Paolo Giovagnoli, lo smemorato di Bologna

Un vecchio ricordo sul procuratore Giovagnoli…. un giudice che fu eversore…


Liberazione
24 aprile 2006
di Piero Sansonetti

Vorrei brevemente, e senza eccessiva malizia, raccontarvi la storia di un mio vecchio amico, e poi polemizzare con un altro mio amico più recente. I nomi di queste due persone sono da un po’ di tempo alla ribalta della cronaca: il giudice Paolo Giovagnoli di Bologna e Marco Travaglio.
Cominciamo con la polemica, che è con Marco Travaglio. Giornalista di grande bravura, arguto, pieno di informazioni, forte di una memoria d’acciaio, polemista di notevoli capacità (maturate alla scuola pungente e molto aggressiva di Indro Montanelli) ma – da sempre (come del resto il suo maestro) – di idee alquanto reazionarie. Travaglio è un liberale di stampo asburgico. Ed è un personaggio un po’ originale, non per le sue posizioni – che io trovo quasi abominevoli, lo dico con affetto, e tuttavia sono legittimissime e molto lineari – ma perché gli scherzi della vita lo hanno collocato, nella geografia della politica e della intellettualità italiana in un luogo a lui del tutto inadatto: a sinistra. Da diversi anni Marco è diventato quasi un idolo di un “pezzo” di sinistra italiana, ed è stato leader indiscusso del cosiddetto movimento dei “girotondi”, e cioè anche di ragazzetti – orrore, orrore – che indossavano magliette col volto di Che Guevara o che portavano al collo la kefiah di Arafat. Eppure lui, onestamente, non lo ha mai negato: «Sono di destra – dice spesso -, lo giuro, sono di destra». Come è successo questo fraintendimento? Colpa di Berlusconi. Travaglio, liberale e asburgico, è molto legalitario, e non sopporta l’illegalismo berlusconiano. Questo ha spinto tutti all’equivoco. Ma Travaglio non ce l’ha mai avuta con Berlusconi – come succede a noi – perché Berlusconi è ricco e reazionario: ce l’ha avuta e ce l’ha con Berlusconi, e non lo molla di un centimetro, perchè Berlusconi gabba la legge. E se la legge la gabba un poveretto, un bimbo rom, uno studente ribelle, o una nonna povera, per Travaglio (un po’ come per Cofferati) è esattamente la stessa cosa. E grida: «In prigione, in prigione…». Ieri, in un’intervista al Corriere della Sera, Marco si è indignato per le proteste avanzate della sinistra bolognese contro il giudice Giovagnoli, cioè quello che ha incriminato per eversione alcuni studenti che si erano autoridotti il costo del pranzo alla mensa universitaria. E’ inammissibile – ha detto Travaglio-: «la legge è legge, deve essere uguale per tutti, per Previti e per gli studenti». Non si possono fare favoritismi. E’ una protesta curiosa: Travaglio saprà – perché, appunto, ha un archivio molto ricco – che le carceri sono strapiene di poveracci, specialmente di giovanetti e di migranti, e sono quasi prive di ospiti altolocati – avvocati, medici o ricconi – se si fa l’eccezione del povero Ricucci. E dunque la sua polemica è un po’ stonata: stia tranquillo, perché è raro che la magistratura chiuda un occhio a favore del disgraziato per accanirsi sul potente. E’ raro, è molto raro. Ma chi è questo giudice Giovagnoli che sospetta che quei ragazzi di Bologna volessero sovvertire le istituzioni e prendere illegittimamente il potere (eversione, se ho capito bene, più o meno vuol dire questo…)?
Lo conosco Giovagnoli, e tanti anni fa eravamo amici, andavamo all’università insieme, spesso anche a prendere la pizza (a San Lorenzo, a Roma, costava 500 lire, compresa
la birra), e militavamo nella sezione universitaria del Pci. Ci occupammo, qualche volta, anche della mensa universitaria, che si trovava alla casa dello studente, a via de Lollis, e dove il pasto completo costava 300 lire. Mi ricordo che una volta, insieme, e insieme a molti altri compagni della sezione, bloccammo la mensa e imponemmo il prezzo politico di 100 lire. Arrivò la polizia, ci fu un po’ di bordello. Non vorrei adesso avere messo nei guai Paolo, con questo racconto, che è quasi una confessione. E non vorrei neanche avere messo nei guai me stesso. Però sono passati quasi tret’anni, e io penso che – specie dopo la legge Cirielli – sia scattata la prescrizione. Ammenochè – mi viene improvvisamente il sospetto – un reato grave come quello di eversione non sia escluso dai benefici della prescrizione. Se è così ho fatto un bel guaio…

Link
Bologna, l’indagine occulta su Persichetti e il caso Biagi
Paolo Giovagnoli, quando il pm faceva le autoriduzioni

Storia della dottrina Mitterrand

Storia della dottrina Mitterrand

Paolo Persichetti
Liberazione 19 giugno 2008

Nessuna estradizione, l’occasione di uscire dalla clandestinità, libertà di parola. La dottrina Mitterrand, che negli anni Ottanta sistematizza la vecchia tradizione francese di offrire rifugio a chi è costretto a espatriare per motivi politici, raccontata dal suo “architetto”, Louis Joinet. Una scelta strategica, capace di “liberare” generazioni di militanti (italiani, ma anche irlandesi e baschi) rifugiatisi Oltralpe sulle orme degli esuli del Risorgimento e dell’antifascismo

La firma apposta nei giorni scorsi sul decreto d’estradizione dell’ex militante delle Brigate rosse Marina Petrella conferma l’abbandono della dottrina Mitterrand da parte delle autorità francesi. Il riparo offerto agli attivisti della sinistra rivoluzionaria italiana fuggiti alle retate giudiziarie e alla legislazione penale d’emergenza varata alla fine degli anni 70 riprendeva una lunga tradizione d’asilo avviata dalla rivoluzione francese. La dottrina Mitterrand aveva illustri precedenti come la protezione concessa agli esuli risorgimentali e agli antifascisti. Considerata dall’Italia una grave violazione della legalità, un vulnus al diritto interno, la sua storia è poco nota, occultata dalla demonizzazione che ha colpito il decennio repubblicano dove più avanzato è stato il livello delle lotte sociali e politiche.
Oltre a essere corta, la nostra memoria è soprattutto selettiva. Durante la guerra d’indipendenza algerina anche l’Italia aveva dato rifugio ai membri dell’Oas e rifiutato l’estradizione dei militanti del Fln algerino. Jean-Jacques Susini, fondatore insieme a Pierre Lagaillarde (gennaio 1961), del gruppo d’estrema destra che tentò di uccidere nel 1962 il presidente della repubblica francese Charles De Gaulle, rimase per molti anni sotto la protezione della nostra polizia. Non per questo il nostro paese venne tacciato d’essere la retrovia del terrorismo antifrancese contrariamente a quanto si è detto della dottrina Mitterrand, accusata d’aver creato un «santuario europeo della lotta armata».
Nel 1981, appena eletto alla presidenza della repubblica, François Mitterrand, politico tra i più implicati nell’avventura coloniale francese, mantenne fede agli impegni presi durante la campagna elettorale, in particolare quelli che aveva definito «riforme che non costano», come l’abolizione della pena di morte e l’amnistia politica generale. Avviò così una strategia d’asilo, con alterni risultati, rivolta ai diversi conflitti di carattere rivoluzionario e irredentista che traversavano l’Europa (italiani ma anche irlandesi e baschi). «Al di là della risposta giudiziaria, si trattava di facilitare il cammino di chi tentava di uscire dalla lotta armata per andare verso una soluzione politica. Era importante non marginalizzare quelli che avevano una riflessione politica», ha spiegato una volta Louis Joinet, il vero architetto giuridico di questa politica d’asilo, in un’intervista apparsa sulle pagine di Libération del 23 settembre 2002. Fondatore del Syndicat de la magistrature (componente di sinistra della magistratura francese), negli anni 80 consigliere giuridico del primo governo socialista diretto da Pierre Mauroy e successivamente dello stesso presidente della Repubblica Mitterrand, Joinet ebbe l’incarico di seguire i dossier sulle estradizioni politiche. Per questo finì nel mirino del giudice istruttore romano Ferdinando Imposimato.
In quella intervista, rimasta inedita in Italia, Joinet ricostruiva i diversi passaggi della dottrina Mitterrand. «Le prime liste da noi ricevute contenevano 142 nomi di rifugiati ricercati a vario titolo ma appaiono subito delle reticenze da parte della giustizia italiana». Insomma, si scontrano due culture giuridiche ispirate da filosofie politiche opposte. Le autorità francesi dispiegano una tecnica di governo che aveva come presupposto una lettura politica e non criminale di quel che accadeva in Italia. Per questo esplorano vie politiche alla soluzione dei conflitti armati. Colgono nelle vicende italiane quel che nella penisola non si vuole vedere: un lacerante conflitto sociale, una latente condizione di guerra civile. Inoltre cercano soluzioni a un problema d’ordine pubblico che sta emergendo sul loro territorio: far affiorare e “normalizzare” un’area sociale clandestina e potenzialmente sovversiva composta dalle migliaia di militanti che avevano trovato rifugio nei solidali interstizi della loro società. La Francia restava attenta alle forme giuridiche mentre in Italia l’emergenza antisovversione si dispiegava nella forma di una guerra giudiziaria che negava la politica.

Come uscire dalla violenza politica?
«L’esperienza – racconta sempre l’ex consigliere dell’Eliseo – mi aveva insegnato che la clandestinità è la peggiore delle situazioni poiché produce gerarchie ma non dibattiti. La vera questione che pone la violenza politica, ripeteva Mitterrand, è certo quella di sapere come vi si entra, ma soprattutto come trovare il modo di uscirne. È sulla base di questo ragionamento che con l’accordo di Gaston Defferre, allora ministro dell’Interno, decidemmo di discutere con gli avvocati dei fuoriusciti». In questo modo si arrivò a delineare una soluzione: «Bisognava realizzare delle liste, fornire nomi, date e luoghi di nascita». Un gruppo di lavoro venne costituito presso il ministero dell’Interno, supervisionato dal prefetto Maurice Grimaud, con la partecipazione di diversi consiglieri governativi e alti funzionari di polizia, come il commissario Genthial, all’epoca vice direttore dei Reinseignements généraux. A queste riunioni parteciparono anche gli avvocati dei rifugiati, come Henri Leclerc e Pierre Mignard (Serge Quadruppani, L’Antiterrorisme en France ou la Terreur integrée, 1981-1989, La Découverte 1989). «Alcuni di questi poliziotti osservavano incuriositi la procedura. Per loro era senza precedenti che persone del genere uscissero quasi collettivamente dalla clandestinità». Delle inchieste furono ordinate, i rifugiati vennero sorvegliati ma i rapporti di polizia «mostravano che nessuno di loro violava la legge». Tuttavia la reazione italiana non si fece attendere e molti pentiti, per ottenere agevolazioni e riduzioni di pena, cominciarono a sovraccaricare d’accuse gli esiliati, «circostanza che non solo riaccese una violenta campagna contro la Francia, ma soprattutto provocò una immediata inflazione di domande d’estradizione e al contempo un ulteriore aggravamento dell’incertezza giuridica che le contraddistingueva». L’ex capo del SISMI, ammiraglio Fulvio Martini rivela in un suo libro di memorie (Nome in codice Ulisse) che in quel periodo un piano dei sevizi era pronto per rapire diversi rifugiati residenti a Parigi.

«Per tutti e per ciascuno»
Una circolare del ministero della Giustizia fissò i primi criteri di regolarizzazione. Inizialmente erano inclusi soltanto gli imputati o condannati per “reati associativi” e “insurrezione contro i poteri dello Stato”, ma dei dissensi interni all’esecutivo bloccarono questa prima soluzione. Anche tra i rifugiati si aprì un confronto. Da una parte chi era disposto ad accettare un’interpretazione ristrettiva della politica d’asilo. Una posizione che trovava sponde nei militanti che avevano aderito al movimento della dissociazione. Dall’altra Oreste Scalzone, che divenne la figura di riferimento dei favorevoli al riconoscimento pieno, senza limiti e distinzioni, dell’asilo per tutti e per ciascuno.
Nel 1984 i fuoriusciti e i loro avvocati tennero una conferenza stampa. In cambio dell’asilo indifferenziato offrirono i loro nomi e l’impegno di rispondere ad ogni convocazione per il mezzo dei loro legali. Rivendicarono invece la loro piena libertà di parola e decisero, come racconta sempre Joinet «d’avviare il dibattito sulle ragioni del fallimento della lotta armata. Per gli avvocati si trattava di un importante impegno e certamente questo ha pesato molto sulla decisione dell’avvocato Mitterrand. Noi pensavamo soprattutto che grande sarebbe stato il pericolo di vedere questi italiani ritornare nella clandestinità, col rischio d’alimentare a breve una deriva terrorista anche sul suolo francese».
Si arriva in questo modo al 20 aprile 1985, al congresso della Lega dei Diritti dell’Uomo, nel quale il presidente francese annuncia l’adozione di una politica d’asilo senza discriminazioni: «ho detto al governo italiano e ripetuto recentemente al capo del governo Craxi, nel corso di una conferenza stampa tenutasi in occasione della sua visita, che il centinaio d’Italiani che hanno partecipato ad azioni terroristiche, approdati successivamente in Francia dopo aver rotto con la macchina infernale e avviato una seconda fase della loro vita, inserendosi nella società francese, trovandovi lavoro e fondando una famiglia, che questi italiani sono al riparo da ogni sanzione per via d’estradizione».

L’asilo informale
Prevalse la garanzia di uno spazio di libertà informale, senza criteri discriminatori. Una situazione che fu così riassunta da Robert Pandraud, futuro sottosegretario alla sicurezza del governo Chirac, in un dibattito tenutosi all’Assemblea nazionale: «Dal 1981, tra i 150 e i 200 brigatisti italiani sono rifugiati a Parigi. Una quarantina di loro beneficiano di un permesso di soggiorno, gli altri vivono in uno stato di non-diritto, tollerati ma non riconosciuti. Occorre precisare che il governo ha sempre rifiutato di dare seguito alle richieste d’estradizione avanzate nei loro confronti dall’Italia, nonostante una quindicina di queste richieste avessero ottenuto l’avviso favorevole della giustizia».
Negli anni 80, gran parte dei processi dell’emergenza erano in fase d’istruzione, oppure ancora in corso. L‘introduzione di criteri selettivi avrebbe creato delle situazioni di manifesta antigiuridicità. Persone nel frattempo condannate solo per reati di tipo associativo sarebbero state tutelate a discapito di chi, ancora in attesa di giudizio e dunque sotto il beneficio della presunzione d’innocenza, sarebbe rimasto escluso. Per evitare questo ginepraio insolubile venne salvaguardato il principio astratto e generale dell’asilo, a prescindere dalla regolarizzazione amministrativa, demandata ai criteri d’applicazione delle singole prefetture.
Nonostante le alternanze politiche che seguirono, la situazione restò sostanzialmente immutata per circa un decennio, fino all’indomani dell’entrata dell’Italia nel dispositivo Shengen. Gli automatismi previsti nel sistema della banca dati integrata provocarono diversi arresti. Per porvi rimedio il 4 marzo 1998 il primo ministro, Lionel Jospin, ribadì ufficialmente che il suo governo non aveva l’intenzione di modificare l’atteggiamento tenuto dalla Francia fino ad allora: «Per questo non ha dato e non darà seguito ad alcuna domanda d’estradizione dei fuoriusciti italiani che sono venuti nel nostro paese[…] a seguito di atti di natura violenta d’ispirazione politica repressi nel loro paese». Superata la crisi precise disposizioni furono impartite per disattivare tutte le segnalazioni d’arresto. La successiva introduzione del reciproco riconoscimento delle decisioni di giustizia penale tra gli stati membri dell’Unione inaugura lo spazio giudiziario europeo sotto i cattivi auspici di un disequilibrio tra le accresciute potenzialità repressive delle autorità statali e le ridotte garanzie di tutela dei singoli cittadini. I vari protocolli stabiliti con il sistema informatico Schengen, il mandato d’arresto europeo, Europol ed Eurojust stanno alle vecchie sovranità politiche come la Banca centrale europea sta alla vecchie politiche economiche nazionali di scuola keynesiana.

Il ridimensionamento del lodo Mitterrand
Nell’estate del 2002, l’esclusione dal secondo turno delle presidenziali del candidato socialista mise fine alla coabitazione. La destra francese riconquistò dopo 21 anni tutte le leve del potere. In Italia l’attentato al collaboratore del governo Marco Biagi fornì al governo il pretesto tanto atteso per ripartire all’assalto della dottrina Mitterrand. Anzi, i fuoriusciti conservati nel serbatoio dell’esilio apparirono subito una preziosissima risorsa sulla quale far ricadere la responsabilità dei nuovi attentati e distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dallo scandalo suscitato dalla mancata protezione del professore e dalla frase offensiva rivoltagli dal ministro degli Interni Scajola obbligato alle dimissioni.
Per uscire dall’angolo fu escogitato un vero e proprio depistaggio. Grazie ad un’ipotesi investigativa messa in piedi dal sostituto procuratore bolognese Paolo Giovagnoli che indagava sull’episodio, venne confezionata la cosiddetta “pista francese”. «Come noto – sostenevano gli inquirenti – nell’ambito dell’attività investigativa relativa all’omicidio del Prof. M. Biagi, particolare attenzione è stata rivolta ai latitanti per reati di terrorismo rifugiati in Francia. Tale strategia investigativa si basa sull’ipotesi che tra i c.d. esuli “francesi” ed i latitanti o i “clandestini”, appartenenti al sodalizio criminoso resosi responsabile del delitto in argomento, esista un forte collegamento, quanto meno di carattere ideologico».
L’esportazione delle indagini Oltralpe consentì per la prima volta nell’agosto 2002 di forzare la dottrina Mitterrand, in barba agli stessi trattati europei. Così trasformato in una foglia di fico, il diritto non riesce più neanche a salvaguardare la propria logica formale interna, assumendo sempre più le goffe sembianze di un travestimento kelseniano dell’essenza decisionista sostenuta da Schmitt.
Una lista ulteriore di 14 estradandi era pronta. I guardasigilli Castelli e Perben scelsero l’anniversario dell’11 settembre per incontrarsi e ridimensionare il lodo Mitterrand. Ma intanto la pista francese non offriva i frutti sperati. Un nuovo colpo di mano viene allora concertato per forzare nuovamente la situazione. Come racconta Guillaume Perrault, giornalista del Figaro (Génération Battisti, Plon 2005), una retata sarebbe dovuta scattare nel giugno del 2003. Operazione concordata con i vertici del Viminale e la collaborazione della procura di Bologna, ma fatta saltare dall’intervento del presidente della repubblica Jacques Chirac che, per evitare altri blitz estivi da parte del suo rivale e ministro degli Interni Sarkozy, aveva accentrato i fascicoli dei rifugiati italiani sotto il controllo dei suoi uffici. Il presidente francese temeva che la retata fosse un regalo a Berlusconi per la presidenza Ue che avrebbe assunto il primo luglio successivo tra i clamori mediatici della grande operazione antiterrorismo.
Fallita quell’operazione, nel febbraio successivo con un nuovo stratagemma venne riarrestato Cesare Battisti, nonostante nel 1990 la magistratura parigina avesse dato il proprio avviso sfavorevole alla estradizione. L’episodio ebbe un enorme clamore mediatico. Rimesso in libertà, l’estradizione fu accolta ma Battisti fuggì per essere ripreso in Brasile nel 2006, dove è tuttora detenuto in attesa che le autorità si pronuncino sulla estradizione. È di questi giorni la notizia del nuovo ricovero di Marina Petrella nell’ospedale psichiatrico di Villejuif.
Il diritto estradizionale ha rappresentato per oltre un secolo il meglio della cultura giuridica di scuola liberale. Maturato nella temperie delle lotte nazionali, democratiche e repubblicane del XIX° secolo, esso viene definitivamente sotterrato nell’epoca che vanta il dominio assoluto del modello neoliberale sul pianeta. Circostanza che suggerisce più di una riflessione sulla natura liberticida e dispotica del neoliberismo contemporaneo, marcato dall’eccezione permanente inaugurata subito dopo l’11 settembre 2001.

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Negati i permessi all’ex Br Paolo Persichetti per il libro che ha scritto

Il Giudice di sorveglianza di Viterbo rifiuta la concesione dei permessi all’ex Br «Nel suo libro disprezza lo Stato».
La replica di Persichetti: così tutti dovrebbero tornare in cella. «Il rischio di pericolosità sociale è tutto ideologico. Allora riguarderebbe anche Liberazione che pubblica i miei articoli»

 

Giovanni Bianconi
Corriere della Sera
22 agosto 2006

ROMA – Dei «rifugiati» in Francia che il governo Berlusconi s’era impegnato a rimpatriare è l’unico tornato in un carcere italiano. Semplicemente perché c’era il provvedimento d’estradizione già firmato da tempo, bastava eseguirlo. Accadde quattro anni fa, 25 agosto 2002: Paolo Persichetti, all’epoca quarantenne, già militante dell’ Unione dei comunisti combattenti (frazione scissionista delle antiche Br che nel 1987 uccise il generale dell’Aeronautica Licio Giorgieri) venne fermato a Parigi e accompagnato in cella. Doveva scontare, per concorso nell’omicidio Giorgieri, 22 anni e mezzo di pena. Oggi, sommati i 4 anni trascorsi alla carcerazione preventiva fatta in Italia e a un periodo di detenzione subìto in Francia, per Persichetti è scattata la possibilità di chiedere i «permessi premio»: qualche ora o qualche giorno da passare fuori dal carcere di Viterbo nel quale l’ex terrorista studia, scrive, lavora al dottorato di ricerca in Scienze politiche all’università Paris VIII dove insegnava prima di essere arrestato, invia articoli al quotidiano di Rifondazione comunista Liberazione; e ha pubblicato prima in Francia e poi in Italia un libro – Esilio e castigo, retroscena di un’estradizione, con prefazione dello scrittore Erri De Luca – di forte critica a tempi e modalità del suo rientro in galera. Libro che ora gli è costato l’ ennesimo «no» del giudice di sorveglianza alla richiesta di permesso. Che Persichetti sia un «ex», come gran parte dei latitanti che in Francia vivono e lavorano alla luce del sole, s’intuiva dai suoi trascorsi a Parigi: da lì stigmatizzò il ritorno all’omicidio politico, quando le nuove Br uccisero Massimo D’Antona, nel 1999. E lo conferma la relazione degli «osservatori» del carcere, i quali hanno scritto a maggio di quest’anno che il detenuto «ha esplicitato la volontà di dimostrare il suo cambiamento inteso come rielaborazione del proprio vissuto e conseguente modifica del modo di agire e di vedere la realtà… Sente ormai lontano il modo di agire di certi gruppi politici… Ha ormai raggiunto una maturità che gli consente di esporre le proprie idee in modo da rispettare le regole sociali».
Ma il giudice Albertina Carpitella, non soddisfatta di queste valutazioni, ha voluto leggere il libro in cui Persichetti descrive la sua estradizione, in estrema sintesi, come un colpo di teatro organizzato dallo Stato italiano per bilanciare i risultati nulli (all’epoca) delle indagini sulle nuove Br: per questo fu anche inquisito per il delitto Biagi sulla base di un labile indizio, e poi prosciolto dopo la scoperta dei veri responsabili. Il giudice di sorveglianza, però, l’ha letto con altri occhi e ne ha tratto la conclusione che l’ex brigatista è ancora «socialmente pericoloso». Pur riconoscendo che il detenuto «è ovviamente libero di interpretare a proprio piacimento le vicende personali e quelle politiche, e di manifestare il proprio pensiero con ogni mezzo», il magistrato sentenzia: «Dalla lettura risulta evidente che egli si considera appartenente a una parte politica, che definisce gli “sconfitti”, che concepisce come controparte rispetto a tutte le istituzioni pubbliche, accusate di scrivere la storia da vincitori assumendo atteggiamenti vendicativi attraverso “le relazioni delle commissioni parlamentari”, le “sentenze della magistratura”, eccetera». Per il giudice, il libro tradisce un «atteggiamento di vittimismo politico» e un «perdurante disprezzo dello stato di diritto» che «non si conciliano né con la condivisione dei valori fondanti del sistema giuridico-democratico italiano né con l’assunzione di responsabilità e la valutazione negativa del commesso omicidio, necessarie alla formulazione di un giudizio di revisione critica».
A parte che molte valutazioni negative sulla sua vicenda processuale vengono svolte da Persichetti proprio in nome dello stato di diritto, dalla sua cella il detenuto protesta: «È un’assurdità: con questi presupposti sia Curcio che Moretti, Balzerani, Negri, Gallinari e compagnia (tutti condannati per reati di terrorismo o affini, e tutti liberi, semiliberi, o comunque ammessi a uscire dal carcere, ndr) dovrebbero rientrare in galera per i loro libri, certamente molto meno critici del mio. E il “non cessato rischio di pericolosità sociale”, tutto ideologico, a rigore dovrebbe estendersi anche a Liberazione che mi pubblica regolarmente…». La battaglia legale di Persichetti e del suo avvocato Francesco Romeo proseguirà, ma intanto resta un paradosso. Il libro di Persichetti si conclude con l’auspico che la sua testimonianza «possa contribuire al processo di storicizzazione di un passato che è sempre più urgente sottrarre alle strumentalizzazioni politiche», per giungere «al più presto alla definitiva chiusura degli strascichi penali degli anni 70 e 80, liberando il futuro dalle ipoteche di stagioni ormai da lungo tempo concluse». Forse per il magistrato di sorveglianza di Viterbo è ancora troppo presto, ma per adesso aver messo nero su bianco quella testimonianza ha fatto sì che l’autore non possa uscire di galera nemmeno per un giorno.

Scheda
Arrestato a Roma il 29 maggio 1987, assolto in primo grado viene scarcerato nel dicembre 1989. Condannato in appello a 22 anni e mezzo di carcere, lascia l’Italia nel 1991. Il 24 agosto 2002 viene fermato a Parigi, caricato in una macchina che si dirige immediatamente verso l’Italia dove viene ceduto all’alba del 25 agosto sotto il tunnel del monte Bianco.
Una “consegna straordinaria” (in aperta violazione delle norme sulle estradizioni), la prima del genere in Italia, provocata dalla montatura giudiziaria architettata dal gruppo di inquirenti guidato da Vittorio Rizzi, che indagavano sull’attentato Biagi, e dal sostituto procuratore di Bologna, Paolo Giovagnoli, che l’ha ufficialmente iscritto nel registro delle indagini per poi dover archiviare’ipotesi d’accusa 18 mesi più tardi.

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La remise extraordinaire de Paolo Persichetti: un kidnapping sarkozien

La remise extraordinaire de Paolo Persichetti

Daniel BENSAÏD  et Gilles PERRAULT

Libération vendredi 19 mai 2006

La publication de Ma Cavale de Cesare Battisti, préfacé par Bernard-Henri Lévy, relance la controverse sur le sort des réfugiés italiens en France. Certains chroniqueurs se piquent à cette occasion de refaire le procès et de jouer les procureurs. Solidaires de Battisti dans son échappée, tel n’est pas notre propos. La décision d’extrader Battisti, condamné en Italie in absentia, rompt la parole donnée au nom de l’Etat français par un président et un Premier ministre en exercice. Le 20 avril 1985, François Mitterrand avait écrit à la Ligue des droits de l’homme : «J’ai dit au gouvernement italien que ces Italiens étaient à l’abri de toute sanction par voie d’extradition.» Le 4 mars 1998, Lionel Jospin, alors Premier ministre, confirmait cette « doctrine Mitterrand» : «Mon gouvernement n’a pas l’intention de modifier l’attitude qui a été celle de la France jusqu’à présent. C’est pourquoi il n’a fait et ne fera pas droit à aucune demande d’extradition d’un des ressortissants italiens qui sont venus chez nous à la suite d’actes de nature violente d’inspiration politique réprimés dans leur pays». Confiants dans cette parole donnée au nom de la France, plusieurs dizaines de réfugiés ont reconstruit leur vie au grand jour. C’est cette confiance qui est aujourd’hui bafouée, fragilisant plusieurs dizaines de personnes contre lesquelles, depuis leur arrivée dans ce pays, aucun grief n’a été établi.

On a pu lire dans la presse, à l’occasion de la parution du livre de Battisti, que l’engagement pris par François Mitterrand avait été respecté jusqu’à l’arrestation de l’écrivain en 2004. C’est avoir la mémoire bien courte. Il existe en effet un scandaleux précédent. Le 22 août 2002, à la faveur de la distraction estivale, Paolo Persichetti fut lâchement enlevé et livré dans la nuit même aux autorités italiennes sous le tunnel du Mont-Blanc, «métaphore, écrit l’extradé avec un humour grinçant, d’un accord souterrain, signé sans aucune transparence dans les chambres obscures du pouvoir et accompli dans le centre de la terre après une course folle au bout de la nuit». Ce kidnapping sarkozien n’a hélas pas bénéficié du même émoi dans le milieu littéraire que l’envol de Battisti. Or, si Cesare Battisti est en cavale, Paolo Persichetti, condamné sans appel sur le seul témoignage d’un repenti à vingt-deux ans de détention, est enfermé depuis quatre ans déjà à la prison de Viterbo. Son livre Exil et châtiment : coulisses d’une extradition, (Textuel 2005), est un démontage méticuleux de la théorie italienne du complot, du mécanisme de collaboration policière, des incohérences de l’instruction. A quelques exceptions près, les médias français ont gardé sur cet impitoyable réquisitoire un assourdissant silence.

Le cas Persichetti est pourtant exemplaire de ce qui est aujourd’hui en jeu. Arrêté en 1987 pour «organisation de bande armée» dans le cadre de l’enquête sur les Brigades rouges, il fit l’objet d’une seconde inculpation pour participation à l’attentat mortel du 20 mars 1987 contre le général Licio Gorigieri. Lavé de cette accusation en décembre 1989 par la cour d’assises, il fut condamné à cinq ans pour organisation de bande armée et remis aussitôt en liberté pour avoir accompli plus d’un an de préventive. En 1991, il fut condamné en appel à vingt-deux ans sur le seul témoignage d’un repenti. La sentence n’étant pas immédiatement applicable en vertu d’un recours en cassation, il s’est alors exilé en France. En novembre 1993, il fut arrêté dans les locaux de la préfecture de police où il s’était présenté volontairement pour renouveler son permis de séjour. En 1994, Edouard Balladur signait son décret d’extradition. Le président Mitterrand étant intervenu en faveur de sa remise en liberté, il fut libéré en janvier 1995. Il vivait depuis en pleine légalité, avait terminé ses études de sciences politiques, et enseignait à Paris-VIII.

Son extradition, sept ans plus tard, sur ordre du tandem Sarkozy-Perben, constituait une violation flagrante de l’article 14 de la Convention européenne d’extradition du 13 septembre 1957. Il est en effet avéré qu’elle répondait à la demande des autorités judiciaires italiennes, en quête de coupable pour l’assassinat, au printemps 2002, d’un conseiller du gouvernement Berlusconi, Marco Biagi. A peine incarcéré à Ascoli, Persichetti fit en effet l’objet d’une nouvelle instruction de la part des juges de Bologne. Or, la Convention européenne stipule que «l’individu qui aura été livré ne sera ni poursuivi ni jugé pour un fait autre que celui ayant motivé l’extradition». Au terme de deux ans d’enquête sinistrement grotesque, le juge des enquêtes préliminaires dut prononcer, le 5 novembre 2004, un non-lieu définitif en faveur de Persichetti, car «le bien-fondé de l’hypothèse d’accusation doit être considéré exclu», étant donné que les recherches n’ont fait émerger «aucun élément impliquant la personne soumise à enquête».

Il n’en demeure pas moins que Persichetti est toujours en prison et que toutes ses demandes d’assouplissement des conditions de détention ont à ce jour été rejetées. Comme l’écrivait Erri De Luca dans sa préface à Exil et châtiment, «la cellule refermée sur Paolo Persichetti est soudée à la flamme froide de la rancune». Si l’on doit se réjouir de l’émoi suscité par le cas Battisti, il ne faudrait pas qu’une infamie puisse en effacer une autre. Puisse la mobilisation autour de Cesare Battisti tirer des oubliettes le cas Persichetti, otage de deux déraisons d’Etat ! Puisse aussi, l’arrivée d’une coalition de centre gauche en Italie ouvrir enfin le débat sur l’amnistie!

N’est-il pas grand temps de tourner la page de ce passé qui ne passe pas, comme en témoigne encore l’acharnement judiciaire contre Adriano Sofri? Pourquoi l’amnistie semble-t-elle inconcevable en Italie ? Pourquoi la droite et la gauche italiennes, à de rares exceptions près, semblent-elles partager la même crispation tétanisée à ce sujet ? Et pourquoi entretenir la légende d’une fausse symétrie entre « deux démons », alors que la balance est aussi inégale entre un terrorisme d’Etat où se croisent les réseaux d’extrême droite, la loge P2, la mafia, des experts en guerre froide de l’Otan, et une poignée de militants qui se sont clairement expliqués sans se renier sur leur passé (voir la Révolution et l’Etat, d’Oreste Scalzone et Paolo Persichetti, Dagorno, 2000). En Argentine même, à l’occasion du trentième anniversaire de l’instauration de la dictature militaire, le président Kirchner vient de renoncer officiellement, au soulagement d’une partie des Mères de la place de Mai, à ce mythe d’une responsabilité équivalente de l’Etat et de ses victimes. Romano Prodi et sa majorité seront-ils capables d’un geste analogue ?
Mais comme l’écrit encore Erri De Luca : «Je suis dans un pays qui ne considère jamais la condamnation comme purgée. L’ennemi que nous avons été est encore inavouable pour notre pays» qui a « la rancune intacte » et conserve le temps passé «dans une icône de haine». L’extradition de Battisti après la livraison de Persichetti ne serait qu’un sacrifice supplémentaire consenti à cette icône, «au nom du peuple français» !

L’ex brigatista tra esilio e castigo

Recensione – Esilio e castigo, Paolo Persichetti, La Città del Sole, 2005 pagine

Vincenzo Tessandori
La Stampa
31 dicembre 2005

Solo lo stupido non cambia idea. Lo sostengono in molti, e nel loro personalissimo vocabolario manca il termine «coerenza». Alcuni di noi cercano di non tradirla la coerenza, ed è proprio quella personale e quella politica la cosa a cui sembra più tenere Paolo Persichetti, un protagonista del nostro tempo. Uno che non rinnega il passato, e per questo l’aggettivo che gli viene imposto è irriducibile. Ma irriducibile su che cosa? Su quell’utopia tragica chiamata rivoluzione? Sull’idea forse folle, detta libertà? Le carte giudiziarie ci dicono che militava nelle Brigate rosse, colonna romana; che in qualche modo ha avuto mano nell’assassinio del generale Licio Giorgieri, 20 marzo di un quarto di secolo fa; che viveva a Parigi, in quella colonia di fuoriusciti sospettata dal ministro degli interni italiano di formare, in parte, la «centrale francese», lo zoccolo duro del terrore. Queste carte, e più ancora Esilio e castigo, scritto con collera lucida e amara dall’ex brigatista, ci raccontano anche come un ingranaggio giudiziario possa finire per soffocarti.
È un racconto dal ritmo incalzante e di disincantata ironia ma privo del compiacimento, così irritante, per un passato che pare impossibile declinare al tempo remoto. Al protagonista, un quarantenne intellettuale, sembra non si voglia perdonare di aver avuto vent’anni con il loro corollario di idee, sogni, utopie e pure incubi. La militanza nella sinistra più radicale, l’accusa di terrorismo, l’arresto, il processo, il passaggio in Francia, l’università, l’insegnamento. L’illusione che tutto sia finito dura poco, la condanna è come una spada di Damocle anche per questo signor nessuno, cattivo maestro senza discepoli, «personaggio sconosciuto fino a quel momento, uno dei tanti delle generazioni insorte e inventato mediaticamente in quel frangente».
Il ricercato Persichetti Paolo, che tiene lezioni all’università Parigi 8, che non si nasconde, che conduce un’esistenza visibile e, a detta di tutti, non ne conduce una invisibile, dopo anni di indifferenza viene ammanettato e spedito in Italia. La Francia non era mai stata propensa a concedere estradizioni, con Persichetti decide altrimenti. E l’estradizione sembra trasformarlo in un uomo per ogni stagione e per ogni accusa. Anche quella di aver organizzato l’omicidio di Marco Biagi, 19 marzo 2002. Riconosciuto dallo zainetto. Seguono giorni, settimane di terrore vero, intimo. Finquando l’accusa viene riposta in un cassetto. Ma lui rimane un «nemico», trattato come un nemico, fra i più pericolosi, ci ricorda. Perché? Perché, in fondo, solo lo stupido non cambia idea.

24 agosto 2002: storia di una “consegna straordinaria”

Retroscena di una estradizione

Paolo Persichetti
Liberazione
venerdì 15 aprile 2005

Era una calda sera d’estate quella del 24 agosto 2002 e l’Italia aveva urgente bisogno di recuperare uno di quei giovani maledetti degli anni ribelli per offrirlo in pasto all’opinione pubblica. Una grossolana impostura, escogitata con l’intento di fornire l’immagine truccata di un brillante successo operativo dopo l’attentato mortale contro Marco Biagi, ucciso pochi mesi prima da un piccolo gruppo che aveva riesumato dal museo della storia una delle ultime sigle della lotta armata. Un paese distratto e annoiato, persino futile, conquistato dall’avidità dell’oblio, impaurito dalla possibilità di sapere, era stato scosso dal frastuono di quegli spari improvvisi. Irritato dal brusco risveglio, aveva rovistato furiosamente in un passato ormai sconosciuto. Cercava in spazi e tempi lontani i responsabili di quei colpi senza radici. Attribuiva al passato quella che era una surreale imitazione figlia del presente. Cercava nelle figure di ieri dei colpevoli per l’oggi. estradizioneFu così che all’alba del giorno seguente venni scambiato nel tunnel del Monte Bianco. Metafora di un accordo sotterraneo, siglato al di fuori di ogni trasparenza, concluso nel ventre della terra, lontano dalla luce del sole, distante dal chiarore del giorno, dopo una folle corsa nella notte. Quella furtiva consegna celava una flagrante violazione della legalità internazionale: una persona non può essere estradata per dei fatti posteriori a quelli indicati nel decreto, in assenza di una nuova richiesta e previa verifica del suo fondamento. Pur di avallare il teorema della centrale francese le autorità hanno agito aggirando tutti gli obblighi previsti dalla convenzione europea sulle estradizioni.
I passati rivoluzionari faticano a diventare storia, adagiati nel limbo della rimozione, periodicamente vedono schiudersi le porte dell’inferno che risucchia brandelli di vita, trascina esistenze sospese. Lasciti, residui d’epoche finite che rimangono ostaggio dell’uso politico della memoria. Non un passato che torna ma un futuro che manca. La concomitanza con l’anniversario dell’11 settembre ricordava quanto la musica nel mondo fosse cambiata. Era tempo ormai per un forte richiamo all’ordine, alla riaffermazione dell’autorità, al rispetto assoluto della legge, al ripristino della certezza della pena. In un fondo di Barbara Spinelli, intitolato «Gli assassini tornano di moda», venivo seriamente redarguito perché i prigionieri e i rifugiati non avevano mai fatto atto di pubblico pentimento. Poche settimane più tardi, nel silenzio cimiteriale di una cella d’isolamento, una lettera anonima riprendeva l’argomento consigliandomi di collaborare con la giustizia, se volevo uscire da quella sentina della terra. Una richiesta surreale che undici anni dopo cercava ancora le prove del verdetto emesso in corte d’appello.
Alla fine di una lunga trafila burocratica, anche il magistrato di sorveglianza non ha autorizzato i permessi d’uscita perché: «non risulta che abbia pubblicamente assunto posizioni di dissociazione della lotta armata, tanto più necessaria alla luce della grave recrudescenza del fenomeno terroristico dichiaratamente ispirato all’ideologia delle Brigate rosse». Una richiesta irricevibile poiché costituirebbe una resa di fronte a trattamenti differenziali e premiali che hanno incrinato il principio di eguaglianza di fronte alla legge e trasformato l’inchiesta, il processo e il carcere, da sedi di verifica e ricerca della prova o svolgimento della pena, in mercati delle indulgenze, fiere dello scambio politico, luoghi dove si riceve un po’ di futuro in cambio del proprio passato. Diceva a tale proposito Jeremy Bentham che «la sfera della ricompensa è l’ultimo asilo dove si trincera il potere arbitrario».
Le diverse formazioni in cui erano divise le Brigate rosse degli anni 80 si sono estinte alla fine di quel decennio. Una netta discontinuità politica fu sancita dai militanti dell’epoca. Lo striminzito gruppo apparso solo più tardi, negli anni 90, sotto la sigla Ncc, è sorto con un evidente intento polemico nei confronti dei fuoriusciti e dei prigionieri che durante gli ultimi grandi processi dell’87-89 avevano decretato la chiusura del ciclo politico della lotta armata. Ogni confusione con le epoche precedenti è dunque ingiustificata e strumentale. Non ci sono ambiguità intrattenute. Chi sostiene il contrario nel ceto politico, nel governo o tra gli apparati investigativi e giudiziari, offre solo la prova di una sorprendente osmosi culturale, una micidiale simmetria d’atteggiamento con gli autori degli attentati D’Antona e Biagi. I quali hanno tutto l’interesse a rimuovere i percorsi politici condotti dagli ex militanti della lotta armata nel decennio 90.
La dissociazione è l’esatto contrario di una disposizione dell’animo, un afflato della coscienza, un soprassalto dello spirito che sosterrebbe nobili percorsi di distacco interiore, assolutamente liberi e disinteressati, ma un tipico modello di autocritica degli altri, che ricava vantaggi giudiziari e penitenziari dall’esportazione delle proprie responsabilità. Paradossalmente il protrarsi della lotta armata, da cui essa pretende un cinico distacco, è il presupposto della sua forza contrattuale. Qualcosa d’assolutamente opposto al divenire politico del fenomeno stesso, al suo approdare altrove, al suo oltrepassarsi attraverso un tragitto assolutamente autonomo, sottratto a qualsiasi forma di connivenza o compiacenza col potere, come è avvenuto alla fine degli anni 80.
La riesumazione di questo vecchio arnese dell’emergenza riporta strumentalmente in dietro di decenni i percorsi politici realizzati. Una caricatura archeologica che si spiega con la maligna intenzione di costruire un nesso morale, in assenza di quello materiale, tra i militanti degli anni 70-80 e gli episodi del 1999 e del 2002. La responsabilità viene così ad assumere una singolare dimensione transitiva, utile per ricacciare indietro il timore di dover riconoscere che quei nuovi colpi d’arma da fuoco siano anche responsabilità di chi ha cullato il paese nella rimozione, di chi quell’oblio ha teorizzato e incensato, di chi in questo modo ha evitato imbarazzanti domande. Il rifiuto ostinato dell’amnistia, mantenendo gli insorti simbolicamente emarginati nei recinti carcerari o nei limbi disciplinari d’esistenze semipenitenziarie, ha congelato il tempo, cristallizzato le epoche, e tentato d’impedire a quel sapere incarcerato, a quelle esperienze sotto chiave o esiliate, di far valere le ragioni dell’irriproducibilità dei modelli di lotta armata trascorsi. Non anatemi morali ma autonome valutazioni politiche udibili dalle componenti sociali antisistema. Tutto questo è mancato. L’Italia è rimasta fedelmente ancorata alle politiche dell’urgenza, allo stato d’eccezione, ai modelli dell’abiura che hanno facilitato il reistallarsi della coazione a ripetere. L’esilio e il carcere hanno alterato la coscienza del tempo, rafforzando nella società la tentazione di considerare immutabile il rimosso.
Negli anni passati, prigionieri e fuoriusciti, se non altro per quella saggezza che fuoriesce dal disagio di chi deve confrontarsi con circostanze sfavorevoli, hanno dovuto misurarsi con la sconfitta esplorandone gli aspetti più reconditi, vivendola sui propri tragitti esistenziali, tra esili senza asilo e castighi. All’anatema hanno opposto la riflessione. Avrebbero potuto barricarsi nelle torri in cemento blindato delle carceri, trovare conforto nell’isolamento penitenziario che gli era destinato, arroccarsi nel dolore per le vittime della propria parte, sentirsi l’emblema sacrificale di un martirio metastorico, vivere di una mortifera nostalgia che come scrive Milan Kundera, «non intensifica l’attività della memoria, non risveglia ricordi, basta a se stessa, alla propria emozione, assorbita com’è dalla sofferenza». Invece hanno rifiutato tutto questo. Non si sono sottratti alla realtà mutata che rendeva obsolete le loro scelte passate. Hanno cercato, nonostante i muri e le sbarre, di andare oltre. Sono evasi dalla loro pena, sono fuggiti ai carcerieri rimasti a sorvegliare solo i fantasmi di una società attardata, ancora madida di rancore contro le immagini vuote d’icone da odiare.
I «vincitori», o quel che ne è rimasto, cosa hanno fatto? Adagiati sopra e poi travolti dagli stessi dispositivi concepiti per sconfiggere gli insorti non hanno saputo condurre a termine la benché minima elaborazione collettiva del lutto. Si rimproverano dei singoli per aver eluso un discutibile senso di colpa, mentre la società italiana è stata interamente conquistata dalla rimozione. Ciò che per i prigionieri e i rifugiati, ma anche per settori della società civile, è oramai storia, materia d’indagine e inchieste serrate da discutere con le tecniche fredde delle scienze sociali, per la quasi totalità del ceto politico e della magistratura resta una ferita aperta, strumentalmente intrattenuta come una piaga viva che non può e non deve cicatrizzarsi. Allo scandaglio del lavoro storico si contrappone la venerazione di una memoria trasfigurata nel culto di un dolore non riassorbibile. Al lavoro d’incorporazione del passato, doloroso e conflittuale, si sostituisce un atteggiamento di rifiuto che fa di esso una trincea su cui attestarsi. L’elaborazione del lutto diventa in questo modo, secondo una consolidata tradizione inquisitoriale, uno strumento di bonifica delle coscienze che aggiunge alla sanzione sui corpi anche la correzione delle menti. Si afferma in questo modo una narrazione penitenziale della storia contrassegnata da totem e tabù, miti fondatori e comportamenti demonizzati. La complessità sociale degli eventi si riduce ad una rozza contrapposizione tra bene e male, il decennio dei movimenti e dei conflitti diventa storia di delitti. I fatti perdono ogni loro dimensione sociale per acquistare unicamente rilevanza penale mentre la militanza si confonde con la devianza. Come in un perfetto esorcismo, gli anni 70 diventano il capro espiatorio del Novecento italiano, il capitolo che manca al livre noir du communisme.
A conti fatti, riflettere su questo passato che non passa, cercando di non farlo restare un’àncora, un peso, una zavorra, ma di scioglierlo nel presente, si è dimostrato una inutile fatica di Sisifo. Uno sforzo vano e inviso, causa di pregiudizio e di sospetto perché non recuperabile e integrabile attraverso logiche premiali e dissociative, ma quel che è peggio, oggetto di un vero e proprio misconoscimento, fatto nullo e non avvenuto, circostanza azzerata, pagina sbiancata.

Esilio e castigo, retroscena di una estradizione /1

Estratti dal libro Esilio e castigo, Paolo Persichetti, La città del sole edizioni 2005

Retroscena dell’inchiesta e delle manipolazioni attorno alle indagini condotte dal “gruppo di lavoro sull’omicidio di Marco Biagi” e dalla procura di Bologna

Capitolo VII – “Blu come un camoscio” /Prima parte

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Perché non fu il pm Paolo Giovagnoli stesso a emettere subito il decreto di sequestro, invece di chiedere a un’altra autorità giudiziaria di farlo al suo posto, nell’ambito di un’inchiesta che ben poca utilità potrà ricavare da quel reperto? In quel settembre 2002, l’illecita esigenza di mantenere occulta l’indagine contro Persichetti e preservare la segretezza sembra essere preminente e assoluta. Circostanza che induce la procura bolognese a commettere un grossolano errore, probabilmente indotta dal delirio d’onnipotenza, dal senso d’impunità ricavato dal sostegno politico unanime che l’estradizione, strappata alla Francia con un bluff, aveva ottenuto. Bologna si sente un crocevia delle inchieste sul “nuovo terrorismo”. La città “sazia e disperata” esce dall’alveo della provincia opulenta e sonnacchiosa per salire alla ribalta delle indagini sull’eversione. Sente di avere in mano la pista giusta che la farà emergere sulle procure rivali. Ma la legge è chiara: un bene non può essere sottomesso a vincolo cautelare, e in ragione di ciò abusivamente sottoposto ad atti istruttori, in assenza di un motivato decreto di sequestro. Si pensa allora di aggirare l’ostacolo, interpretando in modo “creativo” l’art. 371 cpp, equiparando lo scambio del reperto a quello delle copie di atti e informazioni che può avvenire tra diverse autorità giudiziarie. In questo modo la procura potrà anche eludere la reazione della difesa, evitando la contestazione del sequestro e il contraddittorio preliminare che avrebbe aperto un varco sul fronte dell’accusa, disvelandone la trama e mettendo in luce l’inconsistenza indiziaria delle sue ipotesi. Per rinforzare il suo teorema con delle prove vere e solide, Giovagnoli

Zainetto color camoscio blu

Daltonismo giudiziario: ecco lo zainetto che secondo il sostituto procuratore di Bologna Paolo Giovagnoli era di color camoscio

cerca in tutti i modi di guadagnare tempo. Solo la possibilità di agire in segreto gli avrebbe offerto la garanzia di poter continuare a indagare senza intralci, o meglio sarebbe dire imbastire impunemente artificiosi castelli indiziari, miserabili patacche probatorie. Solo restando nascosto poteva evitare il rischio di doversi misurare con un’estensione della domanda d’estradizione in presenza di un fascicolo terribilmente vuoto. Il 27 settembre 2002, la Digos romana risponde inviando copia delle agende, nonché gli estremi delle carte di credito e dei codici Imei dei telefonini cellulari sequestrati, e informa Giovagnoli che lo «zainetto marca Samsonite» era stato trasmesso presso l’ufficio del dottor Vitello, titolare del decreto di sequestro. Il 30 novembre 2002, alle ore 12.30, lo zainetto si trova negli uffici del nucleo operativo dei carabinieri di Bologna, dove viene sottoposto a ricognizione.

Com’era finito lì?
La risposta ce la dà Giovagnoli stesso, in una lettera che il 2 novembre aveva indirizzato al dirigente della Digos romana: «Facendo seguito al colloquio presso codesto ufficio del 11.10.2002 – scrive il sostituto procuratore bolognese – chiedo che vogliate trasmettere a questo ufficio per il tramite della polizia giudiziaria Digos, lo zaino nonché la copia del disco per personal computer sequestrati al detenuto in riferimento e della consulenza tecnica disposta sullo stesso disco, nonché di altri atti eventualmente compiuti nell’ambito dello stesso procedimento». Stupisce questo ossessivo attaccamento a un banale portacomputer, dalle pareti rigide e imbottite, che non è destinato ad allargarsi a sacco come un normale zaino da spalla, che dunque non lo è anche se alcuni vorrebbero che fosse. C’è da parte del sostituto procuratore di Bologna una sorta di feticismo compulsivo che ricorda la coperta di Linus, quell’infantile oggetto di transizione che ha preso il posto dell’orsacchiotto o del succhiotto, spesso sinonimo d’infanzia infelice.
Eppure i telefonini, le carte di credito, le agende telefoniche sono tradizionalmente risorse fondamentali per le indagini. Veri e propri tesori informativi. Come mai in questo caso non destano nessun particolare interesse? Ma perché da essi non emerge nulla. Anzi solo prove difensive. Le schede ricaricabili Sim non sono attivabili in Italia. Gli stessi telefoni non funzionano con carte italiane, mentre il traffico telefonico non conduce oltre il giro dei familiari. Le carte di credito funzionano solo Oltralpe. Le agendine sono stracolme di nomi francesi, oppure di giornalisti e addirittura di qualche politico italiano. Quanto all’agenda di lavoro, essa suscita solo imbarazzo negli inquirenti. Infatti, nei giorni che precedono o che coincidono con l’attentato sono annotati numerosi e precisi impegni e appuntamenti. Sono tutti molto dettagliati, quindi verificabili, come[…] gli impegni per il 13, il 14 (lezione all’università, sala b 235, ore 16.30-19.00) […]

di blu c'è solo un bel cielo

Camoscio: di blu c’è solo un bel cielo

Insomma, gli inquirenti avevano in mano una mole enorme d’elementi e spunti d’indagine per verificare da subito, senza particolari difficoltà, i suoi spostamenti in quei giorni del marzo 2002. Peraltro sarebbe bastato chiedere a lui stesso, cosa che al contrario non hanno mai fatto, neanche quando decisero di ascoltarlo come teste informato sui fatti, il 12 febbraio 2003. Periodo nel quale la procura cercava ancora di nascondere le proprie intenzioni. Capziosamente invece si sono solo interessati ai computers presenti nella sua abitazione ed a quelli di due suoi vecchi amici, di cui uno ex coimputato, presso i quali hanno cercato tracce probatorie collegate alle sue attività. Il postulato accusatorio li conduceva a cercare il suo fantasma in Italia e ignorare la sua presenza fisica in Francia.

1/ segue

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Negato il permesso all’ex Br Paolo Persichetti per il libro che ha scritto

Esilio e castigo, restroscena di una estradizione /2

Estratti dal libro Esilio e castigo, Paolo Persichetti, La città del sole edizioni 2005


Retroscena di una inchiesta e manipolazioni attorno alle indagini condotte dal “gruppo di lavoro sull’omicidio di Marco Biagi” e dalla procura di Bologna

Capitolo VII – “Blu come un camoscio” /Seconda parte

 

Questo accecamento colpevolista è all’origine di un grottesco episodio d’omonimia. Il 23 gennaio 2003, Giovagnoli invia la Digos nell’abitazione di un’attivista romana, già attenzionata in precedenti indagini e confusa con la sorella di uno dei suoi amici perquisiti. Nessuno in procura e in questura si era preoccupato di verificare la reale consanguineità tra i due. La semplice omonimia bastava agli inquirenti, a cui non sembrava vero di aver finalmente trovato il “contatto” tra Persichetti e ambienti ritenuti “filoeversivi”, così da poter avvalorare lo sgangherato teorema della centrale francese. Ovviamente la perquisizione non darà alcun esito, perché i due non si conoscevano affatto. Se gli investigatori avessero controllato meglio, invece di lasciarsi sopraffare dall’abusiva correlazione fra due cognomi identici, si sarebbero accorti dell’errore maldestro.

La vera sorella dell’amico di Persichetti si chiamava Nicoletta, come era facile rilevare anche dall’agendina telefonica a lui sequestrata, e non Paola, coma la donna perquisita. Ennesima dimostrazione dei metodi approssimativi di un’inchiesta incapace d’accertamenti banali, quanto essenziali, per evitare scambi di persona. Ancora una volta, però, l’errore era figlio di postulati che non solo sfuggivano a qualsiasi verifica, ma addirittura si avvalevano di farneticanti invenzioni e contraffazioni della realtà. Solo grazie all’indagine difensiva condotta dall’avvocato Francesco Romeo, nel giugno 2003, verranno finalmente depositate agli atti sedici testimonianze che dettagliano ad abundantiam i suoi movimenti e le sue attività nel periodo incriminato. Le annotazioni presenti nell’agenda trovano così ampi riscontri a cui si aggiungeranno anche nuove circostanze, come la “cena politica” del 19 marzo al Marais, o gli appunti forniti da alcuni studenti sulla lezione tenuta il 14 marzo. Insomma, un piccolo campione, selezionato unicamente per esigenze di sinteticità, di quanto la procura avrebbe potuto raccogliere se solo avesse avuto l’intenzione di accertare la verità e non di fabbricare un colpevole. Ma ormai a Bologna sono obnubilati. Non possono tornare indietro. Tengono stretta la preda che hanno inventato. Ogni loro passo successivo è viziato dalla necessità di legittimare il postulato iniziale. C’è una compresenza di elementi diversi tra investigatori e magistrati che dà luogo a un impasto surreale, una sinergia che non funziona e che risponde a strani imput.
Il gruppo di lavoro su Marco Biagi è un coacervo estemporaneo d’incompetenze e limiti che si sommano l’un l’altro. Lo dirige l’ex capo della mobile veneziana, un funzionario assolutamente digiuno d’inchieste sui gruppi sovversivi, senza background culturale sul fenomeno. Non conosce le storie di quei movimenti, le loro filiazioni, le differenze culturali, confonde le sigle, sottovaluta le scissioni, ignora la discontinuità decisiva del decennio 90. Per lui e per gli altri “mobilieri” un ex brigatista vale l’altro, le sigle si equivalgono, pure quelle scomparse da più di un decennio. Le resuscitano, attribuiscono intenzioni, riscrivono biografie e identità pur di far coincidere la realtà con i loro pregiudizi e la loro ignoranza. Quelli delle Digos non sono da meno. Anche loro sono malmessi dopo che alla fine degli anni 80 il fenomeno della lotta armata si è estinto. Molte “memorie storiche” sono andate in pensione, i nuovi non hanno esperienza, si sono fatti le ossa con l’hooliganismo degli stadi e qualche centro sociale. Non sanno leggere i documenti, altrimenti saprebbero quello che gli autori dei nuovi attentati ribadiscono da tre anni in tutte le salse: siamo gli Ncc, più qualche altro raccolto per strada, abbiamo ripreso la bandiera delle Br-Pcc di cui intendiamo proseguire il percorso interrotto – la cosiddetta “continuità oggettiva” – e le Br-Pcc a cui guardiamo non sono quelle della «ritirara strategica»(1) dell’82, ma quelle della prima posizione fuoriuscite dalla rottura organizzativa dell’84-85. In un manoscritto di dodici pagine a circolazione interna e nel quale si delinea in piena franchezza il bilancio fallimentare del «rilancio» della lotta armata avvenuto con l’azione D’Antona, documento citato dal Corriere della sera del 18 maggio 2004 e ritrovato dalla Digos nel dicembre 2003, all’interno del deposito che le «nuove Br» avevano predisposto in tutta fretta in via Montecuccoli a Roma, dopo il conflitto a fuoco del marzo precedente sul treno Roma-Arezzo, si può leggere: «Noi storicamente non siamo le Br-Pcc ma gli Ncc[…] le Br-Pcc appartengono al proletariato, sono state il suo strumento politico-organizzativo e la classe vi si riconosce, per cui anche la non appartenenza politico-organizzativa dà un diritto-dovere di riprenderne il cammino».
Quelli delle Digos non sono da meno. Anche loro sono malmessi dopo che alla fine degli anni 80 il fenomeno della lotta armata si è estinto. Molte “memorie storiche” sono andate in pensione, i nuovi non hanno esperienza, si sono fatti le ossa con l’hooliganismo degli stadi e qualche centro sociale. Non sanno leggere i documenti, altrimenti saprebbero quello che gli autori dei nuovi attentati ribadiscono da tre anni in tutte le salse: siamo gli Ncc, più qualche altro raccolto per strada, abbiamo ripreso la bandiera delle Br-Pcc di cui intendiamo proseguire il percorso interrotto – la cosiddetta “continuità oggettiva” – e le Br-Pcc a cui guardiamo non sono quelle della «ritirara strategica»(1) dell’82, ma quelle della prima posizione fuoriuscite dalla rottura organizzativa dell’84-85. In un manoscritto di dodici pagine a circolazione interna e nel quale si delinea in piena franchezza il bilancio fallimentare del «rilancio» della lotta armata avvenuto con l’azione D’Antona, documento citato dal Corriere della sera del 18 maggio 2004 e ritrovato dalla Digos nel dicembre 2003, all’interno del deposito che le «nuove Br» avevano predisposto in tutta fretta in via Montecuccoli a Roma, dopo il conflitto a fuoco del marzo precedente sul treno Roma-Arezzo, si può leggere: «Noi storicamente non siamo le Br-Pcc ma gli Ncc[…] le Br-Pcc appartengono al proletariato, sono state il suo strumento politico-organizzativo e la classe vi si riconosce, per cui anche la non appartenenza politico-organizzativa dà un diritto-dovere di riprenderne il cammino».

A Bologna, Vittorio Rizzi spiega ad un giornalista che lo intervista in posizione genuflessa (Repubblica del 26 ottobre 2003) che l’inchiesta è ripartita dalla «indagine di sistema», come prescrive il manuale del piccolo detective. In sostanza «riapri i faldoni, rileggi una per una le carte, verifichi vecchie intuizioni, misuri se una connessione logica valida ieri lo sia ancora oggi o se il tempo non l’abbia contraddetta. Rileggi tutto. Ma proprio tutto» ma non capisci nulla perché non hai le basi, perché non è come acchiappare spacciatori, rapinatori, mafiosi, prosseneti o mariti che menano alle mogli. Insomma postulano che tutto venga dal passato, che qualcuno tiri le fila, magari da lontano, protetto in qualche santuario e invece i “nuovi” sono lì, sotto il loro naso che girano indisturbati da tre anni. E così ripescano vecchi fascicoli, si interessano a “latitanti” che potrebbero tranquillamente incontrare in strada, nei posti di lavoro, in ritrovi pubblici se solo facessero un salto a Parigi. Rileggono impolverati dossier, incollano A 4 sui muri, giocano ai rebus e ai quiz ma dimenticano di consultare le emeroteche, le videoteche, le librerie, dove informazioni sui rifugiati e i loro interventi pubblici non mancano di certo. È vero, non sono topi di biblioteca. Loro guardano i film di Starki e Hutch. Hanno il grilletto facile e sfondano le porte. Non pensano, menano… quando gli riesce, come a Genova. E così focalizzano l’attenzione su Persichetti. È un quarantenne, condannato per un processo della fine degli anni 80. Uno degli ultimi, dunque per forza deve sapere qualcosa. Poco importa che non abbia mai avuto nulla a che vedere con le Br-Pcc nella sua traiettoria giudiziaria. Potrebbe aver mutato idea. Le posizioni politiche si cambiano come le maglie delle squadre di calcio, pensano i “mobilieri”. E poi Persichetti è scappato in Francia, vuol dire che aveva cattive intenzioni e non che volesse risparmiarsi vent’anni di galera. situazione non ci sono solo degli investigatori che al massimo potrebbero rimpiazzare i Dupont presenti nei fumetti di Tintin, c’è anche un magistrato molto particolare, che è lì, se è vero quel che ha scritto Il Messaggero del 31 ottobre 2003: «Con il dolore e la rabbia di chi si è visto portare via un carissimo amico[…]. Un’amicizia di tanti anni, quelli della giovinezza, del matrimonio e della nascita dei figli, che Marco Biagi e Paolo Giovagnoli hanno visto crescere e diventare grandi insieme fino a quella tragica sera». Se ciò trovasse conferma – e l’assenza di ogni smentita suona come silenzio-assenso (2) – ci troveremmo di fronte a una insostenibile sovrapposizione di ruoli tra funzioni della pubblica accusa e interessi della parte civile. Verrebbe offuscata la fiducia nella serenità interiore del magistrato e atroce sarebbe la sensazione di vedere il diritto penale ridotto a escrescenza della Sharia islamica, la procura di Bologna in un avamposto talebano.
Ormai l’indagine contro Persichetti ha assunto un valore identitario e recedere, quando si è andati troppo oltre nell’ipotesi accusatoria, equivarrebbe a riconoscere un errore dalla portata troppo grande: il fallimento del teorema che lega vecchie e nuove Br e nega ogni discontinuità. Non mollare vuol dire dunque attaccarsi a ciò che resta: al portacomputer. Ed è qui che assistiamo a un evento miracoloso, l’improvvisa modificazione cromatica dello zaino che ne stempera il pigmento. D’altronde l’Italia è il paese delle madonne che lacrimano sangue, degli eczemi che si trasformano in stigmate. Perché stupirsi se anche la miscredente Bologna viene finalmente toccata dal segno divino?
Ad aggravare la situazione non ci sono solo degli investigatori che al massimo potrebbero rimpiazzare i Dupont presenti nei fumetti di Tintin, c’è anche un magistrato molto particolare, che è lì, se è vero quel che ha scritto Il Messaggero del 31 ottobre 2003: «Con il dolore e la rabbia di chi si è visto portare via un carissimo amico[…]. Un’amicizia di tanti anni, quelli della giovinezza, del matrimonio e della nascita dei figli, che Marco Biagi e Paolo Giovagnoli hanno visto crescere e diventare grandi insieme fino a quella tragica sera». Se ciò trovasse conferma – e l’assenza di ogni smentita suona come silenzio-assenso (2) – ci troveremmo di fronte a una insostenibile sovrapposizione di ruoli tra funzioni della pubblica accusa e interessi della parte civile. Verrebbe offuscata la fiducia nella serenità interiore del magistrato e atroce sarebbe la sensazione di vedere il diritto penale ridotto a escrescenza della Sharia islamica, la procura di Bologna in un avamposto talebano. Ormai l’indagine contro Persichetti ha assunto un valore identitario e recedere, quando si è andati troppo oltre nell’ipotesi accusatoria, equivarrebbe a riconoscere un errore dalla portata troppo grande: il fallimento del teorema che lega vecchie e nuove Br e nega ogni discontinuità. Non mollare vuol dire dunque attaccarsi a ciò che resta: al portacomputer. Ed è qui che assistiamo a un evento miracoloso, l’improvvisa modificazione cromatica dello zaino che ne stempera il pigmento. D’altronde l’Italia è il paese delle madonne che lacrimano sangue, degli eczemi che si trasformano in stigmate. Perché stupirsi se anche la miscredente Bologna viene finalmente toccata dal segno divino?
Una sprovveduta quarantenne con l’hobby delle passeggiate canine si trova così travolta in una storia troppo grande per le sue fragili spalle. Questa volta sono i carabinieri che entrano in azione quasi a voler bilanciare la loro assenza fino ad ora riscontrata nelle indagini. Un po’ di luci della ribalta spettano anche a loro. Chiamano la teste, la pressano, gli suggeriscono delle risposte, la condizionano. Se la lavorano insomma. E per lei è difficile dire di no. Tentenna, è esitante, non ricorda bene, ma alla fine finisce per sottoscrivere sempre la versione che l’Arma ha già confezionato. In una deposizione del 23 marzo 2002, di pochi giorni successiva all’attentato, quando la memoria era ancora fresca e i ricordi non ancora inquinati da pressioni successive, aveva raccontato di «uno zainetto color camoscio» portato in spalla da un individuo sospetto.
Il 30 novembre, sette mesi dopo, viene messa davanti a quattro borse, tra cui quella di Persichetti trafugata dalla procura romana. La messa in scena orchestrata è perfetta. Non c’è un solo zaino chiaro tra tutti quelli esposti. Addirittura una delle borse ha una forma allungata (come quelle sportive) con la cintola a tracolla. Un altro zaino è bicolore. Restano, in effetti, due sacchi in tinta unita. Uno è nero, l’altro è quello bleu marine di Persichetti. Siamo di fronte a quella che in gergo viene definita “tecnica a imbuto”, concepita per incanalare testi sovente fragili e sprovveduti, ansiosi di testimoniare il loro dovere di cittadini, ossequiosi delle istituzioni, e nella fattispecie delle uniformi. Nonostante gli sforzi predisposti per sollevarla dal peso del dubbio, la nostra testimone resta estremamente titubante. Sentiamola:
«Posso dire che il ricordo dello zaino che la persona portava a spalle non è molto nitido, comunque nella forma e nel colore può avvicinarsi ai primi due zaini che mi avete mostrato contrassegnati dai n° 1 e 2 [quello nero e quello blu di Persichetti, NdA].
Sicuramente il colore dello zaino non era molto scuro [e certo aveva parlato di color camoscio, nda] e per questo può avvicinarsi al secondo zaino, contrassegnato dal n° 2 [quello di Persichetti, NdA].»
Ma sì, perché non averci pensato prima? Il blu è meno scuro del nero, per questo può tranquillamente definirsi un colore chiaro. Di questo passo anche la notte più buia sarà splendente come il sole a mezzogiorno. Giovagnoli, riassumendo l’episodio nel rapporto inviato al GIP per chiedere il rigetto dell’istanza di dissequestro presentata dalla difesa nell’aprile 2003, scrive con imperturbabile candore: «La teste il 30-11-2002 ha riconosciuto lo zaino sopraindicato come quello portato dalla persona da lei notata nei pressi della casa del professor Biagi».
Vero, come un camoscio blu.

Tra gli inquirenti più daltonici spicca Vittorio Rizzi, “tutto chiacchiere e telefonini”, attuale capo della Mobile romana

Paolo Giovagnoli

Daltonico d’eccellenza: Paolo Giovagnoli

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Esilio e castigo, retroscena di una estradizione-1
La polizia del pensiero – Alain Brossat
Bologna, l’indagine occulta su Persichetti e il caso Biagi
Paolo Giovagnoli, quando il pm faceva le autoriduzioni
Paolo Giovagnoli, lo smemorato di Bologna
Storia della dottrina Mitterrand
Negato il permesso all’ex Br Paolo Persichetti per il libro che ha scritto

Note

1) Nei primi mesi del 1982, dopo il fallimento del sequestro del generale statunitense James Lee Dozier, le torture inflitte ai militanti catturati e le ondate di arresti che seguirono, quel che resta delle gruppo dirigente delle Br-Pcc lancia la proposta di una «ritirata strategica» che, prendendo atto delle dure sconfitte militari subite, avrebbe dovuto avviare una riflessione sulle prospettive della lotta armata e sulla necessità di ritornare ad un rapporto più interno con i propri settori sociali di riferimento.

2) In effetti, a conclusione dell’arringa pronunciata durante il processo in corte d’assise, Paolo Giovagnoli abbandonandosi ad alcuni istanti d’emozione ha ricordato questa amicizia.

2/ fine

 

Bologna, l’indagine occulta su Persichetti e il caso Biagi

La montatura – Bologna, l’indagine occulta su Persichetti e il caso Biagi

Giovanni Bianconi
Corriere della sera, 20 maggio 2003 – Pagina 15

ROMA – L’ unica persona indagata ufficialmente dalla Procura di Bologna per l’ omicidio del professor Marco Biagi è Nadia Desdemona Lioce, la brigatista che si rifiuta di rispondere alle domande dei giudici e continua a lanciare proclami di lotta armata. Ma agli atti dell’ inchiesta ci sono tracce di una sorta di indagine occulta, per lo stesso delitto, su un altro nome noto dell’ eversione italiana, seppure di epoca diversa. Il quale, al contrario della Lioce, ha sempre dichiarato di non aver nulla a che fare con le nuove Br. L’ inchiesta parallela riguarda Paolo Persichetti, già militante del gruppo fuoriuscito dalle Br chiamato Unione dei comunisti combattenti, condannato a 22 anni e mezzo di prigione per l’assassinio del generale Giorgieri (1987), arrestato l’ estate scorsa a Parigi dopo dieci anni di latitanza trascorsi per lo più alla luce del sole, e rispedito in patria in meno di 24 ore. Dalla fine di agosto Persichetti è rinchiuso in un carcere italiano su iniziativa – si scopre ora – della Procura di Bologna che, tentando di risalire ai killer di Biagi, mise sotto controllo anche i suoi telefoni parigini. L’ex brigatista non è stato iscritto nel registro degli indagati né allora né dopo. Tuttavia gli investigatori hanno continuato a svolgere accertamenti sul suo conto in gran segreto, come sarebbe normale se successivamente Persichetti non fosse stato interrogato dal pubblico ministero titolare dell’ inchiesta sulla morte di Biagi in qualità di semplice testimone, senza alcun cenno alle attività in corso. Quando fu arrestato in Francia, il 25 agosto 2002, Persichetti aveva con sé uno zainetto blu sequestrato dai magistrati romani e poi «prestato» (non è chiaro a quale titolo) a quelli di Bologna, dove si trova tuttora. L’ultima risposta all’avvocato Francesco Romeo che assiste l’ex-brigatista è del 2 aprile scorso, e leggendola si scopre che proprio lo zaino è il motivo dell’ indagine occulta. Biagi fu ucciso sotto casa nel marzo 2002, e una donna raccontò di aver notato una persona aggirarsi nella zona qualche giorno prima del delitto. «Non l’ avevo mai visto prima – disse la signora C.C., che abita nelle stesse strade -, e l’ho incontrato per ben tre volte: il pomeriggio di giovedì 14 marzo, la mattina di domenica 17 e verso le 18,30 del lunedì 18». Biagi fu assassinato martedì 19. La donna fece l’identikit di un uomo tra i 30 e i 40 anni, statura e corporatura media, capelli castani un po’ ricci, barba di qualche giorno. «L’ho sempre visto con delle riviste e uno zainetto», aggiunse. Cinque mesi più tardi, quando i telegiornali trasmisero le immagini di Persichetti arrestato in Francia, i carabinieri di Bologna si ricordarono di quell’ identikit e telefonarono alla signora C.C. per chiederle se riconosceva nell’ ex brigatista il personaggio che aveva visto aggirarsi intorno a casa Biagi. La donna era in vacanza, rispose che non aveva visto né la tv né i giornali ma promise di farlo. Tornata in città telefonò ai carabinieri per dire di «essere rimasta impressionata dalla somiglianza» tra l’ uomo che aveva visto e la foto pubblicata da un quotidiano, «in particolare per la capigliatura e i tratti somatici del viso». Passano tre mesi. Alla testimone vengono fatti vedere quattro zainetti, tra i quali quello di Persichetti, per verificare se riconosce quello portato in spalla dal personaggio misterioso. La donna ammette che il suo ricordo «non è molto nitido», però indica i primi due «per forma e colore» e poi, «siccome il colore non era molto scuro» dice che «può avvicinarsi al secondo zaino». Cioè quello di Persichetti. I carabinieri pongono le stesse domande a un altro testimone, B.F., che pure aveva descritto un personaggio sospetto intorno all’ abitazione di Biagi con i capelli ricci e la barba incolta, ma l’ uomo non riconosce le foto di Persichetti. Il quale ha detto e scritto molto contro il terrorismo delle nuove Br, fin dai tempi del delitto D’Antona, e non viene informato degli accertamenti a suo carico. Nemmeno il 12 febbraio 2003, quando il pm Giovagnoli va a interrogarlo sul delitto Biagi come «persona informata dei fatti». Al magistrato Persichetti manifesta il proprio stupore, «in quanto io sono stato condannato per un fatto di terrorismo avvenuto molti anni fa, compiuto da un’associazione diversa dalle Br-partito comunista combattente che hanno rivendicato l’omicidio di Biagi». Il pm tace sull’ identikit che gli rassomiglierebbe e sul riconoscimento dello zainetto, non chiede di eventuali spostamenti nel periodo del delitto. Usa il «testimone» Persichetti come fosse un consulente, e quello risponde: «Non mi sono potuto fare nessuna idea di chi siano le persone che fanno parte delle Br che hanno rivendicato gli omicidi D’Antona e Biagi. Posso solo darne una valutazione politica… Sono un gruppo poco forte militarmente ma che suscita grande allarme politico e mediatico, quindi utili a chi ha interesse ad un clima di emergenza». Considerazioni piuttosto semplici e comuni, ma Persichetti – che come tanti altri ex-terroristi non ha mai voluto mescolarsi a pentiti e dissociati – precisa: «Peraltro voglio dire che se pure conoscessi qualche elemento utile all’individuazione degli autori dei due più recenti omicidi non lo direi perché non voglio essere considerato un delatore o una spia. Comunque si tratta di un’ affermazione meramente ipotetica, perché ripeto di non avere nessuna informazione di tal genere». Il pm gli chiede di vari personaggi, compresi Nadia Lioce e Mario Galesi, ma Persichetti replica: «Non li ho mai conosciuti». Nei mesi successivi cominciano le richieste per la restituzione dello zainetto, la risposta dei pm è negativa. Nei prossimi giorni sono previste le udienze davanti ai giudici di Roma e Bologna per ottenerne il dissequestro. E forse si saprà se l’indagine occulta contro l’ ex-brigatista non indagato è finita o prosegue.

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Esilio e Castigo, retroscena di una estradizione -2
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Erri De Luca: Lettera a un detenuto politico nuovo di zecca

“Persichetti, hanno bisogno di te

Erri De Luca
il manifesto
5 settembre 2002


Vedi Paolo, questi poteri hanno bisogno di te. I detenuti politici, gli sconfitti antichi della lotta al terrorismo sono invecchiati. Da loro non si riesce più a spremere nessuna gratificazione di essere i loro vincitori. Per l’anno venturo duemilatre, è vero, sono previsti circa quattro film sul rapimento Moro per l’occasione del quarto di secolo, ma sono appunto film ed è intanto passato un diluvio di anni di prigione per i responsabili. Di loro e di tutti gli atti di lotta armata si sa tutto, ma si finge di non saperli ancora fino in fondo, per mantenere il fascino di un opera al nero che ancora sobbolle. Ora hanno urgente bisogno di carne fresca da mettere a frollare nelle celle dei nemici. Tu quarantenne sei quanto di meglio offre il mercato. Sei la selvaggina allevata nella semiprigionia dell’esilio francese, quella selvaggina indifesa che nella stagione di caccia viene impallinata nelle riserve. Cosa importa che si tratta di atti remoti, gli ultimi della stagione terminale della lotta armata? Cosa importa che tu oggi sia uno straniero rispetto a quel suolo? Tu sei la nuova preda della gratificante lotta al terrorismo che da noi alimenta successi personali. Come in Israele fanno carriera politica i generali, così da noi l’hanno fatta e la fanno i magistrati addetti alla specialità. Oggi l’Italia e l’occidente hanno bisogno ossigenante della giustificazione. Che diritto abbiamo di approfondire lo scarto della nostra ricchezza, del dominio sulle scorte di aria, acqua e suolo del pianeta, che diritto per alzare barriere e barricate contro le povertà? Abbiamo il diritto di una società in pericolo, minacciata di distruzione dal terrorismo, che perciò può giocare in difesa le sue carte peggiori e compattare il fronte interno. Persone come Fallaci e Glucksmann fanno bene a iscriversi alla nuova specie protetta della civiltà in pericolo. Il loro numero zero parte dal ground di Manhattan, il mio dall’abissale sottozero della gran parte della terra.
Ma quale indulto, ma quale amnistia? Qua serve il rinnovo del personale prigioniero. Quello in garanzia da più di venti anni è in scadenza. La Francia ha tenuto in fresco per noi tutta una bella fetta di rimandati, da poter punire oggi come nuovi. Oggi possono cominciare ergastoli per reati politici di trent’anni fa, che pacchia di vittoria, che teste incanutite da impagliare. Da noi il rancore dopo decenni è ancora intatto, fresco di giornata.
Non riescono a ottenere un solo spiffero sui casi sospesi, un paio di tristi omicidi di funzionari ministeriali isolati e disarmati. Senza soffiate non sono buoni a chiudere neanche l’indagine di Cogne, dopo trecento perquisizioni alla casetta da parte di tutta la squadra scientifica e scienziata.
Vedi Paolo, non sei la retroguardia di una schiera di vinti stravinti, ma il tratto d’unione con i futuri sconfitti da imbalsamare vivi in prigioni abitate ormai solo da stranieri. Perché gli italiani sono sempre innocenti. Sei la primizia di nuove carriere fondate sulla deportazione di altri uccelli da gabbia. Che importa che non siete canarini, che non cantate perché non sapete niente dei motivetti nuovi? Conta che siate lì, nei ceppi esposti dell’ultima gogna contro il terrorismo.
Di recente mi hanno chiesto con sincero stupore come mai avevo scritto la prefazione al libro di Scalzone e tuo Il nemico inconfessabile. Oggi le parole, i libri tornano ad avere il rispettabile peso del sospetto, e una prefazione può già fornire il brivido del reato associativo. Oggi mi sento associato ai residui penali degli anni settanta e ottanta molto più di prima e molto più di una prefazione. Avrei l’ambizione di scriverne la conclusione.
Vedi Paolo non ho consolazioni per te, non posso darti il benvenuto nella tua città turbata dal ritardo del campionato di calcio e dalla zanzara tigre. Ti mando queste righe attraverso uno dei due o tre giornali che in Italia accettano questi argomenti. Ti auguro la più profonda anestesia.

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Erri De Luca, lettre à un detenu politique flambant neuf