì, e non a Roma. Ricordiamo che a Roma, durante il sequestro Moro, viene scoperta la base di via Gradoli. Dopo l’uccisione del presidente DC, inoltre, la sua prigione fu progressivamente abbandonata. I documenti non si erano mai trovati lì. Moretti li portava dove era riunito l’esecutivo, a Firenze appunto.
7) Perché la copiatura dei testi di Moro non avvenne a Roma ma a Milano e proprio nella sede di Montenevoso che avrebbe dovuto essere già stata abbandonata?
Il lavoro sulle carte di Moro venne affidato alla colonna milanese. Per questo si lavorò a Milano.
8) Venne realizzata una sola copia dei manoscritti di Moro? In caso affermativo, perché mai, vista la delicatezza del testo in questione? In caso negativo, che fine hanno fatto le altre copie?
La mia supposizione è che non tutte le copie si trovavano a Milano. Ma gli originali finirono distrutti. Come? Si può supporre un errore.
9) Perché all’indomani del 1° ottobre 1978, le Br, ancora in possesso dei manoscritti originali di Moro, non pensarono di smentire le autorità politiche, giudiziarie e di polizia sulla parzialità del ritrovamento, pubblicando quel che era in loro possesso? E ciò anche in considerazione del forte effetto destabilizzante che questo avrebbe avuto?
All’indomani della scoperta di Monte Nevoso le BR avevano altre copie dei documenti di Moro. Pensare, però, che potessero comunque essere usati per destabilizzare il sistema dopo che le parole di Moro prigioniero erano rimaste inascoltate, o addirittura attribuite alla “sindrome di Stoccolma”, è strano. I militanti del gruppo armato, probabilmente, controllarono se le cose pubblicate dai giornali corrispondessero a quanto in loro possesso, e non trovarono emendamenti o censure.
10) Nei primi comunicati le Br enfatizzarono le rivelazioni che Moro andava facendo («L’informazione e la memoria di Aldo Moro non fanno certo difetto»), e promisero che tutto sarebbe stato rivelato una volta conclusa la vicenda. In seguito, invece, nulla venne reso pubblico. Se le rivelazioni del prigioniero non erano state (o non erano parse) significative, perché fino al 10 aprile erano state enfatizzate? Per altro, anche se fossero state poco significative, perché non pubblicarle, almeno per mantenere l’impegno preso e non far sorgere sospetti? Se invece lo erano, perché dopo sono state nascoste?
Anche in questo caso la domanda è mal posta. I documenti di Moro furono resi pubblici dopo la caduta di Monte Nevoso per decisione del governo. C’era bisogno di una seconda pubblicazione affermativa? Le BR non smentirono che quelle carte fossero originali. Tanto dovrebbe bastare.
11) Se quanto scritto e detto da Moro non era politicamente significativo perché prendersi la briga di spedire il materiale da Roma a Milano, via Firenze, e ribatterlo a macchina?
Nessuno ha detto che quanto scritto da Moro non fosse politicamente significativo, ma per le BR il FATTO POLITICO era l’aver preso Moro e cercare di ottenere qualcosa per la sua liberazione. Non ottennero nulla, invece. Questo fu per loro “politicamente significativo”.
12) Quando e perché maturò la decisone di non rendere pubblici i testi di Moro?
Anche questa domanda non trova riscontro. Non ci fu mai una decisione di non rendere pubblici gli scritti di Moro. Al contrario, in via Monte Nevoso stavano lavorando proprio per la loro pubblicazione. Ci pensarono i giornali, dopo la caduta della base.
13) Quando e perché le Br decisero di distruggere gli originali di Moro?
A questa domanda ho già riposto. Suppongo che furono distrutti per errore.
14) Quali ragioni di dicurezza imponevano di distruggere i manoscritti originali di Moro piuttosto che nasconderli, magari all’estero?
Vedi la riposta precedente. Con una postilla. Magari li potevano nascondere in una banca svizzera.
15) Se c’erano ragioni di sicurezza che imponevano la distruzione degli originali di Moro, come mai non vennero distrutti immediatamente e si attese la fine del 1978?
Ibidem.
16) Per quanto poco significativi, gli scritti di Moro avevano un fortissimo valore mediatico. qualsiasi giornale o televisione europea avrebbe sborsato ingenti cifre per ottenere l’esclusiva. Come mai questa ipotesi non venne presa in considerazione da un gruppo dedito alla lotta armata e sempre alla ricerca di fonti di finanziamento?
Ibidem, ma con due postille. Risulta a Giannuli che le BR facessero scoop giornalistici, o la rivoluzione? È mai accaduto, prima o dopo Moro, che le BR vendessero a un giornale un documento? Li hanno sempre diffusi gratuitamente. Per quanto riguarda i finanziamenti, avevano soldi a sufficienza grazie al rapimento di un ricco imprenditore avvenuto anni prima, quando fu pagato un riscatto di più di un miliardo di lire.
17) E’ vero che le Br chiesero a Prima Linea di uccidere un ufficiale americano della base di Bagnoli, così come riferito da Roberto Sandalo? E, in caso affermativo, per quale motivo una richiesta così insolità? Perché proprio quell’ufficiale e qual era il suo nome? In caso negativo, perché Roberto Sandalo avrebbe dovuto inventarsi una storia così strampalata?
Non è vero.
18) Come mai gli ex dirigenti delle Br non hanno reagito in alcun modo alla pubblicazione del libro di Steve Pieczenik, e che valutazione ne danno?
Solo a quel libro? L’elenco di libri contro cui reagire mi sembra più lungo, molto più lungo. E che reazione ebbero? Questa domanda va posta a loro. Io, però, credo nessuna. Perché anche alla dietrologia ci si abitua.
Marco Clementi, storico
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Miseria della storia: quel cialtrone di Aldo Giannuli /1continua
Lotta armata e teorie del complotto: l’antistoria



esistiti. È questo l’incipit con il quale lo storico Agostino Giovagnoli introduce il più recente lavoro sul sequestro del presidente della Dc, Il caso Moro. Una tragedia repubblicana. Un volume che dimostra come gli studi sugli anni 70 improntati ad una seria metodologia storica, seppur con fatica, stianno finalmente cominciando a farsi strada, dopo il pionieristico saggio sulla presunta “Pazzia” del presidente Dc, dato alle stampe da 
Sarebbe cominciata la delocalizzazione del lavoro, la ristrutturazione della produzione e il primato del capitale finanziario su quello produttivo. Ma il processo non era irreversibile. Nella loro ipotesi, bastava scoprire gli ingranaggi, gli uomini, i referenti dello Sim per fermarlo e Moro era uno di questi. Si trovano, nella teorizzazione dello Sim, grandi intuizioni e capacità di lettura della realtà (fu ipotizzata nel 1975), ma anche terribili ingenuità. La divisione del mondo in buoni e cattivi, in sodali e vittime innocenti non appartiene a una realtà complessa, che deve sempre tenere conto di moltissime forze, spesso in competizione, per restare in equilibrio. Quest’ultima considerazione si attaglia anche alla cosiddetta teoria del doppio Stato, recentemente tornata attuale dopo un intervento del presidente Napolitano e gli articoli di noti giornalisti, in particolare del 
Il lavoro dello storico si basa sulla ricerca, la lettura, l’interpretazione e la scelta dei documenti, delle fonti primarie, senza le quali non può essere ricostruito alcun avvenimento. In un saggio così preparato, quindi, non si troveranno, se non raramente, espressioni ipotetiche, supposizioni, allusioni; il testo sarà quasi sempre all’indicativo, perché le fonti consultate permettono a chi scrive di avere una chiara visione di quanto va a raccontare. Il ragionamento segue il metodo induttivo. Ovviamente, ciò non significa che ogni libro di storia sia un capolavoro. Come in tutti i settori, esistono anche gli storici mediocri, ma questo è un altro discorso. A differenza dello storico, il lavoro dietrologico normalmente non si preoccupa troppo del riscontro documentale: parte da ipotesi, opera per deduzione e nella narrazione usa spesso il modo condizionale. Anche quando si serve di documenti, solitamente è difficile avere dei riscontri, perché si tratta spesso di documenti poco chiari, incompleti, di dubbia provenienza. La conseguenza principale di tutto ciò è che, mentre il saggio di uno storico produce una “verità storica” finita, che potrà essere smentita o rafforzata alla luce di nuovi documenti, il saggio dietrologico moltiplica le domande di partenza, senza fornire mai una risposta, rimandata regolarmente a un futuro più o meno lontano, quando il “mistero” risultasse finalmente svelato. Il saggio di uno storico, dunque, anche quando è dedicato ad un complotto (per esempio l’assassinio di Kennedy), cerca certezze ed eventualmente rimanda il lettore alla declassificazione dei fondi archivistici per le risposte in sospeso. Quello dietrologico aggiunge nuovi misteri, non svela mai nulla, né è in grado di rimandare il lettore a un futuro certo, perché non sono i fondi d’archivio ad interessarlo. La dietrologia, infatti, non cerca le responsabilità, politiche, amministrative, morali ecc., di un avvenimento, ma il colpevole (o i colpevoli), che fino a quel momento hanno impedito al bravo ricercatore di giungere alla verità (di quale verità si parli, inoltre, resta sempre poco chiaro. La verità storica, per fare un esempio, non è la Verità, ma corrisponde a quanto è possibile ricostruire in un dato momento sulla base delle fonti disponibili).
panorama italiano degli studi venti anni fa da Franco De Felice a proposito dei fenomeni eversivi degli anni di piombo e, in seguito, fu replicata con modifiche nelle varianti chiamate “Stato parallelo”, “Stato duale” e simili. In molti casi, il “doppio Stato” e i suoi derivati sono stati raffigurati quali protagonisti di una storia dell’Italia repubblicana vista in termini di sequela di complotti orditi in seno alle istituzioni.
L’articolo di Battista tanto deprecato dai teorici della cospirazione contiene qualche inesattezza e tende ad appiattire le differenze tra i personaggi che cita: per fare un paio di esempi, Fasanella non fu consulente della Commissione parlamentare d’inchiesta su terrorismo e stragi, e la linea di Giannuli diverge sensibilmente dallo schema iniziale di De Felice. Inoltre, l’articolo ha il difetto di non spiegare perché il giornalista concordi con Napolitano e dissenta dai teorici del “doppio Stato”.



esperti nell’arte di prevedere il passato, ne escano malconci. Grazie ad un sistematico e meticoloso lavoro di analisi e verifica documentale, vengono affrontate tutte le questioni irrisolte nonché le diverse tesi cospirative con relative varianti. Dopo aver passato al setaccio la pista atlantica, quella dell’Est e quella israeliana, l’autore conclude sulla decisione indipendente e sulla capacità autonoma delle Br nel rapire Moro.
costruito per anni un edificio di strumentali congetture in continuo divenire. Sarebbe bastato osservare le foto della scientifica (da tutti trascurate) per constatare come il tubo della doccia fosse correttamente al suo posto e non disposto, come si è sempre maliziosamente postulato, in modo da provocare una volontaria perdita d’acqua (dovuta in realtà ad una banale quanto fatale dimenticanza del rubinetto aperto) che conducesse alla scoperta della base.
Terminata la lettura del volume resta comunque in piedi una domanda: sarà sufficiente questo mastodontico lavoro di confutazione dettagliata e pignola per mettere a tacere definitivamente le tesi cospirative ed aprire la strada ad una matura stagione storiografica?