E’ morta Franca Salerno, storica militante dei Nap

Impegnata nelle lotte contro le istituzioni totali
Domani si terrà una cerimonia civile presso il centro sociale Acrobax a Roma dalle 13 alle 16

Paolo Persichetti
Liberazione 4 febbraio 2011

Franca Salerno, militante dei Nap durante gli anni 70, sedici anni di carcere duro sulle spalle, un figlio nato in prigione poco dopo l’arresto, si è spenta ieri a Roma dopo aver resistito a lungo contro la malattia. Quel bambino, Antonio, che aveva tenuto con sé in cella nei primi anni di vita l’aveva perso cinque anni fa, ormai uomo e impegnato politicamente in uno dei centri sociali della Capitale, l’Acrobax, portato via da un incidente sul lavoro. Le foto d’archivio in bianco e nero di Maria Pia Vianale e Franca Salerno col bimbo nel grembo, riprese mentre sorridono dietro la gabbia di un’aula giudiziaria, provocano oggi quasi un senso di vertigine. Una distanza siderale le separa dalle figure femminili che la cronaca politica diffonde in questi giorni. Valerio Lucarelli, autore di un recente volume sulla storia fin troppo dimenticata dei Nap, Vorrei che il futuro fosse oggi. Nuclei armati proletari, ribellione, rivolta e lotta armata (Ancora), sottolinea quanto l’esperienza femminile fosse stata pregnante nella storia di quel gruppo, originale e innovativo nel panorama delle formazioni politiche che impugnarono le armi. D’altronde un ruolo decisivo e di vertice le donne l’ebbero anche in altri gruppi armati della sinistra, dove la presenza femminile è risultata sempre la più alta rispetto ai gruppi legali. Vianale e Salerno furono le prime donne ad evadere. Era il 22 gennaio 1977 quando, aiutate da altri tre militanti giunti dall’esterno, scalarono le mura del carcere di Pozzuoli. Impresa pagata a caro prezzo. Dopo quella fuga i loro volti furono diffusi ovunque e la loro cattura divenne un’ossessione per le forze di polizia. Franca Salerno ebbe modo di raccontare anni dopo che al momento dell’arresto: «se non ci fosse stata la gente a guardare dalle finestre sarebbe stata un’esecuzione. Ero incinta e mi picchiarono. Erano fuori di sé perché eravamo donne. Averci prese, per loro, era una vittoria anche dal punto di vista maschile».
Nicola Pellecchia, un passato importante nei Nap, racconta: «Quando dal carcere la portarono al Fatebenefratelli di Napoli per partorire, nonostante l’imponente dispiegamento militare mezzo ospedale tifava per lei. Fui uno dei primi a conoscerla. Di lei ricordo la vivacità, la spontaneità, la sua capacità di essere politica senza venire dalla politica. Aveva un intuito formidabile, era una combattente vera». Già, ma cosa erano i Nap? «Senza i Nap – risponde Pellecchia – non ci sarebbe stata la riforma carceraria.
Il primo regolamento di quella riforma fu scritto dalla commissione carceri dei detenuti di Poggio Reale di cui facevamo parte. Molti istituti innovativi, come la socialità, vennero pensati dalla commissione di Poggio Reale. Prima in carcere si parlava di “ricreazione”, come all’asilo. Venne istituzionalizzata la rappresentanza dei detenuti, poi recepita nel regolamento carcerario». Sante Notarnicola, altro protagonista delle lotte carcerarie, ricorda l’arrivo di Franca Salerno a  Badu ’e Carros, il carcere speciale di Nuoro, qualcosa di molto vicino ad un lager. «Franca arrivò col suo bambino di pochi giorni. Occupava una sezione isolata, la vedevamo e la sentivamo. Ci fu subito la corsa a prendere le celle che davano sul suo lato. La sera si spegnevano tutte le televisioni e sul carcere calava un silenzio surreale. Cominciava così il dialogo. Anche se ero uno dei pochi compagni, e quindi avevo con lei un rapporto privilegiato, Franca era ben attenta a non trascurare nessuno. Il piccino fu subito adottato da tutta la comunità carceraria e così i pacchi di cibo che arrivavano dalle famiglie venivano mandati a lei. Una mattina, fatto insolito, mi urlò dalla cella. Improvvisamente il carcere si ammutolì. Il bambino stava male e le guardie non facevano niente. Franca mi chiese di chiamare il capo delle guardie. Quel silenzio totale risuonò per loro come una minaccia. Il maresciallo arrivò di corsa chiedendoci di restare tranquilli che il medico sarebbe arrivato entro 5 minuti. Una macchina era stata spedita a prenderlo. “Avete rischiato molto – gli dissi -, siete feroci ma non potete immaginare quanto potremmo diventarlo noi per una cosa del genere”». Sante si ferma, è commosso. «Quanta forza venne dai Nap, organizzazione fatta di studenti e detenuti. Di fronte allo sfacelo che c’è oggi nelle carceri, a Franca vorrei dire “avevate ragione voi”».

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Un libro sulla storia dei Nap
Una vecchia intervista a Franca Salerno
Sono nata in un carcere speciale agli inizi degli anni 80, adesso voglio capire
L’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale
Un saluto a Franca Salerno

Un saluto a Franca Salerno

Francesco Piccioni
il manifesto 5 febbraio 2011

Vaglielo a spiegare, oggi, che quarant’anni anni fa si poteva arrivare alla lotta armata partendo dalla vita on the road, in fuga esistenziale da uno schema millenario che inchiodava le donne a ben pochi ruoli. Impossibile, dirà qualcuno. Franca Salerno, occhi blu e un sorriso, dopo sedici anni di carcere speciale e un’evasione, è riuscita a farsi capire dai ragazzi con cui aveva vissuto suo figlio Antonio, nato in carcere e morto cinque anni fa, da giovane pony express precario e figura di riferimento nel Laboratorio Acrobax di Roma. Un luogo vivo dove ognuno può essere se stesso, con le imperfezioni che nessuno qui cercherà di azzerare, tra eguali. Per capirla, in fondo, non era necessario averne sentito la voce, insieme ai pianti di Antonio, nelle notti di Badu ‘e Carros, alla periferia di Nuoro. Ora è evasa anche dalla vita, dopo l’ultima prova feroce che questa aveva voluto infliggerle.
Ieri mattina, nella sala grande di Acrobax, le abbiamo portato l’ultimo saluto in tanti. Anziani guerriglieri rugginosi e ragazzi che l’avevano conosciuta per le qualità umane tutte sue, senza curarsi troppo dell’alone sbiadito del mito. Apprezzandone le imperfezioni che appartengono a tutti e che invece, di solito, vengono citate a sostegno dei pregiudizi.
Il coro di ragazze che l’ha ricordata, una dopo l’altra, è stato lo specchio di questo perfetto stare insieme tra persone diverse che condividono molto. Così come il pianoforte emozionato, un altro modo per ricordare. Una vita fuori dagli schemi, per giornalisti frettolosi e senza troppa fantasia. Una vita contro gli schemi, invece; prima e oltre la politica, la lotta, la galera.
Ciao Franca, tanto prima o poi ci vediamo.

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Un libro sulla storia dei Nap
Una vecchia intervista a Franca Salerno
Sono nata in un carcere speciale agli inizi degli anni 80, adesso voglio capire
L’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale

La storia dei Nap

Libri – Valerio Lucarelli, Vorrei che il futuro fosse oggi. Nap, ribellione, rivolta e lotta armata, Ancora edizioni novembre 2010

Un estratto del testo da pagina 109

«Analizzando gli anni Settanta non è difficile cogliere l’assoluta particolarità di un gruppo nato non da spinte ideologiche ma da pulsioni cui le istituzioni non sapevano o non volevano fornire alcuna risposta. I Nuclei armati proletari rappresentavano dunque una concreta minaccia all’ordine precostituito. Potevano costituire l’innesco di una gigantesca polveriera pronta a esplodere da un momento all’altro. Al Nord, trasformato dalla grande migrazione dal Mezzogiorno che aveva sfigurato il territorio, al cui interno si erano sviluppati interi quartieri, quando non cittadine, dove un’edilizia senza freni né decoro rubava il fiato a qualsiasi pur lontana parvenza di futuro. Ma soprattutto al Sud emarginato, largamente illetterato, dove lo stato dava prova quotidiana della sua manifesta latitanza e una nuova criminalità si preparava a metter radici per scippare il domani di quelle terre. E ancora, l’intreccio originale, e perciò temibile, fra studenti della piccola borghesia e il proletariato extralegale. E’ cruciale comprendere fino in fondo l’abbraccio fra giovani universitari e Lumpen. Gli studenti, talvolta accesi da presuntuose certezze, decidono di imboccare una via, scelgono razionalmente di sferrare un assalto alle istituzioni. E lo fanno affrancandosi da remore e pregiudizi, facendo propria la carica dirompente sbrigliata dalla rivolta degli ultimi, più o meno consapevoli del paracadute garantito dal ceto sociale di appartenenza. Gli extralegali no. Loro non decidono. Animati dal fuoco della ribellione, spinti dall’urgenza di prendere l’iniziativa e dall’illusione che ciò possa mutare qualcosa, cementati da rapporti fraterni e immuni da ogni integralismo fideistico, vanno allo scontro in modo del tutto naturale, coscienti delle conseguenze. Deviante affermare che non avessero nulla da perdere. Accadde infatti che dall’altro lato non se ne stettero con le mani in mano. E si sprofondò nel dolore di sempre. Né sarà da meno il durissimo epilogo entro cui andranno incontro al termine di quella tumultuosa stagione.»

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Un saluto a Franca Salerno
E’ morta Franca Salerno storica militante dei Nap
Una vecchia intervista a Franca Salerno

Intervista a Paolo Persichetti sul caso Cesare Battisti e sulla politica italiana rispetto agli anni di piombo

Tutto quello che viene taciuto sulle cattive ragioni che stanno dietro la richiesta di estradizione contro Cesare Battisti

di Paolo Persichetti

Vi ricordate il rapimento di Abu Omar? Era l’imam della moschea di via Quaranta a Milano prelevato il 17 febbraio 2003 e trasferito in Egitto nell’ambito del programma di extraordinary renditions condotto dagli Stati Uniti d’America. Al suo arrivo in Egitto fu immediatamente arrestato e sottoposto a brutali torture per poi essere rilasciato l’11 febbraio 2007 senza alcuna condanna. Nel luglio 2006 la Procura di Milano aveva avanzato una richiesta di estradizione nei confronti di 26 cittadini statunitensi accusati di appartenere alla Cia e individuati come membri della squadra speciale che portò a termine la “consegna straordinaria”. Il governo italiano nelle vesti del guardasigilli Roberto Castelli prima, Clemente Mastella successivamente e Angelino Alfano oggi, ha sempre ribadito l’intenzione di non dare seguito alla richiesta per ragioni di opportunità politica legate ad accordi segreti strategici con gli Usa, dietro i quali si celano anche ragioni e modalità del rapimento. Non a caso sia il governo Prodi che quello Berlusconi hanno apposto il segreto di Stato sulla vicenda.
L’episodio riveste un notevole interesse per due fondamentali ragioni:

1) L’esistenza di un principio di discrezionalità che di fatto sfocia nella piena arbitrarietà di un governo che applica due pesi e due misure a seconda che il Paese richiesto sia il Brasile o gli Stati uniti e che la persona domandata sia Cesare Battisti o uno degli agenti della Cia che hanno rapito Abu Omar. Il rapimento di persona, aggravato dalle torture inferte contro la vittima prima in Italia, nella base aerea di Aviano, poi in Egitto, è un reato molto grave passibile di una condanna fino a 30 anni di reclusione

2) Questo episodio conferma che lo scettro finale sulla decisione inerente alle estradizioni non appartiene alla magistratura ma al potere politico. E’ il potere esecutivo che decide se avviare o meno la richiesta di estradizione; parimenti è il potere esecutivo che decide in ultima istanza se concederla o meno. La decisione di Lula sul caso Battisti, come quella espressa dal governo italiano sul rapimento di Abu Omar, è dunque del tutto legittima perché all’interno di una consolidata e più che secolare tradizione del diritto internazionale sancita da accordi bilaterali e trattati internazionali. Le magistrature nazionali vengono solo chiamate a valutare la conformità giuridica della richiesta con gli ordinamenti interni e internazionali.

Questa è solo una parte delle considerazioni da me esposte nella intervista rilasciata a radio radicale che può essere ascoltata in integrale cliccando qui.

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Franco Corleone: “Per essere credibile sul caso Battisti l’Italia deve abolire l’ergastolo”
Mozione bipartizan in parlamento: “Ridateci Battisti”. La lega: “Rapitelo”
Perché il Brasile non ha estradato Battisti. Intervista a Radio radicale
Scalzone da un consiglio ai parlamentari che si indignano per il no alla estradizione di Battisti: “Cospargetevi l’anima di vasellina”
Battisti: la decisione finale nelle mani di Lula. Fallisce il golpe giudiziario tentato dal capo del tribunale supremo Gilmar Mendes
Caso Battisti: parla Tarso Genro, “Anni 70 in Italia, giustizia d’eccezione non fascismo”
Dall’esilio con furore, cronache dalla latitanza e altre storie di esuli e ribelli
Battisti, “Il no di Lula è una decisione giusta”
Battisti: condiserazioni di carattere umanitario dietro il rifiuto della estradizione
“Ridacci Battisti e riprenditi i trans”, finisce così il sit-in contro Lula
Le consegne straordinarie degli esuli della lotta armata
Ora l’Italia s’inventa l’ergastolo virtuale pur di riavere Battisti

Battisti, condiserazioni di carattere umanitario dietro il rifiuto della estradizione

Il rapporto dell’avvocatura generale: la pena dell’ergastolo, l’impossibilità di rifare il processo e il clima politico ostile rendono rischiosa la sua estradizione

Paolo Persichetti
Liberazione
4 gennaio 2010

Il comportamento tenuto dalle autorità italiane nella complessa vicenda estradizionale di Cesare Battisti assomiglia molto a quel particolare stadio della crescita infantile che gli esperti definiscono “egocentrismo radicale”, lì dove il bambino non percepisce alcuna distanza tra il mondo esterno e il proprio corpo. Fase evolutiva primordiale che approda più avanti ad una forma di egocentrismo più sofisticato, di tipo “intellettuale”, una sorta di dittatura infantile dove il punto di vista delle altre persone non è differenziato dal proprio. Insomma la classica situazione dove i propri desideri vengono presi per realtà inoppugnabile. Siccome il ceto politico pensava che l’estradizione di Battisti fosse dovuta senz’ombra di dubbio, il rigetto finale pronunciato da Ignacio Lula da Silva nell’ultimo giorno del suo mandato presidenziale ha suscitato strepiti indispettiti, urla viziate, lagne tiranniche. Pare proprio che i vari Frattini, La Russa, Gasparri, e ancora più giù i politicanti mozza-orecchie dell’Idv e gli ipocriti piddini senz’anima e cervello, pensino al Brasile come ad una repubblica delle banane col bollino blu o al paese dei viados che bazzicano la Tomba di Nerone. Solo un Paese caduto ormai in una sorta di medioevo postmoderno può guardare con tanta cecità ad una potenza subcontinentale in espansione, come il Brasile appunto, dando prova del classico sprezzo degli idioti come quel cronista del Giornale che ha invocato le Cannoniere. Di fronte alle scomposte reazioni provenienti dalla Penisola, prim’ancora dell’annuncio ufficiale della sua decisione, il presidente Lula ha abbandonato ogni cortesia diplomatica rinunciando ad informare preventivamente i vertici istituzionali italiani. Un segnale molto netto raddoppiato dal sostegno arrivato dal nuovo ministro della Giustizia José Cardoso, che a nome del nuovo governo (e della stessa neopresidente Dilma Roussef) ha difeso la scelta di non estradare Battisti. Col passare delle ore hanno perso consistenza giuridica anche i bellicosi annunci di ricorso lanciati da Frattini. Come ha spiegato Sabino Cassese su Repubblica, impugnare la decisione di Lula di fronte al Stf avrebbe poche possibilità di successo, molto probabilmente l’iniziativa verrebbe considerata irricevibile. Anche l’eventuale ricorso all’Aja non avrebbe maggiori chances. Si tratta, infatti, di una commissione arbitrale che dovrebbe presupporre la disponibilità del Brasile a rendere negoziabile un aspetto della sua sovranità. Cassese avanza l’ipotesi di un compromesso sulla pena di Battisti, come la commutazione dell’ergastolo ad una condanna inferiore. Perché mai il Brasile dovrebbe negoziare ora qualcosa che l’Italia si è sempre rifiutata di fare durante l’intera procedura d’estradizione? La formula giuridica prescelta da Lula per il rifiuto, ovvero il rischio di un aggravamento della posizione personale di Battisti che la consegna all’Italia potrebbe provocare, richiamato alla lettera f, del primo comma dell’articolo 3 del trattato bilaterale, fa riferimento proprio a questo atteggiamento di chiusura totale pervenuto dall’Italia. Una volta che il Stf ha annullato la concessione dell’asilo politico, Lula per poter esprimere la propria decisione finale, prevista dalla costituzione, doveva attenersi strettamente ai requisiti indicati dal trattato bilaterale. Stabilito ciò, nel parere presentato dall’avvocatura dello Stato si esaminano attentamente tutti i fondamenti giuridici che attribuiscono al presidente della repubblica brasiliana il potere di rifiutare l’estradizione anche in difformità con il parere fornito dal Stf, e in particolare per «considerazioni di carattere umanitario». Eventualità prevista in numerosi trattati bilaterali stipulati con paesi europei. Il testo richiama come filosofia giuridica guida per la scelta finale il diritto penale minimo, definito «pensiero criminologico umanitario», esposto da Luigi Ferrajoli nel suo testo canonico, Diritto e ragione. Teoria delle garanzie penali. Il parere prosegue elencando le diverse situazioni di criticità del dossier Battisti: la presenza di una condanna all’ergastolo (pena capitale abolita in Brasile) aggravata da una pena accessoria pari a tre anni di isolamento diurno; pena che anche nel caso assai improbabile venisse scontata solo in parte terrebbe Battisti, che ha 56 anni, in carcere praticamente fino alla morte, nonostante siano trascorsi oltre 30 anni dai fatti imputati, venendo meno al principio di risocializzazione; l’impossibilità di ottenere un nuovo processo nonostante la condanna in contumacia; infine il clima acceso che circonda la vicenda documentato con una ricca rassegna di bellicose e ingiuriose dichiarazioni di esponenti politici e istituzionali italiani. «Uno stato d’animo che giustifica preoccupazioni a causa del peggioramento che ne deriverebbe sulla sua situazione personale», quando – suggerisce sempre l’avvocatura – «servirebbe serenità». Non mancano precise critiche alla deriva vittimaria presente in Italia dove il diritto penale è inteso come diritto delle vittime anche se «il diritto processuale contemporaneo respinge questo concetto».

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“Ridacci Battisti e riprenditi i trans”, finisce così il sit-in contro Lula
Caro Lula, in Italia di ergastolo si muore

Le consegne straordinarie degli esuli della lotta armata
Caso Battisti fabula do ergastolo

Governo italiano so obtem-extradicoes

Ora l’Italia s’inventa l’ergastolo virtuale pur di riavere Battisti
Cesare Battisti, un capro espiatorio

Brasile, rinviata la decisione sull’estradizione di Battisti
Brasile: niente asilo politico per Cesare Battisti
Il Brasile respinge la richiesta d’estradizione di Battisti, l’anomalia è tutta italiana
Scontro tra Italia e Brasile per l’asilo politico concesso a Battisti

Tarso Gendro: “L’Italia è chiusa ancora negli anni di piombo”
Crisi diplomatica tra Italia e Brasile per il caso Battisti richiamato l’ambasciatore Valensise
Stralci della decisione del ministro brasiliano della giustizia Tarso Genro
Testo integrale della lettera di Lula a Napolitano
Caso Battisti: una guerra di pollaio
Dove vuole arrivare la coppia Battisti-Vargas?
Risposta a Fred Vargas
Corriere della Sera: la coppia Battisti Vargas e la guerra di pollaio

Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu
La fine dell’asilo politico
Vendetta giudiziaria o soluzione politica?
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario

 

Cesare Battisti: la decisione finale nelle mani di Lula. Fallisce il golpe giudiziario tentato dal capo del Tribunale supremo, Gilmar Mendes

Dopo la notte di odio, gli invasati della vendetta e le tricoteuses che siedono sugli scranni del Parlamento e nelle redazioni dei giornali e delle televisioni costretti a guardare la realtà.
La decisione sull’estradizione di Battisti resta nelle mani del presidente della Repubblica Lula. Fallisce il golpe giudiziario tentato dal capo del Tribunale supremo, Gilmar Mendes

Paolo Persichetti
Liberazione 20 novembre 2009

Montecitorio, l'aula delle tricoteuses

Cesare Battisti è ancora in Brasile e l’intricata vicenda della sua estradizione è ben lontana dall’essere conclusa. Cessata la danza macabra dei festeggiamenti seguiti all’annuncio del via libera all’estradizione concesso mercoledì sera, anche se di stretta misura (5 contro 4), dal Supremo tribunale federale brasiliano, diradati i fumi dell’odio, seccata la schiuma del rancore, il risveglio per le tante tricoteuses che siedono sugli scranni del Parlamento o nelle redazioni dei giornali e delle televisioni è stato mesto e sbiascicato. Dopo la sbornia il ritorno alla realtà ha infranto il miserabaile sogno della vendetta. Il sabba della sera prima è apparso in tutta la sua fallace illusione, effetto sugestivo, stato di trans della coscienza provocato dall’acido lisergico del livore. L’applauso che ha interrotto i lavori parlamentari all’annuncio del voto favorevole all’estradizione, le centinaia di lanci d’agenzia che riportavano slavine di dichiarazioni avventate e invasate manifestazioni di vittoria, tutto è finito in fumo, svanito come una nube tossica di menzogne, ricordo confuso di una serata di follia. Tanto rumore per nulla. Il golpe giudiziario tentato dal presidente del tribunale supremo federale del Brasile, Gilmar Mendes, non è riuscito. Dopo aver fatto pesare con il proprio voto, ampiamente scontato da mesi, la bilancia contro la concessione dell’asilo politico a Battisti, Mendes aveva puntato tutto sul furto della decisione finale dalle mani del presidente della Repubblica Lula, in barba a tutta la tradizione giuridica internazionale. Tentativo eversivo di modificare unilateralmente l’equilibrio dei poteri previsto nella costituzione. Ma la bilancia del voto si è ribaltata grazie al cambio di fronte del giudice Ayres Britto, che ha permesso alla corte (con un 5 a 4 capovolto) di rispettare il dettato costituzionale. Il capo dello Stato non è un notaio, un passacarte che sigla col suo nome sentenze altrui. Il potere di firma indica una capacità di valutazione qualificata e autonoma. Ora l’argomento della “politicità” dei reati ascritti a Battisti non potrà più essere utilizzato per giustificare il rifiuto della sua estradizione, perché censurato dalla corte, anche se nella dichiarazione di voto Mendes ha ammesso, contraddicendosi, la natura politica di buona parte delle incriminazioni. Lula dovrà fondare l’eventuale rifiuto di consegnarlo all’Italia con altre giustificazioni giuridiche, che tuttavia non mancano nella lunga lista di violazioni, abusi, norme in deroga presenti nel dossier. Non ultimo il fatto che Battisti non avrà diritto ad un nuovo processo, come invece era stato promesso alla Francia pur di estradarlo. Mendes ha sostenuto che la responsabilità diretta o morale negli omicidi contestati a Battisti è priva di politicità perché questi sono stati commessi in azioni individuali, estranei a contesti di piazza, a manifestazioni pubbliche. Ma seguendo questo ragionamento estemporaneo, solo i linciaggi sarebbero politici mentre tutti i tirannicidi della storia rimarrebbero volgari omicidi a carattere privato. E’ con questi fragili argomenti che il Stf ha negato la natura politica dei reati attribuita nelle sentenze dalla stessa magistratura italiana. Come riportava ieri il quotidiano brasiliano O Globo, l’esecutivo sta valutando la possibilità di mantenere Battisti in Brasile utilizzando altre formule legali. «Nessuno, nel governo, crede che Battisti debba tornare in Italia», sostiene una fonte vicina al presidente. Per farlo, Lula ha dalla sua le clausole d’eccezione presenti nel trattato bilaterale, che gli consentono di bloccare anche un processo di estradizione avallato dal massimo potere giudiziario. Ma forse non avrà nemmeno bisogno di farlo, se l’Italia non si dimostrerà in grado di adempiere alla condizione posta dal Stf per concedere l’estradizione: commutare l’ergastolo ad una pena non superiore ai 30 anni.

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Battisti è il mostro, impiccatelo
Caso Battisti: parla Tarso Genro, “Anni 70 in Italia, giustizia d’eccezione non fascismo”
Dall’esilio con furore, cronache dalla latitanza e altre storie di esuli e ribelli
Caso Battisti: voto fermo al 4 a 4. Udienza sospesa
Caso Battisti, Toffoli non vota
Le consegne straordinarie degli esuli della lotta armata

Anni Settanta

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7 aprile 1979 quando lo Stato si scatenò contro i movimenti
La vera storia del processo di Torino al nucleo storico delle Brigate rosse. La giuria popolare venne composta grazie all’intervento del Pci
Enzo Traverso, années de plomb entre tabou et refoulement
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
Steve Wright per una storia dell’operaismo
Solo Cossiga ha detto la verità sugli anni 70
Etica della lotta armata
Anni 70
Il nemico inconfessabile, anni 70
Ma quali anni di piombo: gli anni 70 sono stati anni d’amianto
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
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Erri De Luca, la fiamma fredda del rancore
Bologna, l’indagine occulta su Persichetti e il caso Biagi
La polizia del pensiero
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Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu
La fine dell’asilo politico
Vendetta giudiziaria o soluzione politica?
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Paolo Giovagnoli, quando il pm faceva le autoriduzioni
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Negato il permesso all’ex Br Paolo Persichetti per il libro che ha scritto
Dietrologia: chi spiava i terroristi
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Storia e giornate della memoria – Marco Clementi
Doppio Stato, una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
Dietrologia e doppio Stato nella narrazione storiografica della sinistra italiana-PaoloPersichetti
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
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Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
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Miccia corta e cervello pure
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L’esportazione della colpa
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Sergio Segio, il narcisismo del senso di colpa
Segio e l’ideologia del ravvedimento
I Ravveduti
Il merlo, il dissociato e il fuoriuscito

Steve Wright, per una storia dell’operaismo

Recensioni – Dobbiamo a Steve Wright, noto studioso australiano dei movimenti della seconda metà del Novecento, questo volume che disegna la parabola di Classe Operaia. L’assalto al cielo. Per una storia dell’operaismo (postfazione di Riccardo Bellofiore e Massimiliano Tomba, Edizioni Alegre, Roma 2008, pp. 334, euro 20) (1964-67), Potere Operaio (1969-73) e dell’Autonomia operaia (1973-79

Ferruccio Gambino
Liberazione
17 ottobre 2008


Alla prima edizione inglese del 2002 è seguita l’edizione tedesca del 2005 e adesso quella italiana, nella traduzione di Willer Montefusco, grazie al rinnovato interesse per l’operaismo, come osservano Bellofiore e Tomba nella loro postfazione. Steve Wright ricostruisce questa vicenda che troppo a lungo era rimasta affidata alle arringhe di vari magistrati, a parte il notevole contributo di Franco Berardi (La nefasta utopia di Potere Operaio, Castelvecchi, 2003) e ci offre un’interpretazione documentata e originale del dibattito che ha segnato l’operaismo negli anni ’60 e ’70.
Quando si dice operaismo, occorre chiarire. In Italia di operaismi ne sono comparsi almeno tre: prima è venuto l’operaismo di chi si batteva contro questo lavoro e contro l’insensatezza di questo sistema di accumulazione; poi l’operaismo di quanti cercavano di introdurre nuove tematiche operaie nelle istituzioni del movimento operaio; infine l’operaismo di coloro che, reclutando una base militare nelle fabbriche, intendevano costruire un partito armato di ispirazione bolscevica. Chiamo il primo, operaismo anti-accumulativo; il secondo, operaismo istituzionale, il terzo, operaismo reclutativo.
In questo volume, Steve Wright si occupa del primo dei tre operaismi, di gran lunga il più originale. L’autore dedica i due capitoli iniziali alle difficili condizioni in cui quella sinistra che era ai margini del Pci e del Psi andava cercando la strada per uscire dalle strettoie degli anni Cinquanta, quando campeggiavano le grottesche contrapposizioni dei due blocchi nella Guerra fredda. La figura centrale di quella ricerca fu Raniero Panzieri. Il suo programma, «restituire il marxismo al suo naturale terreno che è il terreno della critica permanente», trovava attenzione perlopiù tra una minoranza di giovani intellettuali che gravitavano attorno ai due partiti di sinistra o che avevano sperimentato strategie di non-violenza, ad esempio Goffredo Fofi, Mauro Gobbini, Giovanni Mottura. Come aveva visto Franco Fortini, ben poche forze politiche sembravano disponibili a mettersi in gioco contro l’irreggimentazione con la quale si trasferivano dalle campagne all’industria in Italia e all’estero milioni di individui alla ricerca di un salario, in un processo che i padroni del vapore e il partito della Democrazia cristiana promuovevano sovente con modalità di compromesso tra dormitorio e caserma. Delle dure condizioni in cui questi migranti interni lavoravano nell’industria si conosceva ben poco e quel poco non era argomento da menzionare nell’arena politica.


Con Quaderni Rossi, la rivista diretta da Panzieri, l’incantesimo si ruppe. I tempi e i modi dello sfruttamento industriale entravano finalmente nel dibattito pubblico: a cominciare dalla condizione operaia nella città-fabbrica di Torino. Wright rintraccia giustamente nella categoria di “composizione di classe” il filo rosso dell’esperienza dell’operaismo dei Quaderni Rossi e poi del gruppo che se ne distacca per fondare nel 1964 la rivista Classe Operaia. L’autore non segue il percorso dei Quaderni Rossi dopo tale scissione, ma occorre ricordare che il lavoro della rivista diretta da Vittorio Rieser avrebbe continuato a fornire elementi indispensabili di conoscenza ai giovani militanti che affrontavano l’intervento nelle fabbriche alla fine degli anni Sessanta.
Classe Operaia
era un esperimento che cominciava negando alla classe operaia in Italia il carattere di «compatta massa sociale». Semmai, l’omogeneità «è un obiettivo per cui lottare», ma soltanto a patto di prendere posizione nel conflitto e rilevare dall’interno «l’estrema differenziazione fra i livelli dello sfruttamento capitalistico nelle varie zone, settori, aziende», come scriveva Romano Alquati nel 1965. Wright pone in primo piano il contributo di Mario Tronti, direttore di Classe Operaia, secondo il quale il Marx ossificato dagli economisti dello sviluppo e scienziato dei movimenti del capitale ha troppo a lungo occultato il Marx della rivoluzione contro il capitale e del primato dell’iniziativa di parte operaia. Abbandonate le vecchie certezze dei partiti di sinistra, la navigazione diventava incerta. Nella fase dei Quaderni Rossi avevano soccorso gli scritti di alcuni sociologi industriali statunitensi che non erano allineati con la sociologia dominante, Alvin Gouldner in particolare; ma per il resto era necessario, volenti o nolenti, camminare su terreno inesplorato, mostrando, ad esempio, che la proletarizzazione in Italia era parte di una tendenza  mondiale e che in tale processo era già avvenuta qualche grande rottura della pretesa armonia socialista, come nell’Insurrezione ungherese del 1956. Per quante forze si riuscisse a mettere in campo in Italia contro l’asserita inesorabilità della marcia capitalistica, c’era chi in Classe Operaia si rendeva conto che i partiti di sinistra risultavano arnesi spuntati e che occorreva cercare anche in altri paesi esperienze di lotta contro lo stato delle cose.


La chiusura dell’esperimento di Classe Operaia, chiusura decisa dalla direzione che poi sarebbe rientrata nel Pci, lasciava perplessi parecchi militanti. Dopo un lungo 1967, finalmente il ’68  internazionale e il ’69 italiano confermavano che si poteva fare politica fuori dalle istituzioni del movimento operaio. Ancora oggi pochi rilevano tuttavia che queste insorgenze si manifestano quando la Rivolta afro-americana e operaia di Detroit dell’estate del 1967 è già stata repressa nel sangue dall’Ottantaduesima divisione aerotrasportata. Sarebbe il caso di rammentarlo almeno a coloro che cantano le meraviglie dei cosiddetti Trent’anni Gloriosi (1946-1975), quando, a  loro dire, la classe operaia se la spassava nello Stato del benessere. Wright riannoda i fili del dibattito legato agli eventi del 1968-69 con cui i resti di Classe Operaia che non rientrarono nei ranghi della sinistra costituirono il gruppo di Potere Operaio. Si trattava di militanti che maturarono questa decisione grazie soprattutto all’opera di orientamento e all’azione politica di Toni Negri e di altri attivisti quali Guido Bianchini e Luciano Ferrari Bravo, che si erano  raccolti attorno al periodico Potere Operaio veneto-emiliano nella fase di chiusura di Classe Operaia. Sul gruppo di Potere Operaio è scorso molto inchiostro, prevalentemente per mano sia dei pubblici ministeri dei processi intentati contro i militanti di Potere Operaio sia dei loro epigoni. Per contro, Wright riesce a calibrare il racconto e il giudizio mostrando le linee di convergenza e di collisione delle varie – e in alcuni casi eterogenee – componenti già attive che entrano in Potere Operaio.
Va aggiunto che quando esce il primo numero del periodico omonimo (settembre 1969), la situazione va chiudendosi a livello internazionale in Occidente, anche se meno pesantemente di quanto era avvenuto nelle repubbliche popolari con i carri armati sovietici a Praga (agosto 1968). Potere Operaio si trova stretto tra la repressione strisciante di suoi militanti in fabbrica e la legittimazione del sindacato da parte padronale e statale dopo l’approvazione dello Statuto dei lavoratori (1970). Analogamente a quanto era già successo altrove, l’esodo da Potere Operaio di un intero gruppo di femministe sposta altrove un dibattito che andava già evolvendo fuori dagli schemi tradizionali e che non manca di riverberarsi su quasi tutte le altre formazioni politiche. Quanto alle iniziative a proposito del Mezzogiorno, Potere Operaio si sottrae alla soluzione facile dell’organizzazione del malcontento e punta a formare quadri  capaci di sostenere lotte di lungo corso, per le quali tuttavia i partiti tradizionali sembrano ancora offrire più convincenti  garanzie contro l’isolamento. Lontana purtroppo dai riflettori mediatici ma insistente, anche se timida, rimane la battaglia ecologista che si situa sulla difensiva come lotta operaia contro la nocività industriale e la monetizzazione della salute.


A livello di politica generale, in quegli anni l’uso spregiudicato della Cassa integrazione guadagni, le ristrutturazioni industriali, la diffusione della piccola fabbrica per aggirare lo Statuto dei lavoratori e le scelte urbanistiche si allineavano alle scelte strategiche del capitale industriale che in altri paesi tendevano a rendere obsolete intere sezioni di combattiva classe operaia, come nella Ruhr o in Michigan. A questo proposito, l’antologia curata da Luciano Ferrari Bravo, Imperialismo e classe operaia multinazionale (Feltrinelli 1975) costituiva una notevole anticipazione nella comprensione delle tendenze globali. Le misure di dislocazione industriale e di relativi ammortizzatori sociali sembravano aver poco a che fare con la strategia della tensione e con lo stragismo di Stato (va ricordato, tra l’altro, il prezzo pesante in termini di repressione che nel dicembre del 1971 Potere Operaio pagò, da solo, per la prima manifestazione milanese di massa nell’anniversario della strage di Piazza Fontana). In realtà, in quegli anni era massiccia la combinazione di dosi di paura e di blandizie che le sfere dirigenti riuscivano a rovesciare sul campo dove si giocavano i rapporti di forza con le  “classi pericolose”, al punto che non si esitava ad allentare le cordicelle della spesa pubblica sino alla voragine del debito degli anni Ottanta. All’interno di Potere Operaio, come nota Wright, le divergenze decisive riguardarono allora il peso da attribuire alle mosse dell’avversario. E qui avvennero i primi abbandoni e, ancor più gravemente, si insinuò la tentazione bolscevica dei due momenti, di avanguardia e di massa. E’ forse in questa dissociazione, la quale, come osservò allora Mario Dalmaviva, non veniva legittimata dagli sfruttati, che si collocava la figura che avrebbe dovuto tenere insieme avanguardia e massa, quella dell’operaio sociale di Toni Negri (capitolo 7). Intanto avanzava tutt’altro operaismo, quello reclutativo, che, dando come ormai perso il “popolo teleguidato”, scopriva la fabbrica come  campo di selezione del partito armato.


Wright dedica i due capitoli finali alla storiografia dell’operaio massa e al collasso dell’operaismo. Nel primo, egli esamina i lavori di Sergio Bologna, Karl Heinz Roth e di altri e passa in rassegna i temi della rivista Primo Maggio. Nel secondo, sono presentate le alternative tra i propugnatori della guerra civile e i libertari che si scontrano nel settembre del 1977 a Bologna. I primi avranno la meglio all’interno di quanto rimane della sinistra extraparlamentare, mentre le minoritarie ragioni dell’operaismo vengono tenacemente difese dai Comitati autonomi operai di Roma. Poi, l’ondata di arresti abbattutasi il 7 aprile del 1979 e nei mesi successivi sui militanti di Potere Operaio semplifica, per così dire, il dibattito  ponendo ai militanti la vecchia domanda: “da che parte stai?”. Il dibattito operaista passerà attraverso il laminatoio della  galera e dell’esilio, manifestando così una sua singolare vocazione cosmopolitica. Per sua fortuna, e anche per merito di Steve Wright, esso è quasi sempre rimasto lontano dal libero mercato delle idee.

Prospero Gallinari chiede la liberazione condizionale e lo Stato si nasconde dietro le parti civili

Singolare interpretazione dell’articolo 176 del codice penale. La liberazione condizionale viene ormai interpretata dai tribunali di sorveglianza alla stregua di una domanda di grazia. Misura di clemenza vincolata al parere della parti civili e non già ultimo stadio del percorso trattamentale

Tiziano Soresini
Gazzetta di Reggio, 15 ottobre 2010

Prospero Gallinari, l’ex brigatista carceriere di Aldo Moro, ha chiesto la liberazione condizionale. Ha sulle spalle diversi ergastoli, ma ha già scontato i 26 anni di reclusione necessari per l’istanza. La legge richiede il «sicuro ravvedimento», ma il Tribunale di sorveglianza di Bologna avrebbe chiesto ai familiari delle vittime delle Br se sono disposti a perdonare. Partiamo dalla clausola di legge…

«Il mio ravvedimento? Sono 22 anni – spiega con calma Gallinari – che la storia delle Br è chiusa, cioè quando in otto brigatisti firmammo il documento in cui si sottolineava che la lotta armata contro lo Stato era finita. Le cose fatte per esprimere un processo rivoluzionario si erano concluse. Mi sono assunto la totale responsabilità di quegli eventi e all’interno di questa assunzione di responsabilità è iniziato il mio nuovo cammino».

Di cos’è composto il suo percorso rieducativo?
«Vivo con la mia compagna, ho una famiglia, lavoro da 13 anni in una tipografia in cui ho tanti amici e sono rispettato da tutti, mi sono reinserito socialmente».

Ma lei la scriverebbe una lettera ai familiari delle sue vittime chiedendo loro perdono?
«Sono sincero, la riterrei un’offesa per i familiari stessi andare a porre questo problema umano. La sofferenza dei familiari non nasce con la mia dissociazione, ma quando le cose sono avvenute. Una lettera di quel tipo la riterrei una grande ipocrisia. Che cosa dovrei scrivere? Che soffro per quelle cose? E’ un problema intimo. Sul piano etico il nodo lo sciolsi nel momento in cui decisi di lottare anche con le armi per la rivoluzione. Se fai queste scelte, la politica sta al centro di tutto. L’aspetto politico e quello umano vanno separati».

Ma altri suoi ex compagni di lotta armata hanno compiuto questo passo…
«E’ vero, hanno fatto questa mossa per uscire da determinate situazioni processuali, ma non è il mio modo di muovermi. Lo riterrei offensivo verso le famiglie, una cosa falsa, una recita». Si è mai trovato a tu per tu con chi ha tanto sofferto per la scia di sangue lasciata dalle Br? «Solo una volta, alla presentazione del mio primo libro. Contestò il mio ruolo, una discussione in chiave politica, dai toni normali».

La figlia di Rossa e la moglie di D’Antona hanno detto chiaramente che i magistrati devono assumersi le proprie responsabilità, perché non è compito dei familiari delle vittime decidere sulla liberazione dei brigatisti…
«Sono al corrente, ho apprezzato quelle parole». Perché si è deciso a chiedere la liberazione condizionale? «E’ un mio diritto. Così potrei muovermi con più libertà e non solo nelle tre ore pomeridiane previste dall’attuale detenzione domiciliare. Sarebbe importante per i miei problemi di salute (conseguenza di crisi cardiache, ndr) potermi allontanare da Reggio e svernare per un periodo in un luogo più adatto».

S’aspettava tanto clamore, le polemiche che tornano a fioccare sugli ex brigatisti?
«Sapevo che la notizia della mia richiesta di liberazione condizionale sarebbe prima o poi uscita. Ammetto lo stress che sto patendo per le polemiche innescatesi».

Link
Tranquilli Vincenzo Guagliardo dopo 33 anni resta in carcere
Ancora ergastolo per Vincenzo Guagliardo
Sabina rossa e gli ex-terroristi: siano liberi senza il sì di noi vittime (Corriere della sera)
Sabina Rossa, “Cari brigatisti confrontiamoci alla pari”
Sabina Rossa,“Scarcerate l’uomo che ha sparato a mio padre”
La battaglia di Sabina Rossa per l’uomo che sparò al padre

Enzo Traverso: “Années de plomb, entre tabou et refoulement”

Le livre entretien de Mario Moretti publié en Italie en 1994 vient de paraitre en France, traduit, préfacé et annoté par Olivier Doubre, chez Amsterdam, 356 pages, 19 euros. C’est l’occasion pour l’historien Enzo Traverso d’analyser le climat politique de la fin des années 1970 italiennes, et de tirer le bilan, aujourd’hui de cet épisode encore peu étudié par les historiens

* (Nei prossimi giorni sarà disponibile in linea anche una versione in italiano di questa intervista. Ndr)

Propos recueillis par Jean-Claude Renard
Politis
1 septembre 2010

Avec le recul, quel regard d’historien portez-vous sur ces années de plomb?
J’ai vécu entre Gênes et Milan entre 1977 et 1981, ce qui correspond aux années les plus dures, d’une lourdeur extrême. Cette période apparaît lointaine: un quart de siècle s’est écoulé, et le monde a totalement changé; c’est en même temps une époque qu’on a du mal à inscrire dans une perspective historique. C’est la grande différence avec Mai 68: on a vu en France il y a deux ans une vague éditoriale, qui n’était pas médiatique mais constituait déjà un début d’historicisation, avec d’importants travaux. L’Italie est encore dans un état hybride, entre le tabou, le refoulement, l’incapacité de faire face à cette période, l’ersatz judiciaire et les demandes d’extradition. Ce passé a plus été élaboré au tribunal que dans l’espace public. Le bilan n’a été tiré ni par les responsables politiques de l’époque ni par les historiens. Les années 1970 commencent seulement à être étudiées. C’est un héritage très lourd, une époque riche de potentiels et qui s’est terminée de la pire des manières. Ce qui explique l’incapacité à lui faire face. Avec une génération, au sens large du terme, qui a produit le meilleur et le pire.

Quelle est cette production du meilleur et du pire?
Aujourd’hui, on trouve des exmilitants de la gauche radicale dans un parti xénophobe, raciste et populiste comme la Ligue du Nord (l’actuel  ministre de l’Intérieur, Roberto Maroni) et dans le Peuple de la liberté, le parti de Berlusconi (le ministre des Affaires étrangères, Franco Frattini). Nombre de gens sont arrivés au berlusconisme en passant par Bettino Craxi, qui, le premier, avait compris que la crise de la gauche radicale jetait dans la nature toute une generation en perte de repères, et qu’on pouvait y puiser. Quant au meilleur, il se trouve dans les universités, où travaillent des philosophes comme Giorgio Agamben et Domenico Losurdo, des historiens comme Guido Crainz, ou dans la littérature, avec des écrivains comme Erri de Luca.

Comment les mouvements d’extrême gauche percevaientils l’existence d’un groupe armé?
Il s’agissait de «camarades qui se trompent». Au départ, on ne sait pas très bien qui sont les Brigades rouges, si elles s’inscrivent dans la tradition de la Résistance ou dans une guerilla à la manière de l’Amérique latine. Dans un climat tendu, militaire, les Brigades rouges étaient le groupe le plus audacieux. Il y avait une réserve, parfois une condamnation, mais, en même temps, les Brigades exerçaient une fascination très forte sur l’extrême gauche en général. Cette fascination est devenue une attraction politique, parfois irrésistible, après 1976, l’année de la dissolution de Lotta continua. Pour toute une mouvance soudainement dépourvue de repères, les Brigades rouges avaient une capacité d’action époustouflante. Elles prétendaient porter l’attaque au coeur de l’État, et c’est ce qu’elles ont fait! Jusqu’à kidnapper Aldo Moro le jour où la stratégie du compromis historique devait être votée à l’Assemblée. Pour moi, trotskiste alors, et pour beaucoup d’autres, les sentiments étaient partagés: d’une part, on critiquait le terrorisme dans la mesure où l’on pensait qu’il remplaçait l’action des masses; de l’autre, on combattait la répression et on défendait tous ceux qui étaient arrêtés. Nous avions forgé le slogan «ni avec les Brigades rouges ni avec l’État», qui n’était pas faux mais traduisait en même temps notre impuissance.

La répression des autorités a été l’occasion d’exactions, de tortures, de lois spéciales, comme le souligne Mario Moretti dans son livre…
Il faut rappeler que le climat était d’une extrême tension. Ainsi, un de nos camarades, dont l’activité n’avait rien de clandestin, a subi une perquisition avec le déploiement d’hélicoptères et des unités spéciales de la police en tenue de combat. Cela n’avait aucun sens! Se réunir simplement dans un café pouvait poser un problème. L’Italie est restée, malgré tout, une démocratie, la torture ne s’est pas généralisée, même si les brigadistes ont parfois subi des massacres, comme dans le cas de via Fracchia, à Gênes, bien décrit dans le livre. Mais il faut rappeler que tout cela se déroulait dans un climat d’accoutumance à la violence qui, au final, banalisait la répression. Tous les jours, la presse rapportait qu’un cadre d’entreprise, un haut fonctionnaire ou un professeur d’université avait été tué ou «gambizzato» (blessé aux jambes par balles). Ce climat explique, à partir des années 1980, le rejet de la violence et une certaine fétichisation des droits de l’homme, qui, comme un contrecoup de la saturation antérieure, sont devenus un substitut de la politique.

Comment expliquez-vous l’émergence et l’importance des Brigades rouges, à la difference d’autres groupes, en Allemagne ou en France?
Les Brigades rouges sont une organization terroriste née dans un pays qui a connu la Résistance comme mouvement de lutte armée de masse. L’Allemagne a également connu une résistance antinazie, numériquement aussi importante qu’en Italie ou en France, mais, pour toute une série de circonstances historiques, en Allemagne, il n’y a pas eu de résistance armée de l’intérieur. Les brigadistes s’inscrivent dans cette tradition, trouvant des relais dans les usines, ayant des contacts avec les militants de base du Parti communiste et les anciens résistants. En Allemagne, la RAF (Fraction armée rouge) n’est pas issue du mouvement ouvrier, il fallait mener la lutte armée contre un État «fasciste», héritier du régime nazi. Les brigadistes ont parfois subi des massacres, comme dans le cas de via Fracchia, à Gênes, bien décrit dans le livre. Mais il faut rappeler que tout cela se déroulait dans un climat d’accoutumance à la violence qui, au final, banalisait la répression. Tous les jours, la presse rapportait qu’un cadre d’entreprise, un haut fonctionnaire ou un professeur d’université avait été tué ou «gambizzato» (blessé aux jambes par balles). Ce climat explique, à partir des années 1980, le rejet de la violence et une certaine fétichisation des droits de l’homme, qui, comme un contre motivations, les perspectives sont donc différentes. Si le terrorisme ne s’est pas enraciné en France, c’est lié à une plus grande stabilité politique des institutions françaises. Il n’y a pas eu de crise de l’État comme en Italie. La Ve République a finalement pu traverser la période des années 1970 sans dommages. Sans comparaison avec l’Italie. D’autre part, l’extrême gauche française avait une orientation politique et idéologique bien différente. L’armure idéologique des trotskistes a empêché certaines dérives. D’une certaine manière, la gauche radicale italienne a dû s’inventer, parce que sans tradition ni forte matrice, contre le Parti communiste. Elle a dû trouver ses repères idéologiques. Du coup, elle a été plus novatrice, mais sur des bases plus instables, plus fragiles. La gauche radicale française était prête à une traversée du désert, ce qui n’était pas le cas en Italie.

Quelle est l’importance du témoignage de Mario Moretti, si l’on songe notamment aux accusations d’infiltrations et de manipulations?
Ce témoignage est d’autant plus important que Mario Moretti dissipe un certain nombre de mythes qui existent encore, même en Italie. Après la chute de l’Union soviétique, certains documents sont sortis prouvant que les Brigades rouges avaient eu des contacts avec certains services des pays de l’Est. Commes elles voulaient faire tomber les institutions italiennes, il est naturel que les Brigades aient suscité l’intérêt des uns et des autres. Dans le contexte d’alors, il est tout à fait possible que l’organisation ait eu des contacts avec l’Est, voire avec l’OLP. Mais que la trajectoire des brigadistes, leur naissance, leur développement, s’explique par le rôle des services secrets de l’Est, de l’OLP ou du Mossad est un mythe qui ne tient pas la route. Il n’y a eu, à l’évidence, aucune manipulation. Mais on peut imaginer des infiltrations de la part de l’État italien. Il faut savoir que celui-ci n’a d’abord rien compris au mouvement. Il y avait un noyau de 150 personnes dans la clandestinité, un autre noyau, plus large, de gens qui pouvaient aussi entrer dans la clandestinité et, enfin, une aire de milliers de sympathisants. Un groupe plus facile à infiltrer. Mais, à vrai dire, l’infiltration relève de la norme dans l’histoire de toute organisation terroriste. En tout cas, face à ce foisonnement d’organisations révolutionnaires, à quelques exceptions près, les hauts fonctionnaires du ministère de l’Intérieur ne comprenaient pas grand-chose.

La mort d’Aldo Moro semble avoir marqué un tournant pour les Brigades rouges.
L’expérience des Brigades rouges s’est mal terminée, et ne pouvait que mal se terminer. Les Brigades ont surgi et se sont nourries de la crise des mouvements sociaux et politiques ayant marqué l’Italie des années 1970. En même temps, leur succès, leurs exploits militaires ont décrété la fin des mouvements d’extrême gauche, la fin de la contestation. Ce que dit clairement Mario Moretti dans ce livre : «Après l’affaire Aldo Moro, nous étions à l’apogée de nos forces, et nous n’avions aucune perspective». Ils ne savaient plus quoi faire. Et, à y réfléchir, l’apogée des Brigades rouges correspond à la défaite du mouvement ouvrier : l’automne1980 est marqué par l’échec de la grève des ouvriers de Fiat, licenciés par milliers, 24 000 à Turin, après un mois de grève. Tous les activistes d’extrême gauche et beaucoup de responsables syndicaux sont virés. C’est un tournant. Les années 1980 seront très différentes de la décennie antérieure.

Enzo Traverso est professeur de sciences politiques à l’université de Picardie, à Amiens.

Link
Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
Anni Settanta
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Etica della lotta armata
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Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
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