Anni 70: “Ci chiameremo la Brigata rossa”

Libri – Qui Brigate rosse – Il racconto, le voci, Vincenzo Tessandori, Baldini Castoldi Dalai (pp. 782, e22) marzo 2009

Vincenzo Tessandori, per anni inviato della Stampa, mette nero su bianco una «cronaca ravvicinata» della nascita, dello sviluppo e della sconfitta delle Brigate rosse. Riscostruisce le azioni, i progetti, le crisi del gruppo con una preoccupazione di metodo: «Ho cercato di lasciare fuori da queste pagine l’alluvione chiamata “dietrologia”, che certo ha un suo fascino e un suo forte sapore, ma nient’altro che la giustifichi».

Una trattoria sui monti del Reggiano con Curcio & C. Qui nascono simbolo e il primo nome delle future Br
di Vincenzo Tessandori

La nascita dell’organizzazione fu decisa altrove, sui monti del Reggiano. Quel luogo mi venne mostrato da Tonino Loris Paroli «Pippo», un operaio di Reggio Emilia, uno della colonna Mara Cagol, che ha scontato sedici anni di carcere, ma non per reati di sangue, divenuto più tardi apprezzato pittore. Riferii il suo racconto su La Stampa del 24 ottobre 1991: «L’incontro è “da Gianni”, a Costaferrata di Casina, sulle colline aspre fuori Reggio, quota 650, di fronte ai resti nobili del castello di Matilde di Canossa. Verde e tranquillità, atmosfera familiare, cucina invitante, lambrusco schietto e allegro: anche la rivoluzione ha le sue sane esigenze.
«Perché fra riunioni, dibattiti, discussioni, piani, confronti, litigi, orazioni, deliri, assemblee, canti, analisi, tesi, scazzi, sintesi, accuse, controaccuse, seminari, progetti, sogni e utopie nell’estate del 1970, un’era remota, al ristorante “da Gianni” nacquero le Brigate rosse. Tutto è rimasto come allora. Tonino Loris Paroli, che ha oggi 47 anni, in quei giorni c’era e ha un ricordo nitido. […] “Quello fu un vero congresso, durò dal lunedì al sabato”. C’erano i duri di Reggio, quelli “dell’appartamento” e “c’era Sinistra proletaria” quasi al completo, i compagni erano venuti da Milano, da Trento, da Genova, due da Torino.” Come Curcio e Cagol, come Franceschini e Prospero Gallinari, alla fine del seminario anche lui avrebbe scelto la clandestinità. Fa parte del “gruppo storico” dell’organizzazione e nel 1975 viene arrestato a Torino, dove si è trasferito per svolgere il lavoro nel “fronte di massa”.
«È il primo brigatista rosso libero per “fine pena”. […] Lo hanno condannato a trent’anni: “Un po’ per i fatti delle Br, soprattutto per le ingiurie ai magistrati durante i processi”, spiega. I cancelli del carcere si sarebbero dovuti aprire dopo il Duemila, ma la magistratura milanese ha riconosciuto la continuazione dei reati. Gli piace ridere, ha il carattere estroverso dei contadini emiliani: “Sono rimasto sedici anni in frigorifero”, scherza, ma subito puntualizza: “Non ci sono state parti civili contro di me, insomma, non ho né ferito né ammazzato”. Quando lo arrestano le Br hanno ucciso una sola volta, a Padova: “Era stato un incidente e, comunque, nessuno negò il fatto. Una caratteristica dell’organizzazione era rivendicare tutto, anche le cose che potevano risultare dannose. Insomma, come ha detto qualcuno, la verità è rivoluzionaria. Sinceramente non so se in situazioni diverse avrei sparato oppure no”.
«Quell’estate era calda. I “compagni”, una settantina, si erano sistemati in molte case del paese. Avevano chiesto aiuto anche al parroco, don Emilio Manfredi, allora quarantanovenne. “Ma poi la canonica l’avevano lasciata da parte”, ricorda il sacerdote. “Di quelle riunioni vennero avvertiti anche i carabinieri, il maresciallo s’informò se disturbavano, poi non si occupò più della faccenda. Mah!, e pensare che fra loro c’erano tutti quelli dei quali si sarebbe parlato per anni. In ogni modo, ragazzi seri, anche troppo, taciturni, a volte stavano tutti insieme, altre si dividevano in gruppetti, per boschi e campi.” Talvolta le discussioni sembravano risse. “Ma quando parlava Curcio piombava il silenzio. Al contrario, Mara, sua moglie, non era un’oratrice: fece soltanto un mezzo intervento.” Intorno all’una, tutti “da Gianni”, spossati: dalla fatica di preparare la rivoluzione, dalle lunghe ore trascorse al sole e dalle passeggiate sui colli che qualcuno viveva quasi fossero le marce attraverso la Sierra Madre in compagnia di Fidel, di Camillo Cienfuegos ma, soprattutto, del Che. Il Diario del Che in Bolivia era un best-seller e il Piccolo manuale del guerrigliero urbano, del brasiliano Carlos Marighella, era un testo sacro. “La nostra giungla, dicevamo, sarebbe stata la metropoli e non la selva del Vietnam.” Più avanti, in una di quelle strette gole senza eco, Loris, Renato e Mara avrebbero provato le prime armi. I dibattiti dei futuri brigatisti partivano dalla crisi dell’estrema sinistra, dopo l’attentato di piazza Fontana. Entravano vocianti nel locale e subito il tono delle discussioni si affievoliva. Li attendevano Gianni Incerti e la moglie Anna. “Ma sì, ci avevano detto che erano venuti per motivi di studio e infatti davano l’impressione di esser studenti. Ma dopo un paio di giorni abbiamo dubitato un po’, ‘non ce la raccontano mica giusta’, ci siam detti. Dopo mangiato si ammucchiavano nel salone, chiudevano le finestre, parlavano da soli, fitto fitto, a voce bassa.” Ma pranzo e cena erano un momento di gloria collettiva. […] Ricorda l’Anna che il menu era “robusto”. Appena dopo il coro di Bella ciao arrivavano gli antipasti misti: salame nostrano, salsicce, prosciutto crudo, i “ciccioli” micidiali e un frizzantino da far impallidire anche il ricordo di Lenin. Poi i primi: tortelli di bietola caserecci, lasagne, cannelloni, cappelletti in brodo.
[…] «Così per giorni. Le Brigate rosse non erano ancora nate ufficialmente, ma qualcuno già si dava da fare per trovare simbolo e sigla della futura organizzazione». Si pensò alla stella. Ricorda Franceschini: «Come simbolo scegliemmo quella dei Tupamaros uruguayani. Ma non riuscivamo a farla regolare, ci veniva sempre sbilenca, tanto che un giorno proposi: “Perché non la lasciamo così?” Decidemmo d’inscriverla in un cerchio e, per il disegno, avevamo bisogno di qualcosa facilmente a portata di mano: si pensò alla moneta da 100 lire, nacque così il nostro “marchio”». Bisognava trovare un nome al gruppo. Un giorno di settembre del 1970, mentre a Milano rincasava in 500 col marito Renato Curcio, ragionando ad alta voce su come chiamare il gruppo, Margherita Cagol osservò che il primo «atto di guerriglia in Europa» era stata la liberazione di Andreas Baader, in Germania, ad opera della Raf, la Frazione Armata Rossa. «Nel nostro caso Armata mi sembra eccessivo. Ma brigata mi piace: brigata rossa.»

Link
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Italie, le theme du complot dans l’historiographie contemporaine – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand

Un maggio lungo dieci anni

Libri – Il Nemico inconfessabile, Paolo Persichetti, Oreste Scalzone, Odradek 1999

Capitolo secondo – Un maggio lungo dieci anni

Altro era il fare convulso che mi raccontavi e che conteneva, secondo quanto mi dicevi, parte di un mondo futuro […] Era un modo di battersi. Non si chiedeva di essere d’accordo con un progetto, solo darsi alle lotte. Furono case vuote che vennero occupate, pigioni che non si pagarono più, bollette di elettricità bruciate in piazza. Si impedivano le ritorsioni degli stacchi, degli sfratti. Si era smesso di pagare i conti, si passava a esigere. Quando finiva il tempo della lotta, con risultato buono o cattivo, si cominciava da un’altra parte […] Non eravamo convenienti, il nostro metodo era l’urto, tecnica faticosa per ottenere anche poco, a volte niente. Però procurava peso. C’è un tempo della vita in cui un uomo vuol poggiare al suolo una pianta larga, un passo non leggero. Non per pestarlo, ma per caricarlo con tutto il corpo. In quegli anni nessuno voleva essere lieve. Urgeva una diversa gravità che cambiò l’andatura di molti […] Negli anni degli urti nessuno voleva essere più alto, più magro, nemmeno più sano: ridevano volentieri le bocche sdentate […]
Erri De Luca, Aceto, Arcobaleno. 1497_1497

1. Quando si guarda alla storia italiana degli anni 70, quando si affronta quella lunga stagione di sovversione politica e sociale, il pensiero corre in ritirata, la profondità diventa pesantezza e l’intelligenza lascia il posto alla piattezza. Allora ogni considerazione indugia sovente più al giudizio che alla riflessione. Un lungo maggio rampante tamtamizzato, disseminato, ha attraversato per intero gli anni Settanta, tra insurrezione e controinsurrezione, persistenze e resistenze, protraendosi fino ai soprassalti degli anni 80. Questa contestazione sociale generalizzata ha avuto il suo epicentro nell’insorgenza selvaggia di un vero potere operaio, il cui fulcro, nel contesto della regolamentazione fordista e della produzione taylorista, è stato rappresentato dalla fanteria degli operai massa(1). Questi ultimi erano costituiti per la maggior parte da terroni, omologhi dei turchi alla Volkswagen, dei pachistani della Gran Bretagna, dei magrebini a Billancourt. Terroni i cui padri, annessi in un’epoca relativamente recente, erano stati assimilati e italianizzati a forza, prima col sistema fiscale dei Savoia, poi attraverso il battesimo del fuoco e del sangue – nel fango delle trincee della Grande Guerra – in regioni dove gli abitanti parlavano una lingua a loro straniera.

Origini lontane dell’anomalia italiana
2. Bisogna considerare le specificità del processo di costruzione, sulle spalle del corpo sociale, di uno Stato-nazione fabbricato dall’alto sulla società civile, le società dell’antico paese dalle cento città. E poi, risalire alla questione delle masse cattoliche, al «non expedit»(2), all’Italietta, al fascismo, alle avventure coloniali, alla guerra persa. E ancora, al «compromesso storico» ante litteram dei grandi partiti di massa: la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, coppia opposta, associati e antagonisti di due egemonie. Il mito fondatore della Repubblica fu dunque il Risorgimento, ma l’Assemblea costituente risultò talmente ossessionata dalla volontà di rilegittimare il modello centralista, da scartare il federalismo e facilitare l’avvio della «partitocrazia». Da un lato, il Piano Marshhall, lo scudo crociato Libertas, la Chiesa, la Nato, il Mercato comune; dall’altro, l’attesa della rivoluzione, la telenovela dello Sputnik(3), e sulla terra, il valore del lavoro e il lavoro come valore, una sorta di “calvinismo del capitale variabile”. La gestione, insieme, di un’economia mista sulla base della dialettica tra difesa del lavoro e iniziativa del capitale, come riflesso privilegiato della diarchia geopolitica definita a Yalta: il «bipartitismo imperfetto», il «fattore K», la «dottrina Sonnenfeldt»(4) – l’elemento di sovradeterminazione geopolitica che ha congelato l’Italia, permettendo più di quaranta anni di equilibrio eccezionale(5) – e il «consociativismo»(6) (cioè l’associazione dell’opposizione comunista ai poteri e alle decisioni come compenso all’impossibilità dell’alternanza). E ancora, la configurazione ideologica e politica assunta in Italia dalla contro-rivoluzione stalinista: il togliattismo(7), il «nazional-popolare», un misto di machiavellismo, di spirito contro-riformista, di filosofia della storia – necessariamente idealista – di egualitarismo e di collettivismo verso il basso (l’egualitarismo dei «più uguali degli altri», il comunismo degli uomini non comuni, il comunismo cratico invece del comunismo critico), e un’ibridazione profusa, tra le quali l’eredità dello storicismo hegeliano versione Benedetto Croce, o dell’attualismo di Gentile(8).

Originalità della sovversione sociale italiana nel contesto europeo

3. Nel dopoguerra, a partire dagli anni cinquanta, cominciò un enorme trasferimento interno di forza-lavoro dovuto alla nemicoinconfessabile2domanda generata dalle rapide forme di sviluppo del capitalismo italiano. Il vecchio operaio professionale, a forte spessore ideologico, dotato di una memoria storica legata alla Resistenza, si fuse progressivamente con la nuova figura dell’«operaio massa». I nostri «arabi» alla Fiat erano loro, con la differenza che essi possedevano una carta d’identità italiana e non erano dunque sottomessi al ricatto dell’espulsione, e inoltre potevano comunicare alla catena di montaggio con lo stesso medium linguistico. Questa «rude razza pagana», massa arrabbiata di giovani meridionali sottratta al tradizionale controllo della Chiesa esercitato nelle campagne, incontrò la scuola della lotta di classe nelle fabbriche del nord e la tradizione del sovversivismo rivoluzionario della Resistenza. S’innescò così una miscela esplosiva(9). I fatti del «luglio 60»(10). e quelli di Piazza Statuto nel 1961(11), furono le prime grandi manifestazioni di autonomia operaia del dopoguerra. Due episodi che assunsero il ruolo simbolico di apertura dei cicli di lotte che condussero agli anni 70. Questi due momenti rappresentarono l’affacciarsi sulla scena delle nuove generazioni operaie che si andavano formando nel tessuto sociale metropolitano: i giovani dalle «magliette a strisce» e i nuovi «operai di linea», carichi di una rabbia sociale nuova, un’insofferenza per la tradizionale rigida morale operaia e la prospettiva di una vita di fabbrica, sotto l’influenza di culture giovanili che trovavano spazio tra le pieghe della società dei consumi che si approssimava. Fece irruzione una nuova immaginazione del conflitto e una fantasia delle forme di lotta che sorprese e scavalcò le organizzazioni tradizionali del movimento operaio e della sinistra(12).

4. Questo vero e proprio contro-potere si esprimeva prima di tutto attraverso l’assalto al reddito e la critica pratica del lavoro. Un contro-potere che si presentava come una potenza di, opposta ai poteri su. Era l’espressione di un alto livello d’indipendenza, dunque di virtuale autonomia. Questo forte antagonismo operaio agiva come embrione di un potere alternativo: scioperi a oltranza e scioperi selvaggi, cortei di officina, occupazioni e insubordinazione operaia, forme dure di lotta che avevano modificato i rapporti di forza. La gerarchia del comando capitalista era rimessa in discussione, le vecchie commissioni interne vennero sostituite dai consigli di fabbrica, la cui spinta radicale fu ben presto normalizzata con la loro trasformazione in strutture di base dalle confederazioni sindacali, attraverso la formazione del sindacato dei consigli(13). L’esperienza dei Cub (Comitati Unitari di Base(14) in alcune grandi fabbriche, che vede la classe operaia trasformarsi in soggetto, segno di una forte spinta di autonomia, è alla base delle rivendicazioni sociali economicamente più sovversive, come la rottura del legame tra aumento del salario e incremento della produttività. Il salario diventa così una variabile indipendente dalla produttività(15). Gli operai escono dalla fabbrica, occupano i centri urbani e si legano agli altri settori di classe: studenti, senza-casa, donne. L’intera società si infiamma. Lo scontro sociale tocca livelli altissimi. La massa delle ore di sciopero, i grafici del conflitto, la dimensione quantitativa e qualitativa del confronto, mostrano tetti mai raggiunti nei decenni precedenti. Il che spiega come un’epoca in cui l’autonomia del politico aveva trovato nel «compromesso storico» la sua realizzazione più ardita, avesse come riflesso speculare e vitale una furibonda autonomia del sociale.

Gli anni 70: l’autonomia del sociale contro l’autonomia del politico
potere-operaio-democrazia-e-il-fucile-in-spalla-agli-operai5. È l’epoca dell’unione sacra, che ha conosciuto il suo apogeo al momento del «compromesso storico» e dell’«unità nazionale», nell’ipertrofia del regime dei partiti, dello Stato dei partiti sostituitosi allo Stato sociale(16). Al suo posto si ebbe, o la potenza delle lotte sociali – il «Vogliamo tutto»(17) – oppure, i corporativismi incrociati: le strutture sindacali e politiche del «Movimento operaio» istituzionale, che esercitavano il ruolo di padrini sociali sulla forza lavoro; o la balena bianca, partito-madre, partito-regime, partito-Stato, che è stata la Democrazia cristiana. La quale, a suo modo, era anche partito-Stato sociale con la sua politica di redistribuzione “a pioggia” dei redditi in cambio di consenso elettorale, una specie di versione clientelare del keynesismo(18). Oltre trent’anni di potere avevano trasformato la dc in un partito-società, fotocopia della maggioranza sociale del Paese, agglomerato di classi, corporazioni, ceti, lobbies, che in essa trovavano il luogo della rappresentanza e della mediazione dei loro interessi. Al suo interno c’erano la destra e la sinistra sociale, una miscela di modernità e tradizione. Con un rapporto di egemonie concatenate l’una all’altra, Dc e Pci gestivano ognuno la propria sfera: ai democristiani quella superiore che controllava l’esecutivo, gli esteri, gli interni, la politica economica, la difesa; ai comunisti la forza-lavoro e la cultura. Persino all’interno degli organi repressivi dello Stato – dove carabinieri e polizia erano sempre rimasti rigidamente controllati dalla dc, si aprivano spazi per la presenza di uomini legati al Pci. Nella magistratura inquirente, soprattutto; ovvero tra quei sostituti procuratori che hanno avuto un ruolo chiave nel supplire all’incapacità di risposta politica dello Stato alla sovversione sociale montante. Questa «gestione simbiotica» dello Stato e della società civile trovò un cemento ulteriore, una legittimità ideologica, nella gestione dello stato di emergenza antiterrorista. La sovversione politica e sociale che cresceva in quegli anni fu anche il primo grande nemico del consociativismo e della partitocrazia.

La tribù delle talpe
6
. La prima metà degli anni 70 è caratterizzata dal proliferare di numerose formazioni extraparlamentari che si lanciano in una rissosa disputa concorrenziale nel tentativo di occupare lo spazio politico apertosi, dopo il ‘68, alla sinistra del Pci. La 1210173228798_14-negri_potere_operaiostagione degli anni 60, sotto la spinta di un clima internazionale caratterizzato dallo sviluppo di numerosi «movimenti di liberazione nazionale», anticolonialisti e antimperialisti, di fronte all’effervescenza teorica e ideologica legata alla nascita o alla ripresa di diverse scuole marxiste, aveva visto formarsi numerosi gruppi e organismi marxisti-leninisti, operaisti, trotzkisti, consiliaristi, situazionisti, bordighisti, anarchici e maoisti. Il ‘68 e sopratutto l’offensiva operaia del ‘69, danno vita a un nuovo «ceto politico» che si struttura nella decisione di fondare l’«organizzazione rivoluzionaria». Ha origine così un’inflazione di «partitini» in rivalità aperta sullo stesso terreno sociale e nello stesso spazio politico. Le ragioni della loro rapida ascesa e soprattutto della folgorante caduta sono molteplici e complesse; un nodo decisivo fu certamente quello che venne a costituirsi verso la metà degli anni 70. La radicalizzazione estrema delle lotte sociali aveva generato, per effetto anche del «compromesso storico», una unipolarizzazione dello spazio politico. Il ventaglio delle opzioni strategiche percorribili si era assai ridotto. La rottura violenta, l’approfondimento di un tragitto radicalmente sovversivo – linea che al tempo stesso teorizzava e assecondava una spinta sociale violenta, di rottura, proveniente dal basso, dalle fabbriche e dalle periferie urbane – fu il progetto, l’elemento di demarcazione e di selezione (che si manifestò in forme diverse e concorrenziali), scelto dalle formazioni che intendevano ancora proseguire un percorso politico autonomo, non subalterno e incisivo. Il Collettivo politico metropolitano (a partire dalla quale nasceranno le Br) sarà il primo a intraprendere in modo risolutivo questa strada; qualche anno dopo, sull’onda dell’occupazione di Mirafiori del 1973 sarà la volta di Potere operaio, che aveva già una importante struttura di «lavoro illegale» attiva fin dai primi momenti degli anni 70. Lotta continua, il gruppo con più forte séguito di massa, resta invece lacerata da un contrasto di fondo. Una linea che radicalizza lo scontro, sostenuta dalla frazione operaia e da parte del servizio d’ordine – attratti dalla scelta combattente – si oppone a quella del gruppo dirigente che, una volta superate le oscillazioni del ‘72-’73, spinge per trasformare il movimento in partito, teorizzando l’ingresso nell’area istituzionale. Lotta continua traverserà una lunga crisi che si concluderà con il suo scioglimento nell’autunno del 1976. I maoisti di Servire il popolo, l’organizzazione-sètta, una struttura tra le più burocratiche e verticali degli anni 70 (essa programmava la vita dei suoi militanti, la morale, persino i comportamenti sessuali), con un certo séguito proletario nel meridione, si sfalderà sotto l’insorgenza della «nuova soggettività militante»(19) espressa dal movimento del ‘77. Altrove l’Mls, il Manifesto, Avanguardia operaia, Pdup, ripropongono modelli che oscillano tra posizioni ultrastaliniste e «rivisitazioni togliattiane verniciate di maoismo» e rivalutano «figure ed epoche storiche del movimento comunista italiano, da Gramsci alla Resistenza»(20). Convinti che il tema centrale fosse la battaglia contro il terrorismo di Stato, la «strategia della tensione»(21) e il «fanfascismo»(22), questi gruppi concentravano tutta la loro attenzione sulle battaglie democratiche e civili perdendo contatto con le lotte sociali e la fabbrica. «I “gruppi” non hanno una strategia di fabbrica, i loro militanti sono esposti all’epurazione, vengono spesso licenziati o si autolicenziano o s’imboscano nel sindacato»(23). Nelle grosse concentrazioni operaie del Nord solo le formazioni clandestine riescono a proteggere per lungo tempo la loro sottile rete organizzativa. Le formazioni extraparlamentari sopravvissute al movimento del ‘77 vengono gradualmente assorbite nel «sistema dei partiti» fino a dar vita a esperienze di tipo parlamentare come quella di Democrazia proletaria(24), protrattasi fino alla fine degli anni 80. «Nell’autunno del ‘73 mentre sulla fiat occupata sventolano le bandiere rosse, i “gruppi” hanno già di fatto concluso il loro breve ciclo»(25).

La fine dell’innocenza
7. L’ammutinamento crescente, propagatosi di settimana in settimana, da una città all’altra, la contestazione di massa potopdell’intera istituzione sociale, di ogni relazione di potere, avevano prodotto una situazione preinsurrezionale. La risposta alle aggressioni brutali della polizia aveva permesso di verificare la possibilità della violenza collettiva. A quel punto essa fu considerata come inevitabile e propria delle epoche rivoluzionarie. Per alcuni gruppi divenne l’atto costitutivo della propria azione politica. In ogni caso essa partecipò alla radicalizzazione delle forme di lotta. Potere contro potere, a lungo andare è la forza che decide. Non sarebbe necessario ritornare ai classici della teoria politica(26), per capire che un movimento sovversivo multipolare, disseminato e prolungato negli anni, abbia suscitato un livello di scontro che dilagò in forme dure di violenza sociale e politica. Tra il 1947 e il 1969, 171 persone, per la maggior parte operai e contadini, vennero uccise dalle forze dell’ordine durante manifestazioni, picchetti di sciopero, e occupazioni di terre(27), tanto che il Pci di allora aveva richiesto il «disarmo delle forze di polizia in attività di ordine pubblico». Si trattava di un’epoca in cui al massimo i manifestanti si armavano di pietre. Questo stillicidio di morti ha rappresentato il costo del mantenimento dell’ordine pubblico in tempo di pace. Nel corso degli anni Settanta l’irruzione sociale della forza ha rimesso in discussione il monopolio della violenza detenuto dallo Stato(28). Ci sarebbe stato da stupirsi se fosse accaduto il contrario; in quel caso una simile assenza avrebbe posto un vero problema teorico(29).

NOTE
1. Operai di linea addetti alla catena di montaggio, differenziati, per livello contrattuale e mansioni, dagli operai specializzati.
2. Nel marzo 1871 il Vaticano, che non riconosceva formalmente lo Stato unitario italiano, introdusse la formula del non expedit (letteralmente, “non giova”, “non conviene”). Essa impediva ai cattolici di partecipare alle elezioni politiche. Questo divieto perdurò per oltre trenta anni e fu abbandonato progressivamente nel primo decennio del 1900 (patto Gentiloni, alleanza tra cattolici e liberali di Giolitti) soltanto per arginare lo sviluppo tra le masse popolari del Partito socialista. L’11 febbraio 1929 ci fu il reciproco riconoscimento tra Stato Pontificio e Stato fascista.
3. Primo satellite spaziale. Fu messo in orbita dai sovietici nel 1958.
4. Il riferimento è a Helmut Sonnenfeldt, politologo statunitense di marca moderata, consigliere per gli affari europei della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato. La sua dottrina prevedeva l’impossibilità di accesso del Pci al governo e la strutturazione del sistema politico in una sorta di “conventio ad excludendum” (patto per l’esclusione) tra tutte le restanti forze politiche.
5. L’Italia non è stata affatto un paese instabile dal punto di vista istituzionale, come una parte della pubblicistica di scuola liberale (contraria al sistema elettorale proporzionale e alla “democrazia dei partiti”) ha sostenuto. Cambiavano i governi ma le leve del potere politico sono rimaste saldamente nelle mani dello stesso partito per oltre quaranta anni.
6. Il primo a utilizzare il modello di “democrazia consociativa” alla fine degli anni 60 è lo studioso olandese Arend Lijphart. Essa consiste “in una fondamentale cooperazione a livello delle élites con lo scopo deliberato di combattere le tendenze disgregratrici del sistema”, Arend LIJPHART, “Typologies of democratic System”, (in Comparative Political Studies, n. 1, 1968) e “Consociacional Democracy” (in World Politics, n. XXI, 1969). La tesi è ripresa e proposta in italia da Gianfranco PASQUINO, “Il sistema politico italiano tra neoriformismo e democrazia consociativa”, in Il Mulino, luglio-agosto 1973. Il termine è impiegato nella sociologia politica nord-americana (”consociational democracy“), in modo particolare negli studi consacrati al fenomeno del “pluralismo segmentato”. Queste ricerche, incentrate su una sorta d’analisi degli aggregati macropolitici, hanno messo in luce le forme di regolazione ed equilibrio costituite tra “blocchi” ideologico-culturali contrapposti che permettono la stabilità politica e la sopravvivenza del sistema. Consociational Democracy, Political accomodation in segmented societies, Toronto, MacRae, 1974. In Italia la tematica è stata successivamente sviluppata da Luigi GRAZIANO in “Compromesso storico e democrazia consociativa. Verso una nuova democrazia?”, in AA.VV., La crisi italiana, Torino, Einaudi, 1979, vol. II; e poi da Alessandro PIZZORNO, in “Le difficoltà del consociativismo” in ID., Le radici della politica assoluta, Milano, 1993, pp.285-313. Alain Rouquié annovera questa forma politico-sociale alle situazioni di “democrazia non concorrenziale”: Alain ROUQUIE, “Analyse des élections non-concurrentielles” in Des élections pas comme les autres, PUF, 1986. Una realtà non concorrenziale era sicuramente il contesto italiano nel quale si è diffuso il ricorso all’impiego del termine “consociativismo” o “consociazione”, per indicare una pratica d’associazione alla spartizione e cogestione del potere estesa anche all’opposizione in assenza di possibilità d’alternanza. Il Pci come la Dc erano dei partiti capaci d’esprimere potenza sociale accumulata e capacità d’egemonia. La consociazione raggiunse il suo apice come corollario del “compromesso storico” ma poi sopravvisse alla sua crisi e si autonomizzò. Privata d’orpelli ideologici essa divenne una pura pratica di spartizione del potere (tra il 1975 e il 1991, il 93% dei progetti di legge furono approvati in concertazione nelle commissioni parlamentari, per accordo tra Dc e Pci, senza essere passati per le Camere) e delle risorse, pubbliche e occulte, a livello locale e nazionale (accesso comune al sistema delle tangenti come fonte di finanziamento indistinto della maggioranza e dell’opposizione).
7. Ci si riferisce a Palmiro Togliatti, Segretario generale del Komintern negli anni trenta, e del Pci dalla Liberazione alla sua morte (1964). L’idea di “governare anche dall’opposizione”, di realizzare un riformismo senza potere, cioè da una posizione politica subordinata, e che rappresentava in qualche modo il marchio di origine della Repubblica italiana, fu l’adattamento togliattiano allo schema bipolare che riproduceva una ripartizione delle influenze dentro la società.
8. La cultura di sinistra, grazie alle improvvise vocazioni “marxiste” provocate dalla caduta del fascismo e diluite nell’ecumenismo nazional-popolare di marca togliattiana, aveva raccolto l’eredità di gran parte dell’intellighenzia di formazione crociana o gentiliana, compresa tutta la covata frondista del fascismo d’ispirazione “bottaiana”. (Giuseppe Bottai era ministro della Cultura Popolare, minculpop, del regime fascista).
9. Questo nuovo soggetto “non rispetta nessuna delle regole dello sciopero conosciute, ne inventa anzi nuove. Come lo sciopero a “fischietto”, in cui a un segnale convenuto il lavoro viene interrotto senza preavviso (storicamente questo metodo di lotta è stato anche chiamato gatto selvaggio)”. In Nanni BALESTRINI, Primo MORONI, L’orda d’oro, Milano, Sugarco edizioni, 1988, p. 67.
10. Un governo monocolore democristiano presieduto da Fernando Tambroni, sorretto dall’appoggio esterno del Msi, ebbe la fiducia del Parlamento. La scelta da parte del Msi di tenere il suo congresso in una città della Resistenza come Genova serviva per misurare la reazione del paese a una apertura all’estrema destra. Fu un insurrezione. Dieci lavoratori uccisi in manifestazioni di strada; il rinvio del congresso del Msi, l’esplodere di manifestazioni in più città, la caduta del governo Tambroni e la sua sostituzione con il governo Fanfani, “leader” della sinistra democristiana, furono il risultato della mobilitazione popolare.
11. Per tre giorni e tre notti, il 7, 8, 9 luglio 1961, in un susseguirsi di scontri durissimi tra manifestanti e forze di polizia affluite in massa da diverse città e regioni limitrofe, la sede torinese della Uil fu accerchiata dai lavoratori che protestavano contro un accordo separato firmato da quel sindacato d’ispirazione socialdemocratica con la direzione Fiat nel tentativo di sabotare lo sciopero contrattuale che aveva bloccato l’intera città di Torino.
12. Questi mutamenti della composizione di classe furono osservati e analizzati con grande acutezza dalla scuola operaista, nata agli inizi degli anni 70. La scuola operaista ebbe il pregio di rivitalizzare e rinnovare l’analisi marxista della società italiana rattrappita sotto il peso dell’egemonia idealista diffusa dalla vulgata nazionalpopolare di scuola togliattiana. La culla dell’operaismo furono i Quaderni Rossi, rivista fondata a Torino da Raniero Panzieri, esponente della sinistra Psi, vicino alle posizioni di Rodolfo Morandi, già direttore di Mondo Operaio. Dopo i fatti di Piazza Statuto, all’interno dei Quaderni Rossi si produsse una rottura tra quanti ritenevano maturi i tempi per un intervento autonomo nelle lotte operaie e quanti invece intendevano continuare a svolgere una prevalente attività di ricerca sociologica (Panzieri, Alquati, Rieser). Nel 1964 nasceva Classe Operaia, mensile politico degli operai in lotta che conduceva un nuovo tipo di ricerca parallelo al “lavoro politico” nel tentativo di definire gli strumenti d’intervento contro il “piano capitalistico”. Classe Operaia, raccogliendo la precedente esperienza di Cronache Operaie, aveva unificato una serie di fogli d’intervento politico locale: Cronache Operaie di Quaderni Rossi e Gatto Selvaggio (Torino), Potere Operaio (Milano), Classe Operaia (Genova), Potere Operaio (Marghera-Venezia). All’interno di Classe Operaia presero forma tre tendenze che sfociarono in una decisiva rottura nel ‘66: la prima, che voleva collocare l’ipotesi operaista nel tessuto del Movimento operaio storico, dentro il Pci (Alberto Asor Rosa, Massimo Cacciari, Mario Tronti, Rita Di Leo). Posizione che sfociò all’inizio degli anni 70 nella teorizzazione dell’”autonomia del politico”; la seconda, a dominanza neo-leninista, che scelse l’opzione dell’intervento nel movimento reale, dando vita a “Potere Operaio” locale, in area veneto-emiliana, è nel ‘69 cofondatrice de La Classe e subito dopo di “Potere Operaio” nazionale. A Toni Negri, che aveva fatto l’esperienza dei Quaderni Rossi e di Classe Operaia, si aggiunsero Enzo Grillo e Gaspare De Caro, Luciano Ferrari Bravo, Sergio Bologna, Franco Piperno e Oreste Scalzone, e molti quadri operai, come Augusto Sbrogiò e Italo Finzi e tanti altri). Per un breve periodo vi fu un tentativo di coesistenza e ricerca teorica comune in Contropiano. La terza tendenza di matrice marxiano-libertaria, animata da Gianfranco Faina e [?]Dellacasa (che ruppero fin dal ‘64), Riccardo D’Este e Gianni Armaroli, diede vita a “l’Organizzazione Consiliare” e “Commontismo”. Fortemente influenzata dal consiliarismo, da “Socialisme ou Barbarie” e dall’Internazionale situazionista, fu al centro del ‘68 genovese, ebbe un peso importante a Torino ed ebbe uno sbocco organizzativo in Ludd-Consigli proletari.
13. Una sintesi corredata da documenti è presente in Nanni BALESTRINI, Primo MORONI, L’orda d’oro, cit. cap. VI, p. 177-190.
14. I primi Cub si formano verso la primavera ‘68 nella lotta contro le gabbie salariali, che dividevano la classe in zone territoriali e in categorie diverse, e nella rivendicazione della riforma del sistema pensionistico. Un altro elemento interessante è il nuovo tipo di rapporto politico costruito col movimento degli studenti che entrano a far parte dei Cub con pari dignità dei militanti operai. Gli studenti non restano più fuori dei cancelli ma diventano parte integrante della elaborazione della strategia di lotta anticapitalista. La fabbrica si apre all’esterno e l’esterno entra in fabbrica, producendo uno scambio di saperi e di esperienze che daranno luogo a un alto livello di maturità politica.
15. “Più salario e meno orario”, per ridurre lo sfruttamento.
16. In Italia, d’altra parte, non si realizzò mai un vero Welfare, un Sozial-Staat, un État providence, negli anni del “compromesso fordista” del dopoguerra.
17. Nanni BALESTRINI racconta, attraverso la testimonianza di uno di questi operai, come la loro generazione si renda padrona del proprio destino, sconvolgendo i metodi e le culture precedenti; vedi, di Balestrini, Noi vogliamo tutto!, Milano, Feltrinelli, 1971.
18. J.M. Keynes (1883-1946), economista inglese. La sua teoria, che ha contraddistinto tutta la fase espansiva dello sviluppo capitalistico dal dopoguerra fino alla metà degli anni 70, prevedeva il rilancio economico attraverso l’accrescimento della domanda effettiva, sostenuta con politiche statali d’investimento e finanziamento di lavori pubblici, redistribuzione e allargamento del reddito per incrementare il consumo interno e dunque la produzione. Il controllo del sistema bancario, della Cassa per il Mezzogiorno e di alcuni ministeri (Lavori pubblici, Partecipazioni statali, Agricoltura, Industria, Poste e Telecomunicazioni) forniva alla Democrazia cristiana e ai suoi alleati un immenso serbatoio di risorse per poter gestire l’elargizione di finanziamenti e redditi sulla base dello scambio occulto: accesso al reddito e alle risorse pubbliche in cambio di consenso elettorale e politico; patto con i ceti industriali del nord e i grossi gruppi monopolistici, cresciuti in un contesto di economia protetta e sovvenzionata.
19. Sergio BOLOGNA, La tribù delle talpe, Milano, Feltrinelli, 1978.
20. Idem.
21. A partire dal 1969 fino a oltre la metà degli anni 70, l’Italia è vittima di una serie di attentati dinamitardi, nelle stazioni, sui treni e nelle piazze. Citiamo qui quelli più cruenti: 12 dicembre 1969, una bomba esplode all’interno della sede di Milano della Banca Nazionale dell’Agricoltura, situata in piazza Fontana (16 morti e 88 feriti); 22 luglio 1970, Gioia Tauro, un treno, la Freccia del Sud, viene fatto deragliare (6 morti e 50 feriti); 31 maggio 1972, Peteano, un’autobomba esplode contro una pattuglia di carabinieri (3 morti e un ferito); 22 ottobre 1972, una catena di attentati è organizzata contro treni e linee ferroviarie per impedire la grande manifestazione operaia a Reggio Calabria, organizzata dalle confederazioni sindacali per riconquistare l’agibilità politica nella città controllata dalle bande fasciste protagoniste della rivolta municipale per “Reggio capoluogo”; 28 maggio 1974, un ordigno esplode in Piazza della Loggia a Brescia durante un comizio sindacale (8 morti e 94 feriti); 4 agosto 1974, San Benedetto val di Sambro, sul treno Italicus (linea Firenze-Bologna) esplode l’ennesima bomba (12 morti e 105 feriti); 2 agosto 1980, Bologna, stazione centrale, una bomba di enorme potenza distrugge la “sala d’attesa” della 2a classe: 85 morti, 177 feriti. Emerse subito il ruolo di depistaggio realizzato dai servizi e la copertura politica fornita dai governi. Nel corso dei venti anni successivi, decine e decine d’indagini giudiziarie non hanno mai fornito risultati soddisfacenti. La fine del conflitto bipolare ha consentito la riapertura di alcuni dossier, grazie a un accesso più libero alla documentazione riservata; è emerso così il ruolo primario giocato da alcuni ambienti Nato nell’ideazione e nella organizzazione della “strategia della tensione” finalizzata a una “stabilizzazione moderata” dell’Italia.
22. Slogan, inventato da Lotta continua, che individuava lo storico leader e notabile democristiano Amintore Fanfani come punto di riferimento di una svolta autoritaria.
23. Sergio BOLOGNA, La tribù delle talpe, cit.
24. Nell’aprile 1978 si svolse il congresso di fondazione di Democrazia proletaria.
25. Op. cit.
26. Dalla metafora di Plauto “homo homini lupus”, ripresa da Hobbes, alla citazione di Matteo, XL, 12, “il Regno dei Cieli soffre violenza, e i violenti se ne impossessano” – cosa che fa dire a Hobbes “il regno di Dio si ottiene con la violenza” (Leviatano, XV) – i riferimenti storico-letterari in materia sono numerosi. Per attenerci ai soli teorici della politica più conosciuti, ancora una volta Hobbes (Leviatano, XIII: “la guerra non consiste solamente nella battaglia e nel combattimento effettivo, ma in quello spazio di tempo in cui la volontà di affrontarsi in battaglia è sufficientemente concreta […] si deve tener conto nella natura della guerra della nozione di durata […] allo stesso modo la natura della guerra non consiste in un combattimento effettivo, ma in una disposizione concreta, che va in questo senso, fintanto che non c’è certezza del contrario”. Per Machiavelli, Marx, von Clausewitz (per il quale “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”), Lenin e Schmitt, l’assenza di ostilità non è che una neutralizzazione provvisoria del conflitto. Per alcuni la guerra sussiste in modo permanente, come carattere della natura umana (da Machiavelli alla teoria delle pulsioni aggressive di Freud); per altri si manifesta – come regolatore ultimo dei rapporti sociali – in due forme: una latente, a bassa intensità (guerra di posizione); l’altra nella forma dichiarata (guerra classica) o del conflitto aperto (guerra sociale).
27. Secondo un calcolo fatto da Cesare BERMANI in, Il nemico interno. Guerra civile e lotte di classe in Italia (1943-1976), Roma, Odradek, 1997, pp. 308-313, nel periodo che va dal 1945 alla fine dell’80 sono stati uccisi dalla polizia nel corso di manifestazioni, scioperi e rivolte 200 dimostranti. 26 sono state le vittime subite da polizia e carabinieri, di cui ben 18 uccisi nell’insurrezione di Ragusa del gennaio 1945.
28. Gli anni che vanno dal 1977 al 1980 sono caratterizzati dai ripetuti divieti di manifestare che perdurano per lunghi mesi. Le manifestazioni pubbliche del “movimento” nella gran parte dei casi non sono autorizzate. Le autoconvocazioni hanno un carattere immediatamente illegale (si veda la morte di Giorgiana Masi, giovane militante femminista, uccisa il 12 maggio 1977 a Roma con un colpo sparato – come sostenuto da gran parte della stampa – da agenti di polizia in borghese). Nella memoria delle generazioni che hanno traversato quegli anni resta viva l’immagine della polizia dispiegata nelle strade e delle autoblindo che presidiavano le piazze.
29. “La violenza non appartiene alla patologia, ma alla fisiologia del sistema democratico-capitalistico reale (come a quella di ogni altro sistema e di ogni organismo vivente)”, Emanuele SEVERINO, Sistema traballante, violenza fisiologica (dopo gli attentati terroristici), Corriere della Sera, 3 marzo 1993.

L’inutile eredità del Pci: consociativismo e compromesso storico

Una eredità che non serve

Paolo Persichetti
Liberazione
18 febbraio 2009 (versione integrale)

Serve ancora il comunismo? O meglio serve ancora l’eredità del Pci al rilancio di una prospettiva anticapitalista e comunista? Nei giorni scorsi (per esattezza il 3 febbraio 2009) sulle pagine di Liberazione si è aperta una discussione del genere. Un dibattito che segnala il profondo arretramento culturale che sta attraversando questa formazione politica. Nella seconda metà degli anni 80 si discusse molto attorno alla nozione di consociativismo, introdotta da alcuni storici per riassumere la condotta politica che aveva contraddistinto e presupposto l’azione del Pci a partire dal dopoguerra. n1421273877_48513_3439

Sulla valenza esplicativa del concetto convergevano buona parte degli studiosi. Divergenze invece esistevano sulla scansione temporale nella quale la pratica consociativa avrebbe trovato spazio. Per alcuni la consociazione aveva caratterizzato la politica italiana fin dall’immediato dopoguerra. I fautori di questa tesi leggevano all’interno di questo paradigma l’originario patto costituzionale e il sostanziale duopolio con il quale Dc e Pci si erano suddivisi l’influenza sull’Italia, in un contesto geopolitico sovradeterminato dalla guerra fredda e dalla suddivisione in blocchi del mondo.
Per altri questa lettura era eccessiva. A loro avviso non tutte le fasi della politica italiana potevano leggersi attraverso questo accordo di fondo. Gli anni 50, in particolare, restano un momento molto conflittuale che non riesce a trovare spiegazione all’interno del paradigma consociativo che invece a partire dagli anni 60 torna gradualmente ad inverarsi, per raggiungere il suo apice nella seconda parte degli anni 70 con il compromesso storico e proseguire anche negli anni del pentapartito.

palcoNon è possibile riassumere in queste poche righe l’intera discussione storiografica. Certo è che sul piano ideologico, il consociativismo può essere letto come una concezione che ha influenzato in modo abbastanza uniforme buona parte della cultura politica del Pci (da Togliatti a Berlinguer), anche quando le fasi storiche non lo rendevano praticabile.

In ogni caso questa discussione vecchia di 20 anni portò a concludere che molta parte della crisi e del declino del Pci risiedeva proprio nei limiti della sua cultura consociativa che l’aveva portato a non comprendere e confliggere prima con il sommovimento sociale degli anni 70, percepito con fastido, come una turbativa ai propri progetti di autonomia del politico, poi a non avere più gli strumenti per fare fronte all’offensiva neoliberale deglli anni 80 e allo sfaldamento dell’era dei blocchi.

Va detto che quella cultura politica non è mai definitivamente tramontata, ma anzi è proseguita e ha trovato un suo inveramento finale nella nascita del Partito democratico, vera essenza della cultura consociativa che aveva tenuto insieme, attraverso un patto tacito di reciproca spartizione del paese, forze di matrice genericamente popolare (ma la Dc non era certo solo questo…), Democrazia cristiana e Partito comunista italiano.

*    *    *    *

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Università di Roma, 17 marzo 1977. Il movimento caccia Lama e il servizio d’ordine del Pci dal piazzale della Minerva

Una delle caratteristiche che hanno reso singolare la vicenda politica di Rifondazione comunista è stata quella specie di rivoluzione semantica che dalla sua nascita ha visto il predicato in posizione di preminenza sul soggetto. Seppur con alterne vicende, tra frenate e subitanee accelerazioni, Rifondare era un’evidenza indiscutibile di fronte alla quale, dopo la sartre77 Bolognina, anche i più restii convenivano, almeno a parole. Da quel 12 dicembre 1991 sono passati 18 anni, età in cui si diventa maggiorenni. Ma l’ingresso nell’età adulta è arrivato proprio quando la forza politica di Rifondazione è scesa al suo minimo storico. Una crisi che rischia di metterne in discussione la stessa sopravvivenza: l’uscita dal parlamento prima, un congresso devastante poi, quindi l’ennesima lacerante scissione, la crisi di Liberazione, la riforma elettorale con soglia del 4% che rischia di relegare il suo peso politico nel limbo della marginalità e dell’insignificanza, pongono interrogativi enormi. Dov’è approdata allora quella rifondazione che nelle sue premesse conteneva ambiziose intenzioni teoriche, culturali e politiche?
Per anni si sono succeduti congressi che annunciavano grandi svolte che si è visto poi senza respiro strategico e consistenza teorica, come l’ultima – in ordine di tempo – sulla nonviolenza. Spesso viziate da contenziosi interni (e guru occulti), tentativo di liquidare (giustamente ma in modo inappropriato) zavorre ideologiche che hanno sempre messo piombo sulle ali del movimento operaio. Inevaso è rimasto il nodo dello «statalismo», da cui discendono implicazioni teoriche e politiche che hanno minato le esperienze del comunismo lungo tutto il 900. Troppo profondo, troppo difficile affrontare un tasto del genere. Tuttavia, almeno negli enunciati, il predicato continuava a prevalere sul soggetto. Cercare la via della rifondazione del comunismo restava la ragione sociale del Prc. Ora non più. La rifondazione non serve, il comunismo – quello buono – c’è già. Perché rifondarlo se basta ripescarlo nelle soffitte del secolo appena chiuso? Il comunismo altro non è che la storia del Pci. Sì, il Pci, quello di Togliatti, Longo e Berlinguer (del povero Natta non si ricorda più nessuno). Questo si legge nello scambio di articoli pubblicati su queste pagine nell’edizione del 3 febbraio sotto la domanda: il comunismo serve ancora? Quale comunismo? Viene immediatamente da obiettare. E sì, perché nelle risposte di Giuseppe Chiarante, Alberto Burgio e Adalberto Minucci all’intervento di Franco Russo, ciò che più colpisce è la sovrapposizione assiomatica tra comunismo e Pci. In nessun momento Russo dice che bisogna liberarsi del comunismo. Sostiene invece che la critica anticapitalista più innovativa ed efficace che ha preso corpo in Italia dagli anni 60 in poi è nata fuori dal Pci e che questo partito nel migliore dei casi l’ha rincorsa, cercando di contenerla e normalizzarla. Il più delle volte, in realtà, l’ha osteggiata, combattuta come nemica, ritenendola un ostacolo alla propria definitiva consacrazione istituzionale. Insomma è della eredità del Pci che occorre fare a meno.
A questa tesi i suoi tre contraddittori rispondono – seppur con argomenti e stile diversi – che non c’è stato e non può esserci altro comunismo e anticapitalismo all’infuori della storia del Pci. I tre ripropongono un’anacronistica concezione proprietaria del comunismo che nelle parole di Chiarante è animata da nostalgie catto-comuniste; in quelle di Burgio da pulsioni neocarriste e in Minucci da una clamorosa boutade, per cui il Pci sarebbe stato la formazione politica «più vicina alla concezione teorica del comunismo proprio di Marx». Così, come niente fosse, viene omessa la matrice culturale del gruppo dirigente del Pci, l’hegelo-marxismo d’impronta crociana, l’influenza di Gentile, la covata bottaiana che sfornò tanti redenti, il peso dell’azionismo. Se non ci fosse stata la Bolognina, ci viene suggerito, oggi non saremmo ridotti in queste condizioni. Classico schema di ragionamento autoconsolatorio che confonde l’effetto con la causa. Esemplare, in proposito è Burgio quando afferma che la fine dell’Urss e la liquidazione del Pci non hanno fatto fare all’Italia e al mondo intero nessun balzo in avanti. Quasi a voler suggerire che lo sfondamento neoliberale, la vittoria della rivoluzione conservatrice, il trionfo delle destre e del populismo sono stati la diretta conseguenza della loro scomparsa, invece che una prova della loro inadeguatezza. L’Urss e il Pci sono implosi, non hanno retto lo scontro perché minati al proprio interno, al pari (va detto per chiarezza) delle altre culture comuniste, e in senso più ampio neomarxiste, che anch’esse non hanno retto il confronto col salto di paradigma provocato dalla fine della società fordista. Alcune, quella operaista in particolare,  hanno saputo leggere e anticipare meglio di altre quanto stava accadendo e quali sfide nuove si aprivano, ma nessuna componente (parlamentare o extraparlamentare) è riuscita a costruire una risposta politica efficace. A questo punto l’atteggiamento migliore, sul piano storico e politico, sarebbe quello di tirare bilanci critici, rompere recinti, cercare ancora e approfondire la strada di un nuovo anticapitalismo nella sua fase postfordista. Invece riemergono istinti identitari, nostalgie autoincantatorie, per giunta rivolte a percorsi politici che hanno grosse responsabilità nella sconfitta, se non altro in misura del loro peso, come la stagione catto-comunista. Un’ideologia inclusiva, un progetto che prevedeva la massima integrazione della società nello Stato, a differenza del marxismo sorretto dal valore positivo del conflitto tra capitale e lavoro e da una profonda critica verso le forme statuali. Ciò spiega le ragioni del grande successo della cultura catto-comunista nel decennio della crisi economica di fine secolo, gli anni 70, quando essa parve molto utile a fornire quel supporto ideologico necessario a giustificare la nuova cultura delle compatibilità economiche e del moderatismo politico, la famosa «austerità», che la classe operaia – in quanto «classe dirigente nazionale» – doveva assumere su di sé come esempio per il paese e lo stesso padronato. Il catto-comunismo in quegli anni rappresentò anche la cultura politica che un Pci in crisi teorica tentò di opporre alla sociologia americana, veicolata dai gruppi ideologici legati alla modernizzazione capitalista che puntarono politicamente sul craxismo. In risposta, lo storicismo idealista e il cattocomunismo trovarono una fusione comune in una sorta d’eticismo brezneviano. L’etica divenne la barricata ideologica residuale che pervase la stagione politica di Berlinguer, tutta improntata sulla «diversità comunista». Una tesi che disegnava l’alterità morale assoluta dell’uomo di sinistra rispetto al resto della società. Il capitalismo, la corruzione, i disfunzionamenti dell’amministrazione potevano trovare soluzione grazie alla tempra morale di quell’uomo nuovo che era l’amministratore comunista, finché lo scandalo delle tangenti della metropolitana milanese non riportò tutti alla cruda realtà. Ma intanto quell’eticismo favorì un atteggiamento culturale conformista e intollerante che aprì la strada alla supplenza giudiziaria della politica, chiudendo la porta alla possibilità di comprendere le radicali istanze di cambiamento e le culture innovative che i movimenti degli anni 70 sollevavano.
Davvero di questa cultura politica non abbiamo alcun bisogno.

Link
Muro di Berlino, i guardiani delle macerie
Un futuro anticapitalista è fuori dalla storia del Pci
Il secolo che viene

1982: Torture contro i militanti della lotta armata arrestati

Il 1982 è uno degli anni dove la pratica della tortura diventa sistematica. Organizzata centralmente viene realizzata attraverso l’azione di alcune squadre della polizia di Stato specificamente addestrate. La decisione era stata presa in una riunione del comitato interministeriale per la sicurezza, sotto l’impulso diretto del presidente del consiglio Giovanni Spadolini mini_torture_affiorate1

12 Gennaio 1982: Gli avvocati Edoardo di Giovanni e Giovanna Lombardi, nel corso di una conferenza stampa, denunciano le torture cui sono stati sottoposti due loro assistiti: Stefano Petrella e Ennio Di Rocco.

22 Gennaio 1982: Durante una caccia all’uomo nella zona di Tuscania, viene catturato Gianfranco Fornoni. La sua denuncua sulle torture subite troverà spazio solo su Lotta Continua e Il Manifesto. Intanto proseguono gli arresti di massa; nel mese di marzo il sottosegretario agli Interni Francesco Spinelli dichiarerà che in circa 2 mesi sono state arrestate 385 persone, con l’accusa di banda armata. Lo stesso Spinelli, riferendosi alle denuncie di tortura, con cinica arroganza afferma: “Non mi risulta che sia mai morto nessuno. Diciamo che nei confronti degli arrestati ci sono stati trattamenti piuttosto duri, ma sono cose che capitano in tutte le polizie del mondo.

Marzo 1982: Amnesty International dichiara di aver raccolto in 3 mesi una “mole impressionante” di denunce di torture in Italia. “…Tra le nostre fonti non ci sono solo le dichiarazioni delle vittime. Esistono anche lettere di agenti di polizia che lamentano la frequenza con cui la tortura verrebbe applicata a persone arrestate per terrorismo (Espresso 21-3-82)

29 Marzo 1982: Luca Villoresi, giornalista di Repubblica viene arrestato per reticenza. Aveva pubblicato un articolo, il 18 marzo, in cui venivano riportate le testimonianze anonime di due agenti che avevano visto torturare una ragazza. Questo racconto coincideva con quello di Alberta Biliato, che ha denunciato di essere stata torturata nella sede del III distretto di polizia di Mestre.

Dalla perizia del medico legale Mario Marigo, 3 febbraio 1982 Padova. Tracce di tortura compiuta con elettrodi sui genitali di Cesare Di Lenardo, militante dell Brigate rosse in carcere da 29 anni. “Qualcuno prese in mano il mio pene dalla parte anteriore e vi avvicinò qualcosa, forse un filo, attraverso il quale ricevetti una scarica elettrica. La stessa cosa fu ripetuta ai testicoli e all'inguine”.

Torture praticate agli imputati del sequestro Dozier

Sentenza di rinvio a giudizio per 7 agenti del 17 marzo 1983:

1) Genova Salvatore
2) Amore Danilo
3) Di Janni Carmelo
4) Laurenzi Fabio
5) Aralla Giancarlo
6) D’Onofrio Nicandro
7) Carabalona Massimo
8 ) Ignoti

IMPUTATI:

A) del reato di cui agli art. 110, 112 nn.1 e 2, 605/1° e 2° C.P. e 61 n. C.P. per aver illecitamente privato Di Lenardo Cesare della libertà personale, perchè in concorso fra loro prelevavano il Di Lenardo dai locali dell’ispettorato di zona del 2° Reparto Celere, dove era legittimamente detenuto in seguito all’arresto avvenuto il 28/02/82, sottraendolo a coloro che erano investiti della custodia, lo caricavano con mani e piedi legati e con gli occhi bendati nel bagagliaio di un’autovettura e lo trasportavano in una località sconosciuta, dove il Di Lenardo veniva fatto scendere e sottoposto alle percosse e minacce descritte nel capo seguente; indi lo trasportavano nuovamente (sempre nel bagagliaio) nell’area 2° del Reparto Celere e lo conducevano in un sotterraneo, nel quale il Di Lenardo era sottoposto alle percosse e alla violenza descritte nel capo seguente, al termine delle quali veniva riportato nei locali di legittima detenzione; con le aggravanti di aver commesso il fatto abusando dei poteri inerenti alle funzioni di pubblico ufficiale proprie di ciascuno, in numero non inferiore a 5 persone ed al fine di commettere il reato di cui al capo seguente; per Genova inoltre di aver promosso e organizzato la cooperazione nel reato, nonchè di aver diretto l’attività delle persone che vi sono concorse; in Padova tra le 21 e le 24 del 31.03.1982;

B) del reato di cui agli art. 56, 81 cpv., 110, 112 nn.1 e 2, 605/1° e 2° C.P in relazione all’art. 339 C.P., per aver in concorso tra loro e con altri con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso mediante violenza, consistita in percosse in diverse parti del corpo, e minaccia, consistita nell’esplosione di un colpo d’arma da fuoco e successivamente mediante violenza, consistita nel legarlo su di un tavolo, sul quale era stato steso, facendo inghiottire del sale grosso, di cui gli era stata riempita la bocca,e , permanendo lo stato di costrizione sul tavolo, venendogli inoltre impedito di respirare con il naso, facendogli ingoiare una grande quantità d’acqua che veniva continuamente versata nella sua bocca, compiuti atti idonei in modo univoco a costringere Di Lenardo Cesare a rendere dichiarazioni sui reati da lui commessi, senza però che tale evento si verificasse; con le aggravanti di aver commesso il fatto in più persone riunite, con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla pubblica funzione da ciascuno svolta; per Genova, inoltre, di aver promosso e organizzato la cooperazione di più persone nel reato;

C) del reato di cui agli art. 110, 61 n.9, 112 nn. 1 e 2, 582 C.P per aver in concorso tra loro e con altri, volontariamente cagionato a Di Lenardo Cesare, mediante le percosse e la violenza descritte al capo B, lesioni personali in diverse parti del corpo e in particolare all’orecchio sinistro; con le aggravanti di aver commesso il fatto con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla pubblica funzione da ciascuno svolta, in numero non inferiore a 5 persone; per Genova, inoltre, di aver promosso e organizzato la cooperazione di più persone nel reato;

Segni delle violenze subite dopo l'arresto nella caserma del II° reparto celere di Padova, 28 febbraio 1982

Amore, Di Janni e Laurenzi del capo
D) del reato di cui agli art. 110, 81 cpv, 61 n.9, 56 e 610 1°e 2° con. C.P. in relazione all’art. 339, per aver in concorso tra loro e con altre persone non identificate, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, con violenza consistita in percosse, nonchè nella provocazione di ustioni alle mani e in altre parti del corpo, nonché una serie di ferite provocate al polpaccio della gamba sinistra con strumenti taglienti od acuminati e nella somministrazione di scariche elettriche, mediante applicazione di strumenti idonei agli organi genitali e nella zona addominale, posti in essere atti idonei diretti in modo non equivoco a costringere Di Lenardo Cesare a rendere dichiarazioni sui reati da lui commessi nonchè sulla struttura ed organizzazione della banda armata di cui faceva parte; con le aggravanti di aver commesso il fatto in più persone riunite e con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alle qualità di pubblico ufficiale;

E) del reato di cui agli art. 110, 81 cpv., 61 n.9, 582 e 585 C.P. per avere con le modalità indicate nel capo precedente cagionato a Di Lenardo Cesare lesioni personali guarite in 20 giorni: con le aggravanti di aver commesso il fatto con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla qualità di pubblico ufficiale;

Amore inoltre del capo

F) del reato di cui agli art. 110, 610/1° e 2° co. in relazione all’art. 339, 61 n.9 C.P., perchè in concorso con altre persone non identificate, mediante violenza, consistita in percosse in diverse parti del corpo e minaccia, consistita nel preannunciarle ulteriori e più gravi atti di violenza, costretto Libera Emilia a rendere dichiarazioni sui reati da lei commessi; con le aggravanti di aver commesso il fatto in più persone riunite e con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla qualità di pubblico ufficiale

Ignoti del capo
G) del reato di cui agli art. 81 cpv., 61 n.9 e 610/1° e 2° co. C.P. in relazione all’art. 339, per avere, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, mediante violenza consistita in percosse in diverse parti del corpo, e mediante minaccia consistita nel preannunciare nuovi e più gravi atti di violenza, costretto Savasta Antonio, Libera Emilia, Frascella Emanuela, Ciucci Giovanni a rendere dichiarazioni sui reati da loro commessi; con le aggravanti di aver commesso il fatto in più persone riunite e con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla qualità di pubblico ufficiale:

Segni di elettrodi sul petto di Cesare di Lenardo riscontrati dalla perizia medico-legale

ENNIO DI ROCCO, PROCESSO VERBALE, ROMA 11 GENNAIO 1982
[Interrogatorio avanti al P.M. Domeni Sica]
“La sera del mio arresto venni condotto prima al 1° Distretto di polizia ove ricevetti, nella cella, calci e schiaffi. Poi sono stato spostato alla caserma di Castro Pretorio. Dopo circa un’ora sono arrivati tre incappucciati che hanno incappucciato anche me, mi hanno caricato su un furgone e mi hanno condotto in un luogo che non so riconoscere perchè incappucciato, ma che ritengo essere una casa. In questo luogo per la notte e il giorno successivo (per quel che ho potuto capire) sono stato – a rotazione di squadrette di 3 o 4 persone- picchiato con calci, pugni e bastonate ed in pratica in ogni modo, con le manette strette ai polsi di dietro che venivano torte. Mi è stata poi praticata una puntura al braccio destro. Poi sono stato fatto sdraiare su di un letto e coperto con due coperte, chiaramente al fine di farmi sudare. Per un periodo di tempo che non so dire, dopo che avevo subito la puntura, si sono alternate domande suadenti e botte. Non credo di avere detto nulla sotto questo trattamento.
Il giorno dopo c’è stata una nuova rotazione di percosse, sino a che non è arrivata una squadretta che ha continuato a battermi con i bastoni sulla pianta e sul dorso dei piedi e sulle caviglie; preciso che in tutto questo tempo ero legato con mani e piedi ad un letto. Sono stato picchiato anche sulle ginocchia, sul petto ed in testa. In tutto questo periodo sentivo le urla dell’altro compagno, che ritengo fosse Stefano Petrella, che però ovviamente non vedevo.
Può darsi che io dimentichi qualche altro particolare di questi tre giorni. Incappucciato e dentro a un furgone sono stato spostato in un altro edificio; dopo un viaggio di 45 minuti. Nel nuovo luogo di detenzione sono stato costretto a bere tre bottiglie di Caffè Borghetti, così mi dicevano. Mi sono addormentato e nel sonno mi facevano delle domande in relazione a cose che volevano sapere e alle quali ritengo, bene o male, di essere riuscito a non rispondere.
Può darsi che poi io abbia avuto delle allucinazioni, perchè sognavo di gridare e poi mi sono svegliato dopo essermi orinato addosso. Allora qualcuno si è avvicinato. Dopo un intervallo abbastanza lungo, durante il quale non mi è stato fatto niente, mi hanno fatto mangiare.
Subito dopo sono stato prelevato dal letto e portato in una cucina (che ho potuto intravedere attraverso le bende agli occhi). Sono stato disteso lungo su un tavolo, mi è stato tolto il maglione e la camicia e messo con mezzo busto fuori dal tavolo. Ero a pancia all’aria e avevo le mani e i piedi legati alle gambe del tavolo. Una persona mi torceva gli alluci; altri due mi tenevano gambe e braccia; un altro mi teneva il naso chiuso e mi reggeva la testa. Qualcun altro mi mandava acqua e sale nella bocca, non facendomi respirare e tentando di soffocarmi. Non so quanto tempo ciò sia durato; ad un certo momento finì l’acqua salata e cominciò quella semplice. Ho tentato di uccidermi trattenendo il respiro ma non ci sono riuscito”.

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Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture

La giudiziarizzazione della eccezione (2)

La giudiziarizzazione della eccezione (2)

Paolo Persichetti
da Carmilla on line
Pubblicato Dicembre 22, 2006 07:47 PM

Lo stato di eccezione postfordista
La «guerra asimmetrica», nuova categoria utilizzata in campo geopolitico per interpretare i conflitti dopo gli attentati del 11 settembre 2001, ha spinto l’amministrazione Bush a varare nuove modalità di applicazione dello stato di eccezione caratterizzate da misure stabili e permanenti, che pur salvaguardando regole e procedure prevedono la presenza di buchi neri, «zone grigie» in cui il confine tra legalità e illegalità resta incerto, «ambiti riservati davanti ai quali lo Stato di diritto arretra». Una sorta di doppio binario: legalità e diritti riconosciuti solo per una parte della popolazione e trattamenti differenziati per la restante.[14]

In egual modo, alcune tipologie di reato sfuggono al regime normale della legge. Un artificio che ha consentito di esportare lo stato di eccezione al di fuori dei sistemi politici territoriali e conservare all´interno delle frontiere nazionali soltanto la direzione strategica delle operazioni, disponendo una sorta di stato di eccezione extraterritoriale (in modo da poter sfuggire ai limiti eventualmente posti dalla sovranità della legge nazionale), secondo forme tipicamente postfordiste di organizzazione e divisione del lavoro repressivo: flessibile, modulabile, a macchia di leopardo, capace persino di delocalizzare ed esternalizzare le incombenze più triviali e compromettenti. Grandi agenzie private di sicurezza hanno ricevuto in appalto per i loro contractors la gestione o lo svolgimento di compiti che un tempo appartenevano alle tradizionali prerogative regie dello Stato, come la gestione di carceri, campi di prigionia, o le attività “non ortodosse” di raccolta delle informazioni.

È questo il caso dei campi di concentramento di Guantanamo e Diego-Garcia, della prigione irakena di Abu Ghraib o del «sistema di detenzione globale», la rete di prigioni segrete della Cia, sparse in Paesi compiacenti legati da accordi segreti con gli Usa,[15] nei quali risulta più agevole praticare torture e forme di imprigionamento e violazione dei diritti e delle garanzie della persona, dando vita in questo modo ad un vero e proprio mercato globale della sicurezza e ad una privatizzazione selvaggia dell’uso legittimo della forza e della guerra.[16]

Non sono mancate le operazioni speciali sotto copertura, tra queste i rapimenti (extraordinary rendition) in paesi terzi di persone considerate sospette (come nel caso dell´imam della moschea di via Quaranta a Milano, Abu Omar, sequestrato il 7 febbraio 2003 con la collaborazione di agenti del Sismi).[17] Lo stato di eccezione di diritto: un’aporia Alcune tradizioni ispirate ai principi del costituzionalismo democratico hanno provato a venir fuori da questo paradigma, tentando di dimostrare che non vi è affatto un legame di necessità tra la norma e la possibilità di una sua sospensione, riaffermando al contrario il principio della indivisibilità dello Stato di diritto. Questa filosofia alternativa allo stato di eccezione si ritrova – spiega Antoine Garapon – nelle opinioni dissidenti dei giudici inglesi, americani o israeliani che hanno contestato la massima ciceroniana Inter arma silent leges («quando le armi parlano la legge tace»).[18]

Anche questi oppositori al regime di eccezione ritengono i momenti di crisi un rivelatore, la circostanza in cui si manifesta il sovrano reale. Ma in netto contrasto con la tesi di Schmitt, reputano fondamentale respingere ogni rottura dell’ordinamento giuridico, e questo perché la prova della validità delle democrazie e della loro sovranità risiederebbe proprio nel mantenimento della loro continuità giuridica. In verità, queste concezioni non escludono affatto – comunque non hanno la forza per farlo – il ricorso all’eccezione, ma ripropongono soltanto forme (attenuate) di stato di eccezione fittizio, cioè legalmente controllato e limitato nello spazio e nel tempo, come è il caso del presidente della Corte suprema dello Stato di Israele, Aharon Barak, che introduce una differenza tra «democrazia difensiva» e «democrazia incontrollata». Secondo questa concezione, ad assicurare che la separazione tra pace e guerra non diventi talmente radicale da consentire ad esercito e servizi segreti d’agire senza limiti dovrebbe essere la magistratura: «non per sostituirsi alle decisioni strategiche, ma per fornire loro la cauzione del diritto e garantire a tutti il rispetto dei diritti fondamentali».[19]

Il giudice Sandra Day O’Connor, estensore della sentenza pronunciata dalla Corte suprema degli Stati Uniti il 28 giugno 2004 in merito ad un ricorso avanzato da un cittadino statunitense catturato in Afghanistan (Yasser Hamdi), ha scritto che «lo stato di guerra non è un assegno in bianco per il presidente quando si tratta dei diritti dei cittadini americani». Riconoscendo che la «legge patriottica» varata dal Congresso il 25 ottobre 2001 concede al presidente poteri supplementari per perseguire e arrestare i terroristi, ma non quello di detenere indefinitamente e senza giudizio un cittadino americano, si dice certa che «non vi sia alcuna ragione per dubitare che i tribunali, di fronte a soggetti sensibili, accordino la necessaria attenzione alle questioni della sicurezza nazionale che possono esistere in alcuni casi individuali proteggendo le libertà essenziali che restano in vigore anche nei periodi di pericolo».

Al riguardo Garapon ricorda un passaggio tuttora ritenuto un riferimento giurisprudenziale costante presso giurisdizioni di diverse parti del mondo, nel quale Lord Atkins affermava (1941): «nel bel mezzo del rumore delle armi, le leggi non restano silenziose. Esse possono cambiare ma continuano a parlare la stessa lingua in tempo di guerra come in tempo di pace. Che i giudici […] s’interpongano tra il soggetto e ogni tentativo di calpestare le sue libertà da parte del potere esecutivo, sempre pronto a ritenere che qualsiasi azione coercitiva è giustificata dal diritto, è stato sempre uno dei pilastri della libertà, uno dei principi della libertà».[20]

Garapon propone ancora altri esempi, ma la sostanza non cambia. Il concetto espresso è sufficientemente chiaro: lo stato di eccezione offre soltanto una garanzia illusoria. Se fornisce l’impressione di combattere più efficacemente il «flagello terrorista», esso in realtà discredita lo Stato di diritto: «questo svuotamento del diritto è una minaccia per la democrazia, che in questo modo viene eviscerata fino a trasformare quel ruolo di protezione contro la violenza indiscriminata, che ha giustificato in origine la presenza dello Stato, nel più grande pericolo per la sicurezza personale».[21]

Ma i meriti morali di questa cultura giuridica non solo si sono sempre scontrati con l’incapacità di sormontare le dinamiche storiche reali che hanno investito le democrazie costituzionali, le quali hanno ripetutamente dato spazio a momenti di eccezione, ma hanno introdotto, con la loro pretesa di ritenere la magistratura l’unico organo garante titolato alla verifica della necessità e dell’esercizio della emergenza, una variante concettuale dello stato di eccezione e una sua deriva concreta ancora più insidiose. Partendo da posizioni di contestazione della eccezione, queste concezioni formaliste non hanno svolto una vera azione di contrasto, ma sono diventate finalmente un altro luogo dove si è riversata quella eccezione che pretendevano respingere.

L’emergenza italiana: uno stato di eccezione giudiziario
«Per tradizione costituzionale – afferma Angelo Panebianco – non siamo in grado di fare i conti con uno “stato di guerra” che non abbia i caratteri della guerra convenzionale classica. Non abbiamo gli strumenti per far convivere, come questa guerra sui generis richiederebbe, lo Stato di diritto e il riconoscimento dello “stato di eccezione” connesso alla gravità della minaccia. A differenza di altre democrazie, abbiamo conservato, a favore dell’esecutivo, ben poco dell’antica “prerogativa regia” (i mezzi mediante i quali, anche in democrazia, si governa lo stato di eccezione)». A dire il vero, aggiunge il professore ed editorialista del Corriere della Sera, «non sono mancate nella storia repubblicana situazioni in cui una qualche forma di “stato di eccezione” sia stata dichiarata. Brigate rosse, mafia: fenomeni affrontati con leggi speciali (la legislazione antiterrorismo, il 41 bis, ecc).

Ma il punto è che in Italia l’assenza di una prerogativa regia, dei poteri d’emergenza dell’esecutivo, fa sì che lo stato di eccezione possa essere riconosciuto solo se è la magistratura (non il governo e i suoi apparati) a gestirne forme e modalità. Ciò riflette lo stato dei rapporti di forza fra magistratura e classe politica».[22] Lamentando il fatto che in Italia lo stato di eccezione può essere riconosciuto solo se il suo controllo rimane nelle mani della magistratura, Panebianco tuttavia descrive l’aspetto specifico che esso ha assunto in questo paese a partire dalla fine degli anni Settanta. La sua particolarità risiede, infatti, nell’evoluzione della categoria della eccezione classica, che non si presenta più come una interruzione o una sospensione, totale o parziale, nel tempo e nello spazio, della legalità ordinaria a vantaggio di una legalità straordinaria, o con la creazione di spazi vuoti di diritto, come i campi d’internamento.

All’epoca, l’impossibilità di governare normalmente spinse il ceto politico-istituzionale a delegare alcuni suoi poteri alla magistratura. Profittando dell’assenza di uno stato di eccezione apertamente dichiarato e formalizzato, questa funzione supplettiva assunse progressivamente una dimensione ipertrofica. In questo modo l’eccezione italiana si è rivelata un fenomeno ancora più subdolo e insidioso poiché in grado di legittimarsi con maggiore efficacia attraverso la sua innovativa capacità d’integrare, e non più sospendere, il sistema giuridico-costituzionale, trasformandosi a tutti gli effetti in regola stabile e permanente attraverso il ricorso ad un vasto arsenale di leggi speciali e trattamenti differenziali. L’eccezione non si è posta più fuori dall’ordinamento, ma si è situata nell’ordinamento stesso, al punto che non è più possibile pensare di poter ripristinare la normalità giuridica poiché non vi è mai stata sospensione, ma unicamente ibridazione di più registri giuridici e penali, legislativi e procedurali, fino a determinare un groviglio inestricabile che non consente più alcun riassorbimento o fuoriuscita.

Un simulacro dello Stato di diritto ha preso forma a partire dalla sedimentazione successiva e stratificazione ripetuta di fasi replicate di emergenza. Verso la metà degli anni Ottanta, un dibattito dai contenuti ambigui si è aperto sui modi per «uscire dall’emergenza». In realtà, questa breve fase di post-emergenza ha coinciso con la stabilizzazione delle politiche della eccezione: «una operazione attraverso la quale il diritto speciale politico, epurato dei suoi aspetti più contingenti, è stato inserito nel corpo delle leggi cosiddette ordinarie, ricevendo al tempo stesso una nuova legittimazione».[23]

Questo ritorno ad una pretesa normalità ha permesso, in realtà, di preparare il terreno ad nuova moltiplicazione delle emergenze: antimafia, anticorruzione, antimmigrazione clandestina, L’azione politica si è tramutata in una rincorsa alla proliferazione delle emergenze che ha aperto la strada ad una nuova demagogia: il giustizialismo populista. Questo nuovo modello ha reso obsolete tutte le precedenti obiezioni legate alla natura extragiuridica dell’eccezione, poiché essa appartiene oramai interamente alle istituzioni giuridiche dello Stato costituzionale, grazie ad un singolare paradosso che fa del formalismo giuridico non più l’antagonista ma il ricettacolo della dottrina dell’emergenza.

L’introduzione di misure straordinarie e speciali a carattere permanente e atemporale, la cui giustificazione legale impone una messa in forma giuridica sempre più complessa, ha mascherato la rottura della norma: non potendo più far scomparire l’eccezione, la dottrina si è protesa sempre più ad assimilarla e costituzionalizzarla. Se nella eccezione classica si assisteva ad una rottura dell’equilibrio tradizionale della separazione dei poteri, col conseguente rafforzamento dell’esecutivo a discapito del legislativo e del giudiziario, l’eccezione avviata nell’Italia degli anni Settanta ha modificato questa morfologia tradizionale.

La novità assoluta è venuta dal rafforzamento del giudiziario, depositario di un potere di delega che nel tempo si è trasformato in una supplenza politica completa. AI punto che sarebbe più giusto parlare di stato di eccezione giudiziario, non solo perché si è creato un sistema penale ibrido, dove norma regolare e regola speciale convivono, si integrano e si sostengono reciprocamente, ma perché il giudiziario è diventato il centro del sistema, il nuovo sovrano che decide.[24]

Scriveva in proposito Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu: «Non vi è libertà se il potere giudiziario non è separato dal potere legislativo e dall’esecutivo. Se fosse unito al potere legislativo, il potere sulla vita e la libertà dei cittadini sarebbe arbitrario: infatti il giudice sarebbe legislatore. Se fosse unito al potere esecutivo, il giudice potrebbe avere la forza di un oppressore».[25]

L’eccezione inconfessabile La netta differenza che i costituenti vollero marcare con l’esperienza dei tribunali speciali del fascismo li portò ad escludere dalla carta costituzionale qualsiasi richiamo allo stato di eccezione. Il lodevole intento contenuto nella lettera della Costituzione era però minato alla radice dalla presenza di un codice penale mai riformato, nel quale sopravviveva un amplissimo arsenale penale speciale concepito per essere applicato proprio dalle giurisdizioni di eccezione del regime fascista. Insomma un dispositivo schizofrenico, una doppiezza costitutiva mai risolta, fu all’origine dello Stato repubblicano.

Ciò ha favorito il proliferare nel tempo, soprattutto quando le circostanze storiche hanno posto la repubblica nata dalla Resistenza di fronte a fenomeni d’insorgenza politica e sociale di carattere rivoluzionario, il diffondersi di una ipocrisia emergenziale che, negando sul piano formale la possibilità che si potesse ricorrere a misure di stato di eccezione, di fatto sul piano sostanziale non solo faceva largo uso della legislazione speciale impiegata a suo tempo contro gli antifascisti, ma addirittura ne amplificava e inaspriva esponenzialmente la portata repressiva. La cultura del «compromesso storico» e il clima di «unità nazionale», diffuso nella seconda metà degli anni Settanta, e il ruolo di supplenza affidato alla magistratura, hanno quindi impedito di riconoscere la presenza di un clima di guerra civile, e la politicità dei gruppi rivoluzionari che avevano agito sul terreno della violenza e delle armi.

Al contrario, si è fatto in modo che la questione restasse confinata nell’ambito di una tipologia di diritto penale comune. Ma questo atteggiamento è stato poi ampiamente contraddetto sul piano pratico, Infatti, se si fosse trattato di semplice criminalità, infatti, lo Stato non avrebbe avuto bisogno di dispiegare una moltitudine di leggi speciali (traccia formale dell’instaurazione di pratiche d’eccezione), di ricorrere a dispositivi e trattamenti differenziali e premiali fuori norma, d’interpretare leggi ordinarie secondo un contesto speciale, tanto meno di applicare circostanze aggravanti o modifiche alla procedura, al codice penale e all’ordinamento penitenziario, integrando nuovi delitti o doppiando e triplicando la loro qualificazione oltre quelli già esistenti.

L’applicazione della legge penale ordinaria sarebbe stata più che sufficiente, a maggior ragione poiché lo Stato aveva in mano uno strumento, quale era il capitolo sui delitti contro la personalità interna dello Stato, che il giurista del regime fascista Alfredo Rocco aveva lasciato in eredità alla Repubblica. Un arsenale giuridico che i ministri dell’Interno delle altre democrazie formali invidiavano all’Italia per le innumerevoli possibilità che esso offriva all’esercizio del potere repressivo. Per questo motivo si può ben dire che la madre di tutte le emergenze è nata sotto i tratti di un’eccezione mascherata. Non c’è mai stata rottura formale, ma un travestimento legale che ha permesso lo sviluppo senza precedenti di una guerra celata sotto le apparenze di una giustizia ordinaria. Così la politica penale e giudiziaria dell’emergenza si è costituita per estensioni successive, sovrapposizioni, slittamenti, aggiramenti, torsioni e violazioni della legge ordinaria. Il risultato è stato un modello d’ibridazione, di vasi comunicanti e d’osmosi, particolarmente devastante.

Quando nel 1991, cessato l’allarme sociale antisovversione, l’allora presidente della repubblica Francesco Cossiga, denunciando i danni che la generalizzazione delle pratiche di eccezione avevano prodotto sull’insieme del ordinamento giudiziario, propose una amnistia per ristabilire condizioni di normalità giuridica, nessuno più l’ascoltò. L’emergenza come forma di governo era diventata simile a quei parassiti che dopo essersi incistati nell’organismo ne prendono lentamente ed inesorabilmente possesso. La storia italiana ha assunto allora le sembianze di quel palazzo del re scosso dalla ribellione degli schiavi rinchiusi nelle segrete. Per soffocare la rivolta, i suoi consiglieri ebbero la brillante idea di avvelenare le condotte che distribuivano l’acqua nei sotterranei. Domata la ribellione e terminata l’euforia, si accorsero con orrore che l’acqua contaminata stava risalendo le altre canalizzazioni del palazzo. Arrivata alle cucine, poi nei locali dei domestici e della guardia, ormai aveva raggiunto i quartieri alti dei cortigiani e dei funzionari, e già scorreva dai rubinetti della stanza del sovrano, che assaporava in questo modo una illusoria vittoria dal gusto amaro.

Il decennio Novanta ha avuto un sapore d’arsenico per le élites politiche ed economiche italiane. Questa giustizia speciale dissimulata in giustizia penale ordinaria che ha il suo dominus in una teoria della magistratura percepita come antidoto contro i pericoli che insidiano la democrazia, questa natura di eccezione inconfessabile, costituisce ancora oggi la specificità dagli effetti molteplici e durevoli dell’emergenza italiana.

[Fine]

Note

[14] La Corte suprema degli Stati Uniti ha sancito con due sentenze del 2004 e del 2006 sia che lo statuto di «combattenti nemici» e di «combattenti irregolari» non può essere sinonimo di non-diritto – stabilendo così l’illegittimità della detenzione infinita impiegata per realizzare interrogatori –, sia il diritto ad essere informati delle accuse, oltre alla possibilità per i detenuti statunitensi o stranieri rinchiusi a Guantanamo di potersi avvalere dei mezzi di ricorso previsti dalla giustizia civile americana. L’amministrazione Bush ha risposto con una legge che prevede l’instaurazione di corti militari speciali per condurre processi nei quali vengono mantenute nascoste le accuse a carico degli imputati, considerando legali anche quelle raccolte con «procedure alternative» (tortura).

[15] Circa ottocento voli sospetti di Hercules utilizzati dalla Cia hanno sorvolato i cieli d’Europa, atterrando in basi americane situate in Inghilterra, Italia (Aviano), Germania, Polonia, Romania, Kosovo. Una piattaforma situata a Parigi per il coordinamento tra servizi americani e francesi, finalizzata alla realizzazione di queste azioni illegali, è trapelata sui media dalle autorità francesi.

[16] Compagnie di global security come Halliburton, Blackwatter, Caci e Titan hanno beneficiato di importanti commesse del Pentagono per le loro attività in Afghanistan e in Irak. Nella prigione di Abu Ghraib gli interrogatori ‘non ortodossi’, che poi sono stati all’origine dello scandalo sulle sevizie e i maltrattamenti, venivano condotti da personale della Caci. Il ruolo della Titan e della Caci nelle attività di tortura è stato descritto in un rapporto redatto dal generale dell’esercito americano Antonio Taguba. Si veda a tale proposito l’inchiesta-documentario di Robert Greenwald, Iraq for sale, citato in Miriam Toma, «Iraq for sale», i profitti di una guerra privatizzata, in Liberazione, 15 settembre 2006.

[17] Se i campi d’internamento extraterritoriali rappresentano la forma estrema tra le misure di eccezione introdotte, esse non mancano di estendersi anche ad una vasta panoplia di provvedimenti interni, come la riduzione delle garanzie giuridiche per i cittadini americani inquisiti e arrestati sul suolo statunitense, i poteri di indagine e di discrezionalità accresciuti a dismisura in favore dell’Fbi e dei servizi di intelligence, la proliferazione di questi ultimi, insieme ad un vasto programma di intercettazioni telefoniche clandestine affidato alla Nsa.

[18] Antoine Garapon, Comment lutter démocratiquement contre le terrorisme?, in Paul Ricœur, Cahiers de l’Herne (sous la direction de Myriam Revault d’Allonnes et François Azouvi), L’Herne, Paris 2004, pp. 308-350.

[19] Ivi, p. 343.

[20] Ibid.

[21] Ibid.

[22] Panebianco, op. cit.

[23] Amedeo Santosuosso – Floriana Colao, Politici e amnistia, Verona 1986, p. 197.

[24] «Ci scandalizza la posizione di chi sostiene che, siccome siamo in stato di guerra, per questioni di sicurezza si può spostare il confine dello Stato di diritto», ha affermato il pubblico ministero Armando Spataro, esponente di rilievo della magistratura emergenzialista, nel corso della requisitoria contro un gruppo di militanti jihadisti sottoposti a processo di fronte ad una corte di assise milanese nel settembre 2006. «Quando, il 17 febbraio 2003, venne rapito Abu Omar – ha proseguito il pubblico ministero – fu un atto ignobile. Senza quel sequestro, Abu Omar sarebbe in quest’aula e sarebbe giudicato con le leggi italiane». Come è noto, l’imam della moschea di via Quaranta venne letteralmente soffiato dalla Cia, con la complicità di funzionari del Sismi, alle indagini condotte dalla Digos per conto dello stesso Spataro. Questa circostanza getta una luce assai diversa sulle parole del capo del dipartimento antiterrorismo della procura di Milano, ben noto per gli usi e gli abusi dell’emergenza che fece sul finire degli anni Settanta e lungo gli anni Ottanta. Esse non sembrano affatto un segno di risipiscenza verso le pratiche di eccezione, ma solo una disputa di potere che ha come posta in gioco la sovranità sui modi e le forme della eccezione, che la magistratura emergenzialista non vuole assolutamente cedere agli apparati tradizionali che fanno capo all’esecutivo. Esemplare, in proposito, la dimostrazione di forza della procura milanese, che è riuscita a condurre intercettazioni ambientali e telefoniche nei confronti dei vertici del Sismi, violandone con facilità sorprendente la loro ragion d’essere, ovvero la riservatezza. Un’attività del tutto legale, poiché l’azione dell’intelligence non può certo considerarsi al di sopra della legge, ma che rivela la natura dei rapporti di forza tra le due istituzioni e ridicolizza un apparato di sicurezza che oramai più dei servizi segreti ricorda i servizi pubblici, come ha chiosato, facendo ricorso al suo proverbiale sarcasmo, l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga (cfr. Liberazione, 13 settembre 2006 e Corriere della Sera, 22 settembre 2006).

[25] Montesquieu, Lo spirito delle leggi, Libro XI, cap. sesto, Bur, Milano 2004, p. 310.

Link
L’exception permanente
Agamben, Lo Stato d’eccezione
Tolleranza zero: estensione dell’infrazione di terrorismo e nuovo spazio giudiziario europeo
La giudiziarizzazione dell’eccezione (1)
Il caso italiano, lo Stato di eccezione giudiziario
Agamben, Europe des libertes ou europe des polices?

Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu

La fine dell’asilo politico
Garapon, L’utopia moralizzatrice della giustizia internazionale
Carcere, gli spettri del 41-bis
Dopo la legge Gozzini tocca al 41-bis, giro di vite sui detenuti
Tarso Gendro, “l’Italia è ancora chiusa negli anni di piombo”
Brasile, stralci della decisione del ministro della giustizia Tarso Gendro

Il conflitto israelo-palestinese sbarca sulle strade di Francia

Allarme per le tensioni tra la comunità araba e quella ebraica

Paolo Persichetti
Liberazione
18 gennaio 2009

Di fronte ad un imponente dispiegamento di polizia, decine di migliaia di pl506_freepalestinepin persone hanno manifestato ieri pomeriggio in tutta la Francia per chiedere la fine della sanguinosa aggressione militare dell’esercito israeliano nella striscia di Gaza. A Parigi, all’arrivo del corteo in piazza dell’Opéra, i reparti mobili hanno fatto uso di granate lacrimogene per disperdere i manifestanti che tentavano di forzare i cancelli esterni dell’Opéra Garnier. Preoccupato per l’accentuarsi delle tensioni intercomunitarie, il primo ministro francese, François Fillon, aveva annunciato nella serata di venerdì, al termine di una riunione ministeriale dedicata al razzismo e all’antisemitismo, che tutte le manifestazioni di sostegno alla popolazione di Gaza sarebbero state strettamente sorvegliate per impedire ogni forma di «incitamento all’odio raziale e alla violenza razzista e antisemita». Scalpore  hanno suscitato in Olanda gli slogan  paranazisti («Hamas, Hamas, porta gli ebrei nelle camere a gas»)   manif-gazagridati durante un corteo di sostegno alla popolazione palestinese nella città di Rotterdam. Hassen Chalghoumi, imam di Drancy, snodo ferroviario situato a nord di Parigi da dove partivano durante la repubblica di Vichy i treni diretti nei campi di concentramento, conosciuto per il suo impegno in favore del dialogo con la comunità ebraica, ha subito un attentato incendiario e pesanti intimidazioni. Aggressioni di studenti di origine magrebina sono avvenuti di fronte alla scuole di Parigi da parte di militanti della Led (Lega di difesa ebraica). L’importazione del conflitto israelo-palestinese sta allarmando molte cancellerie europee. Il timore è che l’offensiva militare di Tel Aviv torni a infiammare nuovamente le banlieues, abitate in prevalenza da popolazioni d’origine immigrata, di seconda e terza generazione, provenienti da paesi arabi. Si spiegano così, almeno in parte, le recenti iniziative diplomatiche promosse dal presidente francese Nicolas Sarkozy e dirette a favorire una tregua. Dall’inizio dei sanguinosi bombardamenti, imponenti manifestazioni hanno attraversato le città francesi, spesso contrassegnate da incidenti e scontri violenti con la polizia. Secondo il ministero degli Interni il 10 gennaio scorso oltre

Latuff

Latuff

centomila persone sono scese in strada, in 130 città diverse, per chiedere «la fine del massacro dei civili palestinesi». Per il collettivo nazionale “per una pace giusta e duratura”, che raggruppa associazioni come il Mrap, sindacati e partiti della sinistra (Pcf e Lcr), i manifestanti erano molti di più. Almeno centomila solo a Parigi, dove sono avvenuti scontri alla fine del corteo. 180 persone sono state fermate e 12 poliziotti feriti. Altri incidenti sono scoppiati a Nizza, mentre al grido di «Siamo tutti Palestinesi» venivano invase le vie di Marsiglia, Lione, Lille, Grenoble, Rouen, Strasburgo e altri centri minori. Decine di «atti antisemiti» sono stati denunciati dalle associazioni delle comunità ebraiche. Solo «una ventina», a partire dal 2 gennaio, secondo il ministero degli Interni (come riporta il quotidiano Libération) che ha deciso di centralizzare la raccolta dei dati per evitare divergenze nelle cifre riportate. Sulla nozione stessa e il numero esatto degli atti d’intolleranza e aggressione di natura antisemita o antiaraba, da anni è aperta un’accesa controversia sui media tra le associazioni antirazziste e quelle vicine alle comunità ebraiche. Disputa che lavori sociologici hanno spiegato come una ulteriore prova degli effetti nefasti di quella concorrenza vittimistica che spinge entrambi le parti a competere nell’uso distorto e strumentale dei fatti di cronaca. Dietro questi conflitti, che mirano alla conquista del «monopolio del senso legittimo», c’è la prova di una degradazione profonda della convivenza civile, la sconfitta drammatica dell’idea di mescolanza etnico-culturale. Le tensioni di queste ultime settimane, la cifra culturale che emerge dalla pancia delle manifestazioni, cariche di rabbia repressa e impotente di fronte al sentimento d’ingiustizia scatenato da quanto accade a Gaza, è quella di una confessionalizzazione del conflitto sociale. Senza capacità di darsi rappresentanza o trovare percorsi d’integrazione piena e paritaria, di fronte all’assenza di un’azione politica della sinistra, il disagio sociale della banlieue è sedotto dalla grammatica integralista. I ghetti delle periferie guardano alla rivincita di Dio ed eleggono la Palestina a patria d’adozione, mentre di fronte a loro si erge ostile, e sociologicamente più forte, il muro identitario delle comunità ebraiche.

Link
Palestina, storia di una pulizia etnica (1). Un po’ di citazioni per iniziare a capire

Le veline del Manifesto

C’era una volta un giornale comunista. Al manifesto piace la storia raccontata dal ministero degli Interni
Per Morucci, porte chiuse alla Sapienza

Iaia Vantaggiato
il manifesto
2 gennaio 2009

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“Certo, fa una certa impressione pensare che a Rabin e Arafat abbiano potuto dare il nobel per la pace e in Italia fa scandalo anche solo il fatto che un  ex-terrorista vada a parlare all’università della sua storia”, commenta Valerio Morucci, ironico ma anche furibondo. Sull’esito dell’ennesimo “scandalo” che lo ha coinvolto, Morucci si fa poche illusioni: è pronto a scommettere che la “lezione” che avrebbe dovuto tenere il 12 gennaio all’università “La Sapienza” di Roma – titolo Schegge di memoria – non ci sarà. La levata di scudi di studenti e docenti, spalleggiata dallo stesso rettore Luigi Frati è bastata e avanzata per convincere il professor Giorgio Mariani, docente di letteratura anglo-americana alla facoltà di Scienze umanistiche, a ripensarci. Dopo le proteste, in questi casi inevitabili, Frati non ci era andato giù leggero. Aveva convocato il preside della facoltà, Nicolai, per esprimergli i sensi del suo più totale disaccordo. Nel caso la sua posizione non risultasse abbastanza chiara aveva aggiunto un truculento testata-manifesto consiglio, quello di “tenere il seminario nello stesso luogo e alla stessa ora in cui il gruppo di fuoco delle Br ha massacrato gli innocenti che facevano da scorta ad Aldo Moro”. Valerio Morucci, ex Potere operaio, ha fatto effettivamente parte del commando Br di via Fani ed è stato poi, con l’allora compagna Adriana Faranda, il “postino delle Br”, incaricato di consegnare tutti i messaggi copj13 brigatisti, nei 55 giorni del sequestro. Sua, tra l’altro, l’ultima telefonata, quella a professor Franco Tritto, in cui le Br annunciavano l’uccisione di Moro e indicavano il luogo dove ritrovare la salma. Uscito dalle Br anche in seguito al dissenso sull’esito di quella tragica vicenda (Morucci era contrario all’uccisione di Moro) è stato tra i primi terroristi a dissociarsi dalla lotta armata. Uscito di prigione, ha scritto numerosi libri sia di narrativa che di analisi storico politica sulle vicende che lo hanno visto protagonista, ed è probabile che anche in questa veste fosse stato invitato a tenere il seminario incriminato da un professore di letteratura  angloamericana. Nel seminario, Morucci avrebbe parlato del suo percorso politico e individuale, dal ’68 alla militanza in Potere operaio allo stretto rapporto con Giangiacomo Feltrinelli, l’editore guerrigliero capo dei Gap. Non avrebbe giustificato nulla ma spiegato molto, come ha già fatto nei suoi molti e apprezzati libri. Avrebbe aiutato a capire, senza indulgenze e senza sciocchi anatemi, come e perché in Italia, non molti anni fa sia nato e cresicuto un fenomeno armato senza pari in occidente. Quello che dovrebbe fare un paese deciso a capire e non a demonizzare. Quello che dovrebbero fare università e rettori degni del nome.

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Universita della Sapienza, salta il seminario suggerito dalla digos
I Ravveduti
Sbagliato andare a Casapound, andiamo nelle periferie


Oltre la fine della storia in nome dell’identità

Scomparso Samuel Phillips Huntington, l’autore dello Scontro delle civiltà, la nuova bibbia della destra mondiale

Paolo Persichetti

Liberazione 28 dicembre 2008

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Il politologo Americano Samuel Phillips Huntington è morto il 24 dicembre scorso, all’età di 81 anni, nell’isola di Martha’s Vineyard nel Massachusetts. L’annuncio è stato diffuso soltanto ieri sul sito internet dell’università di Harvard, dove copj13asp3Huntington aveva insegnato fino allo scorso anno. Nato il 18 aprile 1927 a New York, si era diplomato a soli 18 anni presso la prestigiosa università di Yale ed aveva cominciato ad insegnare ad Harvard ad appena 23 anni. I suoi lavori avevano attirato l’attenzione già negli anni 60 con la pubblicazione di, Political order in Changing Societies, nel quale avversava le teorie più convenzionali sulla modernizzazione diffuse nell’ establishement statunitense. Secondo Huntington il progresso sociale ed economico non avrebbe favorito automaticamente la nascita e lo sviluppo di democrazie stabili nei paesi di recente decolonizzazione. Le sue teorie e in particolare quella sullo scontro di civiltà hanno svolto un ruolo importante nella costruzione iniziale del movimento neoconservatore. Autore di numerosi saggi e articoli scientifici in materia di strategia, geopolitica, politica militare e americana, è stato direttore copj13-1asp1dell’Institute for Strategie Studies. Acquisì fama internazionale dopo la pubblicazione nel 1996, presso Simon and Schuster, di The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order (Lo scontro delle civiltà e la nuova costruzione dell’ordine mondiale), edito in Italia per la prima volta nel 1997 da Garzanti. Saggio che riprendeva un precedente articolo pubblicato nel 1993 e scritto in risposta ad uno dei suoi anziani allievi, quel Francis Fukuyama che nel 1992 aveva pubblicato un libro che raggiunse rapidamente una notorietà mondiale, La fine della storia e l’Ultimo uomo. Per Fukuyama la caduta del Muro di Berlino e la conseguente fine del comunismo avrebbe ricondotto la storia agli esiti finali della narrazione hegeliana, dove il reale sarebbe venuto a coincidere con il razionale e così l’umanità avrebbe trovato la sua residua speranza nelle democrazie liberali e nell’econonia di mercato che avrebbero finalmente pacificato il globo. Huntington contestava, non a torto, questo scenario elaborando però una “critica di destra”. I nuovi conflitti – sosteneva – non avrebbero avuto più una origine ideologica o economica ma culturale. Gli Stati sarebbero rimasti gli attori centrali della scena internazionale confrontati però a nuove aggregazioni, prodotto delle diverse religioni che Huntington riteneva il nucleo centrale delle civiltà. Tradotto in 39 lingue lo Sconrto delle civiltà divenne la Bibbia della nuova destra mondiale e fu oggetto di notevoli controversie.

La profezia armata dell’occidente

Il teorico dello scontro di civiltà è morto all’età di 81 anni
Guido Caldiron

Liberazione 28 dicembre 2008

Samuel Huntington, il politologo americano autore de Lo scontro delle civiltà è morto alla vigilia di Natale nell’isola di Martha’s Vineyard nello stato del Massachusetts a 81 anni. L’annuncio della sua scomparsa è stato dato dall’Università di Harvard, l’ateneo dove aveva insegnato da quando aveva 23 anni. Nato ideologicamente nel gruppo degli allievi di Leo Strauss a cui si deve la nascita del movimento dei neoconservatori, Huntington aveva però preso progressivamente distanza dai neocon, copj13asp1elaborando una propria visione delle relazioni internazionali che considera centrale “la cultura” dei popoli. Nell’era della globalizzazione trionfante, Huntington insinuava così il dubbio sulla reale possibilità di un “lieto fine” per i processi di mondializzazione e offriva un nuovo proflio ideologico alla rivoluzione conservatrice che si apprestava ad investire l’intero Occidente. «Alcuni occidentali hanno sostenuto che l’Occidente non ha alcun problema con l’Islam, ma solo con gli estremisti islamici violenti. Millequattrocento anni di storia dimostrano tuttavia il contrario. I rapporti tra Islam e cristianesimo sono stati spesso burrascosi. Per entrambi, la parte opposta ha sempre rappresentato “l’altro” (…) Le cause di questa costante conflittualità non vanno ricercate in feno meni transitori quali il fervore cristiano del XII secolo o il fondamentalismo musulmano del XX, bensì nella natura stessa di queste due religioni e delle civiltà su di esse fondate, nelle loro differenze e nelle loro similitudini». Perciò, «una guerra planetaria che coinvolga gli stati guida delle maggiori civiltà del mondo è altamente improbabile ma non impossibile. Un simile conflitto potrebbe scaturire dall’escalation di una guerra (locale) tra musulmani e non musulmani». Era il 1996 quando Samuel Phillips Huntington proponeva questa lettura delle future relazioni internazionali alla luce di una netta contrapposizione tra ciò che definiva come “Islam” e “Occidente”. L’11 settembre non c’era ancora stato, l’amministrazione statunitense – quella guidata da George W. Bush – non aveva ancora dichiarato la “guerra permanente al terrorismo”, il dibattito internazionale ruotava in larga misura intorno alle promesse annunciate dal pieno dispiegarsi dei processi di globalizzazione. Eppure, era proprio muovendo da un’analisi del “nuovo” mondo globalizzato, che questo docente di Harvard – stimato specialista di studi strategici e direttore del John T. Olin Institute for Strategic Studies – aveva pubblicato, già nel 1993, sulla rivista da lui fondata, Foreign Affairs, un articolo intitolato “The Clash of Civilizations?” che sarebbe poi stato sviluppato nell’omonimo saggio edito dall’importante editore Simon and Schuster e tradotto in tutto il mondo (la prima edizione italiana del libro uscì nel 1997 per Garzanti). Da allora, le tesi di Huntington che annunciavano come possibile, prossimo e in qualche misura inevitabile lo “scontro di civiltà” tra gli occidentali e i musulmani – i primi rappresentati come i depositari della filosofia dei diritti dell’uomo e i secondi più o meno come dei “barbari” – hanno non solo caratterizzato il dibattito politico e culturale internazionale, ma, come una sorta di terribile profezia, sono apparse come il drammatico annuncio di quanto poi si è concretamente verificato. Questo almeno in apparenza. In realtà, Lo scontro delle civiltà è diventato la bandiera dietro la quale buona parte delle culture di destra dell’Occidente hanno ridefinito la propria identità. Dalla dottrina neoconservatrice sbarcata alla Casa Bianca fin dalla prima elezione di Bush figlio alla guida degli Stati Uniti nel 2000, ai tanti paladini dell’identità occidentale apparsi negli ultimi anni in Europa, da Oriana Fallaci a Pym Fortuyn, solo per citare due esempi, tutti sembrano aver fatto proprie le parole di Huntington. Così, come sottolineato da Mondher Kilani, docente di Atropologia culturale dell’Università di Losanna, in Niente sarà più come prima (Medusa, 2002): «Sono parecchi i commentatori occidentali che, dopo l’11 settembre, hanno tenuto a copj13-2aspricordare l’origine occidentale dei diritti dell’uomo, contribuendo così (…) a sostenere la profezia autorealizzantesi della tesi di Huntington sullo “scontro di civiltà”. Una tesi che, come è noto, ha la particolarità di scambiare la conseguenza (i conflitti e le contraddizioni che risultano da rapporti di forza storici e congiunturali) con la causa (una irriducibilità di valori tra l'”Occidente cristiano” e il “mondo arabo-musulmano”)». Le tesi di Huntington, un conservatore vicino ma non assimilabile tout-court all’ambiente neocon americano, hanno così finito per assumere il significato di una via d’uscita da destra di fronte alla crisi dello Stato-nazione e all’avvento dell’era globale. «La mia ipotesi – spiegava infatti l’autore di Lo scontro delle civiltà – è che la fonte di conflitto fondamentale nel mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità saranno legate alla cultura (…) I conflitti più importanti avranno luogo tra gruppi di diverse civiltà». Questo perché – aggiungeva Huntington – nel mondo post-Guerra fredda, la cultura è una forza al contempo disgregante e aggregante. Popolazioni divise dall’ideologia ma culturalmente omogenee vengono a unificarsi, come hanno fatto le due Germanie (…) Società unite dall’ideologia o da circostanze storiche ma appartenenti a differenti civiltà finiscono viceversa con lo sgretolarsi, com’è accaduto all’Unione Sovietica». La rinascita identitaria, le tendenze comunitaristiche, “la rivincita di Dio” – come lo stesso Huntington definiva il prepotente ritorno della religione nella politica e nella sfera pubblica di molte società – più che essere presentate come altrettante possibili derive assunte dall’umanità in una condizione di crisi, diventavano la risposta alle trasformazioni introdotte dalla globalizzazione. Al punto che lo scienziato politico di Harvard annunciava già all’epoca quelli che sarebbero stati i temi delle sue riflessioni successive, raccolti nel 2004 in La nuova America. Le sfide della società multiculturale (pubblicato in Italia da Garzanti nel 2005), un violento manifesto la_nuova_america-huntingtoncontro il modello del melting pot statunitense e in particolare contro l’emergere della presenza degli immigrati “latinos” negli Usa. «La cultura occidentale – si poteva leggere in Lo scontro delle civiltà – è minacciata da gruppi operanti all’interno delle stesse società occidentali. Una di queste minacce è costituita dagli immigrati provenienti da altre civiltà che rifiutano l’assimilazione e continuano a praticare e propagare valori, usanze e culture delle proprie società d’origine. Questo fenomeno prevale soprattutto tra i musulmani in Europa, che sono, comunque, una piccola minoranza, ma è presente anche, in minor misura, tra gli ispanici degli Stati Uniti, che invece sono una minoranza molto nutrita». Le “civiltà” poste da Huntington al centro della sua riflessione rappresentano perciò entità definite, stabili e connotate secondo criteri pressoché “etnici”, al punto che la frontiera che lui stesso fa correre tra occidentali e musulmani conosce poi il suo doppio all’interno di ogni società tra gli “autoctoni” e gli “stranieri”. «Il politologo di Harvard – spiega a questo riguardo Annamaria Rivera, etnologa dell’Università di Bari e autrice di La guerra dei simboli (Dedalo, 2005) – propone, attraverso nozioni totalizzanti come quella di civiltà, una configurazione dei rapporti di forza internazionali basata su rigide linee di frattura culturalreligiose. Nella “cattiva antropologia” di Huntington, le “civiltà” sono viste come universi compatti, autonomi, irriducibili potenzialmente o effettivamente ostili l’uno all’altro; i rapporti del 9788822062864cosiddetto Occidente con altre aree, paesi e culture sono rappresentati nei termini dell’opposizione fra the West and the Rest». Sono “mondi chiusi”, impenetrabili, quelli che secondo Huntington sono destinati ad incrociarsi solo per l’inevitabile clash. In questo quadro, si può leggere ancora ne Lo scontro delle civiltà , «il vero problema per l’Occidente non è il fondamentalismo islamico, ma l’Islam in quanto tale, una civiltà diversa le cui popolazioni sono convinte della superiorità della propria cultura e ossessionate dallo scarso potere di cui dispongono. Il problema dell’Islam non è la Cia o il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ma l’Occidente (…) Sono questi gli ingredienti di base che alimentano la conflittualità tra Islam e Occidente». Perciò, come suggerisce il sociologo afro-britannico Paul Gilroy nel suo Dopo l’impero (Meltemi, 2006), «vecchie questioni coloniali tornano in gioco quando i conflitti geopolitici vengono declinati come una battaglia tra civiltà omogenee». Così Gilroy paragona il celebre libro di Huntington al Saggio sull’ineguaglianza delle razze pubblicato a metà dell’Ottocento dal conte de Gobineau e considerato come il testo fondante il razzismo moderno. «Nonostante le molte differenze – spiega il sociologo -, entrambi gli autori condividono la preoccupazione per le dinamiche di mutua repulsione delle civiltà e le disastrose conseguenze dei tentativi di incrocio. Gobineau identificò il pericolo mortale per le civiltà in ogni deviazione dalla “omogeneità necessaria alla loro vita” (…) Huntington specifica lo stesso tipo di problema, geopolitico e scientifico-razziale, sotto forma aforistica, nell’idioma contemporaneo del multiculturalismo e della globalità».

Muro di Berlino, i guardiani delle macerie

Alla fine la rifondazione… del muro ha sostituito quella del comunismo. La deriva nostalgica e neocarrista di quel po’ che resta della sinistra partitica

Paolo Persichetti
Liberazione
18 dicembre 2008

In Grecia soffia da giorni un vento insurrezionale, come ha titolato le Monde. Le cancellerie europee tremano all’idea che la ribellione possa espandersi oltre i confini ellenici. In Francia, spiegava nei giorni scorsi Libération, i vertici istituzionali seguono con trepidazione la situazione temendo quello che i sociologi dell’azione collettiva chiamano «effetto mimetico»: ovvero una nuova possibile Intifada delle banlieues più intensa del 2005. La paura del contagio s’aggira come uno spettro per l’Europa. Polizie e intelligence scrutano ogni più piccolo segnale d’insofferenza sociale lì dove rabbia, insoddisfazione e indignazione covano in attesa dell’innesco che le faccia esplodere contro condizioni d’esistenza sempre più disagevoli e precarie, con redditi che – quando esistono – perdono quotidianamente potere d’acquisto. caduta-muro-berlino-21Tutt’intorno, come un virus, la bancarotta del capitalismo finanziario si riversa sull’economia reale. Falliscono grandi banche e agenzie di rating. Gli Stati devono mettere mano alle riserve e iniettano denaro pubblico per sostenere l’economia. Intanto precipita la produzione, si fermano le fabbriche: cassa integrazione e mancato rinnovo dei contratti a termine colpiscono centinaia di migliaia di lavoratori. Nel giro di pochi mesi 30 anni di apologetica neoliberale, di déregulation e monetarismo sono finiti in soffitta a fare i conti con la critica dei topi. In Francia, come in Italia, importanti movimenti di studenti, insegnanti e genitori hanno bloccato i progetti di riforma dei sistemi scolastici che avrebbero inciso pesantemente sull’economia delle famiglie e sul futuro dei giovani. A riprova che la lotta paga. E cosa accade dentro il partito della rifondazione comunista e sulle pagine del suo giornale? Che uno scenario del genere non suscita appassionate discussioni, non intrìga, non stimola, non scatena fiumi di lettere o articoli, nonostante la redazione faccia – con i suoi pochi mezzi – uno sforzo notevole per raccontare tutto ciò. Arrivano al contrario interventi, come al solito un po’ lamentosi e risentiti, che parlano d’altro: di tessere, d’immagini effigiate su pezzi di carta, roba da «burocrazia partitica» ci avrebbero spiegato Robert Michels e Max Weber, per non scomodare il povero Marx. L’immaginario politico non s’investe sulla realtà, sulla vita che scorre attorno a noi e ci dice cose importanti, ma sull’autoreferenzialità organizzativa, su vuote pulsioni identitarie, cioè se una tessera debba o no portare l’immagine di un muro che crolla. Ma chi se ne frega! Verrebbe da rispondere. L’episodio si carica di una densità simbolica decisiva, paradigmatica. Psicodrammi di un partito…. sempre più sterile. Le lotte stanno fuori, la società si muove… per tutta risposta c’è chi si chiude dentro sigillando le finestre per paura che gli spifferi del movimento reale disturbino le manovre d’apparato, tra cui l’assalto alla diligenza del giornale, perché alcuni, purtroppo, sono convinti che il «nemico è tra di noi»… E così le sorti del nostro futuro sembrano tutte racchiuse sul frontespizio di una tessera, mentre le teste sono rivolte al passato, all’archeologia di una fase storica che non ha più niente da dirci, se non che certe strade non vanno più seguite. images3
Prima di andare avanti nel mio intervento, chiedo una cosa a chi sta facendo la gentilezza di leggermi: evitiamo d’affrontare questa discussione come l’ennesima stucchevole puntata di uno scontro postcongressuale che si trascina da mesi e avvelena ormai ogni possibile riflessione. Non se ne può più. Sono arrivato al giornale a fine maggio, anche se già collaboravo da alcuni anni. Non sono iscritto, anche se Rifondazione l’ho vista nascere al Brancaccio nel 1990. Mi interessa un confronto che sappia andare oltre, anche perché questa polemica sul muro di Berlino taglia trasversalmente le diverse culture politiche che compongono i gruppi di maggioranza e minoranza di questo partito. E sarebbe ora che ognuno riprendesse un po’ della propria libertà.
Aggiungo che non intervengo sul merito della scelta fatta dai giovani comunisti di raffigurare la caduta del muro insieme all’ Onda studentesca sulla carta della loro organizzazione. Non so se al loro posto avrei fatto la stessa cosa. Non è questo il punto. Nel 2009 cade anche il ventennale di Tienamen e della liberazione di Mandela, cioè della fine dell’apartheid. Di queste due vicende, insieme a quella del muro, ho un ricordo molto particolare perché le ho vissute dal carcere. C’è un episodio sconosciuto che vorrei raccontare: all’epoca erano in corso nell’aula bunker di Rebibbia diversi maxi processi; l’appello del Moro ter, quello per insurrezione contro i poteri dello Stato, oltre a quello contro le Br-Udcc nel quale ero imputato. In quel momento si discuteva molto di soluzione politica, c’erano settori dello Stato che volevano chiudere la vicenda della lotta armata. L’atteggiamento dei media verso i prigionieri politici era cambiato e così accadeva che ogni tanto ci veniva offerta la parola. In una pausa delle udienze, il giornalista Ennio Remondino intervistò Prospero Gallinari e tra le diverse domande gli chiese anche con chi stessero i prigionieri delle Br: con il governo cinese, che aveva inviato i carri armati in piazza, o con i manifestanti di Tienamen? «Con gli occupanti della piazza, e con chi se no?», fu la risposta. Naturalmente Bruno Vespa, allora direttore del Tg1, tagliò quella frase che smontava uno dei cliché più classici e mistificatori incollati sulla pelle dei militanti della lotta armata. berlino-2009-celebra-la-caduta-del-muro-987091
Una parte significativa delle formazioni della nuova sinistra, nate tra la fine degli anni 60 e gli anni 70, erano profondamente critiche nei confronti delle diverse esperienze del «socialismo reale». La presa di distanza, se non il rappresentarsi come una via radicalmente alternativa, erano uno degli elementi costitutivi delle aggregazioni militanti che occuparono lo spazio politico a sinistra del Pci e delle diverse scuole neomarxiste che si svilupparono in quegli anni. «Socialimperialismo», «capitalismo monopolistico di Stato», «degenerazione burocratica» erano solo alcune delle categorie impiegate per definire i paesi del campo socialista. Quale che fosse il giudizio sul ruolo oggettivo che la presenza del patto di Varsavia giocava nello scacchiere geopolitico (più o meno calmieratore dell’aggressività occidentale, secondo alcuni, o apertamente controrivoluzionario per altri), l’opinione sulla natura soggettiva dell’Urss e delle repubbliche popolari dopo il termidoro staliniano era senza appello. È altrettanto importante ricordare come nella storia del Pci, i più accesi difensori della stagione brezneviana erano significativamente quelli che poi in politica interna sposavano le posizioni più moderate in materia sociale ed economica e illiberali sul terreno delle libertà e delle lotte, valga per tutti la figura di Giorgio Amendola che riusciva a conciliare Croce con Stalin.
L’aspetto interessante della discussione attuale è il significato di sintomo che assume la difesa retrospettiva del muro di Berlino, fatto per giunta da militanti che al momento della sua scomparsa erano adolescenti o bambini. Questa polemica parla d’altro, rinvia cioè a un grave irrisolto, una rimozione, un malinteso veicolato da una memoria totalmente reinventata. Si rappresenta il muro come un argine salvifico senza capire che la posa della sua prima pietra conteneva già in sé la sconfitta, il riconoscimento manifesto di una inferiorità psicologica ancor prima che politica, l’incapacità di reggere il confronto aperto. Non solo il muro non frenava nulla ma fomentava i sogni più improbabili e le fantasie più irrealistiche verso l’altra parte, contribuendo alla costruzione del mito occidentale, alla narrazione fiabesca del capitalismo. In psicologia sociale vale la stessa regola della psicologia clinica: divieti e interdetti non fanno altro che accendere il desiderio. tiananmensquarepm2
Ci sono epoche della storia nelle quali il passato, un certo passato, appare come una zavorra da cui è necessario liberarsi per spiccare di nuovo il volo, sentirsi come la prima alba del mondo. L’89 ci ha messo di fronte all’ambivalenza di una sconfitta. Ambivalenza, perché il crollo del muro di Berlino (mentre nel frattempo molti altri ne sono stati costruiti dall’Occidente, in Palestina come nella frontiera sud degli Stati uniti) ha liberato anche Marx dalle prigioni dei socialismi da caserma nelle quali era stato confinato. Perché non riuscire a vedere nella caduta del muro una grande opportunità da cogliere, non una sventura da recriminare! Una sfida che sollecita un ritorno al cantiere marxiano e la ripresa di una critica al capitalismo attraverso lo sviluppo delle poche tradizioni politiche non liquidabili, come quelle del comunismo critico e libertario rimaste per tutto il Novecento schiacciate tra due nemici: capitalismo e “social-comunistocrazia” statalista. images8
È davvero singolare che oggi chi vuole riabilitare il muro riproponga, in fondo, lo stesso ritornello berlusconiano, secondo cui «l’unico comunismo possibile è stato quello realizzato in Russia», che né più né meno corrisponde non certo alla breve stagione rivoluzionaria degli anni 20 ma alla cappa stalino-brezneviana che ha fatto del socialismo reale una sorta di variante collettivista, versione parossistica del fordismo. In realtà la riflessione critica sulla biforcazione che ha portato fuori strada l’esperienza del comunismo è andata ancora più lontano. C’è chi rimonta più indietro, invitando a riconsiderare il peso della svolta lassalliana come matrice originaria dell’impianto statalista, anteposto a quello sociocentrico, che ha intrappolato il movimento operaio.