Il Pci e gli amici americani /2

«Alla fine degli anni 70 l’ambasciata americana a Roma era in rapporto con 9 dei 32 membri della Direzione del Partito comunista e con 25 dei suoi 169 membri del Comitato centrale. A livello periferico i consolati avevano contatti con circa 80 segretari delle strutture regionali e provinciali o con eletti locali del Pci». La restituzione del contesto storico sbriciola il principale movente che ha alimentato la letteratura dietrologica negli ultimi decenni – Leggi qui la Prima parte

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Dalla metà degli anni Settanta il Pci e l’ambasciata americana avviano una sorta di «politica dei contatti», una tessitura che passava attraverso relazioni di vario livello, soprattutto riservate, in alcune circostanze molto formali anche di natura pubblica, con esponenti della diplomazia e dell’intelligence statunitense. Eurocomunismo e compromesso storico, le due novità politiche introdotte da Berlinguer, avevano dato al Pci un rilievo internazionale attorno al quale ruotava l’inevitabile attenzione e l’interesse delle cancellerie occidentali per capire meglio i possibili sviluppi della situazione, adeguarsi alla possibile entrata nel governo del più importante partito comunista d’Occidente che alle elezioni regionali del 1975 aveva compiuto un balzo di 5 punti, minacciando il primato trentennale della Dc.

Il rapporto Boies

Proprio nel 1975 fu preparata una relazione, nota come Rapporto Boies, dal nome del primo segretario dell’ambasciata degli Stati uniti a Roma, Robert Boies, estensore del testo e forse funzionario della Cia sotto copertura, nel quale si prospettava l’arrivo al potere nel breve periodo del Pci. L’opinione però era in contrasto con le convinzioni del segretario di Stato, Henry Kissinger, e per queste ragioni non produsse effetti immediati; tuttavia, come ha spiegato il professor Joseph La Palombara, era condivisa da molti1. D’altronde, prosegue La Palombara, «vari personaggi che all’epoca testimoniarono al Congresso sul “caso Italia” ne erano convinti, e le elezioni del 1976 confermarono l’onda lunga comunista. Scrissi in quel momento che m’aspettavo anch’io il Pci al governo, ma non da solo e non senza problemi»2. La Cia sosteneva la necessità di aprire rapporti con il Pci e di individuarne gli interlocutori giusti in vista di un suo probabile accesso al governo e l’analisi di Boies era frutto di un lavoro protratto nel tempo: il 13 agosto 1974, infatti, Sergio Segre, responsabile della sezione Esteri del Pci, aveva già riferito a Berlinguer di alcuni incontri avuti con Boies poco tempo prima del suo rientro negli Stati uniti. In procinto di lasciare l’ambasciata, Boies aveva quindi presentato a Segre il suo successore, Martin Arthur Weenick. Nel corso di quell’incontro – riferisce Segre – il nuovo primo segretario dell’ambasciata Usa aveva ritenuto maturi i tempi di «un dialogo fruttuoso» tra le parti «superando le barriere di questi anni»3.

La politica dei contatti
Prima del 1975, scrive Silvio Pons, Segre era stato il solo esponente del Pci ammesso ad avere rapporti con l’ambasciata americana4, ma dal 1975 anche Luciano Barca entrò a far parte di quella dinamica. E fu proprio Barca a raccontare per primo l’incontro tra un membro della Direzione del Pci ed emissari del governo degli Stati Uniti: «Nel giugno del 75, per iniziativa americana il primo segretario dell’ambasciata americana Weenick, con la motivazione di voler meglio capire la politica economica del Pci, prende contatto con me (ovviamente autorizzato da Berlinguer). È la prima volta che viene stabilito un contatto diretto con un membro della Direzione del Pci, anche se mascherato da interesse per le nostre proposte economiche. In realtà questo interesse non era solo una maschera tanto che al secondo incontro partecipò anche il rappresentante del Tesoro americano. Poiché gli incontri cominciarono ad essere periodici e ad entrare sempre più in questioni politiche decidemmo con Berlinguer di porre a Weenick la necessità di incontrare, prima di una nuova colazione, Giancarlo Pajetta, membro della Segreteria e nostro «ministro degli Esteri». La richiesta spaventò evidentemente l’ambasciatore e il Dipartimento di Stato perché bloccò per circa due mesi gli incontri. Alla fine entrambi accettarono un mio invito a pranzo da Piperno [noto ristorante situato nel Ghetto a Roma. Ndr]. Il primo contatto fu brusco. Pajetta si presenta ed esordisce così: “Non riesco a capire perché un membro della segreteria del Partito comunista – lui era molto conscio del suo ruolo, io l’ho visto anche all’estero, è un vero ministro degli esteri, difensore in tutte le occasioni della dignità italiana – non debba avere paura di incontrare un alto ufficiale della Cia, e un alto ufficiale della Cia debba aver tanta paura di me”. Così è iniziato l’incontro, e Weenick, da buon incassatore, ha risolto tutto sorridendo»5. Alla vigilia del primo incontro Barca aveva cercato di capire se il funzionario dell’ambasciata americana fosse un uomo della Cia: «Mi fu detto di sì e mi fu specificato che come tale era stato espulso da Mosca, a causa dei contatti che cercava con i dissidenti sovietici»6. Che Weenick fosse veramente un agente sotto copertura della Cia incaricato di raccogliere da fonti dirette informazioni sulla evoluzione del Pci non è del tutto certo (ed è anche secondario), e anni dopo Barca ricevette una diversa informazione che situava il funzionario alle dipendenze del Dipartimento di Stato. Ciò che risulta rilevante sul piano storico è il fatto che due importanti dirigenti del Pci, su mandato del segretario e della sezione Esteri del partito, si incontrarono per diverso tempo con un funzionario che consapevolmente ritenevano essere un membro dell’agenzia di intelligence Usa. L’esito degli incontri fu molto positivo, tanto che poi «sono cominciati ad arrivare altri americani, anche quelli della Exxon tra gli altri, tutti in cerca di assicurazioni nel caso il Pci andasse al governo. Noi a tutti esponevamo la nostra politica: non volevamo nazionalizzare, ma anzi volevamo vendere molte aziende Iri non strategiche. Ciò li tranquillizzava. Molti rappresentanti di gruppi americani, forse perché vittime della corruzione dilagante in Italia e del crescente intreccio tra affari e politica, apprezzarono molto il discorso di Berlinguer sull’austerità (1977) che mostrarono di aver capito meglio della destra del nostro partito»7. Tra i cablo inviati dalla sede diplomatica romana al dipartimento di Stato ce n’è uno del 2 maggio 1978 che riferisce il risultato di una delle conversazioni periodiche che Barca teneva con i funzionari dell’ambasciata, svoltasi il 20 aprile precedente. Vi si può leggere che «l’alto esponente del Pci ci ha detto che il suo partito resta fermamente contrario a negoziati che portino a concessioni ai rapitori di Aldo Moro» e ha «fornito al governo delle informazioni su ex membri del Pci che adesso si ritiene stiano cooperando con i terroristi dell’estrema sinistra». «Sin dal rapimento – sono le parole di Barca riportate nel cablo – nel corso dell’ultimo anno il Pci ha consegnato al ministero degli Interni informazioni anche su alcuni nostri amici che riteniamo stiano partecipando a gruppi delle Br presenti in certe aziende come Sip e Siemens». Alle osservazioni del funzionario che lamenta un articolo di Macaluso apparso su l’Unità nel quale si suggerisce il coinvolgimento della Cia nel rapimento Moro, Barca replica: «La direzione del Pci ha ordinato, a lui e altri, di astenersi dal ripetere tali accuse senza fondamento poiché il Pci non ha alcun elemento che possa suggerire un coinvolgimento della Cia nel rapimento»8.

Carter e “la diplomazia delle conferenze”
Con l’arrivo alla Casa Bianca di Jimmy Carter, nel gennaio 1977, trovò nuovo slancio la «diplomazia delle conferenze» ossia l’idea di ricorrere alla politologia come arma diplomatica, invitando negli Usa gli esponenti dell’Eurocomunismo a tenere dei cicli di lezioni nelle università. Sostenere lo sganciamento dei partiti comunisti occidentali dalla sfera d’influenza sovietica rientrava nella strategia americana, che mirava a rafforzare le spinte di dissenso all’interno del campo socialista. «Prima di fare una richiesta formale all’amministrazione abbiamo comunque sondato l’ambiente», racconta La Palombara: «Cyrus Vance [il nuovo segretario di Stato] lo conoscevo da prima, in qualità di membro del consiglio d’amministrazione della Yale University. “Zibig” Brzezinski, che ora era consigliere per la Sicurezza nazionale, avrebbe già potuto dirci se l’idea era ok». Anche il presidente Carter era informato, spiega La Palombara, «perché Brzezinski non era certamente in grado, da solo, di mutare la politica dei visti ai dirigenti comunisti. A tal fine, inoltre, occorreva un lavoro di preparazione con il Congresso americano, e con i nostri sindacati, Afl-Cio, da sempre ferocemente anticomunisti. Insomma non bastava che Brzezinski bussasse allo studio ovale, soprattutto dopo le elezioni italiane del 1976»9.
 Tra coloro che si attivarono per creare un canale di comunicazione tra la nuova amministrazione statunitense e il Pci troviamo Franco Modigliani, futuro premio Nobel per l’economia, che venne più volte consultato dal Dipartimento di Stato sulla situazione economica e politica italiana. Questi aveva consigliato l’apertura al Pci e alla Cgil, ritenuti i soli in grado di arginare la protesta sociale e far accettare i sacrifici richiesti. Nel corso del 1976 aveva più volte incontrato Napolitano, in quel momento responsabile del settore economico del Pci10.

La diplomazia personale di Giorgio Napolitano
Nel novembre del 1976, dunque prima dell’insediamento ufficiale di Carter, giunse in visita a Roma il senatore Ted Kennedy. Sembrò l’occasione ideale per un incontro con un esponente del Pci, o almeno questa era la convinzione di Napolitano che, sia pur privo di incarichi nella politica estera del partito, fece di tutto per accreditarsi. L’entourage del senatore Kennedy agì in modo prudente e sotto stretta osservazione dell’ambasciata, che riferiva ogni suo movimento al Dipartimento di Stato. Oltre al presidente della Repubblica Leone, al presidente del consiglio Andreotti e al presidente della Fiat Gianni Agnelli, i politici ammessi agli incontri ufficiali furono solo i segretari della Dc, Zaccagnini, e del Psi, Craxi. Il responsabile dell’ufficio Esteri del Pci, Sergio Segre, ricevette un invito unicamente per la cena di cortesia insieme ad altri 30 ospiti. Kennedy non volle che l’evento fosse fotografato e l’ambasciatore Volpe riportò a Kissinger ogni minimo dettaglio, anche la disposizione a tavola degli invitati. In quella circostanza, riferisce Volpe in un documento stilato per il Segretario di Stato, «ci risulta che siano stati fatti almeno tre tentativi per inserire l’esperto economico del Pci, Napolitano, nella lista degli incontri, ma la squadra di Kennedy ha rifiutato»11. Una dimostrazione della pervicacia del personaggio e della propensione a tessere una sua diplomazia personale accanto a quella del partito.

La politica di «non interferenza, non indifferenza»
Nel marzo del 1977 arrivò da parte della nuova amministrazione democratica un primo prudente segnale di cambiamento: il segretario di Stato Vance e il ministro del tesoro Michael Blumenthal stilarono un memorandum per il presidente dove si tracciavano le linee della cosiddetta politica di «non interferenza, non indifferenza», riguardo alla scelte che il governo di Roma avrebbe effettuato nel caso di un coinvolgimento del comunisti nell’esecutivo. Una strategia che modificava l’interventismo praticato da Kissinger durante le presidenze Nixon e Ford. Nello stesso documento si davano indicazioni meno rigide sui visti d’ingresso da rilasciare ai dirigenti del Pci e si fornivano nuove direttive sulla «politica dei contatti» da tenere con gli esponenti di quel partito. Era questo il quadro all’interno del quale doveva operare il nuovo ambasciatore scelto da Washington: Richard N. Gardner, giovane avvocato e professore di diritto internazionale alla Columbia University12. Divisa al suo interno su quelli che sarebbero stati gli sviluppi della situazione politica italiana, l’amministrazione statunitense assumeva una posizione di prudenza, e apparentemente attendista, che in sostanza chiedeva al Pci di fornire le conferme del proprio mutato atteggiamento in politica internazionale, dando prova della propria affidabilità, prima di essere chiamata ad assumere una diversa posizione nei suoi confronti. Gardner aveva il compito di svolgere, come vedremo, questa «politica degli esami», un delicato lavoro di approfondimento e verifica. «Ricevemmo dettagliate istruzioni dal dipartimento di Stato – scriverà nelle sue memorie – che consentivano un approfondimento dei contatti con il Partito comunista», estese anche a funzionari del Pci con o senza incarichi pubblici ma con modalità che non suscitassero «l’impressione che i comunisti avessero improvvisamente guadagnato il favore americano». Fu così che Martin Weenick, il funzionario addetto ai rapporti con il Pci che aveva già contatti regolari con Sergio Segre e «occasionali con altre tre o quattro persone», poté «vedere anche membri di spicco della segreteria del partito, come Pajetta e Napolitano»13.

Ramificazione dei contatti tra esponenti Pci e funzionari dell’ambasciata
L’estensione e l’approfondimento di queste relazioni fu tale che, racconta sempre l’ambasciatore, in un bilancio «della nostra politica dei contatti eseguito due anni dopo risultò che in quel momento l’ambasciata era in rapporto con 9 dei 32 membri della Direzione del Partito comunista e con 25 dei suoi 169 membri del Comitato centrale»14. A livello periferico i consolati avevano contatti con circa 80 segretari delle strutture regionali e provinciali o con eletti locali del Pci. Un rapporto della sezione politica dell’ambasciata riassumeva in questo modo la situazione: «Riteniamo un successo il programma di contatti. Ampliarli ci ha consentito di avere una più approfondita comprensione del partito e di formulare su di esso giudizi più accurati. Abbiamo avuto abbastanza successo nell’anticipare le sue mosse»15. Una ulteriore conferma di questa ramificazione e della profondità dei contatti tra diplomatici dell’ambasciata e apparato del Pci viene da una nota del 1 aprile 1978 nella quale il segretario della federazione provinciale di Piacenza, Romano Repetti, riferiva sull’incontro avuto con il console americano di Milano, Thomas Fina. Nella stessa occasione il console aveva visto anche responsabili della Cgil. Obiettivo del console era sondare le opinioni dei gruppi dirigenti provinciali, capire quanto la linea del gruppo dirigente centrale trovasse adesione nei vertici periferici. Tra i temi affrontati, al primo posto ci fu il sequestro Moro. «Il Console ha osservato – scrive Repetti – che esso avrebbe in qualche modo avvantaggiato il Pci perché aveva fatto superare alla base comunista lo scontento per la composizione del governo e perché qualificava il nostro partito nella pronta e concorde approvazione delle misure di rafforzamento dell’azione delle forze dell’Ordine e della Magistratura contro la criminalità. Ha manifestato la sua sorpresa per la grande risposta unitaria dei lavoratori nella giornata del rapimento, rilevato che per la prima volta nelle manifestazioni le bandiere rosse erano mescolate con quelle della Dc. Ha chiesto se il nostro partito aveva ordinato agli operai di uscire dalle fabbriche. Ha espresso interesse e meraviglia per quello che gli ho spiegato essere il naturale comportamento dei sindaci in circostanze come queste, cioè di convocare immediatamente riunioni con i dirigenti dei partiti e dei sindacati per concordare e promuovere iniziative unitarie»16. Nel luglio successivo il console approfondì i suoi contatti incontrando «due dozzine di funzionari Pci» della Lombardia arrivando alla conclusione che il «Pci in questa regione ha attraversato dei cambiamenti fondamentali» fino al punto da «far dire a molti responsabili locali sostanzialmente onesti che essi sostengono il modello di democrazia occidentale, inclusa la lealtà a Comunità europea e Nato». Il giudizio tuttavia non era condiviso dall’ambasciata di Roma che in un cablo del 19 luglio parlava di «conclusioni troppo ottimistiche» che a giudizio dell’ambasciatore Gardner non trovavano riscontro tra i dirigenti nazionali del partito17.

«Basta con la Dc», il dibattito in via Veneto
Il 3 marzo Allen Holmes, vice di Gardner e soprattutto Deputy Chief of Mission, ovvero diplomatico più alto in grado in via Veneto – perché Gardner era un ambasciatore di nomina politica – firmò un telegramma di undici pagine intitolato A dissenting of American politicy in Italy nel quale mostrava di dissentire radicalmente dalla politica estera statunitense condotta fino a quel momento in Italia. Il testo metteva informa un’opinione minoritaria ma presente nell’amministrazione Carter, che riteneva ormai superata «l’attitudine interventista» e la convinzione che l’Italia dovesse ancora essere considerata «una nazione a sovranità limitata»18. Il diplomatico suggeriva a Washington una «revisione politica che deve affrontare i fatti», i quali mostravano che l’alleanza con i democratico-cristiani aveva comportato «diversi svantaggi», trasformando l’America in «un fattore della politica interna italiana» che «ci porta a sminuire i fallimenti della Dc e a sopravvalutare la sua capacità di autoriformarsi». Il bilancio, secondo Holmes, era fallimentare: «Dovremmo essere onesti e ammettere che la perpetuazione al potere di un singolo partito non significa avere una democrazia sana» e che se in trent’anni gli Stati uniti non sono riusciti a «rafforzare la democrazia in Italia farebbero bene a lasciar perdere». Per il vice di Gardner andava rivisto «l’immutabile atteggiamento rispetto al Pci che invece sta cambiando»; a suo avviso l’amministrazione Usa era ferma «alle analisi del 1950 che lo descrivevano come il partito dei poveri mentre l’arricchimento della popolazione ha portato a un suo rafforzamento» e «la tradizione rivoluzionaria del Pci non è quella russa, i comunisti italiani non sanno nulla del comunismo russo e i suoi leader sono intellettuali marxisti dell’Ovest non dell’Est». Per il Deputy Chief di via Veneto, «la collaborazione con il governo Andreotti dal 1976, gli atteggiamenti responsabili sull’ordine pubblico, le posizioni moderate sull’economia, la formale accettazione della Nato e della Comunità europea, il discorso di Berlinguer al XIV Congresso del partito e la decisione della Cgil di abbandonare l’Organizzazione internazionale del lavoro [non potevano essere considerate] operazioni di facciata»19. 2/continua

Fonte: Paolo Persichetti in, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2007

th_1dd1d6fe940b0becc9a0299f6069644e_br_cop Recensione

Note
1 Intervista a Joseph La Palombara (Politologo della università di Yale, tra i maggiori esperti della politica italiana, nel biennio 1980-81 fu capo dell’ufficio culturale dell’ambasciata americana a Roma) di G. Cubeddu, Alla ricerca della solidarietà nazionale, http://www.30giorni.it,4 aprile 2008, p. 3 (http://www.30giorni.it/articoli_id_17702_l1.htm).
2 Ibid.
3 Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Microfilm 080, Estero 1974, f. 401.
4 S. Pons, Berlinguer e la fine del comunismo, Einaudi, 2006, cit., p. 50.
5 L. Barca, Il Pci e l’Europa, intervista rilasciata a Paolo Ferrari, «Menabò di etica e economia impresa», 20 giugno 2004, (http://www.eticaeconomia.it/intervista-al-senatore-luciano-barca/), scaricato il 26 aprile 2016), ma anche L. Barca, Cronache dall’interno del vertice del Pci, Rubettino Roma, 2005, vol. II, pp. 601-603.
6 Ibid.
7 Ibid.
8 M. Molinari, Governo ombra. I documenti segreti degli USA sull’Italia degli anni di piombo, Rizzoli, 2012, p. 109-112. Barca riferisce anche che Macaluso «è stato rimproverato per non aver informato il partito sul coinvolgimento di una figlia acquisita in un gruppo di estrema sinistra». Si trattava di Fiora Pirri Ardizzone.
9 J. La Palombara, Alla ricerca della solidarietà nazionale, Op. cit. p. 3.
10 F. Modigliani, L’impegno civile di un economista, a cura di Pier Francesco Asso, Protagon – Fondazione del Monte dei Paschi di Siena, 2007, pp. 35-37, cit. in P. Chessa, L’ultimo comunista. La presa del potere di Giorgio Napolitano, Chiarelettere, Roma 2013, p. 140.
11 la Repubblica, 8 aprile 2013, «Quell’incontro con Napolitano che Ted Kennedy rifiutò tre volte».
12 R.N. Gardner, Mission Italy, Gli anni di piombo raccontati dall’ambasciatore americano a Roma 1977-1981, Mondadori, Milano 2004 Italy, cit.
13 Ivi, p. 124. Cfr L. Barca, Il Pci e l’Europa, intervista rilasciata a Paolo Ferrari, «Menabò di etica e economia impresa», 20 giugno 2004, (http://www.eticaeconomia.it/intervista-al-senatore-luciano-barca/).
14 R.N. Gardner, Mission Italy, cit., p. 125.

Maggio 1978, il viaggio mancato di Berlinguer negli Usa /1

berlinguer-unita-eccociNel luglio del 1977 la nuova amministrazione Carter autorizza l’apertura di un ufficio di corrispondenza de l’Unità a Washington. La direzione del giornale in accordo con quella del Pci inviò sul posto un giornalista di provata esperienza, Alberto Jacoviello, che oltre al ruolo di corrispondente svolse nei fatti anche quello di ambasciatore del Pci in ambienti accademici e politici1. L’ambasciatore Usa in Italia, Richard Gardner, rivendicò per sé questo passo: «Fin dai miei primi mesi come ambasciatore ero riuscito a convincere Washington ad approvare l’apertura di un ufficio dell’“Unità” nella capitale statunitense»2. Un lavoro che cominciò a dare presto i suoi frutti: il 18 novembre 1977 giunse alla sezione Esteri del Pci una lettera dal Dipartimento di scienze politiche dell’università di Yale. Su sollecitazione della professoressa Yasmine Ergas, intenzionata a tradurre il libro di Enrico Berlinguer, La politica internazionale dei comunisti italiani3, il professor Joseph La Palombara4 chiedeva se il segretario del Pci fosse disponibile a scrivere una prefazione per la traduzione americana. La missiva era in realtà un buon pretesto per sondare nuovamente le intenzioni del segretario comunista sulla possibilità di un suo viaggio negli Stati Uniti. La Palombara chiedeva anche se Berlinguer potesse prendere in considerazione un invito, del quale non abbiamo però altra fonte o conferma, formulato un po’ di tempo prima dalla sua università per recarsi a Yale come «Chubb Fellow», una posizione di prestigio per i conferenzieri propria della Yale University. Questa posizione, proseguiva La Palombara, «è la formula con la quale Santiago Carrillo è stato qui questa settimana e sono certo che potrà dire che è una formula ideale»5. 

Invitato per un ciclo di conferenze, il segretario dei comunisti spagnoli Santiago Carrillo era giunto a Yale quattro giorni prima, il 14 novembre1977, tenendo una serie di incontri durante i quali aveva evitato di presentarsi come «ambasciatore dell’eurocomunismo» per non irritare eccessivamente il Pcus. Nonostante questa precauzione riuscì lo stesso a suscitare scalpore, in Spagna e in Europa, dichiarando – senza aver prima consultato nessun altro dirigente del suo partito – che il Pce non era più «leninista». L’affermazione colpì favorevolmente Brzezinski, il quale compilò una sua personale classifica di affidabilità, ritenendo i comunisti italiani e francesi destalinizzati, a differenza dei portoghesi, ma ancora troppo leninisti6. Nel resto della sua lettera, La Palombara spiegava di non voler minimizzare «i problemi concernenti le norme e la realizzazione di questo tipo di visita […]. Naturalmente ci vorrà un certo tempo, una considerevole riflessione ed una accurata preparazione per sistemare tutto in modo che sia soddisfacente per Berlinguer. Il mio parere è che tale visita potesse coincidere con l’uscita qui del libro di Berlinguer. Per favore, può seguire questa questione e farmi sapere quale sia il Suo pensiero per risolverla?»7. 

La lettera di La Palombara ha una indubbia rilevanza storiografica: scopriamo infatti che erano ben due i dirigenti del Pci invitati negli gli Stati uniti. La circostanza solleva interessanti interrogativi poiché il visto finale lo ottenne solo Napolitano, responsabile della politica economica del Pci, e non il segretario generale Berlinguer. La proposta di La Palombara si arenò perché un secondo invito per tenere un ciclo di conferenze negli Stati Uniti programmato per il mese di maggio 1978 pervenne a Berlinguer l’8 febbraio 1978 da una seconda sede, la New York University. La lettera, indirizzata al responsabile dell’ufficio Esteri del Pci Segre, era firmata da Norman Birnbaum, sociologo dell’Amherst College ed esponente dell’ala sinistra del partito democratico statunitense. L’invito, era stato preceduto da un incontro a gennaio con lo stesso Segre8. Secondo Pons, che dedica alla vicenda un succinto commento, il viaggio di Berlinguer non ebbe luogo «forse a causa dell’affare Moro»9. Se è probabile che l’esito mortale del sequestro e gli effetti che produsse sul quadro politico abbiano indotto Berlinguer a rinunciare al viaggio, dagli archivi del Pci emergono anche segnali di una certa prudenza verso l’invito di Birnbaum. 
Franco Calamandrei, senatore e membro della Commissione esteri, che ebbe modo di incontrare l’universitario americano il 19 gennaio 1978, scrisse in una relazione inviata al partito che il docente era stato «indicato fra i tanti più o meno collegati con la Cia»10. Una voce, più che una informazione, fin troppo generica ma forse sufficiente per consigliare prudenza. Anche altre circostanze invitarono alla cautela, come la collocazione politica del docente, molto critica nei confronti dell’amministrazione Carter, situazione che poteva sollevare problemi di opportunità diplomatica per una viaggio così delicato. Resta senza risposta, invece, l’esito infruttuoso dell’invito di La Palombara e a oggi non sappiamo se fu una scelta autonoma dell’amministrazione Usa, che ritenne di selezionare l’esponente del Pci considerato più affidabile (Giorgio Napolitano), oppure di una decisione interna al gruppo dirigente comunista. 1/continua

Leggi qui la seconda puntata

Fonte: Paolo Persichetti in, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2007

th_1dd1d6fe940b0becc9a0299f6069644e_br_cop Recensione

Note
1 Pasquale Chessa, L’ultimo comunista, Chiarelettere, 2013, cit., p. 129.
2 R.N. Gardner, Mission Italy, Gli anni di piombo raccontati dall’ambasciatore americano a Roma 1977-1981, Mondadori, Milano 2004, p. 244.
3 E. Berlinguer, La politica internazionale dei comunisti italiani. 1975-76, Editori Riuniti, Roma, 1976.
4 Politologo della università di Yale, tra i maggiori esperti della politica italiana, nel biennio 1980-81 fu capo dell’ufficio culturale dell’ambasciata americana a Roma.
5 Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Microfilm 0310, 1078 Esteri, f. 1185. L’originale in inglese della lettera si trova nel microfilm 0310, f. 1184.
6 l’Unità, 16 novembre 1977.
7 Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Microfilm 0310, 1078 Esteri, cit.
8 Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, Esteri lettera 8 febbraio 1978, b. 2477.
9 S. Pons, Berlinguer e la fine del comunismo, Einaudi, 2006, cit., p. 135.
10 Fondazione Gramsci, Archivio Partito Comunista, 1978, Segreteria, Microfilm 7801, f. 0087, citato in P. Chessa, L’ultimo comunista, Chiarelettere, 2013, cit., p. 139.

L’omaggio a Salvatore Ricciardi e l’occupazione poliziesca di san Lorenzo

Il saluto che compagni e amici romani hanno voluto donare ieri a Salvatore Ricciardi è terminato con 16 automezzi della polizia e dei carabinieri, tra cui 7 blindati, intervenuti per bloccare le vie di san Lorenzo, elicotteri che volteggiavano su via dei Volsci, una trentina di persone identificate e il quartiere alle finestre. Una signora con le buste della spesa in mano indignata per l’occupazione poliziesca se n’è andata esclamando: «manco le Brigate rosse». Salvatore Ricciardi si è fatto riconoscere. Immediatamente le cronache online di alcuni giornali e siti di informazione (?), ripresi stamani anche da quotidiani come Repubblica, Giornale e Messaggero, hanno diffuso una versione  dei fatti che definire fantasiosa è ancora poco, parlando di un corteo che per alcuni sarebbe partito dalla camera ardente del policlinico Umberto I, dove il corpo di Salvo è stato esposto per l’ultimo saluto di familiari ed amici, per poi dirigersi verso le strade di san Lorenzo fin sotto la sede di Radio Onda Rossa. Qui addirittura ci sarebbe stato un uso degli idranti per disperdere la folla in corteo… Nulla di tutto questo è avvenuto. Non sappiamo come si sia diffusa questa narrazione falsa della mattinata, forse si è trattato di un tentativo di giustificare ex-post l’imponente dispositivo di polizia mobilitato senza motivo sulla scia della circolare del ministero dell’Interno che ha lanciato allarmi contro possibili tensioni sociali e mobilitazioni delle «aree estremiste». Nel corso delle settimane, con un crescendo assai preoccupante, le forze dell’ordine hanno accentuato il loro margine di autonomia interpretativa delle misure restrittive previste nei decreti anticovid, accrescendo l’approccio repressivo rispetto all’iniziale atteggiamento dissuasivo, alimentando paure fantasmatiche per giustificare l’accrescimento del loro ruolo. L’azzeramento degli spazi sociali, la desertificazione urbana, la reclusione abitativa, l’annullamento della dialettica politica e sociale, hanno creato un vuoto che inevitabilmente viene occupato da altre forze. Bisognerà, appena le condizioni sanitarie lo permetteranno, tornare a riprendere le piazze, animare le strade e i marciapiedi, rioccupare la città, ridare vita ad una intensa dialettica sociale e politica.
In ogni caso, come mostrano le immagini diffuse, il saluto a Salvo si è tenuto in forma stanziale sotto la sede di Radio Onda Rossa, dove amici e compagni hanno atteso l’arrivo del feretro, rispettando i criteri sanitari richiesti in questi tempi di Covid: le persone avevano mascherine, molti i guanti, ed erano disposte a distanza di sicurezza tra loro con una densità di certo inferiore alle file che si sono viste in questi ultimi giorni davanti ai supermercati, assaltati per gli acquisti di Pasqua. Il saluto, emotivamente intenso, si è protratto per un quarto d’ora scarso e poi il feretro si è avviato girando per via degli Equi (nella foto qui sotto si intravede sulla sinistra). Un gruppo si è poi diretto verso le mura Aureliane (visibili sul fondo della foto) per realizzare la scritta “Ciao Salvo” (che potete vedere più in basso). Ed è a questo punto, quando la scritta era quasi terminata, che sono arrivati i mezzi di polizia a sirene spiegate bloccando tutte le vie di uscita, mentre personale di polizia e carabinieri in assetto antisommossa sono scesi accerchiando i presenti che assistevano alla trascrizione, così producendo il primo assembramento della giornata (Foto in basso). Anziché lasciare aperto un corridoio per permettere  alle persone di defluire e consentire loro di mantenere la distanza, le hanno strette pretendendo di identificarle, situazione che ha sucitato accese discussioni. Alla fine tutto si è concluso con l’identificazione di chi era rimasto nella rete mentre il quartiere è stato occupato per diverse ore dalle forze di polizia senza alcun motivo.
Siamo sicuri che Salvo si sarà divertito molto!

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“Salvo è vivo, i morti siete voi!”. Un commento a proposito del dispiegamento di polizia dopo il saluto a Salvatore Ricciardi

di Lai Yiu-fai

92817505_2637853416324757_1894055997438164992_oL’ottusità del potere è assai spesso fonte di tragedie. La frase “sarà una risata che vi seppellirà” del celebre manifesto con la foto di un ridente anarcosindacalista tratto in arresto è ahinoi una illusoria consolazione a fronte delle tante lacrime versate e dei patimenti subiti a seguito delle angherie repressive. Ci sono però occasioni in cui la stoltezza di chi ci governa si traduce in effetti ridicoli che riescono a strappare un sorriso. Non è molto, non li seppellirà, ma quantomeno può aiutarci ad affrontare momenti difficili e dolorosi. Così è stato per lo schieramento di forze di polizia che nella mattinata dell’11 aprile 2020 ha provato a impedire l’ultimo saluto a Salvatore Ricciardi nelle strade del quartiere di san Lorenzo a Roma: agenti in tenuta anti-sommossa, volanti, blindati e, come se non bastasse, elicotteri volteggianti in cielo. Qualcuno dei partecipanti alla adunata “sediziosa” è stato identificato – e questo non fa affatto ridere – ma l’ingente spiegamento di forze dell’ordine ha avuto nel suo complesso l’effetto opposto di quello ricercato dai suoi ideatori. Così facendo hanno mostrato quanto l’idea di libertà e insubordinazione al potere che Salvatore Ricciardi ha incarnato e promosso in vita continui a far paura anche da morto. Non c’era miglior omaggio che si potesse fargli, al punto da concedere spazio alla retorica con cui concludere: “Salvo è vivo, i morti siete voi!”

 

Sal

Il feretro parte. Il fotografo Tano D’Amico al lavoroTANO CIAO

Un piccolo gruppo assiste alla realizzazione della scritta «Ciao Salvo». Sullo sfondo di Porta Labicana un blindato manovra per chiudere la via
MURA AURELIANE

Plotoni di polizotti e carabinieri in assetto antisommossa si avvicinano da via dei Volsci
CARAMBA

Un altro mezzo blocca via Porta Labicana sull’altro lato
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Un elicottero delle Forze di polizia sorvola la zona
ELICOTTERO

Poliziotti in borghese vengono avanti
Digos

La scritta è finitaCiao Salvo

Il quartiere viene occupato dalla polizia
OCCUPAZIONE

Avere vent’anni nel luglio 60. Storia di Salvatore Ricciardi

Salvo bandieraSessant’anni di lotta politica e battaglie sociali, è stata questa la vita di Salvatore Ricciardi. Nato a Roma nel 1940, cresciuto nel quartiere di Porta san Paolo quando la città veniva bombardata dagli angloamericani, Salvatore appartiene a quella generazione che ha traversato per intero la storia del secondo Novecento italiano sapendo andare oltre, valicando il millennio.
Avere vent’anni nel luglio 60. Parte da questa data fatidica, gli scontri di Porta san Paolo del 6 luglio 1960, la traiettoria politica di Salvatore che lui stesso ha raccontato: «In quei giorni scoprimmo il sampietrino e la «breccola»… Scoprimmo una cosa ancora più importante: non eravamo soli. C’erano tanti gruppi di ragazzi nelle strade di Roma, che come noi avevano attraversato quel dopoguerra accumulando un malessere e una rabbia contro chi li condannava a una difficile esistenza. Come noi avevano quella sorta di ripulsa per la politica che sapeva troppo di schede elettorali, di “mozioni” e “ordini del giorno”, e sapeva poco di vita reale. Come noi avevano accumulato un’infinità di domande, ma, fin lì, nessuna risposta. Come noi volevano fare qualcosa» (leggi qui).
Lavoratore edile nei primi anni sessanta, dopo la prematura scomparsa del padre diventa ferroviere, attivista sindacale nella Cgil a cui segue l’ingresso nel Psiup (Partito socialista di unità proletaria, formazione che si collocava alla sinistra del Pci), sezione di Garbatella, quartiere popolare e proletario della Capitale, segue – a metà degli anni 60 – il lavoro politico nelle fabbriche di Pomezia, «un territorio – come si legge nella presentazione del suo blog (leggi qui) – che  rappresentava, nei voleri dei governi, il polo industriale di Roma e offriva notevoli facilitazioni agli imprenditori. Nel 1967 incontriamo davanti ai cancelli di queste fabbriche le compagne e i compagni del Potere Operaio di Pomezia (di cui si è persa memoria, eppure era frequentato da compagni/e molto capaci, in rapporto con Quaderni Rossi). Agli inizi dei movimenti del ’68 studentesco e operaio, proponiamo al Psiup di “sciogliersi nel movimento” per ridefinire le proposte politiche e anche gli assetti organizzativi; ritenevamo quel partito “vecchio” come gli altri e volevamo esplorare e moltiplicare i percorsi dell’autorganizzazione. Perdemmo il congresso provinciale su questa proposta (dicembre ’68), per pochissimi voti a causa dei “funzionari” che non volevano perdere il “posto di lavoro”. Usciamo dal Psiup e proponiamo alle assemblee del movimento di gettarsi nella costruzione degli organismi autorganizzati moltiplicando una tendenza che dilagava non solo in questo paese e di cui il Cub (Comitato unitario di base) dei lavoratori della Pirelli Bicocca era il punto di riferimento. La Fatme, la Sacet, la CocaCola, e tante altre realtà lavorative. Nel 1971 con altri ferrovieri diamo vita al Cub dei ferrovieri di Roma (leggi qui), che blocca il traffico ferroviario nei primi giorni di agosto 1971 e apre la sua sede nel quartiere di San Lorenzo (storico insediamento di ferrovieri) in Via dei Volsci 2-4. Che ospiterà, di lì a poco, gli aggregati di lavoratori che si muovono sul terreno dell’autorganizzazione, per primi l’assemblea lavoratori/trici del Policlinico e il Comitato politico Enel; poi, via via, tutti gli altri».
L’instancabile lavoro politico di Salvatore prosegue con la fondazione del Comitato politico ferrovieri (Cpf), «con un carattere più politico e più agile. Prendemmo la sede nel quartiere di San Lorenzo, in via di Porta Labicana 12, a pochi metri da quella che era stata la prima sede del Cub, in via dei Volsci».
Il Cpf fu parte integrante dell’Assemblea cittadina che si riuniva in via dei Volsci negli anni dal 1974 al 1976 e raccoglieva gran parte dei comitati politici territoriali romani, percorso che giunse a un bivio quando al suo interno alcune componenti decisero di entrare nel percorso di fondazione della colonna romana delle Brigate rosse. Convinto che bisognasse fare di più, che servisse un altro livello di scontro e di organizzazione per rispondere ai pesanti processi di ristrutturazione, nel 1977 anche Salvatore decise di entrare nelle Brigate rosse, nonostante avesse lasciato a casa una figlia piccola, un’esperienza vissuta intensamente, senza sconti. Diede vita alla Brigata ferrovieri (leggi qui), per poi dirigere alcune brigate territoriali, come quella di Primavalle, ed entrare nella Direzione di colonna, fino all’arresto del 20 maggio 80, in piazza Cesarini Sforza.
L’ingresso in carcere inizia con una evasione mancata per un soffio da Regina coeli e poi con la rivolta di Trani a fine dicembre 1980. Seguono anni di carcere speciale, il rifiuto della dissociazione, la patologia cardiaca che si palesa, la chiusura del ciclo politico della lotta armata. Nel 1990 comincia, insieme a Prospero Gallinari, la battaglia per la sospensione pena e la possibilità di operarsi all’esterno che ottiene nel 1995. Nel marzo 1998 viene nuovamente reincarcerato. Tornerà fuori con il lavoro esterno (art. 21) come redattore di radio Onda Rossa e la collaborazione nella Fondazione Basso, riallacciando rapporti bruscamente interrotti ai tempi dell’ingresso nelle Brigate rosse. Venne quindi la semilibertà fino alla conclusione della pena nel 2010. Ai microfoni di Onda rossa era la voce, oltre che delle sue storiche rassegne stampa e del lavoro redazionale, di due trasmissioni tematiche “Parole contro” e “La conta”, che non a caso si svolgeva nell’ora della conta carceraria, dalle 15 alle 16, quando i detenuti, in tutte le carceri italiane, vengo chiusi in cella per la conta e il cambio turno della custodia. L’impegno contro il carcere è stato il filo conduttore dell’ultima parte della sua vita con l’esperienza di Scarceranda, Odio il carcere, e i libri, Solo un tratto di strada, brevi cenni sulle lotte e il dibattito nel ciclo di lotte 68-69, Supplemento a Stampa alternativa, maggio 1989, Che cos’è il carcere. Vademecum di resistenza, (Deriveapprodi 2015) (qui) e Esclusi dal consorzio sociale (qui), senza dimenticare Maelstrom, Scene di lotta di classe in Italia dal 1960 al 1980, Deriveapprodi 2011 (qui) e l’intervista biografica di Ottone Ovidi, Salvatore Ricciardi, Bordeaux 2018 (qui).
Nel frattempo non aveva smesso di sperimentare terreni nuovi, confrontarsi con generazioni lontane anni luce dalla sua storia e dal suo vissuto, alla ricerca di ogni nuova contraddizione o accenno di lotta, come l’impegno profuso per sostenere le recenti lotte della logistica, con l’umiltà e pedagogia dei vecchi comunisti, convinto che ogni scintilla potesse essere l’occasione per dare nuovamente fuoco alla prateria. Una curiosità insaziabile che negli anni 60 e primi anni 70 l’aveva portato a vagare insieme a Gabriella, sua moglie, per l’Europa con la loro Cinquecento: a Praga per vedere da vicino cosa era stata quella «Primavera», o in Algeria per conoscere da vicino l’esperienza della lotta anticoloniale, o il grande amore per la Palestina, purtroppo mai attraversata, che l’aveva portato a studiare l’arabo in carcere fino ed entrare in contatto con tanti docenti arabisti. Lo salutiamo con le parole di un giovane compagno, perché Salvatore, Salvo per noi tutti, era questo: «Supermariobros delle autogestioni delle nostre scuole, spacciatore di Smemorande, instancabile divulgatore dell’abolizionismo tra noi ancora adolescenti, seminatore di fondi di pipa, procacciatore di introvabili numeri di dimenticate riviste. Il racconto della via prima che fosse la via, di Trani prima e dopo Trani, la spiegazione paziente della centralità della contraddizione capitale-lavoro ai nostri sguardi ebeti. Il rifiuto di sentirsi reduce, l’umiltà di sentirsi sempre un compagno tra i compagni, la curiosità incomprensibile per le nostre farneticazioni. Grazie».
Un abbraccio alle sue donne, la figlia Nicoletta, Gabriella, le sorelle Mariolina e Cloti, la sua compagna Tania. Un ricordo alla sua mamma, Claudia, morta mentre Salvo era in carcere e il permesso per assistere al funerale arrivò, come una beffa, solo il giorno dopo.

Ciao Salvatore

Storia di Salvatore
Brigate rosse, una storia che viene da lontano. Maelstrom, Scene di lotta di classe in Italia dal 1960 al 1980, il libro di Salvatore Ricciardi
Dai Cub alla Brigata ferrovieri
Contromaelstrom.com, il blog di Salvatore Ricciardi
Radiocane.info/ Salvatore Ricciardi

La Brigata ferrovieri

Dal Comitato unitario di base alla Brigata ferrovieri delle Brigate rosse

di Salvatore Ricciardi

scalo_locomotorilateraleRoma negli anni Sessanta e Settanta non era una città operaia, come non lo era mai stata, qualche grande fabbrica come la Fatme con circa 3.000 dipendenti, il resto erano piccole o medie dislocate lungo la via Tiburtina e la via Ostiense, fabbriche che man mano chiudevano o si spostavano altrove.
Roma aveva però dei consistenti e combattivi settori operai nei servizi, quelli che, nel movimento chiamavamo “servizi industriali”: i ferrovieri, i lavoratori del trasporto urbano, Atac e Stefer, i lavoratori della Romana Gas, i lavoratori elettrici dell’Acea e dell’Enel, quelli della telefonia della Sip, quelli degli Aeroporti romani, ecc., perché avevano delle lavorazioni simili a quelli delle fabbriche industriali e soprattutto stavano subendo delle trasformazioni che portavano queste attività ad abbandonare il ruolo di “servizio per la cittadinanza” per essere orientate alla produzione di profitto, con processi di privatizzazione, esternalizzazione e scomposizione in settori, ecc.; che negli anni Novanta vedremo svilupparsi appieno. Poi c’erano le attività che ruotavano intorno al mondo dell’istruzione e, soprattutto, gli ospedalieri, numerosi, combattivi e ben organizzati. Anche loro subiranno la privatizzazione e l’esternalizzazione, con l’utilizzo di cooperative il più delle volte fraudolente, che hanno condotto alla disaggregazione della compattezza di tutti i settori lavorativi, indebolendoli notevolmente.
Ma il portato conflittuale della città di Roma è stato prevalentemente appannaggio delle lotte di quartiere sul tema centrale della lotta per la casa, a causa della carenza drammatica dell’edilizia pubblica e dei costi esorbitanti degli affitti. Il territorio da tempo era diventato terra di profitto per bande di “palazzinari” che hanno distrutto e reso caotica la città. Numerose realtà di movimento, collettivi e comitati, sorgevano e si sviluppavano sul terreno della lotta per la casa, con occupazioni e difesa dagli sfratti, raggiungendo un buon livello di organizzazione con i proletari dei quartieri, da cui sono emersi numerosi e validi attivisti e militanti.

L’officina ferroviaria Scalo san Lorenzo
Nelle Ferrovie dello stato un ruolo importante lo avevano le grandi officine per la manutenzione e la riparazione dei locomotori, queste erano molto simili alle fabbriche, sia per le attività che si svolgevano, sia per gli orari di lavoro e per la disciplina interna. A Roma una era interna allo scalo ferroviario San Lorenzo, in un quartiere popolare, molto vicino alla stazione di Roma Termini; l’altra era nello scalo merci Roma smistamento utilizzato anche come deposito dei convogli ferroviari e come terminal, nelle vicinanze della stazione di Nuovo Salario, a nord est di Roma nei pressi del Grande Raccordo Anulare.
C’era tensione nelle ferrovie nel decennio Sessanta. Il governo voleva sopprimere 5000 km di rotaie sui 16.000 delle Ferrovie italiane e tagliare i fondi destinati alla manutenzione. Un tentativo di assassinare la rete ferroviaria pubblica per “pendolari” che, al contrario, necessitava di potenziamenti, a vantaggio del trasporto su gomma.
In quegli anni nelle Ferrovie c’era un grande fermento sindacale comune a tutti gli ambienti di lavoro, dopo che negli anni Cinquanta vi era stata una dura repressione e caccia all’attivista.
I ferrovieri, come le altre categorie, iniziarono un percorso di scioperi per unificare nella paga base del salario le tantissime voci delle competenze accessorie. Lo Sfi-Cgil (Sindacato Ferrovieri Italiano) iniziò un lungo sciopero gettando le basi per obiettivi che si raggiungeranno nel ’69, ma nel ’64 si scatenò una canea forcaiola per regolamentare gli scioperi dei servizi pubblici.
La nascita del Cub ferrovieri
Lo scontro interno allo Sfi-Cgil era esploso nel ’70, intorno alla costruzione della piattaforma per il rinnovo del contratto. I vertici sindacali non volevano portare la bozza di piattaforma alla verifica delle assemblee dei lavoratori. I compagni della sinistra dello Sfi-Cgil invitarono i ferrovieri a ritirare la «delega» all’azienda per la «trattenuta sindacale» sulla busta paga, che poi l’azienda versava al sindacato. Nel volantino si invitavano i dirigenti sindacali a venire tra i ferrovieri per riscuotere la quota mensile sindacale, «così li potremo vedere in faccia», si ironizzava. Migliaia di ferrovieri seguirono questa indicazione.
Le condizioni per la nascita del Comitati di base si crearono dentro la Commissione interna della stazione di Roma Termini. A differenza di quanto avvenne alla Fatme, dove il Comitato di base era nato fuori dalla Commissione interna. Nel ’71, a Roma Termini, nella Commissione interna i membri del Sindacato ferrovieri Sfi-Cgil erano in maggioranza con una presenza di compagni molto attivi. Raccogliendo le sollecitazioni dei lavoratori dei «piazzali» e degli scali (manovratori e deviatori), la Commissione interna di Roma Termini lanciò una vertenza per ridurre l’orario di lavoro di questo e di altri settori di attività lavorative usuranti e pericolose. Le segreterie provinciali e nazionali dei sindacati confederali negarono alla Commissione interna la legittimità di gestire una vertenza che aveva carattere nazionale e intimarono ai suoi membri di dimettersi. Si dimisero quelli della Cisl, della Uil e l’unico della Cisnal. I cinque della Cgil rimasti così in minoranza, cinque su undici, convocarono un’assemblea cui parteciparono oltre 500 ferrovieri, l’assemblea confermò gli obiettivi e si pronunciò per lo sciopero, inoltre si pronunciò per la formazione di un organismo autorganizzato che potesse convocare gli scioperi e portare avanti la lotta.
Era l’estate del ’71, era nato il Cub (Comitato Unitario di Base) dei ferrovieri di Roma Termini. Lo sciopero convocato dal Cub ebbe molte adesioni riproducendosi in molti altri impianti. Il traffico si bloccò totalmente nel «compartimento» di Roma (il «compartimento» è un settore della rete ferroviaria nazionale che corrisponde, grosso modo, a ciascuna regione) e interruppe il collegamento tra sud e nord del Paese. Il sindacato organizzò il crumiraggio facendo venire da tutta Italia ferrovieri «fedeli» per lavorare al posto degli scioperanti, ma non riuscì a fermare lo sciopero. La polizia perquisì le case di alcuni compagni del Cub.
Lo sciopero di 48 ore iniziò alle ore 21 del 7 agosto e terminò alle ore 21 del 9 agosto (l’orario di inizio degli scioperi in ferrovia è alle ore 21 perché è l’inizio del turno notturno del «personale viaggiante»: conduttori e capo treno e del «personale di macchina»: macchinisti e aiuto macchinisti). Il Cub era legittimato dall’assemblea di Roma Termini a proclamare uno sciopero in quell’impianto, non uno sciopero nazionale. Così il Cub invitò tutte le rappresentanze sindacali di ciascun impianto a riprendere i temi e le modalità dello sciopero di Termini per generalizzare lo sciopero; la generalizzazione dello sciopero si diffuse in quasi tutti gli impianti del compartimento di Roma. Dopo quello sciopero, poiché non si sbloccava la vertenza, si prospettò un altro sciopero che doveva avere l’effetto di una tempesta: 72 ore a ridosso di ferragosto, il momento di maggior traffico ferroviario.

Lo sciopero del 7 agosto 1971
Lo sciopero del 7 agosto era riuscito e aveva diffuso l’idea dell’autorganizzazione che sembrava a molti lavoratori la soluzione per i loro problemi. In pochi giorni il Cub di Roma Termini era diventato Cub dei ferrovieri di Roma, grazie alla costruzione di Comitati di base in tutti gli impianti. Molti gli aderenti negli uffici tecnici, grazie alla giovane età dei nuovi assunti, così come nello scalo San Lorenzo, nella stazione di Trastevere, in quella di Ostiense, di Tiburtina e di Roma Smistamento. Un trionfo. Nonostante il tentativo di crumiraggio del sindacato e l’occupazione delle stazioni a opera della polizia e del genio ferroviario dell’esercito, il 90 % dei ferrovieri di Roma aveva partecipato. Con quel punto di forza facevamo sapere che lo sciopero di 72 ore l’avremmo ritirato se il sindacato avesse smesso di organizzare il crumiraggio e l’azienda accettato le nostre richieste.
Vittoria su tutta la linea, la Cgil fece un gran passo indietro, i burocrati sindacali si accapigliarono tra loro, ciascuno incolpando l’altro. L’azienda chiamò il sindacato perché firmasse un accordo con le richieste dei ferrovieri del Cub. Il Cub non firmava accordi, ma imponeva, con la lotta, ad altri di firmarli.

La diffusione dei Cub ferrovieri
I Cub in ferrovia crebbero come i funghi: a Firenze, a Milano, alle officine di Napoli S. Maria La Bruna e in quelle di Foligno, le più grandi officine delle Fs nelle quali si contavano numerosi e frequenti incidenti sul lavoro.
Alcuni macchinisti di Genova-Brignole costruirono, nei primi mesi del 1975, il Comitato unitario di lotta (Cudl) che aveva lanciato una consultazione tra i macchinisti della Liguria per costruire una piattaforma di base. Su questa piattaforma il primo agosto proclamarono uno sciopero per la Liguria che riscosse massicce adesioni tra i macchinisti di Genova. Un’assemblea a Napoli propose uno sciopero di dieci giorni, dal 16 al 26 agosto di quello stesso anno.
Negli incontri con cui si cercava di coordinare questo enorme patrimonio di lotta si confrontavano una quantità di linguaggi diversi, ma c’era da continuare l’esperimento e consolidarne la tenuta. Le discussioni erano profonde, così le valutazioni, tante e diverse e ci occupavano molto tempo: dare risposta alle domande dei lavoratori che avevano fatto proprio il comitato. Piovevano le sottoscrizioni dei ferrovieri e, nel consegnarcela ogni mese, rispondevano a loro modo alla domanda: «Cosa vuole essere il Cub?». Molti di loro volevano costruire un sindacato che si battesse per i loro interessi, senza aspirare alla partecipazione ai Consigli di Amministrazione delle aziende pubbliche.
Fare un nuovo sindacato era una volontà molto diffusa, grazie anche alla propaganda ideologica della sinistra storica. Non era facile far capire ai lavoratori che anche un sindacato conflittuale non era garanzia per il mantenimento e l’accrescimento delle conquiste operaie; quando nelle aziende diminuivano i profitti, i padroni urlavano che c’era la crisi e il pericolo delle chiusura e utilizzavano il terrore di questa parola per impedire le lotte e togliere quanto i lavoratori avevano conquistato prima, compresi i diritti. I più capaci avevano capito che i diritti risiedevano nella nostra capacità di organizzazione e di lotta.
La disputa tra chi voleva mantenere il Comitato nella sua funzione originaria e chi voleva farne un sindacato aveva indebolito la presa sui ferrovieri di questa esperienza autorganizzata. Ancor prima di riunirsi sotto la sigla sindacale CO.M.U. (Comitato Macchinisti Uniti) i macchinisti aderenti ai comitati di base, nell’anno 1982, fondarono una rivista che tutt’oggi viene stampata, dal nome evocativo: “Ancora IN MARCIA!”. La pubblicazione infatti porta avanti lo spirito e la vocazione dello storico giornale dei macchinisti “IN MARCIA!” fondato dal macchinista Augusto Castrucci nel 1908 e chiuso per volere dello SFI nel 1979.
Il CO.M.U è nato ufficialmente con la registrazione del proprio statuto il 9 luglio del 1992 con atto notarile registrato a Roma, successivamente è confluito nell’Orsa (Organizzazione sindacale autonomi e di base), dopo aver contribuito a fondarla.

Il Comitato politico ferrovieri
A Roma, con i compagni più giovani avevamo costituito, in continuità con il Cub, il Comitato politico ferrovieri (Cpf), con un carattere più politico e più agile. Prendemmo la sede nel quartiere di San Lorenzo, in via di Porta Labicana 12, a pochi metri da quella che era stata la prima sede del Cub, in via dei Volsci, 2, 4.
In quella seconda metà degli anni Settanta iniziò in sordina la ristrutturazione, i cui effetti si vedranno poi negli anni Novanta: l’espulsione di circa 50.000 ferrovieri, l’esternalizzazione, il degrado del traffico locale per i pendolari a vantaggio delle opere come l’alta velocità, la dissoluzione del trasporto pubblico ferroviario che oggi abbiamo sotto gli occhi.
Buttammo tutte le nostre energie in quella battaglia, consapevoli che una ristrutturazione privatistica avrebbe diminuito la possibilità di lotta e di autorganizzazione nelle Fs, e assassinato la coscienza di classe, mettendo settori di lavoratori contro altri lavoratori. Non riuscimmo a portare gran parte dei ferrovieri su una lotta frontale contro quella ristrutturazione, prevalse l’altra opzione, quella delle rivendicazioni di settore privilegiando lo strumento sindacale e molti ferrovieri si adagiarono su quel terreno. Ma ciò successe anche in altri settori operai. Di fronte all’attacco padronale, con ristrutturazioni e licenziamenti, e a quello statale, con le «leggi speciali», lo scontro rischiava di frantumarsi in mille rivoli.

La Brigata ferrovieri
Eravamo nel 1978-79, con i compagni e le compagne più attive e politicamente mature, ci ponemmo il problema della necessità di un salto. I comitati avrebbero tratto maggior forza nel continuare la lotta se fosse decollato un attacco a livello più alto contro i meccanismi portanti della ristrutturazione, dimostrando concretamente che era possibile colpirli e contrastare quel progetto antioperaio, come era avvenuto nelle fabbriche del nord. Individuammo le prime mosse dell’azienda nel coinvolgere i settori dirigenziali in una stretta per ottenere una più rigida disciplina e una maggiore produttività. Allo scalo San Lorenzo che aveva modalità lavorative simili a una fabbrica, i capi reparto iniziarono a colpire gli operai con provvedimenti disciplinari sempre più duri. Volevano creare un clima di paura che rompesse la solidarietà e l’unità fino ad allora molto forte, mettendo gli operai uno contro l’altro. Era urgente intervenire.
Contatti e discussioni dimostrarono che era possibile costruire nel polo ferroviario di Roma una “brigata ferrovieri”. Nacque subito il problema del rapporto tra il Cpf e la brigata perché alcuni/e compagni/e facevano parte dell’uno e dell’altra. Le esperienze maturate nelle brigate delle fabbriche del nord, dove questo problema si era già presentato e affrontato, ci fu utilissimo. E così procedemmo. Le azioni della brigata tracciavano la strada per le iniziative di lotta che i comitati avevano già intrapreso e volevano continuare.

La prima azione
La scelta della prima azione fu quella di colpire un capo reparto di buon livello che aveva raccolto l’invito della dirigenza aziendale mettendo in opera provvedimenti disciplinari conto gli operai più combattivi. Essendo la prima azione nelle ferrovie, procedemmo con questa modalità: gli attaccammo al collo un cartello che riprendeva le parole d’ordine del volantino contro la ristrutturazione e con la pece in testa, il capetto rimase molto tempo sotto la sua abitazione, all’interno di un complesso abitato da molti ferrovieri.
L’entusiasmo che scatenò tra i ferrovieri dello scalo San Lorenzo, e non solo, fu enorme. Molti capivano che la ristrutturazione in arrivo portava con se la dura repressione negli ambienti di lavoro che dovevano diventare rigidamente disciplinati e ordinatamente produttivi. In brigata, ascoltando i ragionamenti di molti lavoratori, ci ponemmo il compito di continuare ad attaccare i livelli della gerarchia di impianto (l’impianto ferroviario corrisponde, grosso modo, a un settore di una fabbrica; è un impianto ferroviario, una stazione, uno scalo, un’officina di riparazione, ma anche un ufficio tecnico).

Le altre azioni
Altre azioni furono portate allo scalo Smistamento, ma non si riuscì a procedere oltre per gli attacchi della controrivoluzione che nel maggio ‘80 colpì pesantemente la colonna romana. Il 25 febbraio 1980 la colonna romana realizzò un esproprio di quattrocentocinquanta milioni al ministero dei Trasporti nel giorno delle paghe. Un ottima azione realizzata anche grazie al lavoro della brigata ferrovieri.

Per approfondire
Avere vent’anni nel luglio 60. Storia di Salvatore Ricciardi

Quando i giudici passeggiavano negli uffici di Partito

Nel 2017 Umberto Contarello, segretario alla fine degli anni Settanta della Federazione giovanile comunista di Padova, divenuto uno sceneggiatore di successo legato da stretta collaborazione al realizzatore Paolo Sorrentino, rivelava in una pagina Fb il retroscena che aveva preceduto la sua testimonianza in aula al processo 7 aprile

Cottarello

«Questa è una cosa molto delicata.
 Lo è di per sé e lo è perché mi riguarda personalmente e perché ho capito che non renderla minimamente pubblica ora, sarebbe una reticenza a me intollerabile.
 La faccenda attuale, che sembra irrisolvibile, è la totale perdita di confini tra magistratura, informazione, politica. Ormai non vi è più alcun confine nettamente tracciabile, siamo un paese che ha vilipeso uno dei principi fondamentali di un sistema democratico.
Vengo a me e all’aspetto delicato. Mi sono chiesto a lungo perché questa mostruosità non riusciva a entrarmi dentro e a farmi terremotare come altre questioni. Perché il mostro non mi ha mai realmente terrorizzato? Perché, a partire da generiche posizioni garantiste, scialbe e di maniera, non mi ha sollevato la rabbia che ho espresso frequentemente? 
Lo so perché, perché mi hanno insegnato, a ventidue anni, che questi confini non esistono.
 L’episodio originario si svolge a via Beato Pellegrino, a Padova, alla vigilia del processo 7 Aprile.
 La storia ha ormai stabilito il ruolo fondamentale nella difesa del paese e di quella città, dallo squadrismo di para-semi-pre-terrorista.
 Io ero segretario della Federazione Giovanile Comunista e il Pm che istruiva quel processo trascorreva parecchio tempo nei locali della Federazione. Un giorno, essendo io nel processo chiamato a testimoniare contro Autonomia Operaia anche nel ruolo di vittima, vengo convocato nell’ufficio dell’allora segretario cittadino del partito dove trovo appunto il Pm del processo. Senza alcun preambolo, e senza alcun imbarazzo, mettiamo a punto un brogliaccio, assolutamente veritiero nella sostanza, che avrei dovuto imparare a memoria e che mi doveva servire per sostenere l’interrogatorio.
 Così feci (non voglio dire nulla in merito allo stato psicologico) e ricordo però come una icona dell’incredibile entrare nell’aula e vedere il pm con la toga sulle spalle rivolgersi a me secondo l’impersonale linguaggio. 
Chi era? Questo ricordo mi chiesi. Dove mi trovavo? Ero lì per una causa sacrosanta ma avvertivo oltre le urla che uscivano dalle gabbie degli imputati, qualcosa di straniante. Ricordo la sensazione di una comunicazione spuria, falsa, indecente, nascosta. Ora capisco, ora so, oggi, di essere stato allevato dal mio partito in una opaca, moralmente sostenibile e civicamente orripilante commistione tra Stato e Partiti. 
Un Giudice, perché un Pm lo è, non istruisce un ragazzo di ventidue anni in un ufficio di partito su come è più efficace esporre una deposizione davanti a se stesso. Ora so perché la storia di questa fetida commistione, con l’aggiunta dell’informazione, non mi inferocisce. Perché nasce dentro di me, nei miei fondamentali di cultura civica. Si dice, ed è vero, che il PCI fu scuola di vita, che insegnò a generazioni cose meravigliose, ma sarebbe il caso che altri e con ben altro nome, ammettessero che la sinistra italiana non è realmente garantista, non lo è dentro come è antirazzista e egualitaria, perché insieme a me, molti altri, di quella generazione, imparammo che i giudici passeggiano negli uffici di un Partito».

Queste dichiarazioni ebbero un seguito: infuriato per la ricostruzione dell’episodio il procuratore Guido Calogero, il Pm che, secondo la ricostruzione fatta da Contarello, aveva orchestrato la testimonianza concordando modi e contenuti della deposizione negli uffici della federazione padovana del Pci  ha querelato Contarello che ha fatto marcia indietro parlando di «scherzi della memoria». Della “ritrattazione” di Contarello ha successivamente scritto Ernesto Milanesi sul manifesto, nel gennaio 2018, raccontando come «nello stesso modo social lo sceneggiatore da Oscar si fosse rimangiato lo “scherzo della memoria”, ottenendo una raffica di insulti da Flavio Zanonato, padre-padrone del Pci-Pds-Ds ora eurodeputato dopo un ventennio da sindaco. Sempre Milanesi raccontava di altro «ricordo» di Contarello passato sotto silenzio: il 17 novembre 2011 aveva già scritto on line di Pecchioli, Folena e Longo, ma anche del faccia a faccia con Calogero prima della deposizione in tribunale. «Arriva con la toga sotto braccio che mi pare un cencio. Mi dice ciao perché ci conosciamo…».

La scomparsa di Luigi Novelli, operaio, comunista, brigatista

Il primo aprile 2020 è scomparso Luigi Novelli, «fabbro e comunista di Villa Gordiani, brigatista e dotato di ironia sottile, protagonista di poche parole nella Roma della Rivoluzione che non c’è stata». Nato il 12 febbraio 1953, proveniente dal “Viva il comunismo” insieme ad altri militanti di quel gruppo nel 1976 entrò a far parte della nascente colonna romana col nome di battaglia «Romolo». Approdo raggiunto dopo un periodo di incubazione aviato tra il 1974-75. Figura importante della struttura logistica della colonna, nella sua officina in via dei Pini passavano le armi da riparare o modificare, venivano preparate targhe false, si predisponevano altoparlanti e altro materiale per le azioni di propaganda, si falsificavano documenti. Arrestato una prima volta il 4 gennaio 1979 insieme Marina Petrella, poi sposata in carcere dove vide luce anche la loro bambina concepita poco prima dell’arresto, venne rimesso in libertà per decorrenza dei termini cautelari l’8 maggio del 1980, nello stesso periodo in cui una importante operazione dei carabinieri smantellava la quasi totalità della direzione romana delle Brigate rosse. Sottoposto con Marina e Stefano Petrella all’obbligo di residenza nel comune di Montereale (L’Aquila), il 12 agosto successivo fuggì con gli altri due per rientrare nei ranghi delle Br. Dopo una profonda riorganizzazione della colonna che ne rilanciò l’azione nella Capitale, entrò nel settembre 1980 in Direzione di colonna e successivamente, nell’aprile 1981, quando era già avviato il processo scissionistico che portò al frazionamento delle Brigate rosse in tre tronconi, venne chiamato nell’Esecutivo nazionale. Preso atto del distacco delle altre fazioni brigatiste (colonna milanese Walter Alasia e Partito guerriglia), partecipo’ alla nascita delle Brigate rosse Partito comunista combattente. A seguito dell’attività investigativa svolta con l’ausilio dei “pentiti”, impiegati direttamente sul territorio, fu arrestato con la compagna Marina Petrella il 7 dicembre del 1982, mentre insieme scendevano da un’autobus nel quartiere romano di Monteverde. Condannato all’ergastolo nel processo Moro ter, uscì in liberazione condizionale nel 2005 per terminare la pena nel 2009.
Di seguito pubblichiamo un ricordo scritto da Francesco Piccioni, suo compagno di militanza in “Viva il comunismo” e poi nelle Brigate rosse

di “Rocco” (Francesco Piccioni) Contropiano

saluto-gigi-720x300Non ricordo il giorno esatto in cui ho conosciuto Gigi. Erano gli anni che ci si incontrava a centinaia, per qualsiasi motivo. Assemblee di ogni ordine e grado: cittadine, nazionali, di quartiere, di più quartieri, di scuola o gruppi di scuole, occupanti di case e disoccupati organizzati.
 Ricordo invece quando abbiamo iniziato a riunirci, in uno scantinato di via dei Marrucini, a San Lorenzo. Eravamo uno strano miscuglio di studenti rivoluzionari e operai, con i primi ferrati nelle parole e i secondi nel capire chi faceva chiacchiere e chi no. Ma stavamo crescendo, di numero e di organizzazioni, dopo il ‘68. E quindi c’era spazio e modo per sperimentare, provare, eventualmente fallire e riprovarci cento volte.
 Decidemmo quindi insieme a tanti altri di programmare un intervento a Villa Gordiani, “quartiere proletario”, allora, con ancora i testimoni viventi di quando il fascismo aveva deportato laggiù (come al Quarticciolo, Villagio Breda, Tufello, ecc) centinaia di famiglie operaie, sgombrando il centro di Roma da “personaggi pericolosi”.
Gigi aveva dato vita a un collettivo davvero insolito, anche per quei tempi. Tutti operai, di quelli che popolavano le piccole officine di Roma Sud, tra il Pigneto, Tor Pignattara, Centocelle, e poi via verso la Tiburtina da un lato, Quadraro e Tuscolana dall’altro, fin sotto i Castelli, oltre il Raccordo, senza soluzione di continuità. 
Niente a che vedere con le grandi fabbriche del Nord, dove si concentravano decine di migliaia di operai in tuta blu, quasi anonimi per il padrone, conosciuti al massimo dai capi officina. Solo la stessa testa, il modo di intendere la vita e la lotta per la vita.
Qui a Roma erano al massimo cinque, dieci per stabilimento, con macchine e materiali distribuiti un po’ così, dove ti prendevano, sperimentavano, spesso mandavano via se non eri capace di “fare”. Era “apprendistato” sul serio, non per finta, e magari scoprivi che non era quello il tuo mestiere…
Gigi era fabbro, come Er Peone – uno dei fratelli -, Il Capitano (ogni quartiere ne aveva uno…), Er Bove, Er Killer (uno dei soprannomi per contrasto, come si fa a Roma: non sapeva far male a una mosca), altri di cui gli anni e l’hard disk limitato mi hanno tolto il nome dalla testa. Un fabbro di quelli che saldano, con una schermatura in una mano e il cannello nell’altra. Tra schizzi di metallo che gli arrivavano sulle mani, sulla tuta, sui piedi, qualche volta in faccia.
Ma sapeva anche andare col tornio, e questo lo rese una star segreta, negli anni successivi. Quando si era passati a cose più serie, e la professionalità dell’artigiano “metallaro” si poteva applicare a fare piccole opere d’ingegno militare: filettature e silenziatori, per dirne una. O più grossolani chiodi a quattro punte, che possono sempre tornare utili…
All’inizio, però, “il fabbro” faceva da perno di quell’intervento abborracciato, perché era del quartiere, uno della case di via Pisino; lo conoscevano tutti per serietà, determinazione, disinteresse personale. E quindi pure qualche studente che si portava dietro acquistava man mano affidabilità, se sapeva stare al suo passo e al suo fianco.
Lavorava di giorno, volantinava e discuteva nel tardo pomeriggio, leggeva – anzi: studiava – di notte. Sempre con la sigaretta in mano. Sempre col sorriso ironico di chi sa da sempre che sotto le parole spesso non c’è qualcosa di altrettanto gonfio e tronfio.
Eravamo tutti così, chi più chi meno. Come nelle cucciolate di cani, con quello/a più deciso, quello più timido/a, senza invidia se uno era più bravo in qualche cosa, tutti insieme verso la Rivoluzione. 
Ma sul serio.
 Gli “studenti dei quartieri alti” si selezionavano abbastanza presto, in quegli anni. Nel giro largo ce n’erano molti, venivano dai licei classici del centro (Mamiani, Virgilio, Tasso, ecc), si conoscevano tra loro per motivi di classe. Nel doppio senso: stavano nella stessa aula di scuola alla mattina, e per le loro famiglie “locupletate”. 
Molti di quelli, crescendo, hanno fatto le carriere dei padri, o anche migliori. Qualcuno ha fatto la stessa vita di Gigi, ma non tanti. Eravamo seduti in riunione, in stanze puzzolenti di fumo appestante, col ciclostile che andava, dietro la schiena, con a fianco futuri notai, avvocati, presidenti di questo e di quello, sottosegretari e ministri. E molti più ragazzi “normali”.
 Fianco a fianco con noi che saremmo poi stati ergastolani o morti ammazzati per strada, e tanti che non avrebbero retto consegnandosi all’eroina. Un orgoglio vero: non ci sono stati “pentiti” né “dissociati”, tra noi… Nix infami. 
Ma in quei primi anni, con Gigi e tutti gli altri si “lottava così come si gioca”, con la serietà e la gioia, la leggerezza di chi si sente immortale e vive come se lo fosse. Sapendo di non esserlo…
 Riunioni assurde e discussioni infinite, citazioni sconosciute e spesso storpiate, oppure lette come salmi di chiesa fino a che non significavano un cazzo come quelli di chiesa. E in mezzo le pizze e le bicchierate “da Barba”, in via Lussimpiccolo, rifugio di qualche sera passata a discutere se i Cream fossero all’altezza di Hendrix, se considerare o no “rock” Procol Harum e Emerson, Lake & Palmer, a storcere il naso su Bowie e benedire Frank Zappa.
 L’antifascismo era una roba seria, non una frase da buttare in mezzo a un discorso ufficiale. Tra di noi c’era chi si districava per le vie tra le sezioni di via Noto, piazza Tuscolo e Acca Larenzia, il “triangolo nero” dove sguazzavano i Delle Chiaie, i fratelli Di Luia, ideologi e picchiatori di Avanguardia Nazionale. Non sempre finiva solo a sprangate e bisognava farsi rispettare. 
Idem per quelli del Prenestino, meno di due chilometri da Villa Gordiani, verso il centro. Fascisti cattivi, ma non brillanti per ingegno. Il 25 aprile del ‘74, per esempio, accolsero la nostra manifestazione antifascista scambiandoci per il Pci, la cui sezione avevano attaccato due giorni prima. Gigi, come tutti, portava il passamontagna; non per posa, non per “sentire il calore della comunità operaia”, ma perché lavorava a trenta metri da lì e ci passava ogni volta che entrava e usciva dall’officina. E ci sarebbe ripassato il giorno dopo, sogghignando tra sé…
Ci attaccarono lungo via Roberto Malatesta, verso il Pigneto. Eravamo appena 300, ma “solo servizio d’ordine”, come si diceva allora. Gente sveglia di Villa Gordiani, Centocelle, Torre Spaccata.
Finirono inseguiti fin per le scale di casa loro, mentre gridavano “mamma! mamma apri, presto!”. 
Con Gigi e tutti gli altri, eravamo quelli lì, molti di noi finirono in carcere o c’erano già passati; certo solo per qualche giorno fin lì… 
Ma quelle erano occasioni particolari, serie ma in fondo rare. In genere giravamo per le strade del quartiere, bussando alle porte delle case popolari, per organizzare l’autoriduzione delle bollette (durò qualche anno), per vedere quali erano “i bisogni” che attendevano risposta. Rispetto a oggi, devo dire, “i proletari” stavano meglio. Un operaio poteva mantenere la famiglia anche con un solo stipendio, stando ben attento. Oggi non ne bastano due…
 Giravamo e incontravamo chiunque, parlavamo con chiunque. Poteva capitare di trovarsi sul campo di calcio del “Grancio”, che faceva da custode (e ci abitava), la sera tardi, a incrociare i dribbling con Pasolini e Ninetto Davoli. E non sembrava strano, né si chiedeva un selfie o un autografo. Tra persone.
Quei ragazzi di Roma, del resto, spesso si aiutavano con qualche giornata da comparsa “al cinema”, quando ancora i film italiani parlavano della e alla società reale. E quindi c’erano “scene di massa”, con decine o centinaia di comparse, oltre ad attori di prima e seconda fascia. Non solo “scene di un interno”, per pochi intimi…
 E si poteva parlare con Comencini o Magni, nelle pause. Mentre magari Gassman tuonava a qualche metro…
 Gigi “il fabbro” era di poche parole, ma ben selezionate. Le sue mani animate. con dita fratturate e riaggiustate alla bell’e meglio, accompagnavano quell’ombra di sorriso che gli faceva quasi chiudere gli occhi. E per un attimo eri indeciso tra se fosse serio e “ma che me stai a coglionà?”.
 Gli riuscivano bene entrambe lo cose. La seconda quando ti voleva far capire che ti stavi arrampicando su uno specchio di parole, mentre la realtà era più semplice. E tosta. Ed era meglio guardarla in faccia.
 Finimmo a fare sul serio la lotta armata – ci avevamo provato per qualche tempo da soli, senza “grandi imprese” – quando gran parte del “movimento” entrava nell’eroina e nel riflusso. E spesso erano fasci gli spacciatori più organizzati (se qualcuno vuol rivedersi “l’operazione Blue Moon”).
 Entrammo nelle Br uno alla volta, com’era giusto. Perché tra comunisti che devono far sul serio non avevano, non hanno, non avranno mai senso le “correnti organizzate”. Magari su base amicale, com’era in fondo il nostro gruppo.
 Si era nel frattempo sposato con Marina, in una felice combinazione “operai-studenti”, e lavorammo duro per anni. Molti pensano che la guerriglia sia sparare agli angoli delle strade. Il grosso è tutt’altro, e non vale neanche la pena di scriverlo. Fanno ridere i romantici, fanno incazzare i “dietrologi”… tutta gente che neanche immagina quanta intelligenza, costanza, fantasia, dedizione ci vuole. 
Molti di quelli che sono finiti in galera in pratica non avevano mai esploso un colpo.
 Capitò anche a loro due, arrestati una notte in casa. “Uscirono presto”, come dicevamo quando qualcuno si faceva “solo” diciotto mesi di carcerazione preventiva…
 Fuggirono dal confino e ripresero a lavorare. Poi l’arresto “definitivo”, con Marina che scopre solo qualche giorno dopo, in carcere, di attendere una figlia. E tutti a festeggiarli nell’aula bunker del primo “processo Moro”, all’ex sala scherma del Foro Italico.
 Ci presero per matti. Mai stati più sani…
 Nel corso degli anni, poi, ci siamo persi. Carceri diversi, altre riflessioni sul com’era andata e perché. Ma non contava poi molto, anche se avevamo vissuto per quello. Non poteva esserci la necessaria distanza.
Ci siamo incontrati l’ultima volta pochissimi anni fa, nel sacrario della merce che tutti dobbiamo attraversare più volte alla settimana. Al supermercato, per caso, come tanti altri che non vedi da anni.
 Mi chiede “ti posso salutare?”. Con la solita aria a metà strada tra il dico sul serio e “te sto a coglionà”. Eravamo gente tosta, che aveva fatto ogni passo con convinzione. Entrambi “irriducibili”, con una differenza che in un certo momento era apparsa importante e qualche anno dopo non lo era più tanto.
 Ci siamo seduti a parlare, come due vecchi compagni di lotta e amici (non tutti sono stati la seconda cosa, ed è normale). Ma questo rimarrà tra noi.
Ciao, Gigi.

La reazione nelle fabbriche e nelle scuole dopo l’annuncio del sequestro Moro

Appena si diffuse la notizia del rapimento Moro, quale fu la reazione nelle città, nelle scuole e nei luoghi di lavoro, in quelle fabbriche da dove le Brigate rosse avevano iniziato il loro viaggio, otto anni prima, nel 1970?

Brigate rosse«Dinanzi all’omicidio del vicedirettore de “La Stampa” Carlo Casalegno nel novembre 1977 e, soprattutto, al rapimento e all’uccisione di Aldo Moro da parte delle Brigate rosse pochi mesi dopo, le reazioni fra i lavoratori Fiat apparvero deboli sino a sconfinare nell’indifferenza. A qualche delegato dell’ala dura del movimento sembrarono sprecate quelle ore di sciopero contro il terrorismo che il sindacato si era affrettato a dichiarare. Lamentava per esempio un delegato che partecipava a un gruppo di discussione guidato da Giulio Girardi, teologo e sociologo dedito a un lavoro che a quel tempo si diceva di “autoricerca” militante: “[…] mi fanno perdere decine di ore contro il terrorismo. Quale terrorismo? Guardiamo dov’è il terrorismo: è solo quello delle Brigate Rosse? Si devono condannare le Br perché hanno rapito Moro e hanno fatto fuori quegli altri? Va bene: stanno facendo il processo alle BR. Però a quelli che stanno al governo chi è che gli fa il processo? Nessuno! Chi è che fa il processo ai padroni che ci fanno diventare, noi operai, brigatisti…». Era questa la situazione descritta da Giuseppe Berta nel saggio, Mobilitazione operaia e politiche manageriali alla Fiat, 1969-1979(1).

La mobilitazione immediata del Pci e dei sindacati confederali
All’annuncio del sequestro la mobilitazione del Pci e del sindacato è immediata. Le parole d’ordine sono vigilanza e mobilitazione. Dalla sede centrale di Botteghe oscure il Pci attiva tutte le strutture periferiche del partito, dalle federazioni, ai comitati cittadini, alle singole sezioni che hanno sede nel territorio, fino alle cellule aziendali. Vengono stimolate tutte le sedi istituzionali: consigli comunali, provinciali e regionali. Al Ministero dell’Interno giungono messaggi di cordoglio e telegrammi dei corpi intermedi dello Stato, dell’amministrazione centrale e periferica, dei sindacati confederali, delle forze politiche parlamentari, delle scuole e anche di microformazioni di estrema sinistra. Se per il Pci si tratta di dimostrare la saldatura tra masse e Stato(2), per quest’ultimo fu una singolare prova di auto-consenso (3). Anche il sindacato si muove immediatamente nei posti di lavoro proclamando scioperi ed assemblee, spesso anticipate dai militanti del Pci, in particolare nelle fabbriche, promuovendo appelli non solo di condanna per quanto avvenuto ma per chiedere «l’isolamento di tutti i simpatizzanti del terrorismo». Le fermate del lavoro trovano subito il consenso della aziende e si trasformano ben presto in serrate padronali o “scioperi precettati”, con le maestranze invitate ad uscire dagli stabilimenti e la chiusura dei cancelli alle loro spalle. Comizi vengono organizzati: a Roma, in piazza san Giovanni, il segretario generale della Cgil Luciano Lama tiene una manifestazione con 50 mila persone. Si vedono anche le bandiere bianche della Dc con l’effige dello scudo crociato confuse tra quelle rosse del Pci. E’ la prima volta in assoluto e la scena suscita un certo spaesamento. La presenza di aderenti alla Dc nelle manifestazioni suscita malumori e tensioni in altre città, risolti con il brusco  allontanamento dei dissidenti da parte del servizio d’ordine. Per i dirigenti del Pci e del sindacato è venuto il tempo di fare terra bruciata attorno a quello che definiscono «partito armato», nessuna ambiguità, giustificazione, tentativo di comprensione, minimizzazione o peggio divergenza verrà più tollerata, da questo momento una sola scelta diventa possibile: «o con lo Stato o contro lo Stato». Per Lama «bisogna espellere dalle masse non i terroristi che non ci sono o sono pochissimi ma chi li giustifica, chi civetta con loro… chi li considera ancora troppo frequentemente come dei ragazzi che forse avrebbero ragione in altre condizioni»(4). Dello stesso tenore le parole di Bruno Trentin, ex segretario della Fiom e della Flm e nel 1978 membro della segreteria della Cgil, «Dobbiamo aggredire quelle zone di acquiescenza e di scarsa consapevolezza che ancora si annidano nelle aziende, ma soprattutto nelle scuole. È il compito più importante da svolgere»(5). Tuttavia a Milano, nel corso di una manifestazione parallela, Giorgio Bocca registra «l’inevitabile incomunicabilità tra gli oratori comunisti sul palco e gli extraparlamentari che lanciano cori irrisori e sprezzanti come “Moro libero, Curcio centravanti»(6). Nel resto del Paese si fermano, o meglio vengono chiuse, fabbriche e scuole, c’è un clima attonito e sospeso. Se nei democristiani e nelle destre l’azione di via Fani suscita il timore di una possibile insurrezione (7), nel Pci la sfida aperta dalle Br col sequestro del Presidente del consiglio nazionale della Dc è percepita come un passaggio decisivo per affermare la propria legittimazione istituzionale ed al tempo stesso la propria supremazia sulle masse popolari. Il 22 aprile 1978, in una intervista a Repubblica, Berlinguer affermava: «I brigatisti sono i nostri antagonisti diretti, sostenitori di un’opzione alternativa nella sinistra»(8). Non fu un caso se il Pci bruciò per reattività tutti i gruppi dell’estrema sinistra.

La risposta nelle scuole e nelle università
La reazione nel mondo studentesco è tuttavia ben lontana dalla condanna della violenza politica e dallo sdegno unanime promosso dalle istituzioni. Nelle scuole ed università si discute moltissimo e ci si spacca sulla linea da prendere. Nel corso della Direzione del Pci del 16 marzo, Pajetta si preoccupa perché in un liceo della Capitale avevano inneggiato al rapimento»(9). E se a Milano e Roma la Fgci organizza dei cortei (quello romano era privo di studenti universitari), nelle scuole le sue mozioni vengono messe in minoranza(10). Dopo il primo disorientamento nell’area della sinistra estrema, dai vari settori dell’Autonomia fino a Democrazia proletaria che nasceva proprio in quelle ore, si discute su come rispondere all’intimazione di schierarsi senza alternative possibili con lo Stato. In quei giorni appare per la prima in un titolo di Lotta continua lo slogan «Nè con lo Stato né con le Br»(11) che verrà fatto proprio dai demoproletari. All’università di Roma sul piazzale della Minerva si tiene un’affollata assemblea di movimento: «Gli interventi degli autonomi sono molto variegati ed anche molto ambigui. Si va dall’affermazione di alcuni sconosciuti per i quali il rapimento Moro è all’interno di una logica di movimento, ed altre, secondo cui si tratta di un’azione giusta, ma tatticamente sbagliata, ed altre ancora, più articolate (per es. Scalzone) secondo le quali il rapimento di Moro, prima che essere condivisibile, opera e mostra un varco aperto nel potere statale che produrrà contraddizioni all’interno delle quali il movimento può svilupparsi»(12), invece di recriminare, dissociarsi o prendere le distanze, per Scalzone il movimento doveva farsi portatore di una proposta in favore di una soluzione politica del sequestro.

Le reazioni nelle fabbriche
Il movimento operaio non si compattò affatto sulle posizioni di aperta condanna del rapimento Moro e della lotta armata come avrebbero voluto le istituzioni, i dirigenti del Pci e del sindacato. Davanti alla chiusura delle fabbriche il grosso degli operai diserta i cortei e preferisce tornare a casa. In alcuni luoghi simbolo del conflitto operaio, come le Carrozzerie di Mirafiori, lo sciopero fallisce e non si tiene nessuna assemblea che invece si svolge affollata alle Presse. Alla Sit-siemens di Milano, uno dei luoghi dove le Br hanno mosso i primi passi, «molti non hanno scioperato per aperta dissociazione dai contenuti». All’Alfa sud e all’Italsider di Bagnoli stesse reazione tiepida(13). «A Orbassano, – testimonierà Giuliano Ferrara, allora responsabile delle fabbriche del Pci torinese – dove ero andato per tenere un comizio in difesa della democrazia in una zona operaia della cintura di Torino, fu distribuito un volantino di plauso all’attacco al cuore dello Stato, scesi dal podio dell’oratore e cercai platealmente chi lo distribuiva nel fermento della folla, era un ragazzino dalla faccia innocente di quelli che poi si fecero vivi in seguito nelle cronache della spaventosa guerra civile che non sembrava arrestabile, non era né un isolato né un provocatore, era un giovane italiano del tempo in cui prendere le armi contro le istituzioni era considerato possibile, e per molti, marxisti e cattolici e radicalizzati di ogni sorta, un dovere ideologico e politico(14). A mobilitarsi sono soprattutto gli aderenti al Pci, irregimentati dalle direttive che provengono dai vertici. Due giorni dopo il sequestro, su Lotta continua appare l’anticipazione di una inchiesta pubblicata l’anno successivo (B. Mantelli e M. Revelli, dopo aver intervistato centinaia di operai nel corso dei 55 giorni del rapimento, raccolsero in un libro-inchiesta i loro risultati, Operai senza politica. Il caso Moro alla Fiat e il “qualunquismo operaio”, Roma, Samonà e Savelli, 1979) che raccoglie a caldo, senza filtri, le reazioni degli operai Fiat all’uscita delle porte di Mirafiori:

Porta 2 Mirafiori

La maggioranza degli operai intervistati lamenta il fatto che non si è trattato di un vero sciopero ma di una chiusura imposta in molti reparti dall’azienda stessa che invitava ad uscire e chiudeva i cancelli alle loro spalle: «Questo sciopero è uno sciopero obbligato, cosa vuole d’altronde, c’è l’uscita per tutti… questo è uno sciopero eminentemente politico». Un delegato spiega con disappunto «La Direzione invitava a uscire, la cosa ha creato casino» Altri operai lamentano: «Non siamo neanche riusciti a discuter in fabbrica, «via, via tutti, hanno rapito l’onorevole Moro». Delle operaie aggiungono: «A noi ci hanno sbattute fuori, ci hanno mandate a casa perché non si può lavorare. La direzione ci ha detto che dovevamo andare a casa. Pensiamo che non sia giusto! Continuare a lavorare no, con tutte queste cose che succedono… Ma che non fosse la direzione a mandarci via», e ancora «La Direzione ha fatto chiudere la fabbrica. Questa non una cosa giusta. La cosa giusta è quando uno proclama uno sciopero, lì si vede la forza dello sciopero, c’è o non c’è. Qui ci sono mille persone e tutte hanno scioperato. Ma perché? Perché hanno chiuso la fabbrica? Hai capito perché si è fatto lo sciopero?». A seguire altri operai: «Sciopero? Quale sciopero? Noi non abbiamo mica fatto sciopero. Abbiamo iniziato poi abbiamo smesso. Non tutti abbiamo lavorato fino ad adesso, ma una buona parte. Era una cosa impreparata, chi diceva no, chi diceva si’…», «Penso che parlano tanto di democrazia, ma questa non è democrazia (è un meridionale che parla). Chiudono i cancelli e obbligano gli operai ad accodarsi[…] lo sciopero va fatto di propria volontà! Non con i cancelli chiusi! Perché la gente deve avere coscienza. Uno deve capire e essere convito di quello che fa, non essere obbligato»(15).

«Di Moro son contenti… ci hanno fatto la danza indiana»
51InS9Oyu1L._SX360_BO1,204,203,200_-1Gli operai mostrano molta diffidenza davanti al microfono, se stanno discutendo animatamente all’improvviso fanno silenzio, cercano di sviare le domande, rinviano ai delegati, dichiarano di non occuparsi di politica, altri più sibillini affermano: «Io non penso! A me non mi è dato di pensare. Mi è dato solo di produrre e basta. Se scoprono che penso, mi fanno fuori!», oppure «Spegni quell’affare! Se vuoi che ti risponda spegni quell’affare! (Lo spegniamo. Ci chiede per chi facciamo l’intervista. Rispondiamo per una rivista. Fa un sorrisetto e se ne va)», atteggiamento che spinge gli autori ad domandarsi se quel giovane operaio che si era avvicinato «a testa bassa» fosse addirittura un «Fiancheggiatore?» (16). Le tante reticenze e silenzi nelle risposte raccolte spingono gli autori a segnalare una mutazione della composizione del ceto operaio che – ai loro occhi – sembra aver smarrito i propri codici linguistici, i propri riferimenti culturali e politici, evidenziando  lo sfarinamento di quella che un tempo era stata la centralità operaia. Analisi – va detto – che per un verso sottovaluta troppo frettolosamente «l’opacità operaia», quello schermo di riservatezza dietro al quale gli operai tutelavano la loro libertà di giudizio per non incorrere nei rigori del regime disciplinare della fabbrica, della legge e nel caso di specie del sindacato e del Pci, per l’altro sembra addossare agli operai gli effetti di quella «solitudine» che le scelte politiche sindacali e i processi di ristrutturazione del ciclo produttivo avevano avviato da tempo. Nonostante l’atteggiamento prudente gli operai intervistati fanno fatica a celare la loro indifferenza verso la sorte di Moro, mentre parole di empatia vengono spesso dedicate agli uomini della scorta caduti nell’agguato: «Penso che quando perde la vita altra gente nessuno fa niente. E’ capitato uno che è un pezzo grosso e si fanno tutte queste cose. Per me tutto questo proprio non bisognava farlo. Si doveva continuare normalmente», ed ancora, «Quello che io penso è tutta un’altra cosa, è una cosa mia che può anche non andare d’accordo con quello che decidono loro»(17). E se c’è chi è d’accordo con lo sciopero e andrà alla manifestazione del pomeriggio, in piazza san Carlo, chiedendo anche «che i prigionieri delle Br sotto processo devono essere uccisi per rappresaglia, come in Germania quelli della Raf», altri, alla domanda su cosa pensano del rapimento, rispondono: «Io direi in prima persona di tagliargli la testa a loro prima che a tutti gli altri. Quelli gli fanno fare la fame a uno che lavora. E loro fanno sparire miliardi. E poi ci sono i miliardi di debito che dobbiamo pagare noi…», «Se dicessi cosa penso sarebbe già troppo. Meglio stare zitti…», «Abbiamo sempre avuto contro la democrazia cristiana, e adesso ci fate fare sciopero per la Dc. Anche la settimana scorsa hanno ucciso qui a Torino un agente, non si è fatto nessuno sciopero perché non era il presidente della Democrazia cristiana. Ho già detto tutto guardi….».  «Di Moro son contenti… ci hanno fatto la danza indiana – racconta un operaio giovane che esce dalle fonderie e ha il manifesto in tasca – io esco dalle fonderie, l’incazzatura è generale, si sono formati subito i capannelli, discorsi ecc. In fabbrica si è discusso del processo alle Br che si svolge a Torino, dell’indifferenza delle strutture dello Stato, del processo di Catanzaro che non va avanti, incazzatura per i quattro morti e per Moro niente…» e ancora dice un altro operaio: «danno uno schiaffo a uno, prima dicevano “che quello lì ha ragione, quello lì bisogna picchiarlo”. Dopo quando davvero gli hanno dato uno schiaffo, allora dicono “No, sciopero!”»(18).

Note
1) Il saggio di Berta è presente in, Tra fabbrica e società, mondi operai nell’Italia de Novecento, a di Stefano Musso, in Annali Fondazione Giacomi Feltrinelli, anno Trentatreesimo, marzo 1999. La citazione è presa da Coscienza operaia oggi. Nuovi comportamenti operai in una ricerca gestita dai lavoratori, a cura di G. Girardi, Bari, 1980, p. 85. Sull’atteggiamento dei lavoratori Fiat verso il terrorismo si veda anche, A Baldissera, Le immagini del terrorismo tra gli operai, “Politica ed economia”, a XII, n. 9 1981, pp. 33-40.
2)  Seguendo l’idea guida del processo di integrazione delle masse nello Stato, si sarebbe giunti ad uno «Stato allargato», o «integrale»: una visione dialettica del nesso Stato-società, sfere della realtà profondamente connesse e in cui agiscono gli stessi soggetti collettivi: le classi, i gruppi sociali, i movimenti, i partiti, gli aggregati di interessi e di idee. Uno dei maggiori artefici di questa visione, che partendo da Gramsci recuperava aspetti del corporativismo e del totalitarismo fascista, fu Pietro Ingrao, in Masse e potere, Editori riuniti 1977 (nuova ed. 2015).
3) Acs, Ministero dell’Interno gabinetto speciale (Migs), Busta 19.
4) L. Lama, Discorso pronunciato in piazza san Giovanni il 16 maggio 1978, Pdf in https://www.rassegna.it/articoli/il-caso-moro-nelle-carte-della-cgil-1.
5) B. Trentin, «Iniziative nelle fabbriche e nelle scuole in difesa della democrazia», l’Unità, 18 marzo 1978.
6) G. Bianconi, 16 marzo 1978, Laterza 2019, p. 157. L’articolo di Bocca appare su La Repubblica del 17 marzo 1978.
7) «La prima cosa che cercammo di capire era cosa significava il rapimento: se fosse un atto chiuso in sé oppure il segnale d’avvio di una strategia di tipo insurrezionale». Guido Bodrato, membro della segreteria della Dc nel 1978, in il Dubbio, 14 Marzo 2018.
8) La Repubblica, 22 aprile 1978.
9) Fondazione Istituto Gramsci, Fondo APC, microfilm 7805, verbale Direzione 16 marzo 1978, n.8, ff. 1-15.
10) Lotta continua, 17-20 marzo 1978.
11) Lotta continua, 18 marzo 1978, p. 12.
12) AA.VV., Movimento Settantasette. Storia di una lotta, Torino, Rosenberg & Sellier, 1979; pp. 258-259)
13) Gli episodi vengono riportati nelle cronache di Lotta continua, 17 marzo, p.3.
14) G. Ferrara, https://m.dagospia.com/non-c-e-controverita-possibile-giuliano-ferrara-rivive-il-rapimento-moro-169498.
15) B. Mantelli e M. Revelli, Operai senza politica. Il caso Moro alla Fiat e il “qualunquismo operaio”, Roma, Samonà e Savelli, 1979, p.19, 22, 24, 25, 39, 41, 52.

16) B. Mantelli e M. Revelli, Op. cit. p. 52.
17) Op. cit., 17, 18.
18) Op. cit., 42, 23, 28, 33, 40.

Quando la ricerca storica fa paura

Insorgenze

L’ultima relazione dei Servizi di sicurezza per l’anno 2019, depositata in parlamento nelle scorse settimane (leggi qui), punta l’indice contro la ricerca storiografica indipendente sugli anni 70. A preoccupare gli apparati di sicurezza è la presenza di una lettura non omologata di quel periodo, etichettata come «propaganda», rispetto alle versioni storiografiche ufficiali. Il pericolo – scrivono gli estensori del testo – è quello di «tramandare la memoria degli “anni di piombo” e dell’esperienza delle organizzazioni combattenti», un «impegno divulgativo, specie attraverso la testimonianza di militanti storici e detenuti “irriducibili» che – sempre secondo i Servizi –  rischia di trovare consensi «nell’uditorio giovanile». Quel decennio, nonostante il quasi mezzo secolo trascorso, suscita ancora grossi timori in settori di peso delle istituzioni che pretendono di mantenere una tutela etica sul periodo, estendendo all’infinito la logica emergenziale fino ad occupare il campo della conoscenza del nostro passato più prossimo. In un solenne discorso pronunciato il 9 maggio 2009, in occasione della “giornata in memoria delle vittime delle stragi e del terrorrismo”, il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, aveva chiesto il bavaglio verso una parte dei protagonisti di quel periodo1. «Chi controlla il passato controlla il futuro», scriveva Georges Orwell in un felice passo del suo 1984

Da alcuni anni è venuto meno il monopolio delle fonti, in passato nelle mani solo della magistratura e delle commissioni parlamentari con la loro scia di consulenti e periti che hanno elaborato il più delle volte narrazioni mistificatorie. Alla voce importante dei testimoni ora si è aggiunta questa importante novità: un’apertura che contiene i germogli di una nuova primavera storiografica. Non è cosa da poco tornare ad una attività di ricerca che rifugge rappresentazioni monocromatiche e sottopone a critica il paradigma penale che ha fatto della visione poliziesca e complottista la chiave di lettura di quegli anni. Agli apparati, come ai dietrologi, tutto ciò non piace. Per decenni l’accesso riservato alle carte aveva messo nelle loro mani un formidabile strumento per mistificare la storia, costruire un discorso funzionale ai poteri, totalmente stabilizzatore, una narrazione ostile alla storia dal basso, che nega alla radice l’agire dei gruppi sociali fino a negare la capacità del soggetto di muoversi e pensare in piena autonomia, secondo interessi legati alla propria condizione sociale, politica, culturale, dando vita ad una sorta di nuovo negazionismo storiografico.

1 Discorso tenuto nel corso della celebrazione della terza giornata della memoria delle vittime di stragi e terrorismo, «Lo Stato democratico, il suo sistema penale e penitenziario, si è mostrato in tutti i casi generoso: ma dei benefici ottenuti gli ex terroristi non avrebbero dovuto avvalersi per cercare tribune da cui esibirsi, dare le loro versioni dei fatti, tentare ancora subdole giustificazioni».

Il passo, p. 199, della “RELAZIONE SULLA POLITICA DELL’INFORMAZIONE PER LA SICUREZZA 2019”

«L’attività di costante monitoraggio informativo assicurata dal Comparto intelligence ha rilevato, in linea di continuità con gli ultimi anni, il proseguire dell’impegno divulgativo, specie attraverso la testimonianza di militanti storici e detenuti “irriducibili”, volto a tramandare la memoria degli “anni di piombo” e dell’esperienza delle organizzazioni combattenti. La propaganda si è in particolare rivolta, in un’ottica di proselitismo, a un uditorio giovanile, con un occhio di riguardo alla composita area dell’antagonismo di sinistra, sulle cui sensibilità risulta tarata una lettura trasversale, in chiave rivoluzionaria, dell’“antifascismo”, dell’“anti-imperialismo”, dell’“antimilitarismo” nonché delle questioni correlate al disagio sociale, dall’emergenza abitativa a quella migratoria, passando per le criticità del mondo del lavoro».

 

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Moro e quella concitata sera del 15 marzo 1978

Per capire il comportamento politico tenuto dalle maggiori forze politiche nei giorni del sequestro Moro bisogna osservare con attenzione quel che avvenne la settimana precedente, quando la lunga trattativa condotta da Moro per il varo dell’ennesimo governo Andreotti giunse a termine. Con una maestria incredibile, dopo aver estenuato gli emissari del Pci, Moro con colpo di mano finale cambiò la carte in tavola a tempo ormai scaduto cancellando dalla lista dei nuovi membri del governo i tre ministri indipendenti di sinistra che il segretario della Dc Zaccagnini e il primo ministro incaricato Andreotti avevano negoziato con il Pci. Tempo prima, all’ambasciatore americano Richard Gardner, il leader Dc aveva spiegato di ritenere «necessario guadagnare altro tempo. Ci sarebbe voluto almeno un anno per creare un clima elettorale in cui il Pci avrebbe subito una pesante sconfitta e la Dc una netta vittoria. Il trucco stava nel trovare un modo per tenere il Pci in una maggioranza parlamentare senza farlo entrare nel Consiglio dei ministri». Nei tre precedenti incontri che si erano tenuti lungo tutto il 1977, Moro aveva spiegato al diplomatico Usa che da parte democristiana non c’era mai sta la volontà di condividere il potere con i comunisti, ma che la situazione economico-sociale e la forza elettorale che avevano raggiunto imponevano delle concessioni. Non potendo andare ad elezioni anticipate, che avrebbero rischiato di rafforzare ulteriormente il Pci, bisognava mantenere le redini del governo, aprendo ai comunisti l’ingresso nella maggioranza e coinvolgendoli nella elaborazione di un programma di governo senza concedere loro alcun ministero. Una strategia rivolta ad impegnare il Pci nella difesa dello Stato avvalendosi della sua capacità di fare argine contro la protesta sociale

Quella concitata sera del 15 marzo 1978
Moro scorta«Quel mercoledì ero stato quasi tutta la serata col presidente. I comunisti contestavano che il governo era stato fatto col bilancino, assecondando le pretese di tutte le correnti Dc. Moro era convinto che non si potesse fare altrimenti, che solo a quelle condizioni la Dc poteva accettare che i comunisti entrassero nella maggioranza. A un certo punto mi disse: “Il Pci deve sapere che può essere solo così”». Tullio Ancora, consigliere di Aldo Moro, incaricato di tenere i rapporti con Botteghe oscure1, racconta in questo modo l’ultima sera di libertà del Presidente della Dc nello studio di via Savoia 88, base operativa della sua corrente, dove si riuniva con i suoi fedeli collaboratori. Un appartamento di 240 metri quadri, sette stanze e sei armadi blindati nei quali conservava documentazione di varia natura, anche dossier – si scoprì dopo la sua morte – di proprietà dello Stato (e che, dunque, non dovevano trovarsi lì). Fascicoli che decenni dopo richiesero mesi di lavoro alle Commissioni incaricate della stesura di un inventario. Tullio Ancora aggiunge: «Andammo avanti a lavorare fino alle 22. L’ultimo incarico che mi diede Moro, a tarda sera, fu di avvertire Berlinguer che, al di là delle perplessità, quella lista la dovevano accettare così com’era, altrimenti saltava il governo. Mi incontrai con Barca di notte, ma prima di quel messaggio a Berlinguer, all’indomani, arrivò la notizia del rapimento e dell’uccisione della scorta»2. Congedato Ancora, Moro si attardò ulteriormente rimanendo a parlare con il suo collaboratore Nicola Rana: «Io e l’onorevole Moro la sera del 15 siamo rimasti a chiacchierare all’uscita di via Savoia fino alle 23-23.30 proprio perché Moro diceva: “Rana, mi raccomando, domani, non appena finiamo…”. Avevamo le tesi di laurea da discutere il 16 mattina, ragion per cui Moro aveva deciso di fare un passaggio alla Camera, di sentire il discorso di Andreotti e poi per le 11 di essere all’università, dove avevamo 12 allievi da laureare»3.
Secondo alcune testimonianze, intrattenersi fino a tardi nello studio di via Savoia era per Moro una consuetudine. Anni dopo Francesco Cossiga rivelò che questa sua abitudine era un modo per tenersi lontano dalle tensioni familiari4, ma quella sera del 15 marzo la famiglia non c’entrava nulla, era in ballo il futuro del nuovo governo monocolore guidato da Andreotti. I segnali di forte insofferenza che stavano montando tra i dirigenti comunisti preoccupavano il dirigente democristiano perché avrebbero potuto ripercuotersi in parlamento, privando il nuovo esecutivo del voto di fiducia del Pci.

Incontro nella notte
Anche Luciano Barca5, che nelle settimane precedenti aveva preso parte a due incontri riservati tra Moro e Berlinguer, ha raccontato quel che avvenne quella lunga sera. A mezzanotte squillò il telefono di casa. All’altro capo del filo c’era Ancora che voleva vederlo subito nonostante l’ora tarda. I due abitavano vicino e si vennero incontro a metà strada. Barca prese appunti tenendo il foglio su un cofano d’auto6: «Moro è preoccupato delle riserve che sono state formulate dal Pci alla lista del governo e fa appello a Berlinguer affinché non si riapra il dibattito che faticosamente i gruppi parlamentari Dc hanno appena chiuso. […] Decido che è inutile svegliare Berlinguer (che tra l’altro non ama parlare per telefono e in sedi non proprie: tutti i miei resoconti e tutte le discussioni sulle risposte da dare hanno avuto come unica sede il suo ufficio di Botteghe Oscure, spesso con la partecipazione di Bufalini o Natta) e batto a macchina l’appunto per consegnarglielo al mattino»7. L’incontro quel mattino non ci fu, quel messaggio giunse a Berlinguer molto più tardi. La notizia dell’azione di via Fani modificò radicalmente la situazione. Racconterà Berlinguer: «Mi trovavo nella sede del gruppo comunista alla Camera, nella stanza dell’onorevole Natta, quando, intorno alle 9 e un quarto entrarono per darci la notizia prima il giornalista Angelo Aver, di “Paese Sera”, e immediatamente dopo l’onorevole Di Giulio. Entrarono successivamente altri compagni, altri collaboratori. Dopo una brevissima consultazione, decidemmo di recarci immediatamente a Palazzo Chigi dove trovammo che erano già convenuti o stavano convenendo numerosi esponenti politici e ministri. In quel momento, nelle stanze di Palazzo Chigi c’era una certa confusione»8. Fu dunque la circostanza eccezionale del rapimento, come si può leggere nelle parole di Giorgio Napolitano tenute in apertura della riunione di Direzione del 16 marzo, che spinse il Pci a tralasciare ogni riserva sulla composizione del governo e votare la fiducia: «Nella riunione di emergenza avvenuta stamane, poco dopo le 10 tra il Presidente del ConsiglioAndreotti ed i Segretari dei partiti dell’arco democratico, si è convenuto di accelerare all’estremo tutto l’iter della fiducia per fare in modo che il governo la ottenga entro la nottata dai due rami del Parlamento, per esplicare i suoi compiti gravi e delicati con pienezza di poteri. […] Berlinguer farà un intervento molto breve, sotto i 30 minuti concordati, nel quale darà risalto alle questioni dell’emergenza, quella più generale e quella di punta ora, e farà appello alla solidarietà democratica»9.
Si trattò di una improvvisa accelerazione politica che nel giudizio di alcuni storici è la prova di come in quei giorni si produsse «un’adesione comunista, per molti versi definitiva, alle istituzioni della democrazia italiana»10. Una valutazione analoga venne anche da Mario Moretti, che nel libro intervista con Rossanda e Mosca riconobbe la propria sorpresa davanti al livello di integrazione istituzionale ormai raggiunto dal Pci. I brigatisti, sbagliando, ritenevano che l’operazione Moro avrebbe suscitato una crisi difficilmente gestibile all’interno del Pci, favorendo uno scollamento tra i vertici del partito e una base che aveva mostrato segni di insofferenza di fronte alla strategia del compromesso storico11. Anche Moro – racconta sempre Moretti – all’inizio della sua prigionia «sta a vedere quel che succede, esattamente come noi. E quel che succede è sorprendente, sconvolgente. Anche lui ha bisogno di pensarci. [Per questo rimarrà] prima sorpreso, poi incredulo, sconcertato, irritato. Sempre lucidissimo però […] convinto che il blocco si smuoverà da quella chiusura solo se la Dc avrà un’iniziativa, si muoverà per prima. E comincia la sua battaglia politica con il suo partito»12.

L’intransigenza di Moro e la rabbia cupa del Pci
L’ingresso del Pci nella nuova maggioranza di governo, dopo la difficile parentesi del «governo delle astensioni»13, era stato pagato con un alto prezzo politico proprio a causa della rigida posizione di Moro. Negli ultimi giorni che precedettero il 16 marzo: «si chiarì che nel nuovo esecutivo non sarebbero mai stati inseriti né esponenti di altri partiti[…] né “tecnici di area”, come richiesto dai repubblicani, malgrado i tentativi in questo senso di Andreotti»14.
Dopo estenuanti trattative, la lista dei ministri era stata resa pubblica alle 21.00 di sabato 11 marzo. Alle 17.00 il presidente del Consiglio incaricato si era recato al Quirinale per sciogliere la riserva, ma c’erano volute ancora tre ore di negoziato per riempire le ultime caselle. Nonostante gli impegni assunti durante le trattative il monocolore democristiano si riproponeva senza novità: una tradizionale compagine suddivisa rigorosamente per correnti, secondo criteri del passato: 13 dorotei, 7 fanfaniani-forlaniani, 6 morotei, 6 forzanovisti, 4 basisti, 4 andreottiani, 3 del gruppo Rumor-Gullotti, uno per Colombo: Il «ministero delle anime morte» titolava un editoriale de «la Repubblica» il giorno dopo15. Non una delle richieste avanzate dal Pci, che pure lo stesso Andreotti, con Zaccagnini, avevano appoggiato, era stata accolta e ciò per una precisa volontà di Moro, che per garantire l’unità della Dc e fare fronte ai veti del Psdi aveva corretto la lista dei ministri reintroducendo nomi di esponenti politici democristiani per nulla graditi ai comunisti. Una sorpresa amara per Botteghe Oscure, che troppo presto aveva dato per vinta la partita. Completamente spiazzato apparve, infatti, il commento positivo di Natta apparso su «l’Unità» del 12 marzo, dato al giornale prima che venisse diffusala lista ufficiale dei ministri: «Pur nei limiti del monocolore, noi abbiamo ritenuto l’opportunità della presenza di personalità indipendenti di prestigio e della corrispondenza della compagine governativa alla esigenza di impegno, di capacità operativa e di coerenza con lo sforzo eccezionale e con la solidarietà occorrenti. Mi sembra anzi che questa sia la garanzia prima di un rapporto corretto e positivo tra governo e maggioranza, tra indirizzo ed esecuzione»16.
Di fronte al fatto compiuto il commento di Chiaromonte fu ben diverso: «Una lista desolante. Pochissimi cambiamenti, e di non grande peso politico. Alcuni trasferimenti da un ministero all’altro, peraltro incomprensibili nelle loro motivazioni. La maggioranza dei ministri confermata: anche quelli, come Donat Cattin e Bisaglia17, ostili apertamente e combattivamente alla politica di solidarietà democratica. Nessun tecnico indipendente al di fuori di Ossola, che faceva già parte del precedente governo. A molti sembrò una sfida ai comunisti e alla nuova maggioranza parlamentare»18.
Tra i tecnici indicati dal Pci, non c’era il nome di Luigi Spaventa, economista, eletto in parlamento come indipendente nelle liste del Pci19. Le valutazioni positive di Natta furono tanto più imbarazzanti perché «l’Unità» pubblicò sotto al suo intervento la lista dei ministri con un commento molto severo: «Ancora una volta la Democrazia cristiana si è dimostrata incapace di superare la logica delle correnti, le pressioni e le pretese dei gruppi, e di far corrispondere la scelta e la collocazione degli uomini a esigenze generali di qualificazione e di organicità dell’azione di governo nell’interesse del Paese»20. Quelle parole mettevano a nudo l’ingenuità della strategia comunista e la cosa divenne ancora più rimarchevole alla luce dei commenti apparsi nei giorni successivi sugli altri quotidiani: un fondo di Scalfari su «la Repubblica» del 16 marzo descrisse i malumori nel Pci: «dirigenti furibondi, negoziatori messi sotto accusa […] militanti delusi», e chiamò in causa il complesso di inferiorità del Pci riguardo alla propria legittimazione: «I comunisti sono stati talmente cauti da aver consentito, in nome della cautela, la nascita di uno sgorbio ministeriale»21. La reazione dei dirigenti di Botteghe oscure è descritta come «aspra» da Giuseppe Fiori nella sua biografia di Berlinguer: «Pajetta telefona ad Andreotti e gli parla severamente. È subito riunita la segreteria comunista con i presidenti dei gruppi. Si discute vivacemente. È anche espressa l’opinione che a questo nuovo governo (ma si ironizza sul nuovo) debba negarsi il voto favorevole. In tutti c’è ripensamento e dubbio»22. Pecchioli ricorda che quella sera «Berlinguer era furibondo. Raramente aveva preso tanto male qualcosa». Pajetta era per la rottura. In ogni caso – riferisce Natta – «pensavamo ad un discorso di Berlinguer molto duro e molto critico»23. La scelta comune, però, è di «lasciare che a pronunziarsi sia la Direzione dopo aver ascoltato Andreotti in Parlamento»24. Secondo Finetti l’intervento d’autorità di Moro avrebbe creato dissapori con Zaccagnini, «che infatti, quella sera, abbandona il suo ufficio dissociandosi da Moro e ventilando le dimissioni da segretario»25. Un attrito che avrebbe suscitato nei vertici del Pci l’attesa «di una presa di distanza da Moro» del segretario della Dc e di Andreotti. Gianni Gennari, molto vicino a Zaccagnini nei giorni del sequestro, ha confermato l’insofferenza e il forte dissenso di Zaccagnini per le scelte di Moro e non solo e la sua volontà di dimettersi dal ruolo di segretario: «Mi disse più volte che non era contento di come erano andate le cose per la soluzione politica di quella crisi di governo. Neppure era convinto della composizione del nuovo governo Andreotti che proprio la mattina della strage si era presentato alla Camera. Anche un recente “rimpasto” degli organi di partito – di cui pure era lui il segretario – non lo aveva soddisfatto…Avevano combinato tutto Moro e Andreotti. Lui aveva preso la decisione, quindi, e me lo disse chiaro, di dare le dimissioni da segretario. Dunque se le Br non avessero rapito Aldo Moro, Benigno Zaccagnini, appena varato il governo Andreotti con il Pci nella maggioranza si sarebbe dimesso da segretario della Dc. Per la cronaca lo ha scritto una volta anche Enzo Biagi, nero su bianco, mai smentito da qualcuno…Zac voleva tornare a Ravenna, a fare il pediatra. Era stanco di quella politica, che aveva voluto anche lui, ma di cui troppe cose, troppe persone, troppe vicende concrete non gli piacevano. Lo aveva detto anche a Moro, e negli ultimi giorni qualche colloquio non era stato del tutto normale. Zaccagnini era inquieto, e ne aveva detto le ragioni precise: inascoltato, nel partito di cui pure era segretario e nel governo…Ma le Br rapirono Moro, e lui fu costretto a restare. In quelle condizioni le sue dimissioni divennero impossibili»26.
Finetti aggiunge anche un retroscena: «Scalfari in quelle stesse ore parte all’offensiva di Moro accusandolo di essere lui a celarsi dietro il nome in codice «Antelope Cobbler» della lista delle tangenti della Loockhed, pubblicando in terza pagina un articolo intitolato, Antelope Cobbler? Semplicissimo è Aldo Moro presidente della Dc27. A dire il vero questa informazione apparve anche su altri quotidiani, come il «Corriere della sera», «La Stampa» e «Il Giorno». Il numero de «la Repubblica», comunque, venne immediatamente ritirato dalle edicole dopo la notizia del sequestro e sostituito con una edizione straordinaria nella quale non troverà più posto l’articolo che chiamava in causa Moro28.

Brigate rosse, dalle Fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2017


Note
1
La testimonianza della sua attività come emissario delle diplomazia segreta con il Pci si può leggere in T. Ancora, Enrico, perché senza scorta; in Enrico Berlinguer, a cura di R. Di Blasi, pp. 110 e segg., Editrice l’Unità, Roma 1985.
2 I due passaggi sono tratti da «Avvenire», 7 maggio 2008, Moro e il Pci, un’amicizia travolta dal rapimento, intervista di A. Picariello a Tullio Ancora e Enrico, perché senza scorta, cit. p. 111.
3 Audizione di Nicola Rana, CM2 Martedì 16 febbraio 2016.
4 «Se Moro ti incontrava alle dieci di sera eri fottuto perché ti teneva a discorrere fino a mezzanotte pur di non tornare a casa presto. Lui tornava a casa all’una e si faceva un uovo al tegamino», in L’uomo che non c’è, intervista di Claudio Sabelli Fioretti a Francesco Cossiga, Aliberti editore 2007. Anche Nicola Rana in CM2, audizione del 16 febbraio 2016, fece un accenno ai problemi familiari: «Quel giorno, il 15 marzo, era accaduta soltanto una cosa che teneva la preoccupazione di Moro. C’era stata una lite.[…]  Il presidente Moro era preoccupato per alcune questioni familiari, per un litigio che era intercorso proprio quella giornata tra la signora Chiavarelli e la figlia Anna. C’era stato un fortissimo litigio».
5 Parlamentare e membro della Direzione del Pci, esperto di politica economica, incaricato dal segretario del Pci E. Berlinguer di tenere i contatti con l’entourage di Moro.
6 La scena è raccontata in questo modo da G. Fiori in, Vita di Enrico Berlinguer, cit. pp. 352-353.
7 L. Barca, «Gli incontri segreti con Moro», in Enrico Berlinguer, Edizioni l’Unità, 1985, p.107.
8 Commissione Moro 1, audizione di Enrico Berlinguer, vol. 5, p. 350.
9 FG, APC, microfilm 7805, verbale Direzione del 16 marzo 1978, numero 8, fogli 3-4.
10 A. Giovagnoli, Il caso Moro. Una tragedia repubblicana, cit., p. 14.
11 M. Moretti, Brigate rosse, una storia italiana, intervista con Rossana Rossanda e Carla Mosca, Anabasi, Milano (prima edizione) 1994, pp. 144-146.
12 Ibid.
13 Giuseppe Fiori riassume così il bilancio del Pci sull’accordo di programma a cui aveva preso parte in cambio della propria «non sfiducia»: «Una scatola vuota; peggio un recipiente dove la Dc mette poco del pattuito e parecchie sue convenienze. In Parlamento rimanda, sabota, snatura punti del programma sui quali s’era raggiunta l’intesa dopo trattative estenuanti: la riforma sanitaria, l’equo canone, i patti agrari, il sindacato di polizia, i nuovi poteri degli enti locali. I singoli ministri agiscono senza considerazione alcuna per i partiti dalla cui astensione derivano il potere, e lo si vede nelle nomine pubbliche, spesso scandalose, sempre di bottega»; G. Fiori, Vita di Enrico Berlinguer, cit., p. 341. Opinione condivisa anche da Francesco Barbagallo che scrive: «Il Pci usciva molto provato dalla esperienza governativa del 1977. In mancanza di provvedimenti riformatori sul terreno dello sviluppo, del Mezzogiorno, dell’occupazione e dell’organizzazione del lavoro, era diventato bersaglio della protesta giovanile, del disagio operaio, della delusione degli strati intermedi e intellettuali»; F. Barbagallo, «Il Pci dal sequestro di Moro alla morte di Berlinguer», in L’Italia Repubblicana nella crisi degli anni 70. Sistema politico e istituzioni, a cura di G. De Rosa e G. Monina, Rubettino, Soveria Mandelli 2003, p. 80.
14 A. Giovagnoli, Il caso Moro. Una tragedia repubblicana, cit., p. 34. Egli cita in particolare una nota riservata di Luciano Barca a Berlinguer e Chiaromonte del 5 aprile 1978 in FG, APC, microfilm 7804, f. 0016.
15 «la Repubblica», 12 marzo 1978.
16 «l’Unità», colloquio con Alessandro Natta, Mettere a frutto le maggiori possibilità di rinnovamento, 12 marzo1978.
17 Il primo all’Industria, il secondo alle Partecipazioni statali.
18 G. Chiaromonte, Le scelte della solidarietà democratica. Cronache, ricordi e riflessioni sul triennio 1976-1979, Editori riuniti, Roma 1986, p. 100. L’espediente dei «tecnici indipendenti» doveva celare, in realtà, il coinvolgimento nel governo di ministri graditi al Pci.
19 A rivelare la circostanza è l’ambasciatore statunitense Gardner che riporta il contenuto di un colloquio con Amintore Fanfani del 18 dicembre 1977, R.N. Gardner, Mission Italy, cit., p. 179.
20 «l’Unità», 12 marzo 1978.
21 E. Scalfari, La firma di Natta non vale una messa, «la Repubblica», 16 marzo 1978.
22 G. Fiori, Vita di Enrico Berlinguer, cit., p. 352.
23 C. Valentini, Berlinguer, Editori riuniti, Roma 1997, p. 285.
24 G. Fiori, Vita di Enrico Berlinguer, cit., p. 352.
25 L’episodio sembra trovare, tuttavia, una smentita indiretta nelle parole di Moro presenti nella sua ultima lettera a Zaccagnini del 5 maggio 1978, non consegnata, dove scrive: «Essendoci lasciati in ottima intesa la sera del martedì», intendendo il giorno prima di mercoledì 16 marzo.
26 Teologo, consigliere di Berlinguer per gli affari religiosi, predispose il testo della lettera ai cattolici Italiani, inviata il 7 ottobre del 1977 al vescovo di Ivrea, Monsignor Bettazzi. La testimonianza di Gennari su Zaccagnini è apparsa su «La Stampa», 15 luglio 2012.
27 U. Finetti, Caso Moro, trent’anni di mistificazioni, in «Critica sociale», 13 marzo 2008.
28 «la Repubblica», 16 marzo 1978 (edizione ordinaria).

Per saperne di più
Diario del sequestro Moro