Il Nemico interno/L’Ennemi interieur, La généalogie coloniale et militare de l’ordre sécuritaire dans la France contemporaine

Il “nemico interno” dello Stato. Le periferie come le colonie

Paolo Persichetti
Liberazione 12 luglio 2009

La temperatura sociale delle periferie francesi è sempre alta. La cronaca non esita a restituirci immagini non molto lontane dalle scene di guerra. E, in effetti, i dispositivi messi in piedi dal governo evocano apertamente la figura del «nemico interno». Dispiegamento delle più aggiornate tecnologie rigousteantisommossa (elicotteri, micro-droni, telecamere di sorveglianza), fino alla spettacolarizzazione delle retate di polizia con massiccio dispiegamento di forze sotto gli occhi delle telecamere, fermi in massa, introduzione d’istituti giuridici come la «testimonianza sotto anonimato» e i giudizi processuali per direttissima; creazione di una branca specifica dei Servizi (appartenenti alla nuova Direction centrale du renseignement intérieur, Dcri), con competenza sulle banlieue, sui moti urbani, il cosiddetto fenomeno delle «bande», la nascita di nuove banche dati centrali, come il sistema Edvige-Edvirsp e Cristina (Cf. Liberazione – Queer del 5 ottobre 2008), finalizzati alla schedatura «di ogni persona d’età superiore ai 13 anni che abbia sollecitato, esercitato o stia esercitando un mandato politico, sindacale o economico o che rivesta un ruolo istituzionale, economico, sociale o religioso significativo». Insomma un intero arsenale tecnico, giuridico e poliziesco che rinvia apertamente al regime dello stato d’eccezione.
E’ indubbio che tutto ciò ricalca un immaginario di guerra che conduce a rappresentare alcune zone della società come dei teatri bellici dove l’intervento pubblico non si concepisce più nei termini della politica e del welfare ma unicamente sotto l’aspetto repressivo, per giunta nella sua forma più intensa: quella militare. Questo «nuovo ordine sicuritario» contemporaneo avrebbe una genealogia ben precisa rintracciabile nell’esperienza coloniale e militare della Francia. E’ quanto dimostra Mathieu Rigouste in L’Ennemi interieur, La généalogie coloniale et militare de l’ordre sécuritaire dans la France contemporaine (La Découverte, 2009).
Il caso francese deve intendersi come un laboratorio, un’esperienza pilota, l’anticipazione di scenari e comportamenti esportabili nel resto del mondo. police-partout3
In fondo è già accaduto in passato, quando la «dottrina della guerra rivoluzionaria», elaborata dagli stati maggiori francesi nel corso delle guerre coloniali d’Indocina e d’Algeria, popolarizzata nel libro del colonnello Roger Trinquier, pubblicato nel 1961 col titolo, La Guerre Moderne, (ripubblicato da Economica nel 2008) ed a cui la Cia ispirò il suo primo manuale antisovversione, è diventata la madre di tutte le dottrine contro-insurrezionali del dopoguerra impiegate dalle forze Nato come da tutte le dittature militari e fasciste, in particolare in Sud America. La counterinsurgency statunitense altro non è che la rielaborazione delle tesi che i generali francesi hanno insegnato nelle scuole di guerra del Nord America. Si veda in proposito il lavoro di Marie-Monique Robin, Escadrons de la mort, l’école française, (La Découverte 2004), che rintraccia l’inquietante percorso di alcuni ufficiali maggiori dell’esercito di Parigi, reduci dall’Indocina e dall’Algeria, che hanno formato alla controguerriglia gli ufficiali Usa a Fort Bragg e nella famigerata Scuola delle Americhe. Un apostolato antisovversivo segnato da varie tappe: lo sbarco come consigliere militare in Argentina, nel 1957, del colonnello Bentresque; il suo primo giro di conferenze (1962) nelle caserme sudamericane per insegnare le strategie antisovversive; Il manuale, Instruction pour la lutte contre la subversion, scritto sempre dai colonnelli Ballester e Bentresque; la proiezione, nel 1971, all’interno della scuola di meccanica della Marina a Buenos Aires (dove furono seviziati migliaia di cittadini sospettati d’essere militanti di sinistra) delle scene presenti nel film, La battaglia d’Algeri, di Gillo Pontecorvo, per rendere più efficaci i corsi di tortura impartiti ai presenti. La missione in Brasile del generale Paul Aussaresses, il gran maestro della tortura in Algeria, l’uomo che ha perfezionato e insegnato a tutti gli eserciti e polizie dell’Occidente l’uso degli elettrodi (sui genitali e le tempie) e della waterboarding (l’annegamento simulato) durante gli interrogatori. Metodi impiegati diffusamente anche dalla nostra Digos contro i militanti della lotta armata arrestati nel biennio 1982-83, ben prima che suscitassero scandalo perché impiegati dalla Cia nelle prigioni di Guantanamo e Abu Ghraib.
Le tesi della guerra rivoluzionaria sostituite da De Gaulle, non senza difficoltà, grazie all’arma nucleare acquisita nel 1960, e con la dottrina della dissuasione del «debole verso il forte», non sarebbero mai state rimosse definitivamente, anzi avrebbero mantenuto solide radici all’interno di alcuni settori militari per trasmigrare nelle forze di polizia ispirando le politiche di «mantenimento dell’ordine», utilizzate “ufficiosamente” nell’area d’influenza africana e nella gestione del controllo interno dopo il 1968 e da qui, soprattutto dopo l’11 settembre, assorbite anche dal mondo della politica fino a dare forma a un modello di potere militarizzato. Al vecchio nemico geopolitico comunista dell’epoca dei blocchi, dopo l’89 si sono venuti a sostituire una proliferazione di «nuove minacce», terrorismo, islamismo, violenze urbane, incivilités (qualcosa che assomiglia al nostro bullismo) che hanno giustificato la riedizione di una nuova figura di nemico interno, l’immigrato post-coloniale in grado di riattivare il risorgere di passate rappresentazioni razziste. Un nemico socio-etnico, locale e globale al tempo stesso, dissimulato nei quartieri popolari, residente nelle periferie, soprattutto tra i «non bianchi poveri».
L’immaginario, la costruzione e proiezione di raffigurazioni che vanno ad arricchire il repertorio delle classi pericolose e delle leggende ansiogene, costituiscono un elemento decisivo di questo nuovo ordine sicuritario che ispirandosi ai criteri della «guerra totale», ricorre alla cosiddetta «guerra psicologica», ovvero alla mobilitazione delle coscienze, alla costruzione di consenso, lì dove lo Stato-nazione è concepito come un organismo che la difesa nazionale deve immunizzare dalle malattie sociali, dai contagi rivoluzionari, dalla piaga del crimine, l’epidemia del vizio, e rassicurare dalle paure.
Questo nuovo ordine collima con una nuova formazione sociale che Mathieu Rigouste definisce «capitalismo sicuritario», dove il controllo oltre a riprodursi in forma allargata ha ingenerato un proprio mercato. La forma più inquietante di questo modello è la constatazione del grado di adesione dei controllati ai controllori. Non si tratta di un semplice modello di dominazione ma di un processo di adesione dal basso, di controllo reciproco e autocontrollo. Quello che il sociologo Philippe Robert coglie descrivendo l’emergere di un «neoproletariato della sicurezza», reclutato grazie al precariato di massa all’interno di quel sistema di polizia sociale che è il mondo della sicurezza e della vigilanza privata. Un sottosistema del controlli brulicante di sorveglianti nei metrò e nei supermercati, subalterni della sicurezza di vario ordine e natura, fino ai mediatori sociali, gli stuart degli stadi, gli assistenti sociali, eccetera. Un sistema dove il povero è preso a controllare l’altro povero e non alza più la testa.

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Leone Jacovacci, il nero che prese a pugni il fascismo

Libri – Mauro Valeri, Nero di Roma, Storia di Leone Jacovacci l’invincibile mulatto bianco, Palombi editori

Paolo Persichetti
Liberazione,  4 luglio 2009

Mulatto, figlio di un ingegnere italiano e una madre africana di etnia babuendi, Leone Jacovacci non aveva «la pelle giusta» per essere riconosciuto a tutti gli effetti italiano, nonostante nel 1928 fosse diventato campione nazionale ed europeo di esterne161921181603195150_bigpugilato per la categoria dei pesi medi. La sua vita raccontata nel libro di Mauro Valeri, Nero di Roma, Storia di Leone Jacovacci l’invincibile mulatto bianco, Palombi editori, è un’odissea del pregiudizio, un viaggio nei mari del razzismo prima  ideologico, poi codificato negli statuti coloniali e nelle leggi razziali. Come per i più grandi pugili del Novecento la via del ring è stata per lui un modo di farsi strada nella vita. I pugni incassati fuori Leone li restituiva nel quadrato. All’anagrafe risulta iscritto nel 1902, ma è solo l’anno in cui il padre realizzò l’atto amministrativo. In realtà era nato in Congo tempo prima, dove l’ingegnere Umberto Jacovacci era arrivato in cerca di fortuna con un contratto d’agronomo in tasca. Qui aveva conosciuto Zibu, figlia di un capo tribù locale. Dalla loro relazione erano nati Leone e Aristide che il padre decise di portare con sé al suo rientro a Roma. I piccoli furono cresciuti dai nonni paterni nel viterbese e presto scoprirono il prezzo del pregiudizio raziale negli anni dell’Italia giolittiana, quando la «giovane proletaria» declamata da Pascoli cercava il suo posto al sole occupando Tripolitania e Cirenaica a suon di cannonate. Anni in cui la propaganda colonialista struttura le correnti ideologiche razziste e nazionaliste che spingeranno l’Italia verso il baratro della prima guerra mondiale e del fascismo. Allora per l’anagrafe Leone Jacovacci aveva nove anni. A 16 anni, anima inquieta e già ribelle, s’imbarca probabilmente a Napoli come mozzo su un mercantile inglese che però fa naufragio. Insieme agli altri membri dell’equipaggio viene salvato da un’altro mercantile inglese, il Queen.
«Non mandatemi/ in paesi stranieri/ perché la mia pelle è diversa», scriveva Antonio Campobasso nel suo Nero di Puglia.  Sbarcato a Londra Leone ha un nuovo nome, John Douglas Walker, nato nel 1900, con il quale il 7 agosto 1918 si arruola nel 53° battaglione del Bedfordshire Regiment dell’esercito inglese. La vita di mozzo e cuciniere sulle navi e la permanenza nell’esercito l’introducono nel pugilato, disciplina che veniva praticata tra i marinai. Esordisce nella boxe a Londra. Le cronache dei primi incontri raccontano di un pugile tecnicamente ancora molto acerbo ma molto potente. Sono gli anni di un pugilato popolare con riunioni settimanali che si tenevano nei quartieri. Gli incontri potevano durare anche venti riprese, e il macth poteva prendere facilmente l’aspetto di una vera battaglia tra gladiatori con il pubblico che lanciava alla fine monetine sul ring. Il periodo londinese termina col la sfida a Roland Todd, uno dei migliori medi britannici, imbattuto da tempo e abituato a mettere ko i suo avversari. A confronto il diciannovenne Jacovacci era un debuttante, eppure mise Todd al tappeto quattro volte, ma rimase sbigottito nel vedere l’inglese rialzarsi ogni volta. Confidava troppo nella sua «castagna», così col passar delle riprese e il sopravvenire della stanchezza fu l’esperienza di Todd a decidere il match. Dopo la sconfitta si trasferì a Parigi, dove infilò una serie di 25 vittorie consecutive. Sulla scorta di questi successi nel 1922 torna in Italia sotto le vesti dell’afro-americano Walker per affrontare il campione italiano dei pesi medi, Bruno Frattini, al Teatro Carcano di Milano. esterne161921221603195142_big
Jacovacci non è il primo “nero” a combattere in italia, era stato preceduto dal ligure Pietro Boine che nel 1910 aveva conquistato il primo titolo italiano dei pesi massimi. L’incontro con Frattini finisce con una sconfitta ai punti nonostante la netta superiorità mostrata sul ring. Leone Jacovacci non si arrende, sà di avere pagato il prezzo del colore della sua pelle, e decide così di farsi riconoscere la nazionalità. Considerato da tutti un zio Tom americano, alcune testimonianze raccontano lo stupore nello scoprire il suo slang trasteverino. Durante un combattimento, dimenticando di rivolgersi in inglese al suo secondo, l’apostrofò con uno, «sbrighete, damme l’acqua». La gaffe si ripeté nel corso di una riunione pugilistica alla quella era stato invitato come ospite. Enorme fu lo stupore di chi chiamandolo ancora Jack, gli senti gridare verso un pugile, «c’ai er coraggio de ’na pecora». Nel frattempo Leone torna a Parigi e prosegue la sua carriera inanellando un’impressionante serie di vittorie mentre comincia a circolare la voce, ripresa dalla stampa, che Jacovacci-Walker avesse del sangue italiano. Ma l’avvento del fascismo non facilita per nulla il riconoscimento della sua cittadinanza, apertamente ostacolata dal Pnf che vede in lui la sconfitta delle tesi razzialiste. Uno scontro si apre all’interno della federazione pugilistica italiana tra il consiglio direttivo che estromette Edoardo Mazzia, membro del comitato centro-meridionale che gli aveva consegnato la tessera della federazione. Intanto Jacovacci-Walker è costretto a proseguire la sua carriera all’estero, tra Francia e Argentina. Sconfigge così il neo campione d’Europa Louis Clement, senza per questo poter essere incoronato lui stesso al vertice del pugilato europeo perché privo del riconoscimento della nazionalità italiana. Ormai all’apice del pugilato internazionale viene riportato in italia da uno degli impresari più importanti, Pietro Petroselli. Il «mulatto» sbaraglia tutti e così il 24 giugno del 1928 può sfidare il campione in carica nazionale ed europeo, Mario Bosisio, ritornando al suo nome di battesimo. L’incontro entra nella storia per la sua intensa drammaticità. Jacovacci vince ma da quel momento subisce l’ostracismo di un regime che ha ridicolizzato. La bianca razza fascista non poteva sopportare di prenderle di santa ragione da un «meticcio», considerato alla stregua di una piaga, un esempio di degenerazione e corruzione della purezza della razza. E quando al contrario le sue doti venivano apprezzate, diventava la «belva», il «selvaggio» dalla velocità «belluina».
Leone Jacovacci è morto nel 1983 a Milano, faceva il portiere in un immobile. Nel 1940 era tornato in Francia, per sopravvivere aveva fatto persino il catch.

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Spazzatura: “Sol dell’avvenir”, Il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella

Il comico naufragio di Giovanni Fasanella. Quando la dietrologia si complotta addosso

Paolo Persichetti
Liberazione
10 agosto 2008

La polemica lanciata dal ministro della cultura Sandro Bondi contro Il sol dell’avvenir, film presentato al festival di Locarno, sembra una di quelle nemesi, in questo caso irrimediabilmente grottesca, che si abbattono sui destini umani. Nemesi è parola che prende il nome da una divinità greca figlia della Notte e delle Tenebre. Indica l’intervento di una giustizia compensatrice. È quell’imprevisto copj13.aspcapovolgimento di fronte che stravolge l’esito fin troppo scontato attribuito alle cose. In questo caso vittima del destino cinico e baro è Giovanni Fasanella, autore del libro-intervista realizzato con Alberto Franceschini, Che cosa sono le Br (Bur 2004) da cui è tratto il film. Fasanella è stato uno stretto collaboratore di Giovanni Pellegrino, presidente per diverse legislature della commissione d’indagine parlamentare sulle stragi e il terrorismo. Torinese, legato al giro di Luciano Violante, fervido seguace delle teorie del complotto, oltre che vicino a Giuseppe Vacca, lo storico togliattiano che riteneva le Brigate rosse «eterodirette», ha partecipato a numerosi libri, tutti volti a sostenere la presenza di piani complottistici dietro le vicende della lotta armata. Se ogni scrittore deve un albero al mondo, Fasanella deve una foresta per aver riempito gli scaffali di immondizia dietrologica priva di qualsiasi valenza storica. Nel suo libro sulle Brigate rosse sposa la paranoia senile di Franceschini, le confuse e rocambolesche ricostruzioni sull’azione concertata dei servizi europei, americani e sovietici, che avrebbero manipolato le diverse stagioni della lotta armata. La stessa dottrina Mitterrand è raccontata come un disegno destabilizzatore della democrazia italiana. Ipotesi presa seriamente in considerazione dal pm di Bologna Paolo Giovagnoli, altro adepto della setta cospirazionista. Con un riduzionismo semplificatorio che taglia la storia con l’accetta, Fasanella intende dimostrare che le Br sono uno scheletro negli armadi del Pci e quindi dei suoi epigoni. Figlie di quel «triangolo rosso» emiliano, teatro nell’immediato dopoguerra di vendette partigiane contro i fascisti e i nemici di classe. Una sorta di residuo stalinista intriso di nostalgie resistenziali. Per arrivare a ciò viene azzerata la componente di fabbrica legata all’esperienza milanese e quella dell’università trentina. Ma qui non c’è lo spazio per approfondire. Ciò che conta è l’intenzione di Fasanella: portare l’affondo contro la tradizione comunista rappresentando gli anni 70 come l’ultimo capitolo del libro nero del comunismo. La destra avrebbe dovuto gioire per questo regalo inaspettato, invece per voce del ministro Biondi, sollecitato dall’ex presidente dell’associazione delle vittime del terrorismo Giovanni Berardi, improvvisatosi critico cinematografico, ha sferrato un durissimo attacco al film. Fasanella che negli ultimi anni ha promosso un grosso lavoro editoriale in favore di una parte dei familiari delle vittime di quel decennio, si è visto messo sotto accusa quasi fosse un apologeta della lotta armata. Furioso ha risposto: «Le vittime non hanno sempre e comunque ragione, alcuni di questa condizione hanno fatto un mestiere». Quando si è cagion del proprio mal non resta che piangere se stessi.

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L’amnistia Togliatti

Libri – L’Amnistia Togliatti, Mimmo Franzinelli, Mondadori, Milano 2006, pp. 392, € 19

Paolo Persichetti
Liberazione
Giovedì 27 aprile 2006

L’ultimo lavoro di Mimmo Franzinelli, L’Amnistia Togliatti, un saggio che ricostruisce la storia del decreto presidenziale di clemenza predisposto dal guardasigilli Palmiro Togliatti, sembra dover riaccendere a distanza di sessant’anni le stesse 8804553340 polemiche che l’accolsero all’indomani della sua emanazione, in occasione della proclamazione della Repubblica, il 22 giugno 1946. In questa direzione, infatti, è rivolta la recensione che lo storico Sergio Luzzato ha scritto sul Corriere della Sera del 19 aprile scorso. Una vera requisitoria contro l’uomo dalla stilografica con l’inchiostro verde, accusato di aver spalancato le porte delle carceri a fascisti e saloini imprigionati subito dopo la Liberazione. Colpevole ancora una volta della sua «proverbiale doppiezza» per aver disconosciuto la responsabilità di quella misura – come lui stesso scrisse – «giusta nelle intenzioni ma sbagliata nell’applicazione», a causa dell’uso politico che ne fece la Dc e dell’interpretazione distorta fornita dalla magistratura.
Non è così! Risponde Luzzato, «l’amnistia Togliatti fu una vergogna nazionale» perché nacque dal duplice intento di reclutare nuovi militanti tra le fila dei vinti e risparmiare conseguenze giudiziarie alle azioni delle forze partigiane. Non fu sempre Togliatti a definire «eccesso di nervosismo» la rabbia dei parenti delle vittime? Per questo, conclude: «il libro di Franzinelli va consigliato come la più istruttiva delle letture possibili per chi voglia sottrarsi a un discorso sull’amnistia che strizza l’occhio all’amnesia». Già, perché a ben vedere il vero obiettivo polemico non è tanto la clemenza del 1946, ma quella in discussione da un quindicennio sugli anni 70. Un provvedimento che se approvato, sostiene Luzzato, si trasformerebbe in una «pietra tombale sugli orrori condivisi della nostra guerra civile». L’intonazione polemica del recensore del Corriere, che da qualche tempo è esulcerato dalle incursioni storiche di alcuni giornalisti sugli anni della guerra civile e i primordi della Repubblica (si veda in proposito La crisi dell’antifascismo, Einaudi 2004), è tale che sembra non voler risparmiare nemmeno l’istituto stesso dell’amnistia, rappresentata come un evento immorale, un diniego di giustizia, una fuga dalle responsabilità, un misconoscimento della verità.

Due secoli di amnistie
Senza voler chiamare in causa l’antichità classica, ci basta sapere che l’Ottocento e il Novecento sono stati secoli di amnistie che hanno seguito, in modo spesso contraddittorio e parziale, rivolgimenti e traumatismi civili e politici. L’Italia post-unitaria è stata marcata dall’adozione ripetuta di misure di clemenza collettiva. Almeno 230 sono state quelle censite tra il 1861 e il 1943. Ben altre 6 amnistie politiche sono state varate fino al 1970. Da allora più nulla.
C’è chi ha proposto, come Stéphane Gacon (L’Amnistie, Seuil 2002), una classificazione dei suoi diversi modelli. Uno di questi sarebbe l’amnistia-perdono, caratteristica dei regimi autoritari, che spesso si presenta come un ambiguo atto di generosità, un gesto di forza vischiosa e paternalista, il più delle volte accompagnato dalla «umiliazione di una richiesta», lì dove il perdono ricambia la sottomissione. Provvedimenti che in genere presuppongono valutazioni soggettive del beneficiario e dispositivi premiali in cambio di una richiesta d’acquiescenza al potere. Si tratta di un perdono inquisitorio, una logica che ricorda molto da vicino i dispositivi premiali intrapresi in Italia, tra il 1979 e il 1987, come le ampie riduzioni di pena previste per i dissociati della lotta armata.
L’amnistia-rifondazione, invece, non chiede nulla in cambio ma interviene per riunificare un paese diviso, ricompattandone il corpo politico, come accadde, con le leggi aministiali del 1872 e del 1898, alla fine della guerra civile americana, o con l’amnistia della Comune di Parigi che gettò le basi della terza Repubblica francese.
C’è poi l’amnistia-riconciliazione, un modello che segue la fine dei periodi dittatoriali. Sembra essere il caso dell’Italia dell’immediato dopo guerra, della Francia dopo la fine della Repubblica collaborazionista di Vichy o della Spagna post-franchista. Questi provvedimenti, nella gran parte dei casi, sono ispirati da valutazioni d’opportunità, ragioni di forza maggiore motivate dal fatto che i regimi caduti hanno potuto contare su un vasto consenso sociale costruito negli anni del loro dominio. Circostanza che rende problematica un’epurazione politica troppo estesa.

L’amnistia del 1946
Nel caso dell’amnistia italiana del 1946, vi è poi un’ambivalenza tutta particolare: per un verso, essa corrisponde all’avvio della politica d’egemonia condotta dal Pci, che mira così a recuperare larghi settori di quel fascismo antiborghese, frondista e di sinistra, in coerenza con quella che era stata la sua analisi del fascismo, riassunta nella formula del «regime reazionario di massa». Una convinzione che aveva spinto il Partito comunista clandestino al velleitario appello verso i «fratelli in camicia nera» nel tentativo di arrivare ad infiltrare le corporazioni e le organizzazioni di massa della dittatura negli anni della sua massima popolarità. Nella relazione con la quale Togliatti accompagna l’amnistia del 46, si spiega che la nuova Italia repubblicana non può nascere incoraggiando «la tradizione medioevale della messa al bando», per questa ragione era necessario un atto di clemenza che mirasse a recuperare quelli che erano stati «travolti da passione politica, o ingannati da propaganda menzognera… giovani resi incapaci da venti anni di dittatura di distinguere il bene dal male». 97888045663801 Al tempo stesso però, come accade per le amnistie francesi del 1951 e del 1953, anch’esse accolte da furiose polemiche, di cui si ebbe testimonianza nel confronto tra Mauriac e Camus, l’applicazione concreta della clemenza viene influenzata dai nuovi scenari geopolitici scaturiti dalla fine del conflitto. La “guerra fredda” spinge i paesi occidentali a rompere il fronte resistenziale e recuperare buona parte del personale compromesso con i passati regimi, per poter garantire una continuità dell’apparato statale in funzione anticomunista. Dietro la «riconciliazione» non ci sono ireniche spinte morali alla concordia ma un cinico calcolo strategico. In previsione dello scontro, il centro-destra democristiano e la sinistra comunista cercano di rafforzarsi reclutando nel passato. In questo modo l’amnistia da luogo ad un singolare paradosso: essa non è più un’occasione per la ricomposizione del corpo politico ma un espediente che perpetua la divisione, seppur in forma nuova, alimentando quella guerra civile fredda che, dopo la parentesi consociativa degli anni 70, vedrà assumere, alla fine del 1989, i connotati di una «guerra civile legale». In realtà, alcuni regi decreti del 44 e del 45 avevano già introdotto alcune misure amnistiali che non tutelavano affatto le azioni della Resistenza armata. Ed è innanzitutto per sanare queste carenze che Togliatti vara un provvedimento molto più organico ed ampio, che estende il beneficio anche ai nemici sconfitti purché incolpati solo di delitti politici, lasciando al giudice il compito dell’accertamento dell’indole politica del reato. Il tutto in un’ottica, come poi spiegò Mario Bracci, uno dei 18 ministri del dicastero De Gasperi che approvarono il provvedimento, che accertasse «le responsabilità dei singoli», evitando la logica delle responsabilità storiche e collettive, che avrebbe finito per imporre l’emarginazione e la persecuzione indiscriminata e non quel «rapido avviamento del paese a condizioni di pace politica e sociale», auspicate dallo stesso Togliatti. E sarà proprio questo il punto dolente del suo provvedimento. Una sorprendente dimostrazione d’angelismo politico o forse, in realtà, di quella precoce volontà di costruire un rapporto privilegiato con la magistratura, ritenuta un vettore di progresso in ragione del mito riformatore dell’azione giudiziaria. Invece, dando prova di un accurato zelo persecutorio, i magistrati della Cassazione, in gran parte reduci del regime, grazie a capziose interpretazioni giurisprudenziali, rovesciarono completamente le intenzioni del legislatore, applicando una clemenza di massa nei confronti dei fascisti, ben 10.034 di loro vennero amnistiati, ed escludendo sistematicamente i Resistenti che si videro riconoscere il beneficio solo in 153 casi. Lo stesso governo dovette promulgare, tre mesi dopo, un decreto che introduceva il divieto di emettere mandati di cattura o revocava quelli già spiccati contro i partigiani (Santosuosso e Colao, Politici e Amnistia, Bertani 1986).
Il fallimento dell’amnistia Togliatti trova spiegazione, in realtà, nel mancato adeguamento statuale al mutamento di regime politico. Venne meno sul terreno giuridico-formale, come spiegò con esemplare lucidità Calamadrei: «lo stabile riconoscimento della nuova legalità» uscita dalla Resistenza. Quella discontinuità che rende «lecita» l’illegalità perché «vittoriosa» sull’assetto politico preesistente. Richiamandosi a Santi Romano, Calamandrei sosteneva che l’assenza di rottura giuridica impedì di trovare nello Stato nuovo, e non nelle leggi precedenti, la necessaria legittimità. Il risultato fu la sistematica depoliticizzazione delle azioni partigiane (come avvenuto anche nel corso degli anni 70-80), passate al vaglio del codice Rocco, concepito proprio per reprimere quel tipo d’inimicizia politica. Furono necessarie ancora tre amplissime amnistie nel 53, 56 e 66, per chiudere definitivamente il dopoguerra.

I mal di pancia di Luzzato: miseria della cultura postazionista
La tesi di Luzzato testimonia il singolare atteggiamento della cultura liberale che oscilla continuamente tra la denuncia del carattere «totalitario, terroristico e fazioso», dei comunisti, per cui da una parte sarebbe stato un crimine l’uccisione di Gentile, ma poi si rimprovera loro l’amnistia ai fascisti; per un verso si condannano le vendette del «triangolo rosso», ma poi si critica la politica di recupero dei giovani quadri frondisti del regime, recentemente ricordata dal libro di Mirella Serri (I Redenti. Gli intellettuali che vissero due volte. 1938-1948, Corbaccio, 2005). Di contro, a sinistra, ancora più meschino è il comportamento dei salvati di allora che, forse per far dimenticare di essere cresciuti negli asili dell’infamia, non hanno mai esitato a condannare i sommersi di oggi, opponendosi con ferocia perseveranza all’amnistia per gli anni 70.
L’amnistia Toglliatti appartiene a quel genere di clemenza che, intervenendo politicamente nell’immediatezza dei fatti, scommette sul futuro mettendo fine al rischio di un ciclo interminabile di rese dei conti. Per questo agisce come un «colpo di spugna», una sorta di oblio preventivo sulle colpe. Ma non è responsabilità di quell’amnistia, il clima più generale di rimozione e occultamento che investì, invece, le stragi più efferate dei nazi-fascisti, che di fatto si avvantaggiarono di una illegale amnistia di fatto, voluta dal potere politico in ragione dell’adesione italiana al Patto atlantico, come l’armadio della vergogna scoperto a Palazzo Cesi ha dimostrato. È inaccettabile, dunque, l’attacco all’istituto dell’amnistia e quella sorta di perverso bilanciamento della storia che Luzzato suggerisce: fare degli anni 70 il capro espiatorio del Novecento italiano per risarcire simbolicamente la mancata giustizia del dopoguerra. A differenza della clemenza preventiva del 46, l’amnistia per gli anni 70 interverrebbe in una situazione in cui la verità giudiziaria è stata già scritta e le pene ampiamente consumate, a distanza di oltre 30 anni dall’inizio del fenomeno e ben 18 anni dalla sua fine, quando in carcere vi sono ancora 132 detenuti per reati di sovversione e ben 119 latitanti all’estero (fonte Ministero della Giustizia aggiornata all’ottobre 2004), rinchiusi da un massimo di 28 anni ad un minimo di 18. Quale che sia il giudizio su quell’epoca, un dato ormai è certo: i militanti degli anni 70 hanno largamente scontato le loro pene, compreso il sovrasanzionamento dovuto alle leggi speciali dell’emergenza. Sono stati gli unici a pagare nella storia repubblicana. Si tratta ormai di chiudere simbolicamente un’epoca terminata da lunghi anni, e che alcuni settori della magistratura, degli apparati e del mondo politico, vorrebbero tenere artificiosamente ancora aperta per utilizzarla come una minaccia che ipotechi ogni presente e futuro di critica contro il potere.

Post scriptum
Quel che non è accettabile nella recensione di Luzzato è l’utilizzo della polemica contro l’amnistia Togliatti per attaccare, in realtà, l’ipotesi che un provvedimento del genere possa essere varato per il conflitto degli anni 70. Luzzato sembra quasi voler suggerire una sorta di perverso contrappasso: poiché ci fu clemenza contro i crimini fascisti è bene che ora i militanti della lotta armata degli anni 70 risarciscano simbolicamente anche quella mancata giustizia. Esiste una differenza sostanziale: nel giro di pochissimi anni (il maresciallo Graziani fu scarcerato nel 1953, accolto a braccia aperte da Andreotti), i fascisti furono tutti scarcerati. L’amnistia e l’indulto erano congeniati in modo tale che anche coloro che avevano subito condanne molto alte potessero uscire in libertà condizionale dopo 5 anni. Si trattò sostanzialmente di un’amnistia quasi preventiva. Mentre per i militanti della lotta armata dopo oltre 30 anni non si parla nemmeno più della opportunità di un provvedimento. L’amnistia la sta facendo il tempo.
Negli anni 90, uno degli argomenti in favore dell’indulto era quello di riportare l’entità delle pene ad una misura normale, togliendo il sovrasanzionamento dell’emergenza. Oggi, paradossalmente, non avrebbe più senso poiché la sanzione è stata largamente consumata.
La stessa cosa accadde in Francia. Non è vero in proposito quel che dice Luzzato. Anche se l’amnistia francese arrivò nel 1953, essa non fu esente dalle stesse polemiche che denunciavano una epurazione troppo lieve. Basti pensare alla vicenda Papon e Touvier! Per altro quel po’ di epurazione che avvenne Oltralpe fu essenzialmente un regolamento di conti a destra, tra gaulliani e petenisti.

Link
Politici e amnistia, tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’unità d’Italia ad oggi
Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu
Una storia politica dell’amnistia

Amnistia per i militanti degli anni 70
La fine dell’asilo politico
Vendetta giudiziaria o soluzione politica?
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
Giorgio Agamben, Europe des libertes ou Europe des polices?
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Tolleranza zero, il nuovo spazio giudiziario europeo
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
Il nemico inconfessabile, anni 70
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Quella ferita aperta degli anni 70

Bossnapping, una storia che viene da lontano

Insubordinazione e democrazia operaiaLavorare con lentezza: tecniche di resistenza e metodi di lotta messi in cantiere dal movimento operaio nel corso della sua storia

Paolo Persichetti
Liberazione
19 aprile 2006

Dopo il varo, nel 1893, delle famose «leggi scellerate», la legislazione antianarchica che introdusse in Francia il reato di «association malfaiteurs», molti militanti furono costretti a riparare all’estero per sfuggire al carcere. Durante l’esilio a Londra, il sindacalista anarchico Émile Pouget, fondatore nel 1889 del giornale popolare Le Père Peinard, ispirato al Père Duchesne di Hébert (esponente degli arrabbiati, l’ala sanculotta più radicale della rivoluzione francese) rimase colpito dai metodi di lotta impiegati dal movimento operaio inglese.

Emile Pouget

Emile Pouget

Quegli anni di dura repressione avevano gettato nel discredito la strategia minoritaria e individualista della «propagande par le fait», che aveva conquistato i settori anarchici del periodo. Nel 1892, l’esecuzione di Ravachol aveva aperto l’era degli attentati e delle bombe. Due anni dopo l’anarchico italiano Sante Caserio uccise il presidente della Repubblica francese Sadit Carnot. L’amnistia politica del 1895, seguita all’elezione del nuovo presidente della terza Repubblica Felix Faure (rimasto alla storia perché folgorato da un infarto fu rinvenuto su un divano dell’Eliseo ancora avvinghiato ai capelli della sua amante, che terrorizzata cercava di riprender fiato), permise a Pouget di rientrare insieme a molti altri militanti e dare vita ad una nuova stagione politica fondata sull’azione di massa e l’intervento sindacale. Ebbe così modo di partecipare alla fondazione della Confédération générale du travail e nel 1896, sul nuovo giornale La Sociale spiegò la teoria del sabotaggio, «il sistema dei proletari inglesi che hanno come parola d’ordine: A paga cattiva, cattivo lavoro…». Nel 1908 scriveva: «L’azione diretta non è fatalmente sinonimo di violenza: essa può manifestarsi in maniera benevola e pacifica o anche molto vigorosa… Contro lo Stato si materializza sotto forma di pressione esterna, mentre contro il padronato, i mezzi comuni sono lo sciopero, il boicottaggio, l’etichettamento, il sabotaggio».
Nell’opuscolo Le Sabotage, pubblicato attorno al 1911-12 (rieditato a Parigi, nel 2004, dalle edizioni Mille et une nuits) Pouget racconta che il termine sabotaggio deriva da sabot (zoccolo). Sabotage non era in origine un’espressione di lotta sociale ma un termine popolare che non indicava affatto l’atto di fabbricare zoccoli, ma al contrario designava un lavoro mal eseguito, fatto a «colpi di zoccoli» appunto. Nel 1897, durante il congresso della Cgt a Tolosa, nel quale Pouget animava la commissione boicottaggio e sabotaggio, questa tattica ricevette il battesimo sindacale.
lesabotage01In effetti, il sabotaggio in origine altro non era che quanto gli operai scozzesi chiamavano, con un’espressione dialettale, Go Canny («Vacci piano!»). Lavorare con lentezza, insomma! Una strategia di resistenza che da individuale e spontanea si fa col tempo cultura di lotta consapevole, sempre più fantasiosa e organizzata, diffusasi in Inghilterra nel 1889 e successivamente importata in Francia, nel 1895, dal sindacato dei ferrovieri e poi giunta in America, grazie al passa parola delle lotte dei portuali, durante la stagione dell’Iww. Pouget rammenta anche l’arrivo del sabotaggio tra i lavoratori italiani, impiegato per la prima volta, non certo a caso, dai ferrovieri (facilitati dai contatti e dagli scambi quotidiani con i compagni di lavoro d’oltre frontiera), che nel 1905 praticano lo sciopero dello zelo.
Le diverse tecniche, che egli descrive con dovizia di particolari e dettagli pratici, rinviano ad un ventaglio di forme di lotta molto ampio. Esse vanno dal sabotaggio delle merci e degli strumenti di lavoro (di sfruttamento), «cose inerti e senza vita», senza sospensione o abbandono dell’attività lavorativa, al sabotaggio in appoggio dello sciopero con l’obiettivo di moltiplicarne l’effetto, sulla base del principio del minimo sforzo e del massimo risultato. In questa lotta corpo a corpo con il capitalista, Pouget propone una sorta di judo, l’utilizzo della forza cinetica dell’avversario a proprio vantaggio. In seguito, l’introduzione della catena di montaggio permetterà anche agli scioperi di trasformarsi non solo in urto compatto e di massa ma in una specie di “mordi e fuggi”, come nelle fermate a gatto selvaggio o a scacchiera. Stratagemmi che consentivano di sabotare il flusso continuo della catena fordista.
La pratica del sabotaggio è per sua definizione evolutiva e si adatta al variare dello sviluppo tecnologico e organizzativo della produzione, della circolazione e distribuzione delle merci e dei servizi. Una componente essenziale del sabotaggio, secondo la definizione data da Pouget, è anche il boicottaggio. Esso può declinarsi in molte forme: l’insubordinazione di massa, la resistenza passiva, la non collaborazione, l’ostruzionismo o al contrario il ricorso al massimo zelo, l’organizzazione di campagne (metodo della bouche ouverte), grazie alle quali venivano denunciate la malefatte del datore di lavoro, i trucchi e gli inghippi per contraffare merci e prodotti e fregare il consumatore. «Il sabotaggio – tiene comunque a precisare – colpisce il padrone attraverso il rallentamento del lavoro, rendendo invendibili i prodotti fabbricati, immobilizzando o rendendo inutilizzabili gli strumenti di produzione, ma il consumatore non deve soffrire di questa guerra fatta allo sfruttatore».
In sostanza, quella del sabotaggio appare come una vera e propria arte di disobbedire, una strategia che riconduce l’esercizio della critica alla pratica quotidiana dei poteri economici e istituzionali, mettendoli alla berlina e cortocircuitando i loro discorsi di legittimazione.
A distanza di un secolo resta ancora intatta la freschezza che animava il percorso di sperimentazione seguito da Pouget, il tentativo di uscire da una stagione di sconfitta cercando linguaggi e strategie nuove che rinnovassero la capacità di fare fronte alle nuove modalità del conflitto capitalistico insieme ad una nuova abilità nel costruire consenso attorno alle proprie battaglie. In un’epoca, come quella attuale, in cui l’attenzione ossessiva riposta sui mezzi di lotta sembra voler sopperire alla debolezza di contenuti e prospettive sui fini, ritrovare questa memoria e recuperarne la fantasia può aiutare ad uscire dalla maledizione di un dibattito che ha trasformato la scelta dei metodi di lotta in un paralizzante dilemma ideologico attorno al quale definire la propria identità.images-11
L’attuale precarizzazione e individualizzazione delle condizioni e dei rapporti di lavoro ha notevolmente accentuato la pressione sui lavoratori. Mentre la contrattazione collettiva subisce un ridimensionamento sempre maggiore, i nuovi modelli di management sviluppano politiche di coinvolgimento totale e d’implicazione intima dell’individuo nel processo lavorativo. Alla disciplina militare del taylorismo si sostituisce la «valorizzazione della personalità» e la mobilitazione del «saper essere» del dipendente. Un discorso sulla supposta autonomia dell’individuo e sull’investimento nelle risorse umane che riposa, in realtà, sulla introiezione dei vincoli e degli obblighi che gravano sul lavoratore, fino ad arrivare ad una vera e propria colonizzazione padronale del suo cervello.
Sabotare, allora, può voler dire innanzitutto cominciare a non pensarla più così, a non lasciarsi implicare dai linguaggi suadenti e truffaldini della nuova etica del capitale, scopiazzati da filosofie critiche che egli ha saputo intelligentemente integrare. Sabotare vuol dire rilanciare una cultura conflittuale e antagonista che possa agire come modello d’apprendimento quotidiano della libertà, a partire innanzitutto dai luoghi di lavoro. Infatti, se c’è un limite fino ad ora espresso dalla cultura della disobbedienza in uso nei movimenti, esso riguarda innanzitutto la sua eccessiva estraneità dai posti di lavoro, quasi che sia stata integrata una sorta d’intangibilità della estrazione di plusvalore unicamente a vantaggio di forme etiche di boicottaggio del consumo rivolto nei confronti di marche multinazionali.

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Aboliamo le prigioni?

“Aboliamo le prigioni?” sarà presentato domenica a Roma al Volturno occupato, via Volturno 37 alle ore 19 nell’ambito di una “giornata sulla prigionia femminile” organizzata da Scarceranda e Ora d’aria
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Vincenzo Guagliardo, Liberazione 6 Marzo 2009

Che fine ha fatto la famosa compagna afroamericana Angela Davis, per la cui liberazione ci si mobilitò in tanti, e con successo, sia in America che in Europa nei primissimi anni Settanta? E’ rimasta al suo posto: sempre idealmente vicina ai suoi vecchi “maestri”, il filosofo Marcuse e il detenuto ammazzato in carcere George Jackson, da studiosa e militante ha continuato ad approfondire certi temi, e, mutando e migliorando sempre il suo approccio, propone ora come approdo la lotta per l’abolizione delle prigioni. Così come si è fatto prima per la schiavitù e, ormai in molti paesi, per la pena di morte. (Angela Davis, Aboliamo le prigioni? , Minimum fax, 270 pagine, euro 14,50). Le prigioni sono un cancro nel cuore della democrazia che, così, non è più tale. Il carcere infatti non è solo la prigione, è una vasta intricata e ignorata rete di interessi e conseguenze, è un «complesso carcerario-industriale». «Le strategie di abolizione del carcere riflettono una comprensione dei nessi tra istituzioni che di solito concepiamo come diverse e slegate (…) La povertà persistente nel cuore del capitalismo globale porta a un aumento della popolazione carceraria, che a sua volta rafforza le condizioni che perpetuano la povertà». I carcerati sono gli eredi degli schiavi, persone senza diritti (e gli ergastolani gli eredi dei condannati a morte). La vecchia pena visibile si occulta dietro i muri, e grazie all’invisibilità viene accettata come cosa normale. Ma da questo laboratorio-memoria ogni tanto le sue tecniche devono fuoriuscire. Mica sono lì per niente. Quando ciò avviene, a Guantanamo o ad Abu Ghraib in Iraq, magari sotto forma di tortura filmata, il progressista scende in campo in difesa della “democrazia”, cui tali aspetti sarebbero estranei: in realtà continua a ignorare la fonte, “il cancro” della cosiddetta democrazia, la sua realtà quotidiana. Ma ora in America ci sono più di due milioni di reclusi. Come nascondersi con tali numeri che il carcere è ormai un ghetto dove buttar via una buona parte della gente ormai considerata superflua, demonizzandola, sottoponendola a un trattamento che terrorizzi gli altri superflui e cementi la morale della gente perbene? free_angela_buttonE come ignorare che l’esportazione della “democrazia” americana esporta anche questo cancro, che esso ne fa parte… “di brutto”? Ecco: un discorso semplice, lineare. Siamo arrivati a un momento chiave, possiamo ripercorrere a ritroso il cammino del cancro, giungere alla logica conclusione del discorso (la «democrazia dell’abolizione»). Ma immagino che l’intellettuale italiano medio qualificherà questa analisi come rozza: slogan pietrificati, detriti sociologici… E se fosse evangelica chiarezza? Il futuro che già vediamo in atto anche qui? Beh, se non lo riconosceremo, sarà allora difficile capire il successo ottenuto nel 1998 dagli studenti americani con sit-in e manifestazioni in cinquanta campus. Avevano visto in un filmato che «Le guardie del Brazoria County Detention Center usavano pungoli elettrici per il bestiame e altre forme d’intimidazione per ottenere il rispetto e costringere i prigionieri a dire: Amo il Texas». A guadagnare in quel carcere privatizzato era la Sodexho (con sede a Parigi!): tra le università che hanno rinunciato ai servizi della Sodexho figurano la Suny di Albany, il Goucher College e la James Madison University. La Sodexho ha ceduto, ha mollato il Brazoria… Se non lo riconosceremo, faremo girotondi.
In appendice al libro della Davis, Guido Caldiron e Paolo Persichetti provano generosamente a dimostrare l’attualità delle tesi abolizioniste dell’autrice riferite alla situazione italiana ed europea. Un’attualità tutt’ora virtuale, s’intende…

Anni 70, una storia senza preconcetti e manicheismi

Recensione – Il nemico inconfessabile. Sovversione sociale, lotta armata e stato di emergenza in Italia dagli anni Settanta ad oggi, Odradek 1999

Giuliano Boraso

Solo a leggere i nomi dei due autori di questi piccolo libro, saranno in molti a storcere il naso: da una parte Oreste Scalzone, testa calda e pensante del ’68, cofondatore di Potere operaio, poi dirigente dei Co.Co.Ri., arrestato in seguito alla celebre retata del 7 aprile ’79 e successivamente espatriato in Francia in qualità di esule politico, tra i principali sostenitori di una proposta di amnistia che chiuda i conti con il passato. Dall’altra Paolo Persichetti, ex membro delle Br-Udcc, arrestato nel ’97 e condannato a 22 anni e mezzo di carcere per l’omicidio Giorgieri, anch’egli riparato in Francia ed estradato in Italia il 25 agosto 2002 nell’ambito delle indagini sui delitti D’Antona e Biagi (a cui risulterà essere del tutto estraneo). Insomma, non proprio due personaggi accomodanti, niente a che vedere con quei opinion leader di casa nostra capaci di rassicurare il lettore con interpretazioni politically correct dei molteplici aspetti e delle molteplici facce del terrorismo nostrano.
Al contrario, questo piccolo libro è molto utile proprio perché offre delle letture totalmente differenti, diremo quasi agli antipodi con il pensiero unico purtroppo così in voga nella nostra contemporaneità; poco più di duecento pagine (con tanto di bibliografia sragionata) per  comprendere alcuni aspetti chiave della stagione di piombo visti dall’ottica privilegiata del protagonista che non si limita a ricordare, né ad ammettere eventuali colpe e responsabilità, ma che in un certo senso rilancia sul piatto delle puntate, sollevando nuova polvere e aprendo armadi che in molti vorrebbero tenere ben sigillati.
Pagine scritte da due uomini contro, incapaci – fortunatamente – di chinare il capo come vorrebbe una cultura, la nostra, retta dalla logica che sia solo il vincitore a scrivere la storia, lasciando al vinto il ruolo del semplice sparing partner; e a chi, pur vinto, rifiuta questo ruolo non resta che rilanciare, proponendo dei percorsi alternativi, capaci ad esempio di sollevare interrogativi sul paradigma dell’emergenza che ha governato la produzione legislativa degli anni Settanta e Ottanta, producendo guasti irreparabili nel vivere civile; oppure interrogando, e interrogandosi, sui grandi temi del pentitismo, dell’amnistia, delle responsabilità di tutti, personali e collettive, soggettive e oggettive, per quanto accadde in quegli anni furibondi, senza nessun manicheismo, senza preconcetti di sorta, opportunamente lasciati a chi è convinto di possedere verità assolute da propagandare.
Consigliamo questo libro a chi ha ancora voglia di capire e tempo per farlo, a chi non è ancora totalmente lobotomizzato dal pensiero unico, a colui al quale piace essere stuzzicato nella sua intelligenza, a volte anche provocato, ma mai allineato, né tantomeno rassicurato. Questo lettore ideale troverà in queste pagine tanti spunti di riflessione e materiale a sufficienza per riempirsi la testa di domande, con in più altri utilissimi consigli di lettura e approfondimento.
Saranno pure dei cattivi maestri, come si diceva un tempo, e pure un po’ antipatici; però, forse ancora più oggi che ieri, continuiamo a preferirli a quelli buoni ma addomesticati.

libri@brigaterosse.org

Oltre la fine della storia in nome dell’identità

Scomparso Samuel Phillips Huntington, l’autore dello Scontro delle civiltà, la nuova bibbia della destra mondiale

Paolo Persichetti

Liberazione 28 dicembre 2008

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Il politologo Americano Samuel Phillips Huntington è morto il 24 dicembre scorso, all’età di 81 anni, nell’isola di Martha’s Vineyard nel Massachusetts. L’annuncio è stato diffuso soltanto ieri sul sito internet dell’università di Harvard, dove copj13asp3Huntington aveva insegnato fino allo scorso anno. Nato il 18 aprile 1927 a New York, si era diplomato a soli 18 anni presso la prestigiosa università di Yale ed aveva cominciato ad insegnare ad Harvard ad appena 23 anni. I suoi lavori avevano attirato l’attenzione già negli anni 60 con la pubblicazione di, Political order in Changing Societies, nel quale avversava le teorie più convenzionali sulla modernizzazione diffuse nell’ establishement statunitense. Secondo Huntington il progresso sociale ed economico non avrebbe favorito automaticamente la nascita e lo sviluppo di democrazie stabili nei paesi di recente decolonizzazione. Le sue teorie e in particolare quella sullo scontro di civiltà hanno svolto un ruolo importante nella costruzione iniziale del movimento neoconservatore. Autore di numerosi saggi e articoli scientifici in materia di strategia, geopolitica, politica militare e americana, è stato direttore copj13-1asp1dell’Institute for Strategie Studies. Acquisì fama internazionale dopo la pubblicazione nel 1996, presso Simon and Schuster, di The Clash of Civilizations and the Remaking of World Order (Lo scontro delle civiltà e la nuova costruzione dell’ordine mondiale), edito in Italia per la prima volta nel 1997 da Garzanti. Saggio che riprendeva un precedente articolo pubblicato nel 1993 e scritto in risposta ad uno dei suoi anziani allievi, quel Francis Fukuyama che nel 1992 aveva pubblicato un libro che raggiunse rapidamente una notorietà mondiale, La fine della storia e l’Ultimo uomo. Per Fukuyama la caduta del Muro di Berlino e la conseguente fine del comunismo avrebbe ricondotto la storia agli esiti finali della narrazione hegeliana, dove il reale sarebbe venuto a coincidere con il razionale e così l’umanità avrebbe trovato la sua residua speranza nelle democrazie liberali e nell’econonia di mercato che avrebbero finalmente pacificato il globo. Huntington contestava, non a torto, questo scenario elaborando però una “critica di destra”. I nuovi conflitti – sosteneva – non avrebbero avuto più una origine ideologica o economica ma culturale. Gli Stati sarebbero rimasti gli attori centrali della scena internazionale confrontati però a nuove aggregazioni, prodotto delle diverse religioni che Huntington riteneva il nucleo centrale delle civiltà. Tradotto in 39 lingue lo Sconrto delle civiltà divenne la Bibbia della nuova destra mondiale e fu oggetto di notevoli controversie.

La profezia armata dell’occidente

Il teorico dello scontro di civiltà è morto all’età di 81 anni
Guido Caldiron

Liberazione 28 dicembre 2008

Samuel Huntington, il politologo americano autore de Lo scontro delle civiltà è morto alla vigilia di Natale nell’isola di Martha’s Vineyard nello stato del Massachusetts a 81 anni. L’annuncio della sua scomparsa è stato dato dall’Università di Harvard, l’ateneo dove aveva insegnato da quando aveva 23 anni. Nato ideologicamente nel gruppo degli allievi di Leo Strauss a cui si deve la nascita del movimento dei neoconservatori, Huntington aveva però preso progressivamente distanza dai neocon, copj13asp1elaborando una propria visione delle relazioni internazionali che considera centrale “la cultura” dei popoli. Nell’era della globalizzazione trionfante, Huntington insinuava così il dubbio sulla reale possibilità di un “lieto fine” per i processi di mondializzazione e offriva un nuovo proflio ideologico alla rivoluzione conservatrice che si apprestava ad investire l’intero Occidente. «Alcuni occidentali hanno sostenuto che l’Occidente non ha alcun problema con l’Islam, ma solo con gli estremisti islamici violenti. Millequattrocento anni di storia dimostrano tuttavia il contrario. I rapporti tra Islam e cristianesimo sono stati spesso burrascosi. Per entrambi, la parte opposta ha sempre rappresentato “l’altro” (…) Le cause di questa costante conflittualità non vanno ricercate in feno meni transitori quali il fervore cristiano del XII secolo o il fondamentalismo musulmano del XX, bensì nella natura stessa di queste due religioni e delle civiltà su di esse fondate, nelle loro differenze e nelle loro similitudini». Perciò, «una guerra planetaria che coinvolga gli stati guida delle maggiori civiltà del mondo è altamente improbabile ma non impossibile. Un simile conflitto potrebbe scaturire dall’escalation di una guerra (locale) tra musulmani e non musulmani». Era il 1996 quando Samuel Phillips Huntington proponeva questa lettura delle future relazioni internazionali alla luce di una netta contrapposizione tra ciò che definiva come “Islam” e “Occidente”. L’11 settembre non c’era ancora stato, l’amministrazione statunitense – quella guidata da George W. Bush – non aveva ancora dichiarato la “guerra permanente al terrorismo”, il dibattito internazionale ruotava in larga misura intorno alle promesse annunciate dal pieno dispiegarsi dei processi di globalizzazione. Eppure, era proprio muovendo da un’analisi del “nuovo” mondo globalizzato, che questo docente di Harvard – stimato specialista di studi strategici e direttore del John T. Olin Institute for Strategic Studies – aveva pubblicato, già nel 1993, sulla rivista da lui fondata, Foreign Affairs, un articolo intitolato “The Clash of Civilizations?” che sarebbe poi stato sviluppato nell’omonimo saggio edito dall’importante editore Simon and Schuster e tradotto in tutto il mondo (la prima edizione italiana del libro uscì nel 1997 per Garzanti). Da allora, le tesi di Huntington che annunciavano come possibile, prossimo e in qualche misura inevitabile lo “scontro di civiltà” tra gli occidentali e i musulmani – i primi rappresentati come i depositari della filosofia dei diritti dell’uomo e i secondi più o meno come dei “barbari” – hanno non solo caratterizzato il dibattito politico e culturale internazionale, ma, come una sorta di terribile profezia, sono apparse come il drammatico annuncio di quanto poi si è concretamente verificato. Questo almeno in apparenza. In realtà, Lo scontro delle civiltà è diventato la bandiera dietro la quale buona parte delle culture di destra dell’Occidente hanno ridefinito la propria identità. Dalla dottrina neoconservatrice sbarcata alla Casa Bianca fin dalla prima elezione di Bush figlio alla guida degli Stati Uniti nel 2000, ai tanti paladini dell’identità occidentale apparsi negli ultimi anni in Europa, da Oriana Fallaci a Pym Fortuyn, solo per citare due esempi, tutti sembrano aver fatto proprie le parole di Huntington. Così, come sottolineato da Mondher Kilani, docente di Atropologia culturale dell’Università di Losanna, in Niente sarà più come prima (Medusa, 2002): «Sono parecchi i commentatori occidentali che, dopo l’11 settembre, hanno tenuto a copj13-2aspricordare l’origine occidentale dei diritti dell’uomo, contribuendo così (…) a sostenere la profezia autorealizzantesi della tesi di Huntington sullo “scontro di civiltà”. Una tesi che, come è noto, ha la particolarità di scambiare la conseguenza (i conflitti e le contraddizioni che risultano da rapporti di forza storici e congiunturali) con la causa (una irriducibilità di valori tra l'”Occidente cristiano” e il “mondo arabo-musulmano”)». Le tesi di Huntington, un conservatore vicino ma non assimilabile tout-court all’ambiente neocon americano, hanno così finito per assumere il significato di una via d’uscita da destra di fronte alla crisi dello Stato-nazione e all’avvento dell’era globale. «La mia ipotesi – spiegava infatti l’autore di Lo scontro delle civiltà – è che la fonte di conflitto fondamentale nel mondo in cui viviamo non sarà sostanzialmente né ideologica né economica. Le grandi divisioni dell’umanità saranno legate alla cultura (…) I conflitti più importanti avranno luogo tra gruppi di diverse civiltà». Questo perché – aggiungeva Huntington – nel mondo post-Guerra fredda, la cultura è una forza al contempo disgregante e aggregante. Popolazioni divise dall’ideologia ma culturalmente omogenee vengono a unificarsi, come hanno fatto le due Germanie (…) Società unite dall’ideologia o da circostanze storiche ma appartenenti a differenti civiltà finiscono viceversa con lo sgretolarsi, com’è accaduto all’Unione Sovietica». La rinascita identitaria, le tendenze comunitaristiche, “la rivincita di Dio” – come lo stesso Huntington definiva il prepotente ritorno della religione nella politica e nella sfera pubblica di molte società – più che essere presentate come altrettante possibili derive assunte dall’umanità in una condizione di crisi, diventavano la risposta alle trasformazioni introdotte dalla globalizzazione. Al punto che lo scienziato politico di Harvard annunciava già all’epoca quelli che sarebbero stati i temi delle sue riflessioni successive, raccolti nel 2004 in La nuova America. Le sfide della società multiculturale (pubblicato in Italia da Garzanti nel 2005), un violento manifesto la_nuova_america-huntingtoncontro il modello del melting pot statunitense e in particolare contro l’emergere della presenza degli immigrati “latinos” negli Usa. «La cultura occidentale – si poteva leggere in Lo scontro delle civiltà – è minacciata da gruppi operanti all’interno delle stesse società occidentali. Una di queste minacce è costituita dagli immigrati provenienti da altre civiltà che rifiutano l’assimilazione e continuano a praticare e propagare valori, usanze e culture delle proprie società d’origine. Questo fenomeno prevale soprattutto tra i musulmani in Europa, che sono, comunque, una piccola minoranza, ma è presente anche, in minor misura, tra gli ispanici degli Stati Uniti, che invece sono una minoranza molto nutrita». Le “civiltà” poste da Huntington al centro della sua riflessione rappresentano perciò entità definite, stabili e connotate secondo criteri pressoché “etnici”, al punto che la frontiera che lui stesso fa correre tra occidentali e musulmani conosce poi il suo doppio all’interno di ogni società tra gli “autoctoni” e gli “stranieri”. «Il politologo di Harvard – spiega a questo riguardo Annamaria Rivera, etnologa dell’Università di Bari e autrice di La guerra dei simboli (Dedalo, 2005) – propone, attraverso nozioni totalizzanti come quella di civiltà, una configurazione dei rapporti di forza internazionali basata su rigide linee di frattura culturalreligiose. Nella “cattiva antropologia” di Huntington, le “civiltà” sono viste come universi compatti, autonomi, irriducibili potenzialmente o effettivamente ostili l’uno all’altro; i rapporti del 9788822062864cosiddetto Occidente con altre aree, paesi e culture sono rappresentati nei termini dell’opposizione fra the West and the Rest». Sono “mondi chiusi”, impenetrabili, quelli che secondo Huntington sono destinati ad incrociarsi solo per l’inevitabile clash. In questo quadro, si può leggere ancora ne Lo scontro delle civiltà , «il vero problema per l’Occidente non è il fondamentalismo islamico, ma l’Islam in quanto tale, una civiltà diversa le cui popolazioni sono convinte della superiorità della propria cultura e ossessionate dallo scarso potere di cui dispongono. Il problema dell’Islam non è la Cia o il Dipartimento della Difesa degli Stati Uniti, ma l’Occidente (…) Sono questi gli ingredienti di base che alimentano la conflittualità tra Islam e Occidente». Perciò, come suggerisce il sociologo afro-britannico Paul Gilroy nel suo Dopo l’impero (Meltemi, 2006), «vecchie questioni coloniali tornano in gioco quando i conflitti geopolitici vengono declinati come una battaglia tra civiltà omogenee». Così Gilroy paragona il celebre libro di Huntington al Saggio sull’ineguaglianza delle razze pubblicato a metà dell’Ottocento dal conte de Gobineau e considerato come il testo fondante il razzismo moderno. «Nonostante le molte differenze – spiega il sociologo -, entrambi gli autori condividono la preoccupazione per le dinamiche di mutua repulsione delle civiltà e le disastrose conseguenze dei tentativi di incrocio. Gobineau identificò il pericolo mortale per le civiltà in ogni deviazione dalla “omogeneità necessaria alla loro vita” (…) Huntington specifica lo stesso tipo di problema, geopolitico e scientifico-razziale, sotto forma aforistica, nell’idioma contemporaneo del multiculturalismo e della globalità».

Le leggenda degli italiani brava gente

Libri 1/Italiani brava gente – Davide Conti, L’occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della “brava gente” (1940-1943), Odradek 2008, p. 275, euro 18

L’occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della “brava gente” (1940-1943), Intervista a Davide Conti

di Paolo Persichetti
Liberazione
5 settembre 2008

Nel Sergente della neve Mario Rigoni Stern descrive la disastrosa ritirata dell’Armir dell’inverno 1942-43 come una tragica epopea umana dove non c’è odio ma rispetto per i nemici, dove i soldati italiani fraternizzano con i contadini delle pianure del Don. Nel racconto traspare la consapevolezza per la condizione comune vissuta dagli uomini contro che bivaccavano nelle trincee scavate sulle linee opposte del fronte. Pubblicato nel 1953, il racconto di Rigoni Stern è divenuto una sorta di libro di testo per generazioni di scolari, una pedagogia pacificata piuttosto che pacifista della nostra memoria. Le avventure coloniali e le guerre d’aggressione del regio esercito e delle milizie fasciste scolorano fino a cancellarisi in una narrazione addolcita, nostalgica, senza rivalse e rancori ma anche senza gli orrori della guerra di conquista, gli eccidi, gli sterminii dei civili, la pulizia etnica, le politiche di snazionalizzazione delle popolazioni autoctone condotte da Mussolini in Africa, nei Balcani e in Russia. Il conflitto bellico sembra seguire le regole non scritte d’un galateo cavalleresco d’altri tempi. Il «generale inverno», la fame, i topi e le «cordate di pidocchi» che risalgono il collo dei nostri alpini appaiono i soli veri nemici da combattere. Questo libro ci ha aiutato a odiare la guerra sui banchi di scuola, a capirne tutta la sua insensatezza, ma ha anche riassunto e divulgato il mito del “bravo italiano”, del nostro «colonialismo straccione» e quindi dal volto umano, privo di ferocia, esente da crimini bestiali. Un’epica degli ultimi che troviamo anche in Italiani brava gente, film di Giuseppe De Santis uscito nel 1964. L’internazionalismo, la divisione per classi e non per nazionalità, l’antieroismo, la solidarietà tra russi e italiani poveri, la critica feroce degli stati maggiori fino a rappresentare i soldati italiani come vittime inconsapevoli delle loro gerarchie, nutrono un racconto didascalico che nel tentativo di educare al rifiuto della guerra, all’antimilitarismo e ai valori della fratellanza tra i popoli, getta un velo ideologico sulla condotta reale delle nostre truppe. È singolare che la cultura di sinistra, sia pur giustificata da intenti lodevoli, abbia contribuito con la sua narrazione nazionalpopolare alla rimozione delle responsabilità italiane nella seconda guerra mondiale, facilitando quel rovesciamento di paradigma storiografico che l’attuale egemonia culturale della destra erede del fascismo sta portando a termine con successo. Affrontiamo la questione con Davide Conti, giovane storico ricercatore della Fondazione Basso, che ha recentemente pubblicato per le edizioni Odradek (prima edizione già esaurita), L’occupazione italiana dei Balcani. Crimini di guerra e mito della “brava gente” (1940-1943), 2008, p. 275, euro 18.

Nei Balcani le truppe italiane hanno lasciato alle loro spalle una scia orribile di massacri. «Qui si ammazza troppo poco», disse una volta il generale Mario Robotti. Com’è possibile che i palikuca, i «bruciatetti», così le popolazioni civili chiamavano gli italiani, siano diventati nel dopoguerra «brava gente»?
In realtà l’immagine autoassolutoria del “bravo italiano” è rimasta una rappresentazione nazionale ben poco condivisa all’estero. Al termine del secondo conflitto mondiale tutti i paesi occupati dal regime fascista, Jugoslavia, Grecia, Albania, Urss, Francia ed Etiopia, chiesero alla commissione internazionale per i crimini di guerra l’estradizione dei militari italiani accusati di violenze. Gli Usa e l’Inghilterra condannarono a morte alcuni militari del regio esercito responsabili di crimini contro i prigionieri alleati. La legenda degli italiani “brava gente” emerse solo in un secondo tempo, nel quadro dei nuovi equilibri provocati dalla Guerra Fredda. Quest’immagine, sostenuta poi dagli stessi Alleati, fu utilizzata per legittimare il rapido riarmo dell’Italia e la sua integrazione nell’Alleanza Atlantica.

Non credi che insieme ad una rimozione dei crimini dei militari ascrivibile alla cultura della destra, vi sia stata anche una involontaria omissione da parte della sinistra?
Tra il 1944 ed il 1945 tutti i partiti della sinistra sostennero la necessità di estradare i responsabili italiani delle violenze nei paesi occupati. Successivamente il coinvolgimento nei governi di unità nazionale e la presenza di socialisti e comunisti all’interno della Commissione d’inchiesta sui crimini di guerra rese problematico mantenere una linea intransigente. Il biennio 46-47 fu un momento decisivo. La sconfitta delle posizioni più avanzate in termini di rinnovamento dello Stato e l’arresto delle epurazioni ebbe ripercussioni anche sull’apertura dei processi per crimini di guerra. Dopo l’esclusione dal governo e la sconfitta elettorale del 1948, la questione assunse un peso prevalentemente polemico-propagandistico fino a dissolversi nella “normalizzazione” post-bellica.

Il fatto che il nostro paese abbia subito una dura occupazione militare e una feroce guerra civile non ha forse contribuito alla rimozione delle spedizioni coloniali e dei loro crimini. Il dolore di casa nostra non ha forse oscurato quello altrui?
Di fronte alla commissione che venne istituita dal ministero della Guerra, un alto esponente del regio esercito utilizzò a sua discolpa proprio quest’argomento per attenuare le responsabilità italiane nei bombardamenti dei villaggi jugoslavi. Disse che le distruzioni di abitati civili non erano diverse dai bombardamenti subiti dalle città italiane. In sostanza sosteneva che in guerra i crimini contro le popolazioni civili trovavano un senso e una giustificazione nell’eccezionalità della situazione storica.

Quale è l’odierno utilizzo del mito del bravo italiano?
Fatte salve le ovvie differenze con le forze armate attuali, credo che il perdurare del mito risieda nell’assoluta attualità e funzionalità che la rappresentazione dell’italiano brava gente assume oggi nelle cosiddette “missioni di pace” dei nostri militari. Domandiamoci quanto abbia inciso nel consenso dell’opinione pubblica, soprattutto quella di sinistra più sensibile ai temi della pace, la retorica del “bravo italiano”, della “Missione Arcobaleno” durante la guerra in Kosovo, dell’intervento “umanitario e di ricostruzione” in Afghanistan, per poi finire con l’Iraq? In queste operazioni militari tutti i governi hanno utilizzato a piene mani l’immagine del soldato italiano elemento di “pace” e “normalizzazione” delle aree di crisi internazionale, marginalizzando il ruolo militare e di combattimento delle nostre truppe anche in contesti di aperta violazione del diritto internazionale.

Non ritieni che il discorso pronunciato dal Presidente della Repubblica Napolitano nel febbraio 2007, in occasione della “Giorno del ricordo”, appartenga a quel modello di narrazione storica costruita attorno al paradigma del vittimismo memoriale?
Il discorso di Napolitano si colloca all’interno di un vero e proprio “corto circuito della memoria”. Ne parlo nell’ultimo capitolo del libro. Sulle foibe Napolitano parlò di “pulizia etnica” contro gli italiani. Gli rispose il presidente croato Mesic ricordando la ferocia e gli eccidi dell’occupante fascista. Replicò infine D’Alema sostenendo che anche partigiani italiani avevano combattuto valorosamente insieme alle brigate jugoslave contro i fascisti, riscattando in questo modo l’Italia. Ora delle due l’una: o gli italiani che affiancavano gli jugoslavi erano interni al progetto di pulizia etnica anti-italiana……oppure la pulizia etnica non c’entra nulla e le ragioni storiche che spiegano la complessa e drammatica vicenda delle foibe sono da rintracciarsi in altri elementi. Quando lo storico Raul Pupo intervenne sulla rivista dell’Anpi di Roma, Persona e Società, del giugno 2006, spiegò che i fattori alla base delle uccisioni del 1943 e poi del 1945 dovevano essere ricercati non tanto nella relazione causa-effetto, innescata dall’occupazione italiana e successiva reazione jugoslava, quanto nelle particolari dinamiche della storia della Jugoslavia del tempo. Questo cambio di prospettiva analitica, che pone al centro la storia jugoslava e non la sola lettura italiana, potrebbe consentire una comprensione reale degli eventi.

Quali sono le novità documentali presenti nel tuo libro rispetto alle ricerche precedenti?
I documenti sono in larga parte inediti e certificano, attraverso resoconti dettagliati delle operazioni militari, che le truppe del regio esercito commisero stragi, rappresaglie, internamenti, deportazioni e distruzioni in danno di civili, partigiani e militari di altri paesi. Inoltre si palesa l’intento programmatico del governo fascista e delle alte gerarchie militari di realizzare politiche di “snazionalizzazione” dei territori occupati e di terrore programmato per il controllo dell’ordine pubblico. Si riportano lunghi elenchi di presunti criminali di guerra italiani di cui i paesi occupati chiedono l’estradizione (circa 1200). Si menzionano luoghi, tempi e modalità in cui vennero svolte operazioni militari contro le popolazioni locali e si individua la catena di comando. Il fatto che tali documentazioni provengano da fonti militari e ministeriali e da relazioni dirette di soldati italiani e non siano solo accuse di provenienza jugoslava rafforza l’elemento di verità storica e a mio avviso lo pone come fattore non marginale di impegno pubblico rispetto ai conti con la nostra storia nazionale.

Perché il ministero della Difesa rende ancora inaccessibili quei documenti che possono fare luce sui comportamenti delle forze armate nelle imprese coloniali italiane?
L’allargamento del dibattito e una maggiore sollecitazione dell’opinione pubblica potrebbe rappresentare un grimaldello efficace per ottenere finalmente l’accesso alle fonti militari. Nel febbraio 1996, al termine di una lunga disputa tra Angelo Del Boca e Indro Montanelli sull’uso dei gas in Africa, il ministro della Difesa dell’allora governo Dini, il generale Domenico Corcione, intervenne in Parlamento per confermare ciò che sosteneva Del Boca, sancendo una verità storica fino ad allora negata.

Nelle polemiche rivolte alla vicenda delle foibe o del “triangolo rosso” emiliano non vi è il tentativo di confondere quella che è stata la «guerra civile» con la «guerra sistematica ai civili» condotta dai nazifascisti dentro e fuori il territorio italiano?
Confondere la guerra civile con la “guerra ai civili” significa dare adito alle forme peggiori di revisionismo. Uniformando sotto il criterio di una indefinita “violenza” elementi completamente diversi per natura, origine e sviluppo, porta alla conclusione che da una parte e dall’altra vi fu lo stesso grado di crudeltà e che in sostanza le due parti contendenti abbiano una uguale moralità e dignità storica. Le diversità tra nazifascisti e antifascisti vengono in questo modo cancellate favorendo la costruzione di quel “senso comune” che ha permesso in questi ultimi anni un vero e proprio processo mediatico alla Resistenza, ridefinendo in termini di egemonia nella società il primato di una cultura di destra anche nell’ambito della lettura della storia nazionale. La “guerra ai civili” fu una strategia militare adottata dalle truppe nazifasciste nei territori occupati dell’Europa per mantenere il controllo dei paesi invasi dalle truppe dell’Asse ed in Italia le stragi tedesche ne rappresentano la più triste conferma.

Sui crimini di guerra commessi dal nostro esercito nei Balcani è tornata ad indagare anche la magistratura militare dopo che, nel 2002, è venuta meno la clausola della reciprocità sancita dall’art. 165 cp. Ma gli eventuali processi non avranno comunque un esito penale effettivo poiché i responsabili sono scomparsi. Non c’è il rischio di delegare all’ambito giudiziario la ricerca storica?
Quella clausola venne utilizzata per negare le estradizioni dei nostri militari, mettendo sullo stesso piano aggressori e aggrediti. La “scoperta” dei fascicoli riguardanti le stragi tedesche e le responsabilità dei collaborazionisti salotini rappresenta un elemento di grande importanza dal punto di vista storico e civile. Ritengo molto importante che il procuratore militare Intelisano abbia riaperto il caso dei crimini di guerra italiani all’estero. Credo che forme di sanzione giuridica siano in questo caso specifico assolutamente importanti. Sarebbe mai stato possibile costruire il mito del “bravo italiano” se si fossero celebrati i procedimenti giudiziari contro i nostri criminali di guerra? Ciò non avrebbe favorito un ricambio quantomeno dei vertici militari e dell’alta burocrazia rendendo percorribile e più incisiva la strada dell’epurazione e del rinnovamento delle istituzioni? In sostanza quella tara storica della “continuità dello Stato” patita nel dopoguerra dalla stessa Repubblica democratica e antifascista avrebbe trovato terreno meno fertile per radicarsi nel tessuto nazionale. L’immagine evocativa, utilizzata da Filippo Focardi, della mancata “Norimberga italiana” rappresenta in questo senso un elemento centrale della storia dell’Italia post-fascista.

Ma il processo di Norimberga non ha affatto denazificato la Germania. Non è una tragica illusione credere che i processi nei tribunali possano compensare ciò che non è riuscito ai processi storici? Così non si rischia di scadere dal tribunale della storia alla storia dei tribunali?
Naturalmente il lavoro giudiziario è diverso da quello storico cui competono altre funzioni rispetto alla ricerca sul piano penale e di responsabilità individuali che sono proprie dell’ambito giuridico. Sta alla ricerca storica non subordinare esclusivamente il proprio lavoro alla dimensione giudiziaria. Il problema risiede poi nella capacità di sedimentare nella coscienza dell’opinione pubblica ciò che emerge dalle carte e dai documenti. È poi ovvio che un processo di generale rinnovamento sociale, politico e culturale di un paese non possa essere delegato in toto ad un ambito giuridico o soltanto storico. Sono processi che per riuscire nel loro compito necessitano della attiva ed ansiosa spinta di rinnovamento delle società.

I crimini del colonialismo italiano dall’Africa alla Jugoslavia

«La favola del bono italiano deve cessare […] per ogni camerata caduto paghino con la vita 10 ribelli. Non fidatevi di chi vi circonda. Ricordatevi che il nemico è ovunque; il passante che vi saluta, la donna che avvicinate, l’oste che vi vende il bicchiere di vino […] ricordatevi che è meglio essere temuti che disprezzati»

Generale Alessandro Pirzio Biroli

«È necessario eliminare tutti i maestri elementari, tutti gli impiegati comunali e pubblici in genere (A.C., Questura, Tribunale, Finanza, ecc.), tutti i medici, i farmacisti, gli avvocati, i giornalisti…, i parroci…, gli operai…, gli ex militari»

Generale Orlando

«Logico ed opportuno che campo di concentramento non significhi campo d’ingrassamento»

Generale Gambara, 17 dicembre 1942

1934 Tripolitania e Cirenaica vengono riunite per formare la colonia di Libia. Alla Libia viene attribuito l’appellativo di quarta sponda. Per gran parte degli anni 20 le autorità italiane sono impegnate in una sanguinosa pacificazione durante la quale si fece ricorso ai gas asfissianti e alla deportazione di 100 mila persone che provocò la morte a 15 mila di queste.

Ottobre 1935 100 mila soldati italiani occupano l’Abissinia (attuale Etiopia), estendendo il dominio coloniale già presente in Eritrea dalla fine dal 1879 e in Somalia dal 1889. Anche qui vi fu l’impiego sistematico di bombe all’Iprite (solfuro di etile biclorurato), di bombardamenti a tappeto dell’aviazione sui civili e di esecuzioni in massa dei prigionieri. Massimi responsabili i generali Del Bono e Graziani.

Aprile 1939 Alla vigilia della seconda guerra mondiale, una settimana dopo la conclusione della guerra di Spagna del 1936-39, viene annessa l’Albania.

Ottobre 1940 Aggressione della Grecia.

Aprile 1941 L’invasione congiunta del regno di Jugoslavia da parte della Germania nazista, della Bulgaria, dell’Ungheria e dell’esercito dell’Italia fascista, porta alla spartizione della Slovenia, con annessione all’Italia della provincia di Lubiana; occupazione del Montenegro con inclusione della Bosnia, entrambi trasformati in protettorato italiano; creazione di uno Stato fantoccio croato (appoggiato dal Vaticano), alla cui testa viene messo Ante Pavelic, nominato poglavnik (duce), capo del movimento d’estrema destra Ustascia, clone nazi-fascista. Varo immediato di leggi razziali, massacri di civili, deportazioni, conversioni religiose forzate al cattolicesimo, apertura di otto campi di concentramento contro Serbi, Ebrei e Zingari. 400 mila morti nel campo di concentramento di Jasenovac (il terzo per grandezza in Europa). Regio esercito emilizie fasciste si rendono responsabili di distruzioni, incendi di centri abitati e fucilazioni di massa di civili e prigionieri. 26 mila montenegrini vengonointernati.

Luglio 1941 Invio di un corpo di spedizione italiano in Russia-Armir di circa 220 mila uomini.

Pulizia etnica. Il Mladic italiano

ll generale Mario Roatta fu uno dei più feroci esponenti della politica militarista di Mussolini

Paolo Persichetti
Liberazione
18 settembre 2008

Paolo Persichetti
ll generale Mario Roatta fu uno dei più feroci esponenti della politica militarista di Mussolini. Nato a Modena nel 1887, divenne capo del Sim (servizio segreto militare) dal gennaio 1934 al settembre 1936, quando prese il comando del corpo di spedizione italiano in Spagna. Dal 1941 al 1942 è capo di stato maggiore. Comanda la seconda armata in Slovenia e Croazia, dove ordina l’eliminazione dei civili sospetti di ribellione, attua la pulizia etnica e organizza il sistema dei lager per i civili slavi. Torna ad essere capo di stato maggiore fino al novembre 1943. Viene contattato dall’Oss, il servizio segreto progenitore della Cia, perché organizzi una pre-Gladio. Il 16 novembre 1944 viene arrestato per la mancata difesa di Roma. Il 4 marzo del 1945 evade dall’ospedale militare con la complicità dei dei carabinieri e del Sim appena ricostituito. Una settimana dopo la fuga arriva la condanna all’ergastolo perché ritenuto uno dei mandanti dell’assassinio dei fratelli Rosselli. Ripara nella Spagna di Franco. Rientra in Italia nel 1966 grazie ad alcune amnistie. Muore a Roma nel 1968. Una sua foto è tuttora appesa alle pareti dell’Archivio storico dello Stato maggiore dell’esercito.

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Nuovi documenti e prove sui lager fascisti
I redenti
Politici e amnistia, tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’unità d’Italia ad oggi
L’amnistia Togliatti