Nuovi documenti e prove sui lager fascisti

Libri 2/Alessandra Kersevan, Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento 
fascisti per civili jugoslavi, 1941-1943, Nutrimenti, euro 18

Una delle pagine più criminali della nostra storia

Sandro Padula
Liberazione
18 settembre 2008

Le ultime parole pronunciate da Gianfranco Fini alla festa di Azione giovani, e poi contestate, non hanno modificato la rappresentazione riduzionista del fascismo fatta propria dalla destra postfascista. Un giudizio storico che censura unicamente le leggi razziste del 1938 per salvaguardare tutto il resto, anche la spietata politica coloniale condotta durante il ventennio.
Una delle pagine più criminali della nostra storia rimossa dalla memoria nazionale e che il libro di Alessandra Kersevan, Lager italiani. Pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943 (Nutrimenti, pp. 287) ha il pregio di riportare alla luce grazie anche ad una importante documentazione per buona parte inedita fatta di foto, lettere, testimonianze dei sopravvissuti.
Già dal 1866, allorché Il Giornale di Udine teorizzava la necessità di eliminare gli slavi «col benefizio, col progresso e colla civiltà», il confine orientale dell’Italia divenne «mobile» e fino alla Seconda guerra mondiale si spostò sempre più ad est, tanto da evidenziare un processo di annessione coloniale di «molti territori storicamente non abitati da gente di nazionalità e lingua italiane».
Nel 1920 Mussolini affermò a Pola che l’Adriatico doveva essere liberato dagli Slavi. Nel luglio di quello stesso anno, con la complicità della polizia e il sostegno della stampa triestina filoitaliana, una squadra fascista incendiò il Narodni Dom, la casa del popolo degli sloveni e croati di Trieste, provocando la morte di due persone e la distruzione di uno dei più significativi simboli del patrimonio culturale delle componenti slave della città. Il clamore di quell’attentato fu un campanello d’allarme per gli sloveni e i croati triestini, goriziani e istriani: ogni slavo diventava un possibile bersaglio della violenza razzista e fascista.
Nel marzo del 1921, tanto per fare un esempio, a Strunjan-Strugnano, un paese vicino a Capodistria, alcuni «squadristi fascisti spararono da un treno in corsa su un gruppo di bambini intenti a giocare, uccidendone due e ferendone gravemente cinque».
Con la presa del potere da parte di Mussolini, l’aggressività dei fascisti si trasformò in «leggi ben precise e provvedimenti di persecuzione culturale, economica e poliziesca». Alcuni sudditi italiani di nazionalità slovena e croata per non sfuggire alle persecuzioni accettarono di farsi «assimilare». Fra di essi «Giuseppe Cobol, italianizzato Cobolli, e poi Cobolli Gigli, che sarebbe diventato addirittura ministro dei Lavori Pubblici di Mussolini, e con lo pseudonimo di Giulio Italico insegnava canzoncine che minacciavano di gettare nella Foiba di Pisino chi non era un convinto italiano».

Diversa sorte toccava ai non assimilati: «dei 979 processi del Tribunale speciale ben 131 furono celebrati contro sloveni e croati della Venezia Giulia. Di 47 condanne a morte, pronunciate da questo tribunale fascista, ben 36 riguardavano sloveni e croati, e 26 furono eseguite (a Basovizza e Opicina, presso Trieste e al Forte Bravetta, a Roma)». Tutti questi avvenimenti costituirono le premesse storiche che, dopo l’aggressione nazifascista alla Jugoslavia e la sua spartizione (attraverso un piano che Alessandra Kersevan ritiene simile allo «smembramento della Jugoslavia che si è attuato negli anni Novanta»), condussero all’ipertrofia delle azioni sanguinarie, terroriste e liberticide dello Stato italiano. Furono circa 200 mila i civili «ribelli» che, senza neanche un processo, morirono sotto il piombo dei plotoni di esecuzione italiani in Slovenia, «Provincia del Carnaro», Dalmazia, Bocche di Cattaro e Montenegro (di cui ha scritto Giacomo Scotti sul Manifesto del 4 febbraio 2005, «Così iniziò la stagione di sangue»).
Furono inoltre circa 100 mila i civili jugoslavi, fra sloveni, croati, serbi e montenegrini, che vennero internati nei lager italiani nel periodo che va dal 1941 all’8 settembre 1943, quindi anche dopo la caduta del governo fascista avvenuta il 25 luglio 1943 e durante i primi 45 giorni del governo Badoglio voluto da Vittorio Emanuele III. Tra i circa 100 mila internati ne morirono per fame e malattie 4141 nei campi e molti altri nei trasferimenti da un campo all’altro. I lager, sia quelli gestiti dall’esercito (in molti casi, a parte l’apparato di sorveglianza, simili a tendopoli recintate da filo spinato) che quelli gestiti dal ministero dell’Interno («spesso insediati in vecchi edifici, ex conventi, opifici o ville padronali, lontani dai centri abitati ma anche in mezzo al paese»), venivano organizzati come parte integrante di una strategia di guerra e di antiguerriglia.
I campi di concentramento per civili jugoslavi più tristemente famosi furono: Arbe-Rab (un’isola annessa dall’Italia il 18 maggio 1941 e oggi appartenente alla Croazia ); Gonars, un paese a sud di Udine; Visco, un comune della provincia udinese; Monigo, un comune della provincia di Treviso; Chiesanuova di Padova; Cairo Montenotte, un comune della provincia di Savona; Renicci in provincia di Arezzo e in riva al Tevere; Colfiorito, una frazione del comune di Foligno (PG); Fraschette di Alatri, campo gestito dall’autorità civile in provincia di Frosinone.
L’obiettivo di Benito Mussolini e del generale Mario Roatta, autentico ideatore di questo specifico circuito concentrazionario, era quello di rinnovare la politica di pulizia etnica e di annientare ogni possibile appoggio alla resistenza jugoslava. Le modalità di organizzazione, le regole istituzionali interne e le condizioni di vita degli internati non erano diverse da quelle di tutti i circuiti dei sistemi segregativi del passato o attuali, in cui lo Stato spende poco denaro, supera le fasi giuridiche dei processi, accentua formalmente e sostanzialmente la differenziazione del «sistema dei diritti» tanto da creare un diritto extralegale e/o «emergenziale», sviluppa politiche razziste e inevitabilmente offre il massimo della sofferenza ai segregati non collaborazionisti.

I lager italiani per civili slavi erano divisi in due categorie fondamentali: i «repressivi», per amici e parenti dei presunti partigiani antifascisti, e i «protettivi» per i collaborazionisti. In genere i due gruppi erano dislocati in settori diversi di un medesimo lager. In ogni campo c’erano poi i «capi baracca» e le condizioni di vita degli internati variavano in base alla classe sociale di provenienza, alle condizioni di salute, alla possibilità o meno di acquistare delle merci, alla possibilità o meno di ricevere pacchi con viveri e indumenti da parenti o gruppi di solidarietà, alla loro eventuale funzione lavorativa, al sesso e all’età.
In generale l’alimentazione degli internati, oltre ad essere in media dimezzata rispetto a quella dei soldati, era caratterizzata da un sistema definito «fisso decrescente»: una quantità fissa di alimenti che decresceva qunato più si stava in basso nella gerarchia degli internati. I collaborazionisti e i «capi baracca» erano quelli meglio alimentati. Dopo di loro, come avveniva nel campo di Gonars, venivano gli internati che lavoravano nel campo, i medici e gli infermieri, gli ammalati dell’infermeria e infine i non lavoratori, i ragazzi e i bambini. All’interno dei lager, la maggior parte degli internati mangiava solo un po’ di brodaglia e un pezzetto di pane al giorno, non riceveva adeguate cure mediche e viveva nella sporcizia. L’affamamento era causa di precise direttive dei vertici del governo fascista, oltre che di numerose speculazioni commerciali di ditte private. «Logico e opportuno che campo di concentramento non significhi campo di ingrassamento. Individuo malato = individuo che sta tranquillo», questo scriveva in un appunto del 17 dicembre 1942 il generale Gastone Gambara, l’allora comandante dell’XI Corpo d’Armata. Donne, bambini e anziani, stante questo scenario, morivano a migliaia di fame e malattie Morivano in silenzio e morendo facevano risparmiare altro denaro allo Stato. Il libro di Alessandra Kersevan ci ricorda tutto ciò. Emoziona e fa riflettere. Leggendolo si ha la sensazione di ascoltare le voci di donne, uomini e bambini che dai lager italiani del 1941-1943 urlano contro vecchie e nuove rimozioni della verità storica.

Link
L’amnistia Togliatti
La legenda degli italiani brava gente
I redenti

Fascismo liquido

A Roma si moltiplicano i posti di ritrovo in cui si diffondono idee xenofobe e razziste. Fascisti, in parte svincolati dai gruppi d’estrema destra organizzati, non interessati a un progetto politico ma alla caccia al «diverso». Per difendere il territorio e l’ordine. La loro palestra, le curve


Manifesto
7 setembre 2008
di Giacomo Russo Spena

La scritta «Dux mea lux» svetta sul muro. Nero su bianco. A fianco una serie di celtiche. Davanti decine e decine di ragazzi dai venti ai trent’anni che lì trascorrono intere giornate. Seduti sui motorini e nelle macchine che pompano musica da discoteca. Quello è il loro posto. La base per presidiare il territorio, il quartiere Boccea (zona ovest di Roma) in questo caso, e difenderlo dagli «estranei»: migranti, rom, gay e «zecche» che siano. Indossano tutti maglietta Fred Perry o polo nera, jeans di marca, occhiali scuri, scarpe da ginnastica possibilmente bianche e cappellino scozzese (a scacchi). «Camerata» si dicono mentre fanno il «saluto del gladiatore»: la mano destra che va ad afferrare l’avambraccio destro dell’altro. Eppure tessere di partiti d’estrema destra in tasca non ne hanno. E si dichiarano fascisti. Di «comitive nere» come quella di Boccea, Roma è piena. Muretti, pub o semplici bar diventati luoghi d’incontro, e fabbriche di pensieri e atteggiamenti razzisti, in cui si cospira contro il diverso. I quartieri popolari ne sono pieni: Torbellamonaca, Trullo, Torre Angela, Prenestino, Torrevecchia. Ragazzi, cresciuti nel disagio sociale, che fomentati dall’industria della paura inscenata dalla destra, fanno propria la guerra tra poveri. Il nemico da combattere è soprattutto l’extracomunitario. Lo «zingaro» non è considerato nemmeno una persona. Ma si va oltre alla questione di classe. Ritrovi xenofobi ci sono anche in zone più agiate come piazza Vescovio, Torrevecchia, Ponte Milvio, Corso Francia. E altre. Una gioventù con idee fascistoidi, a cavallo con la microcriminalità, che gravita nei circuiti dell’estrema destra capitolina. Non però le sezioni partitiche. Sono «cani sciolti» non inquadrati in maniera rigida. I più politicizzati al massimo frequentano gli appuntamenti importanti dei partiti. I luoghi più attrattivi restano comunque le iniziative musicali e soprattutto lo stadio.

Una palestra per questi giovani che lì fanno propri atteggiamenti violenti e squadristi. Nelle curve imparano a caricare avversari e polizia, a non «indietreggiare mai». Si avvalora l’idea del gruppo ristretto che si deve difendere dall’esterno: «Pochi ma buoni», è un immaginario su cui gioca il fascismo. Non è un caso che i gruppi d’estrema destra abbiano tentato, e tentano, una chiara operazione politica sul tifo. Provano da anni ad arruolare militanti. Forza Nuova più insidiata nella nord laziale e Casa Pound, fuoriuscita da poco da Fiamma Tricolore, che ha un gruppo «Padroni di casa» nella Sud romanista. Ma l’esperimento non decolla e si avvia verso il declino. A confermarlo gli scarsi risultati elettorali presi da vari esponenti di questi partiti che hanno fatto campagna nelle curve. I cani sciolti, malgrado i tentativi articolati delle sigle organizzate (il leader di Casa Pound è sia ultras che cantante di un noto gruppo dell’estrema destra, gli «ZetaZeroAlfa»), non pagano. Ha vinto la logica inversa. Quella più pericolosa per l’incolumità fisica delle persone e meno politica. Gli schemi del tifo hanno invaso la città, con la curva che è entrata prepotentemente in politica, imponendo il proprio modus vivendi: scontri e armi, in primis il coltello. Adoperato all’Olimpico, la domenica a Ponte Milvio la «puncicata» sul gluteo al tifoso ospite è diventata ahimè una routine, per poi utilizzarlo in spedizioni cittadine contro i «diversi». Come quella contro Fabio Sciacca, accoltellato venerdì 29 agosto, al termine di un concerto in ricordo di Renato Biagetti, ucciso due anni fa a Focene sempre da fascisti. Gli stessi Ros, che stanno indagando sull’aggressione, sono orientati ad attribuire l’assalto a gente da stadio legata alla microcriminalità urbana. I partiti pur provandoci rimangono spesso (ma non sempre) spiazzati dalle comitive nere che si autorganizzano. A Roma, dove si sono moltiplicate le azioni squadristiche, si assiste a un restyling dell’estrema destra. Forza Nuova, che si rifà più al clerico-fascismo di stampo lefevbriano e non ha nella capitale più di cento militanti, sembra in crisi. Soprattutto dopo gli scontri all’università La Sapienza, che vedono coinvolto nel processo uno degli uomini di spicco (Martin Avaro), e la debacle elettorale. In brutte acque naviga anche Fiamma Tricolore che dopo l’alleanza elettorale con La Destra ha perso pezzi: la parte più forte nella capitale, Casa Pound, politicamente erede di Movimento Politico, ha preso un’altra strada. Fallito il progetto di prendere in mano il partito di Romagnoli ha deciso di ricominciare ripartendo dal «movimento». Per poi magari piazzare un proprio candidato alle prossime elezioni come indipendente in qualche lista nell’arco della destra. Infatti il sindaco Alemanno, pur prendendo ufficialmente distanza da questi gruppi e dai continui raid fascisti, continua ad alimentare il germe dell’intolleranza nella società (con le sue norme sulla sicurezza) e non è da escludere che alla prossima tornata non chiuda la porta in faccia ai fuoriusciti di Fiamma. A conferma, la spaccatura interna a Casa Pound con un gruppo che ha fondato il movimento Area Identitaria Romana con l’obiettivo di confluire già ora nel Pdl: «Napoli – ha spiegato il loro leader Giuliano Castellino in un’intervista a Libero – è stata ripulita. Roma è migliorata. In questo contesto è maturata la nostra scelta. Vogliamo l’Europa di Berlusconi, Tremonti ed Alemanno». In questa galassia frammentata i vari partiti hanno ruggini tra loro. Solo dopo «eventi straordinari» pare abbiano contatti diretti. Per il resto non si risparmiano accuse e mazzate. Discorso diverso per le comitive nere. A loro interessa l’azione fulminea, il raid contro il diverso. Non il progetto politico. Almeno per ora.

Fascisti su Roma

Una nuova destra comportamentale versione moderna dello squadrismo fascista

Manifesto 7 settembre 2008

di Gabriele Polo
Nel generale affermarsi dell’egemonia di destra in Italia, Roma occupa una posizione particolare. E molto preoccupante. Già da qualche anno l’attivismo neofascista era cresciuto su una logica che va al di là dei tradizionali fenomeni d’estremismo politico, aggredendo i «territori» (i quartieri periferici e lo stadio su tutti) nella logica di un controllo «da bande» che ha preso di mira tutto ciò che viene considerato estraneo e ostile al «nazionalismo autarchico» e ai suoi subvalori (dai «barbari» stranieri alle «zecche» di sinistra). Collocandosi, come versione moderna dello squadrismo: una destra «comportamentale», collaterale e autonoma dalla destra parlamentare.

 Agguati e violenze si sono succeduti in un continuo e diffuso crescendo. Che negli ultimi mesi è dilagato in città, avvalendosi anche del passato riconoscimento istituzionale dato da Veltroni ai circoli «culturali» neofascisti, in un fallimentare tentativo di «neutralizzazione» della matrice violenta e intollarante che lì vi si alimenta. La precipitazione sanguinosa è ormai più che un rischio; è un processo in atto – e potrebbe trascinare ciò che rimane vivo a sinistra in una contesa suicida. Non sappiamo se i suoi portagonisti si sentano «protetti» dalla conquista del Campidoglio da parte del Pdl e dalla storia personale (con tutte le relazioni che porta seco) del sindaco Alemanno.

E se fossimo in lui di ciò ce ne preoccuperemmo assai. E’ in questo contesto che si collocano le vere e proprie minacce cui è sottoposto il nostro Giacomo Russo Spena. Ultima delle quali è la pubblicazione sul sito di «Casa Pound» di una vera e propria chiamata in correo per l’attentato incendiario (due molotov nella notte) contro il «Circolo futurista Casalbertone», avvenuto un paio di giorni fa. «Ecco i frutti avvelenati di Russo Spena e compagni», scrive il presidente di «Casa Pound» sulla prima pagina del suo sito intenet. Così che tutti, matti compresi, possano leggere e (chissà) intervenire. L’indicazione del «mandante» e l’additarlo pubblicamente con nome e cognome è un vecchio orrore della politica italiana (che ha colpito anche la sinistra) e da cui sarebbe bene emendarsi. Che poi si provi a intimidire un lavoro giornalistico d’inchiesta, trasformandolo in complotto è qualcosa di estremamente grave. Anche perché ciò che Giacomo scrive è un contributo essenziale per l’informazione e un importante antidoto per la difesa della democrazia e della stessa incolumità fisica di tutti noi. Per questo, oltre a denuciare ciò che è avvenuto e avviene e mettendo persino in conto le tante minacce di querela che ci arrivano addosso (il solo rischio del mestiere che intendiamo accettare), vogliamo ricordare qui quattro semplici cose: 1) che non ripiegheremo sulla tricea del silenzio; 2) che non accetteremo nessuna logica di guerra per bande e nessuna risposta violenta alla violenza della destra; 3) che continueremo a indicare col loro nome politico – fascisti -, e non anagrafico, gli aggressori neri; 4) che gli autori del testo apparso sul sito di «Casa Pound» dovrebbero sentirsi addosso il peso di qualunque cosa possa accadere a Giacomo o a chiunque di noi, evitando repliche. Di Insabato ce ne è bastato uno.

Lame d’acciaio e idee d’argilla

Squadristi in città con spranghe e coltelli

Paolo Persichetti
Liberazione
31 agosto 2008

Allarmi siam fascisti… Era negli anni venti lo slogan delle squadracce nere all’attacco delle case del popolo, delle camere del lavoro, delle sedi dei partiti del movimento operaio e della lega delle cooperative, devastate, bruciate, chiuse con la forza. Qualcosa del genere sta tornando in Italia? 
La domanda ha raggiunto recentemente l’onore delle cronache grazie ad un articolo di Asor Rosa che ha fatto scorrere un po’ d’inchiostro. Il professore però non si riferiva alla violenza squadrista. Il suo ragionamento era più complesso. Si trattava di un drastico giudizio di valore sulla destra politica attuale, da lui ritenuta peggiore del fascismo perché priva del progetto di società che l’ideale “totalitario” fascista conteneva. Secondo Asor Rosa la destra attuale, sommatoria di spinte diverse e contraddittorie, offre uno spettacolo decadente. Nel fascismo c’era una risposta alla terribile crisi che aveva travolto il vecchio mondo liberale. Una modernizzazione autoritaria dell’economia, una nazionalizzazione totalitaria delle masse. Visione tragica, dittatoriale, ma pur sempre visione. Oggi forse presente, ma solo in rapidi squarci, in qualche trovata di Tremonti. Altri hanno preferito ricorrere a formule nuove: c’è chi ha scelto «regime dolce». 
Il filoso Alain Badiou ha parlato di «petenismo trascendentale» a proposito del sarkozismo. In realtà ciò che è venuto meno è l’antifascismo. L’effetto domino provocato dalla caduta del muro di Berlino ha ridato forza all’anticomunismo e reso evanescente l’antifascismo. A seppellire definitivamente “l’arco costituzionale”, cioè quel complesso di forze politiche che avevano partecipato alla fondazione della repubblica e alla scrittura del compromesso costituzionale, è stato l’attacco delle procure della repubblica in nome di un giustizialismo populista e di un emergenzialismo penale che ha sdoganato la destra. La vecchia destra neofascista uscita definitivamente dall’angolo, liberata dai complessi del minoritarismo e del reducismo storico e “obbligata” così a divenire destra europea, destra di governo. Altre destre sono apparse dalle pieghe del territorio, dalle valli del Nord. Destre identitarie, rancorose.
 Va detto che a questo bel risultato ha largamente contribuito il “partito storico dei giudici”, cioè quel Pci-Pds-Ds-Pd che della via penale alla politica e dell’alleanza con le procure ha fatto l’asse centrale della sua strategia. Ma questa è un’altra storia che andrà prima o poi raccontata. 
La fine dell’antifascismo ha prodotto l’effetto “zoo liberato”. Si sono aperte le gabbie, o forse scoperte le pattumiere, insomma sono riemersi dalla storia chincaglierie, cimeli, reliquie che sopravvivevano nelle catacombe del paese. Ma poi si è scoperto che tanto catacombe non erano. La costruzione del sistema politico bipolare, l’introduzione del maggioritario ha fatto il resto. Per vincere ogni voto era buono. Berlusconi è stato il più abile e spregiudicato. Ha messo insieme tutto ciò che esisteva a destra e alla sua destra, comprando, finanziando apertamente o sottotraccia. 
La destra ha persino messo fine ai suoi anni di piombo. Ha messo fuori tutti (meno due o tre) i militanti dei suoi gruppi eversivi; alcuni li ha arruolati, altri eletti. E’ questo contesto politico che ha rilegittimato valori del passato prerepubblicano e preantifascista e ridato alla violenza politica proveniente da destra una nuova legittimazione sociale che si traduce in disattenzione, sottovalutazione se non comprensione e connivenza. Forse altri “Novecento” si sono conclusi ma quel Novecento lì c’è ancora ed ha superato il giro di boa, tanto che dal 2000 si registrano 2 morti, due giovani di sinistra uccisi da mani fasciste. Chi contesta queste etichette lo fa in nome di una rappresentazione della politica che non c’è più. Nessuno tra gli aggressori, come tra gli aggrediti, ha più tessere politiche in tasca perché le forme della partecipazione sono cambiate. 
Alle vecchie sedi si sono sostituiti i centri sociali, le occupazioni non conformi, le curve degli stadi. Sono cambiati i luoghi di aggregazione ed anche la fisionomia della partecipazione. Tutto è più confuso e approssimativo, le idee sono anche più rozze ma le coltellate sono le stesse, le lame di puro acciaio e il sangue non è pomodoro. Davide Cesare (Dax) e Renato Biagetti sono stati uccisi nel 2003 e nel 2006. Dal 2005 almeno 262 le aggressioni recensite attribuibili alla destra: 88 attacchi a sedi e centri sociali di sinistra; 76 aggressioni razziste e 98 gli atti vandalici. Senza dimenticare Carlo Giuliani e Federico Aldovrandi. Anch’essi da annoverare in questa tragica contabilità. Vittime di un clima di violenza che è tornata pratica diffusa negli apparati di polizia, come i fatti di Genova del 2001 hanno dimostrato al mondo intero.

 

 

 

Stefania Zuccari madre di Renato Biagetti
«Ho rivissuto la notte in cui hanno ucciso Renato. Basta violenza fascista»

La madre di Renato Biagetti, la signora Stefania, è sconvolta per quanto è accaduto venerdì notte a Roma, ai margini della festa-incontro organizzata nel bel parco prospicente la basilica di san Paolo fuori le mura, per ricordare suo figlio ucciso due anni fa nel corso di una vigliacca aggressione ispirata dal clima fascistoide che si respira da tempo. Nei giorni scorsi aveva scritto una lettera aperta ai giudici della corte d’appello che dovranno giudicare gli assassini di suo figlio. Non chiedeva vendetta, non chiedeva carcere, non chiedeva pene più dure. La signora Stefania non ha proprio il profilo culturale che contraddistingue il vittimismo attuale. La signora Stefania chiedeva solo verità, che non si mettessero sullo stesso piano aggrediti e aggressori, che non si confondesse la cultura di vita, di gioia e di speranza di suo figlio, colpevole soltanto di aver scelto una calda sera di fine estate per andare a ballare in una spiaggia del litorale, con il risentimento torvo, l’animo buio di due balordi che per sentirsi uomini avevano bisogno di una lama, protesi d’acciaio di personalità inconsistenti. Ieri è subito corsa in ospedale per accertarsi delle condizioni di salute del ragazzo aggredito a coltellate da un manipolo di sgherri neri appostati nel buio della notte, nell’ora in cui restano aperti solo i tombini, in attesa di colpire qualcuno dei partecipanti che isolato defluiva lentamente verso casa. Ha parlato con lui e ci racconta del suo stato di salute, del muscolo della coscia squarciato da una coltellata. Una ferita di 15 centimetri.

Cosa hai pensato quando hai saputo dell’aggressione?
Che si è trattato di una rivendicazione chiara dell’omicidio di mio figlio. Chi ha colpito venerdì notte alla fine di una serata pacifica in sua memoria l’ha fatto con piena premeditazione. Una premeditazione politica che chiarisce una volta per tutte cosa è successo quella notte di due anni fa. Forse ora c’è ancora qualcuno che ha il coraggio di venirci a raccontare che si trattò di una rissa da strada? Queste persone hanno atteso pazientemente l’occasione per colpire indisturbati, senza correre rischi in un giorno particolare. Più esplicito di così!

Cosa ti ha raccontato F.?
Volevo sentire da lui cosa aveva provato quando si è trovato di fronte gli aggressori armati di lame. Volevo capire cosa aveva provato mio figlio nei suoi ultimi attimi di vita. Come è accaduto a Renato anche lui ha visto in faccia chi l’ha accoltellato. Dopo il primo colpo si è girato e gli ha detto “ti rendi conto di cosa stai facendo?”. Quello imperterrito ha continuato a colpirlo con il coltello finché non è caduto a terra. Avevo voluto una festa e non una manifestazione politica perché volevo ricordare la gioia di vivere di Renato, il suo sorriso. Una serata pacifica a cui partecipasse tanta gente, dove non si coltivasse odio e voglia di vendetta. E quelli stavano lì nascosti, a spiarci, a infiltrarsi, carichi di odio, pronti a colpire.

Al governo della città ora c’è Gianni Alemanno, uno che ha conosciuto il fascismo da marciapiede e sa bene quali logiche ispirano queste azioni squadristiche. Hai qualcosa da dirgli?
Il sindaco Alemanno ha vinto le elezioni con un programma in cui prometteva sicurezza. Ma di quale sicurezza parlava? Ormai sono centinaia le aggressioni di sapore fascista, quelle ispirate dal razzismo, dal sessismo, dall’intolleranza che hanno cambiato il volto di questa città. I giovani di sinistra, o che questi accoltellatori pensano siano tali solo perché hanno un certo tipo di abbigliamento o frequentano certi luoghi, subiscono continue aggressioni. Mio figlio è morto ucciso selvaggemente. Noi madri vogliamo sapere cosa pensa il sindaco di questi episodi, cosa pensa di questi ragazzi che vanno in giro con delle lame per aggredire chi esce da un concerto pacifico. Quanto sangue dovrà ancora scorrere?

Accuse di abusi edilizi nella diocesi di Salerno

Gerardo Pierro, arcivescovo palazzinaro coi soldi dell’8 per mille

di Paolo Persichetti

Liberazione 30 agosto 2008

La messa è finita

La messa è finita

Dove finisce quel fiume di soldi che grazie all’otto per mille i cittadini versano alla chiesa cattolica ogni qualvolta compilano la propria denuncia dei redditi? Anche se una rassicurante pubblicità televisiva formato famiglia ci racconta dell’uso per fini caritatevoli e sociali che la chiesa fa di quella montagna di miliardi, la domanda resta senza una vera risposta. Il vero problema è che manca la trasparenza su quel regime di privilegio che il concordato conferisce alla chiesa cattolica, ivi compreso lo scandaloso esonero dal pagamento dell’Ici per l’immenso parco immobiliare che nulla c’entra con gli edifici di culto. 
La domanda diventa ancora più scottante quando la cronaca ci mette davanti a notizie come il blocco di fondi per quasi 4 milioni di euro disposto dalla procura della repubblica sui conti correnti dell’arcidiocesi di Salerno. 1,9 milioni di finanziamenti regionali; 1,4 depositati in altri conti bancari e 509 mila euro rintracciati su un conto della banca di Salerno, sequestrati dalla Guardia di finanza su mandato del pm Roberto Penna disposto lo scorso 18 agosto. Cifra corrispondente ad un terzo dell’importo versato dall’Istituto centrale di sostentamento del clero (Icsc) che fa capo alla Conferenza episcopale italiana. Denaro che sembra non fosse affatto destinato al finanziamento di opere caritatevoli ma a lavori di manutenzione per l’edilizia ecclesiastica (quella esente dal pagamento dell’Ici). È la prima volta che la magistratura mette le mani sui finanziamenti pubblici erogati alla chiesa nonostante la lunga lista di denuncie fatte in passato e di scandali esplosi senza risultato. Dei criteri d’erogazione dei fondi provenienti dall’otto per mille si sa ben poco, se non che la Cei ne controlla direttamente la distribuzione attraverso un suo organismo, l’Icsc, che in applicazione del nuovo concordato ha il compito di amministrare i vecchi “benefici ecclesiastici” (le antiche proprietà delle diocesi e delle parrocchie) e provvedere agli stipendi del personale ecclesiastico. In ogni diocesi poi è presente un Istituto diocesano per il sostentamento del clero che fa capo a quello centrale. La redistribuzione dei fondi avviene sulla base di un primo criterio “territoriale”, dimensione e numero dei fedeli, l’unico ad essere veramente palese. Interviene poi un secondo criterio “politico”, molto meno trasparente. Non tutte le diocesi infatti hanno lo stesso peso. Decisive sono le valutazioni d’opportunità legate alla maggiore o minore distanza dei singoli vescovi con l’orientamento ufficiale della Cei.
 Secondo quanto scrive l’agenzia cattolica Adista, che per prima ha raccontato la vicenda in un articolo del 12 luglio, l’episodio che vede coinvolto l’arcivescovo di Salerno Gerardo Pierro, indagato per truffa, abuso d’ufficio e violazione delle norme edilizie, personaggio molto discusso e in passato già coinvolto in altre inchieste per comportamenti analoghi, ripropone l’ennesimo conflitto interno tra gli istituti diocesani di sostentamento del clero e le diocesi. Questi organismi, insieme ai loro amministratori, hanno personalità giuridica e godono di autonomia rispetto all’apparato amministrativo della diocesi, vescovo compreso. Il bottino dell’otto per mille suscita inarrestabili appetiti, tensioni, attriti. Ed è proprio da uno di questi conflitti che è scaturita l’inchiesta. La denuncia della gestione anomala degli “affari” della diocesi nasce infatti da uno rapporto esplosivo inviato al Vaticano (dove ha creato notevole scompiglio), e per conoscenza alla procura, da monsignor Notari, presidente del locale istituto per il sostentamento del clero, insieme al presidente del collegio dei revisori dei conti. Nelle diciassette cartelle del dossier si segnala ogni tipo di abuso e speculazione edilizia: dalla lottizzazione abusiva su terreni di proprietà della diocesi, alla trasformazione di una ex colonia per ragazzi poveri, il san Giuseppe, in un hotel a cinque stelle con piscine, saune, idromassaggi, all’allestimento di uno stabilimento balneare per ecclesiastici. L’arcivescovo Pierro è corso in pellegrinaggio a Lourdes, forse vuole farsi perdonare la sua vocazione di palazzinaro.

I grembiulini della Gelmini

Una scuola in uniforme

Paolo Persichetti
Liberazione
27 agosto 2008 (versione integrale)

La scuola è in crisi. Surclassata dalla velocità degli strumenti tecnici che si moltiplicano fuori delle sue aule non riesce più a reggere il confronto con la società. Modelli d’apprendimento educativo, ruoli sociali, flussi d’informazione (uniformata), cultura (conformista), abbondano in grande quantità all’esterno di una istituzione che appare troppo arcaica e priva d’attrattiva. Assistiamo ad una crisi delle tradizionali forme di trasmissione del sapere, dell’apprendimento e dell’educazione che con sempre maggiore difficoltà vengono veicolati dai luoghi tradizionali, come la famiglia, l’istituzione scolastica, gli oratori. I tempi dell’insegnamento operano sul medio-lungo termine per questo non riescono a tenere il passo con la velocità del web, dei nuovi scambi tecnologici tanto rapidi quanto effimeri. Se in passato le aule scolastiche erano i luoghi dove s’infrangevano i silenzi del mondo rurale, oggi il frastuono dei flussi d’informazione sommerge quel che si dice nelle classi. Era già successo, alcuni decenni fa, con l’avvento della televisione che in misura molto maggiore dei maestri elementari ha contribuito a uniformare il paesaggio linguistico di un’Italia ancora dialettale.

Preti, camicie nere e scolarescheCamicie nere e scolaresche

Per arginare questo smottamento la ministra dell’Istruzione Mariastella Gelmini ha avuto la bella idea di proporre la reintroduzione della divisa scolastica negli istituti che lo vorranno. Uniforme che non sarà però il vecchio “grembiulino” ma un vestito fashion. Pare, infatti, che vi sia la disponibilità di alcune case di moda a cimentarsi con la divisa. Evidentemente l’attuale compagine di governo deve in qualche modo ricompensare il blocco sociale che l’ha sostenuta, mettendo a disposizione ghiotte occasioni per lauti guadagni. E così viene creato dal nulla un apposito mercato per il grembiulino griffato. Miracoli della mano invisibile.
Insieme alla divisa verrà ripristinata anche la bocciatura per motivi disciplinari, l’esame di riparazione per i crediti insufficienti, il ritorno allo studio dell’educazione civica. Tutte misure che s’ispirano a modelli educativi di stampo conservatore, tanto arcaici quanto stupidi. Per le destre la crisi verticale di credibilità ed efficacia dell’istituzione scolastica troverebbe un argine soltanto reintroducendo alcuni dispositivi gerarchici e disciplinari, come il principio d’autorità o la meritocrazia (da sempre un pretesto per reintrodurre criteri di selezione classista). Ridicole misure che potrebbero suscitare sarcasmo se non fosse che dietro questo affannoso arrancare si evidenzia una tragica inadeguatezza, un passatismo che lascerebbe di stucco anche il povero maestro Perboni, quello del libro Cuore. Pensare che la degradazione dei rapporti sociali (“bullismo”), alimentata da un ritorno in forza d’ideologie portatrici d’odio, prevaricazione, intolleranza, razzismo, ignoranza, sdoganate dalle discariche della storia, dovrebbe subire un arresto davanti alle note disciplinari e al grembiule… è come esser convinti di riuscire a svuotare l’Oceano trasportando l’acqua con le orecchie. Un po’ come i soldatini messi agli angoli delle strade.
La scuola purtroppo, siapur tra lenti processi d’ammodernamento e rotture critiche venute dai grandi momenti di contestazione generale e acculturazione di massa come il Sessantotto, è rimasta quella vecchia istituzione ottocentesca, da noi novencentesca, che ha accompagnato la nazionalizzazione delle masse, l’educazione del popolo, l’istruzione delle élites in società ancora rurali che andavano velocemente industrializzandosi. Con la crisi della società fordista è declinata anche la scuola di massa. La dissoccupazione giovanile prima, la società del precariato oggi, hanno incrinato quel modello virtuoso cui aveva sempre fatto fede la cultura repubblicano-democratica ereditata dai movimenti socialisti e comunisti. Certo gli anni 70, con la scuola di massa e la rottura di alcune tradizionali barriere di classe, misero fine all’analfabetismo che ancora perdurava aprendo anche l’accesso agli studi universitari per tutti. Istituti scolastici e università tenevano le luci accese fino a tardi la sera grazie ai corsi serali e alle lezioni per studenti-lavoratori. Erano anni davvero di piombo: quello che colava nelle linotype delle tipografie. I libri andavano a ruba, nel senso che si rubavano per quanto erano letti e le case editrici s’inventarono le edizioni tascabili pur di abbattere i prezzi e approffittare del nuovo mercato.
Poi la restaurazione neoliberale ha svilito la scuola riducendola a mero strumento dei flussi di mercato. Educazione di base per le masse, istruzione di alto livello solo per le élites grazie alla reintroduzione del numero chiuso nelle università. Alla scuola non è stato più demandato il compito di costruire personalità critico-riflessive ma appendici del mercato, individui serializzati, consumatori modellati. D’altronde nella società della flessibilità permanente e della precarietà a vita non esiste più un tempo fisso per l’educazione e l’istruzione legato all’età dei banchi di scuola. La formazione personale diventa permanente, una sfida continua anche in età adulta.
Problemi enormi che dovrebbero richiedere scelte politiche strategiche trovano come risposta il grembiulino. La scienza demografica dimostra che la freschezza e la dinamicità di una società poggia su parametri come il tasso di fecondazione e quello d’istruzione. Siano ormai un paese vecchio e decadente di fronte alla massa sovrastante di diplomati e laureati sfornati annualmente dell’India e della Cina. Ma per la ministra Gelmini l’importante è garantire «ordine e decoro» nelle aule. Ossessione antica quella del corpo degli allievi. Presenza ingombrante che da sempre si è cercato d’occultare e modellare. Le scuole cattoliche sono state sicuramente delle antesignane. Nei loro istituti le tenute vestimentarie non dovevano suscitare indecenza tantomeno incitare alla compiacenza. L’importante era ricoprire ogni ornamento superfluo facendo salva la modestia, perché l’abito è sempre un rivestimento della coscienza.
La tradizione laica non è stata da meno. La rivoluzione francese attribuiva all’educazione e all’istruzione un posto centrale tanto che anche l’abbigliamento infantile divenne un problema politico. Fu lo stesso Robespierre che, ispirandosi a un libro di Michel Lepelletier De Saint-Fargeau, chiese al comitato per l’istruzione pubblica d’introdurre una uniforme obligatoria per tutti i bambini che «sotto la santa legge dell’uguaglianza riceveranno gli stessi abiti, lo stesso cibo, la stessa istruzione, le stesse cure». La rivoluzione non doveva essere solo politica ma anche vestimentaria. Circolavano teorie pedagogiche, come quella di un certo dottor Faust, che denunciavano i rischi di una maturazione troppo precoce per i fanciulli vestiti come gli adulti a causa di abiti sessuati che «riscaldano gli organi e incitano alla masturbazione», oppure facilitano il diffondersi di malattie e evidenziano l’ineguaglianza sociale che «magnifica pochi fortunati e getta nel disprezzo i poveri». Tuttavia è sempre il giovane corpo femminile che desta le maggiori attenzioni, per questo «le bambine devono essere spogliate degli ultimi orpelli d’Eva prima di cancellare con un severo abbigliamento le manifestazioni fisiche più imbarazzanti della loro femminilità».
Ma è con la Terza repubblica che si diffonde in modo stabile la tradizione dell’uniforme scolastica, quando lo Stato laico assume un ruolo educativo, etico e spirituale al tempo stesso, riappropriandosi della morale sottratta al monopolio della religione. Il maestro diventa così una sorta di ministro del culto repubblicano, un militante del credo laico opposto al prete. In Italia sarà il fascismo ad imporre il grembiule nero e il crocifisso in classe. Negli anni 60 il grembiule nero diverrà bianco per le femmine e blu per i maschi. Ma l’idea che l’uniformità vestimentaria potesse davvero occultare le differenti origini sociali e culturali degli scolari, garantendo un’apparente eguaglianza, viene contestata negli anni 70. Prevale allora la convinzione che il grembiule copre proprio ciò che l’insegnante al contrario dovrebbe conoscere per meglio lavorare contro le disuguaglianze sociali e culturali. Il grembiule era visto come un manto d’ipocrisia che nascondeva «uno spazio e un tempo inopportuni». Quegli stessi spazi che oggi si vuole tornare a oscurare.

In fila per tre

di Edoardo Bennato

Presto vieni qui, ma su, non fare così,
ma non li vedi quanti altri bambini
che sono tutti come te, che stanno in fila per tre,
che sono bravi e che non piangono mai

è il primo giorno però domani ti abituerai
e ti sembrerà una cosa normale
fare la fila per tre, risponder sempre di si
e comportarti da persona civile

Vi insegnerò la morale, a recitar le preghiere,
ad amar la patria e la bandiera
noi siamo un popolo di eroi e di grandi inventori
e discendiamo dagli antichi Romani

E questa stufa che c’è basta appena per me
perciò smettetela di protestare
e non fate rumore, quando arriva il direttore
tutti in piedi e battete le mani

Sei già abbastanza grande, sei già abbastanza forte,
ora farò di te un vero uomo
ti insegnerò a sparare, ti insegnerò l’onore,
ti insegnerò ad ammazzare i cattivi

e sempre in fila per tre, marciate tutti con me
e ricordatevi i libri di storia
noi siamo i buoni e perciò abbiamo sempre ragione,
andiamo dritti verso la gloria

Ora sei un uomo e devi cooperare,
mettiti in fila senza protestare
e se fai il bravo ti faremo avere
un posto fisso e la promozione
e poi ricordati che devi conservare
l’integrità del nucleo familiare
firma il contratto, non farti pregare
se vuoi far parte delle persone serie

Ora che sei padrone delle tue azioni,
ora che sai prendere decisioni,
ora che sei in grado di fare le tue scelte
ed hai davanti a te tutte le strade aperte
prendi la strada giusta e non sgarrare se no
poi te ne facciamo pentire
mettiti in fila e non ti allarmare perchè
ognuno avrà la sua giusta razione

A qualche cosa devi pur rinunciare
in cambio di tutta la libertà che ti abbiamo fatto avere
perciò adesso non recriminare
mettiti in fila e torna a lavorare
e se proprio non trovi niente da fare,
non fare la vittima se ti devi sacrificare,
perché in nome del progresso della nazione,
in fondo in fondo puoi sempre emigrare

ehi ehi, ehi, avanti, ehi avanti in fila per tre…

Link
Gelmini: “I precari sono troppi e strumentalizzati”
I ricercatori: “Non cediamo al ricatto, difendiamo l’università pubblica”

Elogio del pugilato

«Il pugilato è riscatto sociale, democrazia, ricerca, innovazione»
Intervista a Massimo Scioti, consigliere Fip, coordinatore esecutivo nazionale dei tecnici sportivi

Paolo Persichetti, Liberazione 21 agosto 2008

Scioti«Anche gli operai vanno in Paradiso» dice il coach Francesco Damiani, accarezzando la testa del “suo” Vincenzo Picardi, che ieri ha raggiunto la semifinale dei pesi mosca vincendo un match molto tirato col valido tunisino Walid Cherif. E’ il terzo semifinalista italiano, dopo Clemente Russo e Roberto Cammarelle. Il che vuole dire già tre bronzi assicurati. Un traguardo importante se comparato all’unico bronzo raccolto ad Atene, mentre crescono le attese per l’oro e l’argento. Ne parliamo con Massimo Scioti, che prima di diventare consigliere della Fip, formatore dei tecnici dal 1985 e dal 2001 coordinatore esecutivo nazionale dei tecnici sportivi, è stato un coraggioso sperimentatore sociale nelle periferie romane degli anni 70. Fu il primo a portare un ring in una scuola media, nella borgata di Primavalle, e avviare corsi di scherma pugilistica dove si apprendeva un filosofia sportiva molto diversa dai luoghi dove si allenavano i picchiatori della destra neofascista romana. Chi l’intervista è stato il suo primo allievo. Era il 1975.

Come si è arrivati a costruire una squadra con queste prestazioni?
C’è stato un perfetto gioco dei ruoli federali. Il processo che ha portato i sei atleti italiani a vincere le selezioni per partecipare ai giochi di Pechino dimostra che tutti i dirigenti federali, in misura diversa, hanno contribuito al risultato. Le qualificazioni sono dure perché il traguardo più ambito di un atleta è partecipare ai giochi olimpici. L’allenatore federale degli azzurri Francesco Damiani e il metodologo russo Vassily Filimonov hanno assunto pienamente la responsabilità di condurre gli atleti nazionali ad accettare consapevolmente le sfide nel momento in cui esse si presentano. Nello sport è difficile vivere un tempo di dimensione “escatologica”, tempo in cui si realizza un finale previsto. Il tempo è vissuto dagli atleti per fare esperienza e divenire “campione di sé stesso”. Il senso del tempo nella psiche di un atleta è coordinare rapidamente il reperimento dei mezzi con il raggiungimento di uno scopo: sferrare colpi veloci, precisi ed efficaci, decisi in microtempi, (da 21 a 42/millesecondi). Il fascino del pugilato sta nell’attaccare pensando alla difesa e nel difendersi attrezzandosi al contro-attacco. Attacco e difesa non sono separabili come la tecnica dalla tattica e dalla strategia. Chi le separa compie operazioni abusive.

La ministra Meloni aveva invitato gli azzurri al boicottaggio dei giochi. Clemente Russo gli ha risposto: «Certi politici sono incompetenti e non sanno quello che dicono. Rinunci lei all’occasione della vita». Poi ha aggiunto che andrà a trovarla al ministero e gli spiegherà il suo punto di vista con la medaglia al collo. Le olimpiadi sono sempre state una grande tribuna per la politica. Quale è il miglior modo per un atleta di far convivere l’impegno sportivo e quello civile?
Le olimpiadi moderne hanno un vizio d’origine: de Coubertin, non tutti lo vogliono ricordare, era ministro degli esteri francese in un periodo di forte espansione coloniale. All’epoca i giovani si bruciavano con la ”fata verde”, l’assenzio. Il ministro senza giovani con salde braccia come poteva perseguire una sana espansione?! Come catalizzare la loro energia per quei nobili fini?! Lo sport è sicuramente capace di rinvigorire la gioventù. Non dimentichiamo Mexico 68. La strage dei campesinos che chiedevano l’acqua in piazza delle tre culture. Monaco 1972, undici morti. Mosca 1980, olimpiade monca perché gli Usa e i loro alleati non parteciparono ai giochi per protestare contro l’invasione dell’Urss in Afghanistan. L’Italia si distinse per aver assunto una posizione singolare: non parteciparono quegli atleti che si trovavano in forza nei nostri apparati militari. Sappiamo che la polizia, la finanza, i carabinieri e l’esercito hanno il loro gruppo sportivo. Gli atleti militari non parteciparono a Mosca perché sotto giuramento di fedeltà alla Repubblica. In quel momento l’Italia dimostrò di non avere autonomia nei confronti degli Usa. Gli atleti civili parteciparono a livello individuale. Nel 1984 ancora un’olimpiade mutilata: fu disertata da tutti quei paesi che erano sotto l’influenza dell’Urss. La ministra Meloni farebbe meglio a rendersi conto che oggi chi fa politica è come un sovrano spodestato che si aggira nella società resa inservibile perché non legittima la sua sovranità. Oggi la politica prende le decisioni guardando l’economia e l’economia guarda le risorse tecnologiche. La politica non decide e non programma più nulla. Il luogo delle decisioni si è trasferito nella tecnica. Ricordiamoci l’insegnamento Heiddegeriano: l’essenza della tecnica non sta nella tecnica stessa ma nella volontà di dominio dell’uomo sulla natura… Il simpatico e generoso Clemente, a cui voglio molto bene, se vorrà lo accompagnerò dalla ministra per fare due parole tutti insieme, riflettendo sull’utilità professionale in senso sociale e avanzare così oltre la sfera degli interessi individuali e privati.

Russo proviene da Marcianise e Picardi da Casoria. Realtà sociali difficili. Il pugilato è ancora uno strumento di promozione sociale per chi proviene da ghetti urbani o da contesti sociali duri? Il profilo di Cammarelle, originario di Cinisello Balsamo, agente di Ps, sembra forse suggerire delle novità?
Dei sei atleti partecipanti ai giochi di Pechino 2008: Di Savino (Esercito) proviene dal Lazio; Parrinello (Esercito), Valentino (FfOo) e Russo (FfOo) provengono dalla Campania; Cammarelle (FfOo) proviene dalla Lombardia ma la sua famiglia è di origine pugliese. Possiamo ricordare che nel sud risiedono virtù, intelligenze e talenti. Purtroppo spesso queste qualità vengono sciupate e lasciate impazzire perché messe al servizio delle organizzazioni criminali. Pierpaolo Pasolini nel 68 indirizzò a noi studenti, contestatori, una lettera. Ci spiegava che i tutori dell’ordine erano dei “proletari in divisa”, perché le uniche industrie che esistevano nel sud erano Polizia e Carabinieri. Per noi fu illuminante e la realtà attuale, malgrado siano trascorsi decenni, non è tanto cambiata.

Quale è la situazione del pugilato in Italia?
Si parla di crisi perenne di questo sport ma i dati segnalano un aumento di tesserati, di calendari agonistici, di risultati internazionali di prestigio. In più c’è l’apertura delle palestre di pugilato in fasce orarie consone a fruitori che vogliono apprendere uno sport complesso per avere vantaggi di benessere. Ma il pugilato, aldilà di rappresentazioni e differenzazioni, rimane uno sport d’elite per l’elevato impegno che richiede e per la sua complessa struttura d’azione.

Quali sono state le tue linee guida in questi anni come responsabile nazionale dei tecnici di pugilato?

Incrementare le occasioni di confronto, trasmissione e circolazione delle conoscenze. Proporre in modo tematico aspetti cruciali della preparazione atletica e tecnica-tattica individuale, del controllo del peso e dei piani alimentari, dell’analisi del match. Non separare la formazione dall’aggiornamento. Omogeneizzare la preparazione degli atleti in modo che dalla periferia al centro Nazionale d’Assisi ci fosse una continuità e una condivisione di metodi e contenuti. Raccogliere le originalità provenienti dal territorio e generalizzarle. In sintesi: democratizzare, innovare, ricercare, sperimentare.

Senza i pugni in tasca

Paolo Persichetti
Liberazione 17 dicembre 2005

«Il pugilato è uno sport incivile», sosteneva un articolo ospitato sulla prima pagina di Liberazione del 29 novembre. Sport violento e da riformare nelle regole, spiegava l’autore, Bernardo Rossi Doria, mettendone in questione la supposta filosofia gladiatoria: «dove si fanno tanti più punti quanto più si fa male all’avversario, addirittura lo si fa cadere a terra svenuto».
Conosco tecnici della Fpi che potrebbero obiettare, molto meglio di me che ho praticato la boxe soltanto da ragazzo, in una polisportiva Uisp e tirando i primi pugni nel torneo novizi al Palazzetto dello sport di Roma, l’evoluzione intervenuta nelle regole e nella cultura pugilistica, spiegando anche come l’aggressività controllata del pugilato sia, in realtà, patrimonio comune delle altre discipline sportive. Personalmente ho ricevuto molti più colpi duri, calci e pugni, giocando a calcio o pallamano che sul quadrato.
Il pugilato olimpico, che corona le carriere dei dilettanti, è ben diverso da quello professionistico, affetto da ataviche derive affaristiche, in particolare oltre oceano. L’atleta pugile usufruisce di protezioni nel combattimento ed è tutelato da regole molto rigide. Il principio della opponibilità tra i due contendenti, fa si che non vi siano situazioni di manifesta inferiorità nel confronto e l’arbitro deve intervenire nell’incontro, fino a sospenderlo, quando uno dei due avversari è in manifesta difficoltà. Gli atterramenti sono rari. La scherma pugilistica viene premiata rispetto alla bagarre, o alla ricerca del colpo a effetto. Non accade lo stesso nel professionismo, dove permane la concorrenza tra due diverse federazioni internazionali, che per ragioni economiche non esitano a privilegiare regolamenti che facilitano una certa macabra spettacolarità. D’altronde l’abisso che separa il pugilato di Cassius Clay da quello di Mike Tyson è la prova di una decadenza tecnica, dietro la quale si cela anche il declino sociale e culturale intervenuto nella società.
Mohammed Alì combatteva nel ring come nella vita. Il suo pugilato era dialettico, ragionato, fatto di schivate, abile nel ritrarsi, nel gioco di gambe, per non offrire mai il bersaglio all’avversario. Lo stancava prima di colpirlo lo stretto necessario. Praticava l’arte di Sun-tze senza averlo letto. In quello stile c’era la grammatica del nero americano che aveva imparato con la lotta sociale a difendere i propri diritti civili e politici, c’era un’idea di solidarietà che parlava al mondo e che lo portò a rifiutare di combattere in Vietnam. Nella boxe di Tyson c’è solo la rabbia cieca e senza futuro del nero dei ghetti che non ha più speranza, se non quella d’imitare la società dell’uomo bianco, rincorrendo e ostentando ricchezza, senza mai trovarvi salvezza.
La boxe non è l’unica disciplina sportiva di combattimento, c’è la lotta, le arti marziali, la scherma, ma queste ultime non suscitano la stessa repulsione indignata verso una pratica ritenuta barbara e primitiva. Perché? Nelle parole di Rossi Doria si percepisce un pregiudizio classista al passo coi tempi di una sinistra che oramai si diletta nella vela e nel golf. Certo il pugilato non è neutro. Si tratta di una disciplina che gestisce attraverso regole ben precise l’aggressività, senza il ricorso a protesi come una spada o un’arma da fuoco. Ma forse che la filosofia, sia pur sublimata, contenuta nella scherma e nel tiro al piattello è meno violenta? Infilzare come un pollo allo spiedo, sia pur virtualmente, il proprio avversario è politicamente, mi scuso, sportivamente più corretto? Sorge il sospetto che a dare fastidio sia l’estrazione sociale del mondo della boxe. Troppo poco nobili per una noble art? Nelle periferie non ci sono maneggi per l’equitazione, ai miei tempi non c’erano nemmeno piscine e il tennis se lo potevano permettere solo gli agiati frequentatori di circoli privati.
Il ragionamento di Rossi Doria rinvia a quella che alcuni osservatori della società moderna definiscono «iperestesia sociale», ovvero l’abbassamento vertiginoso della soglia di sensibilità, tanto più ipocrita quanto è selettiva. L’avvento di una nuova e inorridita sensibilità occidentale, egocentrica più che altruista, ha mutato il rapporto con l’immagine del dolore, della sofferenza e della violenza. Il paradosso di questa moderna impressionabilità sta nella presenza di un sentimento d’orrore che non mette fine alla violenza ma s’accontenta unicamente di renderla invisibile, e ciò non vale solo per le azioni ma ancor di più per il pensiero. Basti pensare all’innovativo dizionario che ha camuffato i conflitti bellici trasformandoli in operazioni di polizia, interventi umanitari, «guerre etiche o pulite a costo zero», fino alla vertigine dell’invisibilizzazione riassunta nella formula «effetti collaterali». Si è imposta insomma una paradossale indignazione selettiva che, mostrando avversione per l’esplicita violenza, trae sollievo dalla sua semplice sottrazione alla vista.
Non so quanto sia etologicamente compatibile la pretesa di estirpare l’aggressività dall’essere umano, e mi chiedo se dietro questo proposito non vi sia l’ennesima versione in salsa eticista del sogno totalitario dell’uomo nuovo. Certo è che esistono, come in ogni cosa, delle priorità. Se proprio da qualche parte si deve iniziare, allora è forse socialmente più utile partire dal disarmo delle forze di polizia in assetto di ordine pubblico che dal divieto di qualche raro incontro di boxe. Oppure anche la violenza delle istituzioni è diventata invisibile?

Link
Leone Jacovacci, il nero che prese a pugni il fascismo
Senza i pugni in tasca
Prendiamo a pugni la crisi la boxe, un’idea di resistenza

Sans papiers impiegati per costruire CPT

Una ondata di arresti “molto particolari” sta colpendo in Francia i lavoratori immigrati che, proprio perché privi di permesso di soggiorno, vengono assunti nei cantieri pubblici con salari da fame

Paolo Persichetti
Liberazione
15 Agosto 2008

Una ondata di arresti “molto particolari” sta colpendo in Francia i lavoratori immigrati che, proprio perché privi di permesso di soggiorno, vengono assunti nei cantieri pubblici con salari da fame. Quattro di loro sono stati arrestati lunedì 4 agosto in un cantiere alle porte di Parigi, dove erano in corso lavori d’ampliamento di un centro di permanenza temporanea. Per i quattro il passaggio dal cantiere al carcere amministrativo è stato immediato. È bastato traversare i pochi metri che li separavano dai cancelli del “centro di retenzione amministrativa” (Cra) di Mesnil-Amelot, situato ai piedi della pista d’atterraggio dell’aeroporto Charles De Gaulle. Uno di loro, ltikat Tuma, 35 anni, di nazionalità turca, era in Francia da almeno due anni e mezzo ed era stato assunto da un’agenzia d’interim, l’Alpha. Il cantiere era sotto la diretta dipendenza del ministero della Difesa che aveva avviato i lavori per accrescere le dimensioni del campo in modo da poter raggiungere una capienza di 240 unità.
I centri di Mesnil-Amelot e Vincennes rivestono un’importanza strategica per la prefettura di Parigi. La loro immediata vicinanza con la capitale garantisce infatti la possibilità di effettuare rastrellamenti quotidiani dentro la città e nell’immediata periferia. Condotti in questi centri gli immigrati vengono poi smistati negli altri Cra del paese o imbarcati sugli aerei di linea. Un altro arresto, questa volta di un lavoratore proveniente dal Mali, sempre davanti ad un cantiere del ministero, questa volta degli Interni, situato a Lognes nello stesso dipartimento della Seine-et-Marne, è avvenuto nei giorni successivi. La notizia è stata riportata dal quotidiano Libération dell’altro ieri. Houdé Coulibaly, questo è il suo nome, era in Francia dal 2000 e anche lui lavorava per una impresa subappaltatrice, la Citc. In questo caso l’ipocrisia del ministero degli Interni francese ha raggiunto vette estreme. Poiché l’arresto è avvenuto all’entrata del cantiere e il datore di lavoro ha subito dichiarato la propria «buona fede», secondo le autorità il caso poteva ritenersi chiuso. Per il ministero Coulibaly altro non era che uno dei tanti sans papiers che vagabondano per i marciapiedi di Francia e che solo per caso si aggirava davanti al cantiere. Non v’era ragione d’indagare oltre e mettere il naso nel sottobosco di ditte appaltatrici, di un mercato di lavoro ormai senza più regole che ricorda la tratta degli schiavi, dove le società d’interim riescono a fare la cresta sull’abbattimento brutale dei costi grazie all’uso di forza-lavoro sottopagata, il lavoro negriero degli schiavi moderni. Come altrove in Europa, la stragrande maggioranza dei cantieri pubblici francesi impiegano immigrati in situazione irregolare, manodopera clandestina. Tutto questo ha un nome che sempre più si tende a sottacere con formule eufemizzanti: società di mercato, economia neoliberale. Insomma di capitalismo non si deve proprio parlare.
Le associazioni di sostegno ai sans-papiers hanno subito diramato appelli per manifestare davanti ai cancelli, ancora più indignate per il fatto che degli immigrati irregolari vengano utilizzati per costruire quelle che poi saranno le loro future prigioni. In effetti non passa giorno che non si verifichino scontri all’esterno e all’interno di questi Cra. I militanti delle numerose associazioni antiespulsioni e di sostegno ai lavoratori stranieri sono spesso confrontati alle forze di polizia mentre dentro i campi dilagano proteste e rivolte. Sabato 2 agosto, durante un presidio di protesta, all’interno del campo di Mesnil-Amelot è esplosa l’ennesima rivolta che ha provocato due principi d’incendio subito circoscritti. I migranti hanno poi denunciato un brutale pestaggio. Da giorni nello stesso centro è in corso uno sciopero della fame illimitato per protestare contro le condizioni di vita nella struttura e per chiedere la liberazione dei migranti rinchiusi, per la maggior parte lavoratori presenti in Francia da molti anni ma senza regolari documenti di soggiorno.

Centro di detenzione amministrativa di Vincennes, in fiamme.

Vincennes dopo l'incendio

Questi recenti episodi di protesta sono solo gli ultimi di una lunga serie di mobilitazioni che dalla fine del 2007 proseguono quasi senza interruzione, e in particolare nei due Cra di Vincennes e in quello di Mesnil-Amelot. Nonostante i continui spostamenti e il veloce turn over degli internati, i migranti hanno perfezionato un efficace repertorio di lotte, una vera e propria scuola di rivolta che mette in continua difficoltà i gestori dei campi: scioperi della fame, rifiuto di rientrare nelle proprie celle fino alla distruzione sistematica dei centri. Queste modalità di opposizione fisica all’internamento amministrativo vengono accompagnate da una forte capacità comunicativa, dalla tessitura di reti con le associazioni che presidiano quotidianamente l’esterno dei campi. Un vero modello di resistenza umana, di sovversione sociale che sembra allargarsi a macchia d’olio. Da questo intreccio è scaturito l’episodio ritenuto fino ad ora il momento più alto della battaglia contro i campi d’internamento: l’incendio e la completa distruzione del Centro di retenzione di Vincennes, avvenuto il 22 giugno scorso, all’indomani del decesso all’interno del campo per mancanza di cure di un immigrato tunisino. Evento che ha dato definitivamente fuoco alle polveri della rivolta. Memore dello smacco di Vincennes, per il quale le autorità individuarono una «responsabilità morale» nell’opera di sostegno promossa dal Resf (Rete di educazione senza frontiere), il ministro della emigrazione, Brice Hortefeux (uomo di fiducia di Sarkozy), dopo gli ultimi episodi di protesta avvenuti a Mesnil-Amelot ha disposto il divieto di manifestare in prossimità del campo, denunciato il porta parola di un’altra associazione, Sos Sans Papiers, indicata come fomentatrice della rivolta e stilato una lista nera delle associazioni di sostegno. Una galassia eteroclita composta da insegnati, studenti, genitori, giuristi, sindacalisti, persino dirigenti d’impresa. Considerati pericolosi sovversivi. Oltre al Resf, al suo interno spiccano Gisti, organismo di giuristi militanti, Fasti, Ldh, Mrap, sindacati come Fsu, Sud, insieme ad una miriade di comitati e reti locali che animano una nuova organizzazione del conflitto e della solidarietà.

Link
Le immagini del commando Cgt
La lunga notte di Parigi dove la Cgt da l’assalto ai migranti
Sans papiers impiegati per costruire Cpt
Le figure del paria indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti
Elogio della miscredenza

Elogio della miscredenza

Recensioni – Daniel Bensaïd
Fragments Mécréants
Mythes identitaires et république imaginaire,

Éditions Lignes,
ottobre 2005, pp. 187, € 14,90

Paolo Persichetti

Le periferie francesi bruciano. Cinque milioni di persone originarie dell’immigrazione degli ultimi decenni, ma ormai relegate in una condizione di postesilio, tra un passato dimenticato e un avvenire incerto, prive della lunga gestazione molecolare che ha forgiato la cultura repubblicana, incarnano il malessere di un mondo che ha perso ogni speranza compresa quella del ritorno verso la propria Itaca immaginaria. Allora i rumori di rivolta che si sprigionano dai loro quartieri-ghetto annunciano i bagliori di una grande intifada che rischia di contaminare le altre periferie d’Europa.
Pare che «tutto va in pezzi e questi pezzi si frantumano a loro vota in mille altri pezzi». L’immagine evocata da Benjamin riassume efficacemente la febbre identitaria che travolge le società attuali, sempre più in balia di nuove «guerre d’identificazione» e overdosi memoriali, come se avessero dimenticato la riflessione di Nietzsche sull’impossibilità di vivere senza oblio. A chi l’interrogava sulle sue origini, Brecht rispondeva di non avere radici ma gambe per spostarsi. «Rifiutava l’immobilità vegetale, l’infossamento verticale della stirpe, ad essa opponeva le solidarietà storiche orizzontali», ricorda Daniel Bensaïd nel suo pamphlet, Fragments Mécréants. Mythes identitaires et république imaginaire, Lignes, pp. 187, € 14,90.
Una riflessione che, prendendo spunto da una lunga serie di controversie, come la legge che vieta i segni religiosi ostensibili nelle scuole, le lacerazioni che la sua applicazione ha provocato nei gruppi femministi, le polemiche suscitate dal ruolo giocato dall’esponente mussulmano Tariq Ramadan, gli atti d’antisemitismo e d’arabofobia, la concorrenza vittimaria tra i sopravvissuti del genocidio e i discendenti della tratta degli schiavi, le riscritture legislative che vorrebbero edulcorare il passato coloniale, fino all’appello degli «indigeni della repubblica», in realtà va ben oltre i confini d’Oltralpe. Per esempio, la critica rivolta a quei patetici ex nouveaux philosophes, divenuti nel frattempo «nuovi teologi», chiama in causa anche le posizioni dei nostri «atei devoti», come Fallaci, Ferrara e Pera. Ma attenzione, la posizione di Bensaïd non segue affatto sentieri scontati, rifiuta di iscriversi all’interno del confronto stereotipato che oppone gli assertori del relativismo culturale ai difensori della superiorità di un Occidente nelle sue versioni antitetiche, razional-illuminista o giudeocristiana. La strada percorsa propone invece l’uscita dalla guerra dei miti, sacri e profani, laici e religiosi, identitari e universalistici.
Il velo islamico, infatti, ha mostrato più di quanto avrebbe voluto nascondere. Rivelatore della grande nevrosi laica, sorta di alienazione profana speculare a quella religiosa, convogliata nella costruzione di una repubblica immaginaria, astratta e artificiale, dove in realtà un sempre più fragile cattolicesimo secolarizzato si è fatto scudo della retorica repubblicana per contrastare il proselitismo aggressivo dell’islam. La laicità non definendosi più come un’autonoma concezione opposta a ogni forma di confessionalismo, ma unicamente contro una religiosità specifica, è morta. Nata come un tentativo di preservare la neutralità dello spazio pubblico, si è trasformata in una invasiva codificazione sugli usi del corpo, non dissimile da qualsiasi altra forma di comunitarismo confessionale, anzi il suo esatto riflesso. Sottrarre diritti e libertà di ciascuno, quando questi siano condizione della libertà di tutti, è sempre un fattore negativo. Pensare di dare libertà, sottraendo diritti alla persona, in un conflitto che individua nei divieti statali gli strumenti per sconfiggere le oppressioni comunitarie, ha ribaltato l’idea dell’affermazione dei diritti come percorso d’emancipazione. Ormai gli eredi della rivoluzione francese ritengono il cammino verso la libertà nient’altro che una gimcana di divieti.
Un tempo esisteva il lavoratore immigrato, oggi resta solo l’immigrato senza lavoro, spoliato d’ogni possibile soggettivazione politica e per questo, come afferma Rancière, «ridotto a una identità sociologica che oscilla tra la nudità antropologica di una razza e di una pelle differente». Emerge così quella che molti storici ultimamente hanno definito la «frattura coloniale». La crisi della società fordista ha dissolto i vecchi integratori sociali. La comunità d’origine ha rimpiazzato il ruolo svolto un tempo nel territorio da partiti e sindacati con le loro strutture collaterali. La scuola e il lavoro da spazi che operavano mediazione e integrazione sono divenuti luoghi d’esclusione e ghettizzazione. Allora si è fatta strada la «rivincita di Dio», la comunità dei credenti ha rimpiazzato le vecchie solidarietà, la memoria dolorosa ed esclusiva è diventata il cemento di una costruzione identitaria di sostituzione. Non si convocano più gli universali, la memoria ferita è evocata unicamente come un referente preclusivo: quasi che l’indignazione contro la tratta degli schiavi fosse monopolio dei neri, quella contro il colonialismo unicamente delle popolazioni che l’hanno subito, il genocidio sacro affare degli ebrei, il sessismo tema riservato alle donne e l’omofobia agli omosessuali. Per riabilitare una identità troppo a lungo negata, le ideologie delle decolonizzazioni «hanno dovuto reinventare le filiazioni collettive, nelle diverse versioni dell’arabismo e della negritudine». Il tragico fallimento dei processi d’indipendenza nazionale ha esacerbato le identità rimosse favorendo i processi di etnicizzazione e confessionalizzazione delle nazioni. Un vortice vittimista che aggiunge «divisioni alle divisioni, e fa girare a pieno regime la sterile macchina della colpevolizzazione». Al posto delle alleanze e delle solidarietà viene suscitato solo il sospetto reciproco generale. È questa la critica principale che Bensaïd muove all’appello degli indigeni della repubblica: l’errore di rinchiudersi nel passato, di cercare il futuro nelle radici, di non liberarsi dalle catene delle origini, di «lasciarsi inchiodare al museo delle identità subite», cercando il ripiego più della rottura, l’avvitamento al posto dell’oltrepassamento.
Ma se L’origine non prova nulla e non legittima niente, dov’è la soluzione? Essa è antitetica a qualsiasi genealogia, e passa attraverso la costruzione di spazi pubblici comuni, culturalmente e linguisticamente plurali, sul modello della «nazione culturale» già pensata da Otto Bauer di fronte alla decomposizione dell’impero multinazionale austro-ungarico. Un esempio ripreso dal modello zapatista, anteposto a quello senderista che etnicizza il litigio, individuando nella separazione razziale il passaggio obbligato per riparare i torti commessi verso gli indigeni. Ma anche qui, attenzione alla retorica del meticciato commerciale, estetizzato dalla pubblicità, stile Oliviero Toscani, che tende a sfumare i contrasti, annegare le discordie nel consenso buonista, trasfigurando la figura del meticcio in un «testimone amnesiaco». Rendendo innominabile il torto subito dai vinti, questa parodia della società meticcia funzionerebbe unicamente come antimemoria, nutrendo una fobia di ritorno nei confronti delle fusioni e delle contaminazioni d’ogni tipo. Un fantasma reattivo di purezza e di purificazione, che al tempo stesso rischia di suonare alle orecchie del postcolonizzato come un obbligo a dissolversi nella cultura dominante.
Allora per superare le identità vendicative e ricomporre i frammenti del mosaico, contro ogni credenza o mito delle origini è più utile ritornare alla comune condizione sociale, alla realtà generale del rapporto di classe e di genere, uniche discriminanti che attraverso la pratica del conflitto federatore uniscono e non frastagliano in mille identità irreconciliabili.

Link
Cronache migranti
Razzismo a Tor Bellamonaca, agguato contro un migrante
Razzismo, aggressioni xenofobe al Trullo
I dannati della nostra terra
Le immagini del commando Cgt
La lunga notte di Parigi dove la Cgt da l’assalto ai migranti
Sans papiers impiegati per costruire Cpt
Le figure del paria indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti

Alì Juburi, morto di sciopero della fame

Quando in galera è il tuo corpo che diventa il luogo della rivolta

Paolo Persichetti
Liberazione
13 Agosto 2008

La vicenda di Alì Juburi, il detenuto iracheno quarantaduenne morto lunedì scorso a causa di uno sciopero della fame intrapreso per protesta contro una condanna che considerava ingiusta, è una di quelle notizie che troviamo confinate nelle brevi dei grandi quotidiani nazionali o che al massimo riempiono lo spazio di un articolo della stampa locale. Vite che scivolano via nell’indifferenza generale, sospiri persi nelle distrazioni di una estate afosa. Le cronache ci dicono che si trattava probabilmente di una persona sorpassata dagli eventi, triturata dai meccanismi di un dispositivo burocratico-punitivo che non riabilita ma macera le esistenze, soprattutto quando sono fragili.
Arrestato a Milano, rinchiuso a san Vittore, subito dopo la condanna di primo grado gli è toccato il destino dei tanti stranieri ospiti delle nostre carceri: lo sfollamento. Le grandi carceri giudiziarie funzionano così. I detenuti appena condannati vanno via per lasciare posto ai “nuovi giunti”. Qualcuno ce la fa a restare perché c’è sempre una piccola sezione penale pronta ad accogliere i raccomandati, quelli che hanno un mestiere utile al carcere (muratori, idraulici, elettricisti) e gli asserviti alla custodia. I residenti finiscono nei “penali” della città, se esistono, o nelle carceri della provincia. I più sfigati vengono distribuiti nella regione. Una norma del regolamento penitenziario salvaguarda il diritto di prossimità al luogo di residenza dei familiari, l’istituto di assegnazione non deve distare oltre i 300 chilometri. Così c’è scritto… Il criterio non vale per le categorie speciali, come i detenuti in 41 bis, gli Eiv.
Gli stranieri (una volta si diceva “forestieri”, parola migliore che indica soltanto la provenienza da fuori, non l’estraneità, la diversità), che nella stragrande maggioranza dei casi sono soli, vengono sbattuti, “tradotti” (altro termine della burocrazia penitenziaria) nei quattro angoli del paese. Da una città del Nord a causa di uno sfollamento si può arrivare anche in Sicilia. Juburi era finito a Vasto, sul litorale abbruzzese. Condannato ad appena un anno e tre mesi era rimasto in carcere. Non risulta che avesse recidive, non aveva altre condanne e si protestava innocente per quella che aveva subito. Secondo la legge avrebbe potuto essere fuori. Per gli incensurati che incorrono in pene inferiori ai due anni è prevista la condizionale. Il pacchetto sicurezza, che per alcuni reati detti di «particolare allarme sociale» modifica questa norma, è stato approvato solo più tardi. Juburi deve essere incappato in un giudice che ha anticipato i tempi, uno di quelli che annusano con particolare solerzia la direzione del vento. Sicuramente non aveva avvocato, non poteva permettersene uno bravo. Avrà avuto un legale assegnato d’ufficio che senza parcella non si è minimamente interressato al suo caso. Per lui nessuna misura alternativa.
Se sei straniero non vale. È più facile che ti condannino perché su di te pesa un pregiudizio sfavorevole. Magari ti manca il permesso di soggiorno e hai una residenza al nero che non puoi certificare. Allora non ti resta che accettare il carcere e aspettare che passi. Potresti fare una richiesta di rimessa in libertà, ma non lo sai, non parli bene la lingua, non conosci le leggi, ti chiedono solo di rispettarle. Hai solo doveri ma non diritti. Magari sei sfortunato e non incontri nessuno che vuole o può aiutarti. Nessuno che si sofferma a parlarti, che ti chiede da dove vieni, perché sei lì. Sei solo un paria, uno dei tanti buttati in fondo a una cella. Non capisci cosa succede e perché ce l’hanno tanto con te che volevi solamente vivere, mangiare, vestirti, avere una donna, dei figli. No, per te non vale. Allora ti monta la rabbia, una rabbia che ti torce le budella, ti prende lo stomaco, ti fa digrignare i denti. Vorresti urlare al mondo quell’assurda situazione, ma oltre le mura del carcere c’è solo campagna. Una bella campagna che ti ricorda la tua terra. Gli alberi da frutto, gli ulivi. Ricordi quando eri bambino e correvi tra i campi di grano. Invece ora apri gli occhi e vedi solo sbarre e cemento mentre la vita scorre ritmata dal rumore di grosse chiavi d’ottone. Fuori non c’è nessuno, solo il vento. La rabbia allora fa il cammino inverso, ritorna in te, s’impadronisce del tuo corpo, lo usa come un’arma. Diventi il luogo della lotta, lo strumento della protesta. Non hai altro. Hai solo quel corpo e lo usi.
Un filosofo che conosce quelle parole che tu non sai la chiama la «nuda vita». Tu fai della nuda vita il mezzo della rivolta. Non accetti quel che succede. Smetti di mangiare. I primi giorni senti freddo, tanto freddo. Brividi atroci lacerano le tue ossa, la notte il cuore batte fortissimo, ti prende l’affanno. Poi senti come una febbre che ti brucia la pelle. Il corpo divora se stesso. Il tuo peso precipita ma già non senti più il morso della fame. Lo stomaco si è chiuso, le forze mancano, ma basta stare fermi e coperti. Le ore passano nel dormiveglia. Ormai sei nella vertigine e non sai più tornare indietro.
Dicono che sia un mezzo di lotta nonviolenta. Che fesseria! Non c’è forma più violenta di uno sciopero della fame, di un corpo che divora se stesso. Autofagia. Altri si mutilano, si tagliano a fettine. Sfregiano la propria pelle con cicatrici idelebili. Rughe che parlano di dolore. Piaghe vive, zampilli di sangue che sporcano i muri tra urla eccitate e fuggi fuggi generale. Un modo di richiamare l’attenzione, segno di fragilità, di disperata voglia di comunicare senza avere gli strumenti giusti per farlo. Nel 2007 (fonte Antigone) gli atti di autolesionismo recensiti sono stati 3687. Circa duemila in meno del 2004, grazie agli effetti dell’indulto. Comunque l’8,14% della popolazione detenuta. La triste storia di Alì Jaburi insieme a queste cifre cifre ci dice che il carcere è il problema, non la soluzione.

Il detenuto Alì, lasciato morire di fame

di Piero Sansonetti, Liberazione 13 Agosto 2008

Alì Juguri era un cittadino iracheno, arrestato in Italia per il tentato furto – pare – di un telefonino. Detenuto da molti mesi aveva iniziato uno sciopero della fame durissimo. Carcere di Vasto, carcere dell’Aquila, poi in ospedale. Si dichiarava innocente. Il tribunale, in primo grado, lo aveva giudicato colpevole e lo aveva condannato a un anno e qualche mese. Non sappiamo perché Alì non avesse ottenuto la condizionale e la scarcerazione. Non sappiamo come fosse stata impostata la sua difesa.
La storia di Alì Juguri (la leggerete a pagina 2) è una storia semplice e come tutte le cose veramente semplici è importante. È una storia di carcere, di pena certa – come si dice oggi – di sistema giudiziario. E poi, soprattutto, come avete capito, è una storia di morte. Perché Alì è morto, due giorni fa, nell’ospedale de L’Aquila. Da tre mesi era ricoverato lì perché aveva deciso di non mangiare più dal momento che non trovava nessun altro modo per proclamare la sua innocenza, per protestare contro le istituzioni e cercare giustizia. Noi non sappiamo quasi niente della vita di questo iracheno di 42 anni. Sappiamo che è entrato in carcere a Milano una decina di mesi fa, che non ha avuto una buona tutela giudiziaria perché gli avvocati che lo hanno “assistito” non hanno provato nemmeno ad ottenere per lui la condizionale, e perché dopo la condanna di primo grado è stato “frullato” via come tanti suoi simili, stranieri, dal carcere milanese, per sovraffollamento, e mandato a Vasto. Da Vasto a l’Aquila.
C’è qualcosa, nella sua storia, che – come una lente di ingrandimento – ci permette di osservare questo sistema giudiziario elefantiaco, obeso, burocratico. E’ un sistema giudiziario che deve rispondere a tre «potenze», a tre «caste»: i giudici, la politica e l’opinione pubblica. Tre «caste» in lotta perenne tra loro e in grado di condizionarsi, danneggiarsi, aiutarsi. Il «patto» tra queste tre potenze è sempre in bilico, e tiene sempre in bilico gli equilibri della politica italiana. Ma sempre trova un suo equilibrio. Basato su che cosa? Sulla necessità dei giudici di mantenere il proprio potere, sulla necessità dei politici di proteggere se stessi e le classi dominanti, sulla necessità dell’opinione pubblica di ottenere promesse di giustizia, di punizione dei colpevoli o presunti, di vendetta.
La chiave che permette questo equilibrio è quella del garantismo temperato. In che modo? Impastandolo con il giustizialismo, sulla base di una netta distinzione di classe: garantismo discreto per i ceti più solidi, per i politici, per gli stessi giudici, per chi è in grado di pagare; severità e sospensione dei diritti per i più deboli. Specie per quelle fasce di popolazione universalmente riconosciute come «estranee»: per esempio gli stranieri, o i piccoli delinquenti, i tossicodipendenti, le prostitute.
Questo «patto» per la giustizia è quello che ha sempre impedito la riforma della giustizia. Ha permesso, con aggiustamenti successivi, di non toccare nessun privilegio e di scaricare sulla parte più debole della società il prezzo.
Alì ha pagato questo prezzo. Alì, che probabilmente era innocente – e certamente lo era fino al pronunciamento della Cassazione – ma è che è morto, non sappiamo per la responsabilità di chi, senza poter ottenere giustizia. E senza suscitare grande scandalo, visto che ieri era quasi impossibile trovare notizie su di lui: il mondo dell’informazione non è affatto interessato, e nel mondo politico gli unici a muoversi, al solito, sono stati i radicali (interrogazione Bernardini-Turco: grazie).
Oggi non si grida allo scandalo per uno che muore da detenuto. Si grida allo scandalo per l’indulto, perché ogni tanto c’è qualche disgraziato che torna sulla via del delitto (anche se le cifre ci dicono che statisticamente chi ha goduto dell’indulto torna a delinquere in misura tre volte inferiore rispetto a chi esce dopo aver scontato tutta la pena). Ma il vero scandalo dell’indulto è che non è servito a molto. Le carceri sono di nuovo piene, e sono piene di persone – moltissimi stranieri – accusate di reati per i quali la carcerazione potrebbe non essere necessaria. Lo scandalo è che l’indulto avrebbe dovuto essere un piccolo passo, e poi ci sarebbe dovuta essere l’amnistia e poi la riforma. E invece la finta guerra tra politica e magistratura rende impossibile tutto questo. Finché noi non riusciremo a indicare in questo patto tra i due “poteri” il colpevole per la mancata giustizia, continueremo ad essere vittime di un antipolitica che è il cemento dell’alleanza ipocrita e gaglioffa tra i poteri, e del loro dominio incontrastato.