Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine

La morte di Diana Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine

Paolo Persichetti
Liberazione
3 novembre 2009

Cronaca di una morte annunciata.
«Basta, basta, basta!!! Io voglio uscire. Devo uscire. Giuro che esco e mi ammazzo e vi libero della mia presenza, ma io di questa tortura non ne posso più». Si esprimeva in questo modo Diana Blefari Melazzi in una lettera del 13 maggio scorso, inviata dal carcere di Sollicciano ad un suo amico, Massimo Papini, col quale era stata legata sentimentalmente prima della cattura. Diana Blefari non è uscita, non poteva uscire. Si è suicidata sabato 31 ottobre intorno alle 22.30 nella cella del carcere romano di Rebibbia, dove era stata trasferita da una decina di giorni. Una morte brutta, architettata ricavando un cappio con strisce di lenzuola intrecciate. La sorvegliante l’ha trovata appesa, al termine del giro fatto in sezione dopo la chiusura dei blindati. Poche ore prima gli era stata notificata la sentenza di cassazione che confermava in modo definitivo la sua condanna all’ergastolo, perché ritenuta compartecipe dell’attentato mortale al giuslavorista Marco Biagi.

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Diana Blefari Melazzi

La Blefari venne arrestata sul litorale romano nel dicembre 2003, inizialmente come “prestanome”, titolare del contratto d’affitto della cantina nella quale le cosiddette «nuove Brigate rosse», il piccolo gruppo che fino al 1999 aveva operato sotto la sigla Ncc per poi sottrarre dalle teche impolverate della storia la vecchia sigla inoperante delle Br-pcc, ma «solo se l’azione D’Antona avesse avuto successo», avevano depositato in fretta e furia archivio e altro materiale sgomberato dalla base dove erano vissuti Nadia Lioce e Mario Galesi, fino al momento della sparatoria mortale sul treno Roma-Arezzo del marzo del 2003.

Ad accusarla della partecipazione materiale all’omicidio Biagi, la pentita Cinzia Banelli. Secondo la collaboratrice di giustizia, che oggi vive sotto programma di protezione, la «compagna Maria», nome di copertura attribuito alla Blefari, avrebbe fatto da staffetta il giorno dell’attentato, sorvegliando il tragitto del consulente del ministero del Welfare dalla stazione fino ai pressi della sua abitazione, quando sarebbe dovuta entrare in azione proprio la Banelli. Solo che quel giorno la collaboratrice di giustizia non vide mai la Blefari, come dovette ammettere più volte in aula sotto contestazione della difesa. Contro di lei pesavano tuttavia altre accuse, come quella di aver preso parte alla “inchiesta” preparatoria e di aver inviato la rivendicazione tramite un internet point. Le vennero, infatti, contestate tracce telefoniche lasciate dal suo cellulare a Modena.

Il primo ottobre scorso, i sostituti procuratori romani, Pietro Saviotti e Erminio Amelio, hanno arrestato anche Massimo Papini  con l’accusa di essere una delle persone ancora non identificate che avrebbero fatto parte del gruppo. Una persecuzione quella contro Papini. Dopo anni d’indagini, pedinamenti e intercettazioni, alla fine del 2008 la procura di Bologna ne chiese l’arresto per il coinvolgimento nell’attentato Biagi, ma il Gip ritenne gli elementi depositati dall’accusa inadeguati a sostenere l’incriminazione. Passati gli atti alla procura romana, sulla base degli stessi elementi e soprattutto per il fatto di aver continuato a seguire la sua ex fidanzata lungo l’odissea carceraria e i meandri dolorosi e allucinati della sofferenza psichiatrica che l’aveva colpita, Papini è stato arrestato con l’accusa di partecipazione a banda armata. Un’accusa allucinata, tanto quanto le visioni che colpivano la Blefari stessa.

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Durante il processo Biagi

Forse sta proprio in questo accerchiamento, in questa inesorabile escalation la pulsione finale che l’ha portata a darsi la morte. In una lettera scritta dal 13 al 23 maggio, in cui si susseguono frasi deliranti di ogni tipo, scriveva a Papini: «Se vogliono che mi cucio la bocca, me la cucio. Se vogliono che parlo, dico tutto quello che mi dicono di dire, ma io non posso più stare così. Io non so proprio cosa fare, io chiedo perdono a tutti, ma basta per pietà». Gli inquirenti hanno interpretato queste parole come un messaggio verso l’esterno, rivolto a presunti referenti che avrebbero dovuto dare indicazioni sul suo modo di comportarsi. In realtà la Blefari nel suo fare ondivago e schizofrenico meditava altro. Da diverso tempo non era più in contatto con i suoi coimputati che le avevano rimproverato la scelta processuale di non ricusare l’avvocato e farsi difendere anche in punto di fatto. Gli estratti di un duro scambio di missive, tutte visionate dalla censura carceraria e finite in mano all’antiterrorismo, apparvero sui giornali. Nell’ultima lettera, finita di scrivere il 25 settembre, comunicava a Papini di aver informato il direttore del carcere di essersi «resa disponibile a parlare con i magistrati». Cosa avesse realmente in serbo, se volesse avviare una collaborazione e semplicemente circostanziare la sue reali responsabilità, o altro ancora, resterà un segreto che si è portato con sé. Di questa intenzione Papini ha saputo solo in carcere perché arrestato prima del suo recapito. Circostanza che smentisce il teorema accusatorio ed evidenzia il cinico gioco al rialzo portato avanti dagli investigatori contro la detenuta. Assolutamente consapevoli delle sue instabili condizioni di salute e del suo stato di prostrazione, gli inquirenti hanno dato l’idea di pensare alla Blefari come ad un “anello debole” che, prima o poi, si sarebbe spezzato conducendola ad atteggiamenti collaborativi con la giustizia. L’uso della malattia come strumento d’indagine. Mentre tutte le autorità carcerarie avevano riconosciuto da tempo la patologia psicotica che abitava la mente della donna, tanto da declassificarla dal regime duro 41 bis e assegnarla in un circuito comune, con frequenti passaggi nell’ospedale psichiatrico giudiziario di Montelupo fiorentino, dove veniva sottoposta a periodici Tso, sul piano giudiziario si è continuato a negare per anni non solo la sua incapacità a “stare nel processo”, ma anche il diritto ad essere curata in una struttura ospedaliera adeguata.

La cieca sete di vendetta che ha animato l’inchiesta condotta dalla procura di Bologna e l’ostinata sordità delle corti d’assise nel recepire le richieste degli avvocati, documentate da numerose perizie psichiatriche che diagnosticavano una «patologia mentale che ne determina un comportamento psicotico in fase attiva», oltre a un «disturbo delirante, in diagnosi differenziale con Schizofrenia di tipo Paranoide», segnalando il «rischio di atti autolesionistici impulsivi che potrebbero essere fatali», sono finalmente pervenute a comminare quella condanna capitale abolita dalla costituzione italiana.

Link
Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati puntavano al pentimento
Induzione al pentimento
Cronache carcerarie
La morte di Blefari Melazzi e le carceri italiane

Violenza di Stato…non suona nuova

Violenza di Stato? Non è una novità. Stefano è l’ultima vittima


Paolo Persichetti
Liberazione, 31 ottobre 2009

La schiena di Stefano Cucchi

La schiena di Stefano Cucchi

Stiamo assistendo ad una recrudescenza della violenza statale?
La domanda è d’obbligo dopo l’ultima vicenda che ha portato alla morte di Stefano Cucchi. In realtà il ricorso a pratiche violente da parte degli apparati statali non è una novità. Una semplice disamina di lungo periodo del fenomeno porta a concludere che il ricorso ad un uso brutale, non proporzionato e fuorilegge della forza, è “prassi ordinaria” dei corpi dello Stato. Per i più giovani la memoria arriva alla «macelleria messicana» di Bolzaneto e della Diaz. I più anziani ricordano cosa fossero i commissariati e le carceri del dopoguerra, e cosa accadde nel calderone degli anni 70 con la legge Reale. Dal 1 gennaio 1976 al 30 giugno 1989 vennero uccise dalle «forze dell’ordine» 237 persone, mentre altre 352 rimasero ferite (dati censiti dal Centro Luca Rossi e fondazione Calamandrei). Senza dimenticare le torture contro i militanti della lotta armata praticate nel biennio 1981-1983, dopo il via libera venuto dal Cis, il comitato interministeriale per la sicurezza.
Una squadretta dei Nocs imperversò per l’Italia praticando sevizie apprese dai manuali utilizzati dagli aguzzini delle dittature militari dell’America latina. Manuali redatti dai generali francesi che ne avevano aggiornato le tecniche durante la guerra d’Indocina e poi in Algeria, ed esportate in seguito nella famigerata Scuola delle Americhe . Eppure c’è la sensazione che negli ultimi tempi qualcosa sia cambiato. Analisi sociologiche ci spiegano che le forze di polizia si sono hooliganizzate , basta leggere il libro di Carlo Bonini, Acab, (Einaudi 2009) per farsene un’idea. Sorta di calco del mondo imbastardito delle curve. La sensazione d’impunità, la forza dell’omertà-ambiente che copre questi comportamenti, hanno attenuato i meccanismi di autocontrollo. Il populismo penale, l’importazione dei modelli di “tolleranza zero”, hanno portato alla costruzione di un nuovo “nemico interno” identificato nella piccola devianza, nei migranti. Una gestione dell’ordine pubblico militarizzata, sommata alla legislazione proibizionista e all’internamento carcerario come soluzione dei problemi, hanno generato un mostro sicuritario che produce un fisiologico esercizio della coercizione che dilaga in violenza aperta, tra fermi, celle di sicurezza, tribunali, prigioni.
Negli ultimi anni la cronaca è fitta di episodi del genere:
Marcello Lonzi, morto nel 2003 all’interno del carcere di Livorno. Sul suo corpo numerosi segni di vergate e colpi di bastone. Dopo anni di denunce la procura ha recentemente riaperto l’inchiesta. Due agenti penitenziari sono indagati.
Federico Aldovrandi, pestato a morte il 25 settembre 2005 in piena strada dai poliziotti di una volante.
Aldo Bianzino, deceduto il 14 ottobre 2007 nel carcere di Perugia. Sul suo corpo vengono riscontrate «lesioni massive al cervello e alle viscere», provocate prima dell’ingresso nel penitenziario. Un’inchiesta per omicidio volontario è in corso contro ignoti.
Stefano Brunetti, arrestato ad Anzio l’8 settembre 2008, muore in ospedale il giorno successivo a causa delle percosse subite. Dall’autopsia emerge un decesso provocato da «emorragia interna dovuta ad un grave danno alla milza. Risultano anche fratture a due costole».
Mohammed, marocchino di ventisei anni suicidatosi il 6 marzo 2009 nel carcere di santa Maria Maggiore a Venezia, dopo una lunga permanenza in cella liscia. Sei poliziotti della penitenziaria finiscono nel registro degli indagati per «abuso di autorità contro persone arrestate o detenute».
Francesco Mastrogiovanni, morto in un letto di contenzione il 4 agosto scorso dopo un Tso abusivo. Per le molteplici morti violente avvenute in carcere e nelle questure, l’Italia è sotto accusa da parte di alcuni organismi internazionali e dalla commissione europea per la prevenzione della tortura.

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Manconi sulla morte di Stefano Cucchi

L’intervista – Parla Luigi Manconi, «Un ragazzo, un corpostraziato e due zone d’ombra…»

Paolo Persichetti
Liberazione 30 ottobre 2009

cucchiNon sapeva, Stefano Cucchi, che la sera del 16 ottobre ad attenderlo c’era un appuntamento fatale col destino. Non sapeva, Stefano Cucchi, che sulla sua strada avrebbe incontrato lo Stato, nella veste della squadretta di carabinieri che lo hanno arrestato. Non sapeva, Stefano Cucchi, che incontri del genere possono finire male, molto male, eppure sta scritto da qualche parte che non dovrebbe essere così. Negli ultimi anni si sono moltiplicati casi del genere, come quelli di Federico Aldovrandi e Aldo Bianzino, solo per citarne alcuni tra i più noti. «Quel giovane – spiega Luigi Manconi, ex sottosegretario alla Giustizia e presidente dell’associazione A buon diritto – ha attraversato ben quattro segmenti dell’apparato statale. Una stazione dei carabinieri, il tribunale, il carcere e il reparto clinico del penitenziario di Rebibbia, situato all’interno dell’ospedale Pertini di Roma. È entrato sano e integro, ne è uscito morto, col corpo straziato. All’ingresso pesava 43 kg, dopo otto giorni sul tavolo dell’obitorio era ridotto a soli 37».

I familiari di Stefano Cucchi hanno autorizzato la pubblicazione delle foto. Si vedono immagini strazianti di un corpo devastato.
Dopo averle viste, ho proposto io stesso la pubblicazione delle foto. I familiari hanno accettato dopo una lunga e sofferta discussione tra loro. Quelle immagini hanno un inequivocabile tragico accento di verità. Ci dicono che quel corpo ha subito uno strazio. Ma c’è anche un’altra circostanza inequivocabile. Dopo il fermo, all’1.30 del mattino di venerdì 16, Stefano è condotto a casa dei genitori per la perquisizione. In quel momento è ancora in condizioni integre. L’indomani, durante l’udienza per direttissima nell’aula di piazzale Clodio, ha il volto tumefatto, tanto che viene visitato alle 14 dal presidio medico del tribunale che dopo una cotrollo sommario rileva ecchimosi attorno agli occhi. Erano passate solo 12 ore. All’ingresso in carcere i medici fanno le stesse constatazioni, ma poiché l’apparecchio radiologico è rotto lo inviano al Fatebenefratelli. Lì diagnosticano le vertebre fratturate. Da quanto si è accertato fino ad ora, in questa vicenda ci sono due zone d’ombra: le ore di permanenza nella caserma dei carabinieri e il periodo di ricovero nel repartino penitenziario del Pertini. Aggiungo ancora una cosa: alle 21 di sabato 17, Cucchi è al Pertini. Alle 22 arriva la sua famiglia, che però non riesce a vederlo fino al giovedì successivo. Non riescono a parlare con lui, né tantomeno con i sanitari. Ora, in presenza di un detenuto che deperisce visibilmente, non si nutre e non beve, i medici non avvertono né familiari né autorità.

Possibile che un arresto, per giunta per il possesso di una modica quantità di stupefacente, finisca per trasformarsi in una condanna a morte?
Siamo di fronte ad un’ordinaria storia di devianza sociale. Tutti i giorni vengono arrestate persone che si trovano nelle condizioni di Stefano Cucchi. Queste persone in genere stanno in carcere per pochi giorni, addirittura molti sono rilasciati dopo la direttissima. Ora nel corso di questo doloroso e accidentato percorso accadono dei fatti sottratti al controllo pubblico. Si manifesta un’ordinaria violenza che si perpetua e riproduce all’infinito. Violenza che può dare luogo a tragedie oppure fermarsi un momento prima che queste avvengano. Queste tragedie sono il risultato di una gestione dell’ordine pubblico e di una legislazione antidroga che produce esiti di grande degenerazione sociale. Ormai gira a pieno regime una macchina che produce in continuazione fermi, celle di sicurezza, un fisiologico esercizio di violenza che tanto più si esercita se di fronte ci sono corpi inermi e indifesi, come quello di Stefano Cucchi. Colpisce la corporatura di questa persona. Penso che quel corpo così gracile abbia determinato un accanimento.

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Stupro della Caffarella, il capo della mobile di Roma querela Liberazione

La tragica vicenda dello stupro della Caffarella non si è ancora conclusa nonostante l’identificazione tardiva e la condanna dei due veri stupratori. Non si sa ancora perché le indagini seguirono una pista sbagliata. Non si sa ancora perché uno dei due cittadini rumeni accusati inizialmente confessò il falso, autoaccusandosi e chiamando in causa un suo amico. C’è ancora in piedi un paradossale procedimento per autocalunnia. Non si sa quali furono le modalità che portarono il “biondino”, Alexandru Izstoika Loyos, a riferire circostanze che coincidevano solo con la prima versione dell’aggressione riportata dai due adolescenti vittime della violenza. Versione risultata poi non veritiera ed aggiornata successivamente dai due ragazzi aggrediti. Loyos non aveva partecipato alla violenza, era del tutto innocente, chi gli aveva dato allora quelle informazioni risultate poi inesatte che gli servirono per autoaccusarsi e accusare il suo amico, anch’egli del tutto estraneo? I due vennero scagionati dall’esame del dna. Entrambi hanno sempre raccontato di percosse, violenze e minacce subite dopo l’arresto. Tracce di contusioni e traumi al timpano vennero refertati dai medici del carcere.
Su tutte queste singolari circostanze si è abbattuta una coltre omertosa di silenzio. I due sono stati spinti a lasciare l’Italia e non tornare mai più. Nessuno indaga per fare luce. Ad essere sotto processo è invece Liberazione, quotidiano che ha seguito la vicenda. A chiamarla in tribunale è stato il capo della mobile romana, Vittorio Rizzi. Nei giorni dell’inchiesta tutti i più importanti quotidiani nazionali e romani hanno dedicato paginate intere sulle indagini. I più importanti commentatori non hanno risparmiato critiche ruvide all’inchiesta. Le cronache hanno raccontato gli errori, le ambiguità, la fretta eccessiva degli inquirenti, la voglia di protagonismo di alcuni di loro, le pressioni della politica sulle indagini. Tuttavia nessuno di questi quotidiani è stato chiamato in giudizio. Soltanto Liberazione, a cui il dottor Rizzi sembra voler attribuire i clamorosi errori incorsi durante l’indagine, accusandola di volergli rovinare la carriera, ha ricevuto questo onore

Le puntate della montatura poliziesca
Stupro della Caffarella, il capo della mobile di Roma querela liberazione
Caffarella: l’uso politico dello stupratore
Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso
La fabbrica dei mostri
Racs innocente e senza lavoro

Cosa si nasconde dietro la confessione di Loyos?
Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs

Stupro della Caffarella
Negativi i test del Dna fatti in Romania
Racs non c’entra

Non sono colpevoli ma restano in carcere
Parlano i conoscenti di Racs
La difesa di Racs denuncia maltrattamenti

L’accanimento giudiziario
Non esiste il cromosoma romeno
Tante botte per trovare prove che non ci sono
Quando il teorema vince sulle prove
L’inchiesta sprofonda
È razzismo parlare di Dna romeno
Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro

Alemanno: “sono rom me l’ha detto la questura”. Nemmeno 24 ore e i colpevoli sono già pronti

Sgom… sgommiamo Oliviero Diliberto dalla scena politica

Sgommiamo Oliviero Diliberto. Cacciamolo dalle piazze dove prenderà la parola. Impediamogli di tenere ancora in ostaggio la parola comunismo

Oliviero Diliberto è candidato come capolista per la circoscrizione centro della lista “comunista e anticapitalista” che raccoglie i candidati del Prc, del Pcd’I, Socialismo 200 e Consumatori uniti.
Attuale segretario nazionale del Pdc’I, in passato è stato braccio destro di Armando Cossutta prima di pugnalarlo alle spalle come Bruto.
Ha diretto dal 1994 al 1995 Liberazione, allora settimanale del Prc, dove si guadagnò il soprannome di Diliberia. Quando nel 1998 fu tra gli artefici della scissione interna a Rifondazione, perché in disaccordo con la decisione di sfiduciare il primo governo Prodi, ricopriva il ruolo di capo gruppo alla Camera. Fondato con Cossutta il Pcd’I prese parte nel 1999 al governo D’Alema con l’importante incarico di Guardasigilli.

Da che parte sta Oliviero Diliberto? La risposta è una sola: con i Gom

Da che parte sta Oliviero Diliberto? La risposta è una sola: con i Gom

Rispolverata dai ripostigli la scrivania che fu di Togliatti in via Arenula, prendendo a pretesto alcuni mancati rientri di detenuti dai permessi, mise immediatamente fine alla timida stagione “riformista” avviata da Sandro Margara, presidente del Dap nominato dal precedente ministro della Giustizia prodiano Flick.
Dopo aver posto ai vertici dell’amministrazione penitenziaria il giudice Giancarlo Caselli in sostituzione dello stesso Margara (figura storica della magistratura di sorveglianza più illuminista), cacciato in malo modo, perché ritenuto poco incline ad una concezione unicamente sicuritaria della funzione penitenziaria, fece nascere l’Ugap (Ufficio garanzie penitenziarie, ovvero i servizi segreti penitenziari) che attualmente dirigono l’attività dei Gom.
A capo dell’Ugap nominò il generale Enrico Ragosa, già a capo degli Scop (Servizio coordinamento operativo polizia penitenziaria) e appartenente al Sisde, che guiderà anche la spedizione di funzionari del ministero di giustizia italiano in Kossovo per procedere alla ricostruzione e riorganizzazione post-bellica del sistema penitenziario kosovaro.
I Gom (Gruppo operativo mobile) sono nati nel maggio 1997 su iniziativa dell’allora direttore del Dap Michele Coiro, nel momento in cui il servizio traduzioni dei detenuti tornava in mano alla polizia penitenziaria, dopo la lunga parentesi emergenziale voluta dal generale Dalla Chiesa che l’aveva data in gestione all’Arma dei Carabinieri.
Ma è solo nel febbraio 1999 che i Gom assumono le funzioni del soppresso Scop, grazie a un decreto firmato da Oliviero Diliberto che ne regolamentava l’istituzione e ne stabiliva le funzioni, il personale, i mezzi e le attrezzature tecnico – logistiche di cui sarebbe stato dotato.
Appena creati i Gom si sono trovati al centro di pesanti polemiche e denunce per la scia di pestaggi lasciati all’interno delle carceri dopo il loro passaggio, come quello nel carcere San Sebastiano di Sassari dell’aprile 2000, e per le brutali perquisizioni nel carcere milanese di Opera (l’ex presidente della commissione Giustizia della Camera, l’avvocato Giuliano Pisapia, aveva denunciato senza mezzi termini gli “episodi di brutalità” avvenuti, parlando del passaggio di “un vero e proprio uragano che ha distrutto ogni cosa”), fino alla gestione del lager di Bolzaneto, con relative torture, durante il G8 di Genova 2001.
Non sono mancate nemmeno feroci critiche da parte dei penalisti perché personale del Gom in più di un’occasione aveva agito come una sorta di servizio segreto, ascoltando e registrando le conversazioni tra i legali ed i loro clienti detenuti, malgrado la legge lo vieti espressamente.
Nel 2006 si è astenuto in parlamento al momento del voto sull’indulto. A Confronto Antonio Di Pietro assomiglia a santa Maria Goretti.

Sgommiamo Oliviero Diliberto, cacciamolo dalle piazze dove prenderà la parola
Impediamogli di tenere ancora in ostaggio la parola comunismo
Campagna per il boicottaggio dei giustizialisti e forcaioli

a cura dello SGOM

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Gom

Spazzatura: “Sol dell’avvenir”, Il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella

Il comico naufragio di Giovanni Fasanella. Quando la dietrologia si complotta addosso

Paolo Persichetti
Liberazione
10 agosto 2008

La polemica lanciata dal ministro della cultura Sandro Bondi contro Il sol dell’avvenir, film presentato al festival di Locarno, sembra una di quelle nemesi, in questo caso irrimediabilmente grottesca, che si abbattono sui destini umani. Nemesi è parola che prende il nome da una divinità greca figlia della Notte e delle Tenebre. Indica l’intervento di una giustizia compensatrice. È quell’imprevisto copj13.aspcapovolgimento di fronte che stravolge l’esito fin troppo scontato attribuito alle cose. In questo caso vittima del destino cinico e baro è Giovanni Fasanella, autore del libro-intervista realizzato con Alberto Franceschini, Che cosa sono le Br (Bur 2004) da cui è tratto il film. Fasanella è stato uno stretto collaboratore di Giovanni Pellegrino, presidente per diverse legislature della commissione d’indagine parlamentare sulle stragi e il terrorismo. Torinese, legato al giro di Luciano Violante, fervido seguace delle teorie del complotto, oltre che vicino a Giuseppe Vacca, lo storico togliattiano che riteneva le Brigate rosse «eterodirette», ha partecipato a numerosi libri, tutti volti a sostenere la presenza di piani complottistici dietro le vicende della lotta armata. Se ogni scrittore deve un albero al mondo, Fasanella deve una foresta per aver riempito gli scaffali di immondizia dietrologica priva di qualsiasi valenza storica. Nel suo libro sulle Brigate rosse sposa la paranoia senile di Franceschini, le confuse e rocambolesche ricostruzioni sull’azione concertata dei servizi europei, americani e sovietici, che avrebbero manipolato le diverse stagioni della lotta armata. La stessa dottrina Mitterrand è raccontata come un disegno destabilizzatore della democrazia italiana. Ipotesi presa seriamente in considerazione dal pm di Bologna Paolo Giovagnoli, altro adepto della setta cospirazionista. Con un riduzionismo semplificatorio che taglia la storia con l’accetta, Fasanella intende dimostrare che le Br sono uno scheletro negli armadi del Pci e quindi dei suoi epigoni. Figlie di quel «triangolo rosso» emiliano, teatro nell’immediato dopoguerra di vendette partigiane contro i fascisti e i nemici di classe. Una sorta di residuo stalinista intriso di nostalgie resistenziali. Per arrivare a ciò viene azzerata la componente di fabbrica legata all’esperienza milanese e quella dell’università trentina. Ma qui non c’è lo spazio per approfondire. Ciò che conta è l’intenzione di Fasanella: portare l’affondo contro la tradizione comunista rappresentando gli anni 70 come l’ultimo capitolo del libro nero del comunismo. La destra avrebbe dovuto gioire per questo regalo inaspettato, invece per voce del ministro Biondi, sollecitato dall’ex presidente dell’associazione delle vittime del terrorismo Giovanni Berardi, improvvisatosi critico cinematografico, ha sferrato un durissimo attacco al film. Fasanella che negli ultimi anni ha promosso un grosso lavoro editoriale in favore di una parte dei familiari delle vittime di quel decennio, si è visto messo sotto accusa quasi fosse un apologeta della lotta armata. Furioso ha risposto: «Le vittime non hanno sempre e comunque ragione, alcuni di questa condizione hanno fatto un mestiere». Quando si è cagion del proprio mal non resta che piangere se stessi.

Link
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Italie, le theme du complot dans l’historiographie contemporaine – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa – Vincenzo Tessandori
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand

Torna la grande paura: Paolo Granzotto, il reggibraghe degli imprenditori

Nei suoi “Souvenirs” delle giornate parigine del giugno 1848 Tocqueville raccontava i brividi di un suo amico che durante gli scontri aveva ascoltato le parole di due suoi giovani domestici che sognavano di farla finita con il potere dei loro padroni. Sul momento quel suo amico «si guardò bene dal lasciar intendere di aver sentito quelle frasi» che «gli misero una grande paura»; attese prudentemente l’indomani della vittoria sull’insurrezione per licenziare in tronco gli sfrontati e rispedirli alle loro baracche. Dall’aristocratico Tocqueville al borghese berlusconiano Paolo Granzotto, la parabola decadente della letteratura sulle classi pericolose


“Bossnapping, la sinistra si smaschera: questa lotta paga”

di Paolo Granzotto
Il Giornale 15 aprile 2009

La sinistra si smaschera www.ilgiornale.it

«Almeno finora, sequestrare paga». Questa la conclusione alla quale è giunto Gianni Marsilli dell’Unità. Gli fa eco Paolo Persichetti, su Liberazione: «Brutta aria per i padroni». L’uno e l’altro davano conto a modo loro del «bossnapping», il sequestro, a scopo intimidatorio, di manager di grandi gruppi industriali «fino a che il padrone non abbia calato le braghe», per dirla con Marsilli. Un «modello di lotta» che si sta sperimentando in Francia e che a qualcuno piacerebbe fosse esportato da noi, vuoi perché, come scrive Marsilli, «il sindacato è storicamente debole sulle realtà aziendali», vuoi perché, come invece sostiene Persichetti, «scioperi e picchetti non sono più sufficienti per costringere il padronato a trattare», cioè a calare le braghe.
Paolo Persichetti, brigatista rosso condannato a 22 anni per concorso nell’omicidio del generale Licio Giorgeri e pertanto uno che se ne intende di sequestri a termine o a tempo indeterminato, vede nel «bossnapping» qualcosa di più d’una innovativa versione del «dialogo» e del «confronto». Poiché la lingua sempre lì batte, dove il dente duole, egli vi vede o meglio vi sente «il sapore di embrioni vitali di autonomia operaia», dando la forte impressione di essere un emulo del colonnello Kilgore di Apocalipse now. Se questi si estasiava all’odore del napalm, Persichetti si inebria, perde la testa a quello della cordite degli Anni di piombo. Da addetto ai lavori, rileva che in Francia il «bossnapping» è «risultato pagante seppure attuato in un contesto ultradifensivo che mira unicamente a ridurre i danni». Non che l’ex brigatista lo auspichi a chiare lettere, però sembra di capire che stando un po’ meno sulla difensiva e magari alzando il tiro i risultati sarebbero migliori. E gli embrioni di autonomia operaia ingrasserebbero a vista d’occhio.
Il caloroso apprezzamento della «trattativa forzata» del sequestro di persona a scopo intimidatorio e delle prospettive di lotta di classe che esso apre potrebbe essere liquidato come demenziale folklore, come tritume ideologico e dialettico dei nostalgici della lotta armata. Ma quando un quotidiano come l’Unità che un giorno sì e l’altro no la mena con la sacralità della Costituzione, dei suoi princìpi e dei suoi diritti, manda a dire che «sequestrare paga», che «l’ostaggio è uno strumento per far pressione sulla proprietà lontana, nulla di più» – nulla più! – è forse il caso di stare in guardia. L’esecuzione a freddo di Marco Biagi dolorosamente ci ricorda che teste ideologicamente marce non ce ne sono poche in giro. Precedenti esperienze insegnano, poi, che nel caso l’intendance degli intellettuali, del giornalismo progressista, della società civile e della sinistra radicale e salottiera, suivra. Non che al momento ci sia da allarmarsi, perché i Persichetti sono pur sempre dei Persichetti, dei pavidi che nel momento della verità scappano, incapaci di assumersi fino in fondo le proprie responsabilità, ma tutto questo fervore per il «bossnapping» va tenuto d’occhio. E a farlo non dovrebbe tanto essere il ministro degli Interni, quanto Guglielmo Epifani, se non vuole che il suo sindacato, già malconcio qual è, sia scavalcato dalle avanguardie della «trattativa forzata» (fino al calamento, con le buone o con le cattive, delle braghe del padrone) e passi direttamente alla rottamazione.

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Rabbia populista o nuova lotta di classe
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Bossnapping, una storia che viene da lontano

Insubordinazione e democrazia operaiaLavorare con lentezza: tecniche di resistenza e metodi di lotta messi in cantiere dal movimento operaio nel corso della sua storia

Paolo Persichetti
Liberazione
19 aprile 2006

Dopo il varo, nel 1893, delle famose «leggi scellerate», la legislazione antianarchica che introdusse in Francia il reato di «association malfaiteurs», molti militanti furono costretti a riparare all’estero per sfuggire al carcere. Durante l’esilio a Londra, il sindacalista anarchico Émile Pouget, fondatore nel 1889 del giornale popolare Le Père Peinard, ispirato al Père Duchesne di Hébert (esponente degli arrabbiati, l’ala sanculotta più radicale della rivoluzione francese) rimase colpito dai metodi di lotta impiegati dal movimento operaio inglese.

Emile Pouget

Emile Pouget

Quegli anni di dura repressione avevano gettato nel discredito la strategia minoritaria e individualista della «propagande par le fait», che aveva conquistato i settori anarchici del periodo. Nel 1892, l’esecuzione di Ravachol aveva aperto l’era degli attentati e delle bombe. Due anni dopo l’anarchico italiano Sante Caserio uccise il presidente della Repubblica francese Sadit Carnot. L’amnistia politica del 1895, seguita all’elezione del nuovo presidente della terza Repubblica Felix Faure (rimasto alla storia perché folgorato da un infarto fu rinvenuto su un divano dell’Eliseo ancora avvinghiato ai capelli della sua amante, che terrorizzata cercava di riprender fiato), permise a Pouget di rientrare insieme a molti altri militanti e dare vita ad una nuova stagione politica fondata sull’azione di massa e l’intervento sindacale. Ebbe così modo di partecipare alla fondazione della Confédération générale du travail e nel 1896, sul nuovo giornale La Sociale spiegò la teoria del sabotaggio, «il sistema dei proletari inglesi che hanno come parola d’ordine: A paga cattiva, cattivo lavoro…». Nel 1908 scriveva: «L’azione diretta non è fatalmente sinonimo di violenza: essa può manifestarsi in maniera benevola e pacifica o anche molto vigorosa… Contro lo Stato si materializza sotto forma di pressione esterna, mentre contro il padronato, i mezzi comuni sono lo sciopero, il boicottaggio, l’etichettamento, il sabotaggio».
Nell’opuscolo Le Sabotage, pubblicato attorno al 1911-12 (rieditato a Parigi, nel 2004, dalle edizioni Mille et une nuits) Pouget racconta che il termine sabotaggio deriva da sabot (zoccolo). Sabotage non era in origine un’espressione di lotta sociale ma un termine popolare che non indicava affatto l’atto di fabbricare zoccoli, ma al contrario designava un lavoro mal eseguito, fatto a «colpi di zoccoli» appunto. Nel 1897, durante il congresso della Cgt a Tolosa, nel quale Pouget animava la commissione boicottaggio e sabotaggio, questa tattica ricevette il battesimo sindacale.
lesabotage01In effetti, il sabotaggio in origine altro non era che quanto gli operai scozzesi chiamavano, con un’espressione dialettale, Go Canny («Vacci piano!»). Lavorare con lentezza, insomma! Una strategia di resistenza che da individuale e spontanea si fa col tempo cultura di lotta consapevole, sempre più fantasiosa e organizzata, diffusasi in Inghilterra nel 1889 e successivamente importata in Francia, nel 1895, dal sindacato dei ferrovieri e poi giunta in America, grazie al passa parola delle lotte dei portuali, durante la stagione dell’Iww. Pouget rammenta anche l’arrivo del sabotaggio tra i lavoratori italiani, impiegato per la prima volta, non certo a caso, dai ferrovieri (facilitati dai contatti e dagli scambi quotidiani con i compagni di lavoro d’oltre frontiera), che nel 1905 praticano lo sciopero dello zelo.
Le diverse tecniche, che egli descrive con dovizia di particolari e dettagli pratici, rinviano ad un ventaglio di forme di lotta molto ampio. Esse vanno dal sabotaggio delle merci e degli strumenti di lavoro (di sfruttamento), «cose inerti e senza vita», senza sospensione o abbandono dell’attività lavorativa, al sabotaggio in appoggio dello sciopero con l’obiettivo di moltiplicarne l’effetto, sulla base del principio del minimo sforzo e del massimo risultato. In questa lotta corpo a corpo con il capitalista, Pouget propone una sorta di judo, l’utilizzo della forza cinetica dell’avversario a proprio vantaggio. In seguito, l’introduzione della catena di montaggio permetterà anche agli scioperi di trasformarsi non solo in urto compatto e di massa ma in una specie di “mordi e fuggi”, come nelle fermate a gatto selvaggio o a scacchiera. Stratagemmi che consentivano di sabotare il flusso continuo della catena fordista.
La pratica del sabotaggio è per sua definizione evolutiva e si adatta al variare dello sviluppo tecnologico e organizzativo della produzione, della circolazione e distribuzione delle merci e dei servizi. Una componente essenziale del sabotaggio, secondo la definizione data da Pouget, è anche il boicottaggio. Esso può declinarsi in molte forme: l’insubordinazione di massa, la resistenza passiva, la non collaborazione, l’ostruzionismo o al contrario il ricorso al massimo zelo, l’organizzazione di campagne (metodo della bouche ouverte), grazie alle quali venivano denunciate la malefatte del datore di lavoro, i trucchi e gli inghippi per contraffare merci e prodotti e fregare il consumatore. «Il sabotaggio – tiene comunque a precisare – colpisce il padrone attraverso il rallentamento del lavoro, rendendo invendibili i prodotti fabbricati, immobilizzando o rendendo inutilizzabili gli strumenti di produzione, ma il consumatore non deve soffrire di questa guerra fatta allo sfruttatore».
In sostanza, quella del sabotaggio appare come una vera e propria arte di disobbedire, una strategia che riconduce l’esercizio della critica alla pratica quotidiana dei poteri economici e istituzionali, mettendoli alla berlina e cortocircuitando i loro discorsi di legittimazione.
A distanza di un secolo resta ancora intatta la freschezza che animava il percorso di sperimentazione seguito da Pouget, il tentativo di uscire da una stagione di sconfitta cercando linguaggi e strategie nuove che rinnovassero la capacità di fare fronte alle nuove modalità del conflitto capitalistico insieme ad una nuova abilità nel costruire consenso attorno alle proprie battaglie. In un’epoca, come quella attuale, in cui l’attenzione ossessiva riposta sui mezzi di lotta sembra voler sopperire alla debolezza di contenuti e prospettive sui fini, ritrovare questa memoria e recuperarne la fantasia può aiutare ad uscire dalla maledizione di un dibattito che ha trasformato la scelta dei metodi di lotta in un paralizzante dilemma ideologico attorno al quale definire la propria identità.images-11
L’attuale precarizzazione e individualizzazione delle condizioni e dei rapporti di lavoro ha notevolmente accentuato la pressione sui lavoratori. Mentre la contrattazione collettiva subisce un ridimensionamento sempre maggiore, i nuovi modelli di management sviluppano politiche di coinvolgimento totale e d’implicazione intima dell’individuo nel processo lavorativo. Alla disciplina militare del taylorismo si sostituisce la «valorizzazione della personalità» e la mobilitazione del «saper essere» del dipendente. Un discorso sulla supposta autonomia dell’individuo e sull’investimento nelle risorse umane che riposa, in realtà, sulla introiezione dei vincoli e degli obblighi che gravano sul lavoratore, fino ad arrivare ad una vera e propria colonizzazione padronale del suo cervello.
Sabotare, allora, può voler dire innanzitutto cominciare a non pensarla più così, a non lasciarsi implicare dai linguaggi suadenti e truffaldini della nuova etica del capitale, scopiazzati da filosofie critiche che egli ha saputo intelligentemente integrare. Sabotare vuol dire rilanciare una cultura conflittuale e antagonista che possa agire come modello d’apprendimento quotidiano della libertà, a partire innanzitutto dai luoghi di lavoro. Infatti, se c’è un limite fino ad ora espresso dalla cultura della disobbedienza in uso nei movimenti, esso riguarda innanzitutto la sua eccessiva estraneità dai posti di lavoro, quasi che sia stata integrata una sorta d’intangibilità della estrazione di plusvalore unicamente a vantaggio di forme etiche di boicottaggio del consumo rivolto nei confronti di marche multinazionali.

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Francia, padroni assediati. Torna l’insubordinazione operaia

Il magnate del lusso François Pinault assediato dai suoi lavoratoti Quattro manager della Caterpillar di Grenoble sequestrati nei loro uffici

Paolo Persichetti
Liberazione 1 aprile 2009

I padroni di Francia sono sotto assedio, braccati da operai in rivolta e manifestanti che non tollerano più il quotidiano stillicidio di licenziamenti mentre consigli d’amministrazione e dirigenti d’impresa si spartiscono super dividendi azionari e ricchi bonus. Come ai tempi dell’ancièn regime, oggi una noblesse de l’argent, composta dalle Spa, i consigli d’amministrazione, presidenti e amministratori delegati, quadri centrali d’impresa, vivono in una bolla di ricchezza alla faccia di una società che non arriva alla terza settimana del mese e vede minacciati i posti di lavoro.
Ieri sera, Francois-Henri Pinault, il “re del lusso”, proprietario del gruppo Pinault-Printemps-La Redoute che controlla anche Gucci, Puma, Christie’s, è stato bloccato da un centinaio di manifestanti, in prevalenza

La macchina di Nicolas Polutnik 'assediata' dai lavoratori (AP Photo/Laurent Cipriani)

La macchina di Nicolas Polutnik

dipendenti della Fnac e Conforama, all’uscita della sede sociale del suo gruppo nel quindicesimo arrondissemment di Parigi. La polizia è dovuta intervenire per sgomberare la zona. Sia la Fnac che Conforama hanno annunciato il 18 febbraio scorso licenziamenti del personale per 1.200 unità. In mattinata, invece, quattro dirigenti della Caterpillar di Grenoble sono stati “trattenuti” dagli operai che contestano il piano di riduzione dell’organico. 733 licenziamenti secchi, un quarto dell’intero personale, giustificato dalla multinazionale statunitense con il calo del 55% delle vendite per effetto della crisi. Il direttore, Nicolas Polutnick, il direttore delle risorse umane, un responsabile del personale e un responsabile dei prodotti europei, non hanno più potuto lasciare gli uffici della direzione. «Stiamo discutendo in permanenza con loro», spiega al telefono Benoît Nicolas, delegato sindacale della Cgt mentre torna da un’intervista televisiva. L’indignazione sociale sale incontenibile. È la quarta volta nel giro di appena due settimane che le maestranze di fabbriche colpite da licenziamenti trattengono in azienda i loro direttori chiedendo in cambio l’apertura di negoziati. Il 12 marzo erano stati gli operai della Sony, nelle Landes, a costringere il loro amministratore delegato a un turno di “straordinari notturni“. Lo stesso era accaduto pochi giorni dopo per il direttore del sito farmaceutico 3M di Pithiviers. Ma ormai modalità di lotta analoghe si stanno diffondendo un po’ ovunque nel Paese, come alla Fci microconnections a Mantes-la-Jolie, nel dipartimento delle Yvelines, regione parigina. «I quattro dirigenti sembrano un po’ “sbalorditi – dice sempre Benoît – perché sembra che non abbiano grandi margini di manovra per il confronto». Le decisioni più importanti appartengono a un livello superiore.

Com’è venuta la decisione di bloccare i dirigenti?
La direzione ha sempre rifiutato il negoziato. Nella nostra azienda è già in vigore la cassa integrazione parziale. Il rischio è che i lavoratori ricevano la lettera di licenziamento a casa. Caterpillar ha nel mondo circa 100 mila dipendenti. Un quarto di questi dovrà andare a casa. Così hanno fatto sapere. Lunedì abbiamo iniziato lo sciopero e poi siamo andati tutti in direzione, ma l’azienda non ha voluto negoziare.

E cosa è successo?
Niente violenza, né sequestro ma soltanto una decisa pressione affinché si riaprano i negoziati. Nel momento in cui l’azienda annuncia benefici record nel 2008 e distribuisce cospicui dividendi azionari, è nostra intenzione arrivare a un risultato favorevole per tutti i lavoratori.

Quali sono le vostre richieste?
Un piano di salvataggio. 30 mila ero a testa per i licenziati. È giusto che sia così. Va risarcito chi ha lavorato e prodotto ricchezza non i membri del consiglio d’amministrazione. I licenziamenti, poi, non devono riguardare solo le fasce più basse e dequalificate. Chiediamo anche la possibilità di prepensionamenti calcolati sull’ultimo salario per chi ha più di 55 anni e soprattutto le 32 ore settimanali con parità di retribuzione che, da sole, possono salvare 200 posti di lavoro.

Quanto durerà l’occupazione della direzione?
Abbiamo riconfermato lo sciopero. La notte passerà così. Vedremo domani (oggi per chi legge) se qualcuno verrà al tavolo delle trattative.

Nei giorni scorsi Nicolas Sarkozy aveva detto ai parlamentari della sua maggioranza che anche se nel Paese veniva criticato era lui ad avere «la banana in mano». Frase che ha suscitato subito molte polemiche. Forse sta sottovalutando un po’ troppo i lavoratori che non sembrano per nulla disposti a fare la fine dell’omino di Altan. Il presidente francese avrà pure la banana ma gli operai hanno l’ombrello.

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Rivolta delle banlieues: Parigi torna a bruciare

Spari, molotov e pietre contro la polizia, dopo la morte di un giovane della banlieue

Paolo Persichetti
Liberazione
17 Marzo 2009

Da un po’ di tempo la scena è sempre la stessa. Siamo in una banlieue, in questo caso francese ma potrebbe essere ovunque, tanto il teatro metropolitano comincia a essere identico. Una di quelle periferie sterminate che popolano le cinture urbane. Un paesaggio che alterna grandi assi di circolazione, tangenziali, autostrade, anelli di raccordo, zone industriali ricoperte da grandi capannoni. Nel mezzo aree residenziali, villini a schiera, alternate da piccoli lotti che si perdono a vista d’occhio e poi a macchia di leopardo enormi barre di cemento a delimitare l’orizzonte. Alveari umani. Quartieri ghetto. La sera è l’illuminazione pubblica che offre la migliore mappatura dei luoghi: brillanti di luce dove spuntano enormi centri commerciali, punti di ritrovo costruiti attorno ai tempi della postmodernità che accolgono il sacro rito del consumo. Enormi distese metropolitane abitate da pendolari, deserte dal lunedì al venerdì, animate nei pomeriggi del week end.
Accade così che all’imbrunire di un sabato, in uno dei tanti parcheggi che sorgono sotto le torri, bruci una macchina. Il fumo arriva alle finestre circostanti e l’odore acre dei pneumatici allerta i vicini che chiamano i numeri d’emergenza. Arrivano pompieri e polizia ma subito una fitta sassaiola li accoglie. Vola di tutto, sassi, pezzi di cemento, vecchie suppellettili. C’è chi usa fionde. Il commissariato invia rinforzi, ma non bastano. La notte diventa calda, giungono le compagnie antisommossa, il quartiere è accerchiato e asfissiato con i gas, proiettili in caucciù vengono esplosi con i flash ball, mentre gli uomini della Bac, la377d133 brigata speciale anticriminalità, costituita da poliziotti volontari dai modi estremamente violenti (spesso personale aderente ai sindacati di polizia d’estrema destra), odiati dai giovani, guidano il rastrellamento, scendono negli scantinati, entrano nelle hall delle torri, salgono sulle terrazze. Questo film si ripete quasi ogni fine settimana, per protrarsi a volte alcuni giorni finché la febbre scema per trasferirsi nella «cité» accanto.
È successo anche sabato 14 marzo, nel quartiere della Vigne-Blanche, a Mureaux, nel dipartimento delle Yvelines, area metropolitana a nord-ovest di Parigi, al culmine di una settimana di tensione iniziata il mercoledì precedente con il lancio di pietre contro le vetture della polizia, proseguita nei giorni successivi fino all’imboscata, da manuale di guerriglia metropolitana, attuato nella serata di sabato. Intorno alle 20 è arrivata la consueta chiamata ai pompieri. Per attirare la polizia era stata incendiata un’automobile. L’arrivo della forza pubblica è stato accolto dalla solita sassaiola, quindi nel quartiere è caduto il buio (sabotata la centralina elettrica). Nella confusione che è seguita diversi colpi di fucile a pompa hanno attinto almeno 24 poliziotti, dieci di loro sono rimasti feriti alle gambe da pallini di piccolo calibro. Un individuo è stato visto sparare da una scarpata. Bilancio della serata: oltre 30 bottiglie molotov ritrovate, 8 giovani fermati.
Ad originare gli incidenti sembra essere stata la reazione per la morte di un abitante del quartiere, un «mediatore municipale» (una delle figure che fanno da intermediari sociali tra giovani e amministrazione comunale). L’uomo era stato ucciso l’8 marzo da un membro della Bac che avrebbe sparato, secondo la versione ufficiale, «in situazione di legittima difesa» alla fine di un inseguimento automobilistico. Ma la vittima non era armata. Subito dopo, scontri con colpi d’arma da fuoco si erano avuti nello stesso quartiere. Questi incidenti hanno suscitato grosso allarme nei servizi di polizia. Uno dei responsabili della sotto-direzione dell’informazione generale, l’attuale Sdig (ex Renseignements généraux), sezione dei servizi preposta, tra l’altro, al monitoraggio delle violenze urbane, ha spiegato che ormai «un tabù è venuto meno. Sempre più frequente è l’uso delle armi nelle tensioni che esplodono in banlieue».
Il 2 febbraio, nel quartiere della Grande Borne a Grigny, 4 agenti di polizia erano stati feriti da tiri con cartucce caricate a piombini. Episodi analoghi si sono svolti nel marzo 2007 nella banlieue sud di Parigi. Furono esplosi almeno 20 colpi di carabina calibro 22 con binocolo di precisione. Tiri che ferirono un funzionario. E poi ancora a Alnauy-sous-Bois (zona est della capitale francese) vennero rinvenuti degli ordigni esplosivi di fattura artigianale. Anche durante la lunga rivolta del novembre 2005 furo esplosi colpi d’arma da fuoco in diversi quartieri della cinta periferica parigina. Più recentemente armi da fuoco sono state impiegate durante la mobilitazione sociale di febbraio-marzo in Guadalupa, banlieueMartinica e nell’isola della Réunion. Scene di guerra. E, in effetti, ormai di una vera e propria guerra sociale si tratta.
Secondo i Servizi queste violenze sarebbero una risposta indiretta ai colpi portati contro il traffico di stupefacenti che tiene in piedi l’economia illegale controllata dalle numerose bande sorte nelle periferie. Ma la realtà è più complessa: le bande spiegano l’abilità organizzativa, l’uso delle armi, il controllo del territorio, ma attirarsi addosso la polizia non è economicamente redditizio. C’è dell’altro. Questi scontri scaturiscono sempre da incidenti nei quali hanno trovato la morte dei giovani. Episodi che cristallizzano il sentimento d’ingiustizia e scatenano la rivolta nel vuoto della politica. Non a caso i dispositivi messi in piedi dal governo evocano apertamente la figura del nemico interno. Dispiegamento di tutte le ultime tecnologie antisommossa (elicotteri e droni), fino alla spettacolarizzazione delle retate di polizia con massiccio dispiegamento di forze sotto gli occhi delle telecamere, fermi in massa e creazione d’istituti giuridici come la «testimonianza sotto anonimato». Un vero stato d’eccezione.

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