Steve Wright, per una storia dell’operaismo

Recensioni – Dobbiamo a Steve Wright, noto studioso australiano dei movimenti della seconda metà del Novecento, questo volume che disegna la parabola di Classe Operaia. L’assalto al cielo. Per una storia dell’operaismo (postfazione di Riccardo Bellofiore e Massimiliano Tomba, Edizioni Alegre, Roma 2008, pp. 334, euro 20) (1964-67), Potere Operaio (1969-73) e dell’Autonomia operaia (1973-79

Ferruccio Gambino
Liberazione
17 ottobre 2008


Alla prima edizione inglese del 2002 è seguita l’edizione tedesca del 2005 e adesso quella italiana, nella traduzione di Willer Montefusco, grazie al rinnovato interesse per l’operaismo, come osservano Bellofiore e Tomba nella loro postfazione. Steve Wright ricostruisce questa vicenda che troppo a lungo era rimasta affidata alle arringhe di vari magistrati, a parte il notevole contributo di Franco Berardi (La nefasta utopia di Potere Operaio, Castelvecchi, 2003) e ci offre un’interpretazione documentata e originale del dibattito che ha segnato l’operaismo negli anni ’60 e ’70.
Quando si dice operaismo, occorre chiarire. In Italia di operaismi ne sono comparsi almeno tre: prima è venuto l’operaismo di chi si batteva contro questo lavoro e contro l’insensatezza di questo sistema di accumulazione; poi l’operaismo di quanti cercavano di introdurre nuove tematiche operaie nelle istituzioni del movimento operaio; infine l’operaismo di coloro che, reclutando una base militare nelle fabbriche, intendevano costruire un partito armato di ispirazione bolscevica. Chiamo il primo, operaismo anti-accumulativo; il secondo, operaismo istituzionale, il terzo, operaismo reclutativo.
In questo volume, Steve Wright si occupa del primo dei tre operaismi, di gran lunga il più originale. L’autore dedica i due capitoli iniziali alle difficili condizioni in cui quella sinistra che era ai margini del Pci e del Psi andava cercando la strada per uscire dalle strettoie degli anni Cinquanta, quando campeggiavano le grottesche contrapposizioni dei due blocchi nella Guerra fredda. La figura centrale di quella ricerca fu Raniero Panzieri. Il suo programma, «restituire il marxismo al suo naturale terreno che è il terreno della critica permanente», trovava attenzione perlopiù tra una minoranza di giovani intellettuali che gravitavano attorno ai due partiti di sinistra o che avevano sperimentato strategie di non-violenza, ad esempio Goffredo Fofi, Mauro Gobbini, Giovanni Mottura. Come aveva visto Franco Fortini, ben poche forze politiche sembravano disponibili a mettersi in gioco contro l’irreggimentazione con la quale si trasferivano dalle campagne all’industria in Italia e all’estero milioni di individui alla ricerca di un salario, in un processo che i padroni del vapore e il partito della Democrazia cristiana promuovevano sovente con modalità di compromesso tra dormitorio e caserma. Delle dure condizioni in cui questi migranti interni lavoravano nell’industria si conosceva ben poco e quel poco non era argomento da menzionare nell’arena politica.


Con Quaderni Rossi, la rivista diretta da Panzieri, l’incantesimo si ruppe. I tempi e i modi dello sfruttamento industriale entravano finalmente nel dibattito pubblico: a cominciare dalla condizione operaia nella città-fabbrica di Torino. Wright rintraccia giustamente nella categoria di “composizione di classe” il filo rosso dell’esperienza dell’operaismo dei Quaderni Rossi e poi del gruppo che se ne distacca per fondare nel 1964 la rivista Classe Operaia. L’autore non segue il percorso dei Quaderni Rossi dopo tale scissione, ma occorre ricordare che il lavoro della rivista diretta da Vittorio Rieser avrebbe continuato a fornire elementi indispensabili di conoscenza ai giovani militanti che affrontavano l’intervento nelle fabbriche alla fine degli anni Sessanta.
Classe Operaia
era un esperimento che cominciava negando alla classe operaia in Italia il carattere di «compatta massa sociale». Semmai, l’omogeneità «è un obiettivo per cui lottare», ma soltanto a patto di prendere posizione nel conflitto e rilevare dall’interno «l’estrema differenziazione fra i livelli dello sfruttamento capitalistico nelle varie zone, settori, aziende», come scriveva Romano Alquati nel 1965. Wright pone in primo piano il contributo di Mario Tronti, direttore di Classe Operaia, secondo il quale il Marx ossificato dagli economisti dello sviluppo e scienziato dei movimenti del capitale ha troppo a lungo occultato il Marx della rivoluzione contro il capitale e del primato dell’iniziativa di parte operaia. Abbandonate le vecchie certezze dei partiti di sinistra, la navigazione diventava incerta. Nella fase dei Quaderni Rossi avevano soccorso gli scritti di alcuni sociologi industriali statunitensi che non erano allineati con la sociologia dominante, Alvin Gouldner in particolare; ma per il resto era necessario, volenti o nolenti, camminare su terreno inesplorato, mostrando, ad esempio, che la proletarizzazione in Italia era parte di una tendenza  mondiale e che in tale processo era già avvenuta qualche grande rottura della pretesa armonia socialista, come nell’Insurrezione ungherese del 1956. Per quante forze si riuscisse a mettere in campo in Italia contro l’asserita inesorabilità della marcia capitalistica, c’era chi in Classe Operaia si rendeva conto che i partiti di sinistra risultavano arnesi spuntati e che occorreva cercare anche in altri paesi esperienze di lotta contro lo stato delle cose.


La chiusura dell’esperimento di Classe Operaia, chiusura decisa dalla direzione che poi sarebbe rientrata nel Pci, lasciava perplessi parecchi militanti. Dopo un lungo 1967, finalmente il ’68  internazionale e il ’69 italiano confermavano che si poteva fare politica fuori dalle istituzioni del movimento operaio. Ancora oggi pochi rilevano tuttavia che queste insorgenze si manifestano quando la Rivolta afro-americana e operaia di Detroit dell’estate del 1967 è già stata repressa nel sangue dall’Ottantaduesima divisione aerotrasportata. Sarebbe il caso di rammentarlo almeno a coloro che cantano le meraviglie dei cosiddetti Trent’anni Gloriosi (1946-1975), quando, a  loro dire, la classe operaia se la spassava nello Stato del benessere. Wright riannoda i fili del dibattito legato agli eventi del 1968-69 con cui i resti di Classe Operaia che non rientrarono nei ranghi della sinistra costituirono il gruppo di Potere Operaio. Si trattava di militanti che maturarono questa decisione grazie soprattutto all’opera di orientamento e all’azione politica di Toni Negri e di altri attivisti quali Guido Bianchini e Luciano Ferrari Bravo, che si erano  raccolti attorno al periodico Potere Operaio veneto-emiliano nella fase di chiusura di Classe Operaia. Sul gruppo di Potere Operaio è scorso molto inchiostro, prevalentemente per mano sia dei pubblici ministeri dei processi intentati contro i militanti di Potere Operaio sia dei loro epigoni. Per contro, Wright riesce a calibrare il racconto e il giudizio mostrando le linee di convergenza e di collisione delle varie – e in alcuni casi eterogenee – componenti già attive che entrano in Potere Operaio.
Va aggiunto che quando esce il primo numero del periodico omonimo (settembre 1969), la situazione va chiudendosi a livello internazionale in Occidente, anche se meno pesantemente di quanto era avvenuto nelle repubbliche popolari con i carri armati sovietici a Praga (agosto 1968). Potere Operaio si trova stretto tra la repressione strisciante di suoi militanti in fabbrica e la legittimazione del sindacato da parte padronale e statale dopo l’approvazione dello Statuto dei lavoratori (1970). Analogamente a quanto era già successo altrove, l’esodo da Potere Operaio di un intero gruppo di femministe sposta altrove un dibattito che andava già evolvendo fuori dagli schemi tradizionali e che non manca di riverberarsi su quasi tutte le altre formazioni politiche. Quanto alle iniziative a proposito del Mezzogiorno, Potere Operaio si sottrae alla soluzione facile dell’organizzazione del malcontento e punta a formare quadri  capaci di sostenere lotte di lungo corso, per le quali tuttavia i partiti tradizionali sembrano ancora offrire più convincenti  garanzie contro l’isolamento. Lontana purtroppo dai riflettori mediatici ma insistente, anche se timida, rimane la battaglia ecologista che si situa sulla difensiva come lotta operaia contro la nocività industriale e la monetizzazione della salute.


A livello di politica generale, in quegli anni l’uso spregiudicato della Cassa integrazione guadagni, le ristrutturazioni industriali, la diffusione della piccola fabbrica per aggirare lo Statuto dei lavoratori e le scelte urbanistiche si allineavano alle scelte strategiche del capitale industriale che in altri paesi tendevano a rendere obsolete intere sezioni di combattiva classe operaia, come nella Ruhr o in Michigan. A questo proposito, l’antologia curata da Luciano Ferrari Bravo, Imperialismo e classe operaia multinazionale (Feltrinelli 1975) costituiva una notevole anticipazione nella comprensione delle tendenze globali. Le misure di dislocazione industriale e di relativi ammortizzatori sociali sembravano aver poco a che fare con la strategia della tensione e con lo stragismo di Stato (va ricordato, tra l’altro, il prezzo pesante in termini di repressione che nel dicembre del 1971 Potere Operaio pagò, da solo, per la prima manifestazione milanese di massa nell’anniversario della strage di Piazza Fontana). In realtà, in quegli anni era massiccia la combinazione di dosi di paura e di blandizie che le sfere dirigenti riuscivano a rovesciare sul campo dove si giocavano i rapporti di forza con le  “classi pericolose”, al punto che non si esitava ad allentare le cordicelle della spesa pubblica sino alla voragine del debito degli anni Ottanta. All’interno di Potere Operaio, come nota Wright, le divergenze decisive riguardarono allora il peso da attribuire alle mosse dell’avversario. E qui avvennero i primi abbandoni e, ancor più gravemente, si insinuò la tentazione bolscevica dei due momenti, di avanguardia e di massa. E’ forse in questa dissociazione, la quale, come osservò allora Mario Dalmaviva, non veniva legittimata dagli sfruttati, che si collocava la figura che avrebbe dovuto tenere insieme avanguardia e massa, quella dell’operaio sociale di Toni Negri (capitolo 7). Intanto avanzava tutt’altro operaismo, quello reclutativo, che, dando come ormai perso il “popolo teleguidato”, scopriva la fabbrica come  campo di selezione del partito armato.


Wright dedica i due capitoli finali alla storiografia dell’operaio massa e al collasso dell’operaismo. Nel primo, egli esamina i lavori di Sergio Bologna, Karl Heinz Roth e di altri e passa in rassegna i temi della rivista Primo Maggio. Nel secondo, sono presentate le alternative tra i propugnatori della guerra civile e i libertari che si scontrano nel settembre del 1977 a Bologna. I primi avranno la meglio all’interno di quanto rimane della sinistra extraparlamentare, mentre le minoritarie ragioni dell’operaismo vengono tenacemente difese dai Comitati autonomi operai di Roma. Poi, l’ondata di arresti abbattutasi il 7 aprile del 1979 e nei mesi successivi sui militanti di Potere Operaio semplifica, per così dire, il dibattito  ponendo ai militanti la vecchia domanda: “da che parte stai?”. Il dibattito operaista passerà attraverso il laminatoio della  galera e dell’esilio, manifestando così una sua singolare vocazione cosmopolitica. Per sua fortuna, e anche per merito di Steve Wright, esso è quasi sempre rimasto lontano dal libero mercato delle idee.

Linea dura del governo. Roberto Maroni, “Centri sociali dietro gli scontri”. Tutti in galera e ora “nuclei mobili” di polizia contro i manifestanti

La cittadella della politica è ridotta come la fortezza Bastiani nel Deserto dei Tartari. Il Governo grida ai professionisti della violenza, per bocca del ministro dell’Interno accusa i centri sociali, critica i magistrati che hanno rimesso in libertà (con obblighi vari) i fermati (meno due) di martedì 14 e annuncia nuovi dispositivi di polizia per contenere le prossime manifestazioni. L’opposizione grida agli infiltrati ma è smentita dall’evidenza dei fatti e delle immagini. Lo spettro della Grecia terrorizza tutti. Il mondo delle istituzioni è sempre più scollato e separato dal Paese reale. Intanto una nuova generazione ribelle appare sulla scena

Paolo Persichetti
Liberazione 18 dicembre 2010

 

La piazza e il suo popolo

La relazione sugli scontri di piazza del 14 dicembre a Roma, tenuta ieri dal ministro dell’Interno Roberto Maroni in senato, era molto attesa soprattutto dopo l’intervista rilasciata il giorno prima a l’Unità dal capo della polizia. Si trattava di capire come il governo avrebbe reagito al ragionamento per nulla scontato proposto dal prefetto Antonio Manganelli. Il capo della polizia, infatti, aveva parlato di «un’attività di supplenza sempre più complessa e delicata» a cui le forze dell’ordine sono chiamate a causa delle tensioni sociali «in forte crescita in tutto il paese», provocate da una grave crisi economica e «dall’instabilità anche del quadro politico». Nelle parole di Manganelli e soprattutto nell’uso, certo ben riflettuto, del termine supplenza, è parso di leggere una critica alla politica del governo. La supplenza evoca un’attività di sostituzione, un’assenza riempita da qualcos’altro. I rifiuti di Terzigno, i licenziati Fiat, le aziende che chiudono, i terremotati aquilani, i migranti che salgono sulle gru, i precari che vanno sopra i tetti, insieme agli studenti – spiegava Manganelli – «sono tanti focolai di tensione. Perché i rifiuti di Napoli devono diventare un problema di polizia? Semmai è di pulizia». Il vuoto, lasciava intendere il capo della polizia, è quello della politica. Insomma non tutto può trasformarsi in questione di ordine pubblico: se le volanti sono costrette a scortare gli autocompattatori che si recano nelle discariche, se i reparti mobili devono trasformarsi in ausiliari della nettezza urbana, qualcosa non funziona più. Ebbene, nel suo intervento in aula il ministro dell’Interno si è mostrato totalmente sordo a queste riflessioni. Per Maroni l’unica risposta che offre la politica ai problemi sociali è il ripristino dell’ordine pubblico, cioè la repressione. Il manovratore non va disturbato. In piazza – ha spiegato nella sua relazione – accanto agli studenti che manifestavano c’erano i soliti professionisti della violenza, «gruppi organizzati di militanti antagonisti, che poco o nulla hanno a che fare con la scuola e con lo studio, provenienti da centri sociali autogestiti delle principali città italiane. L’ampia partecipazione dei centri sociali – ha sostenuto – testimonia l’eccezionale mobilitazione che si è voluta imprimere alla protesta degli studenti per inquinarla con la violenza». Maroni ha dunque già individuato i responsabili delineando il teorema incolpativo che con molta probabilità giustificherà alcune retate nelle prossime settimane. Anche qui l’analisi condotta dal responsabile del Viminale diverge da quella proposta dal capo della polizia che invece sottolineava un fatto nuovo, riscontrato dagli organizzatori stessi della manifestazione del 14, sorpresi e scavalcati dalla piazza: la presenza cioè di una nuova composizione sociale scesa in strada. «Il problema – sosteneva Manganelli – è la rabbia sociale che c’è in giro. Giovani e meno giovani che poco o nulla hanno a che vedere con la politica e le ideologie e che sono gonfi di rabbia, disposti a tutto». In queste ore sono state proposte analisi che hanno descritto con maggiore precisione la discesa in strada di nuove leve giovanili provenienti dalle scuole di periferia, molto più agguerrite, abituate al tifo da stadio, orfane delle ideologie post-anni 70 e della cultura della piazza costruita attorno ai social forum e ai controvertici, estranee alle pratiche del “conflitto mimato” e delle “dinamiche concordate” con le forze dell’ordine. Settori giovanili molto più vicini ai loro coetanei delle banlieues francesi o agli studenti londinesi. Giovani che su youtube guardano le immagini della rivolta greca. Una massa d’urto considerevole che suscita notevole inquietudine nella cittadella arroccata del potere. Nel retropensiero del capo della polizia c’è lo spettro greco, per questo affina l’analisi, chiama alle sue competenze la politica prima che il vento di rivolta del Melteni arrivi anche nelle città italiane. In qualche modo non calca la mano, il che spiega in parte la linea morbida di procura e tribunale che ha portato alle scarcerazioni. Ma anche qui Maroni indica un’altra linea, attacca le scelte della magistratura, seguito a ruota dal guardasigilli Angiolino Alfano che ha inviato un’ispezione ministeriale per verificare l’operato dei magistrati romani. Il governo auspica una fermezza simbolica con l’invio in carcere dei ragazzi fermati, a prescindere dalle loro responsabilità reali, anche se i dossier presentati dall’accusa sono fragili. I fermi nella stragrande maggioranza non sono avvenuti in flagranza. Si è trattato per lo più di classici rastrellamenti di piazza. Nessuno di loro aveva caschi o bastoni. Uno scenario ben diverso da quei «gruppi organizzati di violenti» che, secondo il ministro, hanno preso in ostaggio la maggioranza degli studenti. Una suddivisione tra buoni e cattivi proposta anche da Roberto Saviano, uno che in genere non sa mai bene di cosa scrive. Le parole di Maroni accentuano la distanza della politica dal mondo reale e rivelano la sindrome d’assedio che assilla i palazzi delle istituzioni. Timore che indurrà i responsabili dell’ordine pubblico ad introdurre, già dalle prossime manifestazioni contro il ddl Gemini, un nuovo dispositivo di polizia composto da “nuclei mobili”, «per prevenire altre occasioni di guerriglia urbana». Infine il ministro ha avuto buon gioco nel replicare a chi dai banchi dell’opposizione aveva confuso un manifestante, rivelatosi poi un liceale minorenne, con un poliziotto infiltrato. Polemiche che per altro hanno avuto il solo effetto di causare l’arresto del ragazzo, inizialmente riconsegnato ai familiari dopo il fermo a causa della sua minore età.

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Ma dove vuole portarci Saviano?
Attenti, Saviano è di destra, criticarlo serve alla sinistra

Genova 2001, quel passo in più

La macchina del fango di Saviano contro i manifestanti del 14 dicembre

Eccolo di nuovo. Nessuno s’era accorto della sua mancanza dagli schermi di Rai 3 che Saviano ricompare per pontificare stavolta sugli scontri a Roma del 14 dicembre e censurare i giovani che vi hanno preso parte

di Stefano Cappellini
il Riformista 17 dicembre 2010

Roberto Saviano, mentalità da borghese piccolo piccolo

C’è una patina di ipocrisia nella «Lettera ai ragazzi del movimento» pubblicata ieri su Repubblica da Roberto Saviano. La sua forzata lontananza dai fatti del 14 dicembre merita rispetto. Ma per chi vuole cercare di capire cosa è successo in piazza, e non solo oscillare tra l’ovvia condanna delle violenze e l’altrettanto facile assoluzione del movimento, il suo è un contributo di disinformazione.
Due tesi si fronteggiano da giorni sui disordini di Roma del 14 dicembre. La prima vuole che un gruppo di facinorosi professionisti abbia approfittato dell’occasione di piazza per mettere in atto un piano preordinato di guerriglia urbana a spese della massa pacifica di studenti e manifestanti. La seconda sostiene che tracciare una linea netta tra i “violenti” e i “buoni” non è così semplice, sia perché molti dei protagonisti degli scontri (e delle udienze di ieri al Tribunale di Roma) hanno facce e curricula del tutto analoghi a quelli degli “angeli dei tetti”, sia perché le azioni più estreme hanno goduto, se non della partecipazione diretta, comunque del consenso di una larga parte del corteo.
Saviano sposa la prima – la più rassicurante, la più “democratica” – delle due tesi. Anzi, la porta alle estreme conseguenze: il movimento è buone cose, buone facce e buoni propositi, poi «ci sono cinquanta o cento imbecilli che si sono tirati dietro altrettanti ingenui sfogando su un camioncino o con una sassaiola la loro rabbia», che hanno agito a danno e dispetto di chi vuole cercare pacificamente di cambiare le cose. Non solo, questi «cinquanta o cento» sarebbero doppiamente estranei al movimento, perché pure Saviano si appoggia sulla comoda etichetta mediatica dei black bloc. «Il blocco nero è il pompiere del movimento», scrive l’autore di Gomorra, additandolo come l’agente di una nuova «strategia della tensione». Qui le sciocchezze sono due in un colpo solo.
Saviano, e molti prima di lui, chiaramente non sa di cosa scrive quando parla di black bloc. I quali sono un’area ben definita, con una “ideologia” e un network internazionale. E a Roma non c’erano. Dopo Genova 2001, black bloc è diventato sinonimo di teppista politico e, ogni qual volta si verificano incidenti gravi da parte di manifestanti mascherati, sui media si chiama in causa a sproposito il «blocco nero», con la stessa faciloneria con cui alla fine degli anni Novanta si parlava in casi analoghi di “squatter” e nei decenni precedenti di “autonomi”. Sono definizioni a prescindere, è un’informazione un tanto al chilo. E spiace che Saviano se ne faccia autorevole tramite. Anche perché gli sarebbe bastato leggere, proprio su Repubblica, gli informati pezzi di Carlo Bonini, compreso quello pubblicato ieri in contemporanea al suo, per capire che la partecipazione dei black bloc è una leggenda, una bufala. O, per meglio dire, un alibi. Che Saviano ingigantisce evocando addirittura una nuova strategia della tensione.
Un professionista delle parole come lui dovrebbe stare più attento a ciò che dice e scrive. In Italia la «strategia della tensione» c’è stata. Ha significato bombe, stragi, depistaggi, collusioni tra pezzi di Stato e criminalità organizzata. È stata una tragedia nazionale. Evocarla a proposito dei fatti del 14 dicembre è ridicolo e serve solo ad alimentare una distorta visione dietrologica, offrendola in pasto a un pezzo di opinione pubblica – i ragazzi delusi, non a torto, dalla politica e dalla sinistra “ufficiale” – in cui già da anni spacciatori a tempo pieno di Complotti e Inciuci producono danni pesanti. Se poi Saviano crede davvero al bau-bau, all’uomo nero e al blocco nero pure lui, allora eviti di scrivere che «carabinieri e finanzieri usano le camionette come esca su cui far sfogare chi si mostra duro e violento in strada». Questa dei manifestanti traviati dalle provocazione delle camionette lasciate ad arte sul percorso del corteo è, nella sua rozza partigianeria, una versione da velina della Questura. E pure una contraddizione: se, come sostiene lo scrittore, in strada c’erano i professionisti della guerriglia, non avevano bisogno di «esche» per darsi alla guerra.
Ma se non si vuole essere ipocriti, se non si vuole fare la figura di quei commentatori da Raisport che davanti ai tafferugli allo stadio se la cavano con un «scene che non vorremmo mai vedere», bisogna aggiungere un’altra e più importante considerazione. Non si può evocare e denunciare quotidianamente la crisi, il disagio, l’impoverimento – tutte realtà autentiche dell’Italia del 2010, tutti temi su cui Saviano si è soffermato – e poi avere paura di guardare a quali conseguenze può portare questa situazione. Si badi, non si tratta giustificare la violenza. Ma di fare uno sforzo maggiore di comprensione dei fenomeni, di non chiudersi nelle versioni edulcorate e apologetiche della protesta, di non pensare che la sofferenza produca solo elenchi e ospiti da talk, questo sì, dovrebbe essere obbligatorio per chi vuole raccontare credibilmente il paese. Cullarsi sull’illusione che la violenza venga da fuori, da agenti provocatori e infiltrati, è comodo. Più arduo è farci i conti quando diventa la prassi di ventenni che non sono né black bloc né vecchi arnesi della contestazione. Il conflitto sociale, caro Saviano, non è un pranzo di gala. E nemmeno un format televisivo di prima serata.

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La macchina del fango di Saviano contro i manifestanti del 14 dicembre
Il capo della mobile: “Contro Saviano minacce non riscontrate”
Alessandro Dal Lago:“La sinistra televisiva un berlusconismo senza berlusconi”
Il capo della Mobile di Napoli: “Vi spiego perché ero contrario alla scorta per Roberto Saviano”
Aldo Grasso: “Vieni via con me un po’ come a messa”
Daniele Sepe scrive un rap antiSaviano: “E’ intoccabile più del papa”
Il razzismo anticinese di Saviano. L’Associna protesta
La denuncia del settimanale albanese: “Saviano copia e pure male”
Il paradigma orwelliano impiegato da Roberto Saviano
Saviano in difficolta dopo la polemica su Benedetto Croce
Marta Herling: “Su Croce Saviano inventa storie”
Saviano, prime crepe nel fronte giustizialista che lo sostiene

Ma dove vuole portarci Saviano
Il ruolo di Saviano. Considerazioni dopo la partecipazione a “Vieni via con me”
Pg Battista: “Come ragalare un eroe agli avversari. Gli errori della destra nel caso Saviano”
Non c’è verità storica: il Centro Peppino Impastato diffida l’ultimo libro di Roberto Saviano
Diffida e atto di messa in mora. Rettifica libro “La parola contro la camorra” di Roberto Saviano
Castelvolturno, posata una stele per ricordare la strage di camorra ma Saviano non c’era e il sindaco era contro
Alla destra postfascista Saviano piace da morire
Populismo penale

Il diritto di criticare l’icona Saviano
La libertà negata di criticare Saviano
Saviano, l’idolo infranto
Pagliuzze, travi ed eroi
Attenti, Saviano è di destra, criticarlo serve alla sinistra

Buttafuoco, “Saviano agita valori e codici di destra, non regaliamo alla sinistra”

Martedi 14 c’erano degli infiltrati ma sedevano sui banchi del parlamento

Anna Finiocchiaro del Pd, Oliviero Diliberto del Pdci, Vauro Senesi del manifesto e Anno zero, denunciano la presenza di provocatori confusi tra i dimostranti. Ancora una volta la leggenda dell’infiltrato serve alla sinistra istituzionale per esorcizzare la propria inutilità politica

Paolo Persichetti
Liberazione 16 dicembre 2010

piazza DEL POPOLO!

Gli unici infiltrati che sono stati visti martedì 14 a Roma sedevano in parlamento nei banchi dell’opposizione. I loro nomi sono noti a tutti, si tratta dei dipietristi Antonio Razzi e Domenico Scilipoti e poi dell’ex veltroniano, passato successivamente con Rutelli, Massimo Calearo. I tre provocatori, dando prova di una consumata arte della messa in scena, dopo aver disertato la prima chiamata al voto sono apparsi in aula solo al secondo appello per depositare nell’urna i voti decisivi contro la mozione di sfiducia a Silvio Berlusconi. Questa circostanza apparsa praticamente in mondovisione, tante erano le reti televisive internazionali che hanno seguito la giornata parlamentare, avrebbe dovuto indurre a maggiore prudenza quegli esponenti del Pd, ma non solo, anche Oliviero Diliberto del Pdci e portavoce della Federazione della sinistra, non è stato da meno, che hanno gridato per l’intera giornata alla presenza di infiltrati fuori da Montecitorio che avrebbero dato il via agli scontri nell’imponente corteo che ha assediato le casematte del potere politico. A questo punto, se un interrogativo avrebbe avuto piena legittimità di esistere, questo riguardava, in realtà, l’identità dei mandanti dei tre parlamentari. Chi li ha reclutati nelle liste dell’Italia dei valori e del Pd?
Ecco che ancora una volta la legenda autoconsolatoria dell’infiltrato è servita alla sinistra parlamentare ed ai soliti Repubblica, il Fatto quotidiano, Roberto Saviano per esorcizzare l’ennesima sconfitta ed esportare sui giovani della piazza la propria inconsistenza politica. Per la cronaca il misterioso personaggio con il piumone color crema che numerose sequenze fotografiche riproducevano in prima fila durante gli scontri, compreso l’episodio dell’aggressione ad un finanziere, è un liceale minorenne, S. M., attivista politico ma non appartenente al collettivo studentesco “Senza tregua”, come era stato detto in un primo momento. La notizia è stata smentita con un comunicato dallo stesso collettivo, che però con questa precisazione “non ha inteso prendere le distanze dal giovane”. Altre fonti affermano che il ragazzo sia anche un frequentatore della curva romanista, vicino al gruppo dei Fedayn. Di certo non è figlio di un ex brigatista come la Stampa ha scritto stamani. Informazione errata rilanciata nel corso della giornata dai siti di altri quotidiani. Il padre del giovane avrebbe avuto alcuni precedenti giudiziari legati all’appartenenza ad un’area limitrofa a quella dell’Autonomia. Un passato comune a diverse migliaia di genitori romani. Il manganello e le manette che aveva in mano in una foto erano trofei raccolti nel furgone abbandonato dalla Finanza poco prima. A parlar chiaro è anche la composizione sociale dei fermati, 45 in tutto nella serata di martedì, scesi a 23 dopo la riconsegna dei minorenni alle famiglie e il rilascio di quelli rastrellati a caso. In gran parte giovanissimi, molti nati nel 1992. Tutti incensurati. Nessun professionista della violenza, come hanno tuonato in coro esponenti della maggioranza di governo, il sindaco Alemanno, e a ruota anche parlamentari dell’opposizione. Emblema, in realtà, di quella generazione precaria di cui tutti si riempiono la bocca senza mai volerne veramente comprendere i problemi, le rivendicazioni, la rabbia che esprimono. Che siano studenti o ragazzi cresciuti negli spalti degli stadi, la differenza nei comportamenti imprevedibili e gli slogan fuori dai codici classici delle culture della sinistra estrema, non cambia. Se dei paragoni storici possono essere richiamati, la giornata romana di martedì 14 dicembre ricorda un po’ i giovani con le magliette a strisce del luglio ’60, quelli che poco dopo furono protagonisti anche della contestazione di piazza Statuto, a Torino, nel 1961, censurata dai vertici del Pci e della Cgil dell’epoca ma in realtà annuncio di un nuovo corpo sociale ribelle che scosse il Paese dal ’68 in poi. Qualcosa di nuovo si muove, dunque, ma senza codici politici, senza nemmeno la memoria dei movimenti passati, figuriamoci degli anni 70, spettro che angoscia solo il mondo separato delle istituzioni. L’effetto calamita ha attratto questi giovani che hanno approfittato di un appuntamento come quello del voto di sfiducia al governo, anche se la loro rabbia, la voglia di fargliela pagare va molto oltre le dinamiche parlamentari. Tutto ciò interroga la sinistra a partire dal fatto che questi giovani sono politicamente orfani e quindi rischiano di esser soli di fronte alla macchina repressiva dello Stato. I 23 fermati compariranno stamani in tribunale a piazzale Clodio dove si svolgeranno i riti per direttissima. L’imputazione contestata dai pm Pietro Saviotti e Silvia Santucci è quella di resistenza, aggravata dalle armi improprie e dal numero dei partecipanti, e l’oltraggio a pubblico ufficiale. Reati che prevedono un tetto di pena massimo che può raggiungere i 15 anni di reclusione. Ad alcuni di loro verrà contestato anche il reato di lesioni. Diversi fermati provengono da altre città, come Genova e Bologna. Un presidio di solidarietà è stato indetto stamattina, alle 10, davanti al tribunale.

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Genova 2001, quel passo in più
Sgommiamo Diliberto dalla scena politica

SCONTRI 14 DICEMBRE A ROMA: DILIBERTO, VIOLENZA OPERA DI INFILTRATI

SCONTRI ROMA: DILIBERTO, VIOLENZA OPERA INFILTRATI VANNO INDIVIDUATI, NON CONFONDERE PROTESTA STUDENTI CON VIOLENTI (ANSA) – ROMA, 15 DIC –

«Se c’erano infiltrati, come pensiamo c’erano, è necessario che vengano individuati. Filmati, foto e testimonianze sugli scontri di ieri a Roma c’è ne sono a iosa. Chi di dovere, ministro dell’Interno in primis, analizzi tutto il materiale e indaghi. Un Paese civile non può assolutamente permettersi di non farlo. Le lotte pacifiche degli studenti, che da mesi manifestano in tutte le piazze, non possono in nessun modo essere confuse e oscurate da atti di violenza inaccettabili». È quanto afferma Oliviero Diliberto, portavoce della Federazione della sinistra. (ANSA). DEL 15-DIC-10 12:29 NNN

FINE DISPACCIO

Comunicato del collettivo studentesco Senza tregua

Il ragazzo del liceo Caetani, fermato in queste ore non è uno studente di Senza Tregua.
Lo affermiamo non per prenderne le distanze, ma per dovere di cronaca e rispetto nei confronti dello studente.
Ribadiamo in ogni caso la nostra solidarietà ad un ragazzo di appena sedici anni, che si è trovato suo malgrado al centro di un caso mediatico in cui giornali e televisioni non hanno fatto altro che speculare sulla sua situazione, senza alcun rispetto.
Purtroppo la volontà dei partiti politici e dei media in questo momento è di negare l’importanza della manifestazione del 14 dicembre e per oscurarne la portata, si utilizza ogni mezzo, senza alcun rispetto neanche per un ragazzo minorenne.
Non si può trasformare una grande manifestazione politica in una questione di ordine pubblico, non si può ridurre quanto accaduto nella giornata del 14 dicembre alla dinamica di presunti gruppi estremisti ed infiltrati nei cortei. Questa logica la conosciamo bene e la rigettiamo.
Non ci sono studenti buoni e studenti cattivi, c’è un movimento responsabile e razionale che punta a bloccare questa riforma, mandare a casa questo governo, lottare contro un sistema che sfrutta ed opprime lavoratori e studenti.
Nelle agenzie e negli articoli di giornale siamo definiti movimento di “estrema sinistra”. È una definizione che non riconosciamo, come non riconosciamo l’idea che chiunque si opponga a questo stato di cose sia etichettato come, antagonista ed estremista; definizioni vuote di significato, intrise solo di interessi economici e politici da difendere.
Se per voi lottare ogni giorno per una scuola ed un’università pubblica, accessibile a tutti, per la sicurezza degli edifici scolastici, per i diritti degli studenti è da estremisti, allora si, siamo estremisti. Se per voi difendere i diritti dei lavoratori, contestare sindacalisti asserviti alla volontà dei padroni è da estremisti, allora si, siamo estremisti. Ma viene da chiederci dove sono finiti tutti gli altri? Quei tanti che hanno lottato negli anni ‘70 per un mondo migliore, e oggi pensano di esaurire il loro compito guardando annozero e ballarò, magari dall’alto di qualche posizione di riguardo raggiunta. Si chiedano loro, cosa erano e cosa sono diventati.
“Senza Tregua” il nostro slogan, citato impropriamente dai giornali e dalle agenzie stampa, è tratto da un libro di un partigiano, Giovanni Pesce, che nel consegnare idealmente ai giovani il patrimonio della resistenza, afferma che è proprio ai giovani che spetta il compito di proseguire sulla strada della resistenza e ampliare le sue conquiste.
Per questo la nostra lotta è senza tregua.
Solidali con S.
Non un passo indietro.

16 dicembre 2010

I Redenti, scorci di un passato repubblicano fatto di redenti e di perduti, di salvati e di sommersi

Libri – Mirella Serri, I Redenti. Gli intellettuali che vissero due volte 1938-1948, Corbaccio, 2005, pp. 372

Paolo Persichetti
14 ottobre 2005

«Uomini e no», con questa drastica alternativa Elio Vittorini aveva rappresentato la radicale alterità contenuta nella scelta di combattere il fascismo. Una decisione a cui lui stesso era giunto con un po’ di ritardo, se è vero che ancora nel 1942 prese parte in Germania ad un convegno con Giaime Pintor e in cui era presente Goebels. copj13aspTempo dopo dalle pagine del Politecnico, come ricorda Luisa Mangoni in un saggio sugli intellettuali tra fascismo e antifascismo, sempre Vittorini rispondeva alle numerose lettere scritte da giovani nei quali si poteva leggere l’angoscia «di non poter più essere uomini dopo esser stati “non uomini”». Li invitava «a convincersi di non esser colpevoli… strumenti sì del fascismo, ciechi dinanzi a quello che il fascismo era, vittime di quello che sembrava, deboli, non forti, ma non fascisti». D’altronde come avrebbero potuto sapere? Si chiedeva, dimenticando un po’ troppo facilmente gli antifascisti che avevano marcito nelle galere o al confino. «L’antifascismo era all’estero, e la sua voce giungeva deformata in Italia come tutto il resto che giungeva in Italia dall’estero: deformato». In fondo questi giovani, spiegava pensando probabilmente a se stesso, «non erano reazionari… erano per un progresso sociale, per una migliore “giustizia sociale”, per l’eliminazione del latifondo e la socializzazione delle grandi imprese. Il fascismo disse loro di essere questo». Il fascismo come malinteso, dunque. Un equivoco che avrebbe tratto in inganno le buone intenzioni di una generazione inquieta che, in modo inconsapevole oppure dissimulando astute forme di nicodemismo, con fare ermetico o approntando diaboliche strategie entriste, praticava l’antifascismo in camicia nera, anticipando la resistenza nei salotti, nelle redazioni, nei posti al sole del regime, tra littoriali, militanze nei Guf, prebende del Minculpop, lettere di raccomandazione al Duce, elogi della filmografia nazista e dei carri armati dell’asse. Un curioso modo antifascista d’essere fascisti: «Voi non siete stati fascisti. Il vostro modo di esserlo, fino a qualunque data lo siate stati, è stato un modo “antifascista”». Antifascisti forse, ma senza esser mai stati antirazzisti dopo le leggi segregazioniste del 1938.
In questi brevi passi ripresi dal Vittorini-pensiero si racchiude molto della sostanza di quel salto pindarico che permise a una larga generazione di intellettuali di «vivere due volte», come ha scritto Mirella Serri nel suo saggio, I Redenti. Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1948. Certo, la vicenda è complessa e non nuova agli studi, per questo non può essere liquidata con sprezzanti tirate moralistiche, di cui invero quegli intellettuali “redenti” furono spesso (non tutti per fortuna) spietati maestri durante le loro seconde vite. Diversi tra loro si riscattarono nella Resistenza, anche nella tragedia della morte, altri si riciclarono attraverso il frondismo, che è sempre una maniera molto elegante di restare con un piede tra due scarpe. Tuttavia la sfilza di nomi, presa anche solo per difetto, disorienta: Cantimori, Muscetta, Guttuso, Argan, Alicata, Ingrao, Lizzani, Della Perruta, Trombadori, Pavese, Pintor, Della Volpe, senza dimenticare su altre sponde Bobbio, Spadolini, Pannunzio, Scalfari, Montanelli, Bocca, Biagi, lo stesso Calamandrei e ancora, oltre Tevere, i clericofascisti come padre Agostino Gemelli. Insomma, benefattori, grandi uomini di cultura, facitori d’opinione, inter-preti della religione civile, padri della patria.
Una prima chiave di lettura ci dice che, quali che siano i colori delle ideologie, questa è una classica storia d’élites, che riescono quasi sempre a traversare con pochi danni le tempeste della storia. Subentra poi la politica «entrista» che i comunisti 97888044958641condussero ai fianchi del regime, una volta abbandonata l’idea del rovesciamento armato e riconosciuta la sua natura «reazionaria di massa». Quindi la vicenda del patto Ribentrop-Molotov del 39-41, esaltata come l’alleanza delle nuove potenze monopolistiche contro le plutocrazie occidentali che stentavano a rimettersi dalla crisi (anche il new deal Roosveltiano guardava ai vantaggi dell’economia di pianificazione e in quegli anni Keynes elaborava la sua dottrina). Il vecchio programma di Verona, l’originaria fase del fascismo di sinistra, antiborghese, corporatista e monopolista, fu il collante che consentì il successo della strategia di recupero attuata da Togliatti. Un organico disegno d’egemonia che attraverso la chiusura della guerra civile, l’amnistia politica e il reclutamento delle giovani energie intellettuali del passato regime, mirava a ricomprendere la storia nazionale rifondando le basi del paese. Un disegno strategico che l’odierna storiografia liberale tende a rileggere in termini d’inevitabile continuità, culturale e ideologica, conseguenza di una supposta omologia totalitaria tra fascismo e comunismo. Dimenticando i reclutamenti nel campo laico-liberale e la posizione di Croce, la sua avversione verso le epurazioni, la metafora della grande parentesi con la quale si voleva liquidare il fascismo come se nulla fosse accaduto, e soprattutto sottacendo l’altra continuità, quella degli apparati statali, della magistratura, dell’industria e della finanza “fascistissima”, dei senatori del regno, come Agnelli, ingrassati con le avventure coloniali del regime. Singolare atteggiamento quello della storiografia liberale, che da una parte lancia anatemi sull’esecuzione di Gentile, ma poi denuncia la politica d’integrazione dei giovani quadri intellettuali del fascismo.
Comunque continuità ci fu, ma questa avvenne proprio a scapito del marxismo. L’integrazione togliattiana dei quadri bottaiani per un verso, e dell’azionismo dall’altro, entrambi formati alla filosofia di Gentile, produsse un singolare mescolanza di cui a tutt’oggi resta insuperata la critica mossa da Asor Rosa nell’oramai lontano Scrittori e popolo. Un ibrido ideologico che fondeva strati di nazional-popolare, storicismo crociano, diamat staliniano, il tutto condito – come ha sottolineato Romano Luperini – da una visione dell’impegno improntato alla vita morale, ad ideali genericamente umanisti che vedevano nell’intellettuale il sale della terra. «Io non mi sono iscritto al partito comunista italiano per motivi ideologici», scriveva Vittorini a Togliatti, «Quando mi sono iscritto non avevo ancora avuto l’opportunità di leggere una sola opera di Marx, o di Lenin, o di Stalin… Aderii ad una lotta e a degli uomini».
Non a caso si dovettero attendere gli anni Sessanta perché si affermassero in Italia i fermenti di un neomarxismo liberato dagli effluvi gentiliano-bottaiani e gli anni Settanta perché questo divenisse pratica politica. Per questo oggi sarebbe più utile una riflessione storica sulle conseguenze politico-culturali di quella stagione, piuttosto che l’attenzione un po’ scandalistica sulle rivelazioni di passati celati, memorie edulcorate, rimozioni, reticenze e autoindulgenze, per giunta condotte in molti casi di pari passo con la più spietata inclemenza verso quelle generazioni che negli anni Settanta tradussero concretamente la loro ricerca di una società diversa, che non si accontentava più del compromesso sociale-istituzionale uscito dal dopoguerra. Per costoro, al contrario, non c’è stata nessuna indulgenza, alcun tentativo di capire, ancora meno una politica di recupero, nessuna delle tre amnistie concesse dal fascismo ai suoi nemici, ma solo carcere ed esilio. Il vero problema, dunque, non è il prima semmai il dopo.
In fondo, tutti dovrebbero avere il diritto di tentare, di crescere, di trarre lezione dall’esperienza. Allora dovrebbe far riflettere questo passato repubblicano fatto di redenti e di perduti, di salvati e di sommersi.

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Paolo Persichetti
Liberazione 12 dicembre 2010

Vivere per la politica o vivere di politica? Nonostante sia passato quasi un secolo da quando Max Weber affrontò la questione in una conferenza universitaria tenutasi a Monaco nel 1918, le cose sono rimaste più o meno uguali. Divenuto nel frattempo uno dei classici del pensiero politico, La politica come professione, saggio che raccoglie il testo della conferenza tenuta dal sociologo tedesco, sta all’analisi dello Stato e dei meccanismi di funzionamento e legittimazione del potere politico nelle società borghesi e capitaliste come il Capitale di Marx sta all’analisi del sistema di produzione capitalistico. Con l’emergere dello Stato moderno la nuova figura del politico di professione espropria il ruolo che era stato dei funzionari di ceto. Il progressivo allargamento dell’apparato statale alle masse popolari, in una società dove permane la divisione del lavoro, pone il problema del reperimento delle risorse per consentire l’esercizio della politica anche per quei gruppi sociali privi di capitale economico. In Europa videro la luce i grandi partiti operai e socialisti, poi comunisti, dotati di potenti apparati animati da funzionari. Professionisti della politica che nella versione bolscevica divennero professionisti della rivoluzione. Dove mancavano i partiti di massa radicati territorialmente continuavano a prevalere i notabili tradizionali, legati ad una logica imprenditoriale privata della politica. Spiega Weber che in entrambe le ipotesi, anche se in forme diverse, la politica è rimasta un mezzo per costituire a proprio favore delle rendite. Un mezzo, non per forza sempre e comunque un fine. Insomma vivere di politica è una condizione connaturata alla politica moderna, sia nelle tradizione liberaldemocratica che in quella che fu del socialismo reale. L’estrazione a sorte e la rotazione dei mandati, presenti nella democrazia ateniese, o il vincolo di mandato votato dagli insorti della Comune di Parigi, appartengono ad un’altra storia.
Le aule parlamentari trasformate in una fiera dei voti, come sta accadendo in questi giorni, non sono dunque una novità. Il trasformismo parlamentare è nato in Italia con lo Stato unitario, praticato da Agostino De Pretis venne ripreso da Francesco Crispi e poi da Antonio Giolitti. Ha imperversato per l’intero cinquantennio della Prima Repubblica tra i banchi della democrazia cristiana e dei suoi alleati satelliti. Poi la fine dei partiti pesanti, il ritorno alla politica dei notabili, la sostituzione dei circoli con i gazebo, il presidenzialismo sostanziale che caratterizza il sistema politico della Seconda Repubblica hanno incrementato la volatilità dei mandati parlamentari. Ma c’è qualcosa di più che va segnalato dietro i repentini passaggi di schieramento delle ultime ore. C’è un partito di voltagabbana d’ogni genere (molti arrivati dalla sinistra), l’Italia dei valori, che da quando ha avuto accesso in parlamento svolge sistematicamente la funzione di serbatoio di riserva del berlusconismo nonostante la feroce retorica antiberlusconiana di cui fa mostra. D’altronde come non ricordare l’incontro con il Cavaliere nel 1994 quando intenzionato a scendere in politica Di Pietro era ancora incerto su quale fosse lo schieramento migliore dove collocarsi. Ogni qualvolta sono emersi momenti critici all’interno di una legislatura dai suoi banchi si sono staccati dei parlamentari per dar manforte alla maggioranza berlusconiana. Accadde nel 2001 con Gabriele Cimadoro e Valerio Carra che votarono la fiducia a Silvio Berlusconi. Si ripeté nel 2006 con Sergio De Gregorio, decisivo per la caduta del governo di Romano Prodi. Succede nuovamente oggi con Domenico Scilipoti e Antonio Razzi (di cui si dice che il primo abbia i beni pignorati e l’altro un grosso mutuo da pagare). Ma la lista continua ancora se solo volgessimo lo sguardo agli amministratori locali o al parlamento europeo. Di Pietro grida al tradimento, taccia i transfughi di Giuda, va dai pm, ma quelli che chiama traditori li ha scelti lui. Dice che non sapeva come riempire le liste e così per racimolare voti ha reclutato personaggi espressione delle peggiori reti clientelari e affaristiche presenti sui territori, pronti a concedersi al miglior offerente. Per una formazione che rivendica il monopolio dell’etica e della virtù non è una bella figura. Siamo forse alla prova della verità per il giustizialismo dipietrista: il berlusconismo e l’antiberlusconismo giustizialista sono l’uno la stampella dell’altro, si sorreggono reciprocamente. Questo ci dice il mercato delle vacche che si sta svolgendo a Montecitorio.

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