PORTA UN FIORE per l’abolizione dell’ergastolo
23 giugno 2012
Viaggio al cimitero degli ergastolani nell’isola di S. Stefano (Ventotene)
Dopo il processo e la condanna all’ergastolo per l’uccisione a colpi di pistola del re Umberto I, la sera del 30 luglio 1900 condanna, l’anarchico Gaetano Bresci giunge nel reclusorio di Santo Stefano il 23 gennaio del 1901. Qui lo attende una casacca con il numero 511, che d’ora in poi secondo il regolamento sarà il suo unico appellativo. Lo aspetta anche una cella particolare fatta costruire appositamente in previsione del suo arrivo, in un’ala completamente isolata del carcere. E’ una cella del tutto nuova, un po’ più confortevole di quella dove era stato recluso a Portolongone. L’ergastolano sarà sempre sorvegliato a vista dai carcerieri in due stanze poste ai lati della camera principale. Bresci si adatta, chiede di poter leggere e poiché la biblioteca del carcere dispone soltanto di tre libri: Le Vite dei Santi, la Bibbia e un dizionario di Francese, sceglie quest’ultimo. Cerca anche di fare ginnastica giocando a palla nella cella, nonostante i ferri, con una palla improvvisata ricavata con un tovagliolo arrotolato.
Bresci non mostra minimamente segni di sconforto, non ha atteggiamenti che lascino pensare alla possibilità di un suicidio. Il suo avvocato Francesco Saverio Merlino sta lavorando per apprestare una richiesta di revisione del processo, nel movimento anarchico c’è la speranza di riuscire ad organizzare una sua clamorosa evasione. Timore che esacerbava le paure del governo. Sul tavolo del governo giungevano quotidiane segnalazioni di possibili cospirazioni anarchiche. Il 18 maggio 1901 una lettera di Malatesta intercettata e sulla scrivania di Giolitti.
Nel pomeriggio del 22 maggio il corpo esamine di Gaetano Bresci penzola dall’unica sbarra ella finestra della cella. Strumento dell’impiccagione un asciugamano, il cui possesso però – si seppe dopo – era vietato.Secondo la testimonianza riportata dal carceriere, Bresci fino alle 14,50 aveva studiato il dizionario di francese. A quell’ora il carceriere si allontana per tre soli minuti a causa di un bisogno corporale, e quando rientra scopre il cadavere.
A mettere in dubbio la dinamica dei fatti saranno i medici incaricati di eseguire l’autopsia, il giorno 26, i quali notano lo stato di un cadavere in avanzato stato di putrefazione assolutamente incompatibile con una morte avvenuta solo 48 ore prima.
Giuseppe Mariani, l’anarchico attentatore del cinema Diana a Milano nel 1921 nelle sue memorie, Nel mondo degli ergastoli, scrisse:Fu detto che si è impiccato; ma come avesse potuto impiccarsi con le catene ai piedi e una sorveglianza continua, e senza far rumore (quando bastava un piccolo movimento perché le catene emettessero il loro suono caratteristico) è quello che nessuno di noi ha mai capito. Per legge le catene erano state abolite, ma a noi qui le lasciarono fino al 1907. Naturalmente condannati che si toglievano la vita ce n’erano anche allora, ma non s’impiccavano. Si strozzavano stringendosi il fazzoletto attorno al collo con tutta la forza fino a rimanere soffocati. Noi lo avremmo considerato un privilegio potersi impiccare come si può fare adesso. E in quanti ci saremmo impiccati!
Da segnalare, infine, la presenza nel reclusorio di Santo Stefano, almeno già dal 18 maggio, di un funzionario centrale inviato dal Ministero, tale Alessandro Doria, conosciuto per la sua esperienza nell’organizzare macchinazioni. Arrigo Petacco, nel suo libro L’anarchico venuto dall’america, ha scoperto la scomparsa della documentazione riguardante Gaetano Bresci sia negli archivi del penitenziario di Santo Stefano, che nell’Archivio Generale dello Stato, dove è conservata la pratica sul regicidio. Non v’è traccia nemmeno nelle carte segrete del fondo Giolitti, dove compare la cartellina vuota, intitolata Notificazioni del suicidio di Bresci compilata dal Doria. Un segreto di Stato conservato alla perfezione.
Testo estratto dal libro di Massimo Ortalli, Gaetano Bresci, tessitore anarchico e uccisore di re, Nova Delphi 2011, pp. 87-95
La segregazione
La punizione che aspetta il regicida è tale da sorpassare, per sofferenze, la pena capitale e Bresci avrà più di una volta da augurarsi di essere mandato all’altro mondo. Chi scrive può accertare che la vita trascorsa degli ergastolani è tale da far preferire mille volte la pena di morte.
La segregazione è pena accessoria ad è computata un sesto della pena. Il minimo della segregazione per chi è condannato all’ergastolo è cinque anni.
Il condannato all’ergastolo con dieci anni di segregazione, prima di entrare nella cella viene rinchiuso in una segreta a mezza luce, larga appena un metro e lunga due. A pochi centimetri da terra vi è una tavola leggermente inclinata larga circa 50 centimetri che serve da giaciglio. Per la nutrizione riceve solo pane e acqua. La porta della segreta durante questo periodo di rigore è sempre tenuta chiusa. Gli ergastolani più temuti sono quelli di Santo Stefano, di Nisida, di Civitavecchia e di Portolongone.
Quando l’ergastolano ha compiuto la pena segreta, se ha tenuto buona condotta passa alla cella ove dovrà espieare gli anni di segregazione. In generale le celle sono poco illuminate, prendono luce da un corridoio. Sono poco più di due metri quadrati. Il giaciglio è il solito tavolo, e il cibo, pane e acqua.
I segregati non possono leggere, né fumare, né scrivere, né lavorare. E’ l’ozio, il più assoluto condito di un assoluto silenzio. E’ raro che il condannato alla pena massima dellìergastolo con dieci anni di segregazione, compia questi dieci anni. O impazzisce o muore, e se si ribella l’attende la camicia di forza, i ferri ed il letto di forza.
Il ministro dell’Interno può con speciali disposizioni inasprire le pene speciali di rigore. Infatti quando Passannante venne condannato a morte e che per somma clemenza del nostro buon Re Umberto, che noi tutti piangiamo, gli venne commutata la pena di morte nella galera a vita, il Ministero ordinò una speciale segregazione scontata nella torre del bagno di Portoferraio, e propriamente nel carcere oscuro che è a due metri sotto il livello del mare.
Passannante vi entrò nel 1881 e me uscì nel 1889 quando per consiglio dei medici venne ricoverato nel manicomio criminale di Montelupo, ove si trova tuttora, affetto da spinite e da pazzia.
Estratto da Massimo Ortalli, Gaetano Bresci, tessitore anarchico e uccisore di re, Nova Delphi 2011, pp.85-86
Ps: Una traccia della pena accessoria della segregazione la ritroviamo ancora oggi negli artt.72 e 184 c.p. che prevedono l’isolamento diurno del condannato all’ergastolo quale sanzione accessoria e aggravante della pena dell’ergastolo. Il regime di segregazione trova un suo corrispettivo nel regime detentivo previsto all’art. 41 bis op (carcere duro).
PORTA UN FIORE per l’abolizione dell’ergastolo
23 giugno 2012
Viaggio al cimitero degli ergastolani nell’isola di S. Stefano (Ventotene)
Il cimitero degli ergastolani di S. Stefano, attiguo al vecchio carcere (1795- 1965), costituisce un luogo simbolico da vedere e far vedere perché racconta in modo emblematico, con le sue 47 tombe senza nome, non solo la spietatezza dell’esclusione degli ergastolani dal consorzio umano anche post-mortem, ma soprattutto ciò che oggi è l’ergastolo. In particolare la tortura dell’ergastolo senza speranza, quello cosiddetto ostativo, in base al quale due terzi delle persone attualmente condannate alla pena eterna, sono sostanzialmente escluse da quei benefici che permetterebbero la concessione, almeno teorica, dell’uscita dal carcere dopo 26 anni di pena scontata. Per questi reclusi l’ergastolo costituisce un “fine pena mai” effettivo, che prevede oltre alla morte sociale e civile, la loro effettiva morte in carcere.
Link
Liberiamoci dal carcere, ancora sul viaggio a santo Stefano
Cimitero di santo Stefano, anche gli ergastolani ora hanno un nome
Resoconto del viaggio al cimitero degli ergastolani
Ergastolo di santo Stefano, un fiore ai 47 corpi senza nomeFine pena mai, l’ergastolo al quotidiano
Sprigionare la società
Desincarcerer la société
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Basta ergastolo: parte lo sciopero della fame
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Perpetuité
Il processo contro Sud Ribelle: la filosofia di una inchiesta degna dell’inquisizione
E’ diventata definitiva l’assoluzione per i 13 militanti di Sud Ribelle accusati nel 2002 di associazione sovversiva e attentato agli organi costituzionali. Ieri sera la quinta sezione penale della corte di cassazione, accogliendo la richiesta del procuratore generale, ha respinto il ricorso della procura generale di Catanzaro contro la sentenza con cui la corte d’assise d’appello della città calabrese aveva confermato le assoluzioni dei 13 imputati nel luglio 2010, già pronunciate in primo grado dalla corte d’assise di Cosenza, nell’aprile 2008.
L’indagine costruita dal Ros di Ganzer aveva fatto il giro delle procure d’Italia senza trovare credito fino a quando, nel novembre 2002, venne accolta dalla procura di Cosenza che spiccò gli ordini di perquisizione e arresto.
Grazie ad una testimonianza di Eva Catizzone (che cito qui sotto), all’epoca sindaco di Cosenza, ho scoperto solo oggi che tra gli oggetti sequestrati agli imputati c’erano alcuni miei libri. Non so che uso ne abbiano poi fatto i Ros e la procura nel corso dell’inchiesta. Posso immaginare: con la mia consegna straordinaria alle autorità italiane da parte della polizia francese, avvenuta nell’agosto precedente, ero stato trascinato nel cuore dell’inchiesta sulla morte di Marco Biagi, grazie ad una montatura orchestrata dal duo Vittorio Rizzi-Paolo Giovagnoli (il primo alla guida del gruppo di inquirenti che indagava sull’episodio; il secondo titolare dell’inchiesta nonostante l’intima amicizia e il lungo legame di famiglia con la vittima). Quei libri servivano a condire il contesto e suggerire immediate equazioni.
Ripropongo l’articolo che, ignaro di tanto interesse, scrissi dalla cella d’isolamento del carcere di Marino del Tronto per Liberazione subito dopo gli arresti.
La testimonianza di Eva Catizzone: «Mi svegliai, quella mattina, con la telefonata del Dottore (Francesco Francesco Febbraio) e col rumore degli elicotteri sulla testa della città. Ero Sindaco. Quando lessi l’ordinanza ne colsi subito il tentativo maldestro. Entrarono, di notte, gli uomini di Ganzer, col passamontagna nero calato sul volto, nelle case dei cosentini e delle cosentine. Sequestrarono i libri di Paolo Persichetti e i ragazzi furono portati a Trani, nel supercarcere. Poi venne quella straordinaria giornata di partecipazione, di libertà, di civiltà, vissuta insieme a Franco Piperno, Luca Casarini, Nichi Vendola e 100 mila altri. Era un sud diverso, libertario e ribelle, che resisteva all’omologazione del pensiero. Oggi viene resa giustizia. E’ finito un incubo, per molti personale (penso alle famiglie), per tanti collettivo. Mi resta ancora impresso nella memoria l’odore dei fiori lanciati, dall’alto dei balconi, al nostro passaggio».
Venerdì 15 novembre 2002, esattamente una settimana dopo il Forum sociale di Firenze e la manifestazione nazionale contro la guerra che vide scendere in strada quasi un milione di persone, venti militanti della rete Sud Ribelle vengono arrestati. Si trattava di una operazione preparata da tempo e mediaticamente congeniata, intervenuta alcune ore prima dell’incontro previsto davanti ai cancelli tra gli operai siciliani della Fiat di Termini Imerese, collocati dall’azienda in cassa integrazione. Il provvedimento di detenzione cautelare emesso dal Gip di Cosenza, ispirato da un famoso rapporto del Ros dei Carabinieri, precedentemente rifiutato dai magistrati di Genova e Napoli, affermava di perseguire atti di «sovversione contro l’ordinamento economico dello Stato». Le accuse specifiche richiamavano gli avvenimenti del marzo 2001, a Napoli, e del luglio 2001, a Genova.
La filosofia di una inchiesta degna dell’inquisizione
Paolo Persichetti
Liberazione, mercoledì 27 novembre 2002

Le motivazioni impiegate dal Gip del tribunale di Cosenza nel concedere la liberazione di alcuni militanti No Global arrestati nei giorni scorsi confermano come l’inchiesta condotta da quella procura sia solo una torva avventura inquisitoria. I provvedimenti di rimessa in libertà si giustificherebbero – secondo il magistrato – «per il venir meno della pericolosità sociale desunta dalla sopravvenuto» – o almeno supposto tale – «ripudio della violenza pronunciato nel corso degli interrogatori».
Ora, ci sembra che se in questo episodio esiste una vera confessione spontanea e totale, essa viene da quanto scrive il magistrato. Parole che confermano come la detenzione cautelare venga usata come una forma di sanzione delle opinioni dell’indagato e l’abiura (do you remember dissociation?) il requisito essenziale per ottenere la libertà.
Di questa vicenda, come di altre, non interessano le eventuali risposte strappate a chi, sottoposto a pressione coercitiva, è stato messo in condizione d’inferiorità. Cos’altro è il carcere preventivo, appesantito dalla situazione d’isolamento giudiziario disposto in un istituto di massima sicurezza, se non un tentativo d’intimidazione psicologica, di minorizzazione dell’indagato?
Ci interessano invece le domande dell’inquisitore, di colui che si trova in posizione di vantaggio, privo di condizionamenti se non quelli della propria coscienza (se mai ne ha una), fresco e riposato, sostenuto dall’ausilio della forza coercitiva di cui dispone, dalle informazioni raccolte durante mesi di violazione della sfera privata del suo ostaggio, e di cui ha disposto il saccheggio della vita e dei beni, la perquisizione della casa, infrangendone l’intimità, invadendo e appropriandosi d’oggetti a lui cari, di strumenti di lavoro, dei segreti e dei ricordi, appunti e sogni, ed a cui vorrebbe – dopo tutto ciò – curare l’anima, rieducare la coscienza, misurare i valori etici, raddrizzare la morale, arrogarsi il diritto di giudicare il percorso personale svolto nel fetore di una putrida cella di sicurezza.
Non vorremmo esser tornati ai tempi delle edificanti parabole nelle quali l’inquisitore indulgeva nel ruolo di confessore, raccogliendo i peccati, assolvendo le anime e confiscando i corpi. La proliferazione dei reati associativi, ben sette quelli presenti nel nostro codice penale, la solida permanenza dei reati d’opinione, altrimenti detti «politici», reati di fine e di pericolo, facilita la concezione inquisitoria del ruolo della magistratura. Interpretazione che ha incentivato brillanti carriere politiche e istituzionali. Scompaiono in questo modo le domande sui fatti specifici e circostanziati, sui comportamenti concreti e si moltiplicano le richieste sulle proprie idee, opinioni, posture dell’anima e intenti del pensiero. S’intavolano processi alle intenzioni, vere, presunte, supposte, attribuite, persino inconsce.
Ma le motivazioni addotte dalla dottoressa Plastina nella sua ordinanza di rimessa in libertà sollevano numerose altre riflessioni sulla cultura politica e civile ormai imperante non solo nel nostro paese. Esse ci interpellano su quella sorta di richiamo all’ordine che viene rivolto non solo ai nuovi movimenti, ma alle possibilità che ciascuno di noi ha, in pubblico come in privato, di pensare, avere dubbi, esercitare critica senza costrizioni, intimidazioni, ipoteche e minacce.
Argomentando in questo modo le scarcerazioni, il magistrato di Cosenza ha dato prova di una notevole quanto abile dose di malizia. Affermando che l’adesione esplicita ai principi della nonviolenza priverebbe l’indagato di un qualsiasi profilo di pericolosità sociale, la dottoressa Plastina ha introdotto una micidiale quanto perfida equazione tra nonviolenza e legalità.
Mettiamo ora da parte la domanda legittima che questa circostanza induce: ovvero se la funzione di magistrato attribuisca un magistero sulla verifica delle dottrine morali e filosofiche seguite dagli individui. A che titolo un operatore della giustizia, che si avvale quotidianamente di quella dose di forza coercitiva normata (diritto), ritenuta necessaria alla regolazione sociale, può sindacare moralmente sul grado di violenza altrui? Domandiamoci, invece, se è possibile, in punto di dottrina ed esperienza storica, accettare una simile confusione tra nonviolenza e legalità?
Per quanto ci risulta, Thoreau, Gandhi e Luther King, concepivano e praticavano la nonviolenza come disobbedienza alle regole, dunque alla legge, per lottare contro situazioni di ingiustizia. La dottoressa Plastina fa molto bene il suo lavoro riassumendo la nonviolenza all’interno del paradigma della legalità. Conduce in questo modo, all’insegna di quella che fu la magistratura combattente durante l’emergenza degli anni Settanta, una battaglia su due fronti: quello giudiziario e quello del senso, ovvero sulla visione legittima delle cose da imporre. Stupisce, invece, che i nonviolenti non abbiano avuto in proposito nulla da obiettare. Sorprende tanta timidezza e tanto silenzio. Dobbiamo pensare che dietro vi sia soltanto il segno di una superficiale distrazione oppure che il magistrato di Cosenza tutto sommato abbia ragione?
Link
Sud Ribelle, una lettera di Claudio Dionesalvi
Genova G8, violenze, torture e omertà: la cultura opaca dei corpi di polizia
Carlo Giuliani, quel passo in più mentre tutti gli altri andavano indietro
Aporie della nonviolenza-1/continua
Esilio e castigo, retroscena di una estradizione
La biblioteca del brigatista
Cosa leggeva un brigatista nel settembre 1978?
Nonostante la semplicità della domanda pochi se la sono posta. Eppure la risposta avrebbe aiutato a comprendere meglio la storia di una delle componenti politiche più importanti che hanno dato vita alla lotta armata in Italia tra gli anni 70 e 80. I materiali ci sono, una documentazione immensa, repertata nelle migliaia di procedimenti penali e verbali di sequestro realizzati nel corso di oltre 20 anni di inchieste, operazioni di polizia e processi. Basterebbe andarli a cercare, leggerli, studiarli. Quanti lo hanno fatto? Io ne conosco solo due che hanno lavorato in questo modo: Marco Clementi e Miguel Gotor. Agli antipodi, ma non importa.
Cosa si ricava dal ricorso al metodo storiografico? Si smontano molte leggende, fandonie, luoghi comuni, crolla l’intera impalcatura dietrologica. La presenza di un libro della Kollontaj ridimensiona persino la critica femminista che tacciava la lotta armata di “machismo” nonostante nei gruppi armati di sinistra la presenza femminile sia stata di gran lunga più alta di qualsiasi altra formazione politica, extraparlamentare o istituzionale. Nell’appartamento di via Montenevoso 8, a Milano, c’erano i libri (sarebbe stato interessante poterli riavere tra le mani per osservarne le sottolineature, i commenti a margine, ma molto probabilmente saranno finiti al macero o forse in qualche armadio dei reparti antiterrorismo, i cui membri saccheggiavano senza scrupoli le librerie dei militanti arrestati) impiegati come fonti per la realizzazione dei comunicati scritti durante il sequestro (il ritratto biografico-politico di Aldo Moro ripreso da un volume di Aniello Coppola, pubblicato da Feltrinelli due anni prima del rapimento) ed altri utilizzati per redigere le domande al prigioniero. Spiccano due assenze: non c’era L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato di Engels, il libro de chevet dell’ex maoista Marco Bellocchio infilato come i cavoli a merenda in una scena demenziale del suo film (quella del mantra) sul rapimento Moro, Buongiorno notte (2003); non c’erano neanche liriche innegianti al calibro ben oliato o le bottiglie di Veuve Clicquot che riempivano i frigoriferi della case dove si nascondeva Sergio Segio.
Ancora più interesante è la genealogia della cultura politica brigatista che si può ricavare da queste letture. Certo è solo un primo elemento che andrebbe sovrapposto ad un lavoro di analisti dei testi. E’ l’inizio di una possibile, anzi utile pista di ricerca. In ogni caso è evidente come l’album di famiglia stalino-togliattiano richiamato come immagine dalla Rossanda, a dire il vero per polemizzare con chi diceva che i brigatisti erano dei “fascisti travestiti di rosso”, “agenti provocatori sotto controllo della Cia”, non era esatto. Altri dati poco studiati, le rilevazioni sociologiche sulle biografie politiche, ci dicono che la provenienza degli imputati per appartenenza alle Br non è riconducibile all’image d’Épinal del gruppo di fuoriusciti dalla Fgci di Reggio Emilia o agli studenti un po’ cattolici dell’università di sociologia di Trento. Ci sono le fabbriche milanesi, torinesi e genovesi. La diaspora di Potere operaio e di altre formazioni che operavano nelle borgate romane. L’onda lunga del 77. Pezzi di Autonomia veneta, Porto Marghera. L’area napoletana. E poi ancora le periferie romane degli anni 80.
Basta avere voglia di fare ricerca vera, libera, fuori dai preconcetti delle baronie universitarie lottizzate, dagli anatemi di re Giorgio e da chi ha messo in piedi quella rete di controllo della memoria che è il portale promosso dall’archivio Flamigni con la bendizione del Quirinale.
Ma torniamo al questito iniziale: cosa leggevano i brigatisti?

Via Montenevoso, 8: il nascondiglio segreto dietro un pannello rimosso nell’ottobre 1990 da un muratore
E’ la domanda a cui risponde Miguel Gotor esaminando con gli occhi dello storico il materiale repertato dai nuclei speciali del generale Dalla Chiesa dopo l’irruzione nell’appartamento di via Montenevoso 8, a Milano, il 1° ottobre 1978. Quella di Montenevoso era una base importante, una sorta di archivio delle Brigate rosse, scelta per conservare e preparare l’opuscolo che avrebbe dovuto raccogliere i materiali dell’interrogatorio (il cosiddetto “memoriale”) del presidente della Democrazia cristiana Aldo Moro. Al suo interno vivevano due esponenti dell’esecutivo nazionale della Brigate rosse: Lauro Azzolini e Francesco Bonisoli, entrambi “clandestini”. Il primo, trentacinquenne ex operaio della Lombardini di Reggio Emilia; il secondo, ventitreenne ed anche lui di Reggio Emilia, aveva preso parte nel marzo precedente all’azione di via Mario Fani, dove venne prelevato Aldo Moro. Insieme a loro da pochi giorni era arrivata anche Nadia Mantovani, venticinquenne, originaria di Padova e studentessa in medicina, latitante da poche settimane dopo che si era sottratta al domicilio coatto (confino) a cui era stata assegnata dopo un primo arresto. L’appartamento era stato individuato in agosto e tenuto sotto stretta sorveglianza per alcune settimane, il tempo di agganciare gli altri contatti, scoprire altre basi e farvi irruzione.
Dalle sessanta fitte pagine del verbale di sequestro, redatto dai carabinieri dei reparti speciali che occuparono l’appartamento nei 5 giorni successivi, prima di essere sloggiati con modi alquanto bruschi da altro personale dell’Arma appartenente alla struttura territoriale di Milano che faceva capo alla caserma Pastrengo (1), si ricava un interessante profilo della bibliografia brigatista che Miguel Gotor (2) descrive in questo modo (cfr. Il memoriale della Repubblica, Einaudi 2011, pp. 51-54):
Il lungo elenco consente di scattare una radiografia della vita quotidiana dei militanti delle Brigate rosse e di catalogare oggetti «comuni a un’intera generazione di giovani: non marziani, come sono diventati lentamente nel ricordo obliquo e reticente dei loro compagni di strada, man mano che costoro si separavano da quell’esperienza umana e politica che li aveva lambiti come un’onda improvvisa, senza travolgerli. Più che dalle intenzioni, spesso salvati dal puro caso: un appuntamento mancato, un amore improvviso, un figlio inatteso, la cartolina del servizio militare».
Nella base i militi «trovano centinaia di dattiloscritti fitti di analisi economiche e numerose rassegne stampa, in particolare sulla realtà industriale lungo l’asse Milano-Torino, non solo auto, ma anche chimica e siderurgia. Diari mensili riguardano lo stabilimento della Lancia di Chiasso (maggio e giugno 1978), una Relazione Fiat Mirafiori carrozzeria e presse, uno scritto intitolato La Fiat degli Agnelli, un documento politico sull’Ansaldo, il cui stabilimento è adesso a Milano uno spazio espositivo per l’alta moda (3). E poi i libri: non molti, ma ben scelti. Una piccola biblioteca portatile di edizioni recenti. Un vero e proprio campionario dell’internazionalismo rivoluzionario operaio e studentesco, oggi sopravvissuto tra le bancarelle dei bibliofili o negli scomparti virtuali di eBay a testimonianza di un’antica vitalità ormai dispersa; ieri strumenti preziosi per capire un mondo in ebollizione tra rivolte anticapitaliste, resistenze a regimi dittatoriali neofascisti e processi di decolonizzazione in atto con le loro speranze di giustizia e di riscatto: un altro socialismo sembrava ancora possibile».

Il mobiletto di via Montenevoso 8, dietro il quale si celava il pannello-nascondiglio come venne fotografato dai carabinieri nei primi giorni dell’ottobre 1978
Tupamaros, Kollontaj, Pisacane, Weather Underground, Bettelheim , Brecht, Mao…
Lotta armata in Iran di Bizhan Jazani, teorico socialista iraniano morto nel 1975; La resistenza eritrea di Piero Gamacchio e, dentro un baule, Prateria in fiamme, ossia il programma politico dei «Weather Underground» il movimento di ispirazione marxista statunitense; Tupamaros: libertà o morte di Oscar José Dueñas Ruiz e Mirna Rugnon de Dueñas; La rivoluzione in Italia di Carlo Pisacane, eroe risorgimentale che la riscoperta resistenziale di Giaime Pintor (4) aveva riportato alla considerazione dei movimenti rivoluzionari italiani in maniera ben più radicale di quanto la scolastica Spigolatrice di Sapri avrebbe mai lasciato supporre con la sua apparentemente innocua cantilena. E poi l’edizione einaudiana del Dialoghi di profughi di Bertolt Brecht a cura di Cesare Cases e il classico del femminismo Vassilissa: l’amore, la coppia, la politica. Storia di una donna dopo la rivoluzione dell’eroina sovietica Aleksandra Kollontaj. Non manca l’attenzione al tema delle partecipazioni statali e della riorganizzazione dell’impresa pubblica italiana (Lo Stato padrone, La borghesia di Stato), al mondo della nuova televisione (L’antenna dei padroni), alla realtà delle multinazionali quando il termine globalizzazione non era ancora entrato in voga (Multinazionali: tutto il loro potere in Europa, a cura di Stephen Hugh-Jones, e Multinazionali e comunicazioni di massa del sociologo francese Armand Mattelart). In camera, in un comodino di fianco al letto, «numerose riviste pornografiche», una Settimana enigmistica, la «Lotta di classe in Urss con annotazioni» del marxista critico Charles Bettelheim e le Opere scelte di Mao Tse-tung. Occhieggia persino «un libro dal titolo Carabinieri (di barzellette)», come registra con involontario senso dell’umorismo il verbalizzante, quello illustrato da Bertellier e pubblicato da Samonà e Savelli, forse come omaggio all’abusato slogan di quegli anni: «una risata vi seppellirà» (5).
Materiali e libri che servirono da fonti per redigere i comunicati e preparare le domande a Moro
Alla luce della lettura dei comunicati brigatisti divulgati nel corso dei cinquantacinque giorni non meraviglia la presenza della biografia di Aldo Moro scritta da Aniello Coppola (6), dal momento che il profilo dell’uomo politico contenuto nel secondo messaggio sembrò agli osservatori più attenti ripreso proprio da quel libro. E neppure stupisce, se si fa riferimento alle parti dell’interrogatorio in cui Moro fu costretto a rispondere sulle attività di antigueriglia della Nato in Italia e sulla cosiddetta strategia ella tensione, il rinvenimento di una relazione sulla «Rosa dei Venti», e di una copia del libro Il sangue dei leoni, edito nel 1969 da Feltrinelli (7). Il volume pubblicava nella prima parte un lungo discorso del leader congolese Édouard-Marcel Sumbu, ma dissimulava al suo interno il ben più intrigante «Manuale delle Special Forces», in cui erano riassunte le principali tecniche di antiguerriglia e di sabotaggio messe in pratica dai «Berretti verdi» statunitensi nei quadri bellici non convenzionali della guerra fredda. Desta interesse la copia di un discorso di Umberto Agnelli del 1976, poiché una delle domande a cui Moro dovette rispondere riguardò proprio i meccanismi che portarono alla sua elezione nelle file della Dc in quell’anno. Una serie di riscontri occasionali che confermano i rapporti organizzativi intercorsi lungo la linea Roma-Milano, via Firenze, tra il nucleo operativo che gestì il sequestro e l’interrogatorio di Moro e il comitato esecutivo di cui facevano parte anche Azzolini e Bonisoli, ossia gli occupanti di via Montenevoso.
Genealogia politico-culturale della rivoluzione brigatista: non c’erano Togliatti e Zdanov, anzi non c’era nemmeno “l’album di famiglia”, di cui scrisse Rossanda, ma le correnti del neomarxismo degli anni 60 del Novecento
Si tratta di un pachetto di libri assai lontani dall’armamentario tipico del militante comunista iscritto al Pci, piuttosto sono letture tipiche della nuova sinistra extraparlamentare di quel decennio, con suggestioni anticapitalistiche, terzomondiste, trockjiste, maoiste, guevariste, genericamente rivoluzionarie e libertarie, di sicura ispirazione antistalinista. Ben lungi quindi dall’immagine dell’«album di famiglia» – il sapore staliniano e zadnoviano degli anni Cinquanta avvertito da Rossana Rossanda nel linguaggio del secondo comunicato delle Br dopo il rapimento di Moro (8) – un’immagine che tanto consenso trasversale e duraturo ebbe presso l’opinione pubblica italiana da cui fu utilizzata per accreditare la tesi di una filiazione diretta della Brigate rosse dal Pci. La formula ebbe un successo propagandistico duplice che meriterebbe di essere approfondito nel suo sviluppo e radicamento nel dibattito nazionale: alla destra del Pci, perché amplificava una generale ossessione anticomunista e permetteva di riattualizzare lo stereotipo della doppiezza togliattiana; alla sinistra di quel partito, in quanto consentiva di rimuovere, o almeno stemperare in una vaga aria di famiglia, il nodo centrale del rapporto di contiguità culturale e generazionale tra il variegato mondo extraparlamentare, la lotta armata e la pratica della violenza politica nel suo complesso. Un nodo intricato e scivoloso, strettosi sempre più nel corso degli anni anche grazie a una serie di ambiguità, reticenze, omissioni e qualche indulgente connivenza. Zdanov e il Moloch sovietico degli anni Cinquanta, in realtà c’entravano assai poco e rischiavano di trasformarsi in un comodo alibi catarchico per non guardare in faccia la realtà[…].
Anzi , quei libri sono lì a ricordare che quel manipolo di giovani brigatisti era a modo suo, con granitica intransigenza e allucinata coerenza, dentro la cultura, le letture, le pratiche politiche e valoriali del movimento, come se le due realtà fossero attraversate da uno stesso sistema di vasi comunicanti.
Quanto accadeva in Italia rifletteva un contesto sovversivo insurrezionale di dimensione europea. Non a caso, due fitte pagine del verbale raccolgono i documenti della tedesca «Rote Armee Fraktion», ad attestare la solidità dei rapporti con le Br (9): strutture del gruppo, atti relativi al processo di Stammheim, dichiarazioni dei detenuti dell’organizzazione del 1977 fra cui Andreas Baader, lettere dattiloscritte di Ulrike Meinhof e altri, una pubblicazione in lingua tedesca datata settembre-ottobre 1977, una cartella contenente documenti relativi alla storia della Raf (memoriali, verbali dibattimentali, strategie di guerriglia), due «cassette di cui una iniziata con una voce femminile che parla lingua tedesca» (10).
Note
1. La rivendicazione della competenza sull’inchiesta, che ebbe conseguenze disciplinari interne, fece emergere le forti tensioni e rivalità tra fazioni opposte che si confrontavano dentro l’Arma dei Carabinieri e nei Servizi. Il repentino avvicendamento tra gli uomini di Dalla Chiesa e quelli della Pastrengo fu una delle probabili cause – a meno che non si voglia ritenere valida la tesi avanzata (ma non suffragata ancora da elementi totalmente convergenti) da Miguel Gotor, della mancata scoperta del nascondiglio celato dietro un pannello di gesso, a sua volta coperto da un mobiletto posto sotto il davanzale di una finestra, nel quale dodici anni dopo un muratore napoletano scoprì, mentre stava realizzando dei lavori di ristrutturazione, le fotocopie del manoscritto di Aldo Moro insieme a copie fotostatiche di altre lettere, soldi e delle armi avvolte in giornali del 1978. Materiale, la cui “scomparsa”, la mancata verbalizzazione nel carte del sequestro giudiziario, era stata ripetutamente denunciata in sede processuale e di fronte ai magistrati nel corso degli anni successivi dai brigatisti che occupavano l’appartamento, Franco Bonisoli e Lauro Azzolini.
2. Miguel Gotor in più occasioni ha dimostrato di avere uno sguardo per nulla compiacente nei confronti della storia delle Brigate rosse e più in generale della Lotta armata e delle formazioni rivoluzionarie degli anni 70, come dimostrano i diversi libri, saggi e articoli dedicati al sequestro Moro, in particolare alla produzione scritta del dirigente democristiano (lettere e memoriale).
3. Acss, Legione carabinieri di Milano, Processo verbale di perquisizione e sequestro di via Monte Nevoso di Milano, 1° ottobre 1978, ore 10, pp. 8, 15-17, 22, 31, 42, 45.
4. Carlo Pisacane, Saggio su la Rivoluzione, a cura di Giaime Pintor, Einaudi, Torino 1942.
5. Si tratta delle seguenti edizioni: Bizhan Jazani, Lotta armata in Iran, Calusca, Milano 1977; Piero Gamacchio, La resistenza eritrea, Lerici, Cosenza 1978; Prateria in fiamme: il programma politico dei Weather Underground, Collettivo editoriale libri rossi, Milano 1977; Oscar José Dueñas Ruiz e Mirna Rugnon de Dueñas, Tupamaros: libertà o morte, isapere edizioni, Milano-Roma 1974; Carlo Pisacana, La rivoluzione italiana, a cura di Aurelio Lepre, Editori Riuniti, Roma 1975; Bertolt Brecht, Dialoghi di profughi, prefazione di Cesare Cases, Einaudi, Torino 1977; Aleksandra Kollontaj, Vassilissa: l’amore, la coppia, la politica: storia di una donna dopo la rivoluzione, Savelli, Roma 1978; Pietro Guizzetti, Stato padrone. Le partecipazioni statali in Italia, Mondadori, Milano 1977; Antonio Mutti, La borghesia di Stato: struttura e funzioni dell’impresa pubblica in Italia, G. Mazzetta, Milano 1977; Francesco Siliato, L’antenna dei padroni: radiotelevisione e sistema di informazione, G. Mazzetta, Milano 1977; Stephen Hugh-Jones (a cura di), Multinazionali tutto il loro potere in Europa, Poligrafico G. Colombi, Milano 1977; Armand Mattelart, Multinazionali e comunicazioni di massa, prefazione di Ivano Cipriani, Editori riuniti, Roma 1977; Mao Tse-tung, Opere scelte, Casa editrice in Lingue Estere, Beijing 1969-75; Bertellier, Carabinieri: le più celebri barzellette sulla “Benemerita” per la prima volta raccolte e illustrate, introduzione di Sandro Medici, Savelli, Roma, Milano 1977.
6. Aniello Coppola, Moro, Feltrinelli, Milano 1976.
7. É-M. Sumbu, Il sangue dei leoni: appello politico a tutto il popolo congolese per una riscossa in massa contro la reazione Kinshasa. Discorso al Congresso culturale dell’Avana. Cultura e indipendenza nazionale. Manuale delle Special forces, Feltrinelli, Milano 1969.
8. Per l’espressione si veda Rossana Rossanda, Discorso sulla Dc, in il manifesto 28 marzo 1978, p. 1, e Id., L’album di famiglia, ivi, 2 aprile 1978, pp.1-2. Sul dibattito di quei giorni si rinvia a Gotor, Processo all’album di famiglia, pp. 53-58.
9. Sul processo, iniziato il 21 maggio 1975, cfr. Aust, Rote Armee Fraktion, pp. 283-370.
10. ACSS, Legione carabinieri di Milano, Processo verbale di perquisizione e sequestro di via mOntenevoso di Milano, 1° ottobre-5 ottobre 1978, ore 10, a firma Giovanni Scirocco e altri, ff. 7, 33-34. 39, 41, 49. 56, 58, 60 anche per le seguenti citazioni.
Problemi di storia della lotta armata per il comunismo
Brigate rosse, una storia che viene da lontano: il libro di Salvatore Ricciardi
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Marc Lazar: “Gli anni 70 è ora di affidarli agli storici”
Steve Wright: per una storia dell’operaismo
Gli angeli e la storia
Giustizialismo e lotta armata
Neanche il rapimento Sossi fu giudicato terrorismo
Storia della dottrina Mitterrand
Enzo Traverso, années de plomb entre tabou et refoulement
Solo Cossiga ha detto la verità sugli anni 70
Etica della lotta armata
Ma quali anni di piombo: gli anni 70 sono stati anni d’amianto
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi
Brigate rosse
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
Vincenzo Tessandori, “Ci chiameremo la Brigata rossa”
La vera storia del processo di Torino al “nucleo-storico” delle Brigate rosse: il Pci intervenne sui giurati popolari
Teorie del complotto
Dietrologia: chi spiava i terroristi
Doppio Stato, teorie del complotto e dietrologia
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Doppio Stato, teorie del complotto e dietrologia
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Italie, le theme du complot dans l’historiographie contemporaine – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Basta con la tirannia dei valori che ispira l’ideologia legalitaria. Bisogna tornare all’esercizio radicale della critica
Geneaologia del normativismo legalitario. Se non si torna ad interrogare i concetti, pensare le parole, ricostruire pensiero e azione, sulla scena resteranno solo quelli che utilizzano il brand Saviano o i Grillo della situazione
Roberto Esposito in un’interessante recensione apparsa su Repubblica del 4 giugno, La prevalenza dell’etica. Perché i filosofi non possono fare solo la morale, pone l’attenzione sull’attuale tendenza della filosofia a concentrarsi sul tema dei valori.
Esposito nota come «dopo una fase in cui il compito del pensiero è apparso quello di decostruire i valori consolidati, ponendo un interrogativo critico sulla loro vigenza, oggi la filosofia torna a riproporli in prima persona, parlando direttamente il linguaggio della morale». Accade così che il dover essere del pensiero normativo ha scalzato ogni approccio critico ed analitico della realtà e della storia. Ovviamente ciò non vale solo per la filosofia che essendo un riflesso di quanto accade nella società non può non tradurre in teoria, in vera e propria ideologia, in questo caso in forma di filosofie normative, le trasformazioni che hanno investito il modo di agire umano, le sue pratiche sociali e politiche.
L’attenuarsi della capacità riflessiva, al di là delle genuine intenzioni mosse dalla voglia di riscatto, che hanno trovato espressione nella “ideologia dell’indignazione” verso i diffusi comportamenti «nutriti da un cinismo diffuso, da un minimalismo etico», fa del pensiero una sorta di filo spinato che circonda la realtà spingendo, realtà e pensiero, verso il baratro del conformismo e della omologazione. Se il pensiero è normativo, la politica diventa inevitabilmente disciplinare, un approdo che conduce alla tirannia dei valori, a forme di Stato etico, ad un legalitarismo claustrofobico.
Il valore non è mai oggettivo, bensì solo soggettivamente riferito alla realtà, spiegava Carl Schmitt (La tirannia dei valori, presentato in Italia da Adelphi con una prefazione di Franco Volpi, 2008). «Il valore non è, ma vale» e ciò che vale «aspira apertamente a essere posto in atto». I valori assumono per definizione una natura “agonistica”, ma la loro logica polemica protende ad un assoluto che non può riassumersi nel conflitto ma nella crociata, la vocazione dei valori è imperialistica e sopraffattrice: «Ogni riguardo nei confronti del nemico viene a cadere, anzi diventa un non-valore non appena la battaglia contro il nemico diventa una battaglia per i valori supremi. Il non-valore non gode di alcun diritto di fronte al valore, e quando si tratta di imporre il valore supremo nessun prezzo è troppo alto. Sulla scena perciò restano solo l’annientatore e l’annientato».
La filosofia contemporanea – obietta con passione Esposito – non può sottostare passivamente a questa tirannia e rinunciare alla propria anima analitica e critica. Obiezione che vale a maggior ragione per le pratiche politiche e sociali, tanto più se intenzionate a lavorare per la trasformazione dell’esistente. «I valori – suggerisce ancora Esposito – vanno messi in rapporto con i tre ambiti della storia, della vita e del conflitto».
[…]
«è necessario portare a coscienza il fatto che essi [i valori ndr] non soltanto non sono eterni, ma si intrecciano inestricabilmente con le pratiche umane in una forma che non consente di assolutizzarli. Come è noto, molte delle peggiori nefandezze politiche, vicine e lontane, sono state consumate in nome del bene, della verità, del coraggio.
Il problema è di sapere cosa, quale groviglio di egoismi e di risentimenti, si nascondeva dietro queste gloriose parole. Il significato della genealogia – come quella attivata da Nietzsche e, dopo di lui, da Foucault, sta nella consapevolezze che ciò che si presenta come primo, o come ultimo, ha dentro di sé i segni del tempo, le cicatrici delle lotte, le intermittenze della memoria. Nulla è più opaco, impuro, bastardo delle origini da cui proveniamo. Il genealogista buca la crosta dell’evidenza, scopre tracce nascoste, solleva i ponti gettati dagli uomini per coprire i buchi della falsa coscienza. Come ben argomenta Massimo Donà in Filosofia degli errori. Le forme dell’inciampo (Bompiani 2012), senza una pratica consapevole degli errori, una analitica degli ostacoli, non vi sarebbe filosofia.
[…]
Se la filosofia perde il nesso con la contraddizione che è parte di noi, smarrisce il senso più intenso dell’esperienza».
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Arriva il partito della legalità
Michele Serra:“Saviano è di destra per questo piace ad una certa sinistra”
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populismo penale
Narrazioni… Secondo voi con chi ce l’aveva Altan?
Le due destre. Michele Serra: “Saviano è di destra, ma siccome in Italia non c’è una destra politica rispettabile allora lo ospitiamo a sinistra”
Nella consueta rubrica che tiene su Repubblica (potete leggere l’integrale qui sotto) Serra scrive: Saviano «È uno scrittore-soldato, che paga la sua guerra alla malavita conducendo una vita tremenda. Non è di sinistra, ha valori popolari molto simili a quelli di un meridionale tradizionalista non colluso e non servo. È un uomo libero e coraggioso. In un Paese munito di una destra decente (cioè legalitaria e repubblicana) sarebbe di destra. Dunque, non in questo Paese».
Ora che anche Michele Serra ci ha spiegato che il “civismo” propinato da Saviano non appartiene alla categoria dell’impegno, riassunto nella figura dell’écrivain engagé, ma a quella del volontario che si arruola nella legione militare della scrittura di guerra, che ne fa un author embedded, un warwriter, «scrittore-soldato» che agita l’etica armata, il moralismo in uniforme, l’epica della scorta militare come un’arma di devastazione di massa dell’intelligenza e della critica, tutto dovrebbe essere più chiaro.
E invece no. La parte più importante del ragionamento di Serra è un’altra (Saviano vi appare solo come rivelatore): siccome in Italia non c’è una destra degna del suo nome ma una destra “cafona, corrotta, mafiosa, pidduista, illegale, faccendiera, puttaniera, fascista, eccetera, eccetera”, la sinistra è costretta, per senso di responsabilità, a situarsi a destra, fare la destra del Paese.
Il risultato è che da diversi decenni in Italia ci sono solo due destre mentre la “sinistra” (che non vuol dire nulla se non un vago riferimento spaziale; ma passatemi per brevità l’uso di questo termine) è scomparsa.
Si cominciò con l’attenzione verso i cattolici, il compromesso storico, l’alleanza con i moderati, la politica dei sacrifici, l’austerità berlingueriana, la classe operaia che doveva farsi classe nazionale e stringere la cinghia per dare l’esempio (come sosteneva Giorgio Amendola riprendendo Togliatti), la moderazione salariale voluta da Luciano Lama. Poi, dopo l’avvento di Berlusconi, venne il gioco di sponda e l’abbraccio verso quei pezzi della vecchia destra ultramoderata, reazionaria, anch’essa come il berlusconismo ferocemente antioperaia e anticomunista, messa in soffitta dal mecenate della pubblicità: da Indro Montanelli, l’eterno frondista di tutti i regimi (monarchico, fascista, repubblicano) a Mario Segni, erede di quella destra repubblicano-gollista che negli anni 60, e ancora dopo, aveva flirtato con tutti i tentativi di stabilizzazione autoritaria dell’Italia. Poi sono arrivati i Marco Travaglio, che avevano fatto la gavetta al Borghese e poi da Montanelli divenuti facitori d’opinione sull’Unità, per approdare a Roberto Saviano.
L’esercizio migliore di questa sinistra (per intenderci il ceto politico che risiedeva a Botteghe oscure) era dare lezioni alla destra, spiegare loro cosa era e cosa si dovesse fare per essere veramente di quelle parti. Scegliersi l’avversario era il loro vezzo, stabilire chi aveva legittimità di esserlo. Quando venne di moda fare i liberali, Veltroni si trasformò all’improvviso nel dispensatore delle patenti di liberalismo altrui. Chi non aveva l’imprimatur di Botteghe oscure era ritenuto un contraffattore. Persino il vecchio Pli dovette inchinarsi alla fonte battesimale degli ex del Pci.
Ed eccoli oggi a spiegarci che siccome Saviano non ha casa politica (anche se passa le vacanze nei villoni di Corrado Passera) non c’è altra strada che accoglierlo… La realtà è che Saviano dentro questa sinistra ultraliberale e giustizialista, ci sta benissimo.
* * *
Michele Serra
dalla rubrica L’AMACA, la Repubblica del 5 giugno 2012
Sento in un talk-show l’impressionante Sallusti definire Roberto Saviano “un ricco scrittore”, espressione che al pubblico che fa riferimento a Sallusti deve sembrare l’acme della corruttela morale. Pare di capire che la destra bastonatrice (Giornale e Libero, per non far nomi) voglia indicare in Saviano il nuovo, odiato simbolo dei “radical chic”, il leader blandito “nei salotti che contano” dalle signore svenevoli e dagli orditori delle trame demo-pluto-massoniche. I toni e gli argomenti usati contro l’autore di Gomorra sono piuttosto spregevoli (anche se non raggiungono l’allucinata violenza toccata un mesetto fa da Giuliano Ferrara sul Foglio in uno degli articoli più ignobili della storia del giornalismo mondiale), ma la sostanza della campagna di stampa fa decisamente sorridere. Saviano può piacere o non piacere, ma con i radical chic c’entra come i cavoli a merenda. È uno scrittore-soldato, che paga la sua guerra alla malavita conducendo una vita tremenda. Non è di sinistra, ha valori popolari molto simili a quelli di un meridionale tradizionalista non colluso e non servo. È un uomo libero e coraggioso. In un Paese munito di una destra decente (cioè legalitaria e repubblicana) sarebbe di destra. Dunque, non in questo Paese.
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Arriva il partito della legalità
Occupazione militare dello spazio semantico: Saviano e il suo dispositivo
Sotto le parole niente: il nuovo libro cuore di Fazio e Saviano
Saviano e il brigatista
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Aggressione a Berlusconi: ma cosa c’entrano gli anni 70? E’ guerra civile borghese
Feticci della legalità e natura del populismo giustizialista
Arriva il partito della legalità
Ispirato da Eugenio Scalfari, organizzato e diretto da Carlo De Benedetti, probabile capolista un Roberto Saviano ancora recalcitrante ma disponibile a dare il suo imprimatur (non può certo sputare sul piatto dove mangia), scende in campo il partito della legalità
Un po’ come la fine di Craxi coincise con il trionfo postumo del craxismo, il tramonto di Berlusconi ci sta lasciando in eredità molte cose del berlusconismo e del suo modello speculare, l’antiberlusconismo. Prendiamo un esempio: il tracollo elettorale del Pdl nelle recenti amministrative non sta affatto provocando l’uscita di scena del partito-azienda. Al contrario assistiamo al moltiplicarsi di questo modello d’organizzazione diretta degli interessi più influenti della borghesia imprenditoriale e finanziaria nella politica.
Mentre i ceti popolari scompaiono dalla politica attiva, grande borghesia, finanza, Confindustria e salotti scendono direttamente in politica moltiplicando i loro partiti-azienda
Accanto all’ipotesi del Partito dei produttori di Montezemolo, ai blocchi di partenza ormai da molto tempo, costruito anch’esso attorno ad un cuore aziendale, si annuncia l’arrivo del Partito di Repubblica camuffato da cartello della società civile. Mentre la formazione di Montezemolo si candida a colmare il vuoto che il declino del berlusconismo rischia di lasciare dietro di sé, il Partito di Repubblica mira paradossalmente a tenere in vita l’esperienza dell’antiberlusconismo riproducendone il calco speculare: modello mediatico-carismatico, un propietario magnate, una strategia ispirata dal marketing politico, assenza di democrazia interna, gruppo dirigente e apparato cooptato.
Da diversi anni ormai il richiamo alla società civile è diventato lo schermo dietro il quale si cela, nella gran parte dei casi, la discesa in campo dei poteri forti, dei grandi salotti, dei miliardari, senza dover più ricorrere al tradizionale ruolo di mediazione e filtro dei professionisti della politica di cui parlava Weber (relegati nel migliore dei casi al ruolo di gregari o yesmen). Una concezione sempre più oligarchica della politica tanto più lontana da modelli partecipativi e di rappresentanza, sicuramente più presenti in alcune forme-partito classiche del Novencento, quanto più è forte l’appello alla società civile. Non a caso da mesi il governo è retto da un sedicente esecutivo di tecnici che sfugge a qualsiasi principio di rappresentanza elettorale (una sorta di golpe soft).
La repressione emancipatrice leit-motiv del partito promosso dal gruppo editorial-fianziario di Carlo De Benedetti
L’arrivo di una lista ispirata dal duo De Benedetti-Scalfari è data per certa. Ad anticipare questa mossa era stato lo stesso Eugenio Scalfari in un editoriale apparso su Repubblica del 13 maggio scorso. A dire il vero, in quella circostanza, l’ex fondatore di Repubblica aveva condizionato la formazione di «una lista civica apparentata con il Pd e rappresentativa del principio di legalità» alla permanenza del “porcellum”, il sistema elettorale attualmente in vigore. Per Scalfari la legalità, di cui vi sarebbe «urgente bisogno», deve essere il tema ideologico dirimente di questa nuova formazione per combattere «la corruzione, le mafie, le oligarchie corporative nella pubblica amministrazione, l’evasione fiscale e la legalità costituzionale» (manca ovviamente qualsiasi riferimento alle illegalità della finanza internazionale motore scatenante della crisi economica attuale).
Niente di nuovo dal pulpito di Repubblica che da decenni ha fatto della “repressione emancipatrice” la religione civile che ha permesso di mettere una pietra tombale sulla questione sociale.
Saviano capolista?
Il nuovo Partito della legalità – sempre secondo le parole del suo ispiratore – dovrebbe chiamare a raccolta «persone competenti e civilmente impegnate nella difesa di questi valori». Profilo nel quale molti hanno subito visto l’inconfondibile silhouette di Roberto Saviano.
Chiamato in causa l’autore di Gomorra si è subito precipitato a smentire la circostanza senza rinunciare alla sua consueta dose di vittimismo. Nella celebre rubrica dell’Espresso, che fu un tempo di Giorgio Bocca, Saviano ha attaccato quelli che fanno «disinformazione» annunciando sistematicamente la sua entrata in politica ogni qualvolta gli accade di mietere trionfali ascolti televisivi, nonostante le sue mediocri prestazioni. Gli autori di queste voci, ha spiegato con toni stizziti ma sempre meno convincenti (stavolta a tirarlo in ballo è stato Scalfari mica i suoi avversari), sarebbero dei disonesti che attribuendogli l’intenzione di entrare in politica vorrebbero soltanto delegittimarlo, macchiandone l’illibatezza che gli verrebbe dal non essere «percepito come schierato».
Frase interessante solo per il participio inavvertitamente impiegato. L’uomo che sostiene di voler «ridare dignità alle parole della politica», perché le parole, differentemente da come cantava Mina, non sono chiacchiere ma «azione», strumenti capaci di «costruire prassi diverse», non può non sapere che l’essere percepito è altra cosa che dall’essere realmente.
E’ singolare questa teoria della dissimulazione che ricorda da vicino uno dei più classici precetti della politica descritti da Machiavelli, «Ognun vede quel che tu pari, pochi sentono quel che tu sei», in uno scrittore – da tempo sempre meno autore e sempre più interprete – che non cessa di rappresentarsi come sacerdote del vero, senza infingimenti, mediazioni e filtri. Per giunta, dopo la querela milionaria presentata contro il Corriere del Mezzogiorno e Marta Herling, per la polemica sulle fonti indirette e anonime citate nel racconto sul terremoto di Casamicciola, a molti non è sfuggito che Saviano stia dimostrando più interesse al valore monetario delle parole piuttosto che al loro significato.
Il prezzo delle parole
Sarà forse per questa concezione borsistica della lingua, che poca importanza attribuisce al senso delle parole tanto da arrivare a sostenere parole senza senso, che Saviano può scrivere cose come: la fedina penale pulita in politica sarebbe un handicap, un «elemento di sospetto e fragilità». Tesi che nell’orgia di demagogia populista attuale non appare di grande originalità: lo affermano ogni giorno Marco Travaglio e Beppe Grillo.
Chissà se sui banchi di scuola gli hanno mai spiegato che la Costituzione italiana è stata scritta da fior fior di pregiudicati, ex galeotti, ex latitanti ed ex sorvegliati speciali con tanto di confino. E che tra questi si contano ben due presidenti della Repubblica.
Se sei pregiudicato – prosegue ottusamente lo scrittore embedded (con Saviano il vecchio modello dell’impegno civile e politico si è trasformato nell’arruolamento, nell’intruppamento tra le file dei crociati dell’ordine, dei professionisti della punizione) – «vuol dire che hai già un protettore. A seconda del reato commesso, ci sarà la mafia, un partito o una cricca a garantire per te. Invece se sei incensurato non hai tutela, puoi essere aggredito da tutti senza che nessuno ne abbia danno».
Per Saviano le carceri italiane sarebbero sovraffollate di potenti ultratutelati, non di una umanità dolente, di disgraziati senza peso e senza futuro. Esperti e operatori del settore non esitano a definire il sistema carcerario una discarica sociale. E nelle discariche, fino a prova contraria, c’è a munnezza; tanto per citare la considerazione sociale attribuita al popolo delle prigioni.
Sembra di capire che per Saviano l’unico modello di società possibile sia una sorta di 41 bis diffuso, un regime di massima sicurezza sociale, un sistema di gabbie e recinti concentrici dove le parole anziché libere finirebbero confiscate sotto chiavistello. E lui ovviamente sarebbe il portachiave.
Scalfari insiste: «Saviano ci servi». Mica puoi sputare sul piatto dove mangi!
Per nulla convinto dell’atteggiamento prudente messo in mostra dall’esponente di punta della scuderia di Roberto Santachiara, in una intervista al Fatto quotidiano Scalfari ha ribadito che la presenza dello scrittore nella lista per la legalità «sarebbe un valore aggiunto che può decidere le elezioni». Saviano è considerato un brand vincente, non è più una persona ma un dispositivo, una macchina del consenso di cui non si può fare a meno. Scalfari-Mangiafuoco non può rinunciare alla sua marionetta per mettere in scena il teatrino della poltica. Quale che sia la decisione finale, lo scrittore ha confermato che in ogni caso non rinuncierà «alla possibilità di costruire un nuovo percorso».
Il nuovo mix: partito delle procure e partito delle scorte
Insomma i giochi sembrano fatti. Manca solo l’annuncio ufficiale che secondo alcune indiscrezioni è previsto per il prossimo 14 giugno, data di avvio della festa di tre giorni organizzata da Repubblica a Bologna. Un serbatoio pronto per stilare le liste esiste già: si tratterebbe di pescare tra gli aderenti all’associazione “Libertà e Giustizia”, fondata sempre da De Benedetti. La base di riferimento resta il “ceto medio riflessivo” che ha animato l’esperienza dei Girotondi e riempito gli spalti durante le adunate al Palascharp. C’è poi il partito delle procure a cui si affiancherà quello delle scorte spalleggiato da Saviano.
Legalità e iperliberismo: stessa spiaggia, stesso mare…
A questo punto resta da chiedersi cosa potrà portare di nuovo l’avvento di questo partito al di là delle considerazioni tattiche sull’ipoteca messa su un Pd fragile e senza prospettive, che rischierebbe di diventare addirittura un satellite eterodiretto (vecchio pallino della redazione repubblichina) dalla nuova formazione. L’estenuante richiamo al principio di legalità impone un bilancio ed una decostruzione del concetto.
Il richiamo alla legalità, da tangentopoli ad oggi, oltre a non aver impedito ma in qualche modo favorito venti anni di Berlusconismo è servito da legittimazione al passaggio brutale dallo stato sociale a quello penale. La legalità è stata in campo politico-giudiziario il corrispettivo dell’iperliberismo in materia economico-sociale. Un contesto dove i forti sono diventati più forti e i deboli più deboli. Se vogliamo cominciare a capovolgere questa situazione è arrivato il momento di mettere in campo un movimento antipenale.
© Not Published by arrangement with Roberto Santachiara literary agency
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Da Berlinguer passando per De Mita, Segni, Fini e Saviano: la vocazione dello scalfarismo all’eterodirezione dei gruppi dirigenti della politica
Categorie della politica – Lo scalfarismo
http://www.ilfoglio.it/soloqui/13678
di Maurizio Stefanini
Il Foglio 2 giugno 2012
Il giornale per la “classe dirigente” e la mania dell’eterodirezione: dal Pci di Berlinguer alla Dc di De Mita. Ma anche le liste in proprio, come la Lega Nazionale
«Poiché il quadro politico ed economico è questo, poiché la maggioranza attuale non è credibile e un’opposizione credibile non c’è, è venuto il tempo che la società civile rivendichi il suo ruolo di protagonista e prenda in mano direttamente la gestione della nazione… Imprenditori, cooperativisti, sindacalisti, capi-operai, intellettuali, uomini delle libere professioni, che dovrebbero costruire questo luogo di incontro, aperto alle forze di buona volontà ma solidamente picchettato da paletti morali e programmatici. Non sarebbe un nuovo partito né un’ennesima e dispersiva lista elettorale, ma una grande forza trasversale». Firmato, Eugenio Scalfari. No, non sono le parole con cui sta chiamando, in questi giorni, alla Lista civica nazionale, o Lista Saviano, o Lista Scalfari che dir si voglia. Oltre vent’anni fa, fu l’appello con cui il primo dicembre del 1991 il Fondatore chiamò alla costruzione di una “Lega Nazionale”, identificata con la «maggioranza sommersa» che pochi mesi prima aveva votato il referendum di Mario Segni «contro l’espresso parere di Craxi e Bossi che ci avevano invitato ad andare al mare invece che alle urne».
Nel 2011 Saviano, nel 1991 Segni. Ma non solo loro. Nel mezzo ci sono tanti altri tentativi di passare dal giornalismo politico alla politica in quanto tale. Scalfari, prima di arrivare ai quarant’anni, ha già diretto ben tre campagne elettorali: nel 1953 il Pli; nel 1958 la lista tra radicali e Pri; nel 1960 le liste tra radicali e Psi alle comunali. Esperienze del resto tutte disastrose, che lo inducono a lasciare la politica attiva per il giornalismo. Poi tra 1968 e 1972 Scalfari torna in politica, come deputato socialista. Ma si convince che un parlamentare conta meno di un direttore di giornale, e dopo essere stato trombato si dedica al progetto che il 14 gennaio 1976 si traduce nell’uscita di Repubblica. «Questo giornale è un poco diverso dagli altri: è un giornale d’informazione il quale, anziché ostentare una illusoria neutralità politica, dichiara esplicitamente d’aver fatto una scelta di campo. E’ fatto da uomini che appartengono al vasto arco della sinistra italiana, consapevoli d’esercitare un mestiere, quale appunto del giornalista, fondato al tempo stesso su un massimo d’impegno civile e su un massimo di professionalità e di indipendenza».
«Finora si sono fatti dei giornali omnibus, buoni cioè per tutti i lettori. Noi, invece, vogliamo ritagliare dalla massa del pubblico una fetta precisa: la classe dirigente, prendendo come riferimento non il reddito ma i ruoli esercitati nella società». Così nacque il giornale partito. Ma la vocazione è la vocazione, e il Fondatore non rinuncia a provare ad esercitare una funzione che sia qualcosa in più della sola formazione della “classe dirigente”.
Così il primo partito su cui Scalfari intende riversare il suo know-how ideologico è proprio il Psi, ma dopo il 1976 punta decisamente sul Pci. Vocazione maggioritaria ante litteram. «La classe dirigente ha capito da un pezzo ciò che la piccola borghesia italiana stenta ancora a capire, e cioè che il Pci è un partito democratico come tutti gli altri», scrive il 21 gennaio 1979. Ha grande successo con la base, sedotta da un giornale tanto più glamour della vecchia stampa di partito. Meno con i dirigenti.
«Il suo direttore pretende di modificare l’immagine che abbiamo di noi, orientare i nostri comportamenti e indirizzare il processo in corso nel Pci verso certi esiti piuttosto che verso altri», dirà Enrico Berlinguer. «In tutto questo c’è qualcosa di oscuro che non mi piace». Successivamente, cogliendo l’occasione della crisi del Corriere della Sera per lo scandalo P2, nel gennaio 1983 Scalfari spiega che «è arrivato il momento di insediare il giornale in aree politiche e culturali meno di sinistra». Il suo nuovo punto di riferimento è Ciriaco De Mita, «l’uomo della risposta democristiana all’intraprendenza socialista». Per telefono, nel luglio 1986 lo convince a bloccare un governo Andreotti, e per telefono lo convince a nominare Antonio Maccanico ministro delle Riforme istituzionali quando il 13 aprile 1988 diventa presidente del Consiglio. «Sei il nuovo De Gasperi e farai dell’Italia una Svizzera». Ma solo un anno dopo, il 15 settembre 1989 conclude: «Mai un uomo che ha avuto il massimo del potere per sette anni ne ha fatto un uso così inefficace».
Neanche l’evoluzione del Pci in Pds lo convince. «Farfalla che aveva paura di volare», perché Occhetto non ha accettato il suggerimento di guardare «più il new deal rooseveltiano che il riformismo di Bernstein e Kautsky».
E così lancia la Lega Nazionale, il cui nucleo costituente è da lui individuato nel 1992 in una serie di candidature comuni per il Senato della Calabria. «La Malfa e Occhetto hanno mancato entrambi quello che essi ritenevano il successo, ma rappresentano, in modi e dimensioni diverse, forze rispettabili e utilizzabili per indicare le nuove regole di comportamento politico. E così Verdi e Orlando». Poi torna a guardare a Segni, salvo passare il suo imprimatur a Ciampi. «Come ai tempi di Einaudi» è il suo editoriale del 17 aprile 1993. Il 7 dicembre 1993 Occhetto ridiventa il leader di una «Grande alleanza… tra la società civile e la sinistra riformatrice». La «gioiosa macchina da guerra» verrà sconfitta, ma in capo a due anni si trasfigura nell’Ulivo vittorioso: «Un soggetto politico nuovo e destinato a durare». Missione compiuta al punto che decide di passare di mano la direzione del giornale. Salvo poi, il 13 aprile 1997 concludere: «Ma Prodi, chi è Prodi? Un vanitoso, un testardo, un furbo, un dilettante, un politico fine, un politico stolto? Risposta: Prodi è esattamente il frutto dei nostri tempi, il frutto di una Seconda Repubblica che si prefigura ma non è ancora nata». Il 16 gennaio del 2000 definirà i Ds «il partito della sinistra ora c’è», ma dopo la sconfitta il 3 ottobre del 2002 riconosce: che «il collante principale che tiene unito, al di là di tante divisioni, il cosiddetto ‘popolo di sinistra’» è “l’antiberlusconismo”. Il 14 ottobre 2007 saluta la nascita del Partito democratico, cui proporrà addirittura un suo Lodo per decidere le primarie. Ma il Pd lo rifiuta, e d’altronde a Scalfari dirigere uno solo dei poli in campo non è mai bastato. «Meno male che c’è Fini», titola il 30 marzo 2010. Ma già il 28-29 marzo 2010, Repubblica lanciava attraverso Saviano un appello alla vigilanza Onu sul voto.
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Uno dei passaggi della relazione di sintesi postata nei giorni scorsi (Vedi qui), nella quale il Gruppo d’osservazione e trattamento della Casa di reclusione di Rebibbia ha chiesto al Tribunale di sorveglianza di Roma di non concedermi l’affidamento in prova al servizio sociale (articolo 47 dell’ordinamento penitenziario), obiezione accolta dal collegio giudicante che nella camera di consiglio del 3 maggio scorso ha ritenuto: «la misura dell’affidamento non idonea allo stato della rieducazione del condannato e ad assicurare esigenze di prevenzione, apparendo necessaria un consolidamento del processo avviato ed una verifica dello stesso», merita un’attenzione tutta particolare.
Il funzionario giuridico-pedagogico (comunemente definito “educatore”), estensore del testo, scrive a proposito del mio lavoro di giornalista presso la redazione del quotidiano Liberazione che «Tale condizione gli ha consentito e gli consentirà di effettuare legittimamente esternazioni che a taluno (vedasi su internet) sono parse, come detto, ideologiche ed immorali: ci si riferisce, nello specifico, alla difesa del Persichetti della decisione presa alcuni mesi fa dall’allora Presidente del Brasile, Ignazio “Lula” Da Silva, di non estradare in Italia il terrorista Cesare Battisti».
1) Notate il singolare impiego del termine “esternazione”, entrato nel linguaggio comune nei primissimi anni 90 a seguito dei numerosi, e all’epoca inusuali, interventi pubblici in sede non istituzionale del presidente della Repubblica Francesco Cossiga (in realtà aveva cominciato Sandro Pertini nel settennato precedente). Da allora il “Potere di esternare” è diventato uno degli attributi politici più importanti del capo dello Stato, come oggi sottolineano molti costituzionalisti che attribuiscono un significato positivo a questa consuetudine, ritenuta uno strumento di «garanzia ed equilibro» delle istituzioni. Giudizio esattamente opposto a quello espresso ai tempi di Cossiga, quando invece le esternazioni venivano stigmatizzate come un’azione destabilizzatrice. Per questa abitudine l’allora capo dello Stato venne definito «picconatore», al punto che Eugenio Scalfari al comando del partito di Repubblica promosse, seguito a ruota dal Pci-Pds, un tentativo di impeachment contro il Quirinale sulla scorta di quanto previsto dall’articolo 90 della costituzione.
Il potere di esternazione è dunque una innovazione “presidenzialista” della funzione di capo dello Stato che nella originaria interpretazione a centralità parlamentare della carta costituzionale era invece legata ad un maggiore dovere di riserbo: il presidente della Repubblica parlava solo in circostanze solenni o inviando lettere alla camere. Il ricordo di duci, monarchi e imperatori aveva spinto i costituenti ad attribuire alla figura del presidente della Repubblica un ruolo di mera rappresentanza simbolica, diffidando della eccessiva personalizzazione e della concentrazione dei poteri nelle mani di un singolo.
Definire esternazioni gli articoli o le interviste di un detenuto che fa il giornalista, insinua dunque l’idea di una appropriazione eccezionale e privilegiata della possibilità di parola che altrimenti – si lascia intendere – dovrebbe essere relegata al più stretto riserbo. Come a voler dire che i detenuti non sono cittadini come gli altri, non hanno diritto di libera espressione.
2) Nello stesso passaggio, le cosiddette “esternazioni” vengono sottoposte all’insigne parere di un certo professor «Taluno», che il funzionario giuridico-pedagogico scrive di aver pescato in internet. A detta di questa autorevole fonte i miei articoli e le mie interviste avrebbero caratteristiche «ideologiche ed immorali». Poco prima, il funzionario aveva citato un’altra eminente opinione: quella del signor «Qualcuno», per il quale le mie posizioni non «riflettono un’idea» ma «piuttosto un’ideologia» (segnalata in corsivo nel testo).
Quali fossero le ragioni di questa dotta distinzione (platonico-marxista) tra il mondo sano delle idee e la gramigna dell’ideologia, sia il signor «qualcuno» che il funzionario giuridico-pedagogico non lo dicono.
Andiamo oltre. Incuriosito da tali eminenti pareri dopo aver letto la relazione del Got ho chiesto al funzionario giuridico-pedacogico dove avesse rintracciato i giudizi del signor «Qualcuno» e del professor «Taluno», perché su internet avevo trovato solo l’opinione di un certo «Talaltro», che stranamente prendeva le mie parti. Nel corso della lunga chiacchierata telefonica che fece seguito alla mia chiamata, il funzionario mi ha confessato che il professor «Taluno» altri non era che Paolo Granzotto del Giornale.
L’educatore sosteneva di essersi ispirato per quel giudizio ad un articolo di Granzotto, un giornalista le cui posizioni – come è noto – non riflettono un’ideologia ma un’idea, che poi questa sia di estrema destra, o peggio razzista, non importa.
Ma chi è Paolo Granzotto (leggete qui)? Biografo di Indro Montanelli, con il quale ha lavorato al Giornale dove è rimasto dopo l’arrivo di Berlusconi, Granzotto è stato sanzionato dall’Ordine dei giornalisti per aver scritto in un articolo del 2009, pubblicato su Il Giornale, che bisognava rispedire al mittente «la feccia rumena» (vedi qui). Per queste espressioni xenofobe ha ricevuto la sanzione della censura che viene inflitta nei casi di «abusi o mancanze di grave entità» e «consiste nel biasimo formale per la trasgressione accertata». La fonte battesimale ideale per esprimere giudizi di moralità e liceità sul pensiero altrui. Davvero un’ottima scelta quella del funzionario giuridico-pedagogico di Rebibbia penale.
Ma non è ancora finita. Ho cercato l’articolo di Granzotto (che potete leggere qui), e cosa ho scoperto?
Granzotto non scrive mai la parola immorale. Non pronuncia mai quella frase. Quanto sostiene il funzionario giuridico-pedagogico non c’è. Nel pezzo del 3 gennaio 2011 Granzotto, come suo solito, scrive un sacco di fesserie. In poche righe riesce a piazzare due grossolane falsità: pur di spingere sul tasto dell’impunità dimezza gli anni di carcere da me scontati all’epoca, 6 anziché 12, e mi attribuisce una frase mai detta in una intervista che avevo rilasciato il 2 gennaio 2011 a Repubblica. Nell’articolo non c’è altro.
L’educatore di Rebibbia mente quando dice di aver trovato su internet giudizi che stigmatizzavano i miei articoli. Privo del coraggio delle proprie opinioni, ha cercato malamente di attribuirle ad altri tentando goffamente di fornire loro un manto d’autorità. E quale autorità: il signor «Taluno», alias Paolo Granzotto… che poi non è.
Nell’Ordinamento penitenziario questo lavoro viene pomposamente definito: «osservazione scientifica della personalità».
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DIREZIONE “CASA DI RECLUSIONE REBIBBIA – ROMA”
Vis Bartolo Longo, 72 – 00156 Roma. Tel. 06415201, fax 064103680
RELAZIONE DI SINTESI
In data odierna si è riunito il Gruppo di Osservazione e Trattamento, nella seguente composizione:
Direttore di Reparto Dott.ssa A. T. Presidente
Funzionario giuridico-pedagogico A3F1, F. P. Segretario tecnico
Vice Responsabile di P.P. di Reparto, Isp. G. B. Componente
Asistente sociale L. R. Componente
(si allega copia di relazione del 09.02.2012 dell’UEPE di Roma, uale parte integrante della presente)
La riunione si è tenuta al fine di redigere relazione di sintesi sul detenuto semilibero PERSICHETTI Paolo, nato il 06 Maggio 1962 a Roma, per l’Udienza di discussione dell’Affidamento in prova ai Servizi Sociali, prevista per il 05.05.2012 dinanzi al Tribunale di Sorveglianza di Roma
Il Persichetti, ammesso a fruire della Semilibertà il 23.05.2008 dal Tribunale dì Sorveglianza di Roma, è giunto in questa sede il 24.05.2008.
II 26.05.2008 è stato redatto il primo Programma di Trattamento, ed 31.05.2008 il detenuto ha iniziato a lavorare come giornalista presso la redazione del quotidiano politico “Liberazione“, sita in Roma – zona Castro Pretorio: occupazione tuttora svolta.
Va subito detto, circa il lavoro e le sue logiche implicazioni, che ovviamente il soggetto gode di una legittima possibilità di esternare e dibattere, la quale gli consente di prendere e manifestare posizioni che riflettono un’idea (qualcuno ha detto, piuttosto, un’ideologia).
Tale condizione gli ha consentito e gli consentirà di effettuare legittimamente esternazioni che a taluno (vedasi su internet) sono parse, come detto, ideologiche ed immorali: ci si riferisce, nello specifico, alla difesa del Persichetti della decisione presa alcuni mesi fa dall’allora Presidente del Brasile, Ignazio “Lula” Da Silva, di non estradare in Italia il terrorista Cesare Battisti.
Prendendo lo spunto dalla vicenda in questione, sui media nacque un dibattito sugli “anni di piombo” sulla posizione assunta allora ed ora dalle Istituzioni e sulle vicende personali di alcuni terroristi.
Nell’ambito di tale dibattito, tra l’altro, dal soggetto furono poste su internet – e sono tuttora acquisibili – riflessioni condotte dal Persichetti anche in ordine alla propria vicenda, per certi aspetti simile a quella di Battisti, fuggito anch’egli in Francia. Si tratta di alcuni articoli e di almeno un’intervista radiofonica.
Si premette ciò in quanto i contenuti e le valutazioni di cui si è detto, le quali ovviamente riflettono un’idea e quindi anche una certa “difesa” del passato, da parte del soggetto, da un lato possono indicare in lui la presenza o meno di una revisione critica ma, dall’altro, rappresentano la concreta attuazione del Programma di Trattamento, caratterizzato proprio dalla previsione poter svolgere da parte del soggetto l’attività giornalistica, caratterizzata proprio dal diritto di espressione e limitata unicamente dalla commissione di illeciti civili e/o penali (si dirà più avanti della querelle tra il Persichetti e lo scrittore Roberto Saviano).
[…]
Il 18.07.2009 il detenuto, al mattino, è uscito in ritardo dall’Istituto; L’A.D., udite le giustificazioni addotte, ha ritenuto di non dover procedere disciplinarmente.
[…]
Si è accennato alla diatriba con lo scrittore Roberto Saviano.
All’inizio del 2011, come riportato sulla stampa e in internet (che ospita vari articoli al riguardo), si è verificata una schermaglia tra il Persichetti ed il suo editore da una parte, ed il Saviano dall’altra: schermaglia originata da affermazioni di quest’ultimo sul caso dell’omicidio di Giuseppe Impastato, affermazioni ritenute dalla controparte false o, quanto meno, superficiali.
La vicenda è sfociata nella presentazione di una querela per diffamazione da parte del Saviano nei confronti del Persichetti e del suo editore. La Direzione dell’Istituto ne è stata informata formalmente dalla Polizia di Stato con nota del 17.02.2011.
Il 02.03.2011 il Persichetti, durante un colloquio col Direttore di Reparto sulla vicenda, è stato da questi invitato a produrre gli articoli relativi alla querelle, al fine di fornirgli un quadro della situazione.
La richiesta è stata percepita come atteggiamento “censorio” che per tutta risposta ha detto chiaramente che gli scritti sono liberamente accessibili su internet e che non vedeva la necessità di doverli produrre lui.
Si è pertanto ritenuto di dover informare dell’accaduto e dell’atteggiamento tenuto dal semilibero il Sig. Magistrato di Sorveglianza.
La sera dello stesso giorno il semilibero è rientrato con dieci minuti di ritardo, alle ore 22,40; avendo preavvisato telefonicamente questa Direzione del ritardo e delle circostanze, non si è proceduto disciplinarmente ma, comunque, l’interessato è stato invitato a porre maggior attenzione sulle gestione dei tempi.
Identico ritardo è stato portato in occasione del rientro serale del 18.5.2011 (due mesi e mezzo dopo) ed identico è stato l’atteggiamento assunto dall’A.D. ma, come risulta agli atti, in tale frangente si è comunque invitato, quasi spronato, il soggetto a riporre maggiore fiducia nelle Istituzioni e – concretamente – nei suoi operatori.
[…]
A questo punto è doveroso rappresentare quanto segue.
La forma mentis del Persichetti lo conduce ad avere talora, un atteggiamento “paritario” (anche se tale aggettivo rischia di acquisire una valenza negativa) nei confronti di un’Amministrazione verso la quale, comunque, egli deve rispondere del proprio comportamento e non trattare da pari: il tutto, ovviamente, nel rispetto del diritti della persona.
Talora però nel soggetto pare vi sia una difficoltà a rendersi conto che, a differenza di quanto accade in un rapporto tra persone fisiche, rapportarsi con l’Amministrazione richiede una diversa “dialettica”, fatta – anche obtorto collo – di una puntuale esecuzione delle direttive o anche, delle sole indicazioni fornite dalla stessa e dai suoi operatori.
[…]
Il GOT pur prendendo atto senz’altro atto di una buona evoluzione dell’andamento della misura, ritiene proficua l’effettuazione di un ulteriore periodo –anche breve – di osservazione, al fine di consentire al soggetto di consolidare un percosro le cui premesse sembrano positivamente avviate.
Roma, lì 16 aprile 2012
L’estensore
Funzionario giuridico-pedagogico A3 F1
F. P.
Per il Gruppo di Osservazione e Trattamento
IL DIRETTORE DELEGATO
Dott.ssa A. T.
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Paolo Granzotto e il funzionario giuridico-pedagogico di Rebibbia
Roberto Saviano
Kafka e il magistrato di sorveglianza di Viterbo
Negato un permesso all’ex-br Paolo Persichetti per il libro che ha scritto
Permessi all’ex br: No se non abiura








