Razzismo a Tor Bella Monaca: agguato contro un migrante

Pestato a freddo ad un semaforo della periferia di Roma. In coma da una settimana commerciante pakistano. Ma non ha fatto notizia

Paolo Persichetti
Liberazione
31 marzo 2009

Mezzasega in posa

Mezzasega in posa

Stanno lì appollaiati sul muretto, presidiano il loro angolo di strada, un pezzo di marciapiede, un semaforo trasformato nel Totem sacro del loro territorio. Parte da qui l’odio incarognito che muove le piccole bande di giovani italiani spesso minorenni, che a Tor Bella Monaca, immenso quartiere della periferia sud-est della capitale, imperversano contro gli immigrati. Vessazioni e intimidazioni sono un fatto quotidiano. Piccole angherie, minacce, insulti, vetri rotti, macchine danneggiate finché un episodio un po’ più grave, una rapina, un’aggressione o un pestaggio, buca l’indifferenza e finisce nelle cronache locali, a volte nelle pagine nazionali. Stavolta neanche questo è successo.
Otto giorni fa, lunedì 23 marzo, Mohammad Basharat, un negoziante pakistano di 35 anni è finito in coma dopo una brutale aggressione. Ma la notizia è uscita fuori solo domenica 29, quando i familiari indignati per il completo blackout mantenuto sull’episodio hanno dato la notizia al Messaggero. Lunedì pomeriggio, Mohammad, insieme al cugino Alì, era andato col suo furgone Ducato al supermercato del quartiere per rifornirsi di merce da mettere in vendita nel suo negozio aperto meno di un anno fa. Sulla strada del ritorno era fermo a un semaforo. Non un semaforo qualunque ma quel semaforo, il Totem sacro. Chi passa da lì, nei pomeriggi che non terminano mai, deve pagare pegno se è un immigrato. Pakistani, Srilankesi e Bengalesi della zona lo sanno benissimo. Soprattutto sanno bene che non bisogna raccogliere provocazioni, mai incrociare gli sguardi, fare finta di non aver sentito gli insulti, non aprire vetri e portiere, anzi mettere la sicura e spingere a tavoletta l’acceleratore appena arriva il verde. Quello è il semaforo della paura.
Nella comunità funziona il passa parola, per questo ora tutti si domandano perché mai Mohammad non si è attenuto alle indicazioni, ma al contrario ha addirittura aperto la portiera. Sembra che quei brutti ceffi, cinque giovani secondo le testimonianze, teste rasate, orecchini, anello al pollice, insomma il solito look da coatto fascistoide, da popolo delle scimmie che agita le curve degli stadi, siano riusciti ad ingannarlo facendogli credere che avesse il portellone posteriore aperto. Mohammad ha abbassato il livello di vigilanza e quelli l’hanno letteralmente estratto dal mezzo e pestato. I pugni al volto sono stati devastanti; lui è caduto a terra sbattendo la testa. Un automobilista che ha assistito alla scena ha subito chiamato i soccorsi. All’inizio, per timore di ritorsioni, Mohammed non ha voluto sporgere denuncia. La paura era tale che per ben due volte ha rifiutato l’ambulanza ridimensionando l’episodio. Solo dopo esser andato finalmente in ospedale per il ripetuto mal di testa ha ricostruito esattamente la dinamica dell’aggressione. Ma la polizia sapeva già ogni cosa perché i testimoni avevano parlato. Un ritardo nei soccorsi che ha permesso all’emorragia cerebrale di dilagare. Mohammad, che doveva sposarsi a giorni in moschea, non sa che la sua compagna, incinta di pochi mesi, ha perso il bambino a causa del forte stress causato dalla vicenda. Lei, Chamdy Karunasekera, 38 anni, dello Sri Lanka, in un sol colpo rischia di ritrovarsi sola, senza più figlio e marito. La loro vita non era stata semplice. Avevano tentato con un phone center a Colli Albani, un’altra zona periferica della città, ma avevano dovuto chiudere a causa delle ripetute rapine notturne. Chamdy racconta anche di un’altra aggressione subita due anni fa dal suo compagno, sempre da parte d’Italiani in un’altra zona di Roma, l’Eur. Sembra di capire che il razzismo non ha quartiere e la xenofobia ormai uniforma i comportamenti. Periferia e aree residenziali, rampolli della borghesia bene, ceto medio e proletari, hanno condotte identiche e un medesimo humus culturale. Il marketing politico sulla sicurezza, la politica delle ronde, l’inasprimento della legislazione contro l’immigrazione carezzano l’odio che erutta dalla profondità antropologiche degli Italiani. Sull’immigrato, additato come capro espiatorio della crisi, si è costruita l’ultima immagine del nemico interno su cui costruire le nuove emergenze.
Chi aggredisce così spudoratamente, senza nemmeno la presenza di un pretesto ma quasi per gioco, per riempire pomeriggi vuoti, pieni di noia, sente alle proprie spalle il sostegno della politica, sente che ha con se l’air du temps. Una destra di governo che usa la paura contro i migranti, aizza l’intolleranza, legifera la discriminazione. Una polizia culturalmente connivente con i picchiatori bianchi. Commissariati di zona che mentre chiudono un occhio e restano indifferenti verso le intimidazioni di strada, tartassano di controlli gli immigrati, li fermano in continuazione, impediscono loro di guadagnarsi da vivere, li spingono sempre più verso la marginalizzazione e la clandestinità sociale.
Nonostante le politiche di riqualificazione urbana, che pure sono state avviate, Tor Bella Monaca resta terra di frontiera. L’apertura di un teatro comunale, di una ludoteca, di una biblioteca, la costruzione di giardini, hanno avuto l’effetto di una goccia d’acqua nel mare dell’emarginazione e della frustrazione che avvelena i giovani del quartiere. Ci sono forze più profonde, spiriti animali di un’epoca dove predomina la volontà di sopraffazione verso il debole e l’acquiescenza verso il forte.

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Cronache migranti
Razzismo, aggressioni xenofobe al Trullo
I dannati della nostra terra
Sans papiers impiegati per costruire Cpt
Le figure del paria indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti
Elogio della miscredenza

Stupro Caffarella: Racs innocente e senza lavoro 16/continua

Prima il carcere e ora il razzismo

Paolo Persichetti
Liberazione
29 marzo 2009

È durato il tempo di una fiaba la promessa di lavoro per Karol Racs, il romeno innocente marchiato col soprannome di “faccia da pugile”, accusato senza uno straccio di prova d’essere stato uno degli stupratori della Caffarella e poi a catena di una seconda violenza sessuale, finché il dna ha detto che gli autori erano altri. Lui aveva sempre negato, indicando persone e luoghi dove aveva passato la serata. Ma le sue parole erano scivolate via come il vento. Non solo non lo credevano ma nemmeno lo ascoltavano. Invece l’hanno preso a botte. Sta scritto nei referti medici stilati all’ingresso in carcere. Tutti sanno cosa è veramente successo. Nelle redazioni e in tribunale la voce corre. I dettagli passano di bocca in bocca. Ma nessuno pronuncia la parola giusta, quell’unica parola che direbbe tutto e spiegherebbe tante altre cose, per esempio la confessione estorta all’altro protagonista della vicenda, Alexandru Loyos Isztoika, il “biondino”. Quella parola che nemmeno esiste nel nostro codice penale. Fatto quasi unico: il reato di tortura non c’è, non perché non esiste il comportamento criminale che lo caratterizza ma perché manca la qualificazione giuridica che lo definisce. Come a dire che la “banca rotta fraudolenta” non esiste, non perché gli imprenditori non scappano con il malloppo ma perché non è previsto il reato che la persegue. Giochi di prestigio, assoluzioni preventive degli apparati.
Racs, dunque, doveva essere il perfetto colpevole con quella faccia lombrosiana segnata da una vita difficile. Orfanatrofio, lavori umili, espedienti, mai reati però. Anonimo tra gli anonimi che affollano le file degli umiliati e offesi. All’uscita dal carcere l’hanno rimesso a nuovo: vestiti, una Mercedes ad aspettarlo, albergo e ristorante per una settimana. Era l’accordo che il suo avvocato gli aveva garantito per l’esclusiva concessa a Porta a porta. Lì, spaesato più che protagonista, aveva fatto da comparsa alla cerimonia buonista del risarcimento pubblico, ma poi la serata ha preso un’altra piega. Nel parlamentino di Vespa nessuna domanda sulle percosse e solite passerelle per i politici di turno. Il Sindaco Alemanno ha mostrato una sola preoccupazione: onorare l’azione di quella polizia che in questa vicenda ha fatto solo disastri, sommando sofferenza a dolore, moltiplicando le vittime e lasciandosi quasi sfuggire i colpevoli. La deputata Livia Turco del Pd invece si è domandata dove fosse il punto d’equilibrio tra riconoscimento della sofferenza della vittima e garanzie giuridiche per chi finisce sotto accusa. Come se le due cose fossero incompatibili, come se evitare il coinvolgimento d’innocenti fosse un insulto e non un modo per dare giustizia alla vittima. Parole che hanno reso più chiare le ragioni del silenzio della sinistra in questa vicenda dominata dalle destre, moderate ed estreme, con il decreto sicurezza, le ronde, lo squadrismo, l’odio e il razzismo più sfrenati. La sinistra si è arresa da tempo: di fronte alla vittima ha rinunciato alla presunzione d’innocenza. Il paradigma vittimario dilaga, obnubila. Proposta come esperienza unica e incomparabile, la sofferenza della vittima strumentalizzata politicamente assume una visione assoluta, fino a rivendicare una sorta di monopolio del dolore, un’esclusiva narcisistica e perciò concorrenziale verso le altre vittime, fino al negazionismo altrui. Da qui l’edificazione di una scala di valori che paradossalmente preclude l’altro: la vittima ritenuta immeritevole e socialmente debole. Rinchiuso nella torre d’avorio del proprio dolore, il punto di vista vittimario diventato marketing politico si è trasformato in una tirannia che semina ingiustizie, legittima abusi e fomenta il populismo penale.
E così Racs, vittima negata di tutta la vicenda, ha fatto la fine di Cenerentola: allo scadere della mezzanotte il sogno di una vita normale è svanito. Le diverse offerte di lavoro si sono liquefatte. In particolare quella di Filippo La Mantia, lo chef che aprirà ad aprile un ristorante nel centro di Roma. Il cuoco, che anni fa subì un’ingiusta detenzione, ha dovuto fare retromarcia di fronte alle proteste e alle minacce ricevute. Tre cameriere si sono licenziate appena saputo dell’arrivo del romeno. Una ditta di facchinaggio ha protestato, sostenendo che c’erano italiani che avevano più diritti. Dall’estero un’agenzia turistica ha fatto sapere che non avrebbe più inviato clienti se Racs fosse stato assunto. Razzismo dilagante? Qualcosa di più e di peggio. Ormai lo spettacolo della cronaca nera annichilisce, spinge a barricarsi in casa, votare i politici che chiedono “legge e ordine”, odiare chi sta peggio e adulare chi domina.

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Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro
È razzismo parlare di Dna romeno
L’inchiesta sprofonda
Quando il teorema vince sulle prove
Tante botte per trovare prove che non ci sono
Non esiste il cromosoma romeno
L’accanimento giudiziario
La difesa di Racs denuncia maltrattamenti
Parlano i conoscenti di Racs
Non sono colpevoli ma restano in carcere
Racs non c’entra
Negativi i test del Dna fatti in Romania
Stupro della Caffarella
Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs
Cosa si nasconde dietro la confessione di Loyos?
La fabbrica dei mostri
Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso
L’uso politico dello stupratore
Caffarella: l’uso politico dello stupratore
Il capo della mobile querela Liberazione

«Rabbia populista» o «nuova lotta di classe»?

Francia, fabbriche in rivolta: bloccati i premi per i manager. Si apre la discussione di fronte alla crisi economica

Paolo Persichetti
Liberazione 27 marzo 2009

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«Rabbia populista» o nuova «lotta di classe»? Ieri sulle pagine dei più grandi quotidiani nazionali campeggiava questa domanda: un nuovo spettro si sta aggirando per il globo?
Commenti preoccupati e cronache inquiete s’interrogavano sul reale significato delle notizie provenienti dagli Stati uniti, dalla Francia e dalla Gran Bretagna. A New York, dopo l’arresto del magnate della speculazione finanziaria Maddof e la minaccia del Congresso di tassare con un’aliquota del 90% i bonus padronali, i dieci manager più pagati del colosso delle assicurazioni mondiali Aig, tra i più coinvolti nel crack delle Borse, hanno restituito i bonus milionari ricevuti come premi per i loro disastri. Per farli rinunciare a un po’ della loro famelica ingordigia è bastato un fine settima di picchetti organizzati da manifestanti davanti alle loro megaville blindate e con l’immancabile piscina.
A Edinburgo, in piena notte, il villone di Sir Fred Goodwin, l’amministratore delegato che ha portato al collasso la Royal bank of Scotland, per poi andarsene serenamente in pensione con un bonus di 16,9 milioni di sterline, alla faccia di migliaia correntisti ridotti al lastrico per aver creduto nei portafogli azionari offerti dai servizi finanziari dell’istituto di credito, è stato assalito da un gruppo di attivisti che hanno rivendicato l’azione con la sigla Bank bosses are criminals, «I banchieri sono dei criminali». Motto che riecheggia quello delle curve da stadio di mezza Europa, All corps are bastards, «Tutte le guardie sono bastarde».
Nel centro della Francia, a Pithiviers, Luc Rousselet, amministratore delegato della 3M, società farmaceutica americana in procinto di licenziare 110 dei suoi 235 dipendenti, è stato “trattenuto” negli uffici dell’azienda per oltre 30 ore dagli operai che era venuto ad incontrare. I lavoratori esigevano dei negoziati con l’azienda sulle modalità del piano di crisi che dovrà accompagnare la brusca riduzione di personale.
Ovviamente per gli operai non si è trattato di un «sequestro», com’è stato scritto sposando il punto di vista “padronale”, ma di un imprevisto prolungamento d’orario della giornata di lavoro del loro capo. Uno straordinario giustificato dall’eccezionalità della situazione venuta a crearsi. I 2700 lavoratori della 3M France, società ripartita su 11 siti, conosciuta per la produzione di “post-it” e del nastro adesivo “Scotch”, sono in sciopero illimitato dal 20 marzo. Un episodio analogo era già accaduto il 12 marzo scorso, quando il presidente-direttore generale di Sony France, Serge Foucher, era stato anche lui costretto a uno “straordinario notturno” in compagnia delle sue maestranze in lotta. Lo stabilimento di Pontonx-sur-l’Adour, nelle Lande, impiega 311 persone e la sua chiusura è fissata per il 17 aprile prossimo. Al direttore della Continental, invece, è toccato in sorte un fitto lancio di uova da parte dei 1120 addetti dell’impianto di Claroix, che proprio ieri sono stati ricevuti in delegazione da un consigliere di Sarkozy all’Eliseo.
Questa volta gli operai non sono isolati, hanno alle spalle il sostegno dell’opinione pubblica indignata di fronte alla notizia dei mega compensi attribuiti ai manager d’imprese che licenziano o di banche in deficit dopo aver sperperato il denaro dei clienti.
La rabbia è montata di fronte alle parole di Laurence Parisot, presidente della confindustria francese, che si era detta indisponibile di fronte alla richiesta del presidente della repubblica d’intervenire sui consigli d’amministrazione affinché i manager rinunciassero ai premi elargiti sotto varie forme (stock options, ovvero azioni con remunerazioni privilegiate, liquidazioni d’oro o pensioni stratosferiche). Il primo ministro ha dovuto annunciare il varo di un decreto per vietare l’attribuzione di questi bonus e stock options per le aziende che ricevono aiuti dallo Stato. A questo punto, dopo le resistenze iniziali, Gerard Mastellet e Jean-Francois Cirelli, presidente e vice presidente di Gdf-Suez, il gigante francese dell’energia, hanno dovuto rinunciare ai loro compensi supplementari piegandosi – hanno detto con malcelata ipocrisia – al «senso di responsabilità».
I titoli tossici immessi nei circuiti finanziari stanno forse scatenando la reazione di sani anticorpi sociali? All’estero, certo non in Italia, l’ira popolare sta cambiando bersaglio: dalla «Casta» alla «Borsa», dai «politici» ai «padroni»; che la barba di Marx stia di nuovo spuntando?
Quel che sta accadendo, in particolare al di là delle Alpi, dimostra quanto devastante sia stata da noi la prolungata stagione del giustizialismo, con il suo corollario d’ideologia penale e vittimismo seguiti alle ripetute emergenze giudiziarie. Il decennio 90 si è accanito contro i corrotti della politica assolvendo i corruttori dell’economia, aprendo la strada non solo alla vittoria politica del partito azienda ma alla sua egemonia politico-culturale sulla società.
Vedremo più in là se ha ragione L’Economist quando descrive, un po’ alla Ballard, l’albeggiare di una rivoluzione del ceto medio proletarizzato; o se invece ci sarà un’irruzione di protagonismo del nuovo precariato sociale. Una cosa è certa: oltreconfine hanno individuato la contraddizione da attaccare. È tutta la differenza che passa tra allearsi contro i padroni o fare le ronde contro i romeni. Ma quel che resta della sinistra italiana l’avrà capito?

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Lavorare con lentezza

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«Caro Lula, in Italia di ergastolo si muore»

Lettera aperta di un gruppo di ergastolani italiani al presidente brasiliano: «In Italia l’ergastolo è reale. Non estradare Battisti»

Paolo Persichetti

Liberazione 26 marzo 2009

Un gruppo di ergastolani reduci dallo sciopero della fame contro l’ergastolo, che per tre mesi e mezzo ha coinvolto a staffetta tutte le prigioni italiane, ha indirizzato una lettera aperta al presidente del Brasile, Ignazio Lula da Silva. Lo rende noto l’associazione Liberarsi che ieri ne ha diffuso il contenuto. Con questo gesto quei detenuti che sul loro certificato penale trovano la dicitura “fine pena mai” hanno voluto esprimere apprezzamento per un Paese che ha abolito l’ergastolo dal proprio codice penale. Nel testo, gli autori criticano senza mezzi termini quei giornali e soprattutto quegli esponenti politici che, ignorando «la storia, le storie e persino gli atti processuali», hanno per settimane ingiustamente raffigurato il Brasile come un postribolo da «terzo mondo, privo di una solida cultura giuridica, terra che custodisce latitanti e criminali internazionali». Un Paese che all’uscita degli anni bui della dittatura militare ha saputo fare quel salto di civiltà giuridica che mancò all’Italia dopo il fascismo. Dopo aver letto che una delle ragioni che potrebbero condurre le autorità brasiliane a rifiutare l’estradizione verso l’Italia di Cesare Battisti, l’ex militante della sinistra armata degli anni 70 che ha ottenuto lo status di rifugiato politico dal ministro della Giustizia Genro, viene proprio dal fatto che il Brasile rifiuta l’ergastolo, e senza per questo «voler entrare nel merito della vicenda», gli autori del testo ringraziano Lula «per aver ribadito un principio giuridico internazionale che dovrebbe essere un atto politico essenziale nella storia sociale dei popoli». In Italia – spiegano ancora gli autori della lettera – uno sciopero della fame che ha coinvolto migliaia di persone contro una pena socialmente eliminativa, «figlia giuridica della pena di morte, non fa notizia come il fatto che siano stati depositati alla corte di Strasburgo ben 739 ricorsi contro l’ergastolo». Per tutta risposta, invece, si stanno approntando «leggi che prevedono carcere e pene severe per immigrati, tossicodipendenti, prostitute e persino giornalisti». Tanto che le condizioni di sovraffollamento delle carceri italiane «come ha dichiarato in questi giorni lo stesso ministro della Giustizia, non rispettano il dettato costituzionale né il diritto alla dignità». Con questa iniziativa gli ergastolani vogliono far sapere alla comunità internazionale che in Italia la pena dell’ergastolo resta a tutti gli effetti una pena perpetua. La concessione della liberazione condizionale dopo il ventiseiesimo anno di reclusione, evocata ipocritamente dai nostri rappresentanti istituzionali, resta solo un’ipotesi sottomessa alla discrezionalità della magistratura e sempre più impraticabile a causa di una giurisprudenza restrittiva. Mentre la legge esclude, di fatto, tutti quelli che sono sottoposti al carcere duro. Di ergastolo si muore. Lula ora lo sa.

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Battisti, la decisione finale resta nelle mani di Lula. Fallisce il golpe giudiziario tentato dal capo del tribunale supremo, Gilmar Mendes
Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu
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Dalla vendetta giudiziaria alla soluzione politica
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Un kidnapping sarkozien
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Tarso Gendro: “L’Italia è chiusa ancora negli anni di piombo”
Crisi diplomatica tra Italia e Brasile per il caso Battisti richiamato l’ambasciatore Valensise
Stralci della decisione del ministro brasiliano della giustizia Tarso Genro
Lo sputo in faccia
Testo integrale della lettera di Lula a Napolitano
Brasile-italia: Tarso Gendro 2 frattini o
Caso Battisti: una guerra di pollaio
Dove vuole arrivare la coppia Battisti-Vargas?
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Corriere della Sera: la coppia Battisti Vargas e la guerra di pollaio

Stupro della Caffarella: cosa si nasconde dietro la “confessione” di Loyos? 15

Cosa si nasconde dietro la confessione-ritrattazione di Loyos? Per la difesa ci furono “pressioni fisiche” (tortura), per la procura quelle ammissioni dimostravano che Loyos e Gavrilia (uno degli stupratori) si erano conosciuti in carcere nel 2007

Anita Cenci
Liberazione 25 marzo 2009

Secondo il pm Vincenzo Barba esisterebbero dei legami tra Alexandru Loyos Isztoika, il “biondino” che aveva inizialmente confessato (ma subito ritrattato) lo stupro della Caffarella, per essere finalmente scagionato dal test del dna, e Oltean Gavrilia, che una volta incastrato dalla prova biologica ha ammesso la violenza commessa insieme al connazionale Jean Alexandru Ionut.
Il pubblico ministero ha depositato una certificazione dell’amministrazione penitenziaria nella quale si comprova la contemporanea presenza dei due nel carcere di Regina Coeli in due diverse circostanze. È quanto si è appreso ieri al termine dell’udienza del tribunale del riesame, chiamato a pronunciarsi sulla richiesta di scarcerazione di Loyos per l’accusa di calunnia, autocalunnia e diffamazione scaturita dalla sua ritrattazione. Il collegio, presieduto da Antonio Lo Surdo, si è riservato. Molto probabilmente la decisione arriverà nella giornata di oggi. La difesa ha ribadito che la confessione, avvenuta in piena notte, sarebbe stata estorta al giovane dopo un trattamento molto brusco, mentre l’assenza di segni evidenti sul corpo non sarebbe di per sé un argomento valido per sostanziare il reato di calunnia. Esiste un ampio ventaglio di pressioni fisiche, anche di elevata intensità, capace di non lasciare tracce lampanti. Al momento della ritrattazione, Loyos mostrava solo dei rossori al livello delle ascelle, mentre Racs era stato refertato all’ingresso in carcere. Insomma qualcosa d’anormale è certamente successo nelle ore immediatamente successive all’arresto dei due, sotto la pressione politico-mediatica del momento. Qualcosa che se trovasse conferma assumerebbe estrema rilevanza anche per l’enorme esposizione politica assunta da tutta la vicenda. Lo stupro di san Valentino è stato il cavallo di Troia che ha consentito il varo dell’ennesima svolta sicuritaria, la legalizzazione delle ronde, una nuova ondata di sgomberi e odio xenofobo con ripetuti pestaggi di lavoratori immigrati. Una spedizione punitiva contro lavoratori romeni avvenne in margine ad un corteo di Forza nuova nelle ore successive allo stupro. Attorno alla vera storia della confessione-ritrattazione di Loyos si gioca dunque una partita importante, non solo giudiziaria ma anche politica.
Per questo questura e procura non arretrano di un millimetro, intenzionate ad allontanare ogni sospetto sul loro operato e dimostrare che l’arresto di Loyos non era poi del tutto infondato. Il pubblico ministero ha ripetuto che Loyos, con la sua “confessione”, intendeva proteggere la fuga dei suoi complici. Se così fosse, sia Gavrilia che Ionut non ne hanno minimamente approfittato, commettendo al contrario solo errori e ingenuità.
E poi, il fatto che il “biondino” e Gavrilia si siano trovati nello stesso carcere per 48 ore, dal 25 al 27 settembre 2007, e per 8 giorni dal 12 al 20 ottobre successivo, non dimostra automaticamente che abbiano avuto modo di conoscersi. La prima volta erano addirittura in piani diversi. I «nuovi giunti», spiegano da Regina Coeli, passano sempre alcuni giorni in isolamento. La circostanza, benché meriti d’essere approfondita, allo stato resta soltanto una mera supposizione non corroborata da prove.

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Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro 1
È razzismo parlare di Dna romeno 2
L’inchiesta sprofonda 3
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Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs 14
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La fabbrica dei mostri 17
Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso 18

Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs 14

Scarcerato Karol Racs. Crolla anche la seconda accusa
Confessano i due veri autori dello stupro incastrati dal dna

Anita Cenci
Liberazione 24 marzo 2009

Karol Racz ha lasciato ieri sera il carcere di Regina Coeli. È caduta così anche la seconda accusa nei confronti del romeno già scagionato l’11 marzo scorso dalla violenza carnale commessa contro una minorenne il giorno di san Valentino nel parco romano della Caffarella.
Il tribunale del Riesame di Roma, presieduto da Giuseppe D’Arma, ha esaminato la nuova richiesta di scarcerazione per l’altra accusa che pesava nei suoi confronti, l’aggressione sessuale su una donna di 41 anni consumata la sera del 21 gennaio nel quartiere del Quartaccio, una zona di Primavalle nella periferia nord della capitale. Questa seconda imputazione era giunta all’apice della brutale campagna mediatica che aveva messo alla gogna Racz, insieme al suo coimputato Loyos Isztoika, decretati colpevoli dello stupro della Caffarella anzitempo. I due episodi erano tenuti insieme dal «teorema incolpativo» messo in piedi dalla questura e dalla procura, dopo aver abilmente pilotato testimoni facilmente suggestionabili e vittime e comprensibilmente confuse e sotto choc. I due ragazzi oggetto dell’aggressione – avevano scritto i giudici in sede di tribunale del Riesame – «hanno generato un quadro rappresentativo destrutturato, disomogeneo e contraddittorio».
Il tribunale ha deciso di rimettere in libertà Racz, nonostante il pm nel corso dell’udienza avesse richiesto la conferma del provvedimento restrittivo. Ma, contro l’accanimento persecutorio della procura, pesava come una montagna il risultato negativo dell’esame dna (come per l’episodio della Caffarella), il riconoscimento incerto realizzato dalla vittima in sede d’incidente probatorio, incertezza ribadita dalla donna in più di una occasione e poi l’alibi stesso fornito dal romeno, come nel caso della Caffarella. Alibi, va detto, mai tenuti nella giusta considerazione dagli inquirenti perché a fornirli erano persone ospiti nei campi rom della zona di Torrevecchia. Alcuni di loro, appositamente riuniti dalla polizia in una sala d’attesa della questura, erano stati intercettati con la speranza di coglierli in flagranza di falsa testimonianza mentre insieme, pensavano gli investigatori, sicuramente avrebbero concordato una versione di comodo che scagionasse il loro conoscente. Invece dicevano il vero. Un comportamento, quello degli investigatori e della procura, che in tutta questa vicenda ha dato più volte prova di un aperto pregiudizio.
Sempre ieri, gli altri due romeni risultati positivi al test del dna, arrestati venerdì 20 marzo con l’accusa d’essere i veri stupratori della Caffarella, hanno confessato la loro partecipazione all’aggressione nel corso dell’interrogatorio di garanzia tenuto di fronte al pm e al gip. I due, Alexandru Jean Ionut, 18 anni, e Oltean Gavrilia, 28 anni, già detenuti per altre rapine contro delle coppiette, realizzate in un altro parco della capitale limitrofo a quello della Caffarella, nei giorni immediatamente successivi allo stupro, hanno affermato – ha spiegato il pm Vincenzo Barba – «di avere appreso dell’arresto di Loyos Isztoika e Racz dai giornali escludendo però di averli mai conosciuti o frequentati».
Insomma della prima inchiesta non resta nulla, se non molta cattiva coscienza e tanta disonestà intellettuale, come quella dimostrata dal questore Giuseppe Caruso che dopo la svolta nelle indagini, riprese da zero e finalmente condotte con criteri investigativi seri, non più obnubilati dalla necessità di offrire in fretta dei colpevoli alle richieste pressanti della politica, ancora sabato scorso si dichiarava convinto «che ci sia un legame diretto o indiretto» tra Loyos (il biondino) e i due nuovi arrestati. «È il filo che stiamo cercando di scoprire», ha aggiunto. Eppure, sempre il Riesame aveva liquidato l’autoconfessione di Loyos con parole inequivocabili: «Una trama che declina uno stato d’intrinseca inaffidabilità (…) d’infedeltà storico-rappresentativa», in quanto «è proprio la qualità soggettiva del dichiarante a deprivare il suo narrato della presunzione relativa di affidabilità e a influenzare il meccanismo ricostruttivo».
Ora che i presunti responsabili dello stupro sono stati assicurati alla giustizia e l’inchiesta sembra avviata su binari più consoni del rispetto del codice di procedura (con la rinuncia a far sfilare davanti ai media dei trofei da caccia), molti vorrebbero sapere come è stata estorta la confessione di Loyos, come è stato possibile che gli sia stato fatto dire «lo abbiamo fatto per dispetto», quando non aveva commesso nulla del genere.
Anche se le reazioni delle istituzioni vanno in tutt’altra direzione e difficilmente si arriverà a fare piena luce. Il sindaco di Roma Alemanno si è subito complimentato con la questura «per la tenacia e la determinazione» dimostrata.
E mentre le indagini sui nuovi inquisiti si allargano per verificare se Gavrilia, come ha sostenuto il suo coimputato più giovane, si sia macchiato di un altro stupro (di cui andava vantandosi) avvenuto nel mese di luglio 2008 nella zona del Pigneto, oggi si terrà l’udienza del Riesame per Loyos Isztoika ancora detenuto con l’accusa di calunnia, autocalunnia e diffamazione per una violenza che non ha mai commesso.
Intanto ieri sera all’uscita dal carcere del suo assistito, l’avvocato La Marca ha lanciato un appello: «Karol è un bravo pasticcere, se c’è qualche fornaio o pasticcere pronto a offrire un lavoro si faccia avanti».

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Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro 1
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Racs innocente e senza lavoro 16
La fabbrica dei mostri 17
Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso 18

Stupro Caffarella 13

Dimmi come parli…

di Klaus Mondrian
Liberazione
15 marzo 2009

Il questore Giuseppe Caruso

“Dimostreremo che i due romeni sono coinvolti nello stupro della Caffarella”.

È vero, il dna dimostra che non sono stati loro.
È vero, le vittime li avevano riconosciuti pur non essendo stati loro.

È vero, il reato in italiano si chiama stupro e non stuprom.
Ma bisogna essere ottimisti: non è vero ciò che è vero, ma è vero ciò che piace!
Lo dice anche il proverbio: tutte le strade portano a rom

Link
Quartaccio-Caffarella, l’uso politico dello stupro 1
È razzismo parlare di Dna romeno 2
L’inchiesta sprofonda 3
Quando il teorema vince sulle prove 4
Tante botte per trovare prove che non ci sono 5
Non esiste il cromosoma romeno 6
L’accanimento giudiziario 7
La difesa di Racs denuncia maltrattamenti 8
Parlano i conoscenti di Racs 9
Non sono colpevoli ma restano in carcere 10
Racs non c’entra 11
Negativi i test del Dna fatti in Romania 12
Stupro del Quartaccio, scarcerato Racs 14
Cosa si nasconde dietro la confessione di Loyos? 15
Racs innocente e senza lavoro 16
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Loyos picchiato dalla polizia per confessare il falso 18

 

Francia: tre milioni contro Sarko e Padroni

Un successo la giornata di mobilitazione generale dei lavoratori del pubblico e del privato

Paolo Persichetti
Liberazione
20 marzo 2009

Il clima sociale in Francia è più che surriscaldato. 3 milioni di persone secondo i sindacati, poco meno della metà per la polizia, sono scesi in strada nei 229 cortei che ieri hanno traversato le diverse città del Paese. Oltre 300 mila a Marsiglia, più di 350 mila a Parigi. Forti del successo ma anche dell’ampio sostegno della popolazione (secondo un sondaggio, infatti, per il 78% dei francesi la mobilitazione era «giustificata») i sindacati ora alzano il tiro. Chiedono la protezione dei posti di lavoro, misure incisive per rilanciare il potere d’acquisto dei salari, la difesa dei servizi pubblici, maggiori tutele per la disoccupazione, contestano la politica economica del governo attenta solo difendere la redditività del capitale, con fondi stanziati solo per imprese e banche travolte dal crac della finanza. Al di là del consueto balletto di cifre, quel che conta è il fatto che in piazza c’era più gente del 29 gennaio scorso, quando si parlò di due milioni di persone. Scommessa riuscita nonostante qualche polemica: «I militanti del nuovo partito anticapitalista sono dei rapaci», aveva detto il segretario della Cfdt (sindacato moderato), François Chérèque, denunciando il loro attivismo davanti ai cancelli.
A differenza di quel che accade in Italia, dove la Cgil, Fiom e Cobas sono messi all’angolo dagli altri sindacali e dal Pd, l’unità del movimento è uno dei punti forti della mobilitazione francese che lavora, nella più classica delle tradizioni, per raggiungere una massa critica in grado di spingere il governo e il padronato a fare concessioni.
Meno seguito è stato, invece, lo sciopero generale. La funzione pubblica, gli enti locali, gli ospedali, sono stati chiamati a incrociare le braccia per bloccare i piani di soppressione dei posti di lavoro (previsto il rimpiazzo di un solo posto per ogni due che si liberano). Coinvolti anche l’educazione nazionale, ferrovie, autobus e metropolitane, poste, Telecom, energia (Edf, Gdf-Suez), aeroporti, con adesioni che hanno oscillato dal 35% al 60%, secondo il comparto.
Novità importante è stata l’astensione dal lavoro del settore privato. Più estesa e organizzata della volta scorsa, lo sciopero ha visto l’adesione dei lavoratori di Total, Saint Gobain, Auchan e Carrefour. Banche, chimica, metallurgia, automobile, grande distribuzione, la mobilitazione è stata capillare con punte che hanno raggiunto il blocco totale delle officine da parte delle maestranze. È successo alla Continental di Clairoix, la fabbrica di pneumatici con 1120 dipendenti che ha tenuto banco nei giorni scorsi con un’importante mobilitazione contro il progetto di chiusura annunciato dalla proprietà. Tagli all’occupazione sono stati annunciati anche dalla Total, nonostante gli utili record ricavati, e dalla Sony France. In uno degli stabilimenti, dove erano giunte le lettere di licenziamento, gli operai hanno sequestrato per una notte intera l’amministratore delegato. Per non dimostrare di essere da meno, i lavoratori della Continental hanno prima costretto l’amministratore delegato a fuggire sotto un fitto lancio di uova, poi bloccato i cancelli della fabbrica e appeso un manichino raffigurante lo stesso manager, quindi hanno fatto irruzione nella sala dove si teneva una riunione tra sindacati e azienda, interrompendola con il lancio di bottiglie e altri oggetti. Tanto per far capire quale è il loro stato d’animo.
In evidente difficoltà per la forte pressione sociale che si è fatta forte dell’esempio venuto dalla rivolta in Martinica, Guadalupa e Réunion (oltre un mese di scioperi insurrezionali che hanno strappato al governo concessioni sociali), l’esecutivo ha chiesto al padronato di fare un gesto simbolico che placasse gli animi. Di fronte alla richiesta di ridurre i compensi stratosferici ricevuti dai manager, anche quando le imprese licenziano o affondano per scelte finanziarie errate, speculazioni azzardate nel mercato azionario, Laurence Parisot, la spocchiosa chef degli industriali di Francia, ha risposto senza mezzi termini che il Medef (equivalente della nostra Confindustria) è una semplice autorità morale. «Non abbiamo i mezzi, né tantomeno il desiderio d’imporre (ai nostri affiliati Ndr) qualcosa che dipende unicamente dalla relazione contrattuale tra mandatario sociale, impresa e consiglio d’amministrazione». Insomma il Medef riacquista piena integrità solo quando deve licenziare operai.
Sarkozy, invece, come ha osservato maliziosamente le Monde, ha preferito parlare di uno dei suoi temi preferiti, la sicurezza. Alla vigilia della gioranta di mobilitazione si è precipitato in banlieue per dichiarare guerra alle bande, promettendo pene più severe. Forse voleva far dimenticare di aver messo il veto sulla riforma fiscale che protegge una piccola casta di privilegiati. «Sarkozy conferma quello che già sapevamo – ha scritto Libération in un duro editoriale – egli è soltanto l’intendente arruffone delle classi possidenti».

Sergio Segio, ovvero chi frequenta l’infamia

L’Esportazione della colpa

Certo che ormai è roba vecchia, ma siccome il web archivia tutto e basta un clic per ritrovare cose dimenticate, un po’ come quando entri in una soffitta o una cantina, allora getto anch’io nel ripostiglio della memoria questa vecchia polemica, un po’ per liberarmene, un po’ perché fuori dal carcere ho rimesso piede da poco e così ad anni di distanza scopro altre cose che non sapevo, come il fatto che un signore di nome Sergio Segio (alias comandante Sirio, pensate che tipo. Roba da estetismo dannunziano), per altro mai conosciuto personalmente, taccia me ed altri fuoriusciti, come Scalzone, d’essere calunniatori nei suoi confronti.
Allora proviamo a ricostruire tutti i passaggi della schermaglia (si, vabbé è tempo perso…).

Tutto comincia all’alba del 25 agosto (in realtà il 24 a sera, ma ora sorvoliamo sui dettagli), quando sotto il tunnel del Monte Bianco vengo ceduto dall’antiterrorismo francese alla Digos italiana, dopo 11 anni di esilio parigino. Oggi sappiamo che fu un “rapimento” bello e buono realizzato nel clima delle extraordinary rendition dell’epoca.
Serve ora una premessa: ero andato via nel 1991. Un anno e mezzo prima, al processo di primo grado ero stato assolto dall’accusa più grave (contro di me c’era la testimonianza contraddittoria di un pentito che non resse al vaglio dibattimentale). Intervenne così la scadenza termini per il reato di banda armata. Ovviamente la procura fece appello. Intanto nelle carceri oltre l’80% dei prigionieri, che non avevano aderito alla dissociazione, proclamano, in varie forme, la conclusione del ciclo politico della lotta armata. Fuori c’erano esperienze politiche nuove che in buona parte avevo già conosciuto (ero entrato in carcere solo nel 1987). Nel frattempo scoppiò anche una lunga occupazione delle università che prese il nome di “movimento della Pantera”. Il processo d’appello, svoltosi nel febbraio 1991, fu anche una vendetta contro il nostro attivismo politico alla luce del sole, contro il tentativo di mettere in pratica il “passaggio alla lotta politica di massa” di cui parlavano una parte degli ex militanti provenienti dalla lotta armata.
Risultato: il verdetto di primo grado fu capovolto e il residuo pena di sei mesi si traformò in altri 20 anni di reclusione da scontare. Arriva l’estate e scoppia il caso Cossiga, l’allora presidente della repubblica comincia a “picconare” e tra l’altro lancia la proposta di un’amnistia per i reati politici degli anni 70-80. Simbolicamente predispone un decreto di grazia per Renato Curcio che il guardasigilli Claudio Martelli rifiuta di firmare. In coro Dc e Pci ripropongono la linea della fermezza e la “soluzione politica” scema.
A quel punto, dopo aver superato delle stupide reticenze, mi decido a partire. Approdo in Francia e qui ricomincio una nuova esistenza sbarcando il lunario, seguendo la trafila classica dell’esule: vita precaria, senza documenti, senza una lira… ma pur sempre una vita libera. Undici anni passano fino a quella notte sotto il tunnel del Monte Bianco.

E in tutto questo che c’entra Sergio Segio, direte? Già che c’entra? Questo me lo sono chiesto pure io. Ma gli stronzi sono stronzi proprio per questo. Perché come tutti gli stronzi a questo mondo vogliono entraci sempre per forza. Altrimenti che stronzi sarebbero?

Dunque c’entra e come, anzi non attende altro, scalpita.

Nel frattempo, abbastanza inconsapevole della trappola che si stava richiudendo su di me, della sceneggiata mediatica che era stata preparata e della montatutura poliziesco-giudiziaria messa in piedi per coinvolgere i fuoriusciti nell’attentato Biagi, arrivavo in Italia come Pinocchio tra i gendarmi.
L’atteggiamento distaccato, il tono sereno ma fermo che avevo mantenuto in quelle ore aveva irritato però la protervia di tanti chierici. Aveva infastidito le loro coscienze, la quieta codardia con la quale avevano pensato d’evacuare gli anni 70. Riemergeva un rimosso, solido e tosto, scomodo, troppo scomodo, perché testimonianza di come avrebbe potuto evolvere quella vicenda se non avesse avuto come risposta soltanto il carcere.
Fonte di quell’indignazione erano gli anni 90, con il loro paradigma della libertà rappresentato dai fuoriusciti, anteposto a quello dell’impunità di Stato, sempre avallata con l’appoggio, a volte tacito, a volte aperto, alle leggi premiali e alle misure di sostegno e remunerazione dei collaboratori di giustizia. Il valore sacrosanto della certezza della pena, che ora veniva riscoperto, era stato mercanteggiato per lungo tempo alla fiera delle indulgenze. Per questo appariva intollerabile ogni riflessione libera dalle ipoteche e dai ricatti emergenziali. Inammissibili erano quei percorsi sottratti al dominio del paradigma penale, delle ricostruzioni ammaestrate e delle teorie del complotto. Insopportabile diventava ogni testimonianza d’oltrepassamento, ogni storicizzazione che non rinunciasse al vaglio della critica sul passato e sul presente.
«Basta con i santuari», «basta con l’impunità», titolavano i maggiori quotidiani di quei giorni. La concomitanza con l’anniversario dell’11 settembre ricordava come la musica nel mondo fosse cambiata. Era tempo, ormai, per un forte richiamo all’ordine, alla riaffermazione dell’autorità, al rispetto assoluto della legge, al ripristino della certezza della pena. Tolleranza zero, repressione assoluta, massima sicurezza, guerra preventiva, lotta «senza frontiere» contro ogni posizione che non fosse allineata.
C’era bisogno di simboli.
Anche i giudizi dei commentatori più importanti si assomigliavano. Ma ciò che più colpiva era il fatto che in quel frangente mi venisse rimproverato il presente più del passato. Non era tanto il giovane venticinquenne condannato a ventidue anni e mezzo di carcere che suscitava biasimo, quanto l’adulto quarantenne. C’era qualcosa che l’Italia non riusciva ad accettare nell’uomo che tornava con le manette ai polsi. Perché ce l’avevano tanto con me?
Grandi firme come Barbara Spinelli, Sergio Romano, Mario Pirani, Gianfranco Pasquino mi rimproverano di tutto: «non aver mai ripudiato la violenza», addirittura qualcuno evocando i presunti «segreti del caso Moro» m’accusava di «non aver detto tutta la verità», dimenticando nella fretta che nel marzo 1978 non avevo 16 anni, fino alla corrività con gli attentatori di Biagi.

Ed è a questo punto che appare lui, il nostro Sergetto, che fremente attendeva l’occasione per salire in cattedra e dare le sue stucchevoli lezioni.

A questo punto consentitemi di risparmiare tempo e raccontare l’episodio con le parole utilizzate in un libro che ho scritto in carcere:

«Anche un ex esponente di Prima linea, Sergio Segio, irrompeva sulla scena. Noto irriducibile della dissociazione, frequentatore delle “aree omogenee”, durante gli anni di cattività come un mammifero da circo in cambio dello zuccherino era stato ammaestrato a salire in cattedra e recitare la morale. Il ravveduto esponente di uno dei più cospicui gruppi della lotta armata degli anni 70, al pari di una foca ammaestrata, aveva appreso la gesuitica arte dell’autocritica degli altri e da allora non perdeva occasione per fare mostra della propria eccellenza. La parabola edificante di cui si voleva testimone, lautamente ricompensata dalle leggi premiali dell’emergenza, doveva essere per tutti la via maestra. La sicumera era tale, forse perché sostenuta dalla convinzione d’aver già conquistato un posto in paradiso, che Segio scalpitava per la predica e sponsorizzato dalle pagine di Repubblica (del 27 agosto) intimava a me (appena incarcerato), e agli altri fuoriusciti, di «prendere una chiara posizione contro l’inaccettabile prassi dell’omicidio e della violenza politica», altrimenti – sentenziava – «finirete per diventare lo specchietto per le allodole».
Da autentico domenicano dell’inquisizione e poliziotto delle coscienze, lanciava l’accusa di correità, avanzava dubbi su una presunta opacità e connivenza culturale con i nuovi attentatori di Biagi e D’antona. Si distingueva come uno zelante ausiliario della pubblica accusa che disegna la cornice ideologica nella quale inchiodare alle loro responsabilità i recalcitranti. Parlava del rischio che si aprisse una caccia aperta ed egli era il primo che sparava. Ma come un cacciatore di frodo però, un vile bracconiere che colpisce alle spalle un uomo ammanettato.
Con il collare del suo nuovo padrone, il vecchio lupo era diventato un cane da guardia che aveva perso il pelo ma non il vizio. Da bravo lacchè suggeriva la via d’uscita: importa poco che non abbiate fatto nulla; ciò che conta è schierarsi, altrimenti quel nulla può diventare tutto.
A Segio non bastava più la presa di distanza dal passato, voleva imporre agli altri anche quella dal presente e dal futuro».

Link
Segio:“La rivoluzione era un pranzo di gala”
La Prima linea, il film che vorrebbe seppellire gli anni 70 sotto il peso del senso di colpa
L’esportazione della colpa (1)
Miccia corta e cervello pure
Sergio Segio: “Scalzone e i parigini condannino la lotta armata” (2)
Segio ha dimostrato solo di avere ancora molte cambiali da pagare per la sua libertà” (3)
“Monsieur de la calomnie” (4)
Scalzone: “Caro Segio, non c’ è nulla da cui mi devo dissociare” (5)
Sergio Segio, il narcisismo del senso di colpa (6)
Segio e l’ideologia del ravvedimento (7)
I ravveduti
Il Merlo, il dissociato e il fuoriuscito


Sergio Segio detta l’autocrita ai rifugiati, «Scalzone e i parigini condannino la lotta armata»

L’attacco di Sergio Segio agli esuli parigini: se in Italia qualcuno ha preso di nuovo le armi è colpa della mancata dissociazione dei fuoriusciti riparati in Francia, «non hanno mai preso le distanze dall’omicidio poltico, hanno solo criticato la dissociazione e le legge premiali»

di Carlo Bonini
La Repubblica 27 agosto 2002

ROMA – Sergio Segio ci pensa su. Paolo Persichetti, Oreste Scalzone, Parigi. In fondo, per gli “ex” – e lui lo è: ex Prima linea, ex detenuto, ex dissociato – è sempre così. La storia di un singolo non è mai soltanto la sua storia. E se, come in questo caso, la fine di una latitanza significa forse la fine dell’eccezione francese, allora la voglia di prendere parola diventa prepotente. Soprattutto se la sfida è ai “compagni” di ieri. “Tanto vale che lo dica…”. Cosa? “Che la comunità francese dei rifugiati politici, a prescindere dalle responsabilità di ciascuno, oggi ha un dovere collettivo e una necessità”. Quali? “Prendere una chiara posizione contro l’inaccettabile prassi dell’omicidio e della violenza politica. E non penso a una generica petizione di principio, che per altro, in vent’anni, non c’è mai stata. Penso a una cesura politica netta. Che riguardi non il passato, ma soprattutto il presente e il futuro”. Detto da lei che l’omicidio politico lo ha praticato… “E infatti provo imbarazzo a parlarne. Ma credo di avere qualche ragione in più per farlo. Non fosse altro che per il doloroso insegnamento etico e politico che vent’anni di galera e la stagione della dissociazione hanno prodotto sul sottoscritto e su un’intera generazione. Una generazione – diciamolo una buona volta – che non ha collaborato, ma, al contrario di alcuni, non si è mai sottratta alle sue responsabilità individuali riparando all’estero per fuggire la galera”. Perché accusa Scalzone e parte dei rifugiati di opacità politica? “In questi anni, le cronache e la pubblicistica dall’esilio francese hanno raccontato una comunità che almeno nella sua parte più rumorosa si è distinta soltanto per la severità e ingenerosità dei giudizi politici ed etici, ai limiti della calunnia, nei confronti di chi, in Italia, o stava attraversando in carcere il faticoso passaggio della dissociazione o sperimentava da libero nuove forme non violente di conflitto sociale. Basta leggere cosa scriveva Persichetti non più tardi del luglio scorso dell’esperienza del movimento di Genova o dei girotondi. Evidentemente non voglio far polemica con chi oggi ha perso la libertà, ma segnalare come in tanto profluvio di analisi politica non ho mai letto una sola e seria riflessione destinata all’Italia sul drammatico e antistorico ritorno all’omicidio politico. Nei ‘parigini’ ho sempre notato la logica dei due pesi e delle due misure”. Anche lei è convinto della contiguità tra “rifugiati” e nuove Br? “Assolutamente no. Credo che la cattura di Persichetti significhi soltanto ‘arrestarne uno per ammonirne cento’. E credo anche che per quanto le Br abbiano ereditato quel che di peggiore, cinico e volgare esisteva della tradizione stalinista non siano arrivate al punto di immaginare una direzione strategica estera. Ma proprio perché sono convinto di questo ritengo che sia necessario un segnale politico dei rifugiati. Se prendono una posizione chiara sulla violenza politica otterranno due importanti risultati. Primo: eviteranno di diventare specchietto per le allodole utile per ogni tipo di strumentalizzazione o sospetto. Secondo: sveleniranno il clima in vista di un autunno che si annuncia complicato, privando di ogni alibi chi immagina una ripresa della violenza politica e una repressione indiscriminata”. Veramente Scalzone sembra avere altro in testa. “Ho un antico affetto per Scalzone. Constato però un suo forte scollamento rispetto al contesto. Nella sua generosità, a cominciare dall’annuncio dello sciopero della fame per Persichetti, c’è un velo di megalomania che fa torto alla sua intelligenza. Non può non capire che la strada verso l’indulto, che da tempo sostengo, passa anche attraverso una assunzione di responsabilità storica e politica”.

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