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DIREZIONE “CASA DI RECLUSIONE REBIBBIA – ROMA”

Vis Bartolo Longo, 72 – 00156 Roma. Tel. 06415201, fax 064103680

RELAZIONE DI SINTESI

In data odierna si è riunito il Gruppo di Osservazione e Trattamento, nella seguente composizione:

Direttore di Reparto Dott.ssa A. T.                                                                       Presidente
Funzionario giuridico-pedagogico A3F1, F. P.                                                   Segretario tecnico
Vice Responsabile di P.P. di Reparto, Isp. G. B.                                                Componente
Asistente sociale L. R.                                                                                              Componente

(si allega copia di relazione del 09.02.2012 dell’UEPE di Roma, uale parte integrante della presente)

La riunione si è tenuta al fine di redigere relazione di sintesi sul detenuto semilibero PERSICHETTI Paolo, nato il 06 Maggio 1962 a Roma, per l’Udienza di discussione dell’Affidamento in prova ai Servizi Sociali, prevista per il 05.05.2012 dinanzi al Tribunale di Sorveglianza di Roma

Il Persichetti, ammesso a fruire della Semilibertà il 23.05.2008 dal Tribunale dì Sorveglianza di Roma, è giunto in questa sede il 24.05.2008.

II 26.05.2008 è stato redatto il primo Programma di Trattamento, ed 31.05.2008 il detenuto ha iniziato a lavorare come giornalista presso la redazione del quotidiano politico “Liberazione“, sita in Roma – zona Castro Pretorio: occupazione tuttora svolta.

Va subito detto, circa il lavoro e le sue logiche implicazioni, che ovviamente il soggetto gode di una legittima possibilità di esternare e dibattere, la quale gli consente di prendere e manifestare posizioni che riflettono un’idea (qualcuno ha detto, piuttosto, un’ideologia).

Tale condizione gli ha consentito e gli consentirà di effettuare legittimamente esternazioni che a taluno (vedasi su internet) sono parse, come detto, ideologiche ed immorali: ci si riferisce, nello specifico, alla difesa del Persichetti della decisione presa alcuni mesi fa dall’allora Presidente del Brasile, Ignazio “Lula” Da Silva, di non estradare in Italia il terrorista Cesare Battisti.
Prendendo lo spunto dalla vicenda in questione, sui media nacque un dibattito sugli “anni di piombo” sulla posizione assunta allora ed ora dalle Istituzioni e sulle vicende personali di alcuni terroristi.
Nell’ambito di tale dibattito, tra l’altro, dal soggetto furono poste su internet – e sono tuttora acquisibili – riflessioni condotte dal Persichetti anche in ordine alla propria vicenda, per certi aspetti simile a quella di Battisti, fuggito anch’egli in Francia. Si tratta di alcuni articoli e di almeno un’intervista radiofonica.

Si premette ciò in quanto i contenuti e le valutazioni di cui si è detto, le quali ovviamente riflettono un’idea e quindi anche una certa “difesa” del passato, da parte del soggetto, da un lato possono indicare in lui la presenza o meno di una revisione critica ma, dall’altro, rappresentano la concreta attuazione del Programma di Trattamento, caratterizzato proprio dalla previsione poter svolgere da parte del soggetto l’attività giornalistica, caratterizzata proprio dal diritto di espressione e limitata unicamente dalla commissione di illeciti civili e/o penali (si dirà più avanti della querelle tra il Persichetti e lo scrittore Roberto Saviano).

[…]

Il 18.07.2009 il detenuto, al mattino, è uscito in ritardo dall’Istituto; L’A.D., udite le giustificazioni addotte, ha ritenuto di non dover procedere disciplinarmente.

[…]

Si è accennato alla diatriba con lo scrittore Roberto Saviano.

All’inizio del 2011, come riportato sulla stampa e in internet (che ospita vari articoli al riguardo), si è verificata una schermaglia tra il Persichetti ed il suo editore da una parte, ed il Saviano dall’altra: schermaglia originata da affermazioni di quest’ultimo sul caso dell’omicidio di Giuseppe Impastato, affermazioni ritenute dalla controparte false o, quanto meno, superficiali.

La vicenda è sfociata nella presentazione di una querela per diffamazione da parte del Saviano nei confronti del Persichetti e del suo editore. La Direzione dell’Istituto ne è stata informata formalmente dalla Polizia di Stato con nota del 17.02.2011.

Il 02.03.2011 il Persichetti, durante un colloquio col Direttore di Reparto sulla vicenda, è stato da questi invitato a produrre gli articoli relativi alla querelle, al fine di fornirgli un quadro della situazione.

La richiesta è stata percepita come atteggiamento “censorio” che per tutta risposta ha detto chiaramente che gli scritti sono liberamente accessibili su internet e che non vedeva la necessità di doverli produrre lui.

Si è pertanto ritenuto di dover informare dell’accaduto e dell’atteggiamento tenuto dal semilibero il Sig. Magistrato di Sorveglianza.

La sera dello stesso giorno il semilibero è rientrato con dieci minuti di ritardo, alle ore 22,40; avendo preavvisato telefonicamente questa Direzione del ritardo e delle circostanze, non si è proceduto disciplinarmente ma, comunque, l’interessato è stato invitato a porre maggior attenzione sulle gestione dei tempi.

Identico ritardo è stato portato in occasione del rientro serale del 18.5.2011 (due mesi e mezzo dopo) ed identico è stato l’atteggiamento assunto dall’A.D. ma, come risulta agli atti, in tale frangente si è comunque invitato, quasi spronato, il soggetto a riporre maggiore fiducia nelle Istituzioni e – concretamente – nei suoi operatori.

[…]

A questo punto è doveroso rappresentare quanto segue.

La forma mentis del Persichetti lo conduce ad avere talora, un atteggiamento “paritario” (anche se tale aggettivo rischia di acquisire una valenza negativa) nei confronti di un’Amministrazione verso la quale, comunque, egli deve rispondere del proprio comportamento e non trattare da pari: il tutto, ovviamente, nel rispetto del diritti della persona.

Talora però nel soggetto pare vi sia una difficoltà a rendersi conto che, a differenza di quanto accade in un rapporto tra persone fisiche, rapportarsi con l’Amministrazione richiede una diversa “dialettica”, fatta – anche obtorto collo – di una puntuale esecuzione delle direttive o anche, delle sole indicazioni fornite dalla stessa e dai suoi operatori.

[…]

Il GOT pur prendendo atto senz’altro atto di una buona evoluzione dell’andamento della misura, ritiene proficua l’effettuazione di un ulteriore periodo –anche breve – di osservazione, al fine di consentire al soggetto di consolidare un percosro le cui premesse sembrano positivamente avviate.

Roma,  lì 16 aprile 2012

L’estensore

Funzionario giuridico-pedagogico A3 F1
F. P.

Per il Gruppo di Osservazione e Trattamento
IL DIRETTORE DELEGATO
Dott.ssa A. T.

Link
Paolo Granzotto e il funzionario giuridico-pedagogico di Rebibbia
Roberto Saviano
Kafka e il magistrato di sorveglianza di Viterbo
Negato un permesso all’ex-br Paolo Persichetti per il libro che ha scritto
Permessi all’ex br: No se non abiura

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Il pene della Repubblica. Risposta a Miguel Gotor

Quella che segue è la prima parte della risposta rivolta a Miguel Gotor dopo la sua replica ad un post apparso sul blog Baruda.net nel quale si riportava anche il link di una mia intervista diffusa da Radio Onda Rossa. Intervista nella quale si criticavano le affermazioni negazioniste contenute nel suo articolo uscito su Repubblica del 29 agosto 2011, dove lo storico affermava che non vi erano state torture durante le indagini e l’inchiesta giudiziaria contro i Pac e più in generale si sosteneva che la repressione contro i militanti della lotta armata per il comunismo sarebbe stata condotta sempre nel rispetto dello stato di diritto, negando il ricorso a violenze, torture e l’instaurazione di uno stato di emergenza giudiziaria


Torture con gli elettrodi sui genitali di prigionieri politici. Italia 1982

Gentile Professore,

Mi scuso se mi intrometto nella discussione, ma poiché nella sua replica al post del blog Baruda.net (Tortura e leggi speciali: botta e risposta con Miguel Gotor) lei afferma di aver «ascoltato il link di Radio Onda Rossa», mi sembra di dover intendere che le sue puntualizzazioni riguardino anche quanto da me detto nell’intervista a cui il link rinviava.
Intanto la ringrazio, e le mie non sono parole di rito, per il suo intervento che mi sembra segnali una sua apertura al confronto. Atteggiamento che non può non essere apprezzato.

Veniamo alle questioni della controversia:

Le chiedo la cortesia di poter svolgere in primis alcune considerazioni sul caso Battisti, che pure non sono l’oggetto centrale delle critiche che le rivolgevo nell’intervista a Radio Onda rossa. Ma credo che sia utile a sgomberare il terreno facilitando in seguito un confronto più chiaro.

1)   Nel suo articolo apparso su Repubblica del 29 agosto 2011 lei rivendica una sorta d’imperativo civico nel dover «rispondere colpo su colpo» alle dichiarazioni di Cesare Battisti contenute nell’intervista concessa alla rivista Istoé. Nella sua replica al post aggiunge però una precisazione molto interessante che nell’articolo apparso in prima pagina su Repubblica mancava, ovvero «per come sono state riportate dalle principali agenzie di stampa nei giorni scorsi». Una precisazione che sottolinea un dettaglio non da poco e la cui importanza non devo certo spiegare a chi esercita l’attività di storico come lei. Nella sua puntualizzazione lei riconosce di non aver letto l’originale dell’intervista rilasciata il 26 agosto 2011 alla giornalista Luiza Villanéa (ecco il link della traduzione in italiano, http://italiadallestero.info/archives/12084), ma solo alcune frasi estrapolate dai lanci delle agenzie.
Non voglio farle le pulci, professore, ma dal punto di vista del rigore giornalistico e storico non mi sembra un buon esempio, tanto più se l’intenzione annunciata era quella di voler esercitare un magistero etico-morale su una persona condannata all’ergastolo e stigmatizzata come il peggiore criminale della storia, l’icona del male attuale, ed attraverso la sua figura anatemizzare un’intera vicenda storico-politica: quella degli anni 70 e dei movimenti sociali giunti fino alla lotta armata per il comunismo.
Sottolineo tutto ciò perché credo che avrebbe fato meglio, prima di scrivere il pezzo che le è stato commissionato, a perdere un po’ di tempo su internet per scovarla e leggerla. Si sarebbe reso conto da solo che i toni non erano per nulla “tracotanti” o inopportuni, come invece purtroppo è accaduto in altre occasioni. Semmai – aggiungo – erano inconsistenti. I lanci delle agenzie hanno apertamente manipolato il senso delle risposte estrapolando piccole frasi da interi periodi. Nell’intervista Battisti annuncia propositi saggi (che mi auguro mantenga): «Non voglio creare polemiche, mettermi in mostra», quando afferma che non parteciperà alla rassegna del libro di Rio de Janeiro prevista nelle prossime settimane. Insomma l’intervista a me è parsa piuttosto noiosa, al contrario di quel che lei afferma insieme alla totalità dei commentatori ufficiali; una summa di banalità incentrate tutte su questioni di menage quotidiano: le passeggiate, i bambini, i cefali da cucinare… (bah!). E poi la geografia dei luoghi, la vegetazione (mah!)… Una lunga chiacchierata che scorre inesorabile sulla strada della mediocrità. Come possa definirsi tutto ciò un tentativo di «cesellare la propria immagine maudit», sinceramente non lo capisco. Ho la sensazione che anche lei sia caduto vittima di in un cliché costruito e alimentato dai media. Un bisogno di capro espiatorio che Cesare, per svariate ragioni tra cui anche una sua drammatica incapacità, non è in grado di scrollarsi di dosso. Non ha tutti i torti il Foglio quando in un articolo apparso sul numero del 16 luglio scorso, definisce molto di quanto è ruotato attorno a questa vicenda un «Discount degli anni di piombo». Un circo Barnum delle sottomarche dove ognuno concorre a dare il peggio di sé. Un’efficace fotografia dell’abisso in cui è sprofondata l’Italia attuale.
Nel proseguio dell’intervista, ad una domanda dell’intervistatrice Battisti lamenta di essere continuamente tallonato dai giornalisti ed accenna ad una contestazione, da lui attribuita a militanti di estrema destra, avvenuta: «davanti alla casa del mio avvocato,  Luiz Greenhalgh, dove stavo. Ho preferito lasciare la città». A quel punto la giornalista prova ad approfondire e chiede quale sia stata la nuova accoglienza della gente, e se per caso non avesse paura. E’ lì che Battisti risponde: «non ho paura di niente. Sono libero. Ho molto rispetto per le autorità brasiliane».
Cosa ci sia di strafottente in tutto ciò, vorrei capirlo. Anche perché visti certi commenti usciti sulla stampa italiana dopo la sua liberazione, la domanda non era affatto fuori luogo.
E qui torniamo al discount di cui parlavo prima. Alcuni esempi: l’onirico suggerimento presente nell’articolo di Claudio Antonelli, apparso su Libero 11 giugno 2011, che suggeriva per Battisti una soluzione all’israeliana, metodo Mossad. Cito: «i Servizi ingaggiano due liquidatori che a una settimana dalla sentenza aspettano il terrorista a un angolo di strada a san Paolo e con due Gal fanno fuoco». Spacciando l’esecuzione per un episodio di criminalità comune: «un furto degenerato». Peggio ancora si era comportato Claudio Magris sul Corriere della sera dell’11 giugno 2011. L’insigne germanista chiudeva il suo editoriale di prima pagina sulla “Vacanza dell’assassino” con un elegante invito alla forca per il terrorista che ha usurpato il nome del patriota irredentista. Per una bizzarra ironia della storia, concludeva Magris: «Si è fatta confusione tra due Cesare Battisti, il patriota di cent’anni fa e il killer di oggi, e a finire impiccato a Trento, quella volta non è stato quello che era previsto». Sublime, impicchiamo Battisti perché il Brasile non lo ha estradato! Come vede, gli argomenti utilizzati sono davvero inoppugnabili.
Oppure devo ricordare il geniale Mastella, un vero attore della commedia dell’arte e all’occasione Guardasigilli, che confessò in pubblico di aver provato a fregare i brasiliani raccontando loro la frottola dell’ergastolo virtuale. Uscito dalla dittatura il Brasile ha abolito la pena perpetua e dunque non può estradare in Paesi che mantengono questa sanzione capitale. Ma la furbizia del ministro non fu compresa dai figli di Torregiani e Sabadin che accecati dal furore vendicativo, e spalleggiati da Lega e fascisti, post e attuali, costrinsero il povero Mastella accusato di lassismo a fare marcia indietro e svelare il trucco. Tralasciamo invece il pavido Roberto cuor di leone (detto anche Saviano), che prima mise e poi, quando ormai poteva solo nuocergli all’aureola di martire, ritirò la firma da un appello, anzi negò addirittura di averla mai messa (un po’ come Scajola quando disse: «se scopro chi ha pagato a mia insaputa l’appartamento che ho davanti al Colosseo!»), un po’ troppo corporativo promosso da alcuni scrittori di noir sociale in difesa di un loro collega.
Di uscite del genere ce ne sono state una infinità. Del generone radical chick francese, come della scrittrice Fred Vargas, ho scritto in passato e non mi dilungo di nuovo, aggiungo solo le gesta del ministro della Difesa, quello che non avendo argomenti da obiettare voleva schiaffeggiare il ministro della Giustizia del Brasile Tarso Genro, credo si chiami Ignazio La Russa. Durante un comizio tenuto in una caserma dei Carabinieri spronò i giovanotti dell’Arma ad organizzare una spedizione in Brasile «per andare a riprenderci Battisti».
Ormai è chiaro: anche se Battisti annunciasse di ritirasi a vita monacale in un eremo per espiare interiormente le colpe terrene che gli vengono attribuite, i media italiani troverebbero la maniera di individuarvi atteggiamenti provocatori e arroganti, magari denunciando la pretesa di voler infangare una veste sacra come il saio.
Durante tutta la vicenda estradizionale che ha riguardato Battisti è stata sperimentata una tecnica giornalistica che consiste nell’individuare il personaggio che si presta a maggiori antipatie (l’indifendibile per antonomasia) in un determinato contesto, che in questo caso è il mondo della lotta armata, anzi dei fuoriusciti (i fuggiaschi raffigurati come jene impunite che se la ridono e se la godono), scaricando su di lui e dunque su di loro, e per estensione sull’intera storia della lotta armata, e quindi di chi è ancora in carcere e perciò non dovrà mai uscire anche dopo 30 anni di pena scontata, tutte le forzature e le falsità possibili.
Da quando il caso Battisti è salito alla ribalta delle cronache, due anni dopo la mia estradizione dalla Francia, ho sempre seguito un metodo: separare l’eventuale giudizio sulla persona dagli aspetti prettamente giuridici e storico-politici che le ripetute richieste di estradizione sollevavano.
Le questioni di principio non si affrontano sulla base di possibili simpatie o antipatie.
Dovrebbe sempre tenerlo presente professore.

Ps: Riguardo all’opera di negazionismo delle torture praticate in Italia in modo sistematico che le fa, la rinvio alla lattura del libro di Nicola Rao, Colpo al cuore. Dai pentiti ai “metodi speciali”: come lo Stato uccise le Br. La storia mai raccontata, Sperling & Kupfer 2011 ed hai seguenti link:

Le torture contro i militanti della lotta armata
Quella squadra speciale contro i brigatisti: waterboarding all’italiana
Torture contro le Brigate rosse: chi è De Tormentis? Chi diede il via libera alle torture?
Parla il capo dei cinque dell’ave maria: “Torture contro i Br per il bene dell’Italia”
Torture contro le Brigate rosse: il metodo “de tormentis”
Le torture della Repubblica 1/, maggio 1978: il metodo de tormentis atto primo

Le torture della Repubblica /2,  2 gennaio 1982: il metodo de tormentis atto secondo

Paolo Persichetti


Link
Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo stato per fronteggiare la lotta armata
Miguel Gotor risponde alle critiche

Cronache sulla latitanza e altre storie di esuli
Lo stato di eccezione giudiziario

 

Miguel Gotor risponde alle critiche contro il suo articolo su Battisti

Dal blog http://baruda.net riprendiamo la risposta che lo storico Miguel Gotor fornisce al post dell’autrice che aveva linkato l’intervista diffusa da Radio onda rossa a proposito di un articolo apparso su Repubblica del 20 agosto nel quale si sostenevano tesi negazioniste sulla esistenza del ricorso alla tortura e alla edificazione di uno stato di emergenza giudiziaria alla fine degli anni 70


Autore: Miguel Gotor (IP: 94.37.43.72 , dynamic-adsl-94-37-43-72.clienti.tiscali.it)

Commento:

Gentile V. P.,
ho letto le tue affermazioni che riguardano il mio articolo su Cesare Battisti, uscito su «la Repubblica» il 29 agosto 2011 e ascoltato il link di «Radio Onda Rossa». Consentimi due puntualizzazioni, a partire dal fatto che nell’articolo mi riferisco solo alle dichiarazioni di Battisti contenute nell’intervista «Istoé» per come sono state riportate dalle principali agenzie di stampa nei giorni scorsi:

1) Battisti avrebbe dichiarato che «i responsabili degli omicidi di cui è stato accusato» (ossia Santoro, Sabbadin, Torreggiani, Campagna) sono stati torturati. A me non risulta e l’ho scritto in buona fede, ma se mi sbagliassi non avrei difficoltà a fare ammenda del mio errore. A quanto ne so subirono gravi maltrattamenti un gruppo di autonomi della Barona che furono però scagionati dalle accuse e dunque non possono essere considerati i responsabili di quegli omicidi. Con questo, naturalmente, non intendo negare che nelle carceri italiane, tra gli anni Settanta e Ottanta, siano avvenuti episodi di tortura e di sevizie come mi viene attribuito impropriamente da te e dalla radio. Sarebbe impossibile farlo. Nel mio volume «Il memoriale della Repubblica» a cui si fa riferimento, cito proprio a questo proposito alle pagine 56 e 126 l’impressionante libro-denuncia a cura di Franca Rame, «Non parlarmi degli archi parlami delle tue galere» del 1984 dedicato alla tragica e umanissima vicenda di Alberto Buonoconto che contiene la foto di Cesare Di Lenardo da te riportata e altre drammatiche immagini che provano quella pratica.

2) nel mio articolo sostengo che non ci siano stati «tribunali straordinari» (ad esempio militari), il che è vero. Altra è la questione delle carceri speciali (che ci furono eccome) e delle cosiddette leggi di emergenza, la cui realtà è fuori discussione. Del resto, che in Italia ci sia stato durante il sequestro Moro uno stato di emergenza non dichiarato, è un asse portante del mio lavoro che si è proposto di indagare proprio il funzionamento di un sistema democratico-parlamentare nei cosiddetti «stati di eccezione» non formalizzati.

Ti ringrazio per l’ospitalità.

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Il pene della Repubblica: risposta a Miguel Gotor 1/continua
Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo stato per fronteggiare la lotta armata

Cronache sulla latitanza e altre storie di esuli

Le torture contro i militanti della lotta armata
Lo stato di eccezione giudiziario

Miguel Gotor diventa negazionista sulle torture e lo stato di eccezione giudiziario praticato dallo Stato per fronteggiare la lotta armata

Lo storico Miguel Gotor, recente autore di un saggio sugli arcani del potere, fatti e misfatti di un potere extralegale ed extragiudiziale che ha agito per attenuare, censurare, ritardare la conoscenza pubblica delle dichiarazioni e degli scritti di Aldo Moro durante il periodo di prigionia in mano alla Brigate rosse, interviene con uno sconcertante articolo sulla vicenda Battisti negando l’estistenza del ricorso alle torture e la creazione di uno stato di eccezione giudiziario negli anni in cui lo Stato fronteggiò la lotta armata per il comunismo

31 agosto, 2011 – 11:49

Corrispondenza con Paolo Persichetti, (ex esponente delle BR e detenuto in semilibertà) di commento ad un articolo dello storico Miguel Gotor apparso il 29 agosto sulle pagine di Repubblica in cui lo storico, autore de “Il memoriale della Repubblica” smentisce categoricamente che in Italia sia stata praticata la tortura ai danni degli esponenti della lotta armata e che vi siano state leggi speciali ed emergenziali. Un vergognoso atto di negazionismo storico su una verità più che documentata, anche nelle stesse aule di tribunale.

«Le bugie di Battisti terrorista non pentito»
di Miguel Gotor
la Repubblica 29 agosto 2011

Ancora un’intervista di Cesare Battisti, questa volta alla rivista brasiliana «Istoé», l’ultima di una serie che si immagina lunga. Forse la soluzione migliore sarebbe ignorarlo, lasciandolo cuocere nella sua gaglioffa mediocrità. Ma poi si pensa alle vittime senza giustizia delle sue azioni, lo si sorprende su una spiaggia brasiliana a cesellare, tra una battuta di pesca e l’altra, la propria immagine di scrittore maudit e allora non si riesce a sfuggire all’esigenza civile di rispondere colpo su colpo alle menzogne da lui rilasciate a mezzo stampa.

La prima bugia riguarda l’affermazione che le autorità italiane avrebbero torturato i responsabili degli omicidi per i quali ora Battisti si dichiara innocente. Non è vero, ma in questo modo si vuole accreditare davanti all’opinione pubblica internazionale una visione distorta dell’Italia negli anni Settanta. Nel nostro Paese la lotta contro il terrorismo è stata condotta in difesa della libertà e delle istituzioni democratiche e ciò è avvenuto nel rispetto dello Stato di diritto e senza ricorrere a tribunali straordinari, nonostante le tante pressioni e vere e proprie provocazioni che provenivano in tal senso dalla società civile, dalla destra reazionaria come dalla sinistra estremista, affinché fossero adottate leggi speciali con l’obiettivo di radicalizzare vieppiù lo scontro politico e sociale. Battisti è stato condannato non per le sue opinioni politiche, ma per avere ucciso esponenti delle forze dell’ordine e cittadini inermi e per i reati di banda armata, rapina e detenzione di armi che nel corso degli anni ha persino rivendicato in pubbliche interviste. Le sentenze che lo riguardano sono passate in giudicato, dopo giusti processi celebrati davanti a corti popolari che hanno superato il vaglio della Cassazione. Essendo latitante, l’imputato è stato condannato in contumacia, ma non ha mai rinunciato al diritto di difesa degli avvocati da lui nominati che gli è stato garantito in ogni grado di giudizio. Presentarsi come un perseguitato della giustizia italiana «torturatrice» è un ulteriore schiaffo alle sue vittime e al popolo italiano, in nome del quale quelle sentenze sono state emesse.

La seconda menzogna consiste nell’avere affermato che egli, quando sono stati commessi i reati per cui è stato condannato, non faceva più parte dei Proletari armati per il comunismo, un gruppuscolo sanguinario che tra il 1977 e il 1979 ha fluttuato tra l’aria di autonomia e quella delle Brigate rosse, dentro la galassia composita del «partito armato». Un simile atteggiamento rientra nella spregiudicata difesa adottata da Battisti, un delinquente comune politicizzatosi in carcere nel 1977 e che, in seguito, ha disinvoltamente rivendicato o rinnegato la propria adesione alla lotta armata in base alle sue convenienze. L’ha rivendicata quando si trattava di sfruttare a proprio favore l’ondata di sostegno che ampi settori del mondo culturale e politico parigino hanno offerto ai fuorusciti italiani in Francia, i quali hanno trasformato Battisti nell’icona del ribelle indignato in lotta contro l’Italia corrotta; ha dismesso quei panni dopo che ha raggiunto il Brasile, quando ha capito che ciò avrebbe potuto ostacolare la sua libertà. Battisti è un assassino che ha nobilitato le proprie azioni rivestendole di motivazioni ideologiche e letterarie prêt-à-porter, senza però mai rinunciare a un abito giustizialista e superomista che ha costituito il filo conduttore della sua azione. Oggi gode del grottesco status di rifugiato politico, il primo offerto a un italiano dai tempi del fascismo, un’offesa grave perché equipara la democrazia italiana a uno Stato che nega le libertà politiche e civili.

La terza menzogna è quella più sgradevole: egli afferma che alla maggioranza degli italiani non importa nulla della sua posizione e che dietro la campagna contro di lui ci sarebbero gruppi di estrema destra manipolati. Non è così, gran parte dell’opinione pubblica italiana è indignata per la mancata estradizione di un condannato a 4 ergastoli, a partire dal presidente della Repubblica fino all’ultimo dei suoi cittadini dotato di ragionevolezza e senso dell’equilibrio: una richiesta propria anche della cultura progressista di questo Paese per cui è intollerabile che tale impunità si accompagni ad atteggiamenti tanto provocatori.

Gli anni Settanta sono stati un decennio ricco e complesso, caratterizzato non solo dalla violenza politica, ma anche da una serie di importanti riforme civili: l’aspetto più grottesco di questa storia è che debbano trovare come simbolo mediatico una caricatura estetizzante come quella di Battisti. Chissà se il senso di colpa sia entrato in lui come un tarlo nel legno e lo stia corrodendo lentamente, un giorno dopo l’altro: almeno il suo silenzio ci aiuterebbe a pensarlo.

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Il pene della Repubblica: risposta a Miguel Gotor 1/continua

Miguel Gotor risponde alle critiche
Cronache sulla latitanza e altre storie di esuli
Le torture contro i militanti della lotta armata
Lo stato di eccezione giudiziario

Claudio Magris sul “Corriere della sera”: «Impicchiamo Battisti»

La vacanza dell’assassino

Claudio Magris
Corriere della sera 11 giugno 2011

Dunque Cesare Battisti, il killer che ha assassinato quattro persone e reso paralizzata per sempre una quinta – senza dimostrare mai, a differenza di altri suoi colleghi nel crimine, pentimento per i suoi delitti o pietà per le sue vittime e i loro familiari, a parte una frettolosa dichiarazione di queste ultime ore – potrà godersi deliziose vacanze a Copacabana, coltivare le sue amicizie altolocate. La Francia – che ha rifiutato a suo tempo l’estradizione di Battisti in Italia – è forse il Paese migliore del mondo, quello che combina nella misura più felice o meno infelice ordine e libertà, i due poli della vita civile. Ma anche la Francia è culla di qualche supponente e spesso ignorante conventicola intellettualoide che trancia giudizi ignorando i fatti. In questo caso, per pura ignoranza – mista a civetteria – alcuni autentici e/o sedicenti intellettuali hanno scambiato Battisti per un martire della Resistenza, come se noi dichiarassimo che un fascistoide antisemita quale Papon è un eroe della Résistence. Con i terroristi di casa loro, quali i membri di «Action Directe», il governo francese ha usato il pugno di ferro e non ci sono state grandi proteste. Le Brigate Rosse – questi pezzenti della politica, che disonorano un colore per noi sacro disse il presidente Pertini – hanno colpito l’Italia più aperta e civile; hanno assassinato non già corrotti, mafiosi o golpisti (il che sarebbe stato comunque un grave reato) ma i rappresentanti dell’Italia migliore, un’Italia più libera e democratica che avrebbe potuto essere diversa da quella di oggi; uomini come l’avvocato Croce, l’operaio comunista Guido Rossa, giornalisti come Carlo Casalegno e Walter Tobagi, il professor Bachelet e molti altri, fra i quali numerosi magistrati. (Il 5 maggio 2003 in un’intervista sul Corriere, Toni Negri si dichiarava solidale con Berlusconi in quanto entrambi perseguitati dalla magistratura). Non a caso, all’epoca dei processi contro i brigatisti rei di omicidio, quando alcuni giurati declinavano per timore l’incarico, ad offrirsi di sostituirli era, ad esempio a Torino, un militante antifascista resistente come Galante Garrone; sempre a Torino, un altro impavido comandante partigiano, il grande storico Franco Venturi, appresa la notizia del rapimento Moro e della mattanza della sua scorta – eravamo per caso insieme, nella presidenza della facoltà di Lettere – disse che forse si sarebbe dovuto ritornare in montagna. La profondità politico-filosofica delle Brigate Rosse può essere riassunta nella frase di quel brigatista pentito il quale dichiarò che, avendo avuto nel frattempo una figlia, aveva capito che non è lecito uccidere un papà, come se fosse invece meno grave uccidere chi è soltanto zio. Francesco Merlo ha scolpito con la sua consueta forza la malafede di tutta questa vicenda, ricordando, egli scrive, il ghigno ammiccante di Battisti che non ha neppure la dignità del duro. Si pensi, per contrasto, alla dignità con la quale altri pure passati attraverso quegli anni di piombo – ad esempio Sofri – hanno saputo fare i conti con se stessi. Ora Battisti potrà scrivere in pace i suoi gialli – anzi, noir suona più fascinoso – anche perché è un genere in cui si muove bene, grazie alla sua familiarità con gli assassinii. Mi viene in mente un vecchio racconto di fantascienza, in cui si immagina che i fatti e gli eventi obbediscano a un copione in cui tutto è già stato scritto da sempre, ma in cui ci sono errori di stampa che, tradotti in realtà come ogni parola di quel testo misterioso, creano assurdi pasticci: ad esempio, se invece di scrivere «negare i fatti» si digita «annegare i gatti», ecco che ciò provoca una strage di felini. Forse, in quel testo, si è fatta confusione tra due Cesare Battisti, il patriota di cent’anni fa e il killer di oggi, e a finire impiccato a Trento, quella volta, non è stato quello che era previsto.

La voce della fogna: “Libero” suggerisce di liquidare Battsiti

Italia datti un Mossad. Ho fatto un sogno: il terrorista era nato in Israele …

Libero 11 giugno 2011 pagina 15
di Claudio Antonelli

Ho fatto un sogno. Non bello né brutto. Però al risveglio è rimasta sulla pelle una sensazione rassicurante. Un sentimento di semplicità, tipo quando con pochi gesti le cose si incamminano per la strada giusta. Nel sogno Cesare Battisti era nato in Israele e tra Tel Aviv e Gerusalemme aveva commesso una serie di omicidi. Per la precisione quattro. Tre come concorrente nell’esecuzione e uno da coideatore. Ovviamente fu arrestato e poi evase all’estero. A quel punto, ammetto, il sogno è diventato un po’ confuso. Perché, per quanto ricordo, Battisti dopo la fuga si sarebbe rifugiato a Parigi dove addirittura sarebbe riuscito a diventare un celebre scrittore. Sostenuto dalla sinistra di Mitterand avrebbe pii  volte spiegato all’interno dei salotti parigini un atto terroristico di chi è vittima dello Stato. Ovviamente dello Stato di Israele. Inutile dirlo, Battisti diventa un rifugiato politico. E quindi nei limiti pel possibile e dell’impossibile va tutelato. Dopo anni dedicati alla scrittura più che al pentimento, il terrorista si trova bruscamente a fare i conti con la giustizia. Il vento cambia e da Gerusalemme riescono a ottenere l’estradizione e l’arresto. Non si sa come ma Battisti riesce a fuggire in Brasile. Lì ottiene non solo il no all´estradizione ma viene rimesso in libertà e riceve un visto come scrittore. A quel punto il governo israeliano convoca una riunione d’urgenza. Sanno di non poter rompere le relazioni diplomatiche. A smenarci sarebbero solo le aziende israeliane, in pole position per grossi appalti pubblici anche per i prossimi mondiali. Mentre a guadagnarci sarebbero i concorrenti francesi interessati alle stesse commesse. Pure quelle militari. Così, di nascosto, interviene il Mossad. Che salva capra e cavoli. Primo, il terrori­sta non ha rinnegato le proprie idee quindi è ancora terrorista e in quanto tale va trattato. Secondo, agire come con Hamas a Dubai. I servizi ingaggiano due liquidatori che a una settimana dalla sentenza aspettano il terrorista a un angolo di strada e con due galil fanno fuoco. L’indomani il governo israeliano emette una nota ufficiale: «Ci rammarichia­mo per il tragico incidente che ha coinvolto il noto terrorista. Evidentemente il governo brasiliano non riesce a mantenere il crimine comune sotto una adeguata soglia di sicurez­za . Se fosse stata consentita l´estradizione, ora sarebbe al sicuro in un carcere israeliano».

Battisti: il Brasile non si fa intimidire. «Da Lula decisione sovrana»

Cesare Battisti scarcerato, rifiutata definitivamente l’estradizione. Il governo annuncia un ricorso all’Aja. L’Italia resuscita la linea della fermezza


Intervista a : http://www.radiondadurto.org

Paolo Persichetti
Liberazione 10 giugno 2011

Battisti non torna e in Italia scoppia l’ennesima bufera mediatica, nonostante fosse ampiamente scontato l’esito finale sfavorevole per le autorità italiane. Non c’era partita. Che in materia estradizionale la decisione finale appartenga alla sfera del politico, e dunque dell’esecutivo, lo sanno anche le matricole di giurisprudenza; sta scritto in tutti i trattati internazionali, vale per l’intera comunità giuridica mondiale. Nemmeno all’interno dello spazio giudizario europeo, nonostante l’introduzione di alcuni micidiali automatismi, come il mandato d’arresto comunitario e il mutuo riconoscimento delle decisioni di giustizia, è stato eliminato del tutto il ruolo giocato dagli esecutivi. E dunque perché in Brasile le cose sarebbero dovute andare diversamente? Tanto più che il governo italiano, in passato, si è avvalso delle sue prerogative rifiutando di attivare le procedure di estradizione per i cittadini statunitensi, tutti agenti della Cia, coinvolti secondo quanto accertato dalla procura di Milano nel rapimento per le vie della città dell’imam della moschea di via Quaranta, Abu Omar. Ragioni di opportunità politica (non certo giuridica), dovute agli accordi segreti e alla sudditanza strategica che lega l’Italia agli Usa, hanno giustificato la scelta dell’esecutivo di non avviare le richieste di estradizione. Circostanza che fece allora infuriare il capo del pool antiterrorismo della procura milanese, Spataro. Negli ultimi sei mesi la coppia di giudici,  Mendes e Peluso, di cui sono note le simpatie per la destra, che nel corso del lungo iter estradizionale si sono alternati nella carica di presidente e relatore della causa, è ricorsa ad ogni escamotage dilatorio per ritardare l’udienza finale. In effetti, dopo la decisione di Lula di rigettare l’estradizione, presa il 31 dicembre scorso, l’unico argomento rimasto nelle mani dei sostenitori della consegna di Battisti alla giustizia italiana era lo status quo: congelare la situazione per allungare a dismisura la sua permanenza in carcere, fino a rasentare una sorta di sequestro di persona. Gesto di servile cortesia offerto agli amici della destra italiana e ultimo sgarbo a Lula; prova ormai che in Brasile l’affare Battisti da controversia giuridica si era ridotto a materia di scontro politico. Alla fine, quando mercoledì si è tenuta l’udienza plenaria, dopo una discussione di 7 ore tutta in diretta tv, su un canale interamente dedicato ai lavori del Stf (una trasparenza impensabile nelle opache stanze dei tribunali italiani), i giudici hanno prima respinto, ritenendola illegittima, la pretesa delle autorità italiane, formulata in un ricorso, di sindacare la decisione sovrana presa da Lula e quindi ribadito, con 6 voti contro tre (tra cui Mendes e Peluso), l’irrevocabilità della decisione presa dal capo dello Stato. Battisti è stato scarcerato poco prima della mezzanotte. Ora dovrà attendere la regolarizzazione amministrativa essendo venuto meno l’asilo politico inizialmente concessogli del ministro della Giustizia, Tarso Genro. Battisti si ritroverà nella situazione di “rifugio di fatto”, con un normale permesso di soggiorno in tasca come quando viveva a Parigi dopo la decisione di Lionnel Jospin di regolarizzare, nel 2007, la posizione amministrativa dei fuoriusciti italiani degli anni 70. La decisione dei giudici brasiliani ha suscitato in Italia una sorta di revival del film Zombie. Dal cimitero della storia è stato resuscitato il cadavere putrefatto dell’union sacrée vertici istituzionali, Napolitano in testa, maggioranza e opposizioni si sono saldati in un demagogico e ipocrita coro di grida sdegnate e dichiarazioni sgangherate. Il giurista Antonio Cassese (già membro di giurisdizioni internazionali), senza timore di palesare un suo personale conflitto di interessi, ha rilanciato su Repubblica la via del ricorso alla Corte di giustizia internazionale dell’Aja. Intenzione confermata dal governo ma che rischia di provocare l’ennesima figuraccia internazionale dell’Italia. Quella dell’Aja è una corte d’arbitrato che dirime controversie tra Stati. L’Italia non sottoporrebbe mai materie afferenti alla sua sovranità interna ad una controversia arbitrale. Ancora una volta non si capisce perché dovrebbero farlo i brasiliani. Il ceto politico italiano delira e resta drammaticamente incapace di un esame di coscienza serio su quanto è accaduto negli anni 70, proprio quando sul quel periodo si stanno aprendo squarci importanti, come il recente libro di Miguel Gotor, Il memoriale della Repubblica, Einaudi, mostra. Per contrastare la lotta armata, descrive lo storico con impressionate dovizia documentale, si fece ricorso ad uno «stato di eccezione non dichiarato»: corpi speciali, investigatori e magistratura operarono nell’opacità più assoluta e nella sistematica violazione di regole e procedure.

Link
Radio radicale: intervista a Paolo Persichetti sul caso Cesare Battisti e sulla politica italiana rispetto agli anni di piombo
Intervista a : http://www.radiondadurto.org
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