Le figure del Paria indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti

Libri – Les rebuts du monde. Figures du paria, Eleni Varikas, Stock, Paris 2007, pp. 208, € 18,50

Paolo Persichetti
Liberazione
5 giugno 2008

E’ convinzione diffusa che paria sia un vocabolo indiano giunto in Europa insieme alle merci speziate e alle sete pregiate della compagnia delle Indie, cuore pulsante dell’impero coloniale britannico. Allo stesso modo un radicato luogo comune vuole che il termine designi gli “intoccabili”, cioè gli estromessi dal sistema delle caste: i banditi per nascita dalla comunità, gli impuri, i reietti, gli ultimi degli ultimi, gli espulsi dallo stesso genere umano. In realtà paria è una parola occidentale coniata da militari e missionari portoghesi nel XVI° secolo. Sembra che della espressione si trovi traccia per la prima volta nelle parole di un certo Duarte Barbosa, navigatore al servizio del re del Portogallo, il quale durante un viaggio nella penisola indiana riferisce della esistenza d’un «gruppo inferiore di pagani chiamati Pareas». Probabilmente l’equivoco trae origine dall’impiego che gli europei hanno fatto del termine parayer, con il quale erano indicati i suonatori di tamburo che accompagnavano le cerimonie funebri, per questo considerati impuri. In realtà nel vocabolario indiano gli intoccabili hanno sempre avuto tutt’altro nome. Ultimo di questi è dalits, che vuole dire «popolo oppresso e calpestato».

È questa una delle scoperte che riserva la lettura del libro pubblicato a Parigi da Eleni Varikas. Con un documentato lavoro di ricerca, prima in campo letterario e teatrale e poi sul terreno della riflessione teorica, in autori come Weber, Simmel e Arendt, la docente di teoria politica, trapiantata a Parigi dalla sua Grecia natale durante gli anni della dittatura dei colonnelli, autrice di numerosi testi sulla storia e il pensiero femminista, ripercorre le origini del concetto di paria, la singolare apparizione del termine in Europa insieme alle sue molteplici e mutevoli rappresentazioni che ancora oggi ne fanno una figura carica di scottante attualità, emblema di quell’ambiguità irrisolta contenuta nel tanto declamato universalismo dei diritti umani. Fin dal suo affiorare questo concetto riflette lo sguardo che i colonizzatori portano sulla propria società prima ancora che sui domini coloniali. Per questo appare subito come una parola rivelatrice, indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti. Si pensi allo scontro che oppose, durante i lavori della Convenzione del 16 piovoso (2 febbraio 1794), i fautori dell’abolizione della schiavitù agli assertori della «libertà egoistica» di stampo liberale, che ritenevano superflua ogni deliberazione sulla materia poiché avrebbe soltanto sporcato l’esemplarità della dichiarazione universale.

Dietro la tesi che riteneva l’abrogazione della condizione servile, come l’emancipazione femminile o quella degli ebrei, un corollario implicito dei diritti dell’Uomo, si celava in realtà la volontà di affermare un’idea di libertà dai confini angusti: quella del patriarca bianco, cristiano e proprietario, che dietro astratte affermazioni generali preservava la sostanza particolare dei rapporti di dominazione. Appena affermati i diritti dell’uomo avevano già prodotto i loro paria: coloro che non avevano il diritto d’avere diritti.
A partire dal XVIII° secolo il vocabolo si diffonde nello spazio politico e letterario europeo. «Che cosa è un paria?» domanda uno dei protagonisti de La chaumière indienne, racconto filosofico d’ispirazione illuminista pubblicato nel 1791. «È colui che non ha né fede né legge!» si vede rispondere. Il libro ebbe subito un grande successo e sarà trasformato da Casimir Delavigne in un’opera intitolata Il Paria , rappresentata a Parigi l’anno successivo. Madame de Staël non mancò di segnalarne la risonanza, definendolo «genere repubblicano per eccellenza», espressione di quella nuova estetica romantica affascinata e indignata dalla condizione esclusiva in cui erano relegate le figure di frontiera affiorate al cospetto dei salotti letterari dopo che la rivoluzione aveva fatto emergere la realtà del popolo.
Icona ambivalente, l’immagine del paria servirà da strumento d’educazione politica dei ceti popolari mentre va prendendo forma quello spazio pubblico plebeo che un inorridito Burke non esitò a definire «moltitudine porcina», scandalizzato dall’inversione della gerarchia dei valori che accordava ai subalterni, «questa moltitudine a più teste», un privilegio cognitivo, una superiorità morale e politica. Ma al tempo stesso offre ispirazione anche all’elitaria immagine dell’artista maledetto, alla marginalità idealizzata e trasformata in consapevole scelta di vita, forma di contestazione individuale, icona del proscritto, simbolo dell’individuo soffocato, inadatto o ribelle a norme retrograde e oppressive, condannato alla solitudine, tanto più carico di grandezza quanto più disprezzato e escluso, che raffigura i tratti romantici della rivolta intellettuale verso la nuova etica borghese e, in epoca a noi più vicina, la ribellione alla società massificata e serializzata.
Utilizzato in forma metaforica, il paria diventa una figura retorica della lotta politica di volta in volta riempita di nuovi contenuti e immagini. Se nel discorso degli Illuministi l’attacco contro le gerarchie sociali di Paesi lontani serviva da espediente per colpire la tirannia dell’ancien régime che dominava in casa propria (non a caso il termine si accompagna alla diffusione della nozione di casta), con l’approdo al concetto di umanità la categoria dei «senza diritti» diventa lo specchio che rinvia l’immagine capovolta della civiltà in cui si afferma il valore universale dei diritti umani. Così la figura del paria illumina la cattiva coscienza di una società che ad ogni nuovo diritto acquisito vede subito comparire la categoria di chi ne è a sua volta escluso: dapprima gli schiavi, i neri, i colonizzati, le donne, quindi per stratificazioni successive i proletari, gli ebrei, gli arabi, gli omosessuali, i matti, gli zingari e ora i migranti, i rifugiati, i carcerati, i precari e tutto ciò che il sistema capitalista considera un’eccedenza, un fastidioso sovranumero da cui sbarazzarsi.
Paria è il membro di una casta inferiore in una società che si enuncia senza caste, paradosso di un’uguaglianza dei diritti meramente formale ma la cui presenza rivela l’ipocrisia di persistenti asimmetrie sociali, economiche, culturali, etniche, religiose, sessuali, di genere che sorreggono nuove barriere invisibili.
L’immaginario del paria scandaglia con la sua rappresentazione potente le vite inedite dell’oppressione e dell’esclusione ma al tempo stesso offre loro una forma d’espressione, mette in evidenza la doppia genealogia dell’universalismo: la sua sconfitta storica ma anche la sua capacità d’infondere spirito di resistenza. Il paria è la coscienza critica dell’universalismo inespresso, protagonista indefesso di una tradizione nascosta, come osserva Hannah Arendt parlando di «paria ribelle». Non solo umiliati e offesi, mute e anonime figure di un sempiterno ciclo dei vinti ma anche protagonisti di un «disprezzo sovrano» verso l’oppressione, renitenti all’ordine che li esclude, refrattari ad ogni ragione compromissoria offerta da una società che non lascia più posto.

Link
Cronache migranti
Le immagini del commando Cgt
La lunga notte di Parigi dove la Cgt da l’assalto ai migranti
Sans papiers impiegati per costruire Cpt
Elogio della miscredenza

Una storia politica dell’amnistia

Libri – Une histoire politique de l’amnistie, a cura di Sophie Wahnich Puf, Parigi, aprile 2007, 263 pp, 24 euro

Paolo Persichetti
Liberazione
Sabato 25 agosto 2007

Solo pochi decenni fa l’amnistia era considerata ancora una parola di sinistra. Nata con la democrazia ateniese, era parte del repertorio delle forze che si dicevano democratiche. Fin dalle origini aveva animato le battaglie di libertà del movimento operaio. Convogliava un’idea di società tollerante e progressiva, conteneva una domanda di giustizia moderatrice consapevole dell’importanza che il ricorso a strumenti di correzione politica della fermezza penale, ispirati a quella mitezza tratta dalle vecchie massime latine che richiamano prudenza ed equità nell’applicazione della legge, svolgeva una funzione riparatrice delle ingiustizie. 41jpad5dx5l_ss500_Ma alla fine del Novecento una drastica inversione di tendenza sospinge paesi e società civili occidentali a ripudiare questo strumento di soluzione dei conflitti. Ciò non è vero ovunque, basti pensare alla Gran Bretagna di Blair che, nell’ambito del processo di soluzione politica della questione nord-irlandese, ha amnistiato tutti i militanti coinvolti negli scontri armati. Anche se l’esperienza più innovatrice viene dal Sud Africa di Mandela che, ispirandosi ai principi della giustizia ricostruttiva, ha scartato la via penale tradizionale per istituire un criterio d’accertamento dei fatti in cambio di clemenza e risarcimento pubblico delle vittime. Operazione che però ha messo sullo steso piano la violenza istituzionale che appoggiava il sistema segregazionista e quella antistituzionale che lottava in armi contro l’apartheid. Ipotesi che terrorizzerebbe qualsiasi esponente, passato e presente, dello Stato italiano chiamato a dover rispondere delle stragi della strategia della tensione e delle centinaia di morti che hanno insanguinato la gestione dell’ordine pubblico nei primi decenni della repubblica, quando nessuno a Sinistra aveva ancora scelto la via della violenza. Tuttavia queste due esperienze restano episodi minoritari rispetto ad un diritto penale internazionale sempre più ostile alle istituzioni della clemenza. Proprio dal tentativo di trovare una risposta a questo discredito parte l’opera collettanea curata da Sophie Wahnich, storica e ricercatrice del Cnrs, Une histoire politique de l’amnistie. Il volume, frutto di una ricerca multidisciplinare avviata nel 2003 e condotta su scala comparativa tra diversi paesi europei, poggia sulla convinzione che ormai, date le interdipendenze, una soluzione amnistiale per le insorgenze politiche degli anni 70-80 possa essere trovata unicamente coinvolgendo i livelli istituzionali dell’Unione europea, attraverso nuove forme di clemenza sopranazionale. Storicamente le amnistie sono state sempre accompagnate da dispositivi di riscrittura della storia, spesso opposti tra loro: far dimenticare, accertare la verità o renderla illeggibile. Molto diversa è poi la natura delle clemenze che sanciscono forme d’impunità preventiva, tipiche dei poteri costituiti, come accaduto per le dittature militari sudamericane o per i colpi di spugna sui reati economico-finanziari. In questo caso l’amnistia ha aiutato l’oscuramento dei fatti. Altro significato hanno invece le clemenze che temperano, dopo decenni di carcere, le dure repressioni contro gli oppositori politici, ripristinando quando ormai gli eventi sono ampiamente accertati una situazione di normalità giudiziaria stravolta dalle misure d’eccezione. Ma tutte queste distinzioni scompaiono di fronte all’attuale tendenza a voler confondere qualunque amnistia con l’impunità. È questo l’atteggiamento tenuto in Italia da un ceto politico che ha tutto l’interesse a far dimenticare le proprie ascendenze riversando sui reprobi degli anni 70 le pagine più ingombranti del proprio Novecento. Una rimozione che impedendo la chiusura del decennio 70 riemerge continuamente sotto forma di spettri che agitano fobie, polemiche, grottesche imitazioni del passato, ciniche speculazioni delle agenzie repressive, col risultato di avvelenare lo spazio pubblico. Ma la regressione della clemenza ha altre ragioni ancora più strutturali che investono la mutazione dei sistemi politici occidentali insieme all’emergere impetuoso del paradigma vittimario. Le democrazie occidentali sono ben lontane dal costituire degli esempi di superamento dell’inimicizia politica. E ciò, anche in ragione di un’ideologia umanitaria che attorno al «criterio dell’inerme» ha perso ogni capacità di discernimento tra i crimini di lesa umanità universalmente riconosciuti, come tortura, schiavitù, genocidio, misfatti coloniali, o quell’orrorismo di cui ha recentemente scritto Adriana Cavarero (Feltrinelli 2007), e le infrazioni commesse da chi ha esercitato il diritto di resistenza. In realtà chi dice umanità vuole ingannare, metteva in guardia Proudhon. Il diritto penale umanitario (tragico ossimoro) è divenuto lo strumento di distinzione tra bene e male, tra barbaro e civilizzato, favorendo l’emergere di assoluti etico-morali che depoliticizzano e destoricizzano sistematicamente gli eventi, fino a smarrire la differenza che passa tra l’illegalità degli oppressi e quella dei poteri costituiti. Non stupisce allora che la retorica umanitaria sia diventata la nuova arma ideologica con la quale gli Stati hanno moltiplicato guerre e spogliato della loro veste politica le infrazioni commesse da chi si organizza contro l’oppressione, relegandole a mera fattispecie criminale. Ma non tutti gli assoluti servono per essere rispettati, così nulla impedisce di scendere a patti con i tagliatori di teste Talebani, o chi pratica lo sterminio suicida come Hamas, mentre era assolutamente vietato negoziare con le Br. In questo caso il criterio non è più l’umano e l’inumano ma l’omologia tra le entità statali costituite dell’Occidente e quelle in formazione degli islamisti, radicalmente opposte al demone della rivoluzione sociale. Ciò rende più comprensibile anche quel grande stupro di senso che ha portato ad accomunare in un’unica giornata, non certo per ragioni di pietas, il ricordo delle vittime delle stragi di Stato e quelle della lotta armata. Resta da capire dove collocare i morti ammazzati come Pinelli o le centinaia di manifestanti falciati, dal 1946 fino a Carlo Giuliani, dalle forze dell’ordine. Vicende storiche opposte e inconciliabili sono riassunte in un unico paradigma che nulla c’entra col dolore ma assolve unicamente il potere. Altro che ricerca della verità e tentativo di riconciliazione. Il Sud Africa è lontano e le vittime delle stragi muoiono una seconda volta. L’uso strumentale della figura della vittima è uno dei passaggi centrali di questo processo, a cui è dedicato un intero capitolo nel quale si spiega che il diritto alla riparazione simbolica dell’offeso è lentamente scivolato verso un potere di punire quantificato in base alla natura e all’entità della pena da infliggere e al riconoscimento di una capacità d’interdizione e ostracismo perpetuo sul corpo del reo. Questo processo di privatizzazione della giustizia trae la sua origine dalla convinzione che la liturgia del processo penale possa svolgere una funzione terapeutica. Il sistema giudiziario perde il suo ruolo di ricerca delle responsabilità per rivestire la funzione di riparazione psicologica della persona offesa. Una svolta culturale cui sembra aver contribuito la nozione di «stress post-traumatico» introdotta dalla psicologia clinica anglosassone dopo la guerra del Vietnam. Ma può un eventuale sentimento d’ingiustizia considerarsi una «ferita psicologica» sanabile per il mezzo di una condanna penale? In questa prospettiva la ricerca della verità giudiziaria non offre scampo. Essendo un momento necessario all’elaborazione del lutto, la dichiarazione di colpevolezza e l’ostracismo perpetuo restano l’unica soluzione accettabile perché il proscioglimento o la reintegrazione civile dell’accusato ostacolerebbe la guarigione mentale della vittima. L’uso strumentale della retorica vittimistica ha così legittimato il capovolgimento dell’onere della prova, il passaggio alla presunzione di colpevolezza, l’aggravamento delle sanzioni, la limitazione dei diritti dell’accusato e l’immoralità delle amnistie, fino al paradossale esercizio di un’etica selettiva che perde improvvisamente tutta la sua intransigenza di fronte a quella ragion di Stato che premia pentiti e dissociati.

Il nuovo pantheon del martirologio tricolore

Considerazioni attorno al dibattito aperto dal libro di Luca Telese, Cuori Neri, Sperling & Kupfer 2006

Una nuova stagione di vittimismo memoriale evoca i “caduti in difesa della trincea interna della nazione, avamposto della difesa della patria, dell’ordine, della famiglia, della cristianità…”.
Cuori neri diventa così il lavacro di una nuova purezza, la fonte battesimale dove i vecchi fascisti di ieri ricuciono le loro slabbrate verginità giovanili perse sui marciapiedi greci, spagnoli, portoghesi e cileni, senza dimenticare la stagione delle stragi. Operazione di recupero che accomuna i benpensanti in doppio petto, la destra che lavora da anni, dopo lo sdoganamento craxiano e l’arruolamento berlusconiano, alla costruzione di un’immagine presentabile, rassicurante, di governo, ma dietro la quale pulsa sempre l’autoritarismo degli apparati che abbiamo visto in azione nelle strade di Genova, a Bolzaneto e alla Diaz.
Esiste poi la sua variante estremista, quella del culto degli eroi andati incontro alla bella morte: l’arcipelago dei naufraghi

Paolo Persichetti
Liberazione 2 febbraio 2006

Una nuova teodicea torna a spiegare i fatti sociali sotto forma di un male che rende sacro il dolore e lo trasforma in una prova necessaria alla redenzione. Una sorta di libidine del negativo fa della storia una piaga che non può e soprattutto non deve cicatrizzarsi. La memoria assume le nefaste sembianze del morto che agguanta il vivo, del vampiro che succhia la vita futura, di un rito cimiteriale, un’adorazione sepolcrale: l’esatto contrario dell’autopsia del tempo finito. In un libro che ritraccia la vita, e soprattutto la morte di ventuno militanti d’estrema destra, Luca Telese ci conduce nei tortuosi percorsi della memoria fascista, descrive la forma che ha preso lo «scontro con i rossi» e i lutti che esso ha provocato nella rappresentazione degli eventi tramandata nella comunità politica dei neri. Non un lavoro sulla storia dunque.

Cuori Neri evoca gli echi più che i rumori di quegli urti, ci introduce nelle «vite ulteriori» che i caduti della destra fascista hanno avuto nel ricordo dei loro camerati sopravvissuti. Se l’oblio cancella, la memoria deforma. Al di là di ciò che è inconfutabile, quei corpi rimasti al suolo sotto i colpi d’armi da fuoco o di selvagge aggressioni alla spranga, si estende lo spazio infinito dell’approssimazione, della semplificazione, dell’esagerazione, dell’invenzione e del fraintendimento, capaci alla fine di riscrivere per intero gli stessi avvenimenti.
Anche se la ricerca storica deve fare i conti con entrambe, la memoria esistenziale resta altra cosa dalla memoria fattuale. La storia della memoria trae slancio dalla tradizione storiografica che ha fatto delle mentalità un accurato oggetto d’indagine. Essa è un contributo decisivo portato alla conoscenza dell’importanza che le percezioni, le credenze, i miti e le leggende, hanno nel divenire storico. Da questo punto di vista lo statuto dell’evento muta completamente natura, assumendo la veste di fatto storico non a partire dalla prova fattuale del suo reale accadimento, ma perché esistono delle credenze che lo ritengono tale. Il fatto storico è la credenza in sé. Se la convinzione dell’esistenza dei protocolli dei saggi di Sion porta a perseguitare ed uccidere milioni di ebrei, la legenda originaria ha una pregnanza storica indiscutibile benché essa sia una mera invenzione. Ciò rinvia ovviamente ai delicati passaggi che costruiscono queste rappresentazioni successive, ai meccanismi della memoria, memoria individuale e memoria sociale, ma anche alla fabbricazione ufficiale della memoria, alla costruzione delle identità collettive. La memoria, in sostanza, non è semplice ricordo lineare di ciò che è avvenuto, ma il risultato complesso di un processo di selezione sociale tra oblio e ricordo, deformazione e invenzione. La memoria rinvia dunque a colui che rimemora, parla dell’oggi ben più che di ieri.
Cuori Neri ha il pregio di dirci molte cose sulla situazione attuale, non solo della destra. È, infatti, un libro-specchio nel quale le invenzioni memoriali dei fascisti, confermati, neo o ex-post, riflettono le favole retrospettive che la sinistra tutta, e i comunisti neo o ex-post, raccontano di se. Siamo in presenza di una sorta di speculare guerra dei miti, o se vogliamo di trappola della memoria che ha per ambizione la conquista della palma della vittima. Vista dalle due sponde opposte, la memoria degli anni 70 sembra irrimediabilmente prigioniera di una sfrenata concorrenza vittimaria, di una competizione scatenata per acquisire il possesso della nuova icona legittimante nel repertorio della politica attuale: lo statuto illibato del perseguitato. Alla teoria del misconoscimento elaborata dalla destra corrisponde specularmene il paradigma angelista diffuso nella sinistra. Entrambi nefasti, devastanti, profondamente menzogneri. Il problema, dunque, non è più quello di rincorrere le singole favole che entrambi gli schieramenti si raccontano, quanto superare il dispositivo memoriale che le accomuna in un medesimo inganno della memoria.
Ad un Alemanno che dichiara: «Uccidere un fascista non era reato. Molti dei nostri sono stati uccisi e non si conoscono ancora gli autori. Eravamo cittadini di serie b», ad uno Storace che in televisione arriva a dire – magari credendoci pure – che negli anni 70 chi era di destra rischiava di perdere il lavoro, fa da perfetto contraltare la reazione di quelli che a sinistra Erri De Luca ha chiamato «i trasecolati», ovvero i teorici dell’innocentismo genetico, consustanziale e antropologico, di quelli che scrivevano «uccidere un fascista non è reato» e poi sentenziavano: «un compagno non può averlo fatto», fino ad arrivare alla degenerazione della teoria della faida interna, più volte evocata come accadde con i libro di Savelli sul rogo di Primavalle, Un incendio a porte chiuse. Una cultura angelista – il nonviolento Carlo Panella ritiene addirittura di essere stato lui ad uccidere un fascista con il lancio di una bottiglia – che non si arresta alla morte dei militanti di destra ma arriva a quella di Feltrinelli e Calabresi. Un tabù profondo, che rinvia alla violenza politica degli anni 70, alle asperità che il conflitto dell’epoca portava con sé, e che nessuno sembra voler più assumere. Nel libro di Telese spicca l’assenza dei nomi di Giorgio Vale e Alessandro Alibrandi, militanti dei Nar morti con le armi in pugno, quasi che la loro presenza armata danneggiasse il pantheon dei martiri, contaminasse l’idilliaca visione del vittimismo, l’impasto sacrificale che accomuna il recinto vittimologico dei neri.
Destra e sinistra non vogliono riconoscere cosa erano, da dove venivano. Si è imposta, infatti, una disonesta cultura dissociativa e pentitoria che non aiuta l’oltrepassamento delle fasi storiche più traumatiche, ma si avvale di una ben più facile esportazione della colpa, di solenni cerimonie d’autocritica degli altri.
Per questo i prigionieri politici e i fuoriusciti, di sinistra come di destra, tornano molto utili. Sono lì, buoni per ogni stagione e per ogni colpa, pronti a pagare per tutti e amnistiare le coscienze di chi nel frattempo ha fatto carriera e dietro l’ombra di quei corpi imprigionati o braccati trova rifugio.

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I redenti
Fascisti su Marte

Requiem in morte del Cattocomunismo

A proposito di un articolo di Ernesto Galli Della Loggia apparso sul Corriere della Sera di domenica 18 giugno 2006

Paolo  Persichetti
23  giugno  2006

«Il cattocomunismo è morto». Pace all’anima sua! verrebbe da chiosare e invece no, perché Galli Della Loggia, sul Corriere del 18 giugno, legge la sua scomparsa come l’inevitabile conseguenza di un altro funerale: l’eclisse del conflitto tra capitale e lavoro. Nel parole del professore il cattocomunismo viene descritto come l’espressione di un compromesso ideologico che raccogliendo le istanze di due popoli, quello cattolico e quello comunista, ne rappresentava gli interessi pp_cau_don-camillo-pepponecontrapponendoli a quelli del capitale. Il fatto che ormai – sostiene Della Loggia – nessuna delle contraddizioni moderne nasca più dalla lotta di classe avrebbe provocato il definitivo declino di questa cultura politica a vantaggio (o svantaggio, secondo i punti di vista) di una mutazione antropologica della sinistra,  succube del dominio «edonistico-acquisitivo» (che tradotto potremmo definire: abbandono al piacere consumistico) di una società individualista, antistatalista, avvinta dall’egemonia aggressiva di un’etica soggettivista e libertina. Defunta sarebbe dunque l’anima sociale, Della Loggia scrive «popolare», della sinistra ma anche dei cattolici, conseguenza di quelle profonde mutazioni della struttura socio-economica che hanno introdotto nuovi «spartiacque», non più improntati sul confronto tra interessi materiali contrapposti ma ormai caratterizzati soltanto da un contrasto valoriale su «temi immateriali ed etici», che designerebbero le nuove frontiere tra destra e sinistra. Una «conversione dall’economia all’etica» che segnala ormai i tempi radicalmente diversi dell’agenda politica e questo anche a seguito del mutamento di composizione sociale di una sinistra sempre più rapita da un «programmatico relativismo culturale» e da «fremiti d’anticlericalismo». In sostanza, il cattocomunismo è morto perché sarebbe venuta meno la sua base sociale, il lavoro industriale e il mondo contadino, sopravanzata da ceti medi e pubblico impiego, e perché è scomparso ogni riferimento a quell’etica antiborghese e antiliberale che riusciva a saldare attorno a modelli culturali tradizionalisti e valori antidiluviani Peppone e Don Camillo. A Galli Della Loggia questa deriva non piace affatto, non perché rimpianga – lui che è liberale – la lotta di classe, ma per il venire meno di alcuni fondamenti etici dell’Occidente, in difesa dei quali egli oggi non esita a schierarsi tra le fila dei teocon.

Inutile sottolineare che sulla linea di mira di questa critica s’intravede quel modello politico-culturale che un po’ semplicisticamente viene riassunto sotto l’etichetta di «zapaterismo». Ma in quel che scrive il professore c’è del vero. Per esempio, il divorzio sociale tra ceti operai e sinistra politica è reale, e non solo italiano. In Francia, il voto operaio va maggioritariamente a Le Pen. Non solo, ma le nuove figure sociali del precariato restano ancora oggi prive di una qualunque rappresentanza sindacale e politica. Sono proprio loro quegli invisibili di un nuovo scontro di classe miniaturizzato, polverizzato, che porta all’errore di ritenere estinto il conflitto tra capitale e lavoro. In realtà è soltanto sommerso, illeggibile, senza voce e strumenti per farsi sentire, perché, come ha scritto Mario Tronti, negli anni 80 l’Occidente ha assistito alla grande rivolta dei ricchi contro i poveri. Una rivoluzione conservatrice che in Italia, soppiantando la grande paura borghese del decennio precedente, si è conclusa con l’immagine allegorica dell’imprenditore («il presidente operaio», come recitava un suo slogan) salito al potere brandendo l’arma dell’antipolitica, favorito in questo anche dalla sedizione giudiziaria di alcune procure della repubblica. È dunque la nuova schiacciante egemonia del capitale sulla forza-lavoro che ha tolto visibilità sociale, forza politica e capacità di produrre senso a quest’ultima, rievocando la nota distinzione marxiana della classe in sè che ancora non sa essere classe per sè, e che contraddistinse l’infanzia del proletariato industriale. Mentre nuove forze imprenditoriali, governando la rivoluzione tecno-produttiva, hanno saputo volgere a proprio totale vantaggio l’emergere del nuovo modello di società postfordista, la cultura della sinistra si è divisa tra subalternità o residualismo, tutt’al più alcune sue anime più irrequiete ed estreme ne hanno interpretato il malessere e la crisi. Non convince, invece, l’interpretazione che Galli Della Loggia dà

don-camillodel cattocomunismo. Una scuola ideologica nella quale agivano due matrici culturali, una antiborghese e l’altra antiliberale, unite dal progetto di realizzare una saldatura dei ceti popolari divisi in origine dal credo religioso e dal ruolo politico conservatore tradizionalmente giocato dalla Chiesa-istituzione. Molto meno radicale della teologia della liberazione, il progetto cattocomunista mirava a saldare la tradizione solidarista della dottrina sociale della chiesa con aspetti del marxismo. In questa ottica la democrazia di massa organizzata nei due grandi partiti popolari, quello comunista e quello cattolico, altro non erano che la «democrazia che si organizza», secondo una famosa formula pronunciata da Togliatti. Un’ipotesi che si concepiva come uno stadio molto più avanzato della democrazia rispetto ai modelli costituzionali di scuola democratico-liberale sorretti dal principio del bilanciamento dei poteri o del governo limitato. Spiccava, in sostanza, una visione corporativa e iperstatalista della società e della politica, nella quale sarebbero prevalse richieste di rappresentanza degli interessi reali a discapito di quelli formali, e il principio del consenso sociale contro quello della maggioranza giuridica.
Ma contrariamente a quanto lascia intendere Della Loggia, il cattocomunismo non fu affatto una cultura conflittuale. Semmai si trattava di un’ideologia inclusiva, un progetto che prevedeva la massima integrazione della società nello Stato, a differenza del marxismo e del liberismo, entrambi sorretti dal valore positivo del conflitto tra capitale e lavoro e da una profonda diffidenza (almeno sul piano teorico) verso le forme statuali. Ciò spiega le ragioni del grande successo della cultura cattocomunista nel decennio della crisi, gli anni 70, quando essa parve molto utile a fornire quel supporto ideologico necessario a giustificare nella sinistra la nuova cultura delle compatibilità economiche e del moderatismo politico, la famosa «austerità», che la classe operaia, in quanto «classe dirigente nazionale», doveva assumere su di sè come esempio per il paese e lo stesso padronato. Programma che incarnò la sostanza del progetto berlingueriano del compromesso storico, saldando attorno a se figure come Franco Rodano e Giorgio Amendola.

Il cattocomunismo in quegli anni rappresentò anche la cultura politica che un Pci in crisi teorica tentò di opporre alla sociologia americana, veicolata dalle forze più dinamiche dei gruppi sociali legati alla modernizzazione capitalista e che puntarono politicamente sul craxismo. In risposta, lo storicismo idealista amendoliano e il cattocomunismo togliattiano trovarono una fusione comune in una sorta d’eticismo dal sapore bresneviano. L’etica divenne la barricata ideologica residuale che pervase l’ultima stagione politica di Errico Berlinguer, tutta improntata sulla «diversità comunista». Una tesi che disegnava l’alterità morale assoluta dell’uomo di sinistra rispetto al resto della società. Il capitalismo, la corruzione, i disfunzionamenti dell’amministrazione, potevano trovare soluzione grazie alla tempra morale di quell’uomo nuovo che era l’amministratore comunista, finché lo scandalo delle tangenti della metropolitana di Milano, la maxi tangente Enimont elargita da Gardini anche al Pci e il “compagno Greganti” non riportarono tutti alla cruda realtà. Intanto questo eticismo favorì un atteggiamento culturale conformista e intollerante, singolare tentativo di conciliare Stalin e l’acqua santa, l’invasione sovietica dell’Afganistan e l’angelus del papa, chiudendo la porta alla possibilità di comprendere le radicali istanze di cambiamento e le culture innovative che i movimenti degli anni 70, percepiti in modo ostile, sollevavano. catcom

I diritti sociali hanno carattere storico, evolvono e s’aggiornano con l’emergere di nuovi bisogni. Leggere l’apparizione di nuove richieste di diritti, che mettono al centro la persona e la sua singolarità, in antitesi con i tradizionali diritti collettivi, è fuorviante poiché questi non tolgono nulla ma accrescono la sfera dei diritti di ciascuno. La necessità di dover ridare rappresentanza e forza ad alcuni diritti, collettivi e individuali, dentro la sfera del rapporto tra capitale-lavoro, non può dare luogo ad una sottrazione d’altri diritti altrove. Sarebbe una stupida operazione a somma zero, per giunta estranea alla stessa logica del pensiero marxiano che mirava alla costruzione di una società capace di soddisfare sempre nuovi bisogni.

Allora se il declino del cattocomunismo è servito a liberarci da questi malintesi, ben venga la sua fine. E cosi sia!

Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu

n. 20 anno V – ottobre-dicembre 2004

Paolo Persichetti
http://www.hortusmusicus.com/schede/scheda.php?numero_hm=20&art=601

Di fronte alla notizia della fuga di Cesare Battisti, il ministro degli Interni Beppe Pisanu si è augurato che questi «sia arrestato e consegnato alla giustizia il prima possibile, perché chiunque oggi in Italia avesse l’idea d’imboccare la via scellerata del terrorismo deve sapere che, prima o poi, sarà raggiunto dalla forza paziente dello Stato» . Un concetto coverhm20media-1ribadito più volte in occasione di alcune recenti estradizioni e da cui trasuda una singolare idea delle istituzioni. Non sorprende tanto l’ipocrita insistenza, pronunciata con studiata pacatezza, sulla supposta forza paziente ma inesorabile dello Stato. Qui Pisanu ha voluto distinguersi dal suo collega di governo, il guardasigilli Roberto Castelli, che ha affermato lo stesso pensiero digrignando rabbiosamente i denti: «pensavate d’averla fatta franca andando all’estero a godervi la vita… Noi vi cercheremo comunque, dovunque e per sempre». Differenze di stile non di sostanza. Paziente o meno, la forza dello Stato resta per essenza strabica ed eccelle nell’esercizio selettivo della memoria. Colpisce semmai la risonanza biblica presente nelle parole del ministro: quella confusione tra i requisiti formali di uno Stato laico e di diritto col Dio terribile della punizione, l’arbitro ultimo e inesorabile del giudizio universale, molto diverso per altro dal Dio misericordioso dei vangeli. Ma la dottrina giuridica positiva ritiene che la sanzione sia altra cosa dal giudizio divino. Essa ha senso solo all’interno di una temporalità storica ben definita, oltre la quale perderebbe significato fino a capovolgersi. Non più giustizia ma vendetta, abuso, persecuzione. Per questo il codice penale prevede la nozione di prescrizione non solo del reato ma anche della pena. L’idea d’imprescrittibilità che recentemente, sotto la spinta dell’euforia penale, nuovo oppio dei popoli, ha guadagnato terreno, è rimasta comunque confinata a crimini eccezionali come quelli contro l’umanità. Certo per le pene più lunghe la prescrizione interviene solo dopo trent’anni, una distanza immensa. Eppure buona parte dei fuoriusciti oramai hanno superato la soglia dei vent’anni dalla condanna, cioè sono più vicini alla tempo della prescrizione che a quello della sanzione. Chi aspira a riportarli nelle carceri vorrebbe invece fermare il tempo e ricondurre indietro le lancette della storia come quei giapponesi persi nelle isole del pacifico.
Le parole di Pisanu e Castelli, uomini della destra politica, vengono a compimento di un processo, paradossalmente governato dalla sinistra, che ha visto mutare profondamente la cultura giudiziaria. La giustizia si è in qualche modo privatizzata. Il processo penale, ispirato in passato alla difesa dell’interesse generale, oggi viene presentato come una escrescenza tribale, una fatwa talebana legittimata dalla retribuzione simbolica della figura della vittima. Fatti sociali ritmati da una periodicità storica che consentiva la possibilità di un loro riassorbimento, vengono ora inclusi in una metafisica nozione del Male che è al tempo stesso unico e perenne, e perciò irrecuperabile. Male, colpa, vittima divengono nuove categorie supreme che annullano ogni differenza di luogo, di spazio e di tempo. Destoricizzano e desocializzano gli eventi, sacralizzandoli. L’esaltazione narcisistica del dolore muta la stesa percezione dei fatti sociali, in questo modo la reciprocità agonistica è sostituita dall’inconciliabilità vittimistica, dando vita ad una competizione della sofferenza che mina ogni possibile terreno di riconciliazione civile e supplisce la fuga dalle responsabilità della politica.
Le dichiarazioni del ministro degli Interni sono apparse come un monito, un anatema, una sorta di teorema performativo a fini preventivi: arrestare i latitanti della lotta armata di trent’anni addietro, e tra questi in particolare i fuoriusciti riparati in Francia, per usare il loro tardivo castigo come un deterrente contro chi volesse di nuovo imbracciare le armi nel futuro. Un modo di regolare non tanto i conti di ieri quanto piuttosto quelli di domani e ciò attraverso l’uso dei corpi dei fuoriusciti, in questo modo spersonalizzati, disumanizzati, scarnificati e trasformati in figure cristiche. Crocifisse sulla scorta di un iperbolico principio transitivo che li ridurrebbe ad oggetto della “colpa” altrui, sacrificati a mo’ d’esempio. La colpa, o meglio, la responsabilità che il diritto penale concepisce solo come personale, soggettiva, intenzionale e cosciente, diverrebbe così un’essenza astratta trasposta nel tempo e nella storia. E pour cause direbbero i francesi che c’entrano molto in questo caso. Oggetto della controversia è, infatti, la riscoperta del peccato originale, che fuoriesce da una visione teologica della storia. pg_008Questa anacronistica disputa sul senso di colpa non
è altro che il tentativo d’esportare altrove le cause e le eventuali responsabilità che stanno dietro il ritorno un po’ farsesco della lotta armata alcuni decenni dopo la guerra civile degli anni 70. Creare un nesso morale tra la sovversione di quegli anni e gli spari di oggi, costruire una responsabilità monocasuale, retrocederla nel tempo, è l’ennesima prova di una cultura della rimozione eletta a norma di vita. Dietro c’è il terrore di dover riconoscere che quei nuovi colpi d’arma da fuoco tornati a risuonare siano anche responsabilità di chi ha cullato il paese nella rimozione, di chi ha teorizzato e incensato l’oblio del decennio insorgente, di chi in questo modo ha evitato imbarazzanti domande. Le parole di Pisanu nascondono un inaccettabile tentativo di spiegare gli attentati del 1999 e del 2002 come l’affiorare in superficie di una deriva carsica che rimonterebbe alla fine degli anni 80. Secondo il responsabile del Viminale non sarebbe mai intervenuta alcuna soluzione di continuità. Gli attentati D’Antona e Biagi esprimerebbero oltre a una lineare continuità politico-ideologica, anche un evidente nesso organizzativo diretto e soggettivo con i militanti degli anni 70-80. Si afferma: «sono la stessa cosa. Residui di un fenomeno mai veramente sopito, che ha covato sotto la cenere lungo tutti gli anni 90, complici un eccesso di clemenza e la sottovalutazione degli organi di polizia e di governo distolti da altre emergenze». L’eccesso di clemenza sarebbe dunque la causa di tutto. Di quale clemenza poi si stia parlando, non è dato sapere, i prigionieri stanno tutti scontando le loro condanne fino all’ultimo secondo stabilito. L’unica amnistia prevista è quella del tempo.
Probabilmente per clemenza s’intende allora quel centinaio circa di fuoriusciti residenti in Francia e quel pugno di fuggitivi sparsi in altri paesi del mondo. Latitanti, per forza di cose recidivi si è provato a dire all’inizio per poi doversi arrendere di fronte all’evidenza. Allora si è costruito un nuovo teorema e così la colpa originaria ha sostituito quello della centrale francese, legittimando una postura ultrarepressiva che schiaccia sotto il rullo compressore dell’intolleranza totale ogni differenza e diversità. È un approccio che potrebbe definirsi “quantitativo” e non “qualitativo”, animato da analisi rozze, ottuse e oscurantiste, una visione strumentale e superficiale, surrogata da un credo assoluto nella forza.
Questo tipo d’interpretazione, per nulla innocente, suggerisce l’idea che i fenomeni sovversivi non abbiano più un carattere storicamente ciclico ma siano divenuti endemici. Secondo questa tesi dovremmo abituarci a convivere con le ombre e i fantasmi di una concezione clandestina della politica, una minaccia che, a seguito del declino delle grandi spinte ideologiche e al riemergere delle narrazioni religiose, assumerebbe i connotati di un patchwork, un confuso assemblaggio antioccidentale nel quale confluirebbe di tutto. Tipica silhouette del male, che tanto piace alla vulgata neoconservatrice nordamericana, intrisa di un manicheismo biblico perfettamente simmetrico al peggior integralismo islamico. Uno spauracchio opportunamente agitato per giustificare quella “guerra civile dall’alto”, scaturita dal nuovo assetto geopolitico unipolare. img_270867_lrg «Chiediamo all’Unione europea l’inclusione delle Brigate rosse nella lista delle organizzazioni terroristiche», ha affermato il ministro degli Esteri, Franco Frattini, durante il vertice della Nato svoltosi a Bruxelles a inizio aprile 2004. Una richiesta paradossale, poiché rivolta nei confronti di un’organizzazione che non esiste più da ben oltre un decennio e che difficilmente può essere giustificata dall’apparizione di uno scarno numero di imitatori sgominati in breve tempo. Dietro questa richiesta del governo italiano, oltre all’intenzione di mettere in difficoltà la Francia per la venticinquennale ospitalità concessa ai fuoriusciti, vi è la piena adesione all’idea che chiunque abbia, in un modo o nell’altro, preso parte a vicende politiche rivoluzionarie rappresenti una minaccia permanente. Si tratta della palese ammissione che ad essere perseguita non è più l’infrazione eventuale ma l’identità, addirittura remota, delle persone oggetto di queste misure restrittive. Costoro verrebbero considerate, contro ogni buon senso, in possesso di un savoir faire rimasto intatto e aggiornato tecnicamente nei decenni. È questo il nuovo sigillo che le democrazie attuali pongono sulla figura del nemico politico interno, eletto a pericolo permanente e immutabile. Assistiamo in questo modo ad una sorprendente osmosi culturale, ad una micidiale simmetria d’atteggiamento tra le parole di Pisanu e quelle degli autori degli attentati D’Antona e Biagi. Entrambi fanno tabula rasa del decennio 90. Entrambi legittimano le proprie posizioni realizzando una curiosa rimozione storica che cancella l’oltrepassamento realizzato dalla quasi totalità dei prigionieri e dai fuoriusciti della lotta armata, riguardo a una vicenda storica considerata conclusa da oltre un quindicennio.
È quanto mai strumentale la posizione di chi cerca nelle figure di ieri dei responsabili per l’oggi, attribuendo al passato quella che è stata una surreale imitazione figlia del presente. Un paese distratto e annoiato, persino futile, oramai conquistato dall’avidità dell’oblio, impaurito dalla possibilità di sapere, è rimasto scosso dal frastuono di quegli spari improvvisi. Per questo, irritato dal brusco risveglio, ha rovistato furiosamente in un passato sconosciuto, preferendo cercare in spazi e tempi lontani i responsabili di quei colpi senza radici, piuttosto che cercarsi attorno e guardarsi allo specchio. L’Italia è sempre più un paese che non vuole conoscersi e cerca momentaneo sollievo dietro dei capri espiatori, dei simbolici responsabili di sostituzione. cortei_liberta1
Il diniego ostinato, oggi potremmo dire premeditato, dell’amnistia, mantenendo gli insorti simbolicamente emarginati nei recinti carcerari o nei limbi disciplinari di esistenze semipenitenziarie, ha congelato il tempo, cristallizzato le epoche, e impedito a quel sapere incarcerato, a quelle esperienze sotto chiave o esiliate, di affermare le ragioni della irriproducibilità e inattualità dei modelli di lotta armata trascorsi. Non anatemi morali o squallide dissociazioni, ma autonome valutazioni politiche udibili dalle componenti sociali antisistema. Tutto questo è mancato. L’Italia è rimasta fedelmente ancorata alle politiche dell’urgenza, allo stato d’eccezione, ai modelli dell’abiura che hanno facilitato il reistallarsi della coazione a ripetere. L’esilio e il carcere hanno alterato la coscienza del tempo, rafforzando nella società la tentazione di considerare immutabile il rimosso. Se la Francia di Mitterand si era posta il problema di trovare una soluzione alla violenza fuoriuscita dal conflitto politico degli anni 70, l’Italia di Pisanu (e di Violante) continua solo a mostrarsi capace di mettere in scena la dansa degli apprendisti stregoni.

Link
Agamben, Lo Stato d’eccezione
Tolleranza zero: estensione dell’infrazione di terrorismo e nuovo spazio giudiziario europeo
La giudiziarizzazione dell’eccezione 1
La giudiziarizzazione dell’eccezione 2
Il caso italiano, lo Stato di eccezione giudiziario
Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu

La fine dell’asilo politico
Garapon, L’utopia moralizzatrice della giustizia internazionale
Tarso Gendro, “l’Italia è ancora chiusa negli anni di piombo”
Brasile, stralci della decisione del ministro della giustizia Tarso Gendro

Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico

Qualche breve cenno bibliografico per districarsi con un po’ d’intelligenza tra i deliri complottistici e le menzogne costruite attorno alla storia del rapimento Moro

Libri – Marco Clementi, La pazzia di Aldo Moro (Rizzoli 2006, Rizzoli ora in BUR) Vladimiro Satta, Odissea del caso Moro. Viaggio controcorrente attraverso la documentazione della commissione stragi, Edup, Roma 2003, pp. 445, euro 16

Paolo Persichetti
Liberazione
domenica 28 settembre 2003

copj13-1-asp1Il tema della cospirazione ha dominato la letteratura storica dell’Italia recente. Concetti come “potere invisibile” o “Stato parallelo” sono entrati nel lessico corrente, ispirando ricostruzioni in cui la storia del dopoguerra viene interpretata unicamente come la trama oscura di un “doppio Stato”. Nel fitto intreccio di misteri e segreti intessuto da una fantasiosa pubblicistica, più vicina al mondo del romanzo giallo che a quello della ricerca socio-storica, il caso Moro più di ogni altro episodio ha alimentato la retorica del complotto. I primi segni di insofferenza nei confronti di questa vulgata dietrologica, che ha relegato la storiografia italiana contemporanea in una posizione periferica rispetto a quella di altri paesi europei, sono venuti da storici di scuola liberale come Giovanni Sabbatucci, “I misteri del caso Moro”, in Miti e Storia dell’Italia unita, Il Mulino 1999. Un risveglio storiografico che era stato preceduto dai sia pur parziali lavori di sociologia editi sempre dal Mulino nel corso degli anni 90, a cura di Raimondo Catanzaro e Donatella Della Porta. Ma la vera svolta è arrivata con il pionieristico lavoro di revisione storiografica realizzato da Marco Clementi, autore di una monografia sul rapimento Moro, La “pazzia” di Aldo Moro, Odradek 2001 (poi ristampato dalla Rizzoli). Storico di matrice culturale opposta a quella di Sabbatucci, Clementi evidenzia l’inconsistenza delle tesi del complotto architettato contro il Pci.
Questa giovane scuola storiografica si arricchisce oggi del fondamentale contributo fornito da Vladimiro Satta, documentarista del Senato incaricato 8817010359di seguire i lavori della commissione stragi dal 1989, Odissea del caso Moro, Edup 2003, euro 16,00. Fino ad oggi le tesi complottistiche si erano avvalse di una copiosa serie di analisi di dettaglio, di fatto poco accessibili e per questo al riparo delle molte possibili contestazioni. A ben guardare il vero mistero restavano le fonti dei teorici del mistero. Si pensi ai numerosi lavori pubblicati dall’ex senatore ad ex membro della Moro, Sergio Flamigni, che hanno largamente ispirato tutta la successiva narrazione dietrologica, fino al recente thriller Piazza delle cinque lune. Acquisizioni parziali, ricostruzioni lacunose, errori, manipolazioni, invenzioni, sentito dire, correlazioni arbitrarie, affermazioni ipotetiche, false equazioni, hanno nutrito per decenni le precostituite tesi cospirative. Mentre in passato la residua critica storiografica si era concentrata essenzialmente, attraverso il vaglio di inchieste altrui, sulle incongruenze logiche e la natura perfettamente reversibile delle tesi del complotto, il libro di Satta ribalta lo schema fornendo la più completa indagine documentale fino ad oggi disponibile. Accade così che gli esegeti della superstizione storiografica, gli alchimisti del complotto, i dietrologi di ogni natura e colore, 2566301esperti nell’arte di prevedere il passato, ne escano malconci. Grazie ad un sistematico e meticoloso lavoro di analisi e verifica documentale, vengono affrontate tutte le questioni irrisolte nonché le diverse tesi cospirative con relative varianti. Dopo aver passato al setaccio la pista atlantica, quella dell’Est e quella israeliana, l’autore conclude sulla decisione indipendente e sulla capacità autonoma delle Br nel rapire Moro.
Non trovano alcun riscontro, infatti, le tesi della “infiltrazione” durante il sequestro, né quella della “eterodirezione” (avanzata a suo tempo da Giuseppe Vacca) sia nella versione pregressa al rapimento che in quella successiva. Allo stesso modo sono prive di conferme la “teoria del doppio delitto” e quella del “doppio ostaggio”, cara all’ex presidente della commissione stragi, Giovanni Pellegrino.
Infinite sono le occasioni in cui la verità dei fatti viene ripristinata su aneddoti e dettagli che in passato, grazie al loro travisamento, erano divenuti pietre miliari del complotto. Valga per tutti l’episodio della doccia di via Gradoli, sul quale si è 9788806157395gcostruito per anni un edificio di strumentali congetture in continuo divenire. Sarebbe bastato osservare le foto della scientifica (da tutti trascurate) per constatare come il tubo della doccia fosse correttamente al suo posto e non disposto, come si è sempre maliziosamente postulato, in modo da provocare una volontaria perdita d’acqua (dovuta in realtà ad una banale quanto fatale dimenticanza del rubinetto aperto) che conducesse alla scoperta della base.eseguendo-la-sentenza Terminata la lettura del volume resta comunque in piedi una domanda: sarà sufficiente questo mastodontico lavoro di confutazione dettagliata e pignola per mettere a tacere definitivamente le tesi cospirative ed aprire la strada ad una matura stagione storiografica?
La risposta forse la si trova nello stesso volume di Satta (pp. 430). Infatti quando si appurò che il quarto uomo di via Montalcini, dove era stato nascosto Moro, non era affatto la tanto evocata “entità superiore”, il “livello occulto”, l’emissario di una potenza straniera”, ma “Gulliver”, al secolo Gennaro Maccari, ex militante di Potere operaio divenuto brigatista (si leggano in proposito la sua testimonianza raccolta da Giovanni Bianconi in, Mi dichiaro prigionieri politico. Storie delle Brigate rosse, Einaudi 2003; e Aldo Grandi, Il partito dell’insurrezione, Einaudi 2003), Sergio Flamigni sentenziò «se lui è il quarto uomo, allora erano cinque» (l’Unità 20 giugno 1996).
Purtroppo ci sarà sempre un uomo in più da scovare, mancherà comunque il personaggio decisivo, perché le teorie cospirative hanno un bisogno perenne di alibi che rendano le smentite ineffettuali. La retorica del complotto si alimenta di un pensiero circolare che rifiuta intromissioni perché prescinde dal fatto sociale. Per questo i modelli di cripto-storia non recepiscono la confutazione, ma introducono continuamente nuovi livelli di cospirazione. Benché decisivo per il rilancio della storiografia sugli anni 70, il libro di Satta rischia di restare isolato finché non si metterà mano ad una indagine che ricostruisca le matrici culturali ed i meccanismi ideologici che hanno consentito la diffusione delle teorie cospirative come spiegazione della realtà, facendone addirittura un elemento identitario della cultura di sinistra. E pensare che le moderne teorie del complotto hanno avuto origine in quell’abbé Barruel, esponente dell’emigrazione controrivoluzionaria che nel 1798 pubblicò un pamphlet sulle cause della rivoluzione francese spiegate attraverso il complotto ordito da logge massoniche infiltrate dai giacobini. Se non altro questo illustre precedente storico ci aiuta a capire quali sono gli schieramenti che si affrontano sui due lati della barricata.

Per saperne di più
La dietrologia nel rapimento Moro
Lotta armata e teorie del complotto
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Italie, le thème du complot dans l’historiographie contemporaine – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa – Vincenzo Tessandori
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella Paolo Persichetti
Il caso Moro – Paolo Persichetti
Storia della dottrina Mitterrand – Paolo Persichetti

Italie, le thème du complot dans l’historiographie contemporaine

« Rhétorique du complot et représentation judiciaire
dans les récits historiques de l’Italie contemporaine »

Paolo Persichetti
Drôle d’Epoque
, n° 10 : Secrets et silences, printemps 2002

www.revuedroledepoque.com/articles/n10/complot.html

Le thème de la conspiration domine la littérature historique de l’Italie récente. La période républicaine est représentée dans la plupart des cas comme un continuum criminel, un trajet mêlé de mystères et secrets, régi par l’action illégale et connivente des hiérarchies atlantistes avec certains groupes dominants et des élites politiques. images-2
A partir des années 70 des expressions comme “pouvoir invisible”, pouvoirs occultes”, “Etat dans l’Etat”, “Etat parallèle”, sont rentrées dans le lexique courant et dans le sens commun. A plusieurs reprises Norberto Bobbio a évoqué l’action de ces “pouvoirs invisibles” (mafia, camorra, loges maçonniques indépendantes, fractions incontrôlées des services secrets), pour trouver une explication aux événements qui ont traversé l’Italie[1]. Toutes ces expressions ont depuis trouvé une synthèse dans une nouvelle formule: celle de “double Etat”[2].
Ainsi racontée, l’histoire est devenue un récit de crimes[3]. Son explication suit le mode judiciaire, ses sources s’inspirent des enquêtes de police et des arrêts de justice. Le fait social est réduit à un événement délictueux classé parmi les infractions à la loi. La recherche historique ne s’appuie plus sur les outils fournis par les sciences sociales, elle se fait récit de prétoire, ragot de tribunal. Le paradigme pénal devient sa nouvelle clef de lecture. L’ordre étatique, la norme dominante, la légalité courante, sont la trame d’un récit nourri de mystères qui relate ses violations et insoumissions. Les faits sociaux existent en tant qu’infractions du code pénal, les comportements humains intéressent seulement comme agissements déviants. L’histoire se soumet à la loi. Le récit devient un procès verbal. L’historien se déguise en gendarme, ne recherche pas des preuves mais des fautes et puis s’entoure de la robe de magistrat pour les juger.
Selon cette reconstruction, l’histoire de l’Italie de l’après-guerre est interprétée comme la trame d’un “double Etat”: l’un corrompu et aux ramifications occultes, qui aurait, par des manœuvres criminelles, détenu le pouvoir pendant ce qu’on appelle aujourd’hui la “première république”, c’est-à-dire la période qui va de 1946 à 1996; l’autre loyal et qui aurait servi de rempart à l’illégalité atavique des classes dominantes.
Cette forme de récit cache par ailleurs un enjeu: l’affirmation de la légitimité par le biais du monopole historique de la légalité. Une opération culturelle permettant, notamment à la gauche modérée issue de l’ancien parti communiste, une formidable réadaptation du regard sur son propre passé tout à fait compatible avec le nouvel “ordre mondial” consécutif à la chute du mur de Berlin. Un exemple de cette conception de l’histoire, nous est donné par Luciano Violante[4], ex-magistrat, ex-président de la chambre des députés, actuellement président du groupe parlementaire des Démocrates de gauches à la Chambre, responsable de plusieurs éditions des annales Einaudi sur l’histoire de l’Italie récente, mais surtout véritable courroie de transmission avec le monde judiciaire et éminence grise du système de l’urgence en Italie: 
“L’assassinat d’hommes d’Etat a constitué, traditionnellement, un chapitre de la théorie du tyrannicide: l’élimination physique du tyran comme geste désespéré et extrême contre celui qui avait effacé tout droit et liberté. Mais depuis la deuxième guerre mondiale cette interprétation se montre sans fondement. Les hommes d’Etat tués dans les pays développés après 1945 n’étaient pas des tyrans, au contraire ils avaient caractérisé leurs activités par un fort engagement démocratique et ils ont été tués à cause de cela. C’est le cas de Kennedy, de Allende, de Palme et aussi celui de Aldo Moro. Il serait banal de conclure que le pouvoir est devenu “bon” et la société “méchante”. Il est vrai, par contre, que les rapports entre société et Etats sont aujourd’hui plus 
complexes que ceux d’hier car ils sont devenus multiformes, à plusieurs facettes, avec des zones obscures. La société n’est plus le lieu exclusif où prédomine le bien et l’Etat n’est plus le lieu exclusif où prédomine l’abus. L’avancée démocratique qui a accompagné les quarante dernières années n’a pas été 
toujours acceptée par tous. […] La démocratie dans ses lignes de fond est acceptée; mais parfois son développement est considéré comme intolérable. […] Norberto Bobbio a parlé de conjuration pour identifier une catégorie historico-politique capable d’expliquer tout cela. Ce n’est pas rien. Parce que cela signifie qu’il y a des conjurés, qu’il y a une démocratie contre laquelle on conspire et qu’il y a des intérêts en vue desquelles on conjure”[5].
Une des conséquences importantes de cette lecture de l’histoire est la construction du théorème du “grand complot contre la démocratie” à travers l’usage du paradigme de la conspiration. Cette mode culturelle a donné vie à une nouvelle discipline: la “rétrologie”, en italien dietrologia, du mot dietro (derrière). L’écrivain Antonio Tabucchi, dans une lettre ouverte au président de la république italienne Ciampi, parue dans Le Monde du 19 avril 2001, a proposé une analyse “des institutions et des gouvernements qui dirigent et ont dirigé le peuple italien” qui se présente comme une véritable summa journalistique de cette vulgata: 
“A cinquante-cinq ans de distance, on pourrait dire que l‘Italie est une république fondée sur les massacres. Le premier est celui de Portella delle Ginestre[6], en 1947, commis par le bandit Giuliano, qui défendait les intérêts réactionnaires des grands propriétaires fonciers et des séparatistes siciliens […] Je passe, par souci de brièveté, sur certaines “anomalies” préoccupantes survenues entre-temps, telles que des tentatives de coups d’Etat éventées (ou révélées) non pas par les institutions mais par de courageux journalistes, pour en arriver à un massacre qui marque le début d’une série de turpitudes commises sur le dos des Italiens: celui produit par la bombe de la Banca de l’Agricoltura de Milan, le 12 décembre 1969 […] La suite est une litanie que nous connaissons tous: massacre de piazza della Loggia à Brescia; bombes sur le train Italicus; massacre de la gare de Bologne; massacre d’Ustica. Ou encore: obscure mort d’Enrico Mattei; enlèvement et assassinat d’Aldo Moro; Gladio; loge secrète P2; krach du Banco Ambrosiano et assassinat de l’avocat Ambrosoli; empoisonnement de Sindona; massacres de Capaci et via D’Amelio: Falcone et Borsellino; corruption privée et publique: Tangentopoli, c’est-à-dire les pots-de-vin généralisés”.
Chercher non pas un éventuel sens caché des choses mais le présumé marionnettiste qui fait bouger les choses est le motif obsessionnel de cette pratique très répandue dans les milieux intellectuels. Voilà que l’histoire devient un mobile bon pour toute astrologie de l’occulte. Dans cette dérive il y a toute la différence qui existe entre faire de la critique et défaire toute critique. La vérité se résume ainsi en une simple question de volonté qui est toujours entravée par l’éternelle lutte du mal contre le bien.

Des juges historiens

Ce retour en force de l’histoire événementielle à caractère politico-criminel s’explique aussi par l’entrée en scène de nouveaux acteurs dans le récit historique. La segmentation des savoirs et la multiplication des disciplines universitaires ont élargi l’éventail des matières qui ont une relation forte avec l’histoire du temps présent. Dans ce Babel de récits la spécificité italienne réside dans la quasi-monopolisation de la production du discours historique par une catégorie très spécifique de l’appareil d’Etat.
 A partir des années 70 et davantage encore au cours de décennies suivantes, les récits de “l’histoire actuelle” ont vu émerger, à côté de l’historien “classique”, la figure centrale du juge, dont les rôles respectifs tendent à se confondre de plus en plus. Cette course à la judiciarisation des sciences sociales est la dernière étape d’une judiciarisation plus globale de l’espace public qui traverse les sociétés actuelles. Des historiens sont recrutés comme consultants rétribués par les juridictions ou bien ils sont convoqués à la barre pour fournir des expertises et des témoignages sous serment. Inversement, l’arbitrage des juges s’accentue dans les controverses historiographiques (négationnisme, révisionnisme, crimes contre l’humanité, etc.) à tel point que l’écriture et la réécriture de l’histoire se retrouvent souvent confiées aux sentences de l’autorité judiciaire.
C’est la magistrature qui a écrit le plus grand nombre de pages de l’histoire contemporaine de l’Italie: indirectement, par le biais de ses instructions et sentences; directement, par les nombreuses publications, livres, articles, entrevues de ses membres. Cette place centrale conquise dans le fonctionnement social a permis à la magistrature de promouvoir un nouveau “sens commun” et de contribuer à la production d’une philosophie publique, d’un nouvel ordre moral, mais aussi, par une narration historique jalonnée des totems et des tabous, de mythes fondateurs et de comportements diabolisés. Elle nous a habitué à distinguer une histoire sacralisée d’une autre stigmatisée.
D’autres acteurs sont venus porter leur aide aux historiens parés de la toge, des “grandes plumes” du journalisme (Eugenio Scalfari, Giorgio Bocca, pour en citer quelques-uns) et des hommes politiques, par le biais de commissions d’enquête parlementaires créées pour faire de la lumière sur les “pages obscures” de l’histoire récente du pays. On peut évoquer notamment la “commission d’enquête sur la mafia”, renouvelée automatiquement à chaque législature depuis les années 60; la “commission d’enquête sur l’affaire Moro”, active durant les années 80, remplacée ensuite par la “commission d’enquête sur les massacres (attentat à la bombe ndr) et le terrorisme”. Cette dernière, également reconduite par plusieurs législatures.
 Ces commissions, instaurées parfois pour régler des équilibres politiques institutionnels, au moment où la méthode consociative était à son apogée, s’apparentent à de grosses machineries dotées d’un budget conséquent, de pouvoirs d’instruction empruntés à l’autorité judiciaire. Leurs travaux sont très suivis par la presse, notamment au moment des convocations de témoins. Certains journalistes sont devenus des permanents de leurs antichambres jusqu’à nouer des relations de collusion idéologique et de collaboration concrète avec ses structures, à tel point que ces commissions travaillent en réalité comme de véritables agences de presse. Il est très fréquent de voir ces journalistes sortir des entretiens très complices avec des membres de ces commissions.
Ces commissions ont produit durant leur existence une documentation pléthorique. Elles se sont dotées d’une panoplie de consultants à temps plein: magistrats, historiens, criminologues, journalistes improvisés détectives, linguistes, payés pour rendre leurs expertises et évaluations. Cette circonstance est plus que suffisante pour soulever, à elle seule, de sérieux doutes sur la valeur d’un travail miné par la nature de la relation entretenue avec le pouvoir politique commanditaire des travaux. 
En France, quand au moment des procès Touvier et Papon, ou bien à l’occasion des procès pour crimes contre l’humanité menés par des juridictions internationales, des historiens ont accepté de témoigner à la barre sous serment en tant qu’historiens, ayant un discours d’experts impartiaux sur l’époque où s’étaient déroulés les faits contestés en justice, il y a eu beaucoup de discussions et de critiques. Un débat important s’est ouvert et des livres ont été publiés[7]. En Italie, le silence à ce propos est assourdissant. On assiste à une véritable histoire de régime écrite au gré de la couleur des majorités parlementaires. Les relations conclusives, c’est-à-dire la vérité politique, autrefois appelée raison d’Etat, censée être la vérité historique, est le résultat de longues tractations où les mots sont mesurés, pesés, amendés et votés. L’histoire n’est plus un travail de recherche mais le résultat d’une délibération qui statue sur le vrai et le faux, ce qui s’est passé et ce qui ne doit pas s’être passé. C’est une parodie de l’histoire démocratique, comme nous l’explique une certaine philosophie à la mode, on pourrait parler “d’histoire communicationnelle”.
Les historiens de profession ont suivi les mises en forme produites par d’autres acteurs, introduisant parfois quelques précautions sémantiques et ajustements ici ou là, sans véritablement toucher à la structure de ces récits. L’historien s’est transformé en écrivain public de l’histoire officielle inspirée par les majorités parlementaires. Le récit du passé est plongé dans la misère de l’histoire.

Conventio ad excludendum

Helmut Sonnenfeldt, politologue nord-américain aux positions conservatrices, conseiller pour les affaires européennes à la Maison-Blanche et au Département d’Etat, avait élaboré durant les années 70, une doctrine qui envisageait le verrouillage du système politique italien de façon à isoler et empêcher le Pci d’accéder au gouvernement. Ceci à travers l’organisation d’un “pacte pour l’exclusion” conclu entre toutes les autres forces politiques.
Cette stratégie à caractère institutionnel est la dernière version d’une longue panoplie de politiques visant, dans le contexte géopolitique de la guerre froide, à contenir, repousser et si possible empêcher l’arrivée au pouvoir des partis communistes en Occident. Elle a donné lieu à un florilège d’hypothèses, de suppositions et de conjectures, qui expliquaient les difficultés et les obstacles rencontrés par le Pci dans la tentative d’arriver au gouvernement par son existence. Les erreurs, l’émergence de formations rivales dans le même espace politique et social, les coups adversaires et les adversités, étaient le résultat de l’action souterraine des trames du “parti américain”, selon une raison typiquement mono causale.
Dans un essai sur la “Lutte armée et le système politique”, Giorgio Galli, professeur de science politique à l’université Statale de Milan, est un des premiers observateurs à évoquer l’explication des événements socio-politiques de l’Italie contemporaine par la manipulation et l’instrumentalisation de forces étrangères. La thèse soutenue par Galli est nuancée et accompagnée d’un solide argumentaire qui s’inscrit dans le droit-fil d’une réflexion qui tient de la philosophie politique. Il s’agit d’une démonstration intelligente de l’usage possible du paradigme du complot, qui témoigne de l’ancrage en profondeur de cette théorie dans les milieux scientifiquement les plus préparés et qui peuvent lui apporter un niveau d’élaboration de qualité.
 Selon Galli, la règle de l’alternance périodique au gouvernement, c’est-à-dire le passage dans l’opposition d’une des élites organisées en parti, appartient à la logique du bon fonctionnement physiologique de la démocratie représentative. Le renouvellement et l’alternance des élites favorisent la paix civile et réduisent les tensions, ce qui empêche le déclenchement de la guerre civile. Or la longue absence de cette alternance, caractéristique du blocage du système politique italien durant plus de 40 ans (défini alternativement comme “bipartisme imparfait”, “pluralisme polarisé”, “pluralisme centripète”, “fractionnisme hétéro-dirigé”), aurait empêché “le système de démocratie représentative d’évoluer pour assurer le contrôle des tensions selon le modèle occidental. Il s’ensuit une exaspération des tensions dans les formes de la lutte armée”[8]. Raison qui – toujours selon Galli – “permet partiellement, en ce qui concerne la lutte armée en Italie, d’avoir recours aux catégories d’analyse du terrorisme comme phénomène international”. Au contraire, la lutte armée est interprétée comme le prix payé par un système politique incapable de fonctionner selon les règles qu’il s’est lui-même donné.
Mais cette interprétation, qui voit une fonctionnalité diminuée du système dans l’augmentation des tensions et l’absence d’alternance au gouvernement, et, donc, un surgissement subversif, n’apporte aucune réponse satisfaisante pour expliquer l’explosion de la lutte armée seulement dans les années 70 et pas avant, car le “bipartisme imparfait” existait depuis 1948. Giorgio Galli propose, alors, la thèse de l’instrumentalisation de la subversion armée animée par certains secteurs de l’Etat, dans le but de perpétuer ce que Norberto Bobbio a appelé conventio ad excludendum (le principe selon lequel le Pci ne pouvait pas arriver au gouvernement) au moment même où cet obstacle extra jure était en train de se vider de l’intérieur (comme le laissait penser l’avancée électorale du Pci entre 1974-76, ainsi que son nouveau positionnement international, comportant l’acceptation de l’Otan, pendant la campagne électorale de 1976)[9]. Une attitude essentielle de “tolérance et connivence” aurait avantagé, favorisé et accru la “liberté de mouvement”, le développement de la subversion armée de gauche qui, bien que jouissant d’une “implantation sociale partielle'”, aurait pu être facilement enrayée.

Le double Etat
L’historien Franco De Felice avec son essai intitulé “Double loyauté et double Etat”, paru en 1989 dans Studi storici (la revue du l’Institut Gramsci), est à l’origine du succès de la formule “double Etat”, une catégorie qui a donné un semblant conceptuel à toute la successive littérature du complot. En réalité, l’approche de Franco De Felice garde une certaine mesure et des précautions qui n’ont pas laissé de trace chez ses disciples. D’abord il a repris cette formule d’une définition qu’Ernest Fraenkel avait utilisée pour l’Allemagne nazie. Ensuite, il développe une analyse des contraintes internationales, dérivées de la politique de puissance et des systèmes d’alliance, conduisant les groupes dirigeants nationaux (au gouvernement comme à l’opposition) vers des comportements parfois en contradiction avec les intérêts de leurs pays et systèmes institutionnels légitimes. En substance, la fidélité géopolitique, l’allégeance envers un bloc, la légitimité idéologique, priment sur la légalité interne et la fidélité à l’Etat national. Cependant, il prend des précautions contre le risque de simplification de son discours. Il se démarque de ceux qui veulent: “comprendre à l’intérieur d’un même dénominateur des phénomènes très différents […] dévalorisant le caractère procéssuel et expérimental, contradictoire et concurrentiel, convulsif et aussi artificiel, offert par le développement d’éléments de double Etat et de leur capacité d’avoir une incidence”[10].
Or la prudence affichée par Franco De Felice repose davantage sur un escamotage linguistique, un habillage mesuré de la phrase, le choix d’un argumentaire érudit et sobre, que sur une réserve méthodologique réelle. Introduire une notion comme celle de “double Etat”, en 1989, a eu l’inévitable effet de greffer, sur trente ans de littérature du complot, la catégorie conceptuelle qui lui manquait. Ce n’est pas par hasard si le thème de la “double loyauté” (gênant pour la culture rétrospective de la gauche issue du Pci) s’est effacé derrière la notion de “double Etat”. Un Etat dans l’Etat, un Etat légal et un Etat illégal, un Etat fidèle contre un Etat infidèle: quoi de mieux pour le discours d’une force politique qui, ayant souffert d’une delégitimation originaire, pouvait enfin se légitimer comme l’expression historique de l’Etat et de surcroît de l’Etat honnête et légal contre l’autre Etat, corrompu, criminel, illégal et, donc, illégitime?
Le mobile existait déjà: empêcher la maturation démocratique de l’Italie, où, par “maturation”, il fallait entendre l’accès des hommes de l’ex-PCI au gouvernement. Maintenant on pouvait désigner aussi le coupable. Le seul responsable se résumait dans une catégorie unique, l’Etat parallèle[11] et ses agissements, dans lequel on peut tout insérer: ennemis, adversaires et adversités, difficultés, incapacités et contrecoups des virages politiques, mafia, P2, terrorisme et subversion, tentatives de coups d’Etat, corruption, etc. Bien sûr, la chute du mur de Berlin a nécessité une réorientation idéologique: le capitalisme n’étant plus un système en discussion, l’ancienne critique s’est mué en lutte contre les éthiques illégales de la capitalisation; la contradiction capital-travail étant “désuète” la lutte de classe s’est transformée en chasse à tout ce qui est censé perturber la paix de la société civile, ses fantasmes et ses troubles anxieux. De nouvelles “classes dangereuses” ont été désignées: terroristes, criminels, mafieux, corrompus…

La stratégie de la tension: un mythe fondateur
Aldo Moro (homme d’Etat italien enlevé puis tué par les Br en 1978, lorsqu’il était président de la Dc) était connu pour avoir un langage elliptique. Il forgeait des expressions très imagées et de grand succès. Professeur de droit constitutionnel, fin juriste, il n’avait pas hésité à se plonger dans les sciences mathématiques, d’où il avait sorti une formule révolutionnaire qui bouleversait la géométrie plane: “la convergence des lignes droites parallèles”. Métaphore antieuclidienne conçue pour désigner le rapprochement sur la scène politique italienne des catholiques et des communistes, de la Dc et du Pci. Un des préalables à cette convergence était ce qu’il appela par une autre formule, “la stratégie de l’attention”.
 Un étudiant, Mario Capanna, brillant latiniste à l’université catholique, devenu un des tribuns les plus écoutés pendant 68 à l’université Statale de Milan, détourna dans un discours cette expression en “stratégie de la tension” pour désigner l’attentat à la bombe du 12 décembre 1969 qui provoqua 16 morts et 88 blessés. Une des plus grandes légendes de l’histoire contemporaine italienne, un des mythes fondateurs de l’univers symbolique de la gauche en Italie, venait de naître. Il n’y a pas d’autre manière de définir la façon dont l’histoire de la décennie 70 s’est faite “mémoire”, pour se délayer dans une représentation victimaire de la trajectoire politique de la gauche durant les trente dernières années.
Nicola Tranfaglia, dans un essai intitulé “Un capitolo del “doppio Stato La stagione delle stragi e dei terrorismi, 1969-84” (Un chapitre du “double Etat”. La saison des massacres et des terrorismes, 1969-84)[12], donne un exemple flagrant de cette historiographie. D’abord il utilise comme source principale de son discours la Proposition de relation finale avancée, en 1995, par le sénateur Giovanni Pellegrino, président depuis 1994 de la commission parlementaire sur les massacres et le terrorisme. Un texte qui, d’ailleurs, n’aboutira pas en commission et sur lequel, comme l’on verra plus loin, son auteur se rétractera en grande partie[13]. Cet exemple montre clairement comment le discours historique, plutôt que se fonder sur un travail autonome de l’historien sur des sources directes, se structure en réalité par un enchaînement de de relato reprenant des synthèses historico-politiques déjà élaborées dans un contexte n’obéissant pas aux critères requis par la recherche historique. En effet, le travail d’historien est ici conçu comme une activité de divulgation et vulgarisation d’enquêtes parlementaires qui n’ont même pas obtenu le vote majoritaire de ses membres.
Tranfaglia fait un usage désinvolte de la catégorie de double Etat. De cette façon, les quinze années qui vont de 1969 à 1984 deviennent le théâtre où se déroule un projet cohérent de conjuration mené par des hiérarchies atlantistes et des secteurs de la classe dirigeante nationale pour arrêter l’avancée électorale du Pci et renforcer les équilibres modérés de l’Italie, à travers un dosage habile des deux terrorismes de couleur opposée (la théorie des “opposti estremismi”). Dans un article du journal la Repubblica (un des organes de la culture rétrologique) Tranfaglia résumait ainsi la thèse de “l’hétérodirection”: 
“Il faut désormais faire l’hypothèse qu’à cette occasion [l’affaire Moro ndr], encore mieux, dans tout le cycle des attentats à la bombe et des terrorismes, il y a eu des régies occultes qui, après avoir utilisé pendant longtemps le terrorisme noir avec la préparation de tentatives de coups d’Etat ayant pour but d’intimider, ont ensuite retourné leurs efforts vers un autre terrorisme de couleur opposée (et auquel participèrent plusieurs centaines de jeunes restés complètement dans l’ignorance de cette manipulation). Ces régies occultes ont suscité, puis évité d’entraver, en substance instrumentalisée (à travers les infiltrations aux sommets) ce nouveau terrorisme afin de mettre un terme au compromis historique et permettre une stabilisation modérée et anticommuniste de l’horizon politique italien. L’affaire Moro est au centre de ce projet et montre la contemporanéité de ces deux régies à l’intérieur du terrorisme rouge: d’une part, ceux qui choisirent la violence contre l’Etat; d’autre part, ceux qui portèrent à terme, probablement de façon consciente, le plan des élites institutionnelles qui voulaient arrêter Moro et avec lui la présence du Pci dans la majorité parlementaire. Les documents recueillis par la commission parlementaire sur les massacres confirment en grande partie cette interprétation, en montrant l’implication d’hommes politiques et des services secrets italiens et américains.”[14]
La technique argumentative est toujours la même, une ou plusieurs propositions hypothétiques (“il faut faire l’hypothèse”, “il est probable”, “c’est certain”, “sûrement”), qui relatent des ouïe dires, des informations erronées, de véritables mensonges, des allégations jamais confirmées par des preuves, induisent des conclusions péremptoires. Mêmes les absences font guise de preuve: le manque de références, dans le communiqué de revendication de l’attentat réalisé par les Br, en 1976, contre le procureur de Gêne Coco, à l’activité judiciaire que ce magistrat avait eu dans le passé en Sicile, devient un élément qui étaie l’existence de possibles contacts entre mafia et Br[15].
Sergio Flamigni, ex-sénateur à plusieurs reprises membre de la commission parlementaire sur l’affaire Moro, écrit, dans son dernier livre, Convergenze parallele[16], que l’attentat des BR contre le juge Coco “influa sur l’avancée électorale de la Dc au scrutin du 20 juin suivant, et démontra comment il était possible et productif d’utiliser le terrorisme à des fins politiques”. Or dans ces élections la DC atteignit un résultat identique à celui des quatre années précédentes, pendant que le Pci passa de 27,1 à 34,4 %. Selon Flamigni, cet attentat empêcha le Pci de dépasser la Dc. Rappelant cet épisode, l’historien Giorgio Sabbatucci, in “Il golpe in agguato e il doppio Stato”, Miti e storia dell’Italia unita[17], remarque, à juste titre, que l’idée de ce dépassement est ici perçue comme appartenant à l’ordre naturel des choses. Flamigni a dû sans doute songer au complot soviétique quand les troupes du pacte de Varsovie occupèrent Budapest en 1956 et Prague en 1968.
Enfin, pour ce qui concerne l’usage de la formule “stratégie de la tension”, des doutes commencent à émerger. D’abord on remarque que le terme stratégie indique une capacité de combinaison de plusieurs opérations afin d’aboutir à un objectif. Cela présuppose un centre directionnel unifié, un lieu unique qui organise, prédispose, projette et dirige. De même qu’est nécessaire une homogénéité d’intentions et d’objectifs: “chercher un pareil modèle dans les épisodes italiens qui ont suivi 1968 – écrit Franco Ferraresi dans un essai sur l’attentat de la piazza Fontana – serait absurde et dangereusement proche d’une théorie du complot. Le nombre d’acteurs et de structures impliqués fut trop grand, leur autonomie et différence trop marquées, le déroulement des événements trop désordonné pour que l’on puisse penser à un seul et unique plan global”.[18]
Giuseppe De Lutiis, l’historien attitré des services secrets italiens[19] explique, dans une table ronde parue dans la revue Giano[20], en mars 2001, qu’en 1967 les Usa lancèrent “l’opération Chaos”. Celle-ci avait été initialement conçue pour activer un contrôle strict des campus universitaires pendant la guerre du Vietnam, de sorte que l’“on parla à l’époque d’une “Hoover University”, tellement les hommes du Fbi avaient infiltré les universités, envoyés par leur chef qui justement s’appelait Edgar Hoover”. Plus tard l’opération Chaos accroîtra ses ambitions pour devenir, – toujours selon le téméraire De Lutiis – un véritable plan de “contrôle et manipulation des jeunes des pays européens, France et Italie en premier lieu”. A tel point que “durant le Mai 68 français, on ne peut pas exclure qu’il y a eu une action anti-française et anti-De Gaulle de la part des Usa”. Pour conclure, la “contestation” ne fut rien d’autre qu’une action de déstabilisation américaine. Le pauvre général n’avait rien compris ou fut mal renseigné quand il lança le mot de “juif allemand” contre Daniel Cohn-Bendit.

La réversibilité du complot
Depuis les années 70, la rétrologie italienne a pu se reproduire grâce à l’intégration partielle des démentis successifs et à la réadaptation continuelle de ses explications, tout en préservant sa logique. Aujourd’hui personne n’a le courage, les arguments ayant disparu depuis longtemps, de soulever des doutes sur la nature sociale de la lutte armée. Les hommes et les femmes du commando qui neutralisèrent l’escorte et enlevèrent Moro ont été identifiés et condamnés. Il n’y avait pas “d’étrangers qui parlaient allemands”, ni des agents spéciaux des services occidentaux, ni même des camorristes: c’étaient des ouvriers Fiat, des techniciens d’usine, des chômeurs, des étudiants.
Alors la culture du complot change de signe, s’adapte à l’air du temps. Elle est moins anti-américaine et un peu plus anti-soviétique, mais surtout l’époque néo-libérale a fait apparaître un paradigme classiste. Les Br étaient composées d’ouvriers et non pas d’agents atlantistes. Mais cela ne suffit pas, comment aurait-il été possible que de la main d’œuvre d’officine puisse avoir la capacité d’élaborer une telle stratégie, faire des analyses, rédiger des documents, prendre Aldo Moro? Les tenants du complot suggèrent désormais qu’il y a eu indubitablement un contact avec des milieux intellectuels, issus d’autres classes sociales, notamment des personnages de la grande bourgeoisie, capables d’agir dans l’échiquier géopolitique. 
Le sénateur Giovanni Pellegrino a avancé ce scénario dans son livre, Il segreto di Stato (Einaudi, octobre 2000). Dans cet ouvrage, il revient sur ses précédentes positions qui avaient inspiré une large production éditoriale. Ce revirement a suscité des vastes polémiques dans le sein de son parti, les Ds. Sa commission a d’ailleurs renoncé à proposer une relation finale. En effet, la théorie du complot est à bout de souffle, une fois les enjeux géopolitiques disparus et les Ds arrivées au gouvernement. L’impossibilité de son utilisation politique est désormais évidente depuis que: d’une part, les objectifs politiques tant décriés du plan Rinascita nazionale attribué à la P2 (une substantielle verticalisation du système politico-institutionnel, à travers l’introduction du présidentialisme, du scrutin majoritaire, etc.), ont été en partie intégrés au système institutionnel et appartiennent désormais à la culture de la majorité des forces politiques toute tendance confondue; de l’autre, un chef de gouvernement Ds a conduit l’Italie dans une guerre de l’Otan et reconnu le statut de quatrième force armée aux corps des carabiniers, considéré dans le passé comme le fief de toutes les trames de l’histoire italienne.
 C’est pour cela, peut-être, que la gauche, en allant contre son passé[21], une fois percé le mystère du pouvoir s’est trouvée contrainte, avec le gouvernement D‘Alema, de prolonger, de 30 à 50 ans, le secret d’Etat. Unique possibilité de conserver le seul secret – comme le disait Nietzsche – qu’il n’y a pas de secrets.

1 Cf. Norberto Bobbio, La democrazia e il potere invisibile, in “Rivista italiana di scienza politica”, agosto 1980; Il futuro della democrazia, Einaudi, Tourin 1994; La Stampa del 13 novembre 1990, et La Repubblica malata, in “Nuova Antologia”, gennaio-marzo 1991, n. 2177, année 126, Le Monnier, Firenze, pp. 70-75.

2 Cf. Toujours Il futuro della democrazia, op. cit., Norberto Bobbio est le premier à introduire en Italie cette notion citant le travail de Alan Wolfe, The Limits of Legitimacy. Political Contradictions of Contemporary Capitalism, The Free Press, New York 1977. Plus tard Franco De Felice, in “Doppia lealtà e doppio Stato” (Double loyauté et double Etat), Studi Storici, n. 3, 1989, pp. 493-563, s’efforcera de reprendre ce concept sans arriver à le démarquer de sa faible connotation théorique depuis sa première formulation avancée par Ernest Fraenkel, in Il Doppio Stato. Contributi alla teoria della dittatura (1942), Einaudi, Tourin 1983.

3 Un exemple éclairant de ce modèle d’anti-histoire est le volume des annales Einaudi sur l’histoire d’Italie entièrement dédié à la criminalité. Cf. Storia d’Italia (sous la direction de Luciano Violante), Annali 12, Einaudi, 1997.

4 Ancien responsable de la section “problèmes de l’Etat” de l’ex Pci, puis responsable de son groupe parlementaire une fois le Pci devenu Pds, plus tard président de la commission parlementaire contre la mafia. Il visait la place de président de la république mais il a dû y renoncer car son profil d’inquisiteur l’a rendu très peu rassurant et mal-aimé non seulement face à ses ennemis.

5 Cf. Luciano Violante, “Introduction” à Sergio Flamigni, La Tela del ragno. Il delitto Moro, Edizioni Associate, Rome 1998, p. 7.

6 Le 1er mai 1947, à Portella delle Ginestre, dans la campagne sicilienne non loin de Palerme, des paysans et des ouvriers agricoles communistes s’étaient réunis pour la fête du travail. Onze personnes furent tuées et soixante-cinq blessées, fauchées par les mitrailleuses de Salvatore Giuliano et de ses hommes, embusquées au sommet d’une colline. Ils agissaient pour le compte de la mafia.

7 Nous rappelons le refus de l’historien Henry Rousso de comparaître lors du procès Papon; la table ronde parue dans Libération, véritable caricature de tribunal, qui opposa le couple Aubrac à un certain nombre d’historiens.

8 Cf. Giorgio Galli, Il Partito armato. Gli anni di piombo in Italia, 1968-1969. Op. cit. p. 370.

9 Le secrétaire général du Pci, Enrico Berlinguer, avait déclaré dans une entrevue: “Je veux que l’Italie ne sorte pas du Pacte atlantique, et pas seulement parce que notre sortie bouleverserait l’équilibre international. Je me sens plus sûr étant de ce côté car il existe de sérieuses tentatives pour limiter notre autonomie”, in G. P. Pansa, “Berlinguer conta “anche” nella Nato per mantenere l’autonomia da Mosca”, il Corriere della Sera, 15 juin 1976.

10 Cf. Franco De Felice, “Doppia lealtà e doppio Stato”, in Studi Storici, n. 3, 1989, pp. 543.

11 L’expression “Etat parallèle” est tirée du livre de P. Cucchiarelli et A. Giannulli, Lo Stato parallelo: l’Italia oscura nei documenti e nelle relazioni della Commissione stragi, Gamberetti, Rome 1997.

12 Cf. Nicola Tranfaglia in Franco Barbagallo (sous la direction), Storia dell’Italia repubblicana. III: L’Italia nella crisi mondiale. L’ultimo ventennio, Tomo 2, Istituzioni, politiche, culture, Einaudi, Tourin 1997, pp. 5-80.

13 Cf. L’ouvrage déjà cité de Giovanni Pellegrino, interviewé par Giovanni Fasanella et Claudio Sestieri, Segreto di Stato. La verita da Gladio al caso Moro, Einaudi Tourin 2000.

14 Cf. la Republica du 18 octobre 1997.

15 Cf. Nicola Tranfaglia, in “Un capitolo del “doppio Stato”. La stagione delle stragi e dei terrorismi, 1969-84”, op. cit. p. 58.

16 Sergio Flamigni, Convergenze parallele, Kaos edizioni, Rome 1998, p. 44.

17 Cf. Giorgio Sabbatucci, in “Il golpe in agguato e il doppio Stato”, Aa. Vv., Miti e storia dell’Italia unita, il Mulino, Bologne 1999, p. 214.

18 Cf. Franco Ferraresi, “La strage di piazza Fontana”, in Storia d’Italia (sous la direction de Luciano Violante), Annali 12, Einaudi, 1997, p. 629. Dans cet essai Ferraresi résume un chapitre de son livre, Minacce alla democrazia. La destra radicale e la strategia della tensione in Italia e nel dopoguerra, Feltrinelli, Milan 1995
.

19 Cf. Giuseppe De Lutiis, Storia dei servizi segreti in Italia, Editori Riuniti, Rome 1985.

20 Cf. Giano, Odradek, Rome mars 2001.

21 Cf. Fabrizio Clementi, ldo Musci, Il segreto di Stato. Da caso Sifar alla “giustizi negata” di Ustica e Blogna. Profili giuridici e propspettive di riforma, Csrs, supplément à Democrazia e diritto, editori riuniti 1990.

Link
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