I dati che smentiscono la campagna terroristica contro l’Indulto

Post da completare…. la mole dei dati è enorme. Un po’ di pazienza!

Indulto. La verità, tutta la verità, nient’altro che la verità

di Giovanni Torrente [1]

Come noto, con la legge 31 luglio 2006 è stato concesso provvedimento di indulto per tutti i reati commessi fino al 2 maggio 2006 puniti entro i tre anni di pena detentiva e con pene pecuniarie non superiori a 10.000 euro, sole o congiunte a pene detentive. Il provvedimento prevede anche uno sconto di tre anni per coloro che sono stati condannati a una pena detentiva di maggiore durata e abbiano commesso il fatto precedentemente alla data sopraindicata. Sono esclusi dalla concessione dell’atto di clemenza i colpevoli di alcuni reati previsti dal codice penale. L’indulto, infatti, non si applica ai colpevoli di diversi delitti, tra i principali quelli concernenti: associazione sovversiva, reati di terrorismo, strage, sequestro di persona, banda armata, associazione per delinquere finalizzata alla commissione dei delitti di cui agli articoli 600, 601 e 602 del codice penale, associazione di tipo mafioso, riduzione in schiavitù, prostituzione minorile, pornografia minorile, violenza sessuale, usura, riciclaggio, produzione, traffico e detenzione illecita di sostanze stupefacenti. Il beneficio dell’indulto è revocato di diritto se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data della sua entrata in vigore, un delitto non colposo per il quale riporti condanna a pena detentiva non inferiore a due anni.
Il provvedimento nasce con l’obbiettivo esplicito di rimediare ad una situazione di sovraffollamento degli istituti penitenziari che, a partire dagli anni ’90, ha visto aumentare progressivamente il numero di presenze all’interno delle carceri italiane, arrivando a toccare tassi di detenzione mai raggiunti durante l’epoca repubblicana[2]. Tale grave indice di sovraffollamento ha storicamente contribuito a porre dei seri interrogativi sulla legalità stessa del complesso del sistema dell’esecuzione penale del nostro paese, così come più volte testimoniato dagli osservatori delle associazioni non governative impegnate nella tutela dei diritti fondamentali nel sistema penale e dagli organismi internazionali che vigilano nella prevenzione della tortura all’interno dell’Unione Europea[3]. Il provvedimento ha quindi svolto la funzione di riportare il sistema penitenziario italiano all’interno dei parametri della legalità e di permettere condizioni di esecuzione della pena compatibili con i principi posti a tutela dei diritti fondamentali delle persone private della libertà.
Pur in presenza di tali ragioni, la legge è stata oggetto di pesanti critiche. Tali critiche paiono essersi sviluppate, in primo luogo, sul piano mediatico, il quale ha visto schierata contro il provvedimento la quasi unanimità degli organi di informazione di massa, coinvolgendo, in una seconda fase, la generalità degli attori politici, compresi coloro che a suo tempo avevano votato a favore della legge[4]. Il progressivo incremento delle critiche pare aver nel tempo generato una sorta di senso comune secondo il quale l’indulto avrebbe provocato un aumento dell’insicurezza causato dai dei reati commessi dalle persone liberate grazie alla legge. Tale progressiva convinzione degli effetti negativi dell’indulto non pare tuttavia essere stata accompagnata da dati oggettivi che corroborassero tale rappresentazione. Da tale constatazione nasce quindi l’idea di un monitoraggio sul comportamento recidivante degli indultati che affianchi i dati impressionistici su cui si fonda il dibattito pubblico con il quadro del fenomeno che emerge dalla ricerca empirica.
La ricerca di cui si ha l’occasione di presentare i risultati costituisce l’ideale proseguimento del monitoraggio sulla recidiva degli “indultati” che, sino a questo momento, ha conosciuto due precedenti momenti di verifica. Il primo, dopo sei mesi dall’entrata in vigore della legge[5]; il secondo, dopo diciassette mesi di applicazione del provvedimento[6]. In entrambe le occasioni i dati sul comportamento recidivante dei soggetti beneficiari della legge hanno suggerito un giudizio positivo sugli effetti prodotti dal provvedimento. In entrambi i casi, infatti, si è rilevato come la recidiva delle persone liberate fosse significativamente più bassa rispetto a quella “ordinaria” individuata dalle ricerche che si sono occupate del tema nel nostro paese. In quelle occasioni, tuttavia, le valutazioni sono state guidate da un criterio di prudenza in quanto l’arco temporale di riferimento, inferiore rispetto alle precedenti ricerche italiane sul tema, impediva una completa valutazione dei dati raccolti. I dati presentati costituiscono un aggiornamento di tale monitoraggio attraverso l’analisi dei reingressi in carcere di beneficiari del provvedimento di indulto aggiornati al  15 ottobre 2008. I risultati a cui si è giunti, occorre da subito ribadirlo, sono il risultato dell’incontro fra le ambizioni della ricerca e le prassi organizzative adottate dal Ministero della Giustizia nella raccolta dei dati statistici che hanno fortemente condizionato le scelte di metodo adottate. Occorre quindi, prima di soffermarsi sulla lettura dei dati, concentrarsi sulle implicazioni metodologiche che debbono guidare la lettura dei risultati della ricerca.

1. Nota metodologica
Come sottolineato nella prima parte di questo lavoro, prima di addentrasi nelle discussioni relative ai tassi di recidiva, occorre stabilire che cosa si intenda per recidiva. In questa occasione non ci si è voluti riferire al significato tecnico-giuridico della declaratoria di recidiva ex art. 99 c.p. Nell’ottica degli obiettivi che si è posto un monitoraggio in “tempo reale” sul comportamento dei beneficiari della legge, si è preferito adottare un criterio di interpretazione del fenomeno che facesse riferimento al semplice reingresso in carcere di soggetti beneficiari della provvedimento. In questo senso, l’arresto della persona già liberata a seguito dell’indulto è stato considerato come un criterio sufficiente a considerare il soggetto come recidivo. È evidente come alcuni degli arrestati potranno successivamente essere stati dichiarati innocenti al momento della celebrazione del processo penale; è altresì possibile che nell’eventuale sentenza di condanna non venga contestata la recidiva. In questo senso, è corretto affermare che il criterio utilizzato tende leggermente a sovrastimare il fenomeno rispetto al dato giuridico. Tuttavia, tale sovradimensionamento è l’implicazione di una scelta metodologica che si è inteso adottare al fine di presentare dati utilizzabili nell’immediato come strumenti di valutazione dell’impatto prodotto da un provvedimento  controverso come l’indulto. Appare altresì evidente come future osservazioni, più lontane nel tempo, non ponendosi l’obiettivo di entrare nell’immediato all’interno del dibattito sull’impatto della legge, potranno utilizzare un criterio di interpretazione della recidiva maggiormente conforme al dettato normativo.
Ulteriori precisazioni debbono inoltre riguardare l’arco temporale di riferimento ed il campione oggetto di osservazione. Per quanto riguarda il primo aspetto, come si è detto, i dati sono aggiornati al 15 ottobre 2008, e si riferiscono quindi ad un arco temporale di 26 mesi e 15 giorni. Per quanto riguarda il campione di riferimento, riguarda la totalità dei soggetti scarcerati grazie alla legge ed un campione di 1.414 persone liberate dalla misura alternativa. L’arco temporale e la scelta del campione hanno tuttavia subito pesanti condizionamenti nel momento in cui le scelte di metodo si sono confrontate con l’organizzazione del ministero della Giustizia nella raccolta dei dati statistici. È su questo aspetto che occorre quindi soffermarsi brevemente.
Le cifre presentate sono il frutto di una rielaborazione su dati forniti dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Come noto, l’esecuzione penale nel nostro paese è suddivisa fra l’area penale interna, competente sull’esecuzione delle pene all’interno degli stabilimenti penitenziari, e l’area penale esterna, competente sull’esecuzione delle misure alternative al carcere. A tale divisione corrisponde una parallela struttura organizzativa degli uffici che coinvolge anche l’ambito statistico. All’interno di tale strutturazione organizzativa, i dati statistici relativi all’esecuzione penale interna sono raccolti dall’Ufficio per lo Sviluppo e la Gestione del Sistema Informativo Automatizzato, mentre i dati relativi all’area penale esterna sono raccolti dall’Osservatorio delle misure alternative presso la Direzione Generale dell’Esecuzione Penale Esterna. Tale modalità organizzativa pone dei seri problemi al ricercatore interessato all’analisi delle statistiche sull’universo dell’esecuzione penale in quanto impone di presentare le medesime richieste a due differenti uffici, non coordinati fra loro, strutturati in maniera differente e con sistemi di raccolta dati differenti. Tali difficoltà, inoltre, si rivelano maggiori nel momento in cui emerge che i due uffici trattano, in parte, gli stessi temi, ma con prassi organizzative, nella raccolta ed elaborazione dei dati statistici, sostanzialmente differenti. In materia di indulto, ad esempio, si è fatto prevalentemente riferimento a dati forniti dall’Ufficio per lo Sviluppo e per la Gestione del Sistema Informativo Automatizzato del DAP, il quale ha svolto un monitoraggio sulle liberazioni e sui reingressi in carcere, sia dei soggetti provenienti dal carcere, sia di parte dei soggetti liberati dalla misura alternativa. Tale monitoraggio, tuttavia, non considera il numero reale di persone rientrate in carcere, quanto piuttosto il numero di “eventi di ingresso”; tale criterio, specie sul lungo periodo, tende evidentemente a sovradimensionare la reale entità del fenomeno. Ai fini di una corretta rappresentazione si è quindi dovuto richiedere agli uffici del DAP uno sforzo organizzativo volto alla distinzione fra numero di eventi di ingresso e numero reale di soggetti recidivi. Tale computo ha causato diverse difficoltà, sia agli uffici del ministero, sia ai ricercatori impegnati nel monitoraggio che hanno determinato un aggravio dei compiti e l’allungamento dei tempi della ricerca. Tuttavia, i dati in questa sede presentati si riferiscono al numero reale di soggetti rientrati in carcere.
Per quanto riguarda il campione di soggetti liberati dalla misura alternativa, occorre rilevare come esso corrisponda al totale delle persone che hanno usufruito della misura dopo un periodo di carcerazione, non comprendendo quindi tutti i soggetti dimessi dalla misura alternativa che non hanno mai fatto ingresso in carcere in quanto giunti alla misura alternativa dalla libertà. Per ottenere il numero totale di beneficiari dell’indulto, comprendente sia i soggetti scarcerati, sia i soggetti liberati dalla misura alternativa, ci si è quindi dovuti rivolgere alla Direzione Generale dell’Esecuzione Penale Esterna, la quale, nel computo dei soggetti liberati dalla misura alternativa, considera sia i soggetti che hanno usufruito della misura alternativa dopo un periodo di detenzione, sia i soggetti che hanno ottenuto l’applicazione della misura alternativa a seguito della sentenza di condanna, senza patire un periodo di detenzione. Tale ufficio, peraltro, non ha svolto alcun monitoraggio sul comportamento recidivante dei soggetti liberati dalla misura alternativa e quindi, per la rilevazione dei reingressi in carcere di tali soggetti, ci si è dovuti affidare al monitoraggio svolto dagli uffici statistici dell’area penale interna, limitatamente al campione da loro analizzato. Per quanto riguarda, invece, il comportamento recidivante dei soggetti liberati dalla misura alternativa che non hanno patito un periodo di detenzione, non esistono al momento dati disponibili ed un eventuale monitoraggio è affidato a future ricerche a campione all’interno di tale universo.
Accanto a tali difficoltà “strutturali”, un ulteriore problema ha riguardato nello specifico questa terza fase di monitoraggio del provvedimento. Nell’ultimo anno, infatti, il sistema di monitoraggio dati dal DAP ha conosciuto dei cambiamenti che hanno riguardato prevalentemente il sistema centrale di raccolta dati. Tali cambiamenti hanno determinato la cancellazione di diverse query e l’impossibilità di recuperare alcuni lavori non di routine. Per quanto riguarda i dati sulla recidiva degli indultati, tali mutamenti hanno comportato delle difficoltà nel ricostruire i tassi di recidiva distinguendo fra il campione di soggetti provenienti dalla misura alternativa e gli scarcerati. È accaduto così che, se relativamente al dato generale sulla recidiva, si è riusciti a mantenere la distinzione fra provenienti dal carcere e provenienti dalla misura alternativa, per quanto riguarda la lettura del dato in relazione alle specifiche variabili socio-anagrafiche e giudiziarie, tale divisione non è più stata possibile ed i dati presentati si riferiscono alla generalità dei soggetti beneficiari dell’indulto monitorati dal DAP. Inoltre, l’ufficio statistiche, in questa fase del monitoraggio, non è stato più in grado di soddisfare la nostra richiesta relativamente al dato aggiornato sui tassi di recidiva rispetto al numero di precedenti carcerazioni. Ne deriva che il dato presentato è aggiornato al 31 dicembre 2007.

2. I beneficiari del provvedimento
Il numero di soggetti che sono tornati in libertà dopo aver usufruito del provvedimento di clemenza è pari a 44.994. Tale cifra si ottiene sommando i 27.607 scarcerati con i 17.387 dimessi dalla misura alternativa (tabella n.1). Occorre tuttavia rilevare che il dato dei dimessi dalla misura alternativa non è aggiornato al 31/12/2007, ma bensì al 31/12/2006 in quanto, a seguito di quella data, gli uffici preposti alla raccolta di dati statistici relativi all’area penale esterna non hanno proseguito il monitoraggio sul numero di dimessi per via dell’indulto. Tale scelta si giustifica con il fatto che la quasi totalità dei soggetti in misura alternativa beneficiari del provvedimento è stata dimessa nei mesi immediatamente successivi all’entrata in vigore della legge.

Tabella n. 1. Beneficiari del provvedimento di indulto

Numero dei beneficiari
Liberati dalla detenzione:                                    27.607
Liberati dalla misura alternativa:                      17.387
Totale:                                                                     44.994

Se si procede con l’analizzare la composizione della popolazione liberata in relazione alla posizione giuridica, è possibile rilevare (tabella 2) come fra i provenienti dal carcere vi è una netta prevalenza di soggetti in detenzione con una condanna definitiva, cui segue una percentuale di circa il 20% di persone con una posizione giuridica “mista”, caratterizzata da una o più condanne definitive e da ulteriori procedimenti penali a carico. Residuale è il numero di soggetti appellanti, ricorrenti ed in attesa di primo giudizio.
Fra i soggetti in misura alternativa liberati (tabella 3), prevalgono gli affidati in prova al servizio sociale, i quali costituiscono oltre il 60% dei liberati, mentre gli affidati in prova in casi particolari[7] ed i soggetti in detenzione domiciliare si dividono il rimanente 40% dell’universo dei liberati dalla misura alternativa.

Tabella n. 2. Posizione giuridica dei detenuti scarcerati

Posizione giuridica Numero di scarcerati
Definitivi puri:                                                                   19.071 (69,1%)
Misti con più procedimenti a carico:                              5.635 (20,4%)
Appellanti:                                                                           1.603 (5,8%)
Ricorrenti:                                                                              802 (2,9%)
In attesa di primo giudizio:                                                 496 (1,8%)
Totale:                                                                                 27.607

Tabella n. 3. Dimessi dalla misura alternativa rispetto al tipo di misura

Tipo di misura alternativa Numero di dimessi
Affidamento in prova al servizio sociale:                          10.697 (61,5%)
Affidamento in prova in casi particolari:                            3.410 (19,6%)
Detenzione domiciliare:                                                         3.280 (18,9%)
Totale:                                                                                       17.387

3. La recidiva dei beneficiari della legge
Come detto, il calcolo della recidiva dei beneficiari dell’indulto (tabella 4) è stato effettuato sulla totalità dei detenuti beneficiari della legge liberati e su un campione di 7.615 soggetti dimessi dalla misura alternativa, corrispondente a coloro che hanno usufruito della misura dopo un periodo di detenzione[8]. I dati aggiornati al 15 ottobre 2008 mostrano un tasso di rientri in carcere del 26,97% fra gli ex detenuti e del  18,57% fra coloro che erano in misura alternativa al momento dell’entrata in vigore della legge.

Tabella 4. Tassi di recidiva

Numero di liberati Numero di rientrati Tasso di recidiva

Liberati dalla detenzione: 27.607                                                    7.445                                                           26,97%

Campione di liberati dalla misura alternativa: 7.615                   1.414                                                            18,57%

I dati aggiornati a 26 mesi e 15 giorni dall’entrata in vigore della legge offrono importanti prospettive di analisi. Per quanto riguarda la recidiva degli ex detenuti, l’aggiornamento dei dati suggerisce di abbandonare, in parte, la prudenza adottata nelle precedenti occasioni a favore di una maggiore convinzione nel giudicare positivamente l’impatto della legge in termini di recidiva dei beneficiari. Come detto in precedenza, il monitoraggio più significativo con cui comparare i dati in nostro possesso si riferisce alla rilevazione effettuata dall’Ufficio Statistico del Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, citata dallo studio di Fabrizio Leonardi (2007), che ha mostrato come il 68,45% dei soggetti scarcerati nel 1998 abbia, nei successivi 7 anni, fatto reingresso in carcere una o più volte. Il dato presentato in quella occasione, purtroppo, non conteneva informazioni sulla scansione temporale dei reingressi in carcere. Non è dato sapere, in altre parole, se i reingressi fossero avvenuti prevalentemente nei primi anni, così come dimostrato per i soggetti provenienti dalle misure alternative, o se invece la tempistica fosse differente. Ora, il dato sui reingressi in carcere dei soggetti scarcerati a seguito del provvedimento di indulto mostra una percentuale di recidivi sensibilmente inferiore rispetto al dato del 68,45% rilevato nell’arco temporale dei sette anni. A ciò occorre aggiungere la lettura dei dati sull’andamento mensile dei reingressi rappresentato nel grafico n. 1. Tale grafico mostra come  il numero mensile di reingressi tenda, nel medio periodo, a diminuire. Pur mostrando diverse oscillazioni, è possibile infatti osservare come, dopo il sensibile aumento dei primi tre mesi, vi è una progressiva tendenza alla diminuzione degli ingressi mensili che raggiunge le cifre più basse a partire dal maggio 2008. Tale dato è confortato dalla lettura del calcolo dell’aumento mensile medio della recidiva (tabella 5) che mostra come, nelle 3 rilevazioni effettuate, l’aumento medio mensile del tasso di recidiva sia progressivamente diminuito. I dati paiono quindi confermare quanto affermato dalla ricerca italiana ed internazionale sul tema, dimostrando come i recidivanti tendano a ricommettere reati soprattutto nei primi mesi dalla liberazione. La progressiva diminuzione nell’incidenza del fenomeno porta ad ipotizzare, nel lungo periodo, un comportamento recidivante fra le persone scarcerate grazie all’indulto  inferiore rispetto all’ordinario. Le variabili che possono aver contribuito a determinare il fenomeno appaiono molteplici e non si ha la pretesa di ricostruirle in questa sede. Ciò che preme sottolineare è come tale tasso di recidiva offra indicazioni sull’impatto del provvedimento che si discostano sostanzialmente rispetto a quella che è la rappresentazione dominante. In particolare, il dato sulla recidiva offre ipotesi di ricerca che si muovono in direzione opposta rispetto alla vulgata dominante che associa il provvedimento di clemenza ad un aumento della criminalità. La chiave di lettura offerta dai dati attualmente disponibili suggerisce piuttosto che la possibilità offerta attraverso la scarcerazione anticipata, abbinata alla minaccia di scontare la pena comminata con la sentenza di condanna maggiorata del residuo pena precedentemente abbuonato in caso di commissione di un nuovo reato, producano un effetto deterrente nei confronti di una parte dei beneficiari, rendendo di fatto inferiore il rischio di commissione di nuovi reati da parte dei beneficiari.
Considerazioni in larga parte uguali possono ricavarsi dalla lettura dei tassi di recidiva dei soggetti dimessi dalla misura alternativa. In questo caso, la presenza di recenti ricerche che hanno trattato in maniera approfondita l’argomento consente di proporre qualche valutazione ulteriore rispetto a quanto proposto per gli ex detenuti. Confrontando delle cifre, è possibile osservare come Santoro e Tucci (2006) abbiano rilevato, all’interno di un arco temporale di cinque anni, un tasso di recidiva del 28,38% su un campione di soggetti tossicodipendenti ed alcool-dipendenti in affidamento terapeutico ed un tasso di recidiva del 18,84% su un campione di soggetti in affidamento in prova ai servizi sociali “ordinario”. Parallelamente, Fabrizio Leonardi (2007) ha rilevato un tasso di recidiva, sull’arco di sette anni, del 42% su un campione di affidati al trattamento terapeutico provenienti dal carcere, del 30% fra gli affidati al trattamento terapeutico provenienti dalla libertà, del 21% tra gli affidati in prova provenienti dal carcere e del 16% tra gli affidati in prova provenienti dalla libertà. Ora, il dato a nostra disposizione contiene sia soggetti in affidamento in prova ai servizi sociali, sia soggetti sottoposti ad altre forme di esecuzione penale alternativa al carcere. A rendere ancor più problematico il confronto, occorre considerare che il nostro campione è composto sia da soggetti non tossicodipendenti, in regime di affidamento “ordinario”, sia da soggetti tossicodipendenti o alcoldipendenti, prevalentemente assegnati al regime di affidamento in prova terapeutico. Tuttavia, se consideriamo il dato generale sui soggetti dimessi in misure alternativa (tabella 3), possiamo osservare come vi sia una prevalenza di soggetti in affidamento ordinario, sui quali le ricerche concordano nel rilevare tassi di recidiva inferiori rispetto alle persone in affidamento terapeutico, che comunque costituiscono un quinto dell’universo di riferimento, mentre nulla è dato conoscere della recidiva delle persone sottoposte alla detenzione domiciliare[9]. Infine, occorre rilevare come il nostro arco temporale di riferimento, 26 mesi e 15 giorni, sia inferiore a quello utilizzato dagli studi citati, corrispondente nel primo caso a 60 mesi e nel secondo a 84 mesi. Alcune considerazioni possono, tuttavia essere avanzate partendo dal dato sull’attuale  tasso di recidiva e considerando che esso si riferisce ad universo composto da soggetti approdati alla misura alternativa dopo un periodo di carcerazione. Tali soggetti, nella ricerca di Fabrizio Leonardi, mostrano tassi di recidiva superiori rispetto a coloro che sono approdati alla misura alternativa dalla libertà[10]. In questo senso, il tasso di recidiva del 18,57% deve opportunamente essere confrontato con il dato del 42% per i soggetti in affidamento terapeutico e con il 21% rilevato sui soggetti in affidamento “ordinario”. Occorre quindi domandarsi se il più basso tasso di recidiva debba essere attribuito esclusivamente al minor tempo trascorso. La risposta a tale interrogativo può essere in parte ricavata facendo riferimento a quanto rilevato da Fabrizio Leonardi nella ricerca appena richiamata. Egli, infatti, rileva come il 90% dei recidivi sia rientrato in carcere entro i primi 54 mesi. Confrontando inoltre l’andamento temporale dei primi 24 mesi, Leonardi mostra come la metà dei recidivi abbia commesso un reato entro i primi 21 mesi; per quanto riguarda l’andamento temporale dei rientri, la ricerca di Leonardi mostra infine come, nei primi 24 mesi, il numero di ingressi sia sostanzialmente uguale nei primi due anni, con un lieve incremento nel secondo rispetto al primo. Nel nostro caso, anche relativamente alla misura alternativa, i dati a nostra disposizione mostrano una progressiva diminuzione del tasso di incremento mensile medio con il susseguirsi delle rilevazioni (tabella 5). In questo senso, rispetto a quanto rilevato dalla ricerca di Leonardi, l’andamento dei reingressi in carcere pare aver seguito un rallentamento in tempi più brevi. È quindi possibile ipotizzare, anche se con maggiore prudenza rispetto a quanto affermato relativamente agli ex detenuti, che anche il tasso di recidiva fra i provenienti dalla misura alternativa tenda ad attestarsi su livelli inferiori rispetto all’ordinario, soprattutto considerando che il nostro campione di riferimento è costituito anche da soggetti alcool-dipendenti e tossicodipendenti. Il dato appare significativo in quanto, a prescindere dalla più o meno netta differenza rispetto al tasso di recidiva ordinario, dimostra come l’interruzione di programmi di esecuzione della pena di carattere extra carcerario, caratterizzata da una marcata attenzione all’elemento trattamentale, non abbia provocato un aumento dei tassi di recidiva fra i soggetti coinvolti.

Tabella n. 5. Tasso di recidiva rilevato nei diversi monitoraggi [11]

Periodo di rilevazione Recidiva ex detenuti Recidiva dimessi dalla misura alternativa

Dopo 6 mesi                                                                         11,11%    (+ 1,85% al mese)                           6%      (+ 1% al mese)

Dopo 17 mesi                                                                       20,64%  (+ 1,21% al mese)                           13,35% (+ 0,79% al mese)

Dopo 26 mesi e 15 giorni                                                  26,97%     (+ 1,03% al mese)                         18,57%     (+ 0,70% al mese)

Ulteriori considerazioni debbono infine riguardare il confronto fra il tasso di recidiva delle persone scarcerate e quello di coloro che provengono dalla misura alternativa. Anche in questo caso, così come dimostrato da praticamente tutte le ricerche che si sono occupate del tema, emerge come i soggetti provenienti da un percorso di esecuzione della pena di carattere non detentivo presentino percentuali di recidivi inferiori rispetto a quelli rilevati fra coloro che hanno scontato la pena totalmente in carcere. Di fronte a tale dato di evidenza, sono prevalentemente adottate due forme di interpretazione: la prima, fa leva sul fatto che il campione delle persone in misura alternativa è composto da soggetti in qualche modo “selezionati” rispetto all’universo carcerario; la seconda, concentra l’attenzione sull’intrinseca efficacia risocializzatrice delle misure alternative. In questa sede è possibile offrire un contributo al dibattito muovendo dall’analisi della composizione dei rispettivi campioni rispetto alle due principali variabili che la ricerca impegnata sul tema ha individuato come di maggiore incidenza nella produzione delle statistiche sui tassi di recidiva: l’età ed il numero di precedenti carcerazioni.
Partendo dalla prima variabile, è possibile osservare (tabella 6) come il 67,61% delle persone scarcerate abbiano un’età inferiore ai quarant’anni. Tale età, occorre ricordarlo, è considerata quella maggiormente a rischio per la reiterazione dei reati[12]. Fra coloro che sono stati dimessi dalla misura alternativa la percentuale degli infra-quarantenni scende al 59,72%, quindi di quasi 8 punti percentuali rispetto agli ex detenuti. Inoltre, all’interno del campione di persone dimesse dalla misura alternativa vi è una percentuale (17,79%) di soggetti ultracinquentenni – solitamente caratterizzati da tassi di recidiva più bassi – di sette punti più alta rispetto a quella presente fra le persone scarcerate (10,82%). In questo senso, è possibile ipotizzare che la presenza di un numero superiore di persone meno giovane all’interno del campione di persone dimesse dalla misura alternativa possa aver contribuito ad aumentare il divario con il tasso di recidiva degli ex detenuti[13].

Tabella 6. Composizione dei campioni di riferimento relativamente all’età

Età                               Soggetti scarcerati                        Soggetti dimessi dalla misura alternativa

18-20                                     603 (2,18%)                                                             107 (1,41%)

21-24                                    2.422 (8,77%)                                                           546 (7,17%)

25-29                                     4.766 (17,26%)                                                      1.163 (15,27%)

30-34                                      5.642 (20,44%)                                                    1.406 (18,46%)

35-39                                        5.235 (18,96%)                                                     1.326 (17,41%)

40-44                                       3.624 (13,13%)                                                      1.006 (13,21%)

45-49                                        2.326 (8,43%)                                                           705 (9,26%)

50-59                                       2.282 (8,27%)                                                           874 (11,48%)

60-69                                           628 (2,27%)                                                               372 (4,89%)

70-Oltre                                          77 (0,28%)                                                              108 (1,42%)

Non rilevata                                     2 (0,01%)                                                               2 (0,03%)

Totale                                           27.607                                                                         7.615

La tesi sulla selezione del campione degli affidati rispetto a quello degli ex detenuti pare essere solo in parte avvalorata dai dati sulla composizione del campione in relazione al numero di precedenti carcerazioni. Purtroppo, come si è detto nella nota metodologica, non si dispone, relativamente a tali dati, dell’aggiornamento al 15 ottobre 2008. E’ quindi necessario riferirsi all’ultimo aggiornamento disponibile relativo al 31 dicembre 2007. I dati di allora (tabella 7) mostravano come fra i soggetti dimessi dalla misura alternativa vi fosse una percentuale leggermente maggiore di persone incensurate o con solo una precedente carcerazione alle spalle. Diminuiva fra le persone in misura alternativa, anch’essa in maniera non eclatante, la percentuale di soggetti con più di sei esperienze detentive alle spalle. Anche in questo caso appare quindi come il minor numero di soggetti con numerose precedenti carcerazioni alle spalle possa aver contribuito a generare il dato, anche se in questo caso l’incidenza appare quantitativamente meno significativa rispetto al dato sull’età.

Tabella 7. Composizione del campione rispetto al numero di precedenti carcerazioni[14]

Numero di precedenti carcerazioni                       Soggetti scarcerati                           Soggetti dimessi dalla misura alternativa

Nessuna

10.714 (39,67%)

3.024 (42,03%)

Una

5.088 (18,84%)

1.529 (21,25%)

Due

3.200 (11,85%)

902 (12,54%)

Tre

2.240 (8,29%)

562 (7,81%)

Quattro

1.734 (6,42%)

384 (5,34%)

Cinque

1.196 (4,43%)

289 (4,02%)

Da sei a dieci

2.489 (9,22%)

441 (6,13%)

Undici e oltre

349 (1,29%)

64 (0,89%)

Totale

27.010

7.195

Se tali aspetti legati alla composizione del campione paiono in parte avvalorare la tesi che giustifica la differenza nei tassi di recidiva fra ex detenuti e soggetti provenienti dalla misura alternativa con il fatto che questi ultimi costituiscono un campione selezionato rispetto ai primi, allo stesso tempo i dati sulla composizione del campione non paiono giustificare totalmente una così significativa differenza fra i due gruppi. Inoltre, un altro aspetto relativo ai tassi di recidiva in relazione al numero di precedenti carcerazioni pare fornire argomenti a favore della tesi opposta che attribuisce una maggiore efficacia intrinseca alla misura alternativa. Occorre infatti rilevare come, fra i soggetti provenienti dalla carcerazione, i dati aggiornati al 31 dicembre 2007 confermino quanto già appariva evidente un anno prima, vale a dire una stretta correlazione fra l’aumento del numero di precedenti carcerazioni ed il tasso di recidiva rilevato (tabella 8). Appare quindi significativo il fatto che solo il 12,85% dei 10.714 soggetti scarcerati che erano alla prima esperienza detentiva abbiano fatto reingresso in carcere nei successivi 17 mesi. Per tali soggetti è possibile ipotizzare che la scarcerazione anticipata abbia prodotto effetti positivi in quanto ha interrotto quel processo di introiezione della cultura e dell’identità deviante che, come dimostrato dagli oramai classici studi sul tema (Sykes, 1997), raggiunge il massimo dell’efficacia a seguito di lunghi periodi di detenzione ed in conseguenza di diverse esperienze detentive, provocando una sempre maggiore estraniazione del soggetto rispetto alle dinamiche relazionali extra-carcerarie. La mancata acquisizione dell’identità deviante, e la presenza di legami esterni non totalmente scalfiti dall’esperienza detentiva, paiono aver costituito l’occasione, per circa 9.300 scarcerati alla prima esperienza detentiva, per riprendere un processo di socializzazione solo parzialmente interrotto dall’esperienza detentiva. La medesima lettura, purtroppo, non può essere offerta per coloro che avevano alle spalle un elevato numero di esperienze carcerarie. Uno sue tre fra i soggetti scarcerati con alle spalle cinque esperienze detentive ha fatto reingresso in carcere almeno una volta nei primi 17 mesi dall’entrata in vigore della legge, mentre addirittura più di uno su due fra i soggetti con alle spalle più di undici esperienze detentive ha fatto in pochi mesi reingresso in carcere. Si tratta di percorsi esistenziali consolidati che il carcere non riesce ad interrompere, ma piuttosto consolida attraverso l’insieme di pratiche relazionali efficacemente descritte attraverso la metafora del processo di prigionizzazione (Clemmer, 1997). In questo senso, per tali soggetti appare evidente come il carcere acquisisca la forma di una struttura a “porte girevoli” (Robert, 1995) che in breve tempo tornerà ad ospitare nuovamente persone coinvolte in una pluralità di esperienze devianti. In presenza di tali situazioni, l’indulto appare poco più che una delle tante tappe di un processo di criminalizzazione (Hester, Eglin, 1999) che non è interrotto da un gesto episodico di clemenza, ma che richiederebbe un processo di revisione esistenziale, adeguatamente supportato, non percorribile attraverso la semplice scarcerazione. In parte, le misure alternative appaiono in grado di supportare tali percorsi di mutamento. I dati sulla recidiva del campione di soggetti in misura alternativa (tabella 9) mostrano come anche per tali soggetti vi sia una progressiva tendenza all’aumento dei tassi di recidiva rispetto al numero di precedenti carcerazioni. È interessante  osservare (grafico n. 2) come tale incremento proceda con una tendenza pressoché parallela rispetto a quello che si verifica per i soggetti provenienti dalla detenzione. Tuttavia, pur aumentando progressivamente, i tassi di recidiva dei soggetti con numerose esperienze detentive alle spalle rimangono sempre su livelli inferiori rispetto a quelli riscontrati fra le persone provenienti dal carcere. Nel caso del campione di liberati dalla misura alternativa, ad esempio, poco più di uno su cinque fra i soggetti con alle spalle cinque esperienze detentive ha fatto nuovamente reingresso in carcere nei 17 mesi che hanno seguito l’indulto, mentre circa il 60% dei soggetti con alle spalle undici detenzioni ed oltre non ha nuovamente commesso reati nel periodo in considerazione. Tale dato pare fornire argomenti a favore dell’intrinseca maggiore efficacia delle misure alternative nel supporto del percorso di reinserimento sociale non deviante, anche nei confronti di quei (pochi) soggetti con numerose esperienze penitenziarie che riescono ad ottenere l’applicazione di una forma di esecuzione della pena di carattere extra-carcerario. In questo senso, la maggiore efficacia delle misure esecutive della pena di natura extra-carceraria pare manifestarsi anche a prescindere del processo selettivo  che i dati sulla composizione del campione in base all’età ed al numero di precedenti esperienze detentive suggeriscono. D’altro canto, non occorre trascurare il fatto che le modalità e la natura di tale efficacia debbono essere necessariamente verificate in maniera maggiormente compiuta e che il processo di selezione del campione di condannati che giungono alla misura alternativa opera attraverso procedure che vanno oltre il dato statisticamente rilevabile attraverso la lettura dei dati oggettivi sull’età ed il numero di precedenti esperienze detentive[15]. Tuttavia, i riscontri offerti dai dati in possesso, e la presenza di precedenti ricerche che offrono una medesima chiave di lettura del fenomeno (Santoro, Tucci, 2006), inducono a prospettare tale ipotesi come punto di partenza di un percorso di ricerca volto ad indagare i possibili effetti positivi, in termini di prevenzione speciale, di un allargamento nell’utilizzo delle misure alternative come forma di esecuzione della pena nei confronti di un più elevato numero di persone sottoposte ad esecuzione penale.

Tabella n 8.. Tasso di recidiva rispetto al numero di precedenti carcerazioni[16]

Numero di carcerazioni

Numero di scarcerati

Numero di reingressi

Tasso di recidiva

Nessuna

10.714

1.377

12,85%

Una

5.088

917

18,02%

Due

3.200

697

21,78%

Tre

2.240

547

24,42%

Quattro

1.734

504

29,06%

Cinque

1.196

396

33,11%

Da sei a dieci

2.489

953

38,29%

Undici e oltre

349

185

53,01%

Totale

27.010

5.576

20,64%


Tabella n. 9. Tasso di recidiva rispetto al numero di precedenti carcerazioni dei soggetti provenienti dalla misura alternativa[17]

Numero di carcerazioni Numero di liberati    Numero di reingressi        Tasso di recidiva

Nessuna

3.024

268

8,86%

Una

1.529

181

11,84%

Due

902

128

14,19%

Tre

562

100

17,79%

Quattro

384

80

20,83%

Cinque

289

61

21,11%

Da sei a dieci

441

122

27,66%

Undici ed oltre

64

25

39,06%

Totale

7.195

965

13,41%

4. Informazioni sulle caratteristiche personali degli indultati
Un discorso maggiormente compiuto sulle condizioni che hanno favorito la produzione dei tassi di recidiva rilevati in questo studio richiederebbe un’approfondita analisi delle caratteristiche individuali dei beneficiari del provvedimento di clemenza e di quelle di coloro che hanno fatto reingresso in carcere. Purtroppo tale analisi è notevolmente limitata dal fatto che molti di tali dati non sono disponibili o, quando sono presenti, non sono utilizzabili.
Procedendo con ordine, occorre rilevare come i dati relativi all’età dei beneficiari del provvedimento di clemenza e dei rientrati confermino quanto detto relativamente alla maggiore tendenza dei giovani alla ricaduta nel crimine.  I dati relativi ai reingressi in carcere di soggetti beneficiari dell’indulto[18] (tabella 10), mostrano una progressiva diminuzione del tasso di recidiva con l’aumentare dell’età. Se si considera il tasso di recidiva totale medio del 25,15%, è possibile rilevare come i soggetti fra i 25 ed i 39 anni presentino costantemente una percentuale di reingressi in carcere superiore rispetto alle altre fasce di età. Tale dato è coerente con quanto rilevato dalla ricerca empirica italiana ed internazionale che si è occupata del tema e con quanto rilevato dallo studio del Centro Nazionale di Prevenzione e Difesa Sociale su provvedimenti di clemenza e recidiva. Contrasta in parte con il fenomeno il dato relativo ai giovanissimi fra i 18 ed i 25 anni i quali presentano tassi di recidiva sostanzialmente in linea con la media generale. Occorre tuttavia rilevare come probabilmente di tali giovani hanno beneficiato dell’indulto quando stavano scontando una delle prime carcerazioni alle quali, come visto, corrispondono tassi di recidiva meno elevati. Superati i 45 anni il tasso di recidiva diminuisce progressivamente sino ad arrivare ai livelli molto bassi degli ultrasessantenni. In questa sede preme tuttavia soffermarsi sulla prevedibilità del dato. Come dimostrato nella prima parte di questo saggio, la connessione fra l’età e la ricaduta nel reato è fenomeno da tempo dimostrato dalle ricerche che si sono occupate dell’argomento. Un utilizzo, anche superficiale, dei riscontri emersi dalla ricerca sul campo avrebbe condotto alla facile previsione che la liberazione di un elevato numero di persone, di cui la maggioranza in giovane età, sarebbe dovuta essere supportata in maniera adeguata al fine di favorire il reingresso in società delle persone più giovani. Se inoltre si riflette sul fatto che per alcuni di essi l’entrata in vigore dell’indulto ha coinciso con la cessazione di programmi di esecuzione della pena di carattere extra-carcerario finalizzati alla cura di tossicodipendenze ed alcool-dipendenze, è evidente come tali forme di supporto si rivelassero indispensabili. Purtroppo, l’indulto, almeno nella prima fase, non è stato accompagnato da alcuna forma di accoglienza, né generalizzata, né specifica per i più giovani. Nei primi giorni di agosto di entrata in vigore della legge l’accoglienza è stata affidata esclusivamente alle scarse risorse, specie in periodo di vacanze, del volontariato e degli enti locali. I successivi progetti presentati anche grazie ai finanziamenti dei Ministeri della Giustizia e della Solidarietà Sociale sono diventati operativi con grave ritardo rispetto alle necessità immediate degli scarcerati. In questo senso, un razionale approccio al problema avrebbe mostrato come con frequenza sono i giovani dimessi dagli istituti di pena a commettere reati e come tali reati vengano commessi nelle settimane – quando non giorni – immediatamente successivi alla scarcerazione. Il caso dell’indulto ha prontamente confermato tale dato largamente prevedibile ed ha gettato un’ombra di rammarico su un fenomeno che poteva forse essere limitato.

Tabella 10. Tasso di recidiva dei soggetti beneficiari dell’indulto in relazione all’età

Età    Numero di dimessi     Numero di rientrati              Tasso di recidiva

18-20
20-24

710
2.968

182
723

25,63%
24,36%

25-29

5.929

1.606

27,09%

30-34

7.084

1.960

27,67%

35-39

6.561

1.795

27,36%

40-44

4.630

1.188

25,66%

45-49

3.031

668

22,04%

50-59

3.156

588

18,63%

60-69

1.000

131

13,1%

70-Oltre

185

16

8,65%

Non rilevata

4

2

Totale

35.222

8.859

25,15%

Altre variabili potenzialmente assai preziose nell’analisi dei comportamenti recidivanti sono quelle relative ai livelli di istruzione ed alla condizione lavorativa dei beneficiari del provvedimento. Allo stato attuale, tuttavia, l’utilizzo di tali variabili risulta scarsamente praticabile. I dati raccolti dall’Amministrazione Penitenziaria, presentati nelle tabelle 11 e 12, appaiono infatti di assai problematica lettura. Entrambe le tabelle presentano infatti un’elevata percentuale di dati non rilevati che rende pressoché impossibile un efficace utilizzo delle variabili nell’ottica dell’interpretazione del fenomeno della recidiva. Accade così che i tassi di recidiva in relazione al livello di istruzione appaiano più elevati fra i possessori del titolo di maturità (36,78%) o del diploma universitario (31,67%) rispetto a coloro che si dichiarano analfabeti (18,15%) o privi di titoli di studio (18,25%). Il dato in realtà è fortemente condizionato dal fatto che su ben 10.680 dei 35.222 soggetti dimessi (il 30,32% ) non è stato rilevato il dato sul titolo di studio in possesso; fra i rientrati in carcere, la percentuale di non rilevati sale ulteriormente giungendo addirittura a 3.441 su 8.859 rientrati (pari al 38,84%). Appare evidente come, in presenza di una così alta percentuale di soggetti cui non è stato rilevato il dato relativo al livello di istruzione, non sia possibile presentare alcuna credibile lettura del fenomeno. Inoltre, è possibile supporre che con maggiore frequenza le rilevazioni non siano avvenute fra quei soggetti per i quali si sia rivelato impossibile ricostruire il percorso scolastico o per i quali le informazioni disponibili non hanno permesso di collocare la persona all’interno di una delle categorie statistiche di riferimento. Tali soggetti, con ogni probabilità, appartengono con maggiore frequenza alle categorie in possesso dei titoli di studio di livello più basso ed avrebbero contribuito ad incrementare il tasso di recidiva dei soggetti privi di titoli di studio di livello superiore, probabilmente ribaltando l’immagine che una lettura frettolosa del dato disponibile avrebbe potuto suggerire. Al riguardo, appare significativo che le categorie “Altro” e “Non rilevato” mostrino rispettivamente tassi di recidiva del 35,19% e del 32,22%, più alti rispetto a quelle rilevate fra i possessori di titoli di studio correttamente rilevati.
Le medesime considerazioni possono essere mosse nell’analisi della variabile relativa alla condizione lavorativa. Tali dati mostrano una netta maggiore tendenza alla recidiva da parte di coloro che si dichiarano in cerca di prima occupazione (44%) – probabilmente tale categoria corrispondente in larga parte con i soggetti più giovani – seguiti da coloro che si dichiarano occupati saltuariamente (37,20%), pensionati (35,75%) e disoccupati (25,33%). Presentano invece tassi di recidiva inferiori alla media coloro che si dichiarano studenti (1,36%) ed occupati stabilmente (10,87%). I dati sembrerebbero quindi suggerire una stretta correlazione fra la condizione lavorativa precaria e la maggiore tendenza alla recidiva. Tuttavia, anche in questo caso, l’incertezza sulla rilevazione dei dati impedisce di proporre delle considerazioni attendibili. In questo caso il campione di soggetti per i quali è risultato impossibile rilevare il dato è ancora maggiore rispetto a quello registrato in relazione al livello di istruzione. Ben 17.715 su 35.222 soggetti dimessi (il 50,30%) non hanno fornito dati attendibili sulla situazione lavorativa pregressa alla carcerazione e tale percentuale sale in misura sproporzionata fra i soggetti rientrati in carcere, essendo ben 5.752, su 8.859 rientrati (64,93%!). Anche in questo caso si rileva come i soggetti fra i quali non sono state rilevate informazioni relative allo stato lavorativo presentano un tasso di recidiva fra i più elevati (32,47%), di  circa sette punti percentuali superiore alla media. Occorre inoltre considerare come, oltre all’assenza del dato, emerga il problema della veridicità dello stesso essendo, da un lato, notoria la tendenza dei detenuti a dichiarare capacità lavorative non corrispondenti alla realtà in vista di un più facile accesso alle misure alternative o alle possibilità lavorative offerte dal carcere e, dall’altro lato, non essendo attuata dagli istituti penitenziari alcuna forma di indagine sulle reali posizioni lavorative dei soggetti carcerati.
Tali condizioni strutturali impongono quindi di abbandonare, allo stato attuale, ulteriori descrizioni sulla tendenza recidivante dei soggetti in relazione al proprio status culturale o lavorativo a favore di indagini aventi come oggetto le modalità organizzative nella raccolta di tali dati da parte degli uffici statistici del DAP ed all’interno dei singoli istituti penitenziari, volte a spiegare le ragioni organizzative che impediscono una corretta produzione di tali statistiche.

Tabella n. 11. Tasso di recidiva dei soggetti scarcerati in relazione al livello di istruzione

Livello di istruzione                                                                                                Numero di scarcerati                                   Numero di rientrati                           Tasso di recidiva

Analfabeta                                                                                                                           606                                                                         110                                                 18,15%
Privo di titolo di studio, sa leggere e scrivere                          1.260 230 18,25%
Licenza di scuola elementare              7.164 1.400 19,54%
Licenza di scuola media inferiore 12.840 3.202 24,94%
Diploma di scuola professionale 605 22 3,64%
Diploma di scuola media superiore 1.131   175 15,47%
Maturità 348  128 36,78%
Diploma universitario  60 19 31,67%
Laurea breve  43  13  30,23%
Laurea e post lauream 197   18 9,14%
Altro  287 101  35,19%
Non rilevato 10.680 3.441  32,22%
Totale          35.222  8.859   25,15%

Tabella 12. Tasso di recidiva degli scarcerati in relazione alla condizione lavorativa dichiarata

Situazione lavorativa                       Numero di scarcerati                   Numero di rientrati                     Tasso di recidiva

Disoccupato                                                6.793                                                 1.721                                            25,33%
Occupato stabilmente     5.502     598  10,87%
Occupato saltuariamente      1.164    433      37,20%
In cerca di occupazioe          659         94      14,26%
Casalinga         327         42       12,84%
Pensionato    179   64 35,75%
Studente               147      2 1,36%
In cerca di prima occupazione     50  22  44%
Ritirato dal lavoro     60      –          –
Inabile al lavoro    32         8    25%
Altra condizione  488          122   25%
Non rilevato     17.715          5.752           32,47%
Totale  35.222       8.859            25,15%

5 Luoghi di arresto e nazionalità dei recidivi
Se i dati relativi alle caratteristiche personali dei beneficiari dell’indulto non paiono soddisfare una maggiore conoscenza del fenomeno, interessanti spunti di osservazione possono essere tratti dai dati relativi alle regioni di liberazione ed arresto dei beneficiari e da quelli che si riferiscono alla nazionalità degli indultati.
Partendo dal dato relativo alla distribuzione territoriale delle dimissioni e degli arresti è possibile osservare come il dato regionale offra un quadro assai variegato (tabella 13). Alcune differenze  sono naturalmente riconducibili alla dimensione delle regioni ed alla collocazione dei grandi centri urbani che hanno attirato i movimenti migratori delle persone scarcerate. Appare quindi comprensibile il fatto che regioni più piccole, prive di grandi centri urbani, presentino percentuali di reingressi assai più basse rispetto alla media nazionale e che fra molte delle regioni più grandi vi siano percentuali di rientri superiori alla media nazionale. Tuttavia, all’interno di tale quadro generale, vi sono notevoli differenze, fra regioni anche molto vicine fra di loro, che non possono essere attribuite esclusivamente alla presenza o meno di grandi centri urbani o spiegate sulla base delle migrazioni dei soggetti scarcerati verso le grandi città. Se in alcuni casi, come ad esempio la Campania, l’elevato tasso di recidiva era, per diverse ragioni, prevedibile[19], non è possibile affermare la stessa cosa per regioni, quali la Toscana, la Puglia e la Liguria che presentano anch’esse una percentuale di recidivi superiore rispetto alla media nazionale. Parallelamente, alcune regioni territorialmente vicine a quelle con i più elevati tassi di recidiva, e con grandi centri urbani al loro interno, come la Lombardia, il Lazio, il Piemonte e la Sicilia mostrano tassi di reingressi inferiori alla media nazionale. Appare quindi evidente come tali sensibili differenze nelle percentuali di reingressi in carcere nascondano specificità proprie delle singole regioni che necessitano di essere indagate attraverso specifici studi di caso. In particolare, attualmente non si dispone di dati certi relativi all’accoglienza delle persone ex detenute. Come si è detto, la mancanza di un reale coordinamento centrale al momento dell’emanazione del provvedimento ha determinato una situazione a macchia di leopardo nella quale, probabilmente, le regioni con maggiori risorse, in termini di enti locali impegnati nell’accoglienza dei soggetti in difficoltà, oltre che di organizzazione del volontariato, hanno potuto offrire maggiori risorse nell’accoglienza degli indultati. Allo stesso tempo, i dati relativi all’accoglienza dei liberati non sono da soli sufficienti a spiegare le differenze fra una regione ed un’altra, altrimenti non si spiegherebbe perché una regione tradizionalmente impegnata nell’accoglienza dei soggetti in difficoltà come la Toscana presenti tassi di recidiva nettamente più elevati rispetto ad altre regioni meno attive in tal senso. Si ritiene quindi che una prospettiva di indagine completa sulle procedure che hanno determinato tali differenze nei dati debba necessariamente andare ad indagare anche le prassi operative delle agenzie del controllo sociale all’interno delle singole regioni e le scelte organizzative adottate da tali agenzie nel controllo dei soggetti liberati.

Tabella n. 13 Tassi di recidiva suddivisi per regione di scarcerazione e di rientro

Regione                           Numero di scarcerati                         Numero di rientrati                          Tasso di recidiva

Abruzzo 961                                                          217                                                       22,58%
Basilicata 339                                                           77                                                        22,71%
Calabria 1.123                                                         232                                                       20,66%
Campania 4.262                                                     1.402                                                        32,90%
Emilia Romagna 2.408                                                        563                                                        23,38%
Friuli Venezia Giulia 574                                                        124                                                        21,60%
Lazio 3.668                                                         903                                                       24,62%
Liguria 1.141                                                          311                                                        27,26%
Lombardia 5.170                                                     1.224                                                       23,68%
Marche 469                                                         119                                                        25,37%
Molise 240                                                          33                                                        13,75%
Piemonte 2.857                                                        631                                                         22,09%
Puglia 2.360                                                         657                                                        27,84%
Sardegna 1.250                                                         338                                                        27,04%
Sicilia 3.763                                                          881                                                       23,41%
Toscana 1.831                                                         551                                                       30,09%
Trentino Alto Adige 364                                                           95                                                       26,10%
Umbria 553                                                           96                                                      17,36%
Valle d’Aosta 190                                                           35                                                      18,42%
Veneto 1.697                                                         370                                                      21,80%
Non rilevato 2                                                             –                                                                –
Totale 35.222                                                      8.859                                                        25,15%

Per molti versi ancor più interessante appare il dato relativo alla nazionalità dei beneficiari del provvedimento e di coloro che in questi mesi hanno nuovamente fatto ingresso in carcere. È noto infatti come le carceri italiane abbiano visto negli ultimi anni progressivamente aumentare il numero di soggetti stranieri reclusi. Tale incremento percentuale della popolazione detenuta straniera è generalmente interpretato come una maggiore tendenza a delinquere degli immigrati rispetto agli italiani[20]. È altresì noto come alcuni studi abbiano proposto un’interpretazione alternativa fondata sul fatto che i soggetti stranieri sono generalmente sottoposti ad un più incisivo controllo sociale, godono di minori garanzie nel momento in cui si confrontano con il sistema della giustizia penale ed accedono con maggiore difficoltà, a causa del proprio status sociale, alle forme alternative di esecuzione della pena previste dall’Ordinamento Penitenziario[21]. I dati disponibili sulla recidiva degli stranieri beneficiari del provvedimento di indulto sono in grado di offrire un contributo al dibatti sul tema che in parte smentisce la tesi dominante secondo la quale gli stranieri sarebbero maggiormente inclini alla reiterazione del reato. I dati presentati nella tabella 14 confermano innanzitutto le difficoltà con cui gli stranieri accedono alla misura alternativa. Se, infatti, il rapporto fra scarcerati italiani e stranieri (61,63% italiani; 38,37% stranieri) riflette sostanzialmente il rapporto fra la popolazione detenuta italiana e straniera nel nostro paese nei mesi precedenti all’approvazione dell’indulto[22], il rapporto fra il numero di liberati dalla misura alternativa vede una netta prevalenza di soggetti italiani (85,17%) rispetto agli stranieri (14,83%). Tale dato conferma quindi la maggiore facilità con cui i cittadini italiani accedono alle misure alternative al carcere, in ragione di criteri che ne garantirebbero una maggiore affidabilità in termini di mancata reiterazione del reato. Tale affidabilità, tuttavia, appare smentita dai dati sulla recidiva dei due gruppi (tabella 15) i quali mostrano una netta maggiore tendenza al rientro in carcere fra gli italiani: la percentuale di reingressi fra gli stranieri è del 19,80%, mentre fra gli italiani risulta essere il 27,81%. Ora, a mitigare la sorpresa per tale dato possono influire diversi fattori. In primo luogo, non occorre trascurare il fatto che alle scarcerazioni di soggetti stranieri sono con frequenza seguiti provvedimenti di espulsione che potrebbero aver diminuito la capacità recidivante dei soggetti stranieri scarcerati. Tuttavia, in assenza di dati certi sul numero di espulsioni di soggetti beneficiari del provvedimento di clemenza realmente eseguite, non è possibile quantificare con esattezza il fenomeno; inoltre, l’esperienza insegna che, a fronte di un elevato numero di provvedimenti di espulsione nei confronti di cittadini stranieri privi di regolare permesso di soggiorno, e di conseguenti ingressi nei Centri di Permanenza Temporanea, i rimpatri materialmente eseguiti sono in realtà un numero assai ridotto. In secondo luogo, non occorre trascurare il fatto che lo stato di clandestinità permette, per alcuni soggetti, di vivere in una condizione di “ombra”, fatta fra l’altro di dati anagrafici inesatti o difficilmente riconducibili alla reale identità dell’individuo. Tale condizione permette ad alcuni, una volta fermati, di sfuggire all’identificazione e quindi di non risalire ai reali precedenti penali. In questo senso, i dati statistici sui reingressi dei soggetti stranieri debbono necessariamente essere valutati con una certa prudenza.

Tabella 14. Composizione del campione in relazione alla nazionalità

Numero di dimessi dal carcere                            Numero di dimessi dalla misura alternativa                                Totale

Italiani                                                          17.015 (61,63%)                                                                       6.486 (85,17%)                                                 23.501 (66,72%)

Stranieri                                                       10.592 (38,37%)                                                                       1.129 (14,83%)                                                   11.721 (33,28%)

Totale                                                            27.607                                                                                         7.615                                                                    35.222

Tabella 15. Tassi di recidiva in rapporto alla nazionalità

Numero di scarcerati                                    Numero di rientrati                                    Tasso di recidiva

Italiani                                                23.501                                                                 6.536                                                          27,81%

Stranieri                                              11.721                                                                   2.321                                                          19,80%

Totale                                                 35.222                                                                  8.859                                                           25,15%

In questa sede è stato possibile approfondire l’analisi indagando la composizione del campione degli stranieri in relazione alla provenienza comunitaria o non comunitaria. I dati sugli stranieri liberati dal carcere (tabella 16) mostrano una netta prevalenza fra la popolazione straniera in carcere di persone non cittadine dell’Unione Europea. Tale differenza appare ancora più netta se si osserva il dato relativo alla composizione della popolazione straniera dimessa dalla misura alternativa che vede una percentuale del 92,21% di soggetti extracomunitari[23]. Occorre quindi domandarsi quali differenze vi siano fra i due gruppi in relazione ai tassi di rientri in carcere. I dati evidenziati dalla tabella 17 mostrano come la differenza sia sensibile in quanto gli stranieri comunitari hanno un tasso di recidiva di oltre 6 punti inferiore rispetto agli stranieri non comunitari e di ben 11 punti inferiore agli italiani. Allo stesso tempo, il dato mostra come il numero di stranieri comunitari presente nel campione non influisca in maniera sensibile nel raffronto con il dato relativo alla recidiva degli italiani in quanto gli stranieri extracomunitari presentano comunque una percentuale di rientri in carcere di quasi cinque punti inferiore agli italiani.

Tabella 16. Composizione del campione degli stranieri relativamente alla cittadinanza comunitaria

Numero di dimessi dal carcere                            Numero di dimessi dalla misura alternativa                                     Totale

Stranieri comunitari                                              1.312 (12,39%)                                                                        88 (7,79%)                                                                1.400 (11,94%)

Stranieri non comunitari                                     9.280 (87,61%)                                                                  1.041 (92,21%)                                                              10.321 (88,06%)

Totale                                                                       10.592                                                                                    1.129                                                                              11.721

Tabella 17. Tasso di recidiva degli stranieri in relazione alla cittadinanza comunitaria o non comunitaria

Numero di dimessi                                        Numero di rientrati                                                       Tasso di recidiva

Stranieri comunitari                           1.400                                                                      200                                                                                14,29%

Stranieri non comunitari                  10.321                                                                     2.121                                                                               20,55%

Totale                                                      11.721                                                                    2.321                                                                                19,80%

Un ultimo dato relativo ai tassi di recidiva degli stranieri su cui occorre riflettere riguarda i reingressi su base regionale. Come mostrato nella tabella n. 18, relativa ai tassi di recidiva dei soggetti stranieri scarcerati suddivisi su base regionale, i reingressi in carcere di soggetti stranieri beneficiari del provvedimento di indulto presentano macroscopiche differenze fra una regione ed un’altra. Così come per il dato generale sui reingressi su base regionale, anche in questo caso il dato può essere in parte spiegato con i movimenti migratori che hanno mosso le persone straniere verso le regioni con i grandi centri urbani. Appare quindi comprensibile il fatto che le regioni con il più alto numero di abitanti stranieri, e di soggetti stranieri scarcerati, contribuiscano in maniera numericamente più rilevante al raggiungimento del totale di stranieri recidivi. Si può infatti notare come, sommando il numero di stranieri rientrati in carcere in Lombardia, Toscana, Lazio,Emilia Romagna e Piemonte, si ottenga il totale di 1.457 rientri, pari a circa i due terzi del totale degli stranieri scarcerati recidivi. Al tempo stesso, i tassi di recidiva su base regionale suggeriscono un’interpretazione del fenomeno più complessa. All’interno delle regioni di dimensioni medio-grandi, emergono sensibili differenze nei tassi di recidiva rispetto al numero di scarcerati le cui cause non possono trovare un’immediata comprensione. Emerge come regioni quali la Toscana (31,23%), il Trentino Alto Adige (31,98%) e la Liguria (25,47%) presentino tassi di recidiva degli stranieri sensibilmente superiori rispetto alla media nazionale; altre regioni con grandi centri urbani, aventi un elevato numero di stranieri recidivanti, come il Piemonte (19,08%), il Veneto (21,36%) ed il Lazio (20,30%), presentano invece percentuali di reingressi in carcere in linea o di poco superiori alla media nazionale. Tali differenze a livello regionale, a nostro parere, non possono essere interpretate esclusivamente come il frutto dei movimenti migratori dei cittadini stranieri beneficiari dell’indulto, ma richiedono necessariamente ulteriori analisi che indaghino sulle politiche di controllo sociale dell’immigrazione adottate a livello regionale. In particolare, occorre rilevare come le tre regioni con il più elevato tasso di rientro in carcere degli stranieri corrispondano a quelle regioni con i più elevati tassi di reingressi in generale, Campania esclusa. Appare quindi come, in queste regioni, all’innalzamento dei tassi di recidiva abbiano contribuito in maniera sensibile i rientri degli stranieri. Al riguardo, basti rilevare che la Toscana, a livello generale, presenta un tasso di recidiva di circa 5 punti superiore alla media nazionale mentre, per quanto riguarda gli stranieri, ha un tasso di rientro di ben 12 punti superiore alla media nazionale; il Trentino Alto Adige ha una media generale di rientri in carcere di solo un punto superiore alla media nazionale, mentre ha un tasso di recidiva degli stranieri di più di 12 punti superiore alla media nazionale. Appare quindi con evidenza la necessità di indagini specifiche che vadano ad indagare le politiche di controllo degli immigrati beneficiari dell’indulto adottate in queste regioni. L’ipotesi che in questa sede è possibile muovere, e che necessita di conferma attraverso opportuni studi di caso, è che in tali regioni si è proceduto con un controllo dell’immigrazione di stampo prevalentemente repressivo e che tali forme di controllo abbiano in questi mesi determinato il reingresso in carcere di percentuali così elevate di persone immigrate.

Tabella n. 18 Tasso di recidiva degli stranieri su base regionale

Regione               Numero di stranieri scarcerati            Numero di stranieri rientrati               Tasso di recidiva

Abruzzo 299                                                                                  26                                                                 8,70%

Basilicata 124                                                                                   18                                                                 14,52%

Calabria 250                                                                                  28                                                                11,20%

Campania 459                                                                                   76                                                                 16,56%

Emilia Romagna 1.210                                                                                233                                                               19,26%

Friuli Venezia Giulia
288                                                                                   53                                                                 18,40%

Lazio 1.197                                                                                243                                                                 20,30%

Liguria 534                                                                                 136                                                                 25,47%

Lombardia 2.055                                                                                 470                                                                 22,87%

Marche 179                                                                                   36                                                                  20,11%

Molise 59                                                                                       1                                                                     1,69%

Piemonte 1.326                                                                                   253                                                                   19,08%

Puglia 251                                                                                     33                                                                    13,15%

Sardegna 429                                                                                     66                                                                     15,38%

Sicilia 864                                                                                     106                                                                   12,27%

Toscana 826                                                                                     258                                                                   31,23%

Trentino Alto Adige 172                                                                                       55                                                                    31,98%

Umbria 257                                                                                       39                                                                    15,18%

Valle d’Aosta 103                                                                                       12                                                                     11,65%

Veneto 838                                                                                     179                                                                    21,36%

Totale 11.721                                                                                2.321                                                                     19,80%

Più in generale, ciò che, a nostro parere, pare emergere dai dati a nostra disposizione è l’affermarsi di un progressivo differente utilizzo del carcere rispettivamente nei confronti dei cittadini italiani e di quelli stranieri. Se, da un lato, il carcere per gli italiani pare avere col tempo, soprattutto a seguito dell’introduzione delle normative che offrono la possibilità di accedere a misure alternative di esecuzione della pena, assunto una “quasi reale” dimensione di extrema ratio riservata a soggetti con percorsi esistenziali problematici; dall’altro lato, la progressiva carcerizzazione delle persone straniere pare col tempo assunto dimensioni strutturali. In altre parole, l’impatto con il sistema della giustizia penale, e con il carcere, pare assumere le vesti di un tappa obbligata dei percorsi di immigrazione che non trova giustificazione in una presunta maggiore tendenza delinquenziale del soggetto straniero quanto piuttosto in cause strutturali sulla base delle quali l’immigrazione è posta in condizioni di marginalità sociale che hanno come diretta conseguenza una maggiore tendenza all’utilizzo di strumenti repressivi nei confronti della popolazione immigrata[24]. Come mostrano i tassi di recidiva a livello regionale, le modalità nell’utilizzo di tali strumenti assumono forme diverse in luoghi differenti e necessitano di essere adeguatamente analizzate. Allo stesso tempo, i recenti dati sulla composizione della popolazione penitenziaria dopo l’indulto, che ha visto progressivamente aumentare la percentuale di soggetti stranieri reclusi rispetto agli italiani[25] pur in presenza di tassi di recidiva inferiori, pare avvalorare la tesi di un progressivo incremento del controllo sociale di stampo repressivo nei confronti delle popolazioni migranti che non trova giustificazione in una reale maggiore pericolosità di tali persone.

Conclusioni
“Indulto, uno su due è tornato in carcere”[26]; “Indulto, il 36 per cento è tornato in Galera”[27]; “Effetto indulto, un detenuto su 4 è rientrato in cella. Incremento del sette per cento nell’ultimo mese”[28]; “Alfano condanna l’indulto: fallito, carceri piene di recidivi”[29]. Questi sono solo alcuni dei titoli dei principali quotidiani nazionali che in questi mesi hanno sancito il fallimento dell’indulto sotto l’aspetto della recidiva. Il processo sociale attraverso il quale l’indulto è divenuto nel sentire comune un fallimento, la causa principale del (presunto) aumento della criminalità, meriterebbe uno studio specifico. In questa sede, nell’ottica dell’economia di questo saggio, è opportuno tuttavia chiedersi quale sia la fonte delle cifre attraverso le quali i mass media ed il campo politico hanno ribadito il fallimento del provvedimento. Da un primo punto di vista, possono essere interpretate come il risultato di una strategia che ha teso, sin dall’approvazione della legge, alla delegittimazione della stessa attraverso il risalto offerto ai risultati negativi che essa avrebbe prodotto. Pur convinti della validità di tale tesi, confermata tra l’altro dall’esistenza di un vero e proprio senso comune che associa l’indulto ad un aumento della criminalità, si intende tuttavia in questa sede soffermare l’attenzione su un secondo punto di vista. A nostro parere, è infatti possibile avanzare la tesi secondo la quale tale profusione di cifre radicalmente lontane dalla realtà dei fatti non sarebbe stata possibile all’interno di un sistema dotato di una cultura attenta alla verifica delle procedure adottate. In altre parole, si ritiene che in presenza di un approccio culturale propenso al monitoraggio del reale impatto dei provvedimenti di legge, l’utilizzo parziale ed inesatto dei dati numerici sarebbe più facilmente contrastabile attraverso rilevazioni maggiormente puntuali. In assenza di tale cultura, tutto diventa possibile. Accade quindi che il dato numerico venga utilizzato come strumento di rappresentazione della realtà senza che vi sia la reale possibilità di contestare il dato in quanto non si dispone degli strumenti necessari. È possibile inoltre che vengano fornite cifre totalmente inesatte che sono facilmente manipolabili in relazione agli obiettivi che si pone colui che le utilizza. All’interno di tale sistema si possono altresì verificare errori interpretativi che non sono adeguatamente sottolineati. È il caso, ad esempio, del dato fornito dal ministro Alfano alla fine dell’agosto  2008 nel quale afferma che il 36% dei beneficiari dell’indulto è tornato in carcere. La fonte del dato è la medesima utilizzata in questo studio, occorre quindi domandarsi come sia possibile che il dato non coincida con quello a nostra disposizione. La risposta, a nostro parere, è rinvenibile nelle modalità attraverso le quali il DAP ha effettuato il monitoraggio sui reingressi in carcere degli indultati che, come detto, non si riferisce al numero reale di recidivi, ma agli eventi di reingresso. In quel caso, evidentemente, il dato citato dal ministro non riguardava la recidiva “reale”, ma un dato sugli “eventi di reingresso” che tende a sovradimensionare il fenomeno. Quello citato è solo un esempio del prodotto di un sistema organizzativo non finalizzato alla produzione di dati utilizzabili come strumento di analisi delle politiche criminali. Appare quindi evidente come occorra un processo di revisione culturale, che coinvolga sia il sistema organizzativo del Ministero della Giustizia, sia più in generale la cultura giuridica interna del nostro paese, volto ad un maggiore e più consapevole utilizzo dello strumento del dato numerico al fine della valutazione dell’impatto delle procedure adottate.
Il ruolo di questa ricerca, in questo senso, è stato quello di cercare di fornire un contributo di razionalità all’interno di un dibattito dominato dagli istinti emozionali e dagli interessi di parte. Attraverso i dati sulla recidiva delle persone beneficiarie della legge si è potuto, da un lato, contribuire a sfatare alcuni “miti” che da tempo accompagnano il dibattito in tema di politiche criminali; dall’altro lato, si è cercato di offrire indicazioni utili ai fini della programmazione delle politiche di sostegno ai cittadini provenienti da un periodo di limitazione della libertà personale. Sotto il primo aspetto, occorre rilevare come il caso dell’indulto fornisca argomentazioni di carattere opposto rispetto a quelle avanzate da coloro che auspicano una maggiore coincidenza fra pena comminata e pena realmente scontata nel momento in cui l’esperienza del provvedimento clemenziale mostra tassi di reiterazione del reato fra i beneficiari della legge inferiori a quelli ordinari. In questo senso, è possibile ipotizzare che l’adozione di provvedimenti di clemenza, accompagnati dai relativi benefici e dalla minaccia di scontare una pena maggiorata in caso di reiterazione del reato, possa costituire uno strumento efficace nella limitazione del recidivismo. Ovviamente il discorso non può essere semplificato e l’efficacia di tali provvedimenti deve necessariamente essere verificata nel tempo ed all’interno di diversi periodi storici[30]; tuttavia, il presente studio di caso offre una prospettiva di analisi sull’impatto dei provvedimenti clemenziali totalmente trascurata all’interno del dibattito politico, ma anche giuridico, impegnato a reclamare il ruolo della certezza della pena come strumento deterrente  per la reiterazione del crimine. Inoltre, ancor più seccamente è smentito il ruolo della pena carceraria, certa e definita, come efficace strumento di limitazione della recidiva. Come noto, purtroppo, le attuali tendenze di politica penale paiono rivolgersi verso una limitazione dei benefici previsti dalla legge n. 663/86 a favore di un maggiore impiego del carcere come luogo di esecuzione della sentenza di condanna[31]. L’inefficacia di tali politiche nella repressione dei fenomeni criminali pare emergere in maniera evidente dalla lettura dei tassi di recidiva “ordinari” dei soggetti provenienti dal carcere, specialmente se confrontati con quelli di coloro che hanno scontato la pena in misura alternativa alla detenzione. In questa sede occorre sottolineare come un ulteriore irrigidimento del sistema attraverso il quale è possibile usufruire delle misure alternative al carcere ricondurrebbe all’interno del circuito penitenziario soggetti che fino ad ora hanno potuto accedere a sistemi di esecuzione della pena di carattere extra-carcerario, con ottimi risultati in termini di limitazione della recidiva. Inoltre, l’efficacia dimostrata dalla misura alternativa nella limitazione degli episodi criminali anche da parte di coloro che provenivano da numerose esperienze carcerarie dovrebbe stimolare un utilizzo maggiore di tali misure, anche nei confronti di soggetti cui fino ad ora sono state negate, piuttosto che una loro riduzione. Il tutto senza considerare che una chiusura nella concessione delle misure alternative, magari accompagnata dall’entrata in vigore di provvedimenti che puniscono ulteriormente l’immigrazione clandestina, provocherebbe il definitivo collasso del sistema carcerario che per alcuni mesi è rientrato all’interno dei margini della legalità grazie all’indulto. Fra i miti che sono in parte sfatati da questo lavoro, vi è quello dello straniero recidivo. In questi mesi si sono ripetuti sui giornali titoli come “Indulto, ora l’allarme viene dai clandestini. Dei detenuti in libertà la metà sono extracomunitari”[32], volti ad individuare nello straniero extracomunitario il pericolo “numero uno” fra le diverse figure di liberati grazie alla legge. Come detto, il dato sulla recidiva in base alla nazionalità deve essere interpretato con prudenza, tuttavia, esso mostra come la focalizzazione sulla figura dello straniero come il probabile autore di nuovi reati non sia giustificata.
Sotto l’aspetto delle politiche a sostegno dei cittadini dimittendi, occorre ribadire come i dati della ricerca confermino quanto dimostrato dai precedenti studi condotti in ambito italiano ed internazionale nel momento in cui individuano nella giovane età e nei numerosi precedenti penali due fra i principali fattori di rischio in termini di probabilità di reiterazione dei reati. Rifiutando in questa sede di aderire a quelle correnti di pensiero che associano all’individuazione di tali criteri di predittività un maggiore controllo di stampo repressivo nei confronti di coloro che possiedono tali caratteristiche, si ritiene piuttosto che l’individuazione di categorie particolarmente a rischio possa essere di aiuto nell’ottica dell’organizzazione di forme di accoglienza post-detentiva di carattere non repressivo. Il caso dell’indulto, a nostro parere, mostra come vi siano spazi per un utilizzo più limitato dello strumento carcerario. Tali spazi possono essere coperti da forme di supporto che purtroppo nel caso dell’indulto non sono state attivate in maniera puntuale. È in quella direzione, si ritiene, che debbano orientarsi le politiche penali in materia di esecuzione della pena all’interno di un sistema, come quello del nostro paese, che con grande velocità pare avvicinarsi ad una nuova fase di profonda crisi.

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Note
[1] L’autore intende ringraziare tutti i dipendenti del Ministero della Giustizia che in questi mesi ci hanno pazientemente assistito nel percorso di ricerca. Si intende in particolare ringraziare il dott. Fabrizio Leonardi, Direttore dell’Osservatorio delle misure alternative presso la Direzione Generale dell’Esecuzione Penale Esterna, il dott. Ferdinando Mulas, direttore dell’Ufficio per lo Sviluppo e la Gestione del Sistema Informativo Automatizzato, e la dott.ssa Anna Fino  per il suo prezioso contributo nella raccolta di  larga parte dei dati presentati in questo lavoro. Un sentito grazie va al Prof. Luigi Manconi dal quale, nelle vesti di sottosegretario al Ministero della Giustizia del governo Prodi è nato l’impulso e lo stimolo allo svolgimento di un monitoraggio sulla recidiva dei beneficiari della legge di indulto.
[2] Al riguardo, è significativo ricordare come la popolazione detenuta nelle carceri italiane sia passata, in 15 anni, dalle 31053 unità del giugno 1991 alle 61264 unità del giugno 2006 a fronte di una capienza regolamentare di 42952 persone.
[3] Ci si riferisce, in particolare, agli ultimi osservatori dell’associazione Antigone (2004, 2006, 2008) ed al rapporto redatto dal Comitato Europeo per la Prevenzione della Tortura (2006) dopo l’ultima visita in Italia avvenuta nel periodo fra il 21 novembre ed il 3 dicembre 2004.
[4] Per una prima analisi sulla rappresentazione mediatica dell’indulto mi permetto di rimandare a Blengino, Torrente (2006).
[5] Un estratto della ricerca è presentato in Antigone (2007). L’intero rapporto di ricerca è invece consultabile sul sito dell’associazione Antigone http://www.associazioneantigone.it
[6] I risultati della ricerca sono in questo caso presentati nell’ultimo rapporto sulle condizioni detentive dell’associazione Antigone (2008).
[7] Si tratta prevalentemente di soggetti caratterizzati da problemi di tossicodipendenza e/o alcolismo i quali hanno usufruito delle possibilità di accesso alla misura alternativa alla detenzione prevista dalla normativa in materia.
[8] Il campione rappresenta quindi meno della metà del totale dei beneficiari dell’indulto provenienti dalla misura alternativa e mostra come attualmente la percentuale di soggetti che accedono a tali misure senza passare dal carcere sia divenuta maggioritaria.
[9] Occorre tuttavia ricordare come i dati ministeriali relativi al campione all’interno del quale è stata effettuata la rilevazione non considerano il tipo di misura alternativa applicata al soggetto. In questo senso, il dato relativo all’universo dei beneficiari è puramente indicativo in quanto nulla prova che rispecchi la composizione del campione oggetto di rilevazione.
[10] Santoro e Tucci (2006), invece, rilevano un tasso di recidiva superiore fra il campione di soggetti affidati in prova dalla libertà rispetto al campione di affidati in prova dopo un periodo di carcerazione. Tuttavia, l’esiguità del campione ed il materiale empirico raccolto attraverso le interviste fanno propendere gli stessi ricercatori per una problematizzazione del dato, piuttosto che per un’interpretazione che voglia attribuire un maggiore effetto deterrente alla misura alternativa applicata dopo un periodo di carcerazione.
[11] La cifra fra parentesi indica l’incremento medio mensile del periodo.
[12] Come si vedrà fra breve (4) tale dato pare essere confermato anche dal caso dell’indulto.
[13] Purtroppo tale ipotesi non è verificabile attraverso l’incrocio delle variabili in quanto le cifre fornite dal ministero in questa occasione non prevedono la possibilità di disaggregare il dato.
[14] Dati aggiornati al 31 dicembre 2007.
[15] Basti pensare al fatto che il procedimento che porta all’applicazione di una misura alternativa ad una persona in stato di detenzione passa attraverso procedure che prevedono, fra l’altro, l’esame della personalità dell’individuo e l’emissione di una prognosi sul futuro comportamento del soggetto la cui natura ed esiti non sono valutabili attraverso i dati statistici.
[16] Dati aggiornati al 31 dicembre 2007.
[17] Dati aggiornati al 31 dicembre 2007.
[18] Occorre ricordare come in questo caso i dati forniti dal DAP non distinguano la provenienza dal carcere dalla provenienza dalla misura alternativa.
[19] Occorre ricordare come proprio nei mesi successivi all’entrata in vigore della legge scoppiò all’interno del territorio di Napoli una faida fra le organizzazioni camorristiche che spopolano all’interno del territorio campano. Tra l’altro, proprio tale recrudescenza del crimine violento nella città di Napoli è stato uno dei fattori che hanno scatenato le più vivaci critiche nei confronti dell’indulto.
[20] La tesi, tra l’altro, appare riaffermata da alcune ricerche empiriche di M. Barbagli (1998, 2002).
[21] Tali tesi sono contenute nelle ricerche che affrontano il tema dell’amministrazione della giustizia penale da una prospettiva costruttivista. Si rimanda in tal senso a Mosconi, Padovan (2005, 2006), Quassoli (1999, 2002), Cottino e Sarzotti (1995) e Sarzotti (2007).
[22] La percentuale di stranieri in carcere al 31/12/2005 era del 33,32% mentre la percentuale di stranieri scarcerati è del 38,41%. Tale differenza di circa cinque punti percentuali rappresenta il minor coinvolgimento della popolazione penitenziaria straniera nei reati non rientranti nell’ambito di applicazione del provvedimento di clemenza.
[23] Tale dato potrebbe essere interpretato come una maggiore facilità da parte dello straniero extracomunitario nell’accedere alle misure alternative rispetto ad uno comunitario. A nostro parere, al contrario, tale dato rispecchia più chiaramente il fatto che i soggetti stranieri extracomunitari sono coinvolti con minore frequenza in reati per i quali è preclusa l’applicazione di una misura alternativa al carcere.
[24] Tale tendenza, purtroppo, appare confermata dalle frequenti proposte avanzate da esponenti del governo attraverso i vari “pacchetti sicurezza” dove, a turno, è prevista l’introduzione del reato di immigrazione clandestina o, in alternativa, l’aggravante della clandestinità per lo straniero che commette reati. Oltre ad un utilizzo sempre più “disinvolto” dello strumento dei Centri di Permanenza Temporanea.
[25] I dati forniti dal Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria mostrano come, dal 2005 al 2007, si sia passati da una percentuale di stranieri sulla popolazione detenuta pari al 33,32% ad una del 37,48%.
[26] La Repubblica, 8 Settembre 2008, p. 3.
[27] La Repubblica, 27 Agosto 2008, p. 14.
[28] La Stampa, 13 Settembre 2007, p. 18.
[29] Corriere della Sera, 27 Agosto 2008, pp. 12-13.
[30] Inoltre, non occorre trascurare il fatto che una costante reiterazione dei provvedimenti clemenziali, così come avvenuto nel nostro paese sino alla fine degli anni ’80, possa in qualche modo far perdere il carattere di eccezionalità al provvedimento rendendolo in qualche modo “prevedibile” fra la popolazione detenuta.
[31] Emblematico in tal senso il Disegno di Legge “Berselli”, secondo il nome del parlamentare primo firmatario, là dove propone una netta limitazione nell’accesso alla misure alternative da parte dei soggetti recidivi e la cancellazione dell’istituto della libertà anticipata.
[32] La Stampa, 3 agosto 2006, p. 12.

Anni di piombo, quei terroristi pentiti con la pappa nel cuore

Sergio Segio, dai libri ai film
In omaggio al vecchio vizio retorico italiano, chi si è macchiato di omicidio usa parole sentimentali rosa vicino al rosso del sangue versato

Claudio Magris

Corriere della sera
31 luglio 2009

Il prossimo settembre sarà presentato a Toronto il film «Prima linea» di Renato De Maria, tratto dal libro autobiografico di Sergio Segio, l’ex terrorista colpevole dell’assassinio dei magistrati Emilio Alessandrini e Guido Galli, della guardia giurata Francesco Rucci e di William Vaccher. Del film si potrà parlare solo dopo averlo visto. Con Segio sono stato brevemente in contatto perché, quando era in carcere, mi aveva scritto alcune lettere, che ho letto e cui ho risposto. Con quel rispetto che si deve ad ognuno, anche macchiato di efferati delitti—perché nessun crimine cancella la dignità umana di chi l’ha commesso— e col rispetto che, in quel caso specifico, meritavano quelle lettere per il loro tono. Non mi è mai passato per la mente di considerarmi migliore di chi ha commesso degli assassini. La vita non mi ha mai posto in una situazione in cui potessi essere spinto all’omicidio e dunque non so e non posso sapere come mi sarei comportato. So però che l’assassinio è un delitto — atroce e quasi sempre idiota— di cui il responsabile deve pagare le conseguenze, sempre tutelato nei suoi diritti umani e civili.
Di ognuno si può narrare la storia, perché ogni vita è degna di attenzione e va compresa anche nelle sue aberrazioni. Ben vengano dunque i libri e i film che ci aiutino a capire l’anima di un terrorista rosso, del killer dell’avvocato Ambrosoli assassinato per ordine di Sindona, dell’ignoto o degli ignoti che hanno provocato la strage di Bologna, di un torturatore dei Lager, dei responsabili delle migliaia di morti a Bhopal per le tonnellate di isocianato di metile nella fabbrica dell’Union Carbide in cui erano stati disattivati gli impianti di sicurezza, delittuose catastrofi che in varie forme vanno ripetendosi, e così via. Tutto aiuta a capire il passato, come è stato detto a proposito del film di De Maria, e ben venga tutto ciò che aiuta a capire. C’è tuttavia modo e modo di capire e mi auguro che il film non indulga a quella falsa e zuccherosa comprensione che implica una sostanziale, anche se compunta e melliflua, approvazione. Bisogna capire tutti; anche le Ss, comprendere come e perché— individualmente, politicamente — hanno agito e potuto agire in quel modo. Detto questo, resta ben preciso il giudizio sulle Ss.
Spesso, nei doverosi tentativi di comprendere i terroristi delle Brigate Rosse e di contigue conventicole, si insinua invece una stupida e complice fascinazione, che li vede quasi come protagonisti; quasi maestri sia pur deviati che avrebbero qualcosa da insegnare, magari più delle loro vittime, oltraggiosamente e vilmente dimenticate, con un vero insulto alla loro memoria e al dolore di chi le amava e le ama. In ogni stortura umana c’è un nocciolo di irriducibile umanità. Ma quell’umanità sussiste non grazie a quelle storture, bensì nonostante esse. Il mafioso che uccide Falcone o Borsellino e Sergio Segio che uccide Emilio Alessandrini non si riducono solo alla loro ebete mano che ha premuto il grilletto; possiamo e dobbiamo ascoltarli, ma perché sono esseri umani e dunque nonostante quella feroce violenza che, di per sè, va solo buttata nel cestino. Sembra invece che spesso gli ex terroristi vengano ascoltati con untuosa retorica come se, per il fatto di aver ammazzato qualcuno, la sapessero più lunga degli altri. Sotto il piombo delle Brigate Rosse, («Quei miserabili che disonorano un colore per noi sacro», disse Pertini) sono cadute alcune figure dell’Italia migliore, quella più libera e aperta e democratica, che avrebbe potuto e dovuto essere diversa da quella di oggi: il professor Vittorio Bachelet, l’operaio comunista Guido Rossa, i magistrati Emilio Alessandrini e Guido Galli, il giornalista Carlo Casalegno, per nominarne solo alcuni. Se chi li ha uccisi voleva un’Italia peggiore, era un delinquente intelligente; se chi li ha uccisi pensava di costruire un’Italia migliore, era un delinquente stupido.
Chi ha pagato il proprio debito con la giustizia deve essere reintegrato pienamente e a tutti gli effetti nella vita civile. Se ad esempio è un valente scienziato di finanza o di entomologia è giusto intervistarlo per conoscere la sua opinione sulla crisi delle banche o su un nuovo tipo di blatta eventualmente scoperto, anche se in passato ha ammazzato qualcuno. Ma è insensato chiedergli—come talora è accaduto —un illuminato e autorevole parere su un argomento di cui non ha particolare competenza solo perché ha ammazzato qualcuno. Anni fa, un ex terrorista che aveva assassinato il giornalista del Corriere Walter Tobagi scontata la pena si sposò e alla cerimonia ecclesiastica del suo matrimonio ebbe sei sacerdoti concelebranti. Io, quando mi sono sposato, ne ho avuto uno. Credo che anche per lui uno sarebbe stato sufficiente; il fatto di aver ucciso non doveva penalizzarlo ma neanche festeggiarlo sei volte più di me. Sarebbe giusto considerarci pari. Dostoevskij ci fa amare Raskolnikov anche se ha ucciso, ma ci fa pure capire che le due donne da lui uccise non valgono certo meno di lui e che lui è anche un povero studente che si lascia esaltare dalla lettura di libri letti male. Parecchi anni orsono un ex terrorista, uscito dal carcere e rientrato giustamente a pieno diritto nella vita civile — dove esercitava con competenza una professione intellettuale— dichiarò che, avendo nel frattempo avuto una bambina, aveva capito «che non si può uccidere un papà».
Uno zio, evidentemente, invece sì. Questo mi tranquillizza, perché, appartenendo anch’io alla categoria dei papà, mi sento più al sicuro, ma non è un indizio di grande profondità intellettuale o politica, come non lo è la solidarietà pubblicamente espressa da Toni Negri a Berlusconi il 3 maggio 2003 in quanto entrambi perseguitati dalla magistratura. La penna fulminea e inesorabile di Francesco Merlo ha fatto più volte giustizia della farsesca supponenza di tanti ex terroristi e della loro pretesa di essere considerati una controparte politica. La retorica sugli ex terroristi diventa facilmente cattiva letteratura. Nel suo splendido libro «La città degli untori», Corrado Stajano — autore fra l’altro di un memorabile libro su Ambrosoli e inflessibile difensore di quell’Italia migliore che è stata insanguinata dal terrorismo e infangata dalla solidale melma della corruzione — paragona la prosa di Sergio Segio a quella della sua vittima, il magistrato Guido Galli. Segio, rivolgendosi ai figli dei terroristi, dice che i loro genitori «sono stati persone leali. Che hanno lottato, con errori spesso gravi, ma anche con generosità e coraggio, per un mondo migliore e più giusto». Pappa del cuore, vecchio vizio retorico italiano, posta sentimentale rosa vicina al rosso del sangue versato. Dice invece l’ultimo biglietto di Guido Galli, lasciato al figlio uscendo di casa incontro alla morte: «Alex, se fai le spese comprami un po’ di caffè. Ciao, papà». Lo stile, è stato detto, è l’uomo.

Link
Clementi – per amore della storia lasciate parlare gli ex brigatisti
Miccia corta e cervello pure

Link sulle torture contro i militanti della lotta armata
1982, dopo l’arresto i militanti della lotta armata vengono torturati
Il giornalista Buffa arrestato per aver raccontato le torture affiorate
Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture

Link sul rappoto tra storia e memoria
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi
Sansonetti – No, gli anni 70 non furono follia

Carcere di santa Maria Maggiore a Venezia, dove si trova la cella “liscia” che ha ucciso Mohammed

La procura indaga su una cella di isolamento, teatro a marzo di un suicidio

Paolo Persichetti
Liberazione
30 luglio 2009

Una «cella di punizione» descritta da testimoni e da chi ha potuto verificarne l’esistenza come «stretta, buia, dall’odore nauseabondo». Qualcosa che assomiglia più a una segreta medievale che a una moderna camera di sicurezza, molto lontano dai requisiti di legge che stabiliscono dimensioni, caratteristiche architetturali, condizioni igieniche e arredo di una normale «camera di pernottamento», come l’ordinamento e il regolamento il carcere di veneziapenitenziario si ostinano a definire – non senza un tocco di perfida ipocrisia – una normale cella penitenziaria. In gergo carcerario si chiama «cella liscia», il non plus ultra della punizione. Una cella completamente vuota, senza mobilio, senza branda, senza tubi, maniglie o qualsiasi altro oggetto o manufatto che possa svolgere funzione di appiglio. Senza finestra, con piccole feritoie al suo posto, oppure – l’immaginario del supplizio è pieno di fantasia – senza infissi, nude sbarre senza vetri e ante col freddo che d’inverno aggredisce i corpi non di rado lasciati nudi (col pretesto di non offrire vantaggi a chi avrebbe intenzione di suicidarsi), magari anche bagnati. Solo le quattro mura, il pavimento e il “blindo”, cioè una massiccia porta di ferro senza cancello che chiude la stanza. Per servizi igienici una turca piazzata in un angolo senza muretto, quando si è fortunati, altrimenti nemmeno quella. Un buco a terra oppure niente. Chi c’è finito, qualsiasi fosse il carcere dove si trovava, descrive il medesimo spettacolo rivoltante. Escrementi ovunque, urina rafferma, aria infetta, insetti. Una sentina della terra piena di graffiti tracciati con le unghie da chi in quel luogo ha trascorso dure quarantene per spurgare ataviche dipendenze dalle droghe, furie isteriche, crisi psichiatriche, oppure ha scontato ruvide punizioni. Quando finisci in un posto del genere dormi per terra, cioè su un tappeto di merda. Impari a non respirare col naso e ti stringi più che puoi, cerchi di farti piccolo, piccolo. Tutte le attuali sezioni d’isolamento dispongono ancora di una cella liscia. Eredità antica, dura a morire come quella del carcere di santa Maria Maggiore a Venezia, che, dopo il suicidio – lo scorso 6 marzo – di un marocchino di ventisei anni di nome Mohammed, ha attirato l’attenzione della magistratura. Così il nome di sei poliziotti della penitenziaria è finito nel registro degli indagati per il reato di «abuso di autorità contro persone arrestate o detenute» (698 cp). La magistratura vuole accertare se la cella liscia sia stata impiegata per ospitare momentaneamente i detenuti “nuovi giunti”, in attesa di essere assegnati in sezione, oppure se sia stata utilizzata come cella d’isolamento.
Dopo la morte di Mohammed il sostituto procuratore Stefano Michelozzi ha indagato per omicidio colposo due ispettori della penitenziaria: il responsabile del reparto dove è avvenuto il suicidio, e il responsabile della sorveglianza generale. Secondo il magistrato nella condotta dei due graduati si evidenziano possibili carenze e omissioni nella gestione del detenuto, che in manifeste condizioni di sofferenza psichica aveva già tentato il suicidio poche ore prima della morte. Invece di essere affidato alle cure del caso e sottoposto a “sorveglianza speciale” a vista, Mohammed è finito nella famigerata cella liscia. Abbandonato a se stesso e alla sua sofferenza e disperazione, ha sfilettato con i denti la coperta di lana lasciatagli come giaciglio per farne una treccia che poi è riuscito a utilizzare per appendersi alla finestra. L’episodio aveva suscitato numerose proteste tra i suoi compagni (diversi vennero trasferiti).
Alcune lettere provenienti dal carcere, pubblicate anche sul sito di Ristretti orizzonti, hanno ricostruito le fasi precedenti il suicido denunciando l’incuria e i metodi brutali della custodia, in particolare contro gli stranieri. Dopo il primo tentativo di suicidio, scriveva un testimone: «è stato portato in una cella di punizione che puzza tanto da far vomitare e che è buia più di una grotta. Lo so perché ci sono stato. Gli hanno prima tolto i vestiti e poi sarebbe stato spinto dentro solo con una coperta senza neppure farlo visitare da un medico o da uno psichiatra. Perché nessuno ha controllato cosa faceva e come stava? Non era meglio lasciarlo con i compagni, che pure avevano chiesto di lasciarlo con loro?». Nei giorni scorsi il pm ha chiesto di poter raccogliere sotto forma di incidente probatorio le dichiarazioni di sette detenuti, tutti stranieri, che nel corso delle indagini preliminari hanno raccontato al magistrato numerosi particolari sull’utilizzo della cella liscia. È l’unica strada per dare immediato valore probatorio alle loro dichiarazioni, prima che possibili pressioni e ricatti dell’istituzione carceraria possano spingerli a ritrattare o, terminata la pena, diventino irrintracciàbili. Ma la domanda più importante è un’altra: questa inchiesta porterà all’abolizione delle celle lisce e dei reparti d’isolamento? Il presidente del Dap, Franco Ionta, interverrà con una circolare apposita?

Link
L’indulto da sicurezza, il carcere solo insicurezza
Carcere, il governo della sofferenza
Carcere, solo posti in piedi
Ho paura dunque esisto
Sistema carcere, troppi morti
Detenuto morto nel carcere di Mammagialla, è il sesto in un anno

Mammagialla morning
Come si vive e si muore nelle carceri italiane
Come topi
in gabbia
Abruzzo la terra trema anche per i dimenticati in carcere
Lì dove il secolo è il minuto
Prigioni i nuovi piani di privatizzazione del sistema carcerario
Carceri private il modello a stelle e strisce privatizzazioni e sfruttamento
Aboliamo le prigioni
Il lavoro in carcere
Le misure alterantive al carcere sono un diritto del detenuto
Basta ergastolo: parte lo sciopero della fame
Manuel eliantonio morto nel carcere di Marassi
Carcere di Forli: muore in cella abbandonato nessuno lo ha soccorso
Ali juburi, morto di sciopero della fame
Dopo la legge Gozzini tocca al 41 bis, giro di vite sui detenuti
Carcere, arriva la legge che cancella la Gozzini
Fine pena mai, l’ergastolo al quotidiano
Sprigionare la società
Desincarcerer la société
Sulla mobilitazione attuale nelle carceri
Carcere, gli spettri del 41 bis

Tranquilli! Vincenzo Guagliardo dopo 33 anni resta in carcere

L’ultimo ricatto congeniato dai tribunali di sorveglianza contro i progionieri politici

di Mario Dellacqua
L’Altro, 24 luglio 2009

Questa storia non mi da pace, non interessa quasi nessuno e non ci posso fare niente. Quando Vincenzo Guagliardo è sparito nella lotta armata, non me ne sono accorto. Ero distratto. Quando ne è uscito passando attraverso il carcere -ora sono una vita di 33 anni –  ero ancora più distratto e le sue foto sul giornale dietro le sbarre smuovevano al massimo la mia curiosità, ma finiva lì. Poi vennero i suoi libri. Li ho letti e ne ho parlato su queste ospitali colonne. Venne anche la dimessa lotta solitaria, sua e di sua moglie Nadia Ponti, per ottenere il diritto all’affettività in carcere, U2030250condotta con implacabile serenità, anche a costo di rinunciare ai benefici di una legislazione che premiava i detenuti a condizione che esprimessero atti di contrizione, esibizioni pubbliche di pentimento, richieste spettacolari di perdono. La giustizia italiana non concesse i benefici e neppure l´affettività, perché l´umanità del trattamento carcerario prescritta dalla Costituzione si accontenta di considerare i detenuti ancor meno di animali rinchiusi in uno zoo. Vincenzo e Nadia continuarono a rivendicare la loro dignità di persone senza pretese e rifiutarono persino di tentare la via della spettacolarizzazione massmediatica del loro caso. Scelsero la via del silenzio che reputarono la forma di mediazione più consona alla tragedia della quale erano stati corresponsabili.
Perciò i giudici del Tribunale di Sorveglianza di Roma respinsero nel settembre scorso la prima istanza di liberazione condizionale: Guagliardo era colpevole della “scelta consapevole di non prendere contatti con i familiari delle vittime”.
Ma un incontro era avvenuto nel 2005, come Sabina Rossa ha testimoniato in un libro uscito ben prima che la figlia dell’operaio comunista ucciso a Genova nel 1979 diventasse parlamentare del Pd. Semplicemente avvenne senza chiamare Bruno Vespa (senza la benedizione televisiva del quale anche i fatti accaduti sono revocati), perché Vincenzo e Nadia non volevano che un così drammatico faccia a faccia apparisse “merce strumentale a interessi individuali, simulazione e perciò ulteriore offesa.” L’onorevole Rossa, anzi, si rivolse spontaneamente al magistrato di sorveglianza, riferì dell´avvenuto colloquio, chiese la liberazione dei due detenuti e presentò addirittura una proposta di legge che non subordinava la concessione della condizionale alla imponderabile verifica pubblica della sfera interiore del detenuto come prova dell’autenticità del ravvedimento. Ma i giudici non si sono accontentati e ad aprile hanno respinto per la seconda volta la richiesta di Guagliardo. Non bastano più i contatti con le persone offese: ora si decide che essi assumono “valenza determinante” solo se “accompagnati dall´esternazione sincera e disinteressata”. Poco importa se Sabina Rossa, la figlia della vittima, ha chiesto la liberazione del condannato all’ergastolo dopo 33 anni di carcere: la sua è una “manifestazione isolata non rappresentativa delle persone offese”. guagliardo_di_sconfitta
Anche noi anarchici siamo tenuti a rispettare la giustizia e le sentenze di uno Stato che non amiamo, ma nessuno ci toglierà dalla testa che “il tema del perdono -come scrive il giornale comunista Liberazione del 15 aprile scorso – o meglio la mediazione riparatrice o riconciliatrice, attiene alla sfera privata, non a quella dello Stato. ” Lo Stato democratico, se non vuole diventare Stato etico, non dovrebbe spoliticizzare il pubblico e politicizzare il privato: piuttosto dovrebbe, come stabilisce la Costituzione, misurare se le pene inflitte – che non devono essere contrarie al senso di umanità – hanno raggiunto l’obiettivo della rieducazione del condannato al quale devono sempre tendere (art. 27). La lotta di Nadia e Vincenzo continua con esemplare e magistrale serenità: essa non cancella l’inamovibile tormento, ma lo scioglie e lo distribuisce sotto forma di una domanda e di un’offerta di umanità che colpisce e turba anche i distratti come me, sempre impegnati in cose più importanti, che non so quanto siano effettivamente più importanti.

Link
Ancora ergastolo per Vincenzo Guagliardo
Sabina rossa e gli ex-terroristi siano liberi senza il sì di noi vittime (Corriere della sera)
Sabina Rossa, “Cari brigatisti confrontiamoci alla pari”
Sabina Rossa,“Scarcerate l’uomo che ha sparato a mio padre”
La battaglia di Sabina Rossa per l’uomo che sparò al padre

I Limiti della dietrologia, un libro che inanella stronzate!

Libri trash – Stefania Limiti, L’Anello della Repubblica, Chiarelettere editore 2009

Marco Clementi
L’Altro 18 luglio 2009

Il dibattito che si è sviluppato sul cosiddetto doppio stato, che sulle pagine di questo giornale ha ospitato già alcuni contributi, si è arricchito da poche settimane di un nuovo tassello grazie a un libro pubblicato dall’editore Chiarelettere, L’Anello della Repubblica, scritto da Stafania Limiti. Il volume sarebbe dedicato, almeno stando al titolo, a un servizio segreto “clandestino”, chiamato “Anello” o “Noto Servizio” che, creato ancora nel 1943 dal generale Roatta, avrebbe gestito alcuni casi della recente storia italiana (la fuga di Kappler, il caso Moro e il caso Cirillo). Nella postfazione di Paolo Cucchiarelli si legge che il servizio “alle informali dipendenze della Presidenza del Consiglio e impegnato a condizionare la vita interna dei partiti e quella del libero gioco democratico”, rappresenta “in pieno quell’organizzarsi nell’ombra per operare in parallelo rispetto alle strutture dello Stato” (p. 298). Purtroppo, nulla di tutto ciò si trova nel libro, e la stessa organizzazione clandestina, lungi dall’essere presente a tutto tondo, emerge raramente nella confusione generale della narrazione. Prima di spiegare quello che intendo, devo premettere che un servizio segreto è una cosa seria; si tratta di un’organizzazione strutturata e gerarchica, dove esistono precisi livelli di segretezza, con relativi accessi. Tanto per essere chiari, non basta appartenere al Kgb per poter conoscere tutti i segreti del Cremlino. Anzi, non esiste proprio un agente onnisciente (il più delle volte è vero esattamente il contrario, un agente sa solo ciò di cui si occupa direttamente) e soltanto in pochissimi hanno accesso ai livelli più alti di segretezza. Se questo è vero, nel servizio clandestino chiamato “Anello” tutto ciò sembrerebbe mancare, se mai il “noto servizio” sia esistito. Perché tutte le informazioni dirette che lo riguardano, nascita, nome, competenze, dipendenze, sono confuse e contraddittorie. Per quanto riguarda la nascita, infatti, esistono diverse versioni. Secondo la prima, il “noto servizio” sarebbe stato creato per volontà dell’ex capo del Servizio militare fascista, il generale Mario Roatta, alla fine del 1943. Destituito il quale, sarebbe stato preso in mano da un generale ebreo polacco, tale Otimsky, giunto in Italia sempre alla fine del 1943 al seguito della delegazione sovietica presso il governo di Badoglio. Roatta fu capo di Stato Maggiore italiano fino al 12 novembre 1943, quando venne destituito perché accusato di non aver difeso adeguatamente Roma. Arrestato nel 1944, riuscì a fuggire in Spagna, mentre in Italia il processo contro di lui si concludeva con la condanna all’ergastolo per l’assassinio dei fratelli Rosselli. L’oscuro generale Otimsky non poteva essere giunto in Italia con i sovietici alla fine del 1943, perché non esisteva alcuna delegazione sovietica presso il nostro governo a quella data, dato che le relazioni dirette tra il governo italiano e quello sovietico furono stabilite solo nel marzo del 1944. Tanto per non fare torto a nessuno, comunque, oltre che con i sovietici, Otimsky viene anche dato come giunto al seguito delle truppe del contingente polacco del generale Anders (p. 59), nonché di un tale Arazi, incaricato nel 1945 di “impiantare e dirigere la locale stazione del Mossad”, cosa definita “un’ipotesi molto seria” (p. 63). La seconda versione sulla genesi di Anello fa risalire la sua nascita agli anni Settanta per volontà di Andreotti (pp. 24/25) che a capo del governo voleva creare una struttura in grado di rimediare al caos dei servizi e fungere da anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovo durante la riforma del 1977-78. Esiste, infine una terza versione, che pone la nascita del servizio “nel vuoto istituzionale e politico dell’immediato dopoguerra”, quando, è bene ricordarlo, anche il Pci era al governo (p. 419). Le tre versioni sono offerte al lettore senza ulteriori commenti, né ci si preoccupa di metterne in luce le contraddizioni. Sul nome la questione non migliora: “magari fin dalla nascita questo nome è stato ‘Anello’, oppure un altro che non è filtrato mai da testimonianze e documenti. Nel gergo delle spie ‘noto servizio’ è un termine utilizzato per riferirsi a una precisa ‘cosa’ e si presuppone che l’interlocutore la conosca o che, altrimenti, è bene non capisca”. (p. 24). Se data di nascita, paternità e nome non sono chiari, nessuna luce neanche sullo status del servizio. Esso è chiamato “struttura illegale” (p. 24), “gruppo parapolitico” (p. 124) e nel corso del libro genericamente “servizio segreto occulto”; dato che fin dall’inizio del racconto si chiarisce che era alle dirette dipendenze della presidenza del Consiglio, addirittura fino a Craxi, perché definirlo illegale o parapolitico? Per quanto riguarda le sue dotazioni, poi, siamo vicini al surrealismo: “Il ‘noto servizio’ – leggiamo a p. 101 – contava su parecchi mezzi: disponeva anche di un aereo e di un elicottero. Non risulta però che avesse una propria dotazione di armi: sarebbe stata un ‘ingombro’ e avrebbe accresciuto solo i rischi che qualche ficcanaso ne chiedesse conto. E poi, probabilmente, non c’è n’era quasi bisogno. In moltissime caserme c’erano […] i cosiddetti Magazzini Dit, destinati alla difesa interna del territorio: grandi quantità di materiale bellico, custodite in stanze ben chiuse nelle caserme dei Carabinieri sparse sul territorio. È molto probabile che lì si rifornissero anche gli agenti del ‘noto servizio’ ”. Ovviamente, un servizio segreto non può funzionare in questo modo macchinoso, ma comunque si tratta, come ci dice la chiosa del brano citato, di una mera ipotesi.
Ora, quale che ne fu la genesi, il nome, il padre, lo status e gli attributi, “Anello” sarebbe intervenuto in tre episodi importanti della storia recente italiana: la fuga del criminale nazista Herbert Kappler dal Celio di Roma, il rapimento di Aldo Moro e quello di Ciro Cirillo, entrambi operati dalla Br, anche se all’epoca del secondo ormai non esisteva più un’organizzazione unitaria e chi prese Cirillo e poi lo liberò per denaro (le future Br Partito Guerriglia di Senzani e dei capi storici ancora in carcere) fu aspramente criticato dalle vecchie Br morettiane. Ebbene, in tutti e tre i casi l’Anello, secondo quanto si afferma nel libro, non solo non agì in modo occulto, ma eseguì in modo assolutamente leale gli ordini che avrebbe ricevuto dalla presidenza del Consiglio. Nel primo caso l’ordine era proprio organizzare la fuga del criminale delle Fosse Ardeatine, nel secondo caso, dopo aver svolto egregiamente il proprio lavoro, ossia trovato la prigione di Moro, il capo dell’Anello sarebbe stato fermato da Andreotti, che avrebbe detto “Moro vivo non serve più a nessuno” (p. 196), mentre nel terzo avrebbe avviato e concluso le trattative con le Br attraverso il capo della camorra, Raffaele Cutolo, riuscendo a far rilasciare l’assessore democristiano Cirillo. Alla fine della lettura, lungi dal trovarci di fronte alla soluzione dei nostri problemi, si ha come l’impressione che il “noto servizio” non sia mai esistito e che quanti ne hanno rivendicato l’affiliazione siano stati, forse, dei millantatori. Un’altra ipotesi, è che gli scarsi documenti a disposizione degli studiosi siano stati creati illo tempore per un’operazione di depistaggio e per questo poi dimenticati nella “discarica dei servizi” di via Appia, a Roma, dove Aldo Giannuli li trovò più di dieci anni fa. Sarà stato davvero così? È un’ipotesi credibile? Mistero.

Link
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi
Stato e dietrologia – Marco Clementi
Doppio Stato, una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta

Dietrologia e doppio Stato nella narrazione storiografica della sinistra italiana – PaoloPersichetti
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa – Vincenzo Tessandori
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto – Paolo Persichetti
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico – Paolo Persichetti
Il caso Moro – Paolo Persichetti
Storia della dottrina Mitterrand – Paolo Persichetti

Francia, le nuove lotte operaie

Alla Nortel si riapre la trattativa dopo la minaccia di far saltare gli stabilimenti.
I lavoratori chiedono 100mila euro a testa di indennizzo-licenziamento

Paolo Persichetti
Liberazione 16 luglio 2009

Le buone idee circolano rapidamente. Dopo la minaccia di far saltare in aria i capannoni stracolmi di manufatti, lanciata nei giorni scorsi dal consiglio di fabbrica della New fabbris se le ditte committenti (Renault e Peugeot) non avessero sganciato i 30 mila euro a testa d’indennità di licenziamento rivendicati, anche gli operai della Nortel France hanno deciso d’intraprendere la stessa strada. continental-greve-clairoix-social«Qui nessuno ha più niente da perdere», hanno dichiarato a Libération alcuni di loro stanchi di non essere presi in considerazione nonostante le ripetute azioni di lotta e una settimana di sciopero continuo. Dopo una serie d’incontri interlocutori, gli amministratori della Ernst & Yong, insieme al curatore fallimentare del gruppo, hanno abbandonato il tavolo della trattativa spingendo così gli operai ad elevare il livello del conflitto. Ma è bastato inscenare la minaccia per sbloccare la situazione e ottenere l’immediata fissazione di un nuovo incontro. Per questo motivo ieri mattina sono state rimosse le undici bombole di gas innescate e piazzate il giorno prima all’interno del sito aziendale di Châteaufort, nelle Yvelines, dipartimento ad ovest di Parigi. La notizia è stata confermata da un giornalista dell’Afp che ha potuto visitare i luoghi. «Abbiamo ottenuto una importante copertura mediatica. La collocazione delle bombole era un atto simbolico forte per dire che siamo spinti all’estremo», ha spiegato Christian Bérenbach, delegato sindacale della Cftc. Sempre nella giornata di ieri era prevista anche la visita sul sito della fabbrica del ministro dell’Industria Christian Estrosi. Il governo fino ad ora è stato molto cauto nel timore d’innescare una rivolta sociale che raccoglierebbe grande consenso popolare. Di fronte alla grave crisi economica, che sta provocando la moltiplicazione dei licenziamenti e la chiusura degli impianti, ha sempre scelto la via del negoziato rinunciando a qualsiasi intervento della polizia.
In attesa dell’arrivo del ministro, gli operai hanno occupato l’autostrada che passa vicino l’azienda ed eretto una barriera filtrante con distribuzione di volantini agli automobilisti, per poi dirigersi verso la sede di Bouygues Telecom, uno dei colossi della telecomunicazione tra i maggiori committenti della fabbrica.
Come le altre filiali europee, Nortel France (azienda canadese appaltatrice nel settore delle telecomunicazioni, con 26 mila dipendenti nel mondo) si trova dall’inizio dell’anno sotto controllo giudiziario ed è gestita da amministratori di una società di consulenza anglosassone. L’azienda madre è stata travolta dalla crisi della bolla speculativa ed ora è tallonata dai creditori canadesi e statunitensi. Nel febbraio scorso ha annunciato la soppressione di 3200 posti di lavoro. A maggio il tribunale di Versailles l’ha posta definitivamente in liquidazione senza però bloccare l’attività produttiva, almeno fino al prossimo 19 agosto, data limite entro la quale dovranno essere depositate eventuali offerte d’acquisto. Nel frattempo il piano di crisi approntato dagli amministratori provvisori prevede il licenziamento di 480 dei 680 dipendenti. Licenziamenti che si estenderanno all’insieme dell’organico se non interverrà la cessione sul mercato dell’intero gruppo o delle sue attività più competitive. La crisi è talmente profonda che i sindacati hanno rinunciato ad opporsi alla chiusura degli impianti per puntare unicamente su un cospicuo indennizzo dei licenziamenti, maggiore di quello previsto nelle normative contrattuali in vigore. La contropartita richiesta ammonta ad un indennizzo di 100 mila euro a testa per ogni licenziato. La partita politica di fondo è chiara: è più giusto rimborsare gli operai che hanno prodotto valore, o le banche che quel valore hanno bruciato negli hedge fund ?

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Cronache operaie
La violenza del profitto: ma quali anni di piombo, gli anni 70 sono stati anni d’amianto
New Fabbris, fabbrica minata dagli operai
Bossnapping, gli operai di Continental strappano l’accordo
Il sesso lo decideranno i padroni, piccolo elogio del film Louise Michel

Grande paura: Paolo Granzotto, il reggibraghe
Il Bossnapping vince: la Caterpillar cede
Bossnapping, una storia che viene da lontano
Bossnapping nuova arma sociale dei lavoratori
Bruxelles,manager Fiat trattenuti dagli operai in una filiale per 5 ore
F
rancia, altri manager sequestrati e poi liberati
Francia, padroni assediati torna l’insubordinazione operaia
Rabbia populista o nuova lotta di classe
Francia, sciopero generale contro la crisi
S
ciopero generale, giovedi 29 gennaio la Francia si è fermata
Francia, tre milioni contro Sarko e padroni

L’indulto da sicurezza, il carcere solo insicurezza

I dati sulla recidiva per chi ha usufruito dell’indulto resi noti dall’associazione a Buon diritto. Non servono nuove carceri ma ridurre l’incarcerazione. Amnistia, indulto e abolizione delle leggi criminogene come la Bossi-Fini, Fini-Giovannardi, ex Cirielli e pacchetto sicurezza Maroni

Paolo Persichetti

Liberazione
15 luglio 2009

Dopo tre anni i dati sull’indulto parlano chiaro e smentiscono la gigantesca campagna di disinformazione e deformazione della realtà costruita dai media e da buona parte di quel mondo politico (di destra come di sinistra) che votò in parlamento il provvedimento di clemenza per poi subito dopo nascondere la mano, fatta eccezione per le diverse anime di Rifondazione, che pure dovette pagare pegno con molti suoi sostenitori (Liberazione venne sepolta dalle proteste di molti lettori accecati dal giustizialismo dipietrista) e i Radicali. L’associazione A buon diritto, finanziatrice della ricerca, ha diffuso ieri nel corso di una conferenza stampa le ultime cifre aggiornate al 30 giugno 2009.

L'infame campagna goebbelsiana contro l'indulto

L'infame campagna goebbelsiana contro l'indulto

Il dato che emerge è eloquente. Dietro ogni fatto di cronaca nera, d’episodio efferato o allarme sociale, la menzogna dice che c’è un indultato. La realtà, invece, racconta cose molto diverse: per chi ha usufruito dello sconto di pena di tre anni il tasso di recidiva, ovvero la reiterazione del reato, è solo del 28,45%. Tra quelli che invece hanno scontato la pena per intero, il tasso di recidiva s’impenna e raggiunge il 68%. Gli indultati che tornano a delinquere sono meno della metà di quelli che non hanno avuto sconti. Non solo, ma la propensione a delinquere cala ancora di più tra i cittadini stranieri, solo il 21,36% rispetto al 31,9% degli italiani. A confermare questa tendenza c’è un ulteriore dato: la reiterazione del reato precipita (appena il 21,78%) tra chi accede a misure restrittive diverse dalla detenzione, sia che si tratti della fase antecedente al processo che durante l’esecuzione pena. Queste cifre, che andrebbero quotidianamente sbattute in faccia a gente come Di Pietro, Gasparri, La Russa, Cofferati e Calderoli ogni volta che aprono bocca, dicono una cosa molto semplice: il carcere è un fallimento e la certezza della pena equivale a una matematica reiterazione del reato. Altrimenti detto: più carcere e pene severe incrementano la propensione al crimine e rendono la società più insicura. Non si tratta di buonismo spicciolo, ma del fatto che provvedimenti di clemenza come l’indulto, o la tanto demonizzata amnistia, quando vengono varati sono sempre accompagnati da misure dissuasive. Clausole che vincolano il beneficiario al rispetto della legge, per un periodo in genere non minore ai cinque anni, pena la perdita dello sconto ottenuto e l’immediato ritorno in carcere. Questo tipo di dissuasione “non costrittiva” assume una valenza sociale molto più proficua delle mura del carcere, e facilita anche quel legame sociale che la reclusione distrugge, riducendo la carica di frustrazione, risentimento e rivalsa sociale che spesso stanno dietro la recidiva dopo anni di vita carceraria. Senza l’indulto di tre anni fa oggi la situazione sarebbe ancora più catastrofica. Nelle carceri si troverebbero già oltre 70 mila rinchiusi. L’effetto deflattivo della clemenza è stato ridotto dal mancato varo parallelo di un’amnistia che avrebbe anche alleviato il lavoro dei tribunali. Nonostante l’evidenza di queste cifre, il ministro della Giustizia Angelino Alfano ha ribadito, nel corso di un convegno dal titolo più che significativo, “Più carcere, più sicurezza”, di aver «escluso ulteriori provvedimenti d’indulto e di amnistia» ma di aver scelto al loro posto «di costruire nuove carceri che saranno pronte nel 2012». Una bufala, come ricorda Patrizio Gonnella dell’associazione Antigone, «Avevano promesso 17 mila posti letto in più ma ancora non si è visto nulla. Per costruire un carcere servono in media 8 anni, ma con questa progressione nel 2012 saremo a 100 mila detenuti e le carceri progettate saranno già insufficienti».
Il governo gioca con il fuoco. C’è un solo modo per trovare una soluzione al problema: oltre al varo di un nuovo indulto e di un’amnistia, abolire quelle leggi che producono carcere, come la Bossi-Fini, la Fini-Giovannardi, l’ex-Cirielli e l’ultimo pacchetto sicurezza.

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Carcere, il governo della sofferenza
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New fabbris, la fabbrica minata dagli operai

Accade in Francia, dove l’azienda ha annunciato il licenziamento di 366 lavoratori e la chiusura

Paolo Persichetti
Liberazione 14 luglio 2009

Quando si dice una situazione esplosiva. I 366 lavoratori della New Fabris, azienda dell’indotto automobilistico specializzata nella fonderia in allumino, situata a Châtellerault nel centro della Francia, hanno minacciato di far esplodere i capannoni dello stabilimento dove sono custoditi componenti per automobile appena usciti dalle linee di produzione. Si tratta di materiale del valore di circa 2 milioni di euro, a cui deve aggiungersi un macchinario 210217nuovo della Renault, anche questo stimato per un valore analogo, se entro il 31 luglio Renault e Peugeot-Citroën, principali committenti della fabbrica per circa il 90% dell’intera produzione, non verseranno un’indennità di 30 mila euro per ogni dipendente. «Tutto è pronto, le bombole di gas sono state collegate tra loro. Basta solo accendere l’innesco per provocare l’esplosione», ha dichiarato all’Afp il delegato sindacale della Cgt e segretario del consiglio di fabbrica Guy Eyrmann. In questo modo verrà ridotto in fuochi d’artificio l’intero stock di pezzi che le due case automobilistiche devono ancora ritirare. La crisi si fa sempre più dura e le sue conseguenze diventano devastanti per l’occupazione. La tensione monta perché il futuro si fa sempre più nero. I lavoratori allora cercano di strappare il possibile e non rinunciano ad escogitare sempre nuove forme di lotta. Se le tradizionali proteste sindacali passano inosservate, se scioperi e occupazioni risultano armi spuntate perché la produzione è ferma e le tasche del padronato non subiscono danni, allora le maestranze danno libero sfogo alla fantasia. Bossnapping (trattativa forzata), e se ancora non basta, distruzione degli impianti e delle merci, devastazione dei locali della prefettura. Tutto va bene purché si riesca a stanare il padronato, costringerlo a negoziare. Se gli amministratori delegati latitano, gli operai vanno a cercarli e li bloccano ad un tavolo di trattativa; se le autorità fanno orecchie da mercante, in massa si va nei loro uffici. Insomma, a situazioni estreme, estremi rimedi. Non sono gli operai che drammatizzano il conflitto, ma la realtà che lo rende drammatico. Alla New Fabris gli stabilimenti sono occupati dal 16 giugno scorso, quando l’azienda è stata messa in liquidazione dal tribunale del commercio di Lione. Già nel 2008 la fabbrica era stata rilevata nel corso di un’altra procedura di fallimento dal gruppo italiano Zen, 600 dipendenti con sede a Padova, specializzato nella meccanica di precisione e in prodotti per l’indotto automobilistico. Solo 380 degli iniziali 416 salariati avevano conservato il posto di lavoro. Per reclamare gli attuali 30 mila euro d’indennizzo a testa, il consiglio di fabbrica si è basato sulla somma già versata da Renault e Peugeot-Citroën ai circa 200 licenziati del gruppo Rencast. Azienda satellite, anche questa finita nelle mani del gruppo italiano Zen, poi messa nuovamente in liquidazione nel marzo scorso e ripresa dalla francese Gmd. Il prossimo 20 luglio è previsto un incontro presso il ministero dell’Industria, forse in presenza dello stesso ministro Christian Estrosi. Intanto la settimana scorsa circa 150 operai si sono recati in pulman presso la direzione della Psa (gruppo Peugeot-Citroën). Un incontro analogo è previsto giovedì prossimo con la direzione di Renault che tuttavia contesta il pagamento d’indennizzi che non rientrano nelle normative e il principio dell’equiparazione dei premi di licenziamento tra ditte appaltatrici. Come se il lavoro prestato non fosse identico. Ma «se noi non avremo nulla, anche loro non avranno niente», ha ricordato il segretario del consiglio di fabbrica.

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Strage di Bologna, i palestinesi non c’entrano

Rettificato il grave errore presente nel libro, «Storia nera»

Andrea Colombo
il manifesto
16 luglio 2009

Mi è stato solo di recente segnalata la presenza di un errore piuttosto serio nel mio libro sulla strage di Bologna, Storia nera, uscito ormai due anni fa per Cairo editore. Essendo l’errore in questione foriero di gravi equivoci, ho chiesto ospitalità al manifesto per porvi un sia pur tardivo rimedio.
Nel libro avevo scritto che Abu Saleh, il militante palestinese in carcere dal ’79 in seguito all’individuazione di un lanciamissili trasportato, per conto dei palestinesi, da tre militanti romani del Collettivo di via dei Volsci, era stato scarcerato a metà dell’agosto 1980. L’informazione è certamente errata. Secondo la commissione Mitrokhin, Saleh fu scarcerato sì a metà del mese di agosto, ma del 1981. Le carte processuali parlano invece del 1982. Interpellati, i commissari della Mitrokhin spiegano che in effetti Saleh rimase tecnicamente in carcere fino all’82, ma sostengono che già dall’anno precedente il palestinese si trovava agli arresti domiciliari. I suoi coimputati italiani smentiscono e affermano che Saleh è rimasto in carcere sino al momento della definitiva liberazione.
In ogni caso è certo che Saleh non fu liberato il 14 agosto 1980, cioè meno di due settimane dopo la strage alla stazione di Bologna. Può sembrare un particolare: non lo è. L’ipotesi secondo cui l’arresto di Abu Saleh sarebbe legato alla strage di Bologna parte infatti dal patto segreto stretto tra le organizzazioni palestinesi e Aldo Moro, per il tramite del colonnello dei servizi segreti Stefano Giovannone, in base al quale i palestinesi potevano trasportare liberamente materiale bellico sul territorio italiano purché non lo adoperassero in Italia. L’arresto di Abu Saleh (e il sequestro del lanciamissili) costituivano una violazione di quel patto, e infatti il leader dell’Fplp George Habbash protestò vigorosamente, quasi minacciosamente, con il governo italiano invocando il rispetto degli accordi e reclamando sia la restituzione del lanciamissili che la liberazione di Abu Saleh. È ovvio che, in questo quadro, la liberazione del palestinese solo pochi giorni dopo la strage avrebbe costituito, pur senza alcun valore probatorio, un elemento a sostegno della cosiddetta pista palestinese. Di qui, anche a distanza di due anni, la necessità di correggere pubblicamente l’errore.
Approfitto però dell’occasione per fornire un chiarimento che mi pare necessario. «Storia nera», così come i molti articoli «innocentisti» scritti da me e da altri sul «manifesto» nel corso di circa quindici anni, non si proponeva di individuare i colpevoli della strage, ma solo di indicare chi colpevole non è, pur essendo per quella strage stato condannato. Mi sono pertanto limitato a elencare, nell’ultimo capitolo del libro, tutte le ipotesi che in questi decenni sono state avanzate, inclusa la «pista Saleh», senza minimamente prendere posizione a favore dell’una o dell’altra. In questo contesto, non parlare della succitata ipotesi sarebbe stato impossibile. O gravemente reticente.

Link
Giovanni De Luna, “golpismo e stragismo non sono proponibili come un paradigma esaustivo della storia degli anni 70%”
Strage di Bologna, la montatura della pista palestinese
Strage di Bologna, l’ultimo depistaggio

Il Nemico interno/L’Ennemi interieur, La généalogie coloniale et militare de l’ordre sécuritaire dans la France contemporaine

Il “nemico interno” dello Stato. Le periferie come le colonie

Paolo Persichetti
Liberazione 12 luglio 2009

La temperatura sociale delle periferie francesi è sempre alta. La cronaca non esita a restituirci immagini non molto lontane dalle scene di guerra. E, in effetti, i dispositivi messi in piedi dal governo evocano apertamente la figura del «nemico interno». Dispiegamento delle più aggiornate tecnologie rigousteantisommossa (elicotteri, micro-droni, telecamere di sorveglianza), fino alla spettacolarizzazione delle retate di polizia con massiccio dispiegamento di forze sotto gli occhi delle telecamere, fermi in massa, introduzione d’istituti giuridici come la «testimonianza sotto anonimato» e i giudizi processuali per direttissima; creazione di una branca specifica dei Servizi (appartenenti alla nuova Direction centrale du renseignement intérieur, Dcri), con competenza sulle banlieue, sui moti urbani, il cosiddetto fenomeno delle «bande», la nascita di nuove banche dati centrali, come il sistema Edvige-Edvirsp e Cristina (Cf. Liberazione – Queer del 5 ottobre 2008), finalizzati alla schedatura «di ogni persona d’età superiore ai 13 anni che abbia sollecitato, esercitato o stia esercitando un mandato politico, sindacale o economico o che rivesta un ruolo istituzionale, economico, sociale o religioso significativo». Insomma un intero arsenale tecnico, giuridico e poliziesco che rinvia apertamente al regime dello stato d’eccezione.
E’ indubbio che tutto ciò ricalca un immaginario di guerra che conduce a rappresentare alcune zone della società come dei teatri bellici dove l’intervento pubblico non si concepisce più nei termini della politica e del welfare ma unicamente sotto l’aspetto repressivo, per giunta nella sua forma più intensa: quella militare. Questo «nuovo ordine sicuritario» contemporaneo avrebbe una genealogia ben precisa rintracciabile nell’esperienza coloniale e militare della Francia. E’ quanto dimostra Mathieu Rigouste in L’Ennemi interieur, La généalogie coloniale et militare de l’ordre sécuritaire dans la France contemporaine (La Découverte, 2009).
Il caso francese deve intendersi come un laboratorio, un’esperienza pilota, l’anticipazione di scenari e comportamenti esportabili nel resto del mondo. police-partout3
In fondo è già accaduto in passato, quando la «dottrina della guerra rivoluzionaria», elaborata dagli stati maggiori francesi nel corso delle guerre coloniali d’Indocina e d’Algeria, popolarizzata nel libro del colonnello Roger Trinquier, pubblicato nel 1961 col titolo, La Guerre Moderne, (ripubblicato da Economica nel 2008) ed a cui la Cia ispirò il suo primo manuale antisovversione, è diventata la madre di tutte le dottrine contro-insurrezionali del dopoguerra impiegate dalle forze Nato come da tutte le dittature militari e fasciste, in particolare in Sud America. La counterinsurgency statunitense altro non è che la rielaborazione delle tesi che i generali francesi hanno insegnato nelle scuole di guerra del Nord America. Si veda in proposito il lavoro di Marie-Monique Robin, Escadrons de la mort, l’école française, (La Découverte 2004), che rintraccia l’inquietante percorso di alcuni ufficiali maggiori dell’esercito di Parigi, reduci dall’Indocina e dall’Algeria, che hanno formato alla controguerriglia gli ufficiali Usa a Fort Bragg e nella famigerata Scuola delle Americhe. Un apostolato antisovversivo segnato da varie tappe: lo sbarco come consigliere militare in Argentina, nel 1957, del colonnello Bentresque; il suo primo giro di conferenze (1962) nelle caserme sudamericane per insegnare le strategie antisovversive; Il manuale, Instruction pour la lutte contre la subversion, scritto sempre dai colonnelli Ballester e Bentresque; la proiezione, nel 1971, all’interno della scuola di meccanica della Marina a Buenos Aires (dove furono seviziati migliaia di cittadini sospettati d’essere militanti di sinistra) delle scene presenti nel film, La battaglia d’Algeri, di Gillo Pontecorvo, per rendere più efficaci i corsi di tortura impartiti ai presenti. La missione in Brasile del generale Paul Aussaresses, il gran maestro della tortura in Algeria, l’uomo che ha perfezionato e insegnato a tutti gli eserciti e polizie dell’Occidente l’uso degli elettrodi (sui genitali e le tempie) e della waterboarding (l’annegamento simulato) durante gli interrogatori. Metodi impiegati diffusamente anche dalla nostra Digos contro i militanti della lotta armata arrestati nel biennio 1982-83, ben prima che suscitassero scandalo perché impiegati dalla Cia nelle prigioni di Guantanamo e Abu Ghraib.
Le tesi della guerra rivoluzionaria sostituite da De Gaulle, non senza difficoltà, grazie all’arma nucleare acquisita nel 1960, e con la dottrina della dissuasione del «debole verso il forte», non sarebbero mai state rimosse definitivamente, anzi avrebbero mantenuto solide radici all’interno di alcuni settori militari per trasmigrare nelle forze di polizia ispirando le politiche di «mantenimento dell’ordine», utilizzate “ufficiosamente” nell’area d’influenza africana e nella gestione del controllo interno dopo il 1968 e da qui, soprattutto dopo l’11 settembre, assorbite anche dal mondo della politica fino a dare forma a un modello di potere militarizzato. Al vecchio nemico geopolitico comunista dell’epoca dei blocchi, dopo l’89 si sono venuti a sostituire una proliferazione di «nuove minacce», terrorismo, islamismo, violenze urbane, incivilités (qualcosa che assomiglia al nostro bullismo) che hanno giustificato la riedizione di una nuova figura di nemico interno, l’immigrato post-coloniale in grado di riattivare il risorgere di passate rappresentazioni razziste. Un nemico socio-etnico, locale e globale al tempo stesso, dissimulato nei quartieri popolari, residente nelle periferie, soprattutto tra i «non bianchi poveri».
L’immaginario, la costruzione e proiezione di raffigurazioni che vanno ad arricchire il repertorio delle classi pericolose e delle leggende ansiogene, costituiscono un elemento decisivo di questo nuovo ordine sicuritario che ispirandosi ai criteri della «guerra totale», ricorre alla cosiddetta «guerra psicologica», ovvero alla mobilitazione delle coscienze, alla costruzione di consenso, lì dove lo Stato-nazione è concepito come un organismo che la difesa nazionale deve immunizzare dalle malattie sociali, dai contagi rivoluzionari, dalla piaga del crimine, l’epidemia del vizio, e rassicurare dalle paure.
Questo nuovo ordine collima con una nuova formazione sociale che Mathieu Rigouste definisce «capitalismo sicuritario», dove il controllo oltre a riprodursi in forma allargata ha ingenerato un proprio mercato. La forma più inquietante di questo modello è la constatazione del grado di adesione dei controllati ai controllori. Non si tratta di un semplice modello di dominazione ma di un processo di adesione dal basso, di controllo reciproco e autocontrollo. Quello che il sociologo Philippe Robert coglie descrivendo l’emergere di un «neoproletariato della sicurezza», reclutato grazie al precariato di massa all’interno di quel sistema di polizia sociale che è il mondo della sicurezza e della vigilanza privata. Un sottosistema del controlli brulicante di sorveglianti nei metrò e nei supermercati, subalterni della sicurezza di vario ordine e natura, fino ai mediatori sociali, gli stuart degli stadi, gli assistenti sociali, eccetera. Un sistema dove il povero è preso a controllare l’altro povero e non alza più la testa.

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