Le stragi dimenticate

Anniversari – A 54 anni di distanza, la strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969 è ormai un episodio dimenticato nella memoria pubblica. Al suo posto i solenni rituali commemorativi che cadenzano il cerimoniale istituzionale hanno edificato una nuova topolatria che celebra il 9 maggio 1978 per rappresentare il sacrificio versato ai valori legittimi. Quel momento drammatico che ha segnato il destino di una generazione indicando quale fosse il livello di violenza che gli apparati statali erano disposti a mettere in campo pur di impedire ogni cambiamento nel Paese è stato derubricato nella gerarchia degli eventi. Non è un caso se l’iniziale paradigma antifascista che ispirava il progetto costituzionale sia stato soppiantato da un nuovo mito fondativo: il paradigma antiterrorista che ostracizza gli anni 70, il decennio della sovversione sociale

Paolo Persichetti
Antifanzine Dicembre 2023


Se nell’estate del 1964 l’obiettivo del cosiddetto «piano Solo», la minaccia golpista ispirata dall’allora presidente della Repubblica Antonio Segni, era quello di esercitare una fortissima pressione sulle forze politiche che stavano dando vita ai governi del primo centro-sinistra, la stagione stragista iniziata cinque anni più tardi prenderà di mira direttamente la rivolta degli studenti del 1968 e le mobilitazioni operaie dell’«autunno caldo».

Le minacce di svolta autoritaria


Si tratta di una prima sostanziale differenza che separa la stagione del secondo dopoguerra, in particolare quella che prende avvio negli anni 60 caratterizzata da una lenta ma progressiva avanzata elettorale delle sinistre, il rafforzamento della opposizione parlamentare sostenitrice della necessità di profonde riforme di struttura, dall’apparizione sul finire del decennio e nei primi anni del successivo di un fortissimo ciclo di lotte sociali da cui scaturisce un nuovo spazio politico anticapitalista e rivoluzionario. Ad essere prese di mira sono queste nuove forme radicali di autonomia sindacale e politica, di autorganizzazione nei posti di lavoro (gruppi di studio operai-tecnici-studenti, comitati unitari di base, assemblee autonome) cresciute attorno alle vertenze per il rinnovo dei contratti, che si aprono nel maggio 1969, per saldarsi con l’attivismo degli studenti politicizzati davanti ai cancelli delle fabbriche dando vita all’«autunno caldo». Un enorme sommovimento di gruppi sociali, di giovani sradicati dalle loro terre d’origine influenzato da una rinnovata cultura politica marxista, dalla stagione delle lotte anticoloniali e dalla controcultura proveniente dagli Stati Uniti.

Il «piano Solo»


Nella prima metà degli anni 60 era bastato agitare la presenza di «piani di contingenza» nei quali si prospettavano misure d’eccezione per la tutela dell’ordine pubblico, come il «piano Solo» appunto, della cui realizzazione era stato incarircato il capo di Stato maggiore dell’esercito, generale dei carabinieri De Lorenzo, e nei quali si prevedeva l’internamento di «enucleandi», ovvero esponenti politici, parlamentari e sindacali della sinistra, il controllo dei punti nevralgici e di comando del Paese attraverso le brigate meccanizzate dei carabinieri che nella estate del 1964, tra la festa del 2 giugno e quella del 150esimo anniversario dell’Arma di metà giugno, erano confluite in massa nella Capitale insieme a reparti speciali e tecnici della comunicazione, per piegare il Partito socialista – dopo le dimissioni del primo governo Moro – e spingerlo durante le trattative per il nuovo esecutivo a un accordo al ribasso con la Democrazia cristiana rinunciando a riforme di struttura più importanti e incisive.

La stagione delle bombe


Nel 1969 a farsi sentire non saranno più le minacce di golpe, l’«intentona», come venne definita nella pubblicistica per distinguerla dal «pronunciamento» o da un «golpe» vero e proprio, o il «tintinnar di sciabole», secondo l’espressione utilizzata dal socialista Pietro Nenni, ma le bombe fatte esplodere con una strategia iniziale ben precisa: quella della false flag, ovvero con l’obiettivo di attribuirne la paternità ai gruppi della estrema sinistra secondo un copione consolidato che trae origine da alcuni principi militari codificati nei manuali della «guerra rivoluzionaria», la controguerriglia o guerra non ortodossa, oggi si direbbe «ibrida». Teorizzata nei manuali di alcuni ufficiali francesi che l’avevano sperimentata in Indocina, per poi impiegarla nella guerra d’Algeria ed esportarla nei regimi dittatoriali sudamericani, questa nuova dottrina, diffusa negli ambienti della destra europea da Yves Guérin-Serac, capitano dell’arme française in Indocina e in Algeria, militante dell’Oas, l’Organizzazione armata segreta che si oppose all’indipendenza algerina e dichiarò guerra a De Gaulle, fu discussa nel maggio del 1965 in un convegno sulla guerra rivoluzionaria promosso dall’Istituto Alberto Pollio, emanazione dell’ufficio Relazioni economiche industriali del Sifar, che si tenne a Roma all’hotel Parco dei Principi, radunando il gotha del neofascismo italiano ed esponenti dei Servizi poi coinvolti nella stagione delle bombe e delle stragi.

I gruppi neofascisti, infiltrati, manipolati o conniventi con strutture importanti degli apparati dello Stato e delle sedi Nato presenti in Nord Italia (il Comando delle forze terrestri alleate del sud Europa, Ftase, di Verona), deponevano bombe sul territorio nazionale (solo nel 1969 la cellula padovana di Ordine nuovo ne piazzò una ventina, tra esplose e inesplose) mentre polizia e carabinieri indirizzavano immediatamente le indagini verso i gruppi anarchici o le formazioni della nuova sinistra extraparlamentare. 
E’ una lista lunghissima che inizia molto probabilmente con le due bombe inesplose trovate davanti alla Rinascente di Milano nell’agosto e poi nel dicembre del 1968 per proseguire il 25 aprile con l’esplosione davanti alla fiera campionaria e alla stazione centrale di due ordigni a bassa intensità, «bombe carta» destinate a fare danni e suscitare terrore senza uccidere. Le prime indagini per mano della commissario Luigi Calabresi imboccarono subito la pista anarchica. Tra l’8 e il 9 agosto esploderanno altri 8 congegni esplosivi molto simili sui treni delle vacanze presso le stazioni di Chiari, Grisignano, Caserta, Aviano, Pescara, Pescina, Mira e ancora Milano stazione centrale e Venezia santa Lucia, altre due restarono inesplose, con un bilancio finale di 10 feriti. Bombe inesplose per problemi tecnici vennero ritrovate il 21 maggio e il 19 agosto davanti la Corte di cassazione e la procura generale della repubblica di Roma, il 24 luglio all’interno del tribunale di Milano e il 28 ottobre davanti alcuni edifici giudiziari di Torino. La scia proseguirà fino alla tragico pomeriggio del 12 dicembre dove nel giro di 53 minuti esploderanno tre bombe a Roma: la prima in una sede della banca nazionale del lavoro, la seconda a piazza Venezia e la terza all’Altare della patria, senza fare morti. Una bomba inesplosa venne trovata in piazza della Scala a Milano mentre un altro ordigno, stavolta molto potente, confezionato per uccidere, esplose all’interno della banca nazionale dell’agricoltura, in piazza Fontana, causando 17 morti e 88 feriti.

12 dicembre 1969, la strage dimenticata


Sul piano giudiziario e storico è ormai accertato che dietro quegli ordigni c’era la cellula padovana di Ordine nuovo che faceva capo a Franco Freda e Giovanni Ventura. Una struttura infiltrata dal Sid, sigla dei Servizi segreti dell’epoca. La loro responsabilità giudiziaria nella strage più cruenta, quella di piazza Fontana è stata fissata in modo definitivo soltanto nel 2005, in una sentenza di Cassazione dopo una lunga serie di pronunciamenti contraddittori e all’esito di nuove indagini e acquisizioni documentali e testimoniali. Ma nel 2005 Ventura era morto e Freda, protetto dal ne bis in idem poiché assolto in via definitiva in precedenza, non si è visto comminare alcuna sanzione penale. Per la lunga scia di attentati invece i due furono condannati fin dal primo grado a 15 anni di reclusione. Giudici e storici non hanno ancora trovato una risposta soddisfacente sulle ragioni che portarono i due nazifascisti a decidere la strage interrompendo la lunga serie di attentati più o meno dimostrativi realizzati prima del 12 dicembre. Intelligence e servizi di polizia erano al corrente dei progetti e delle azioni dinamitarde realizzate della cellule ordinoviste. La lunga serie di attentati con bombe a basso potenziale era funzionale alla creazione di un clima di tensione e paura nel Paese che, secondo i suoi ideatori e ispiratori, avrebbe dovuto suscitare una domanda d’ordine, l’introduzione da parte del governo di misure d’eccezione, una svolta autoritaria che avrebbe allineato l’Italia alle dittature portoghese e spagnola e al golpe dei colonnelli greci del 1967, oltre a consentire la repressione delle forze della sinistra estrema su cui veniva fatta ricadere la responsabilità concreta e morale delle bombe e la messa in mora delle organizzazioni ufficiali del movimento operaio. 
Si è ipotizzato che l’insofferenza e la frustrazione verso l’indecisione delle autorità di governo democristiane nel varare un giro di vite autoritario avrebbe spinto la cellula ordinovista a inalzare autonomamente il livello di violenza passando alla strage. In ogni caso gli apparati statali erano talmente compromessi che dovettero correre ai ripari: l’intera struttura dell’Ufficio affari riservati, l’intelligence della polizia, si precipitò nella questura di Milano per depistare fin da subito le indagini indirizzando l’inchiesta verso gli ambienti anarchici. Una forzatura violenta della verità che costò la vita a Giuseppe Pinelli, il ferroviere anarchico fermato dal commissario Calabresi, trattenuto e interrogato illegalmente in questura per giorni e fatto precipitare dalla finestra degli uffici della polizia politica

Dall’antifascismo all’antiterrorismo 


A distanza di 45 anni, quella che viene ritenuta la madre di tutte le stragi, un momento drammatico di svolta che ha segnato il destino di una generazione di giovani militanti e che indicava chiaramente quale fosse il livello di violenza che gli apparati statali erano disposti a mettere in campo pur di impedire ogni cambiamento nel Paese, è ormai un episodio dimenticato nella memoria pubblica. Al suo posto i solenni rituali commemorativi che cadenzano il cerimoniale istituzionale hanno edificato una nuova topolatria che celebra il 9 maggio 1978 per rappresentare il sacrificio versato ai valori legittimi. Non è un caso se l’iniziale paradigma antifascista che ispirava il progetto costituzionale sia stato soppiantato da un nuovo mito fondativo: il paradigma antiterrorista che ostracizza gli anni 70, il decennio della sovversione sociale e delle lotta armata di sinistra.

1970, il golpe rientrato



Il cosiddetto «golpe Borghese», ideato da Junior Valerio Borghese, già capo della decima Mas di stanza a La Spezia durante la Repubblica sociale mussoliniana e fondatore nel dopoguerra del Fronte Nazionale, venne avviato nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 1970 (ingresso nell’armeria del ministero dell’Interno) ma poi fermato dallo stesso perché – si ipotizza – fossero venuti meno gli appoggi promessi. Questo golpe mancato appare direttamente connesso con la stagione delle bombe del 1969 di cui probabilmente voleva essere il corollario. E’ bene sottolineare che all’inizio del decennio Settanta ai settori industriali più avanzati, come la Fiat e Pirelli, non giovava affatto una svolta politica autoritaria ma piuttosto una situazione di crescita keynesiana con politiche economiche concertate con l’opposizione politica. Insomma i progetti golpisti non erano graditi, molto più interessante per gli interessi industriali apparirà il progetto di «compromesso storico» avanzato dal segretario del Pci, Enrico Berlinguer, tre anni dopo.

Strategie della tensione e rappresaglie fasciste senza una regia unica


La lunga stagione delle bombe, delle stragi, dei tentati golpe e degli organismi paralleli è passata alla storia sotto il nome di «strategia della tensione». Definizione che alcuni studiosi riconducono a un articolo apparso subito dopo la strage di piazza Fontana sull’Observer. Secondo altri, in realtà, prendeva origine da una frase di Aldo Moro sulla «strategia dell’attenzione», rivolta all’opposizione e pronunciata durante il congresso della Democrazia cristiana il 29 giugno del 1969, rivisitata durante i comizi dell’estrema sinistra dopo la strage. Nonostante l’indubbio successo e l’efficacia della definizione che ha ispirato una intensa pubblicistica e una convinzione ideologica ampiamente diffusa, la nozione ha sempre presentato numerose criticità accentuate con l’approfondimento delle conoscenze storiche. Oltretutto, col passar dei decenni, si è rafforzata l’interpretazione dietrologica del concetto fino ad estremizzarne la periodizzazione cronologica: estesa agli albori della Repubblica, con la strage di Portella delle ginestre avvenuta nel 1947 in Sicilia per mano degli uomini di Salvatore Giuliano, fino alle bombe mafiose del 1992-93 passando per la strage alla stazione di Bologna dell’agosto 1980.

Una narrazione «consolatoria» che riscrive il primo cinquantennio repubblicano sotto il segno di un unico disegno criminale dominato da forze occulte, poteri invisibili, complotti, minacce e crimini eversivi che avrebbero ostacolato la compiuta maturazione democratica del Paese. Lettura destinata a giustificare, in particolare, l’insuccesso della strategia politica attuata dal Pci nel corso degli anni 70 e successivamente l’avvento della stagione commerciale e politica berlusconiana.

Una lettura storicamente infondata poiché gli eventi citati non hanno le stesse caratteristiche, non rispondono a una medesima strategia, non sono coordinati tra loro, hanno attori diversi e si svolgono in fasi storiche e politiche molto differenti. Se la strage di piazza Fontana e le bombe del 1969 hanno molti elementi in comune con la strage di Peteano del maggio 1972 (autobomba che provocò la morte di tre carabinieri attirati in una trappola), i successivi eventi stragisti presentano aspetti diversi. Per Piazza Fontana e Peteano, realizzate entrambe da cellule odinoviste, le indagini si indirizzarono subito contro anarchici e Lotta continua coprendo i veri autori degli attentati, le cui attività erano ben note ai Servizi e alla forze di polizia. 


La strage di Gioia Tauro del luglio 1970 appare invece un episodio legato al contesto della rivolta di Reggio Calabria, egemonizzata dall’estrema destra. L’attentato che danneggiò la linea ferroviaria dove sfrecciava la Freccia del sud, provocando 6 morti e 77 feriti, e che vide il coinvolgimento di tre esponenti di Avanguardia nazionale, fu seguito da una intensa campagna di attentati dinamitardi. Ben 44, avvenuti tra il luglio 1970 e il l’ottobre 1972, contro le infrastrutture della rete ferroviaria.

La bomba alla questura e l’enigma Bertoli


Nel maggio del 1973 Gianfranco Bertoli, un personaggio dalla storia indecifrabile e dalla personalità borderline, lanciò una bomba a mano all’interno della questura di Milano durante la cerimonia di commemorazione del commissario Calabresi, ucciso l’anno precedente in un agguato mai rivendicato ma dalla magistratura attributo a distanza di decenni a una struttura coperta di Lotta continua. L’attentato mirava alla vita del ministro dell’Interno Mariano Rumor, che era sul posto per scoprire un busto dedicato alla memoria del funzionario di polizia, solo che alcune defaillances personali di Bertoli gli impedirono di centrare per tempo il bersaglio. L’ordigno, una bomba ananas a frammentazione, fece comunque 4 morti e 52 feriti. Bertoli ha sempre rivendicato la sua militanza anarchica, identità che mantenne coerentemente nei lunghi decenni di carcere collaborando persino con alcune riviste libertarie e intrattenendo una lunga corrispondenza con il teorico dell’anarcoinsurrezionalismo Alfredo Maria Bonanno. Prima di lanciare la bomba, l’anarchico o presunto tale aveva soggiornato in un kibbutz israeliano anche se il collaboratore di giustizia Carlo Digilio, ordinovista componente della rete veneta di informatori dei servizi segreti americani (nome in codice «Erodoto»), riferì in una fase successiva che a ospitarlo e armarlo erano stati alcuni membri di Ordine nuovo che lo avevano utilizzato per vendicarsi di Rumor, a cui rimproveravano di non aveva dichiarato lo stato di emergenza quando era presidente del consiglio. Una versione che tuttavia non resse alle verifiche giudiziarie. Negli anni cinquanta Bertoli era stato anche un confidente del Sifar all’interno del Pci (nome in codice «Negro»). Attività che non durò molto a causa della bassa qualità delle informazioni da lui fornite. Ancora oggi non è chiaro chi sia stato veramente Bertoli: un anarchico scapestrato che voleva vendicare la morte di Pinelli o un borderline manipolato dagli ordinovisti?

Poco precedente a quello di Bertoli è il tentativo di attentato sulla linea ferroviaria Genova-Roma, realizzato il 7 aprile del 1973 dal neofascista Nico Azzi che rimase ferito mentre preparava un ordigno esplosivo nel gabinetto del treno dopo essersi fatto notare dai passeggeri con una copia di Lotta continua in mano. Azzi era un militante della Fenice, un circolo milanese di orientamento ordinovista che faceva capo a Giancarlo Rognoni

Le stragi del 1974, una vendetta per lo scioglimento di Ordine nuovo


La strage di piazza della Loggia avvenuta a Brescia il 28 maggio 1974 durante un comizio del Comitato antifascista locale (8 morti e 102 feriti) si distinse immediatamente dai precedenti episodi perché l’obiettivo colpito rivelava fin da subito la matrice politica neofascista degli esecutori. Dopo un lungo e travagliato iter giudiziario la Cassazione ha confermato la condanna finale di due ordinovisti: Carlo Maria Maggi e Maurizio Tramonte, quest’ultimo confidente del Sid di Padova col nome in codice «Tritone». Sono tuttora in corso altri due procedimenti contro gli ordinovisti veronesi Marco Toffaloni, all’epoca minorenne e che avrebbe materialmente deposto l’ordigno, e Roberto Zorzi.

Nel novembre del 1973 il movimento politico Ordine nuovo era stato sciolto dal ministro dell’Interno Taviani sulla base della condanna emessa dal tribunale di Roma per ricostituzione del disciolto Partito nazionale fascista. A causa di questo fatto, nel luglio del 1976 Pierluigi Concutelli, capo militare della struttura clandestina di Ordine nuovo, uccise a Roma Vittorio Occorsio, il pubblico ministero che aveva sostenuto l’accusa contro i dirigenti del gruppo neofascista.
 L’attentato di Brescia come quello successivo sul treno Italicus, nella notte tra il 3 e il 4 agosto 1974 all’interno del tunnel Valdisambro (18 morti e 48 feriti), rivendicato da «Ordine nero» in un volantino che parlava di vendetta per la morte di Giancarlo Esposti, un fascista sanbabilino ucciso dai carabinieri sugli altipiani reatini il 30 maggio precedente, erano una chiara rappresaglia contro la messa al bando di Ordine nuovo.


Creato nei primi mesi del 1974, Ordine nero raccoglieva transfughi del disciolto Ordine nuovo, di Avanguardia nazionale e del Fronte nazionale rivoluzionario, struttura prevalentemente toscana. Fu protagonista dell’ultima stagione stragista caratterizzata da un’aperta dichiarazione di guerra contro lo Stato accusato di tradimento verso una esperienza politica, eversiva e golpista, che gli apparati avevano lungamente sostenuto, foraggiato, ispirato e manipolato. Nulla a che vedere dunque con i precedenti episodi che miravano ad attribuire alla sinistra la paternità degli eccidi con l’obiettivo di scatenare una risposta autoritaria dello Stato.

Ordine Nero e le bombe del 1974

Lungi dall’essere una ulteriore puntata della strategia della tensione questi due sanguinosi attentati, parte di una campagna più ampia avviata nel gennaio del 1974 a Silvi Marina, vicino a Pescara, dove una bomba fallì nel colpire l’ennesimo treno, appaiono piuttosto il segno sanguinoso della sua fine, la conseguenza dell’abbandono precipitoso e rovinoso da parte degli apparati statali che l’avevano utilizzata. Il 9 febbraio un altro ordigno venne ritrovato inesploso su un treno merci diretto da Taranto a Siracusa. A marzo un’esplosione fece saltare una rotaia nei pressi di Vaiano, vicino Prato, dove avrebbe dovuto passare il treno Palatino. La strage mancata fu rivendicata con un volantino di Ordine Nero ritrovato a Lucca. Ad aprile fu colpita la casa del popolo di Moiano, in provincia di Perugia. Nel complesso furono fatti esplodere tra Milano, la Toscana e Savona, oltre una decina di ordigni, culminati nell’attentato compiuto sulla linea ferroviaria di Terontola, il 6 gennaio 1975, a cui segui lo smantellamento del Fronte nazionale rivoluzionario di cui facevano parte Luciano Franci, Mario Tuti, Marco Affatigato, Andrea Brogi e Augusto Cauchi. Gruppo che ebbe contatti anche con Licio Gelli, al quale, secondo testimonianze di alcuni pentiti, Cauchi aveva chiesto un finanziamento per la sua attività politica.

La magistratura indaga sui progetti di golpe


Tra il 1973 e il 1974 vengono a galla, grazie a diverse inchieste condotte dalla magistratura, una serie di progetti di golpe di segno politico diverso anche se tutti caratterizzati dalla tentativo di scongiurare il «pericolo comunista». Non è possibile approfondire in questa sede una questa materia dagli intrecci estremamente complessi, ci limitiamo ad accennare brevemente alla indagine sulla «Rosa dei venti», portata avanti dal giudice istruttore Tamburino, e da cui emergeva traccia della presenza di strutture «parallele» interne agli apparati statali coinvolte nelle attività golpiste e stragiste. Testimone centrale nella ricostruzione di questa rete, siapur tra contraddizioni e reticenze, sarà il generale dell’esercito Amos Spiazzi. In anni più recenti la ricerca storica ha focalizzato meglio quanto avvenuto: accanto alla struttura Nato europea Stay behind, che in Italia aveva preso il nome di Gladio, apparato di difesa «non ortodosso» gerarchicamente dipendente dai comandi Nato, approntato per fare fronte ad una eventuale invasione militare delle truppe de patto di Varsavia e composto essenzialmente da membri della ex brigata Osoppo, partigiani bianchi antifascisti e anticomunisti, di cui si scoprì l’esistenza nella estate del 1990, dopo la vicenda del «piano Solo» venne messa in piedi una seconda struttura che dipendeva gerarchicamente dal ministero della Difesa. Si trattava dei Nuclei per la difesa dello Stato, apparato misto composto da membri selezionati degli uffici informativi dell’esercito, dei Servizi, dei carabinieri e di civili di dichiarata fede neofascista. Tra i membri di questa struttura disciolta nel 1973 vi erano molti ordinovisti. 

Un’altra inchiesta riguarda il Movimento armato rivoluzionario di Carlo Fumagalli e Gaetano Orlando. Fumagalli era un ex partigiano bianco legato ai Servizi inglesi. Ferocemente anticomunista organizzò una struttura clandestina armata con un forte insediamento in Valtellina, dove realizzò una serie di attentati dinamitardi contro tralicci dell’alta tensione che alimentavano le città e le industrie del Nord Italia. L’intenzione era quella di fronteggiare una eventuale offensiva di piazza o una vittoria elettorale dei comunisti. Nonostante il suo iniziale posizionamento antifascista, Fumagalli non disdegnò l’alleanza con i gruppi ordinovisti in vista di un colpo di stato.

L’esperienza più interessante appare tuttavia quella che venne definita il «golpe bianco», portato avanti da Edgardo Sogno, un altro ex partigiano della brigata Franchi, badogliana, liberale e anticomunista. Sogno aveva progettato in pieno agosto 1974 un «golpe liberale», un colpo di mano istituzionale di stampo presidenzialista, sul modello gollista della quinta repubblica francese che forte dell’appoggio dei vertici militari e istituzionali avrebbe dovuto sciogliere il parlamento, liberarsi del ventre molle democristiano ritenuto corrotto e irriformabile, creare un sindacato unico, internare le opposizioni di sinistra e di estrema destra, abolire l’immunità parlamentare e istituire un Tribunale speciale.

Agosto 1980, stazione di Bologna, una strage in cerca di movente



Sentenze e pubblicistica iscrivono la strage alla stazione centrale di Bologna del 2 agosto 1980, che fece 85 (forse 86) morti, e 200 feriti, come l’ultimo episodio della strategia della tensione anche se nell’ultima sentenza, quella di primo grado contro l’ex avanguardista Paolo Bellini, ritenuto insieme a Fioravanti, Mambro e Cavallini, appartenuti ai Nar, uno dei responsabili della strage, sulla scorta di un’ampia pubblicistica complottista si sostiene che la strategia della tensione sia proseguita fino alla stragi di mafia del 1992-93. In realtà nessuna delle tante sentenze è mai riuscita a indicare chiaramente un movente certo e convincente, tanto che solo nelle ultime motivazioni dei verdetti pronunciati contro Cavallini e Bellini ci si addentra sull’argomento, identificando come mandante la P2 di Licio Gelli, nel frattempo defunto, che avrebbe agito per rafforzare la propria capacità ricattatoria all’interno di equilibri occulti di potere. Una ipotesi tra le tante, per altro completamente sganciata dalle logiche della strategia della tensione enunciate in passato.

Nel 1980 la situazione internazionale stava rapidamente mutando: nel maggio dell’anno prima in Inghilterra era salita al governo la tory Margaret Teatcher, un anticipo della cosiddetta controrivoluzione neoliberale che si imporrà definitivamente con l’insediamento alla Casa Bianca del conservatore repubblicano Ronald Reagan. In Italia il clima politico e sociale era profondamente mutato rispetto ai primi anni 70. Si era avviata la stagione del riflusso, il compromesso storico era stato sconfitto, il Pci aveva avviato il suo declino elettorale, il movimento operaio e gli altri movimenti sociali erano sulla difensiva, in forte difficoltà sotto i colpi delle profonde ristrutturazioni del sistema produttivo. L’estrema sinistra in crisi. Non esisteva più il «pericolo comunista» che aveva ispirato la stagione stragista dei primi anni 70. Nella seconda metà del decennio il Pci aveva dato ampia prova di moderatismo, aveva sorretto le istituzioni di fronte all’offensiva della sinistra armata con molto più impegno di altre forze politiche. Non vi erano più ragioni per ricorrere ad una strage di tale portata, la più grande in Europa prima di quella di Madrid del 2004, provocata da Al Quaeda. Anche se sappiamo che gli attentatori non avevano previsto conseguenze così catastrofiche dovute alla presenza di un treno sul primo binario che respinse l’onda d’urto facendo crollare l’edificio dove era situata la sala d’attesa di seconda classe. Per questo motivo si è anche guardato a eventuali ragioni internazionali, come la vicenda di Ustica o il posizionamento dell’Italia nel Mediterraneo. L’aporia giudiziaria rappresentata dall’assenza di un movente valido ha facilitato l’offensiva giornalistica della destra che ha tirato in ballo la cosiddetta «pista palestinese». Ipotesi di comodo, smentita dalla recente desecretazione del carteggio Sismi-Olp, agitata dalla destra con l’intento di riscrivere il paradigma delle stragi e liberare i fascisti e i loro eredi politici dalle responsabilità avute nella precedente stagione delle bombe e dei massacri. Questo tentativo di strumentalizzazione tuttavia non esime dal porsi le giuste domande sul reale movente di quel massacro.

La commissione Moro 2 e la strana scomparsa dei documenti che scagionano la giornalista Birgit M. Kraatz

Doveva essere la commissione della verità finale sul rapimento Moro. Il presidente Giuseppe Fioroni appena insediato aveva promesso che finalmente sarebbe stata accertata la verità sempre «negata, spazzando via il «patto del silenzio», il muro di presunta «omertà» tra brigatisti e uomini dello Stato, secondo la definizione coniata da Sergio Flamigni nella sua saga dietrologica. Una versione dei fatti, nient’affatto coincidente con la realtà, che secondo il presidente della nuova commissione Moro avrebbe «tombato l’indicibile verità» del rapimento e della uccisione nel 1978 del presidente del consiglio nazionale della Democrazia cristiana.


Il nuovo porto delle nebbie

La Moro 2, i cui lavori si sono tenuti dal 2014 al 2018, si è rivelata invece l’ennesimo porto delle nebbie. Un luogo dove non solo non è mai emersa quella verità illibata, promessa all’inizio, ma addirittura alcune risultanze documentali scomode e non preventivate, le fastidiose acquisizioni emerse nel frattempo – ma non in linea con gli auspici del suo presidente – si sono perse tra gli scaffali degli archivi. La verità tanto promessa è così annegata nelle acque torbide del complottismo, risucchiata dai vortici profondi di ipotesi e congetture dietrologiche che hanno guidato come fossero un assioma indiscutibile il cammino della commissione.

Le accuse contro la giornalista Birgit M. Kraatz
Nell’ultimo anno di lavori la commissione si era occupata di un complesso immobiliare sito in via dei Massimi, nella parte alta di via Balduina, a Roma. Una zona distante poche centinaia di metri in linea d’aria dal luogo del rapimento dello statista democristiano. A dire il vero, non si trattava affatto di una novità: già nei giorni successivi al rapimento erano circolate voci sul comprensorio di palazzine dell’Istituto opere religiose del Vaticano situato al civico 91 di quella via. Nel novembre del 1978, un quotidiano romano, Il Tempo, anticipò un articolo dello scrittore Pietro Di Donato apparso nel numero di dicembre sulla rivista erotica-glamour Penthouse. Nell’articolo si sosteneva che la prigionia di Moro si era svolta nella zona della Balduina, luogo dove sarebbe avvenuto il trasbordo del prigioniero ed erano state abbandonate le macchine impiegate in via Fani. Agli atti risulta che le forze di polizia effettuarono controlli e perquisizioni in alcune palazzine e garage dei dintorni senza alcun esito. La sortita di Di Donato fu ripresa nel gennaio 1979 da Mino Pecorelli sulla rivista legata ai Servizi Osservatorio politico. Ne accennò anche il pm Nicolò Amato durante le udienze del primo processo Moro, agli inizi degli anni 80. Più tardi se ne occupò, sempre senza pervenire a risultati, la prima commissione Moro finché la diceria venne consacrata nelle pagine di un libro di Sergio Flamigni, La tela del ragno, pubblicato per la prima volta nel 1988 (Edizioni Associate pp. 58-61), divenendo uno dei cavalli di battaglia della successiva pubblicistica dietrologica.
Una vecchia leggenda presa per buona dalla commissione e riportata nell’ultima relazione approvata nel dicembre 2017 con l’aggiunta di una novità: ad una giornalista di nome Brigit M. Kraatz, corrispondente in Italia delle più importanti testate giornalistiche tedesche e residente nel 1978 in via dei Massimi 91, con la figlia e la governante che accudiva la bambina, si attribuiva un ruolo nel sequestro Moro. Nel relazione si affermava che Franco Piperno, amico da almeno un decennio della Kraatz, la mattina del 16 marzo 1978 avrebbe controllato dalle finestre dell’appartamento della donna il buon andamento del sequestro, ovvero l’arrivo delle macchine dei brigatisti con Moro all’interno e il loro ingresso nel garage dove il prigioniero – sempre secondo la fantasiosa ricostruzione della commissione – sarebbe stato fatto scendere e nascosto in un’abitazione del palazzo. Si aggiungeva inoltre che la giornalista era, in realtà, una nota esponente del gruppo sovversivo tedesco «2 Giugno». Sarebbe bastato svolgere un sopralluogo nella ex abitazione della Kraatz per rendersi conto che dalle sue finestre non era possibile alcuna visuale sull’ingresso del garage, ma sarebbe stato chiedere troppo ad una commissione il cui lavoro è consistito essenzialmente nell’accreditare congetture piuttosto che verificare la fondatezza dei fatti.

«Birgit Kraatz non è un membro della 2 giugno», Il documento della polizia tedesca che smentisce Fioroni
Venuta a conoscenza della vicenda solo qualche tempo dopo, il 26 febbraio 2018 Brigit M. Kraatz inviò una prima lettera a Fioroni nella quale chiedeva di cancellare dalla relazione le «calunniose asserzioni» rivolte alla sua persona (allegato 1). Lettera che non ricevette mai risposta anche perché nel frattempo la commissione aveva chiuso i battenti per la fine anticipata della legislatura. Nel frattempo Birgit M. Kraatz segnalò la vicenda anche all’allora presidente della Camera dei deputati, Roberto Fico, prima nel maggio e poi nell’ottobre 2018. Negli stessi giorni si rivolse anche alle altre cariche del Stato, la presidente del Senato Elisabetta Alberti Casellati e il presidente della Repubblica Sergio Mattarella, anche in questo caso ricevendo come risposta solo una glaciale indifferenza.
Il 4 ottobre successivo, Fioroni ormai ex presidente della commissione nel corso della presentazione di un suo libro, Moro il caso non è chiuso. La verità non detta, davanti alle domande dei giornalisti spiegò che nell’agosto 2018 era pervenuta una nuova informativa che smentiva il coinvolgimento della Kraatz nell’organizzazione «2 giugno». L’Ansa del giorno successivo riferì le sue parole: «Sull’adesione di Birgit Kraatz all’organizzazione estremista tedesca del ‘2 Giugno’, “ci sono degli atti che lo dicono e che noi abbiamo ereditato, ma c’è anche un documento di due mesi fa che dice che lei non c’entra niente“». In evidente difficoltà per la micidiale bufala scolpita nella relazione della commissione, Fioroni provava a salvare capra e cavoli affermando che «il riferimento alla giornalista era per il rapporto avuto con Piperno (“assolutamente legittimo”, secondo Fioroni) e in primis per l’eventuale presenza di Piperno nel palazzo romano. “A noi interessa – concludeva l’ex deputato – solo per le relazioni sentimentali che aveva. Abbiamo inserito lei nel testo solamente per dimostrare che c’era Piperno che frequentava quella casa. Poi se era dell’organizzazione del 2 giugno o altro, a me non serviva a niente”».
Il 18 ottobre 2018 i legali della signora Kraatz scrissero nuovamente all’ex presidente Fioroni, chiedendogli ancora una volta di correggere la relazione e allegando due comunicazioni della Bundeskriminalamt, l’Ufficio federale della polizia criminale (Bka), del 26 giugno e del 4 ottobre 2018 nel quale si certificava che il nome della signora Kraatz non era mai stato menzionato in alcun documento della struttura e la sua totale estraneità con le vicende della «2 giugno».

L’origine della calunnia

Il nome della Kraatz era stato tirato in ballo da una vecchia relazione del 31 luglio 2000 presentata dai due parlamentari di Alleanza nazionale provenienti dall’Msi, Alfredo Mantica ed Enzo Fragalà, membri della commissione Stragi nella quale appariva in modo del tutto abusivo il nome di «Birgit Kraatz».
A seguito di una rogatoria diretta alle autorità tedesche, presentata dal giudice Francesco Amato sui nomi di alcuni esponenti vicini al movimento eversivo «2 giugno», la polizia tedesca inviava in risposta una relazione. Senza alcuna giustificazione comprensibile, l’Ucigos – l’Ufficio centrale della polizia politica destinatario della relazione – apponeva il nome di Birgit Kraatz nella lettera che accompagnava il testo della Bundeskriminalamt. Nome che invece non era presente all’interno del documento della polizia tedesca e che mai più riapparirà. Nella successiva minuta della Digos di Roma, che riceve la documentazione dall’Ucigos e la rigira al magistrato, non vi è infatti più alcuna traccia della Kraatz. Nonostante questa anomalia, i due parlamentari che evidentemente si erano soffermati solo sulla minuta di accompagnamento riportano il nome della donna nella loro relazione, indicandola come una esponente del gruppo «2 giugno». Diciassette anni più tardi, alcuni consulenti della commissione Fioroni che scandagliavano i materiali digitalizzati prodotti dalle precedenti commissioni intercettano il nome della Kraatz incrociandolo con quello delle persone che risiedevano nel 1978 nella palazzina di via dei Massimi 91. Nasce così il grossolano errore: nessuno legge attentamente le carte e si domanda perché il nome della Kraatz sia assente dalla relazione inviata della polizia tedesca (la fonte primaria) ma compaia nella minuta italiana che l’accompagna. Non si svolgono le necessarie verifiche, non si fanno approfondimenti su altre fonti di informazione. In poche parole non si utilizza una corretta metodologia. Emerge un modo di lavorare superficiale che evita sistematicamente ogni indizio, segnale o prova che sollevi dei problemi, inceppi o allontani dalla meta prefigurata o peggio smentisca i teoremi precostituiti. Insomma una gigantesca officina di fake news. Ad aggravare ulteriormente il comportamento della commissione è un rapporto del 19 marzo 2018 (protocollo 3698 del 20 marzo 2018), prodotto da una collaboratrice della commissione, contenente diversi documenti dell’Ucigos appena declassificati. Nella nuova documentazione è presente una nota del 28 settembre 1981, inviata all’Ucigos dal questore Giovanni Pollio, in cui si spiega che Birgit Kraatz è una giornalista che «svolge la propria attività lavorativa presso la redazione del periodico tedesco “Stern” di cui è corrispondente».

L’intangibilità delle relazioni prodotte dalle commissioni parlamentari

Dopo essere riuscita a contattare gli uffici della commissione alla signora Kraatz fu spiegato che il testo di una relazione parlamentare una volta deliberato, ovvero accolto e votato dai membri della commissione e successivamente approvato dal voto delle aule parlamentari, non è modificabile in alcun modo. L’unica possibilità era quella di inviare la nuova documentazione della Bka che correggeva le asserzioni contenute nella relazione all’ufficio stralci in modo da poter esser messa a disposizione degli studiosi che ne avrebbero fatto domanda. Richiesta che venne esaudita il 18 ottobre 2018 con l’invio della documentazione all’allora segretario della commissione Moro 2, dottor Tabacchi. Per aggirare l’intangibilità del testo della relazione i legali della Kraatz proposero ragionevolmente di allegare la nuova documentazione al testo della relazione e di modificare le informazioni che circolavano su internet (allegato 2). Ancora una volta nessuno ha mai preso in considerazione la proposta tantomeno inviato un qualunque segnale di risposta.


Verità storica e verità deliberata

L’intangibilità delle relazioni votate dalle commissioni parlamentari d’inchiesta merita una riflessione particolare. Ci troviamo, infatti, di fronte al postulato di una nuova verità: la verità parlamentare che è tale poiché delibera una volontà del popolo che rappresenta. Un modello procedurale che all’atto della deliberazione crea dei fatti, congelandoli, al pari delle sentenze giudiziarie. Una volta deliberate o sentenziate queste versioni degli accadimenti diventano intangibili, salvo lunghe e limitatissime eccezioni, a differenza della verità storica che ha una natura processuale soggetta a possibili e continue rimesse in discussione dovute all’emergere di nuove metodologie o all’acquisizione di nuovi documenti, circostanze e informazioni. Accade così che la verità parlamentare si adagia su una narrazione degli eventi deliberata sulla base delle convenienze di una maggioranza politica senza più recepire eventuali smentite. E’ il grande limite delle commissioni parlamentari che agli occhi degli storici riservano interesse soprattutto per il bacino documentale raccolto, quando questo è accessibile, più che per le loro conclusioni.

La querela contro Gero Grassi
Nell’autunno del 2020, Birgit M. Kraatz nel tentativo di fare giustizia delle calunnie prodotte contro la sua persona querelava anche uno dei membri più attivi della commissione Moro 2, l’ex vice presidente del gruppo parlamentare del Pd alla Camera Gero Grassi (leggi qui). Non più parlamentare, per la mancata ricandidatura nelle liste del suo partito, Grassi aveva ripubblicato in un suo volume le accuse contro la signora Kraatz ribadendo la sua appartenenza al gruppo sovversivo «2 giugno». Ormai privo della immunità, che gli aveva garantito in precedenza di poter affermare qualunque cosa senza conseguenze, Grassi è stato raggiunto dalla denuncia che, inizialmente depositata a Grosseto, per competenza territoriale è stata assegnata al tribunale di Trani, luogo di sua residenza, dove il Gip rigettando la richiesta di archiviazione proposta dalla procura ha disposto ulteriori accertamenti.

La verità parlamentare diventa verità giudiziaria. Birgit Kraatz accusata anche dai giudici della strage di Bologna
Con grande sconcerto la scorsa estate Birgit M. Kraatz ha scoperto di essere finita anche nelle pagine della sentenza di condanna per la strage alla stazione centrale di Bologna del 2 agosto 1980, emessa contro il neofascista Paolo Bellini e depositata nell’aprile del 2023. Riprendendo alcuni stralci della relazione del dicembre 2017 prodotta dalla commissione Fioroni, con l’intenzione fallace di sostenere la tesi delle «convergenze parallele» tra lotta armata di sinistra e stragismo fascista, i giudici della corte d’assise assecondavano, a pagina 1631 (allegato 3), l’appartenenza della Kraatz alla organizzazione sovversiva «2 giugno». Il 20 settembre la giornalista inviava l’ennesima lettera di smentita, stavolta alla corte di appello bolognese che ha in carico il processo d’appello, chiedendo «di interrompere finalmente questa catena di montaggio di accuse false […] e di correggere definitivamente questo sbaglio nella vostra sentenza d’Appello e ristabilire che io non ho mai fatto parte di nessuna organizzazione terroristica (allegato 3) .

La richiesta di spiegazioni rivolta all’archivio della commissione Moro 2 e la scoperta che le lettere e i documenti inviati nel 2018 sono scomparsi

Stupita dal fatto che i documenti inviati nel 2018 a Giuseppe Fioroni e all’ufficio stralci della commissione non fossero stati recepiti, la signora Kraatz si è rivolta nuovamente al vecchio segretario, il funzionario della Camera dei deputati dottor Tabacchi, nel frattempo trasferito a nuovo incarico, chiedendogli dove fosse finita la documentazione inviata e se questa fosse mai stata allegata alla relazione, come richiesto.

La risposta pervenuta è stupefacente: la lettera a Fioroni inviata nel febbraio 2018, acquisita in data 26 marzo 2018 con protocollo 3693 (serie corrispondenza), e i documenti della Bka, acquisti il 5 novembre 2018 con protocollo 88 dell’Ufficio stralcio, risultavano scomparsi, introvabili.

Io stesso prima di redigere questo articolo ho cercato nuovamente i documenti, prima sul portale della commissione, senza trovarli, poi rivolgendomi al dottor Tabacchi che mi ha rinviato all’archivio a cui ho subito scritto ricevendo questa risposta: «La informiamo che sono state avviate le procedure di ricerca e riscontro documentale. Saranno necessari, al riguardo, alcuni tempi tecnici, al momento non precisabili. Avremo cura di comunicarLe gli esiti delle verifiche esperite. Cordiali saluti».
Era il 22 ottobre 2023, da allora più nulla.
Dove sono finiti quei documenti regolarmente protocollati? Possibile che nessuno sappia la fine che hanno fatto? Sono forse stati secretati e inviati alla procura romana nell’ambito dell’inchiesta che sta conducendo su via dei Massimi e via Licinio Calvo? Se fosse questa la ragione appare strano che dei documenti regolarmente protocollati in entrata non risultino segnalati in uscita. Dove sono allora?

Allegato 1
Lettera a Giuseppe Fioroni, presidente della commisione Moro 2, del 26 febbraio 2018, scomparsa dagli archivi

Allegato 2
Le due comunicazioni della Bundeskriminalamt, l’Ufficio federale della polizia criminale tedesca, scomparse dall’archivio della commissione Moro 2

Allegato 3
Lettera con richiesta di correzione inviata alla corte d’apello di Bologna e pagina 1631delle motivazioni della sentenza di condanna in primo grado del neofascista Paolo Bellini per la strage alla stazione centrale di Bologna del 2 agosto 1980

Genova ’79, i sovversivi, i brigatisti, i testimoni 

Agli occhi del generale Dalla Chiesa la città di Genova appariva la capitale del brigatismo italiano. Lì era avvenuto, nel 1974, il primo rapimento politico di caratura nazionale col sequestro del pm Mario Sossi e poi, nel 1976, il primo omicidio politico brigatista, l’uccisione del procuratore generale Francesco Coco, infine il primo grande sequestro per autofinanziamento nei confronti dell’armatore Pietro Costa nel 1977.
Per Dalla Chiesa le bierre genovesi erano diventate una ossessione. L’arresto nel 1976 dell’operaio dell’Ansaldo Giuliano Naria, nella lontana Valle D’Aosta, e poi quello in Italsider di Francesco Berardi, denunciato dal sindacalista della Cgil Guido Rossa, non avevano scalfito i cinque lunghi anni di impenetrabilità della organizzazione. Dalla Chiesa non poteva ancora sapere che Sossi era stato rapito da un gruppo composto da brigatisti milanesi e torinesi venuti da fuori e che sotto la lanterna le Br erano arrivate dopo, in pieno 1975. 
A Milano, Torino e in Veneto i carabinieri avevano realizzato brillanti operazioni, scoperto basi, arresto militanti. A Genova nulla. Tutto ciò aveva alimentato una leggenda che deformava la percezione reale dei fatti.
Era necessario portare a termine una brillante operazione anche qui. L’occasione si presentò nel maggio del 1979 quando venne realizzata una retata con l’arresto di 15 persone accusate di appartenere alle bierre genovesi. Oggi sappiamo che di quel gruppo solo un paio aveva reali contatti con le Brigate rosse del posto. Gli altri non c’entravano nulla.
In questo articolo Pino Narducci col piglio del giurista ma anche dello storico ricostruisce la storia di questa clamorosa e vergognosa montatura costruita a tavolino da alcuni funzionari dei Servizi che si servirono di due testimoni d’accusa, soggetti labili e manipolabili, attraverso un intermediario, tale Mezzani il cui nome era già apparso nei comunicati resi pubblici dalle Br durante il sequestro Sossi, materiale poi consegnato a Dalla Chiesa che per ragioni politiche e d’immagine diede seguito all’operazione.
 Emergono così i metodi opachi e privi di scrupoli impiegati dal generale e dai suoi nuclei, in particolare quello genovese i cui componenti, dal capitano Riccio al maresciallo Segatel, ritroveremo coinvolti negli anni successivi in storie torbide (narcotraffico, raffinerie e depistaggi nella strage di Bologna). Metodi che si confermeranno l’anno successivo in via Fracchia, con l’esecuzione dei quattro brigatisti catturati vivi e poi fucilati.

di Pino Narducci, 17 ottobre 2023
presidente della sezione riesame del Tribunale di Perugia
apparso su www.questionegiustizia.it

Alla fine degli anni ’70, la colonna genovese delle Brigate Rosse è all’apice del suo radicamento nel capoluogo ligure e della sua indiscutibile capacità militare. Ma soprattutto, se nelle grandi aree industriali del Nord, Piemonte e Lombardia, in molte circostanze, sin dai primi anni del decennio, l’organizzazione clandestina ha subito colpi anche duri, con l’arresto di dirigenti e militanti e la scoperta di basi, a Genova non ha patito e continua a non patire azioni repressive e gli inquirenti, di fatto, non conoscono praticamente nulla del gruppo che opera nel capoluogo ligure. 
Nella valutazione di un ex dirigente nazionale della organizzazione, in quel momento storico la colonna genovese è la più prestigiosa, forse anche più della “storica” colonna torinese. 
Il 25 ottobre ’78, Francesco Berardi, operaio Italsider e militante brigatista, viene individuato subito dopo aver collocato volantini BR all’interno dello stabilimento in cui lavora. Nel corso del processo per direttissima, che si celebra il 31 ottobre, testimonia contro di lui anche l’operaio Guido Rossa, militante del PCI e della CGIL, membro del Consiglio di fabbrica, l’uomo che l’ha denunciato e che ha permesso il suo arresto. 
Condannato ad oltre quattro anni di reclusione, Berardi, avvicinato da alcuni ufficiali dell’Arma dei Carabinieri, si lascia andare a confidenze sulla persona che l’ha reclutato e dalla quale ha ricevuto incarico di distribuire il materiale propagandistico. Gli mostrano, informalmente, una foto e la riconosce. 
È Enrico Fenzi, professore di letteratura italiana nell’Università di Genova. Questa è l’unica informazione che Berardi, sia pure senza aver mai firmato un verbale, fornisce ai due ufficiali che lo incontrano. Non molto, ancora, per provare a scompaginare la colonna genovese.

Ma i carabinieri del generale Dalla Chiesa hanno altri assi nella manica, di portata superiore all’operaio dell’Italsider il cui patrimonio di conoscenze, probabilmente, è davvero limitato e che non ha nemmeno intenzione di fornire quelle scarne informazioni attraverso un vero e proprio interrogatorio.
L’omicidio di Guido Rossa ad opera dei brigatisti, il 24 gennaio 1979, impone agli investigatori di imprimere uno slancio ulteriore all’indagine. 
Due ragazze genovesi, Susanna Chiarantano e Patrizia Clemente, studentesse della facoltà di Lettere, permettono così ai carabinieri, finalmente, di squarciare il velo di impenetrabilità che avvolge l’organizzazione che ha ucciso Rossa e di individuare molti suoi componenti, alcuni anche di spicco.

Susanna Chiarantano ha frequentato Lotta Continua ed altri ambienti della sinistra extraparlamentare, se ne è allontanata e poi è tornata sui suoi passi, registrando però una forte diffidenza nei suoi confronti perché ha un rapporto di lavoro con Enrico Mezzani, conosciuto come ex fascista e confidente delle forze di polizia. Per questa ragione la ragazza, così lei sostiene, viene sottoposta a una sorta di “processo politico” per valutare la sua richiesta di rientrare nel gruppo della sinistra estrema. Le persone che la processano si qualificano come membri delle Brigate Rosse e la ragazza, a questo punto, li accusa e rivela i loro nomi. 

Patrizia Clemente ha militato in Lotta Continua e poi in Autonomia Operaia e può raccontare episodi vissuti in prima persona che dimostrano come nell’area dell’autonomia si è verificata una frattura ed alcuni esponenti, come Giorgio Moroni, hanno già scelto la strada della lotta armata e, di fatto, già agiscono nella colonna BR(1). 

L’Ufficio per il Coordinamento e la Cooperazione nella lotta al terrorismo, organo alla cui guida è stato posto il generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, elabora il rapporto giudiziario che arriva sul tavolo della procura genovese il 9 maggio ‘79. Dopo appena dieci giorni, i carabinieri eseguono, il 17 maggio, i mandati di cattura emessi dal giudice istruttore contro quindici persone accusate di far parte della banda armata Brigate Rosse. 
Entrano in carcere, tra gli altri, Enrico Fenzi, la sua compagna, Isabella Ravazzi, Giorgio Moroni, uno degli esponenti più noti dell’Autonomia operaia genovese, e gli insegnanti Luigi Grasso e Mauro Guatelli. Nei giorni successivi, altri mandati di cattura permettono di arrestare altri due insegnanti, un operaio ed un giovane laureato in sociologia. 
Il quotidiano “L’Unità”, organo del PCI, all’indomani della operazione giudiziaria, titola: «Operazione anti BR a Genova. Sette arresti, una decina di fermi».
Tutti gli organi di informazioni esaltano la prima azione repressiva contro la colonna, quella di Genova, che, sino a quel momento, si è rivelata una sorta di fortino inespugnabile.

Alcuni mesi dopo, il generale Dalla Chiesa, in una relazione riservata al Ministro dell’Interno Virginio Rognoni, così descrive l’operazione portata a termine alcune settimane prima: «…militari dei reparti speciali dei carabinieri per la lotta al terrorismo, al termine di un’indagine difficile e complessa, protrattasi per oltre otto mesi, diretta a individuare, localizzare e disarticolare la colonna eversiva clandestina delle BR operante in Liguria, acquisiscono elementi di prova inconfutabili a carico di molti dei suoi componenti». 

Nei mandati di cattura non compaiono i nomi di Francesco Berardi e delle due studentesse perché il rigido segreto istruttorio del codice processuale del ’30 tutela il lavoro degli inquirenti e gli indiziati, durante l’istruttoria, non sono messi nella condizione di conoscere l’identità delle persone da cui proviene la pesante accusa di essere membri delle BR.
In assenza di informazioni ufficiali, si rincorrono le voci più disparate, puntualmente riprese dagli organi di informazione: gli inquirenti hanno a disposizione un «infiltrato alla Girotto» oppure l’omicidio di Guido Rossa ha prodotto «crisi di coscienza» che hanno aperto varchi nella organizzazione clandestina. 
Il 24 ottobre ’79, Francesco Berardi si toglie la vita nel carcere di Cuneo.
Nel novembre ’79, il giudice istruttore rinvia a giudizio quattordici persone per i reati di banda armata ed associazione sovversiva. Quattro imputati sono prosciolti.

Il disvelamento dei nomi di Susanna Chiarantano e Patrizia Clemente lascia sgomento il multiforme ambiente politico (autonomi, anarchici, lottacontinuisti, comunisti marxisti-leninisti ecc.) dal quale provengono gli arrestati.
Se il nome della Clemente è conosciuto soprattutto come quello di persona che vive una sofferta esperienza di dipendenza dall’eroina, quello della Chiarantano si rivela, da subito, particolarmente inquietante.
La sinistra estrema genovese conosce i legami della donna con Enrico Mezzani, pregiudicato per reati comuni e notoriamente considerato un confidente delle forze di polizia, ma soprattutto è ritenuta a tal punto inaffidabile da essere accusata, alternativamente, di essere lei stessa una spia al servizio di servizi segreti greci sin dai primi anni ’70 o un fiduciario dei servizi segreti italiani con il nome di copertura “Camilla”.

Tuttavia, l’operazione giudiziaria del maggio ’79 non sembra aver scalfito più di tanto la solidità e le capacità della organizzazione clandestina radicata nel capoluogo ligure.
Il 21 novembre 1979, i brigatisti genovesi uccidono il maresciallo Vittorio Battaglini e il carabiniere Mario Tosa, sorpresi all’interno di un bar a Sampierdarena(2).
Poi addirittura, a dicembre, scelgono Genova per svolgervi una riunione della Direzione Strategica, riunione convocata con urgenza perché il nucleo storico della organizzazione che si trova recluso a Palmi (Curcio, Franceschini ed altri) chiede le dimissioni del Comitato Esecutivo. 
All’incontro, che si tiene nell’appartamento di proprietà di Annamaria Ludmann in via Fracchia 12, nel quartiere Oregina, partecipano quindici persone, delle quali ben dodici arrivano a Genova da varie città italiane. 
Nella imminenza del processo di primo grado contro Enrico Fenzi e gli altri imputati, le Brigate Rosse non sembrano particolarmente preoccupate per l’attività di indagine iniziata nel mese di maggio. Evidentemente considerano Genova una roccaforte e non esitano a farvi convergere tutto il gruppo dirigente nazionale della organizzazione. 

Nella notte tra il 27 e il 28 marzo ’80, sulle base delle rivelazioni fatte da Patrizio Peci nel carcere di Cuneo, i carabinieri fanno irruzione nell’appartamento di via Fracchia(3). Il maresciallo Rinaldo Benà resta ferito gravemente ad un occhio mentre perdono la vita il capo della colonna genovese, Riccardo Dura, gli operai torinesi Lorenzo Betassa e Piero Panciarelli e la militante irregolare Annamaria Ludmann. 
Tuttavia, la scoperta della base più importante della colonna genovese ed il sequestro di una ingentissima documentazione non permettono ai carabinieri di acquisire altre prove a carico delle persone detenute ormai già da dieci mesi(4).
Il processo inizia lunedì 14 aprile 1980, davanti la Corte di Assise di Genova. 
Il giorno successivo, il giornalista Gad Lerner pubblica un articolo che contiene una lunghissima intervista a Susanna Chiarantano(5). La donna rivela i retroscena della sua collaborazione con i carabinieri. È stata intimidita/irretita/plagiata da Enrico Mezzani, confidente della Guardia di Finanza e collaboratore del capo dell’ufficio politico della Questura, Umberto Catalano(6). È stato Mezzani ad istigarla ed a suggerirle di rivelare al capitano dei carabinieri Gustavo Pignero, da lei incontrato tre volte prima degli arresti, informazioni non vere su Grasso e altri, informazioni false, sostiene la donna, perché a lei non risulta che queste persone facciano parte delle BR. Racconta ancora che, il 17 maggio ’79, mentre venivano eseguiti i mandati di cattura, prelevata da casa, era stata condotta nella caserma di Via Moresco dove aveva incontrato il capitano Riccio e il maresciallo Mumolo che avevano con lei riletto tutti i fatti esposti nei rapporti giudiziari. Dopo una estenuante attesa di molte ore, già prostrata, era stata interrogata dal magistrato avendo già deciso che avrebbe confermato qualsiasi circostanza, anche quelle false, pur di allontanarsi da quel luogo. Dopo gli arresti, il capitano Pignero le aveva detto che, per lei, erano pronti il passaporto ed una somma di denaro sino a 100 milioni di lire. Aveva però rifiutato l’offerta ed aveva redatto un memoriale sulla vicenda depositato in una cassetta di sicurezza di una banca. Sapeva che le persone da lei accusate non facevano parte della colonna genovese BR, ma, in quel momento, più che ritorsioni da parte degli ex compagni di militanza aveva paura dei carabinieri. Commentando la storia raccontata dalla donna, Lerner ritiene che è stata messa in piedi “una montatura” decisa nella convinzione secondo la quale nell’ambiente della sinistra estrema c’è del marcio ed un blitz può farlo venire fuori. 

Quattro giorni dopo, avviene un episodio drammatico che si ripercuote immediatamente sugli imputati che hanno scelto di affidare la propria difesa al noto penalista genovese Edoardo Arnaldi.
La magistratura torinese, dopo aver raccolto le dichiarazioni di Patrizio Peci, emette mandati di cattura contro alcuni avvocati penalisti membri della associazione “Soccorso Rosso” ed impegnati nella difesa di militanti delle Brigate Rosse. Sono accusati di aver travalicato il proprio mandato di difensori e di essere, in realtà, il tramite che permette il costante collegamento tra militanti arrestati/detenuti ed organizzazione(7). 
Quando i carabinieri, il 19 aprile ’80, si presentano nella abitazione di Arnaldi per eseguire il suo arresto, il legale si toglie la vita con una pistola che possiede legalmente. 
I giudici della Corte di Assise di Genova non hanno la possibilità di interrogare direttamente le due principali testimoni di accusa che non si presentano per deporre. Anzi, Patrizia Clemente ha fatto perdere le sue tracce ed è diventata irreperibile.
L’istruttoria si chiude rapidamente ed il 3 giugno 1980 il Presidente del Collegio legge il clamoroso ed inaspettato dispositivo della sentenza: tutti gli imputati sono assolti con formula piena.

I giudizi contenuti nella sentenza che demolisce l’indagine sono impietosi e lapidari: «…sarebbe illogico ed arbitrario affidarsi alle dichiarazioni di Pignero e Paniconi…», cioè gli ufficiali dei carabinieri ai quali Berardi fece confidenze su Fenzi che non vennero verbalizzate(8); le dichiarazioni della Chiarantano – rese informalmente al capitano Pignero, da questo riferite al colonello Bozzo e, infine, solo parzialmente confermate dalla donna nell’unico interrogatorio reso al Giudice istruttore del 17 maggio 1979, cioè lo stesso giorno in cui vennero eseguiti gli arresti – sono «indegne di fede» in quanto «tutti i riferimenti alle BR attribuiti agli imputati dalla Chiarantano sono soltanto il parto della sua mente, probabilmente influenzata e ed esaltata dallo stesso compito assegnatole inopinatamente dalla polizia giudiziaria»; le accuse rivolte da Patrizia Clemente a Giorgio Moroni «sono infondate», la donna non si è resa disponibile a comparire personalmente davanti alla Corte per spiegare le molte contraddizioni del suo racconto ed i giudici ritengono, alla fine del processo, che «le sue accuse non siano altro che il frutto di ingiustificate supposizioni». 

Nel giro di 48 ore dalla lettura del dispositivo, il 5 giugno ’80, da Milano, arriva la risposta del generale Dalla Chiesa. Alla commemorazione del 166° anniversario dell’Arma, attacca frontalmente i magistrati genovesi: «…non passerà la prepotenza, non passerà la follia, non passerà il terrorismo né l’ingiustizia che lo assolve». 
La pubblica accusa impugna la sentenza di assoluzione e, mentre la città è in attesa che si celebri il processo di secondo grado, un altro giudice inizia ad occuparsi della vicenda. 

È il Pretore di Genova al quale prima Vincenzo Masini (prosciolto in istruttoria dal giudice istruttore) e poi Giorgio Moroni si rivolgono presentando una denuncia contro Patrizia Clemente per il reato di falsa testimonianza. 
Il Pretore, che ascolta anche Enrico Mezzani, il 19 ottobre 1981, condanna l’imputata per aver reso falsa testimonianza nei confronti di Masini. Quanto alla denuncia di Moroni, assolve la donna per insufficienza di prove, ma ritiene, comunque, provato che Patrizia Clemente, che ha seri problemi di tossicodipendenza, ha reso la sua deposizione in circostanze anomale (nella sua abitazione, e non in una caserma o in un ufficio giudiziario, il giorno dopo aver affrontato un aborto), che Mezzani aveva esercitato una influenza sulla donna per farle rendere dichiarazioni «non assolutamente limpide» e che la donna, emigrata in Australia, era stata fatta rientrare in Italia per sostenere un interrogatorio davanti al giudice istruttore con un viaggio quasi certamente pagato dai carabinieri. 

Nell’autunno 1980, decine di arresti colpiscono duramente la colonna genovese delle BR e molti militanti fuggono da Genova. Alcuni, esponenti di rilievo della colonna, come Livio Baistrocchi e Lorenzo Carpi, non saranno mai più trovati. 
La strada tracciata da Patrizio Peci a Torino viene seguita anche da molti militanti genovesi che, arrestati, decidono di dissociarsi o di collaborare con la magistratura. 
Il 4 aprile 1981, a Milano, i poliziotti arrestano Mario Moretti ed Enrico Fenzi(9). A questo punto, le univoche circostanze della cattura “inchiodano” il professore genovese all’accusa di essere un militante brigatista. 

Nel processo di secondo grado, che inizia nel novembre ‘81, i giudici della Corte di Assise di Appello ascoltano anche i militanti dissociati/collaboratori di giustizia. Ma se la mole delle dichiarazioni degli ex brigatisti disvela alla magistratura genovese la vera struttura della organizzazione e l’identità dei suoi componenti, nessun dissociato/collaboratore fornisce informazioni sugli arrestati, salvo quelle che riguardano Enrico Fenzi ed altri due imputati.
La Corte di Assise di Appello, ritiene attendibili le accuse di Susanna Chiarantano e Patrizia Clemente, rovescia la sentenza di assoluzione di primo grado e, nel febbraio ‘82, condanna otto imputati (tra cui Fenzi, Ravazzi, Moroni, Grasso e Guatelli) per il reato di associazione sovversiva. Gli altri sei imputati vengono assolti. 
Nel frattempo, nel novembre ‘81, è stata arrestata la latitante Fulvia Miglietta, nome di battaglia “Nora”, compagna di Riccardo Dura, sino alla vicenda di via Fracchia membro della direzione della colonna genovese con la responsabilità del fronte della controrivoluzione. Miglietta sceglie di collaborare con la magistratura, ma anche da lei non arriva alcuna accusa nei confronti degli imputati.

Dopo la condanna nel giudizio di appello, si avvia un tortuoso iter giudiziario che, a seguito di una pronunzia di annullamento della Corte di Cassazione, determina lo spostamento del processo da Genova alla Corte di Assise di Appello di Torino chiamata, tuttavia, solo a valutare alcune questioni di diritto. Susanna Chiarantano invia ai giudici torinesi una lettera nella quale conferma la ritrattazione delle accuse fatta nel corso dell’intervista resa a Gad Lerner. Quanto ad Enrico Fenzi – che sin dal settembre ’82 ha scelto di dissociarsi dalla lotta armata e rende dichiarazioni accusando ex compagni di militanza – sostiene, nel corso del processo, che, ad eccezione di Lorenzo La Paglia, nessuno degli altri imputati è mai stato membro delle BR. 
La Corte di Assise di Appello di Torino condanna sette imputati (Isabella Ravazzi viene assolta) per il più grave reato di partecipazione a banda armata.

Trascorsi oltre cinque anni dall’arresto di 19 persone nel maggio ’79, i proscioglimenti e le assoluzioni di ben dodici imputati hanno profondamente ridimensionato la portata della prima operazione contro i brigatisti genovesi. 
La condanna per il reato di partecipazione a banda armata diventa definitiva solo per sette imputati 
Scontata la pena definitiva, Giorgio Moroni dedica ogni propria energia alla scoperta della verità e conduce una investigazione personale alla ricerca delle due testimoni le cui accuse costituiscono il fondamento della sentenza di condanna.
Rintraccia Patrizia Clemente in Australia e la convince a raccontare la verità. 

Il 14 febbraio 1991, la testimone sottoscrive una dichiarazione davanti ai funzionari del Consolato italiano a Sydney. Riconosce di aver mosso accuse false contro Giorgio Moroni e Luigi Grasso a causa delle pressioni esercitate contro di lei da Enrico Mezzani che l’aveva messa in contatto con il Capitano Riccio(10). Mezzani, che sosteneva di essere il collaboratore di un Ministro, le aveva offerto denaro se lei avesse reso dichiarazioni a carico di persone che, secondo lo stesso Mezzani, facevano parte delle BR. Pressata continuamente da Mezzani e Riccio, aveva infine ceduto alla richiesta ed aveva accusato Moroni e Grasso, imputati che lei neppure conosceva. Le dichiarazioni erano state concordate con Mezzani che, tempo dopo, era andato addirittura a scovarla in Australia perché la donna doveva assolutamente tornare a Genova per rendere una deposizione al magistrato. Lei aveva accettato a condizione che le fosse pagato il viaggio di andata e ritorno. In Italia, la donna aveva manifestato la preoccupazione di non essere in grado di individuare Moroni se fosse stata chiamata ad effettuare un riconoscimento fotografico. A quel punto, il capitano Riccio aveva consegnato alla donna una foto segnaletica di Moroni, foto che era ancora in possesso della testimone.

Giorgio Moroni, Luigi Grasso e Mauro Guatelli attivano la procedura per ottenere la revisione della sentenza definitiva di condanna.
Il 24 gennaio ‘92, nel corso di una udienza del processo di revisione, Giorgio Moroni consegna ai giudici una lettera, ancora sigillata, inviata da Sydney. Il plico contiene la foto segnaletica di Moroni che Patrizia Clemente ha gelosamente custodito per anni ed ha ritrovato tra le carte personali.
I giudici ascoltano Susanna Chiarantano. La testimone sostiene di non conoscere Guatelli e, quanto all’amico Luigi Grasso, esclude di aver mai chiesto o ricevuto informazioni sulle BR. Enrico Mezzani l’ha messa in contatto con il capitano Gustavo Pignero ed il giorno del blitz giudiziario, il 17 maggio ‘79, i carabinieri si sono presentati a casa sua, l’hanno “arrestata” e condotta in caserma. Un ufficiale in borghese la minaccia dicendo che, se non avesse firmato un verbale di accusa, non sarebbe più uscita di lì. Così, molte ore dopo, quando è arrivato il magistrato, le è stato letto un verbale che lei ha firmato perché, a quel punto, avrebbe firmato qualsiasi cosa pur di essere rilasciata. La verità, prosegue la testimone, l’ha raccontata, già molti anni prima, al giornalista Gad Lerner. 
I giudici della Corte di Appello di Genova accolgono le richieste di revisione, revocano la sentenza irrevocabile di condanna ed assolvono con formula piena Giorgio Moroni, Luigi Grasso e Mauro Guatelli(11). 
La vicenda giunge al suo epilogo. La verità processuale torna a coincidere con la verità storica: gli arrestati del maggio ’79, ad eccezione di quattro di essi, non sono mai stati militanti delle Brigate Rosse.

Tuttavia, le sentenze del ‘92/’93 non segnano, per intero, la fine della tormentata vicenda che, a questo punto, inizia a svilupparsi in luoghi diversi dagli uffici giudiziari. 
Nel 2015/17, l’attività della Commissione parlamentare di indagine sul caso Moro arricchisce di elementi inediti la vecchia storia genovese, elementi che contribuiscono, in larga parte, a renderla ancor più intricata ed inquietante.
Ascoltando Elio Cioppa e Maurizio Navarra(12), funzionari in servizio, nel 1978/’79, presso il Centro Roma 2 del SISDE, i parlamentari apprendono che Navarra (che aveva lavorato a Genova quale ufficiale della Guardia di Finanza), appena arrivato al SISDE nell’agosto ’78, incontra un suo vecchio confidente utilizzato per indagini sul contrabbando. Il confidente si propone di aiutare Navarra poiché ha rapporti con una donna che può fornire informazioni importanti sulla colonna genovese delle BR. La fonte, raccolte queste notizie dalla donna, le fornisce subito a Navarra che, sua volta, le condivide con il capitano Riccio dei Carabinieri di Genova. Il confidente di Navarra, per l’opera prestata, riceve 2/3milioni di lire e “l’Operazione Canepa” (così era stata denominata dall’agenzia di sicurezza) è appunto quella che conduce agli arresti del 17 maggio ‘79, in particolare a quello di Enrico Fenzi, ritenuto dal servizio segreto civile capo della colonna brigatista. 

Secondo Elio Cioppa, il confidente di Navarra, in cambio dell’apporto che fornisce al servizio, chiede che la Questura di Genova gli rilasci una licenza per un esercizio commerciale. Cioppa incontra più volte la donna sul lungomare Canepa di Genova (questo è il motivo del nome dato alla operazione) e raccoglie notizie su Fenzi e sulle BR genovesi. La donna (“messa nelle mani” dei carabinieri dal pregiudicato che funge da confidente di Navarra) riceve sei milioni ed annuncia che fuggirà all’estero. Cioppa redige una corposa relazione di trenta pagine (seguita da altre due relazioni) consegnata a Domenico Sica e, da quest’ ultimo, al generale Dalla Chiesa. 
I due ex funzionari del SISDE rifiutano di rivelare ai parlamentari i nomi del confidente e della misteriosa donna che sa tutto delle BR genovesi, ma è evidente che si riferiscono ad Enrico Mezzani, il confidente di Navarra, ed altrettanto chiaramente ad una delle due testimoni della indagine.

Se le cose sono andate nel modo descritto da Cioppa e Navarra(13), occorre riscrivere la storia della genesi della indagine genovese, genesi sensibilmente diversa da quella raccontata nella versione ufficiale descritta in questo modo nella sentenza del 3 giugno 1980: «Con i rapporti giudiziari in atti, i Carabinieri del Nucleo operativo di Genova comunicarono che dalle indagini in corso intese all’identificazione degli assassini del Rossa erano emersi indizi i quali consentivano di ipotizzare come la persona che aveva contattato il Berardi quale postino delle BR fosse Enrico Fenzi e come variamente collegati con le BR ed altri similari organizzazioni eversive fossero Isabella Ravazzi, Luigi Grasso, Mauro Guatelli…».

In origine, quindi, già dall’agosto ’78, i contatti con Mezzani ed una delle testimoni sarebbero stati avviati e coltivati dal SISDE e non immediatamente dai carabinieri dei reparti speciali di Dalla Chiesa che, solo in un secondo momento, avrebbero “ricevuto in consegna” l’uomo e la donna dal servizio segreto interno. Se fosse vero che la testimone ricevette sei milioni dal SISDE, questo starebbe a significare che, quando rendeva dichiarazioni ai carabinieri e ai magistrati, la donna, in realtà, onorava un impegno assunto con il servizio segreto, impegno per il quale aveva chiesto ed ottenuto una ricompensa. 
Non sappiamo ancora se la storia raccontata dai due funzionari dei servizi sia vera. Per certo sappiamo che, durante l’istruttoria e poi nel corso dei processi, anche quelli di revisione delle sentenze, non è mai emerso il ruolo del SISDE nella vicenda giudiziaria, ancor oggi presentata solo come il risultato del lavoro dei reparti speciali antiterrorismo diretti dal generale Dalla Chiesa. 

Emerge poi un’altra circostanza inedita.

La Commissione parlamentare sul caso Moro esegue accertamenti su una audiocassetta che, ufficialmente, risulta essere stata sequestrata, il 29 maggio ’79, nell’appartamento di Giuliana Conforto, in via Giulio Cesare 47 a Roma, luogo in cui i poliziotti arrestano i latitanti Valerio Morucci e Adriana Faranda che hanno abbandonato le Brigate Rosse già da diversi mesi(14). La cassetta contiene la registrazione di un colloquio tra un uomo e una donna, avvenuto, per quello che afferma il soggetto maschile, il 2 novembre ’78. 
La donna (nel colloquio chiamata con il nome in codice “Camillo”) risponde a domande su Gianfranco Faina, Luigi Grasso, Giorgio Moroni, Giuliano Naria, Sergio Adamoli ed altri. L’uomo l’avverte che sta registrando il colloquio e che il nastro sarà ascoltato da persone legate al Ministero dell’Interno. Un preciso riferimento nel dialogo ad un comunicato scritto nel ‘74 mentre è in corso il sequestro Sossi (si tratta proprio di una delle accuse rivolte inizialmente da Chiarantano a Luigi Grasso), permette al generale Paolo Scriccia, consulente della Commissione parlamentare Moro, di concludere che, molto verosimilmente, la fonte “Camillo” è, in realtà, Susanna Chiarantano(15). 

La Commissione non ha scoperto l’identità dell’uomo che dialoga con “Camillo”. E’ Enrico Mezzani? Si tratta di un funzionario del SISDE? Forse è un ufficiale dei carabinieri? 
Il colloquio avviene il 2 novembre ‘78, a pochissimi giorni di distanza dall’arresto e dalla condanna di Francesco Berardi e ben due mesi prima dell’omicidio di Guido Rossa. La data della registrazione e l’assenza nel colloquio di qualsiasi riferimento alle figure di Francesco Berardi ed Enrico Fenzi dimostrano che le fondamenta dell’operazione genovese del maggio ’79 vennero gettate prima delle confidenze di Berardi e ben prima dell’indagine sull’omicidio Rossa del gennaio ‘79, come sostiene invece la versione ufficiale.

Trascorsi oltre 40 anni, la ricerca della verità sulla “Operazione Canepa” è compito degli studiosi e degli storici a cui spetta ricercare nuove fonti e nuovi documenti, anzitutto quelli compilati dal SISDE che occorre, finalmente, declassificare.
Ai giuristi compete la comprensione delle vicende giudiziarie e la riflessione critica sulle indagini e sui processi che, negli anni ’70 e ’80, si celebrarono nei confronti di imputati accusati di fatti di terrorismo/eversione o che militarono nelle organizzazioni che praticarono la lotta armata.
I giudici Giuseppe Quaglia e Andrea Giordano, della Corte di Assise di Genova, esposero, nella sentenza assolutoria del 3 maggio ’80, la propria visione della giurisdizione e dei compiti del processo penale, visione non solo non datata, ma ancora straordinariamente aderente ai principi costituzionali. 
Queste le loro parole: «…Compito del giudice è però quello – e soltanto quello – di accertare la sussistenza dei fatti posti a base della pretesa punitiva dedotta in giudizio e non già di seguire la cd. “logica del sospetto” nei riguardi di persone atteggiantesi, nel loro foro interno, come favorevoli all’eversione e che comunque non risulta abbiano commesso alcun fatto penalmente rilevante». 

Note

(1) Una minuziosa ricostruzione della vicenda narrata in questo articolo è contenuta nel libro del giornalista Andrea Casazza sulla colonna genovese delle Brigate Rosse Gli imprendibili. Storia della colonna simbolo delle Brigate Rosse, DeriveApprodi, 2013. 

(2) Rivendicando il duplice omicidio di Sampierdarena, la colonna genovese annunciava di aver assunto il nome di “Colonna Francesco Berardi”.

(3) Nel libro-intervista a Rossana Rossanda e Carla Mosca (Brigate Rosse. Una storia italiana, Mondadori, 2007), Mario Moretti riconoscerà il grave errore commesso al momento della scelta dell’appartamento della Ludmann per la riunione della Direzione Strategica. La violazione di una regola essenziale della “compartimentazione” e della segretezza delle basi della organizzazione aveva prodotto effetti catastrofici perché Peci aveva indicato ai carabinieri una abitazione/base che non avrebbe in alcun modo dovuto conoscere. 

(4) Un elemento più di ogni altro dimostrativo del fatto che la colonna genovese fosse un mondo sconosciuto agli inquirenti è la storia personale di Riccardo Dura “Roberto”, membro della direzione di colonna e poi capo della stessa, componente della Direzione strategica e del Comitato esecutivo BR. Clandestino da diversi anni, al momento della sua morte non era mai stato colpito da un provvedimento giudiziario e non era ricercato dalle forze di polizia. Addirittura, i carabinieri non riuscirono ad identificarlo per diversi giorni dopo la sua morte, tanto che, il 3 aprile ‘80, un brigatista fece una telefonata all’ANSA per rivelare che il compagno “Roberto” caduto a via Fracchia era Riccardo Dura. 

(5) L’articolo di Gad Lerner che contiene le rivelazioni di Susanna Chiarantano viene pubblicato in contemporanea, il 15 aprile 1980, sul giornale Lotta Continua e sul quotidiano genovese Il Lavoro. 

(6) Il nome di Mezzani aveva già incrociato la storia delle Brigate Rosse molti anni prima della vicenda raccontata in questo articolo. Durante il sequestro del magistrato Mario Sossi (18 aprile-23 maggio 1974), le BR, diffondendo il comunicato n. 4, annunciarono che Sossi, collaborando con i sequestratori, aveva ammesso la macchinazione giudiziaria contro i componenti del gruppo XXII Ottobre rivelando che l’indagine era stata costruita anche grazie ad alcuni provocatori, tra i quali Mezzani. Inoltre, le BR, nel famoso comunicato n. 5 dal titolo Non trattiamo con i delinquenti, annunciarono che le informazioni fornite dal magistrato prigioniero dimostravano che l’allora capo dell’ufficio politico della Questura di Genova, Umberto Catalano, era alla testa di una organizzazione che organizzava il traffico clandestino di armi in Liguria e che il funzionario di polizia godeva della copertura del Ministro dell’Interno, il genovese Paolo Emilio Taviani. 

(7) Insieme ad Arnaldi, i magistrati torinesi ordinarono l’arresto anche dell’avvocato milanese Sergio Spazzali, anche questo aderente a Soccorso Rosso Militante. 

(8) I due ufficiali dell’Arma dei Carabinieri erano il Capitano Fausto Paniconi e il Capitano Gustavo Pignero. Pignero è l’ufficiale che, utilizzando l’infiltrato Silvano Girotto, aveva arrestato Renato Curcio e Alberto Franceschini, a Pinerolo, l’8 settembre 1974.

(9) L’arresto di Moretti e Fenzi fu possibile grazie alla soffiata di un pregiudicato per reati comuni, Renato Longo, che fornì informazioni alla polizia sull’appartamento di Via Cavalcanti, 4 a Milano che veniva utilizzato da Moretti. 

(10) Il capitano Michele Riccio, nel 1980 comandante la 1° Sezione del Nucleo Operativo Gruppo Carabinieri Genova, fu l’ufficiale che, alla testa di un gruppo di sei uomini, fece irruzione, il 28 marzo 1980, nella base BR di via Fracchia, 12. Proprio una delle persone arrestate da Riccio nel maggio ’79, Luigi Grasso, nel 2017, sulla scorta del materiale fotografico inedito pubblicato dal giornale Il Corriere Mercantile nel 2004, chiese alla Procura di Genova di riaprire l’indagine sui fatti di via Fracchia sostenendo che Riccardo Dura non era stato ucciso nel corso del conflitto a fuoco con i carabinieri, ma era stato deliberatamente ammazzato. Il procedimento nato dall’esposto di Grasso è stato archiviato. 

(11) Le sentenze di revisione sono state emesse dalla Corte di Appello di Genova, Presidente Benedetto Schiavo, rispettivamente, l’8 aprile 1992 per Moroni e il 7 aprile 1993 per Grasso e Guatelli.

(12) Elio Cioppa venne ascoltato dai membri della Commissione Moro nel corso della audizione del 2 maggio 2017. Maurizio Navarra, invece, sottoscrisse un verbale di sommarie informazioni, il 22 maggio 2017, fornendo dichiarazioni al consulente Paolo Scriccia ed all’ufficiale di collegamento Laura Tintisona. Nel corso della audizione di Elio Cioppa del maggio ’17 emerse anche che il generale Giulio Grassini, direttore del SISDE, aveva consegnato a Cioppa, con la richiesta di svolgere accertamenti, un appunto scritto a mano che conteneva i nomi di alcuni avvocati e giornalisti possibili fiancheggiatori delle BR o di altre organizzazioni. Nell’appunto (conservato agli atti della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla loggia massonica P2), Grassini aveva annotato i nomi degli avvocati Guiso, Spazzali e Di Giovanni, di Franco Piperno e Toni Negri, di tale «Sivieri 4° anno di fisica» (quasi certamente si tratta del brigatista Paolo Sivieri arrestato, nell’ottobre ’78, nella base di Via Montenevoso a Milano, con Bonisoli, Azzolini ed altri, poi morto suicida nel gennaio 1989) e dei giornalisti Scialoja, Tessandori, Isman e Battistini 

(13) Le dichiarazioni di Navarra e Cioppa divergono, almeno in apparenza, su una circostanza importante. Mentre Cioppa sostiene di aver conversato con la testimone genovese sul lungomare Canepa, Navarra afferma di non aver mai conosciuto questa donna e di aver raccolto notizie sulle BR solo attraverso il suo confidente. Tuttavia, il nome in codice scelto dal servizio segreto civile, “Operazione Canepa”, come pacificamente riferito anche da Navarra, sembra confermare la versione di Cioppa e dimostrare che, effettivamente, la testimone incontrò il funzionario SISDE sul lungomare Canepa di Genova.

(14) Il generale Paolo Scriccia, nella relazione del 2 novembre 2025 alla Commissione parlamentare sul caso Moro, sostiene di aver accertato che, nell’elenco dei materiali sequestrati dalla Digos nella abitazione di Via Giulio Cesare 47, non compariva una audiocassetta e che, anche a causa della confusione esistente tra i reperti custoditi nei locali della Procura Generale romana, è verosimile che quella che contiene il dialogo sulle vicende genovesi, collocata in un reperto con rubrica «1980» (l’irruzione a Via Giulio Cesare risale invece al 1979), sia stata sequestrata in altro luogo e provenga da un procedimento penale diverso da quello che riguarda l’arresto di Morucci, Faranda e Conforto. 

(15) La relazione del consulente generale Paolo Scriccia alla Commissione Parlamentare Moro è del 26 ottobre 2015. Appare importante aggiungere che, nell’aprile ’74, subito dopo il sequestro di Mario Sossi, i GAP (Gruppi Azione Partigiana) genovesi diffusero un comunicato nel quale si rivolgevano alle Brigate Rosse a cui chiedevano di liberare il magistrato solo se, in cambio, lo stato avesse rilasciato i detenuti del gruppo XXII Ottobre. Il comunicato si concludeva con il famoso slogan «Fuori Rossi o morte a Sossi». Susanna Chiarantano dichiarava di essere stata coinvolta nella compilazione e divulgazione di questo comunicato da Luigi Grasso.

Il favoreggiamento c’è o non c’è? Lettera aperta al sostituto procuratore della repubblica di Roma Eugenio Albamonte

di Paolo Persichetti, 18 ottobre 2023

Il 9 giugno del 2021 su mandato del procuratore di Roma Eugenio Albamonte e dell’allora Procuratore capo Michele Prestipino, la polizia di prevenzione ha sequestrato il mio archivio di lavoro raccolto in anni di ricerca storica, l’intera documentazione digitale presente in casa e negli storage online, computer e telefono nonché l’archivio familiare, con materiali di mia moglie e medico-scolastici dei miei figli. Un anno fa, il 7 ottobre 2022, il Gip del tribunale di Roma Valerio Savio nella sua ultima ordinanza emessa sulla vicenda (potere leggere qui le diverse puntate) riteneva che l’accusa non fosse stata ancora chiaramente formulata, tanto da scrivere: «ancora non c’è e addirittura potrebbe non esserci mai». Sedici mesi di indagini non erano riuscite a focalizzare una contestazione precisa, un reato da perseguire. Da allora sull’inchiesta è calato il silenzio più assoluto. Riconsegnatomi il materiale sequestrato, dopo molteplici richieste e denunce, la procura ha trattenuto per sé l’intera copia forense, praticamente un clone del mio materiale digitale, nonostante il perito del Gip avesse individuato, come attinenti ai temi della indagine nella enorme mole dei giga sequestrati, solo 750 file: tutti di provenienza «legale», tratti da archivi pubblici o scaricati da siti aperti presenti in rete.

Superati tutti i termini di legge
Dopo l’ultima risposta del Gip sono trascorsi altri 12 mesi. Dal momento dell’irruzione nella mia casa e del sequestro ne sono passati in tutto 28, dal momento della mia iscrizione nel registro degli indagati oltre 30. Tutti i termini di legge sono stati di gran lunga oltrepassati. Ad una sollecitazione avanzata dal mio avvocato, Francesco Romeo, prima dell’estate scorsa, il procuratore Albamonte aveva risposto che la polizia di prevenzione non aveva ancora consegnato il suo rapporto conclusivo sull’analisi del materiale. L’enormità del tempo impiegato dimostra che l’interesse dell’intelligence di polizia non si è riversato sui 750 file estrapolati dal perito del tribunale, valutabili rapidamente (leggi qui), ma sul resto dell’archivio. Una curiosità comprensibile ma priva di giustificazione legale. Nei giorni scorsi, dopo aver presentato in procura una formale richiesta di informazioni sulla mia posizione giuridica, ai sensi dell’articolo 335, comma 3 del codice di procedura penale, mi è stato risposto che risulto indagato per il reato di «favoreggiamento, art. 378 cp per fatti criminosi avvenuti in data 8 dicembre 2015».
La girandola di accuse continuamente riformulate nei mesi passati: «associazione sovversiva», «violazione di segreto d’ufficio», «violazione di notizia riservata», si è ora cristallizzata sul «favoreggiamento».

Favoreggiamento di chi e per cosa? E’ la domanda molto semplice che rivolgo al dottor Albamonte.

La relazione della commissione Moro 2 del dicembre 2015
La data dell’8 dicembre più volte richiamata dalla procura nel corso delle udienze di ricorso mi lascia pensare che l’accusa poggi su un invio, da me realizzato in quella data tramite posta elettronica, di un breve stralcio della prima bozza di relazione annuale della commissione Moro 2 relativo alla vicenda dell’abbandono in via Licinio Calvo delle macchine del commando brigatista che aveva rapito Moro. Testo che sarebbe stato pubblicato dall’organo parlamentare meno di 48 ore dopo, il 10 dicembre 2015 (vedi qui). Pagine destinate a un gruppo di persone coinvolte nel lavoro di preparazione di un libro sulla storia delle Brigate rosse, poi uscito nel 2017 per l’editore Deriveapprodi, Brigate rosse dalle fabbriche alla campagna di primavera, scritto insieme a Marco Clementi ed Elisa Santalena. Tra i destinatari della mail c’erano uno dei coautori e alcune fonti orali ripetutamente interpellate nel corso dell’opera. Nel testo che accompagnava uno degli invii scrivevo: «Hanno fatto il calco del testo di Flamigni e rifiutano di tener conto delle ultime indagini della polizia che diffidando del racconto dei testimoni ha cercato di verificare gli unici elementi che si pretendevano oggettivi: ovvero le immagini riprese dalla Rai in via Licinio Calvo dopo il ritrovamento della Fiat 132 in cui si sosteneva non si vedesse la presenza delle Fiat 128. Sono andati sul posto, hanno verificato che dal punto di ripresa dove era situata la telecamera non era possibile scorgere l’altezza della via dove furono trovate le 128. Dunque quelle immagini contrariamente a quanto sempre sostenuto, Flamigni in testa, non provavano nulla». Quali intenti illeciti o criminosi si possano ricavare da questo messaggio lo lascio decidere a chi legge.

Il «favoreggiamento»
Secondo la procura nelle bozze – rese pubbliche dalla commissione Fioroni poche ore dopo – si riportavano «degli accertamenti in corso da parte della predetta commissione, relativi a fatti reato, ancora non completamente chiariti, che coinvolgono anche le loro responsabilità penali». Pertanto – si lasciava intendere – nel brevissimo lasso di tempo intercorso tra il mio invio di posta elettronica e la pubblicazione ufficiale della commissione avrei favorito qualcuno. Chi? 
Alcuni dei destinatari interpellati? Impossibile visto che le loro posizioni giuridiche sono cristallizzate da decenni con condanne all’ergastolo passate in giudicato. Eventuali fatti-reato nuovi, per altro di ridotto peso penale, sarebbero stati assorbiti dalle condanne ricevute per il sequestro Moro o largamente prescritti e non avrebbero potuto rivestire alcuna rilevanza penale ma solamente storica. Allora qual è il problema? Forse la presenza di altri complici mai individuati, come sostenuto dal presidente della commissione Moro 2, Giuseppe Fioroni, che ascoltato come teste non ha esitato a lanciare subdole insinuazioni? 

Si da il caso però che il teorema del garage compiacente e di una base brigatista prossima al luogo dove vennero lasciate le vetture utilizzate nella prima fase della fuga e addirittura – secondo alcuni oltranzisti – prima prigione di Moro, è un clamoroso falso che circola da diversi decenni. Ne parlò per la prima volta, il 15 novembre del 1978, un quotidiano romano, Il Tempo, che anticipò un articolo dello scrittore Pietro Di Donato apparso nel dicembre successivo sulla rivista erotica-glamour Penthouse, divenuta una delle maggiori referenze del presidente Fioroni. 
Nel suo racconto Di Donato sosteneva che la prigionia di Moro si era svolta nella zona della Balduina, quartiere limitrofo alla scena del rapimento e al luogo dove era avvenuto il trasbordo del prigioniero ed erano state abbandonate le macchine impiegate in via Fani. Diversi controlli e perquisizioni vennero effettuate senza esito dalle forze di polizia in alcune palazzine e garage dei dintorni. La sortita di Di Donato venne ripresa nel gennaio 1979 da Mino Pecorelli sulla rivista Osservatorio politico. Entrò quindi nella sfera giudiziaria quando il pm Nicolò Amato ne parlò durante le udienze del primo processo Moro, agli inizi degli anni 80. Più tardi se ne occupò, sempre senza pervenire a risultati, la prima commissione Moro e venne consacrata nelle pagine del libro di Sergio Flamigni, La tela del ragno, pubblicato per la prima volta nel 1988 (Edizioni Associate pp. 58-61), divenendo uno dei cavalli di battaglia della successiva pubblicistica dietrologica. 


Un pericoloso attacco alla ricerca storica
Non si comprende quindi quale sia il fondamento investigativo e penale dell’accusa che mi viene mossa. Perché ci sia favoreggiamento – recita il codice penale – deve esserci prova del sostegno fornito alla fuga o al riparo di una persona latitante, oppure del sostentamento o della fornitura di mezzi tecnici. Come avrei potuto favorire nel 2015 una persona fuggita dall’Italia nel 1981, quando avevo 19 anni, che vive, lavora, ha famiglia, in un Paese dove ha residenza e nazionalità? In che modo avrei potuto favorire delle persone già condannate all’ergastolo in via definitiva per quei medesimi fatti? Ma anche se fosse, interrogare una fonte storica, ricostruire quel che ha fatto o non ha fatto integrando o divergendo dalle conclusioni giudiziarie sarebbe forse un reato? Zola era complice di Dreyfus? O per venire ai tempi nostri, il professor Carlo Ginzburg era colpevole di favoreggiamento quando ha scritto Il giudice e lo storico, in difesa di Adriano Sofri? 
Di fatto, siamo di fronte a un precedente molto pericoloso per la libertà e l’indipendenza della ricerca storica.

L’assurda vicenda giudiziaria di Giulio Petrilli morto questa notte a L’Aquila

Giulio Petrilli ci ha lasciato prematuramente questo notte a causa di una embolia polmonare. Ricoverato d’urgenza non ce l’ha fatta. Corpo possente da vero rugbista lo ricordiamo per la sua incredibile umanità, per la generosià debordante. Nonostante l’assoluzione finale, i sei anni di detenzione trascorsi nelle carceri speciali con l’accusa di partecipazione a banda armata l’avevano segnato. In prigione, nel 1984, era stato anche duramente picchiato dalla polizia penitenziaria dopo una fermata all’aria di protesta fatta con si suoi compagni per denunciare le condizioni di detenzione. Una volta uscito aveva speso tutte le sue energie nelle battaglie contro il carcere, la detenzione politica e per l’amministia, contro la cultura politica giustizialista che imperversava e imperversa in quel po’ che resta della sinistra, contro il populismo penale, pagando anche di persona, affrontando polemiche velenose e attacchi personali. Si è battuto fino all’ultimo contro il 41 bis, restando vicino e conducendo visite ispettive all’interno di queste sezioni speciali. Viveva come un tormento personale la reclusione di questi militanti, le loro condizioni di isolamento. Partendo dalla sua esperienza personale raccontata nell’articolo qui sotto, scritto il 3 ottobre del 2012, Giulio aveva avviato una lotta senza quartiere contro l’ingiusta detenzione. Nonostate l’assoluzione i giudici avevano rifiutato di risarcirgli i sei anni trascorsi nelle carceri speciali perché – avevano spiegato – il loro errore iniziale era stato indotto dalla sue pessime frequentazioni. Vicenda kafkiana che aveva acceso in lui un fuoco inesauribile che lo spingeva a battersi contro ogni forma di reclusione, di internamento, contro l’esilio, ma che al tempo stesso lo bruciava consumandolo. Ho conosciuto Giulio sulle strade intorno a L’Aquila quando mi recavo in Abruzzo durante i miei primi permessi. Ricordo la volta, poco dopo il terremoto, in cui mi portò nella zona rossa per farmi conoscere le ferite terribili inferte a quella città. E poi le tante telefonate, le discussioni, la sua voglia continua di riaprire battaglie come quella sull’amnistia. Giulio non si arrendeva mai. Ciao Giulio!

Dalla filosofia del diritto alla teologia giudiziaria. L’istituto del risarcimento per ingiusta detenzione è disatteso nella gran parte dei casi da una magistratura aggrappata al dogma della propria infallibilità

di Paolo Persichetti
3 ottobre 2012

Soltanto un terzo delle richieste di risarcimento per ingiusta detenzione trovano soddisfazione. E’ quanto emerge dagli ultimi dati forniti dall’Eurispes e dall’Unione delle camere penali italiane. Su una media di 2500 domande annuali (nel 2011 ne sono state presentate 2369) appena 800 vengono accolte. Il motivo è semplice e al tempo stesso sconcertante: l’Italia è l’unico paese in Europa dove l’istituto della riparazione per ingiusta detenzione è regolato da una clausola, inserita nel comma 1 dell’articolo 314 cpp, che esclude il risarcimento nei casi in cui il ricorrente «abbia dato o concorso a darvi causa per dolo o colpa grave».
Secondo la norma per avere diritto al risarcimento non è sufficiente avere dalla propria parte una sentenza d’assoluzione irrevocabile, secondo una delle formule previste dal codice: il fatto non sussiste, oppure non è stato commesso o non costituisce reato o non è previsto dalla legge come tale. Non basta nemmeno che la giustizia abbia riconosciuto l’illegittimità della misura cautelare.
Chi ha ingiustamente subito il carcere deve dimostrare di non aver tenuto un comportamento tale da aver tratto in inganno i magistrati con atteggiamenti omissivi o perché non si è avvalso delle funzioni difensive, che pure restano un diritto fondamentale della persona sottoposta a indagini o imputata, ma anche sotto il profilo delle proprie frequentazioni.
Ciò vuol dire che le sentenze assolutorie non sono valutate come tali ma sottoposte ad un nuovo processo che conduce ad esaminare e giudicare sotto il profilo morale la personalità di chi è stato assolto, introducendo un criterio discriminatorio che inanella una serie impressionante di violazioni: dal ne bis in idem, all’invenzione di una sorta di quarto grado di giudizio capace di resuscitare la colpa al di là di ogni assoluzione fino all’inversione dell’onere della prova.
Nel giugno scorso, la quinta sezione penale della corte d’appello di Milano ha rigettato l’istanza di risarcimento per ingiusta detenzione di una persona assolta in via definitiva dopo aver trascorso 6 anni nelle carceri speciali, sostenendo che «nessun diritto alla riparazione spetta a chi, frequentando terroristi, o comunque soggetti appartenenti all’antagonismo politico illegale, abbia colposamente creato l’apparenza di una situazione che non poteva procurare l’intervento dell’Autorità giudiziaria. Poco importa, ai fini che qui interessano, l’esito del giudizio penale. Occorre distinguere – prosegue il collegio – l’operazione logica compiuta dal giudice del processo penale da quella, diversa, del giudice della riparazione. La reciproca autonomia dei due giudizi comporta che una medesima condotta possa essere considerata, dal giudice della riparazione come contributo idoneo ad integrare la causa ostativa del riconoscimento del diritto alla riparazione e, dal giudice del processo penale, elemento non sufficiente ad affermare la responsabilità penale».
I magistrati hanno teorizzato un doppio criterio di giudizio: il primo sottoposto alle vigenti leggi processuali; il secondo che riabilita la colpa tipologica è non si cura degli effetti legali dell’assoluzione, che seppure elimina la colpa mantiene il sospetto e soprattutto conserva la responsabilità. Siamo di fronte ad un perenne “diritto del nemico” che trasforma in un accessorio a geometria variabile la presunzione d’innocenza recepita dall’art. 27 della costituzione.
Chi viene assolto per reati avvenuti in luoghi dove è presente la criminalità organizzata, diventa responsabile del fatto di aver frequentato contesti che brulicano di pregiudicati; chi è assolto da reati di eversione, se ha frequentato luoghi di conflitto, recepito culture antagoniste, anticonformiste e irregolari secondo la norma politico-morale dominante, è ritenuto responsabile di una corrività ambientale che ha indotto la coscienza del giudice a sbagliare. E’ una colpa di natura etico-morale quella che qui viene scovata e sanzionata con il mancato risarcimento.
Non sfugge che attraverso questo dogma dell’infallibilità assoluta del giudice, come fu per il concilio Vaticano I° che nel 1870 introdusse l’infallibilità ex cathedra del pontefice, si opera il passaggio dalla filosofia del diritto alla teologia giudiziaria. Un’arrogante pretesa che spiega l’errore ricorrendo all’alibi della “colpa apparente”, giustificata non da una cattiva valutazione degli elementi probabotori a carico o discarico ma dalla doppiezza e dall’ambiguità della persona sottoposta a indagine o giudizio, alla stregua del maligno che con le sue arti malefiche confonde e trae il mondo in inganno.
Sarebbe tempo di riportare la giustizia dalle sfere della santità celeste ad una più terrestre dimensione profana.

Dare del fascista a un fascista non è reato, cosa ci insegna il caso Tombolini

L’incredibile condanna del fondatore di Momo edizioni. Il giovane militante della sinistra ha criticato il sindaco di un paese della Sabina che ha pubblicamente difeso la teoria razzista della sostituzione etnica, già cara a Hitler. Il risultato? Quattro mesi di galera con pena sospesa…

Paolo Persichetti, L’unità 15 settembre 2023

Mattia Tombolini accanto a Zerocalcare, Poggio Mirteto, 6 settembre 2023 a «Sei un paese meraviglioso, contro il nulla che avanza»

Diffondere idee razziste, ripescare concetti dal museo degli orrori del fascismo facendo in modo che questi contenuti non siano etichettati come tali e dunque delegittimati, è una strategia che la destra meloniana sta portando avanti da un po’ di tempo. L’egemonia culturale è una ossessione della destra di governo: conquistarla passa attraverso la dissimulazione del reale contenuto storico delle loro posizioni. Chiunque tenti di svelarne il gioco piuttosto scoperto e per nulla nuovo, basti pensare al doppiopetto almirantiano, all’agognata rispettabilità che avrebbe dovuto sottrarli dalla pattumiera della storia dove erano stati relegati a metà del secolo scorso, alla fine del secondo conflitto mondiale e della guerra civile, diventa un obiettivo da abbattere. Chiunque attribuisca il nome esatto alle idee da loro professate va portato in tribunale e possibilmente fatto condannare. Unico modo per far circolare incontrastate le loro posizioni, intimidendo la critica e la libertà di espressione a suon di sentenze e tribunali.
Il primo a farne le spese è stato Mattia Tombolini, giovane animatore di Momo edizioni, una casa editrice per ragazzi che sta agitando, con le sue pubblicazioni fresche, irriverenti e coraggiose, il panorama della editoria giovanile. Prima di entrare nel mondo dei libri Tombolini è stato un militante della sinistra estrema romana partecipando alla esperienza innovativa del centro sociale Alexis. Era l’obiettivo perfetto da prendere di mira.
Il 10 luglio scorso il tribunale penale di Rieti lo ha condannato a quattro mesi di carcere con pena sospesa (anche se la Cedu ha stabilito che non può più esservi sanzione penale, ovvero il carcere, per il reato di diffamazione) e un risarcimento dei danni alla parte querelante per aver dato del fascista e razzista a un esponente di Fratelli d’Italia, tale Marco Cossu, attualmente sindaco di Casperia, un paesino della Sabina.
Il 15 dicembre 2018 nel corso di un convegno sul fenomeno migratorio tenuto presso la biblioteca comunale “Peppino Impastato” di Poggio Mirteto, organizzato dal comune insieme alle associazioni che operano nel settore, Marco Cossu intervenne rilanciando le deliranti teorie della sostituzione etnica. La sortita dell’allora vicesindaco di Casperia suscitò reazioni nel pubblico che ascoltava, il tono razzista e complottista dell’esponente di Fratelli d’Italia venne recepito come una provocazione. Cossu a quel punto si dileguò rapidamente.
Un anno dopo sulle pagine di Fb sempre Cossu pubblicava una ode al catrame in un post che inneggiava ad alcune strade da poco asfaltate dalla sua amministrazione («Asfalto? A qualcuno (non) piace caldo») ripreso con accenti canzonatori da un altro esponente della sinistra locale e subito seguito da una lunga serie di commenti frizzanti nei quali l’esponente di Fratelli d’Italia veniva dai più largamente perculato. Il tutto avveniva in un contesto dove gli intervenuti si conoscevano e per questo si lanciavano liberamente lazzi e frizzi, un po’ alla Peppone e don Camillo. Anche Mattia Tombolini scrisse la sua qualificando Cossu come un fascista e razzista per le parole espresse durante il convegno dell’anno precedente.
L’aspetto sorprendente in questa vicenda, solo in apparenza di provincia, è il fatto che una querela tanto temeraria sia giunta in giudizio fino alla condanna di Tombolini il cui commento è stato trascelto proprio perché coglieva il nodo della questione, senza irridere e dare dell’ignorante a Cossu come invece altri avevano fatto. Durante il processo è stata largamente affrontata la matrice culturale di estrema destra delle teorie paranoiche e proteiformi della sostituzione etnica, rilanciata con forza nel 2014 da Renaud Camus con il suo Le Grand remplacement ma già presente in alcune pagine del Mein Kampft di Hitler, ripresa dai suprematisti bianchi autori di diversi massacri. La difesa di Tombolini ha ricordato lo sfoggio dell’ascia bipenne o del saluto romano di cui il querelante faceva tranquillamente mostra.
«Tutte cose da ragazzini», ha replicato Cossu che rivendica la sua maturazione, il percorso nelle istituzioni, la laurea in scienze politiche, l’esame sulla migrazione dato in facoltà. Ha studiato, è preparato, ha fatto i compitini e quindi anche se professa teorie razziste per lui non può valere la categoria cartesiana, penso dunque sono. Cossu pensa fascista e razzista senza esserlo. Tutte questioni che dovrebbero far parte di un libero dibattito politico-culturale privo di minacce e ipoteche giudiziarie. La magistratura avrebbe fatto bene a tenersi fuori da questa querelle, se è vero che chiunque può sentirsi quello che vuole come è anche vero che l’enunciazione di determinati concetti nello spazio pubblico, tanto più se si rivestono cariche istituzionali, non può esimere dalla possibilità di ricevere critiche. Se si affermano certe idee bisogna poi avere il coraggio di saperle difenderle senza ricorrere alla stampella giudiziaria. Un coraggio che evidentemente a Cossu manca.
Se ne riparlerà in appello davanti al tribunale di Roma distante dalle prossimità ambientali tra élites tipiche della provincia. Perché c’è un fatto singolare che colpisce in questa vicenda, ovvero il contesto consociativo. Il legale di Cossu è infatti un esponente del Pd, assessore al bilancio nella giunta di Poggio Mirteto. Una ruolo pubblico e politico da molti ritenuto in contrasto con la tutela legale fornita a Cossu. Cosa ne pensa il Pd nazionale? E’ normale che un suo amministratore tuteli un cliente, per altro svolgendo un ruolo persecutore e non difensore, che professa teorie razziste? Scambiare la libertà di razzismo per la libertà di espressione è la linea politica condivisa nel Pd? Sono in molti a chiederselo in queste ore in Sabina e non solo.

E Berlusconi brindava…

ll 19 marzo 2002 Marco Biagi, giuslavorista consulente del governo Berlusconi, era stato ucciso da quelle che la stampa chiamava «nuove Brigate rosse». Alcune sue lettere email, rese pubbliche nelle settimane successive alla sua morte, avevano suscitato fortissimo imbarazzo tra le forze politiche di governo e d’opposizione. In quei messaggi premonitori, il consulente del governo denunciava la sospensione delle misure di vigilanza e tutela della sua persona e indicava con nome e cognome colui che riteneva il maggiore responsabile del clima di minaccia nei suoi confronti. Parole che, nel giugno 2002, fecero deflagrare il milieu politico, gettando scompiglio nell’intero establishment istituzionale. Ferocissime furono le polemiche accompagnate da reciproche e sanguinose accuse.
In quel clima rovente, da ultima spiaggia, dove erano ammessi colpi bassi d’ogni tipo, si verificò l’incredibile gaffe che travolse il ministro degli interni Scajola. Questi, in un colloquio informale con alcuni giornalisti durante un viaggio ufficiale a Cipro (29 giugno 2002), aveva definito Biagi un «rompicoglioni». La frase, divulgata dalla stampa, obbligò il ministro a rassegnare le dimissioni, mentre l’apertura di un’inchiesta giudiziaria sulla mancata scorta di polizia, metteva sotto schiaffo i vertici della polizia di prevenzione (ex ucigos) e della questura bolognese. Il discredito e lo smacco regnavano nelle stanze del Viminale già tramortito dalle vicende genovesi del G8.
E’ in quel torbido contesto di grave crisi politica e di forte pregiudizio istituzionale che prese forma l’idea di un coup de théatre risolutore. Un gioco di prestigio, un effetto illusionistico, un trompe l’oeil che potesse risollevare le sorti delle istituzioni (e di alcune poltrone), saldando dietro una ritrovata unità emergenziale maggioranza e opposizione, ridando nel contempo lustro e smalto agli investigatori e alla magistratura. Occorreva insomma, subito un colpevole. Un responsabile di sostituzione cui far indossare gli abiti del reo. Un vero capro espiatorio attorno al quale celebrare la catarsi della ritrovata unità nazionale e del trionfo delle istituzioni, il festino di una baldanzosa e tronfia maggioranza che potesse finalmente levare i calici al cielo. Come poi avvenne in una delle dimore estive del premier in Costa Smeralda tra una barzelletta del Cavaliere e una sonata d’Apicella. L’episodio viene così raccontato in una cronaca apparsa sulla Repubblica del 26 agosto 2002:

«La notizia arriva sabato sera a cena, nella villa del premier, e c’è tanta soddisfazione che parte anche un accenno di applauso al tavolo in cui accanto a Berlusconi siedono il ministro Pisanu, il ministro Stanca, con relative consorti, fra il portavoce Bonaiuti, la moglie e la mamma del Cavaliere. Il capo della polizia telefona al titolare del Viminale, e Pisanu dà in diretta l’annuncio: arrestato il brigatista Persichetti, latitante per l’omicidio Giorgieri. La cena a Villa Certosa, che poi si trasformerà in un vertice sulla sicurezza quando Pisanu e Berlusconi si appartano, diventa così un’occasione per festeggiare il successo delle forze di polizia
Soddisfazione che si allarga poi alla pattuglia di una decina di fedelissimi che, attorno alle 23, si presentano a Punta Lada per unirsi alla compagnia: il capo dei deputati europei di Forza Italia Tajani, il vicecapogruppo alla Camera Cicchitto, il responsabile giustizia Gargani, il sottosegretario Viceconte. Per chiudere in bellezza spunta anche la chitarra di Mariano Apicella, musica e canzoni fino a mezzanotte e mezza. Ministro degli Interni escluso: “sono stonato e non ho mai cantato nella mia vita, salvo quando il parroco del mio paese mi scelse per il coro ma solo perché ero arrivato primo al corso di catechismo”.»

Estratto da Esilio e castigo, retroscena di una estradizione, La città del sole 2005

Il “secolo breve” del testimone di Via Fani

di Pino Narducci, presidente della sezione riesame del Tribunale di Perugia
Questione giustizia, 9 giugno 2023
Rivista trimestrale di Magistratura democratica

La vicenda del testimone mendace Alessandro Marini, la fonte primigenia di tutte le dietrologie su via Fani, la moto Honda e l’invenzione degli spari contro il parabrezza del suo Boxer, le venticinque condanne per un tentato omicidio mai avvenuto, approdano sulla rivista di Magistratura democratica

Le ricerche di una moto Honda blue con due brigatisti a bordo iniziano, attraverso le comunicazioni della Sala Operativa della Questura di Roma, non più tardi delle 9:10, quando è appena terminata l’operazione militare delle BR che, in via Fani, conduce al sequestro di Aldo Moro e all’uccisione di tutti gli uomini della sua scorta. Gli inquirenti ritroveranno, abbandonate in via Licinio Calvo, le tre auto usate dal gruppo brigatista in fuga. Tuttavia, la moto non salta fuori e non sarà rinvenuta nemmeno nelle settimane successive, mentre il sequestro si consuma nell’appartamento di via Montalcini.  
Parallela a questa scorre un’altra vicenda, non meno importante e che anzi si intreccia, come una matassa quasi inestricabile, a quella della Honda e alla identificazione dei suoi due passeggeri. 
È la storia non di una moto di grossa cilindrata, ma di un motorino, anche abbastanza malmesso, un ciclomotore Boxer verde con parabrezza in plastica, nel marzo ‘78 di proprietà del più importante e longevo testimone dell’agguato di via Fani, Alessandro Marini.
I primi ad accorrere sul luogo ove è stata appena trucidata la scorta di Moro, verso le 9:05, sono i poliziotti Marco Di Berardino e Nunzio Sapuppo, componenti dell’autoradio Monte Mario. Quando scendono dall’auto di servizio, Marini si avvicina ai due agenti e fornisce le primissime, rudimentali, informazioni su quello che è appena accaduto. Sinteticamente, racconta di aver visto una moto Honda blue seguire il gruppo dei brigatisti che si è dileguato lungo via Stresa in direzione di piazza Monte Gaudio. 
I primi ad accorrere sul luogo ove è stata appena trucidata la scorta di Moro, verso le 9:05, sono i poliziotti Marco Di Berardino e Nunzio Sapuppo, componenti dell’autoradio Monte Mario. Quando scendono dall’auto di servizio, Marini si avvicina ai due agenti e fornisce le primissime, rudimentali, informazioni su quello che è appena accaduto. Sinteticamente, racconta di aver visto una moto Honda blue seguire il gruppo dei brigatisti che si è dileguato lungo via Stresa in direzione di piazza Monte Gaudio. 

Già alle 10:15, trascorsa solo un’ora dal sequestro Moro, Marini viene sentito dagli uomini della Digos romana. Racconta di aver visto la scena in cui l’on. Aldo Moro viene prelevato dalla Fiat 130, su cui stava viaggiando, per essere messo all’interno di una Fiat 132 (l’auto è quella condotta da Bruno Seghetti e sulla stessa salgono Mario Moretti, Raffaele Fiore e il sequestrato) che si allontana, poi, su via Stresa in direzione Primavalle-Montemario. Il veicolo è seguito da una Honda di grossa cilindrata di colore bleu, a bordo della quale ci sono due individui. Quello seduto sul sedile posteriore, con un passamontagna scuro calato sul viso, esplode vari colpi di mitra nella sua direzione, praticamente ad altezza d’uomo, ma lui non viene colpito. Poi il tiratore, proprio all’incrocio di via Fani con via Stresa, perde il caricatore che resta a terra. Il teste descrive i due soggetti che hanno attentato alla sua vita: se quello seduto sul sellino posteriore ha il passamontagna, Marini, invece, ha visto distintamente il conducente. Ha 20-22 anni, è molto magro, il viso lungo e le guance scavate, insomma somiglia molto all’attore Eduardo De Filippo.
Trascorre un mese circa e, il 5 aprile ‘78, Marini fornisce una nuova versione al Pubblico Ministero di Roma. Questa volta, nel suo racconto, il passamontagna scuro “passa” dal volto del passeggero a quello del conducente e così il “sosia” di De Filippo diventa il brigatista seduto sul sellino posteriore. Poi, aggiunge un particolare di non poco conto che non ha riferito la mattina del 16 marzo. Specifica che, quando il passeggero esplode la raffica di mitra, un proiettile colpisce il parabrezza del suo motorino. 
Così, nel volgere di appena 21 giorni, tra il 16 marzo e il 5 aprile, la ondivaga progressione narrativa di Marini ha il seguente andamento: 1) il conducente, a volto scoperto, è il sosia di De Filippo mentre il passeggero calza un passamontagna; 2) mi correggo, il conducente ha il passamontagna mentre il passeggero è a volto scoperto ed è lui il sosia di De Filippo; 3) il passeggero esplode contro di me una raffica di mitra, ma i proiettili non mi colpiscono; 4) mi correggo, un proiettile esploso dal mitra colpisce il parabrezza del mio motorino.    
Due mesi dopo, Alessandro Marini viene convocato dal Giudice Istruttore e, in maniera sbalorditiva, racconta che gli è rimasta impressa solo la immagine del conducente della moto Honda, un individuo sui 20-22 anni con il viso lungo e le guance scavate.
A distanza di tre mesi dai fatti di via Fani, il teste torna sui propri passi ed anzi, all’insegna del motto “un passo avanti e due indietro”, smentendo seccamente la dichiarazione resa appena due mesi prima, colloca di nuovo «il brigatista con il volto di Eduardo de Filippo» alla guida della moto.  
Nel settembre ‘78, modifica di nuovo la propria narrazione. Al Giudice riferisce di aver visto bene i terroristi a volto scoperto, tranne quello che è alla guida della Honda bleu. Il passeggero della moto spara alcuni colpi di arma da fuoco ed uno di essi colpisce la parte superiore del parabrezza, rompendolo. Marini informa il Giudice che, a casa, conserva i frammenti del parabrezza. 
Ma se Marini, come lui racconta, ha visto il volto di tutti i brigatisti presenti in via Fani, ad eccezione di quello di colui che guida la moto, in realtà implicitamente dichiara che quest’ultimo indossa il passamontagna! 
La Digos procede al sequestro di due frammenti del parabrezza del ciclomotore Boxer. In questa occasione, Marini è puntiglioso nel precisare che i terroristi hanno colpito il parabrezza del motorino mandandolo in pezzi. 
Nel gennaio ’79, di nuovo convocato dal Giudice Istruttore, Marini conferma che il parabrezza viene colpito dalla raffica esplosa dal passeggero della Honda. Sostiene di aver ricevuto minacce telefoniche e rifiuta di sottoscrivere il verbale. 
Infine, depone nel corso del processo Moro 1 davanti la Corte di Assise di Roma. I giudici riportano fedelmente la sua deposizione nella sentenza di primo grado: «…Al di là dell’incrocio, fermi sull’angolo di Via Fani, c’erano quattro individui indossanti una divisa bicolore, ed esattamente giacca bleu e pantaloni grigi, con berretto. Per terra, a fianco di costoro, una grossa borsa nera. Dall’altro lato della strada si trovavano tre autovetture. Dalla Fiat 128 targata CD uscirono l’autista e la persona che gli sedeva accanto e, avvicinatosi alla macchina dell’on. Moro, scaricarono le loro pistole lunghe sull’autista e sul carabiniere accanto. Contemporaneamente i quattro vestiti da aviatori aprirono il fuoco violentemente.  Dall’Alfa Romeo di scorta uscì fuori un uomo con la pistola in mano: contro quest’ultimo continuarono a sparare due individui che, oltre a quelli vestiti da aviatori, erano in borghese ed avevano quasi contemporaneamente già aperto il fuoco. In conclusione sino ad ora operarono otto persone, tutti maschi. Poi arrivò, quasi comparendo dal nulla, una Fiat 132 bleu, seguita da una Fiat 128 chiara: dalla Fiat 132 scura uscirono due uomini che, calmissimi, si avvicinarono alla macchina di Moro e lo tirarono fuori dalla portiera posteriore sinistra. L’onorevole era in uno stato di abulia, inerme e non mi pare che fosse in alcun modo ferito. Lo caricarono sul sedile posteriore e si allontanarono per Via Stresa andando a sinistra. Nella 128 bianca che tallonava la 132 vi erano altri due individui.  Fino ad ora di tutte le dodici persone nessuna era mascherata.  In quel frangente mi accorsi di una moto Honda di colore bleu di grossa cilindrata sulla quale erano due individui, il primo dei quali era coperto da un passamontagna scuro e quello dietro che teneva un mitra di piccole dimensioni nella mano sinistra, sparò alcuni colpi nella mia direzione, tanto che un proiettile colpiva il parabrezza del mio motorino. Il mitra si inceppò, cadde un caricatore che finì a terra quasi all’angolo tra Via Fani e Via Stresa davanti al bar Olivetti. Mi colpì il fatto che l’uomo che teneva il mitra sulla moto, pur essendo giovane, somigliava in maniera impressionante a Eduardo De Filippo».  
La circostanza raccontata da Marini è incontestabilmente vera. In via Fani un mitra si inceppa ed un caricatore perso da un brigatista viene effettivamente rinvenuto sul luogo del delitto. Se si osservano le foto scattate durante la fase del sopralluogo, è ben visibile, sulla pavimentazione stradale, un caricatore accanto ad un berretto da aviere. Tuttavia, non è quello perso dall’equipaggio della Honda. Si tratta del caricatore del mitra M12 usato dal brigatista Raffaele Fiore durante l’azione. Fiore, però, non è a bordo di una moto, ma, vestito da aviere, è posizionato in via Fani, dietro le fioriere del bar Olivetti, accanto a Morucci, Gallinari e Bonisoli. Il suo ruolo consiste nell’esplodere colpi di arma da fuoco contro i componenti della scorta dell’on. Moro, ed il suo mitra si inceppa, per due volte.   

Marini, però, non è l’unico teste oculare dell’agguato.

Giorgio Pellegrini, dopo aver sentito colpi di arma da fuoco, esce sul terrazzo ed assiste alla sparatoria. Agli inquirenti offre questo racconto: «…Mentre i citati individui erano nel crocevia sopra riferito ed uno di essi sparava, ho visto una persona, che non so descrivere, a bordo di una motoretta, mi pare una moto vespa, percorrere l’ultimo tratto di via Stresa in direzione del citato crocevia. L’uomo che era alla guida, vista la scena davanti a sè, si è fermato, ha buttato la moto per terra ed è fuggito. Dalla posizione in cui io mi trovavo non posso dire se abbia proseguito a piedi, se sia ritornato sui suoi passi o si sia nascosto nelle vicinanze». §Appare realmente difficile ipotizzare che la persona che, atterrita, butta la moto a terra e fugge, senza peraltro che nessuno abbia sparato contro di lui, sia diversa da quella che corrisponde al teste Alessandro Marini.
Giovanni Intrevado, giovanissimo poliziotto del Reparto Celere, fuori dal servizio, arriva con la propria Fiat 500 all’intersezione di via Fani con via Stresa proprio nel momento in cui i brigatisti stanno sparando contro le auto della scorta di Moro. Barbara Balzerani – che svolge le mansioni di “cancelletto” inferiore per impedire che l’operazione possa essere intralciata dal passaggio casuale di estranei – gli punta contro il mitra Skorpion che ha nelle mani e gli intima di fermarsi. Intrevado osserva la scena del prelevamento di Moro e la fase della fuga delle auto dei brigatisti. Si trova, quasi esattamente, nello stesso posto in cui dovrebbe trovarsi Marini, ma il testimone non fa mai cenno alcuno ad una persona a bordo di un motorino contro la quale vengono esplosi colpi di mitra. Solo dopo, quando si avvicina ai corpi del maresciallo Leonardi e dell’agente Iozzino, passa accanto a lui, a bassa velocità, una moto di grossa cilindrata di marca giapponese, con due giovani a bordo, a volto scoperto, che infine si dirige verso via Stresa. Alcuni anni dopo, Intrevado precisa che, tra i due giovani della moto, era posizionato un mitra. Ma il racconto del giovane poliziotto, che ricorda il passaggio di un mezzo di grossa cilindrata, non collima affatto con quello di Marini: la moto non è presente durante la fase dell’agguato, ma compare sulla scena solo quando l’azione di fuoco è già terminata.              

I giudici che, nel marzo 1985, scrivono la sentenza di appello del processo Moro 1 e bis non esitano ad esprimono perplessità sulla testimonianza di Marini: «…Invero, per quanto riguarda il numero, solo il teste Marini parla di un numero di persone superiore a nove. Ma, la versione fornita dal predetto teste appare essere più una ricostruzione “a posteriori” del fatto. Se egli fosse stato presente all’intero svolgimento della vicenda – come afferma – sarebbe stato notato da qualcun altro dei testi. Tutti gli altri testimoni, invece, riferiscono ognuno o un momento o parte del fatto, e le loro testimonianze, collegate, offrono una ricostruzione dell’azione che, nel numero dei partecipanti e nelle modalità di svolgimento, corrisponde di più a quella data da Morucci». 
Tra il 1983 e il 1994, vengono pronunciate le sentenze di condanna definitive nei confronti di ventiquattro persone responsabili, a vario titolo, di concorso nel tentato omicidio di Alessandro Marini. 
Ma la definitività delle sentenze non significa affatto la fine delle dichiarazioni del testimone che anzi, dal 1994 al 2015, fornisce altre importanti informazioni sulla propria vicenda, di fatto facendo in modo che, progressivamente, la verità giudiziaria cominci a discostarsi, sempre più sensibilmente, dalla verità storica.  
Proprio nel ‘94, fornisce una clamorosa nuova versione dei fatti di cui è stato, al tempo stesso, vittima e protagonista ben 15 anni prima. Dopo aver osservato i due frammenti del parabrezza del suo motorino, Marini ricorda che, nei giorni precedenti il 16 marzo ’78, il mezzo è caduto dal cavalletto ed il parabrezza si è incrinato. Prima di sostituirlo, ha messo dello scotch per tenerlo unito. Però, in via Fani, il parabrezza si infrange cadendo a terra e si divide in due pezzi. 
Venti anni dopo, nel maggio 2014, torna a sedersi davanti ad un magistrato per riferire testualmente: «L’uomo che era alla guida della moto indossava un passamontagna, l’uomo che si trovava dietro, quello che sparò verso di me, era a volto scoperto e somigliava ad Eduardo de Filippo». 
Effettuando una ennesima torsione narrativa, il teste sconfessa le sue precedenti dichiarazioni e sostiene che il conducente della Honda indossa il passamontagna mentre il brigatista seduto dietro è quello che somiglia a Eduardo De Filippo.

Questa, però, non è ancora l’ultima dichiarazione di Marini. 

Il 16 marzo 1978, in via Fani angolo via Stresa, vengono scattate, non solo ad opera degli inquirenti, centinaia di fotografie ed effettuate riprese filmate dei luoghi dell’agguato brigatista. A partire dagli anni ’90, foto e filmati vengono pubblicati in decine di siti web. Alcuni studiosi della vicenda Moro fanno così una singolare scoperta. In diverse immagini di via Fani e di via Stresa, è possibile vedere nitidamente un motorino con il parabrezza attraversato da una vistosa fascia di scotch di colore marrone. Il parabrezza è integro ed è attraversato in diagonale dalla fascia di scotch marrone. In tutte le immagini, il ciclomotore Boxer è parcheggiato sul marciapiede, in corrispondenza della insegna “Snack Bar-Tavola Calda” del bar Olivetti, tra un’auto Alfa sud di colore giallo (si accerterà che si tratta dell’auto con la quale Domenico Spinella, dirigente la DIGOS romana, è arrivato in via Fani) ed una volante della Polizia di Stato.  
Nel giugno 2015, nel corso di una audizione, lo storico Marco Clementi – autore di rigorosi saggi sulla vicenda Moro e sulla storia delle BR – consegna ai parlamentari della Commissione Moro proprio una di queste foto.  
Anche il procuratore aggiunto della Repubblica di Roma, Franco Ionta, ha occasione di esprimere le proprie convinzioni ai parlamentari e, a proposito del Marini, di manifestare sfiducia sulla affidabilità del teste: «…si, che sosteneva che gli avessero sparato con una mitraglietta; prima diceva che a sparare fosse stato il passeggero e poi diceva che fosse stato il conducente della moto. La mia sensazione…deriva dalla sedimentazione di tuto questo lavoro pluridecennale che ho fatto al riguardo sulle metodiche di funzionamento delle BR, su come facevano le inchieste e su come facevano gli attentati. Io ho maturato la convinzione che una presenza spuria rispetto a che aveva organizzato l’agguato di via Fani sia proprio incompatibile con lo schema di funzionamento delle BR…».    
La Commissione parlamentare affida al Servizio della Polizia Scientifica il compito di ricostruire la dinamica dell’agguato di via Fani. 
Federico Boffi, dirigente del Servizio, espone le conclusioni dell’attività svolta. Quando passa a valutare le dichiarazioni dei principali testimoni, segnala che l’osservazione del teste Marini «non è del tutto coerente con i dati in nostro possesso. La presenza di un’altra persona che esplode dei colpi qui per noi non è compatibile». Boffi è ancor più preciso: «la moto può essere passata, ma non ha lasciato per noi tracce evidenti. Per noi, per la ricostruzione della dinamica, è impossibile posizionare questa motocicletta. Rispetto alle traiettorie che abbiamo determinato non c’è alcuna traiettoria che potrebbe essere compatibile con dei colpi esplosi da un veicolo in movimento rispetto alle posizioni che abbiamo già identificato». Ed ancora: «…tutte le armi utilizzate hanno espulsioni verso destra. Se la moto, come sembra, anzi come è, si muoveva in direzione di via Stresa venendo da via del forte Trionfale, l’espulsione dei bossoli a destra li avrebbe dovuti mandare verso le autovetture ferme, se dalla moto avessero sparato in direzione di Marini. In realtà i bossoli…appartengono a queste sei armi…se un’arma è stata utilizzata sulla moto, doveva essere una di queste sei, perché non ci sono bossoli estranei…». Se ancora residuano dubbi, a questo punto molto pochi in verità, questi vengono fugati proprio dal testimone che compare davanti ai parlamentari della Commissione di inchiesta. La relazione della Commissione, approvata il 10 dicembre 2015, contiene ampi riferimenti alla testimonianza: «…Ad Alessandro Marini sono state mostrate alcune immagini estrapolate da un video dell’epoca, che raffigurano un motociclo verde, modello Boxer, con il parabrezza tenuto unito con dello scotch posto trasversalmente, con una guaina copri gambe di colore grigio, parcheggiato in via Fani, sul marciapiedi, all’altezza del bar Olivetti, accanto a un’Alfa sud e a una volante. Marini, osservando le fotografie, ha riconosciuto senza esitare il proprio motoveicolo e ha affermato che sicuramente lo scotch era stato applicato da lui prima del 16 marzo 1978, come aveva già affermato in occasione di dichiarazioni rese il 17 maggio 1994 dinanzi al pubblico ministero Antonio Marini. Alessandro Marini ha aggiunto di ricordare che il 16 marzo, di ritorno dalla Questura dove era stato portato per rendere dichiarazioni, nel riprendere il motociclo si era accorto che mancava il pezzo superiore del parabrezza che era tenuto dallo scotch e di aver perciò ritenuto che fosse stato colpito da proiettili». La relazione poi prosegue: «…Per il fatto che quel giorno l’ho trovato senza un pezzo di parabrezza, io ho ritenuto che fosse stato colpito dalla raffica esplosa nella mia direzione dalla moto che seguiva l’auto dove era stato caricato l’onorevole Moro. Non ho ricordo della frantumazione del parabrezza durante la raffica; evidentemente quando poi ho ripreso il motorino e poiché mancava un pezzo di parabrezza ho collegato tale circostanza al ricordo della raffica. Tali considerazioni le faccio solo ora e non le ho fatte in passato perché non avevo mai avuto modo di vedere le immagini fotografiche mostratemi oggi, da cui si nota che il parabrezza appare nella sua completezza, seppur con lo scotch…». 

La deposizione all’organismo presieduto dall’On. Fioroni, chiude, in maniera definitiva, l’infinita vicenda del testimone Marini. 
Se il parabrezza del ciclomotore – come dimostrano in maniera inoppugnabile le fotografie – nelle ore successive alla consumazione dei fatti terribili accaduti in via Fani intorno alle 9:02 del 16 marzo 1978 è ancora tenuto insieme con lo scotch, cioè è ancora integro, esattamente come quando Marini era uscito di casa, è impossibile sostenere che qualcuno, seduto su una Honda, abbia esploso una raffica di mitra contro il testimone. 
La deposizione alla Commissione Moro segna l’epilogo di una vicenda, iniziata alle 10:15 del 16 marzo ’78, e poi dipanatasi per ben 37 anni! 
La deposizione alla Commissione Moro segna l’epilogo di una vicenda, iniziata alle 10:15 del 16 marzo ’78, e poi dipanatasi per ben 37 anni! 
Un arco temporale smisuratamente ampio, qualcosa che, prendendo in prestito la celebre definizione che del ‘900 ha dato il grande storico inglese Eric Hobsbawm, potremmo definire il “secolo breve” della testimonianza più lunga e controversa della storia giudiziaria italiana.

E l’epilogo non sembra essere particolarmente brillante per il suo protagonista. 

photo credits: AP Photo – Via Fani, Roma, 16 marzo 1978, ore 9, su ilpost.it, 16 marzo 2018., Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=839994 

Violante al congresso di Md, «basta con il garantismo»

Archivi – L’ex pm Luciano Violante da poco eletto parlamentare nelle liste del Pci chiede a Magistratura democratica di mettere da parte il garantismo. «Non preoccupa – sosteneva – l’uso strumentale delle garanzie processuali, ma il richiamo al garantismo come formadi rafforzamento delle organizzazioni terroristiche». Intervento apparso sull’Unità del 27 settembre 1979

Mentre volgeva al termine l’intensa stagione di conflittualità che aveva favorito importanti conquiste sociali, miglioramenti economici, nuove tutele, spazi di democrazia reale nei luoghi di lavoro, migliori condizioni di vita per le classi lavoratrici, allargando la platea dei diritti e dei bisogni rivendicati e fatto emergere nuovi soggetti sociali e nuovi movimenti, si apriva ad Urbino, alle fine del settembre 1979 il quarto congresso di Magistratura democratica, i giudici di sinistra per intenderci. Suddivisi in diverse correnti animate da un dibattito che aveva traversato le passioni dei due precedenti decenni, i magistrati erano davanti ad un bivio: la penetrazione del diritto nei processi sociali ed economici, il ruolo di supplenza affidato loro dalla politica per reprimere la stagione della sovversione sociale e della lotta armata, avevano attribuito alla magistratura una funzione sempre più centrale. Cosa dovevano farsene? Quale erano i nuovi campiti per la nuova stagione che la retata del 7 aprile di pochi mesi prima aveva annunciato con forza?
Luciano Violante, ex pm alla procura di Torino poi agli uffici legislativi del ministero della giustizia, dove si era occupato delle attività di contrasto giuridico al terrorismo, divenuto parlamentare del Pci da pochi messi, spiegava sulle pagine dell’Unità, senza tanti giri di parole, che il garantismo aveva fatto ormai il suo tempo. Era alle porte la stagione della «repressione disciplinare», come la definirà Giovanni Palombarini, ma soprattutto il Pci, convinto dell’attualità della propria candidatura alla guida del Paese, riteneva ormai d’intralcio il garantismo e l’uso alternativo del diritto. Il mutamento di rotta era drastico e il dibattito sul significato del garantismo che aveva visto confrontarsi in passato tre linee, cambiava di segno. Alla precedente scuola della “creazione giuridica”, che attraverso un uso dell’interpretazione e delle fonti mirava al reintegro del dettato costituzionale di fronte all’inerzia o al sabotaggio legislativo della politica conservatrice e restauratrice, attività che trasformava la magistratura da vecchio organo burocratico asservito alle gerarchie dello Stato-apparato a «soggetto istituzionale indipendente, operante come momento di raccordo fra lo Stato e la società civile», si opponeva un ritorno alla certezza del diritto, inteso come ruolo conservativo della funzione giurisdizionale di fronte alle modificazioni della società o all’emergere di equilibri più avanzati o nuove domande e bisogni sociali. Le altre due linee, quella che riteneva il garantismo uno baluardo per difendersi dallo Stato, e la terza, minoritaria, che vi vedeva uno strumento per l’organizzazione della lotta di classe, soccombevano davanti ad una rivalutazione della funzione coercitiva dello Stato, posizione che apprezzava la nuova legislazione d’emergenza purché ricondotta «nell’alveo della solidarietà e della mobilitazione democratica». Si stavano lentamente creando i presupposti che, confermando l’iperattivismo giudiziario, vedranno alla fine del decennio ottanta il passaggio dalla figura del giudice «guardiano della costituzione» al «giudice sceriffo», investito di un ruolo di supplenza «del potere giudiziario, in caso di assenza o di carenze del legislativo», che rivendicherà per sé un ruolo politico decisivo e una competenza illimitata che minerà i parametri classici della tripartizione dei poteri.
Si chiudeva così la parabola avviata decenni prima. Di fronte al richiamo della statualità l’originario impianto della teoria dell’interferenza escogitato con iniziali intenti progressisti si risolveva nel suo contrario: un efficiente apparato concettuale impiegato per definire modelli di regolazione disciplinare della società.

La giustizia è in crisi che fanno i giudici?

Luciano Violante
L’Unità, 27 settembre 1979

Il quarto congresso di Magistratura Democratica che inizia domani ad Urbino. può costituire un’occasione di particolare importanza per avviare in termini nuovi una riflessione sullo stato della giustizia, sui compiti e sulle responsabilità dei giudici.
[…]
La difficoltà di costruire una nuova egemonia ha frenato la cultura delle riforme istituzionali proprio quando si trattava di tradurre la progettualità teorica della prima metà degli anni settanta in quei meccanismi di spostamento di potere che sono tipici di un effettivo processo riformatore; l’impasse ha favorito la produzione di leggine settoriali ed ha prodotto nelle leggi più organiche elementi di ambiguità o addirittura silenzi su questioni di particolare rilievo: ciò è avvenuto ad esempio, per la legge sull’equo canone e per quella sull’aborto. Contemporaneamente l’attuazione di alcuni fondamentali principi della Costituzione, la novità dei processi sociali, l’emergere di nuovi soggetti politici hanno prodotto radicali mutamenti nella struttura stessa del partito. Appaiono sempre più superate le tradizionali distinzioni tra diritto pubblico e diritto privato. L’attuazione della riforma regionale e lo svilupparsi delle autonomie locali hanno dato vita ad un diritto amministrativo assai diverso da quello precedente, non più rotante attorno ad un rapporto di particolare prevalenza dello Stato nei confronti del cittadino, ma ancora privo di stabili coordinate. Gli studiosi del diritto privato hanno constatato lo sgretolamento dell’impianto concettuale del codice civile a causa del moltiplicarsi delle sedi di produzione legislativa (da quella comunitaria a quelle regionali) e perché la tutela degli interessi privati richiede sempre più spesso, oltre all’azione dei soggetti privati, l’intervento di organi pubblici: è un sistema di reciproci impegni tra interi pubblici e soggetti privati assai diverso dai vecchi capisaldi dell’autorizzazione e della concessione amministrativa, ma con linee di evoluzione ambigue, come dimostra la storia dell’intervento pubblico nell’economia.
[…]
Il diritto è uno strumento di tutela, di partecipazione e di governo ed incide profondamente nella vita sociale e nel costume politico; la crisi del diritto può aprire la strada ad importanti trasformazioni sociali se si ha la forza e la volontà di dirigerla. Ma spesso in questi momenti, attorno alla vecchia scienza giuridica si accorpano interessi potenti, che puntano alla riscoperta delle tranquillizzanti mitologie della neutralità del diritto e del giurista per servirsene come mezzo per la ricomposizione delle proprie contraddizioni e di superamento della propria crisi. Non è impossibile che forze conservatrici si muovano in questa direzione per ricondurre la crisi del vecchio sistema alla non-controllabilità dei giudici, denunciando la loro indipendenza e proponendone limitazioni. Gli approcci, per ora indiretti, alla questione della responsabilità politica, della responsabilità cioè delle scelte discrezionali del giudice, indicano questo come il terreno sul quale potranno avvenire i primi a fondo. Magistratura Democratica è consapevole di questi problemi? Ha colto che è in atto una durissima lotta tra vecchio e nuovo Stato, e che la giustizia può essere uno dei terreni privilegiati per questo scontro? Con quali idee e con quali analisi va al suo congresso? I punti fermi della relazione del segretario Salvatore Senese restano la giurisprudenza alternativa e il garantismo. D’accordo: ma bisogna entrare più nel merito delle questioni perché si tratta di politiche istituzionali alle quali occorre dare un obiettivo per non farne pure e semplici etichette. La giurisprudenza alternativa, non come giurisprudenza di colore, ma come interpretazione del diritto alla luce dei fondamentali diritti costituzionali, poteva avere di per sé un significato di rottura dieci anni fa, quando dall’altra parte c’era il monolitismo della Cassazione, l’ideologia della neutralità del diritto e del giudice; ma oggi? Anche quei magistrati che andando ben oltre le proprie prerogative, hanno sindacato atti di pura discrezionalità politica, potrebbero rivendicare l’alternatività della loro giurisprudenza e forse con qualche ardimento linguistico riuscirebbero a trovare nella costituzione perfino un puntello formale. Il garantismo è insieme una filosofia dei rapporti tra i cittadini e tra cittadini e stato, una politica istituzionale e una tecnica interpretativa delle leggi: ma in un sistema a maglie così larghe come il nostro può essere usato per le finalità più diverse. Non preoccupa certo l’uso strumentale delle garanzie processuali che fanno alcuni imputati, è un loro diritto. Preoccupa invece il richiamo al garantismo come forma di rafforzamento delle organizzazioni terroristiche cui fanno riferimento alcuni documenti dell’Autonomia organizzata (vedi «Lotta Continua» del 25 luglio). […]

Sequestro Gancia, dopo mezzo secolo l’ex Br Azzolini torna alla sbarra

Forzatura dopo forzatura va avanti l’inchiesta della procura della Dda Torino sulla sparatoria alla cascina Spiotta, nella quale trovarono la morte quarantotto anni fa l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la brigatista Mara Cagol. La vicenda, ormai prescritta dal punto di vista giuridico ma tenuta proceduralmente in vita dalla procura torinese grazie ad un espediente: l’uso di una aggravante (l’aver commesso un nuovo reato per sottrarsi ad uno precedente) che l’ex legge Cirielli non consente più di riequilibrare nel calcolo tra aggravanti e attenuanti, rendendo di fatto automatuica la pena dell’ergastolo e dunque l’imprescrittibilità. A questa prima circostanza se ne è aggiunta una seconda, «abnorme»: Lauro Azzolini, prosciolto con formula piena dal giudice istruttore di Alessandria che condusse la prima indagine, quando vigeva il vecchio codice di procedura penale Rocco, è tornato indagabile grazie alla revoca da parte del Gip di Torino della vecchia ordinanza-sentenza nel frattempo scomparsa nella alluvione del fiume Tanaro che nel 1994 colpì Alessandria e gli archivi del tribunale e che, per questo motivo, nessuno, l’accusa, la difesa e il Gip stesso, hanno mai potuto leggere. Una revoca alla cieca, insomma. In Alice nel paese delle meraviglie la regina di cuori sovvertendo le regole pronunciava la fatidica frase: «prima la sentenza poi il processo», ora è molto peggio, si processa e si vorrebbe condannare senza nemmeno la sentenza.

Tiziana Maiolo – L’Unità 17 Maggio 2023

Riscrivere la storia di cinquant’anni fa in un’aula giudiziaria. È il senso della decisione di una giudice di Torino di annullare una sentenza con cui un esponente delle Br, Lauro Azzolini, era stato assolto dall’accusa di aver sparato e ucciso un carabiniere e poi di essere scappato. La sentenza è sparita, forse annegata in un’alluvione. Ma va comunque revocata e l’ottantenne ex brigatista va riportato alla sbarra.

E poi, che cosa ve ne fate? Così disse Adriano Sofri di fronte alla possibilità che la terra di Francia “restituisse” all’Italia i suoi figli ex trasgressori e ora pacificati settantenni e ottantenni. Cosa che non avvenne perché diversi giudici, fino alla cassazione, presero le distanze dai procuratori allineati con il governo Macron e anche con quelli di Draghi e di Meloni. E quei giudici parlarono, tra l’altro, del diritto-dovere di considerare il tempo che passa e i cambiamenti delle persone. Senza questa naturale forma di oblio, lasciando la memoria agli storici più che ai giudici, esiste solo la vendetta. Che non è pane per lo Stato di diritto.

Una lezione che ha le radici nella “dottrina Mitterrand”, ma anche, per restare in terra italiana, nel diritto romano. Corpi estranei per certe procure e per certi organi antiterrorismo. Diversamente non avrebbe (non ha) senso il fatto che alla procura di Torino si stia cercando di resuscitare la preistoria del terrorismo italiano. Coinvolgendo in un tragico sequestro di persona di cinquanta anni fa l’ottantenne fondatore delle Brigate Rosse, Renato Curcio, con la formuletta, che credevamo solo craxiana, del “non poteva non sapere”. E poi, addirittura con un’accusa di omicidio, l’ottantenne ex brigatista Lauro Azzolini. Eppure sta succedendo.

Una pm della Dda, Diana de Martino, e due colleghi della procura di Torino, Emilio Gatti e Ciro Santoriello, stanno indagando da un anno e mezzo, hanno convocato un bel gruppo di ottantenni ex brigatisti, poi hanno emesso un’informazione di garanzia a carico di Renato Curcio per un sequestro di persona, nella sua veste di fondatore delle Brigate Rosse. E lui ha risposto, per nulla intimidito, fatemi sapere piuttosto come è morta mia moglie Margherita. Così ha squarciato il velo sulla storia di quel che accadde quarantotto anni fa in una cascina del Monferrato dove le Brigate Rosse avevano per la prima volta tenuto prigioniero, dopo averlo sequestrato vicino a casa, un imprenditore, il “re dello spumante” Vittorio Vallarino Gancia, morto novantenne pochi mesi fa.

E’ paradossale, il paradosso della giustizia italiana, che stiamo raccontando una storia che pare quasi ambientata in una casa di riposo. Perché questa generazione di procuratori-storiografi pare non accontentarsi più delle indagini sulla mafia di trent’anni fa, ma ha la pretesa di fare una “nuova giustizia” anche sul terrorismo di cinquant’anni fa. Così, dal momento che la giudice delle indagini preliminari di Torino, Anna Mascolo, ha deciso ieri di accogliere la richiesta dei procuratori, si riapriranno ufficialmente le indagini su un tragico fatto del 5 giugno 1975, quando alla cascina Spiotta, tra le colline dell’alessandrino, dove le Br tenevano segregato Vittorio Vallarino Gancia, in un conflitto a fuoco con i carabinieri, furono uccisi l’appuntato Giovanni D’Alfonso e la brigatista Margherita Cagol, nome di battaglia “Mara”. Un secondo esponente delle Br era riuscito a fuggire. Non è stato mai identificato in tutti questi anni, nonostante le indagini abbiano tentato di portare alla sbarra in particolare Lauro Azzolini, che però fu assolto da un giudice istruttore, con il vecchio rito, per non aver commesso il fatto.

Ora l’ex capo della colonna torinese delle Br è iscritto nel registro degli indagati per omicidio, sulla base di due labilissimi indizi tra loro collegati. Il primo: le perizie dei Ris avrebbero rilevato 11 impronte digitali di Azzolini sui fogli dattiloscritti di una relazione che su quei fatti avrebbe stilato una fonte interna al gruppo terroristico e che è stata ritrovata in una base logistica di Milano. Quelle impronte, sostengono gli investigatori, sembravano intrise di sudore, sintomo di uno stato emotivo, come se chi aveva tenuto quei fogli in mano fosse stato la stessa persona che li aveva scritti. E chi, se non il protagonista stesso di quella tragica giornata? Il secondo indizio l’avrebbe fornito lo stesso Renato Curcio, il quale, in un suo libro, ha sostenuto che quella relazione, che era girata tra diverse mani, dava la versione esatta dei fatti per come erano accaduti, perché era stata scritta dall’esponente delle Br che era stato presente. Ma che cosa dimostra che fosse proprio Azzolini e non uno dei tanti che quei fogli avevano avuto in mano?

Nell’udienza che si è svolta il 9 maggio nell’ufficio della gip di Torino, naturalmente l’avvocato Davide Steccanella, difensore di Azzolini, ha potuto con una certa facilità dare battaglia proprio a partire dalla fragilità degli elementi indiziari raccolti dall’accusa. Il primo è addirittura paradossale, perché l’atto istruttorio che il 3 novembre 1987 ha assolto Lauro Azzolini per non aver commesso il fatto è sparito. Ma è sul merito dell’inchiesta che si mostra la debolezza di questa nuova pretesa punitiva. Intanto le date. Il fatto tragico della cascina Spiotta è del 5 giugno 1975, il ritrovamento del memoriale è di oltre sette mesi dopo, il 18 gennaio 1976 nell’appartamento milanese di via Maderno, quando i fogli sono già passati di mano in mano e non si sa chi li abbia consegnati a Renato Curcio. Lui nel libro, scritto nel 1993, quindi a quasi vent’anni di distanza, ricorda che quel testo era stato scritto da un militante che era stato presente ai fatti tragici di quel giorno. E avanza molti dubbi sulla dinamica di quella sparatoria e sull’uccisione di Mara Cagol, che potrebbe esser stata colpita mentre era con le braccia alzate in segno di resa.

Ma c’è un punto centrale: la descrizione che del brigatista fuggitivo avevano fatto tutti coloro che erano presenti quel giorno alla cascina Spiotta, cioè i tre carabinieri sopravvissuti, il maresciallo Cattafi, l’appuntato Barberis e il tenente Rocca, oltre al sequestrato Vallarino Gancia. Descrivono l’esponente delle Br come alto tra un metro settanta e uno e settantacinque, centimetro più centimetro meno. Ora va detto che Lauro Azzolini era alto oltre uno e novanta, statura rarissima negli anni settanta. Sarebbe stato descritto come un omone e sarebbe stato notato per questa sua particolarità, se fosse stato lui a essere presente e a sparare. Ma ha senso tutto ciò? Che giustizia è -lo diciamo anche ai figli dell’appuntato Giovanni D’Alfonso, ucciso in quel conflitto- quella che arriva cinquant’anni dopo? E che poi magari non arriva perché, ammesso che si giunga a un rinvio a giudizio e poi al primo e secondo e terzo grado di processo, sarà poi inevitabile arrivare a una dichiarazione di prescrizione. E all’ennesimo fallimento dello Stato di diritto.

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