Nuovo censimento del Dap sulle carceri, meno misure alternative più affollamento

Reso noto il rapporto di Ristretti orizzonti che elabora i dati ufficiali de l Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria

Paolo Persichetti
Liberazione 9 aprile 2011

Oltre un milione e centomila galline ovaiole “prigioniere” in gabbie sovraffollate ben oltre i limiti di legge sono state sequestrate dai Nas durante una serie di controlli in allevamenti del centro nord, effettuati in vista delle festività pasquali. La presenza nelle gabbie era del 50% superiore al numero di animali consentito dalle attuali normative europee.
Una situazione analoga alla condizione di vera e propria calca che si vive nelle celle delle carceri italiane, dove le persone sono stipate l’una sull’altra. 67.615 presenze registrate alla data del 28 febbraio 2011 per una capienza che sulla carta raggiunge i 45.320 ma in realtà è inferiore.
Molti sono posti fantasma. Intere sezioni, pur disponibili, restano vuote con la conseguenza che la statistica diluisce l’affollamento reale. Il dato medio falsa le condizioni ben più drammatiche che si vivono nei maggiori istituti metropolitani e nelle prigioni del Sud, dove la presenza nelle “stanze di pernottamento” (ma dove si soggiorna 20-22 ore al giorno) raggiunge tranquillamente il doppio della capienza prevista. Insomma si sta peggio delle galline ovaiole tutelate dai Nas.
Se gli stessi criteri utilizzati per i pennuti dalle uova d’oro venissero applicati agli umani, le nostre carceri chiuderebbero come in Germania hanno stabilito i giudici costituzionali in una sentenza. Questo è il primo dato che emerge dall’elaborazione delle ultime stime, rese note dal dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, realizzato da Ristretti orizzonti, la piattaforma multimediale di cultura e informazione dal carcere promossa da detenuti ed ex detenuti della casa di reclusione Due palazzi di Padova e sostenuta dall’associazione di volontariato “Granello di Senape Padova”.

Si esce di meno e si entra di più
Altra conseguenza significativa registrata dalle cifre ufficiali è il fatto che una volta entrati in carcere non si esce, o meglio, si esce il più tardi possibile. Gli ergastolani, per esempio, sono quasi 1500 e restano in carcere ben oltre i 30 anni reali, che sommati ai giorni di liberazione anticipata (la buona condotta) spesso avvicinano i tetti di pena maturata a cifre da capogiro. Ad essere in semilibertà – che per questo tipo di condanna è ammessa solo dopo aver raggiunto il 20 anno di reclusione – sono appena 29 in tutta Italia. La pena si sconta chiusi in cella fino all’ultimo giorno e chi quell’ultimo giorno non ce l’ha rischia di uscirne solo con i piedi in avanti. Il raffronto proposto tra il numero delle misure alternative applicate al 28 febbraio 2011 e quelle concesse prima che entrasse in vigore la cosiddetta legge Cirielli (251/2005 ), normativa che pone molte limitazioni alla loro applicazione nei confronti di condannati recidivi, non consente repliche.
Oggi sono in misura alternativa 16.018 persone, dei quali 8.604 in affidamento ai servizi sociali, 858 in semilibertà (tra loro gli stranieri sono soltanto 85), 6.556 in detenzione domiciliare (non quella speciale entrata a regime recentemente e utilizzabile da poche decine di persone), a cui vanno sommati i condannati a lavori di pubblica utilità (41 in tutta Italia), ammessi al lavoro esterno (423 persone). Altre 2.023 sono le persone sottoposte alla libertà vigilata e 104 alla libertà controllata.
Prima della Cirielli erano in misura alternativa: 48.195 persone nel 2003, 50.228 nel 2004 e 49.943 nel 2005. Le restrizioni della Cirielli hanno prodotto una riduzione di quasi 2/3 a fronte di un incremento della popolazione reclusa. A causa degli inasprimenti sulla recidiva e di altre norme in materia di sicurezza (tra cui l’estensione della fascia di reati ostativi o che vedono ritardata l’applicazione della Gozzini e delle misure alternative), l’esecuzione penale esterna è tornata ad essere quella dei primi anni 90, quando c’erano 20 mila detenuti in meno. 13mila persone in misura alternativa nel 1994, 15 mila l’anno successivo.
L’industria della punizione gira a pieno regime.

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Cronache carcerarie

Le disavventure girotondine nel mondo della finanza

Truffa dei Parioli, il guadagno facile che “incanta” anche a sinistra

Paolo Persichetti
Liberazione 8 aprile 2011

Quello che più colpisce del raggiro finanziario messo in piedi da Gianfranco Lande, un po’ troppo velocemente ribattezzato il “Madoff dei Parioli”, vicenda sulla quale si sono dilungate le cronache dei giorni scorsi, non è tanto lo schema truffaldino messo in piedi quanto il profilo di alcune delle vittime, quasi 1200, finite nella rete. La tecnica utilizzata da Lande e dai suoi sodali finiti a Regina Coeli insieme a lui, attraverso alcune società costituite inizialmente in Paesi europei dove vige una larga deregulation finanziaria, come l’Irlanda e la Gran Bretagna, riprende la tecnica resa celebre negli Stati uniti all’inizio del secolo scorso dal migrante italiano Charles Ponzi. Si tratta del vecchio trucco della piramide: attraverso la promessa di guadagni rapidi e lucrosi, grazie a interessi sugli investimenti vertiginosi, si rastrella denaro. Il segreto è quello di trovarsi sempre al vertice della piramide ed aspettare che questa allarghi la sua base. L’afflusso di denaro dei nuovi clienti permette di remunerare i lauti interessi promessi ai primi. Lo schema regge finché la base della piramide continua ad allargarsi, poi crolla tutto. Nel frattempo i promotori della truffa scappano con la cassa. Ponzi reclutava le sue vittime tra gli altri immigranti e nei ceti popolari. Con appena due dollari si entrava nella società. In questo modo raccolse diversi milioni di dollari truffando quasi 40 mila persone.
Bernard Madoff, che è stato presidente del Nasdaq, il listino più importante nel mercato degli affari degli ultimi decenni, è riuscito a condurre fino al sublime questo modello attirando nella sua rete non singoli clienti ma i maggiori istituti finanziari del mondo. L’entità della truffa stavolta è stata dell’ordine dei miliardi di dollari, oltre 50. Addebitare a lui il crack della finanza internazionale sarebbe comunque un errore anche se la giustizia americana ne ha fatto un capro espiatorio. Ceti medi in rovina e grande borghesia avevano bisogno di un colpevole. Ma la bolla del mercato immobiliare statunitense, da cui hanno avuto origine i “derivati finanziari” utilizzati dai fondi speculativi che hanno invaso la finanza mondiale dopando l’economia, il debito pubblico di molti Paesi, persino quello di regioni e comuni in Italia, non sono certo riconducibili all’azione di un singolo attore. Il problema evidentemente investe l’evoluzione sistemica del capitalismo.
Lande, molto più modestamente, ha beffato il gotha della Roma pariolina, quartiere d’eccellenza della Capitale. Ma anche qui ridurre tutto ad una semplice truffa è forse fin troppo riduttivo. Lande e i suoi associati hanno certo agito fraudolosamente con società non autorizzate alla raccolta del risparmio, ma la loro azione illecita ha trovato spazio nelle maglie per nulla illegali della finanza internazionale. Il denaro dei loro clienti veniva investito in portafogli finanziari di varia natura, con l’arrivo dello scudo fiscale di Tremonti, Lande ha avuto l’occasione di creare una nuova società, questa volta autorizzata a raccogliere risparmio, che si è occupata di riportare in Italia i capitali precedentemente trasferiti all’estero al nero per convogliarli in nuovi investimenti dai contorni incerti, finché il crack della finanza internazionale ha accelerato il crollo di tutta l’architettura finanziaria messa in piedi.
Molto più interessante appare invece il profilo socio-culturale dei truffati, tra vip, imprenditori, politici (diversi piddini), calciatori e persino affiliati del clan Piromalli, si annidano alcune figure di punta del fronte girotondino che hanno promosso in chiave essenzialmente moralista l’antiberlusconismo nell’ultimo decennio. Spicca il nome di Sabina Guzzanti (400 mila euro persi), a dire il vero, fatta eccezione per Corrado, c’è l’intera famiglia: padre (275 mila) e sorellina più piccola (88 mila). Significativo il coinvolgimento dei Piromalli, esponenti di un noto clan della ‘ndrangheta calabrese, arrestati per estorsione su denuncia di un terrorizzato Lande perché cercavano di recuperare i 14 milioni versati, mentre erano loro i truffati. Circostanza che sfata molti luoghi comuni sul libìvello d’integrazione delle organizzazioni criminali con i “terzi e quarti livelli” finanziari. Ma forse ancora più decisive appaiono le parole di Mario Adinolfi, il bloger già candidato alle primarie dell’Ulivo, anch’egli esponente della galassia girotondina, che i suoi soldi li ha recuperati per tempo guadagnandoci un bel gruzzolo. Come ha spiegato in una intervista al Messaggero, aveva capito che non bisognava essere tra gli ultimi della piramide. A leggerlo, anche lui tra i più accesi antiberlusconiani, sembra di sentire invece uno dei tanti yesmen di Arcore: «Sono uno dei pochi che ha vinto», esulta. Quando il cavaliere entrava in politica Adinolfi affidava il suo denaro a Lande, «tra il ’94 e il ’95 credo. Ho tenuto i soldi “fermi” per quattro anni e già mi sembrava tantissimo». Adinolfi non è fesso, capisce l’antifona e chiede in dietro il suo investimento. E’ presto e la base della piramide si sta ancora allargando, per lui è una fortuna. Si è studiato bene la questione, come confessa sempre al quotidiano romano, dove conclude: «ho avuto indietro il denaro e gli interessi. E’ andata molto bene». Pecunia non olet si sa.
Questa vicenda mette in mostra l’essenza dei protagonisti girotondismo, l’indignazione moralista dei salotti che dietro le virtù pubbliche declamate cela gli stessi vizi privati del berlusconismo. In pubblico se la pigliano con il Cavaliere e i suoi loschi affari ma in privato tentano di fare la stesa cosa, anche se poi non ci riescono solo per imperizia delle membra. Dove sta la diffrenza?

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Parla Bernard Madoff: “Le banche e la Sec sapevano tutto”
Il sesso lo decideranno i padroni, piccolo elogio del film Louise Michel
Cometa, il fondo pensioni dei metalmeccanici coinvolto nel crack dei mercati finanziari
Populismo penale

Parla Bernard Madoff: «Le banche e la Sec sapevano tutto»

Nell’intervista Madoff sostiene che i mercati finanziari ferano assolutamente al corrente della sua attività. Insomma par di capire che nel mondo della finanza vige una regola molto chiara: quando le speculazioni, anche le più avventate, vanno bene sei un grande broker. Se finiscono male diventi uno speculatore. La borghesia è inesorabile con chi brucia i propri capitali

Nicol Degli Innocenti
Il sole 24 ore 10 aprile 2011

LONDRA – Bernard Madoff è l’unico colpevole, ma tanti altri intorno a lui hanno peccato di omissione scegliendo di non vedere, non controllare, non verificare. L’ex finanziere americano responsabile della gigantesca frode da 65 miliardi di dollari sa di non avere nulla da perdere e così ha deciso di rivelare la sua verità, sparando a zero sulle banche, sulle autorità di controllo dei mercati e su alcuni ex collaboratori, tutti, a suo dire, complici silenziosi.
In un’intervista al Financial Times dal carcere del Nord Carolina dove sconta la condanna a 150 anni e dove molto probabilmente morirà, il 72enne Madoff ammette le sue colpe ma lancia anche molte accuse. «Nulla di quanto affermo deve essere considerato una giustificazione del mio comportamento, – dice il finanziere. – Mi assumo piena responsabilità per quello che ho fatto, ero pienamente conscio delle mie azioni». Azioni che lo hanno portato a mentire alla famiglia e agli investitori, creando il «Ponzi scheme» piú complesso mai realizzato, che usava i depositi dei nuovi clienti per pagare ricchi interessi (10% garantito) ai vecchi investitori.
Per almeno sedici anni Madoff ha mantenuto in piedi un castello di carta ingannando tutti: dalla moglie, conosciuta ai tempi dei liceo, fino all’ultimo investitore che gli aveva affidato i risparmi. Poi nel dicembre 2008, di fronte all’obbligo di rimborsare 7 miliardi di dollari che non aveva, l’improvvisa e drammatica decisione di confessare tutto e, ammette ora Madoff, togliersi un «peso insopportabile. Vorrei che mi avessero preso prima».
Fatto il mea culpa, Madoff passa all’attacco. Innanzitutto le banche: JP Morgan in primis, che gestiva i conti correnti della sua società, aveva a disposizione tutte le informazioni per individuare la frode o perlomeno avere qualche sospetto. «Non sono un banchiere, ma so che movimenti da 100 miliardi di dollari in entrata ed uscita da un conto dovrebbero metterti sul chi vive, – afferma il finanziere. – JP Morgan aveva tutte le note di pagamenti. C’erano dirigenti della banca che sapevano cosa stava succedendo». Madoff prevede che la causa intentata quattro mesi fa contro JP Morgan dal curatore fallimentare Irving Picard (la banca nega ogni addebito) finirà con la richiesta di restituzione di fondi per 6,4 miliardi di dollari o perlomeno con «un sostanzioso patteggiamento». Anche Hsbc e Ubs, altre due banche a cui Picard ha fatto causa, «avranno grossi problemi», secondo Madoff. Ubs sostiene di non avere mai avuto sospetti di illeciti e Hbsc sottolinea di avere perso 1 miliardo a causa della frode.
Madoff punta il dito anche contro le autorità di controllo, che «passano troppo tempo a inseguire piccole infrazioni e nessuno a seguire le grandi aziende e le banche di investimento». La Securities and Exchange Commission (Sec) ha ricevuto sei denunce su Madoff, una che lo accusava di gestire un Ponzi scheme, ma le indagini di circa cento esperti non hanno portato a nulla perché, secondo il finanziere, «la mia era considerata una società modello». Quanto a Price Waterhouse, afferma Madoff, «venivano nel mio ufficio una volta all’anno a fare tutti i controlli».
Infine, il finanziere non risparmia quattro dei suoi maggiori investitori, i primi ad affidargli i loro soldi, tre dei quali sono morti negli ultimi anni. «Erano complici, tutti quanti» e soprattutto «erano avidi». L’avvocato di Carl Shapiro, l’unico dei quattro ancora in vita, ribatte che «Madoff è un bugiardo». Il finanziere non porta prove ma fa solo affermazioni pressoché impossibili da verificare. Peró dipinge un mondo in cui la reputazione conta piú dei fatti e dove in pochi capiscono i complessi sistemi di investimento basati su algoritmi elaborati da computer, ma tutti sono lieti di non fare troppe domande se ricevono rendimenti a due cifre.

Caso Papini, una vicenda esemplare di giustizia dell’emergenza

Conferenza stampa a Montecitorio. I legali denunciano: «Quello di Papini è stato un processo ai sentimenti. Quando venne arrestato, la digos di Bologna sapeva già da un anno, grazie alle intercettazioni telefoniche, che andava in carcere a trovare la Blefari con l’accordo della direzione dell’istituto di pena per tentare di impedire i suoi propositi suicidari dichiarati in una lettera. L’inchiesta è stata una montatura». Dopo l’assoluzione crolla il teorema accusatorio messo in piedi dai pm bolognesi che hanno pilotato da lontano anche l’inchiesta romana e il processo. I magistrati dovrebbero archiviare la sua posizione nell’inchiesta sull’attentato a Marco Biagi, ma sotto le due torri esiste una delle peggiori procure d’Italia

Paolo Persichetti
Liberazione 6 aprile 2011

Chissà cosa avrebbe pensato il marziano di Flaiano se fosse atterrato ieri mattina davanti a Montecitorio? Mentre i post-girotondini del popolo viola presidiavano la piazza per protestare contro il modo in cui il governo e la sua maggioranza parlamentare affrontano i temi della giustizia, srotolando un tricolore lungo circa 60 metri per dare inizio alla giornata della democrazia accanto a molte bandiere dell’Italia dei valori, FdS e Sel, dentro la Camera si teneva una conferenza stampa quasi deserta sul caso di Massimo Papini: uno degli esempi drammaticamente più concreti di come si esercita la giustizia in Italia. 17 mesi e 23 giorni di carcere duro in custodia preventiva, quando andava bene in regime di alta sicurezza nel braccio speciale di Siano, in Calabria, dove sono rinchiusi una parte dei detenuti politici di sinistra; altrimenti in regime di totale isolamento, peggio del 41 bis, quando durante i lunghi mesi del processo era appoggiato al piano terra del reparto G12 di Rebibbia. Sempre solo in un cubicolo, senza diritto alla socialità con altri detenuti, e con le ore d’aria (per così dire) da passare in un rettangolo di cemento di pochi metri quadrati circondato da alte mura e con il cielo coperto da una grossa griglia metallica. Tutto questo per un’accusa senza fondamento: aver fatto parte delle cosiddette “nuove brigate rosse”, solo perché non aveva rinunciato ad assistere la sua ex fidanzata, Diana Blefari Melazzi, precipitata dopo l’arresto nel labirinto della sofferenza psichiatrica. Strada senza ritorno sfociata nel suicidio, poche settimane dopo l’arresto di Massimo, il 31 ottobre 2009. Una morte quasi indotta da una persecutoria volontà di sfruttare la sua malattia come una opportunità per le indagini. «Assolto per non aver commesso il fatto» hanno stabilito lo scorso 23 marzo i giudici della prima corte d’assise di Roma, ribadendo che la solidarietà, anche per chi è stato dichiarato colpevole, non è reato. Un caso «paradigmatico» hanno spiegato i suo legali, Caterina Calia e Francesco Romeo presenti alla conferenza stampa insieme a Gianluca Peciola, consigliere provinciale Sel e alla deputata radicale (lista Pd) Rita Bernardini, che ha seguito il caso, incontrato più volte Papini in carcere e portato radio radicale a registrare le udienze del processo. Attenzione mediatica che ha infastidito molto la pubblica accusa. Tra i banchi solo qualche sparuto giornalista e gli amici di Massimo, animatori del comitato che l’ha sostenuto nei suoi 17 mesi di detenzione.
La piazza era piena ma la sala era vuota. Eppure si parla tanto di giustizia al punto che – direbbero i sociologi – questo tema è divenuto il maggiore repertorio di mobilitazione dell’azione politica. Fa scorrere fiumi d’inchiostro, riempie tg e salotti televisivi, ma quando ci si trova di fronte a casi concreti l’interesse svanisce. Davvero una strana idea di giustizia: la destra che grida alle toghe rosse e vede complotti delle procure ovunque si allinea subito dietro l’azione repressiva della magistratura, quando questa si riversa contro soggetti estranei al mondo imprenditoriale, alle classi possidenti; la sinistra, che inneggia alla costituzione e si erge a paladina delle legalità, perde vista, udito e parola di fronte agli abusi, per non parlare del carattere sistemico delle pratiche inquisitorie condotte dalla magistratura inquirente, grazie anche ad una legislazione speciale che gli offre mano libera. Insomma ci si agita molto per non fare nulla. L’arena giudiziaria appare solo il luogo dove si è trasferito lo scontro politico. Alla fine, della giustizia, della giustizia giusta, delle garanzie, non interessa a nessuno. Vince solo la demagogia penale: in galera tutti meno quelli che ci mandano gli altri. E così vicende come quelle di Papini restano sullo sfondo, ignorate. Nessuno chiederà conto alla procura di Bologna che – è già accaduto in altri casi – ha pilotato da lontano l’arresto di Papini e il processo, occultando prove a discarico dell’imputato, come ha denunciato l’avvocato Romeo. Nessuno vorrà sapere perché i testi citati dalla difesa sono stati inchiestati durante il processo, al punto da dover temere che l’azione difensiva fosse diventata un delitto. Il marziano di Flaiano non ha esitato, ha ripreso il volo disgustato.

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Massimo Papini assolto per non aver commesso il fatto
Papini assolto: “Non faceva parte delle nuove Br”
“Scarcerate Papini, accuse senza argomenti
Amicizia e solidarietà sotto processo
Un altro Morlacchi dietro le sbarre
Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati puntavano al pentimento
Induzione al pentimento
Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine

Cassazione: “Non è reato essere amici di inquisiti per banda armata”

Sbarchi a Lampedusa, «il governo conceda la protezione temporanea prevista anche dall’Ue»

Intervista a Gianfranco Schiavone, membro dell’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione

Paolo Persichetti
Liberazione 3 aprile 2011

Nel giro di poche settimane, dal giorno in cui è esplosa la guerra civile in Libia, la Tunisia ha accolto sul suo territorio 100 mila persone. Lo ha fatto con «grande dignità e capacità», spiega in un comunicato l’associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione, nonostante il Paese sia allo stremo, con una economia distrutta ed un apparato statale in parte smantellato. Il governo provvisorio, infatti, ha sciolto i corpi di polizia, invisi alla popolazione perché compromessi con la dittatura di Ben Alì, congedandone per intero i 150 mila appartenenti. L’ordine pubblico è per ora gestito dalle Forze armate composte da militari di leva, in attesa che la prossima assemblea costituente voti la nuova costituzione a cui dovranno ispirarsi le nuove forze dell’ordine. Nonostante ciò, la Tunisia ha dimostrato una capacità d’accoglienza sconosciuta all’Italia. Da noi sono bastate poche migliaia di profughi, meno di 10 mila, per gridare all’esodo biblico, e creare volutamente una situazione insostenibile sull’isola di Lampedusa, il collo di bottiglia degli ingressi via mare. Eppure, ci spiega Gianfranco Schiavone, consigliere nazionale dell’Agsi, «gli strumenti di diritto per fare fronte a questa emergenza esistevano da subito. E’ mancata è la volontà di applicarli anche per ragioni di calcolo legati all’intenzione di suscitare sentimenti xenofobi da fruttare politicamente oltre ad una certa confusione del governo».

Intende la norma sulla “protezione temporanea” prevista dall’articolo 20 del testo unico sull’immigrazione che secondo alcune indiscrezioni il governo sarebbe propenso a prendere in considerazione?
Non solo. Esiste anche una norma europea che istituisce la protezione temporanea prevista dalla direttiva 2001/55/Ce, recepita dall’Italia col decreto legislativo del 7 aprile 2003 n. 85. Il ricorso a questo tipo di permesso, che ovviamente va concertato a livello europeo, offrirebbe ai profughi la possibilità di spostarsi in tutto lo spazio Shengen. In questo caso si potrebbe discutere della ripartizione delle quote tra Paesi membri. L’articolo 20 del testo unico sulla immigrazione elaborato nel 1989 consente, invece, una protezione temporanea solo sul territorio nazionale.

Questa è una differenza rilevante. Alcuni Paesi europei potrebbero opporsi come sta già facendo la Francia che respinge i migranti alla frontiera di Ventimiglia.
La realtà è che l’Italia, al di là delle lamentele rivolte verso gli altri Paesi membri, non ha mai presentato formalmente la proposta di attivare la protezione temporanea. A livello Ue questo tipo di protezione è stato espressamente previsto per quelle situazioni eccezionali in cui si manifestano afflussi massicci di persone che fuggono da situazioni di grave instabilità che si è prodotta in un Paese terzo rispetto all’Ue: “il cui rimpatrio – stabilisce il testo – in condizioni stabili e sicure risulta momentaneamente impossibile a seguito della situazione del Paese stesso”. Che è proprio quello che sta accadendo oggi. L’Italia introdusse in anticipo questa norma rispetto all’Ue perché si trovò in prima linea a fronteggiare la crisi albanese. La protezione internazionale in questo caso non c’entra nulla. Non siamo di fronte a richieste di asilo politico legate al riconoscimento di una violazione della convenzione di Ginevra.

Avete avuto qualche ruolo nel ricordare al governo che esisteva questa strada?
C’è stato un suggerimento da parte di parecchie associazioni ma non c’è stato molto ascolto. Il governo si è dimostrato miope nell’illusione di riuscire a rimpatriare coercitivamente (e illegittimamente secondo il protocollo Cedu) le migliaia di tunisini. La protezione temporanea darebbe corso a permessi annuali, rinnovabili una sola volta, favorendo i ricongiungimenti familiari in ambito europeo. Infine non dimentichiamo che stiamo perdendo l’occasione per investire sul futuro di un Paese giovane con un potenziale economico e sociale che potrebbe sfociare in una collaborazione economica e culturale per noi favorevole.

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Rapporto Migrantes, Italia sempre più multietnica

«Gli anni 70? E’ ora di affidarli agli storici»

L’Intervista – Parla Marc Lazar che insieme a Marie-Anne Matard-Bonucci ha diretto, Il libro degli anni di piombo. Storia e memoria del terrorismo in italia, Rizzoli 2010


Paolo Persichetti
Liberazione 30 marzo 2011

La scuola di giornalismo della fondazione internazionale Lelio Basso ha promosso di recente un corso di approfondimento dal titolo, «Lo stragismo in Italia da piazza Fontana a via d’Amelio». Il ciclo di conferenze – hanno spiegato gli organizzatori – ha per obiettivo quello di analizzare «La violenza politica come nodo interpretativo della vicenda repubblicana». Tuttavia volgendo un rapido sguardo al programma si resta colpiti dalla singolare riduzione di significato attribuita alla nozione di “violenza politica”. Non vi è più traccia di legami con le dinamiche dell’azione collettiva e dei conflitti sociali, scompare l’analisi del contesto socio-economico, non si tengono nella dovuta considerazione le influenze di natura culturale e ideologica. Eppure, sarebbe bastato guardare alle ore di sciopero, al numero di manifestazioni e picchetti realizzati in alcuni passaggi salienti del dopoguerra italiano, rileggere giornali e riviste dell’epoca per capire il nesso profondo che lega l’emergere della violenza politica ai conflitti sociali.
Per la fondazione Basso, invece, tutto si riconduce al «fenomeno stragista sviluppatosi come “strategia della tensione” alla fine degli anni 60 e riemerso (caso unico in Europa) in tutta la sua drammaticità dopo la fine della guerra fredda ad inizio anni 90». Si ripropone, in sostanza, l’ennesima vulgata complottista e autoconsolatoria aggiornata agli attentati di mafia dei primi anni 90, al papello di Riina, alla trattativa tra Stato, nella veste del “signor Franco”, e Vito Giancimino per conto di Bernardo Provenzano, almeno stando alle ultime ricostruzioni fornite dal figlio di Giancimino, Massimo, prese sul serio dalla procura di Palermo ma non da quella di Caltanissetta. Una rappresentazione che pretende di racchiudere in un’unica trama criminale fatti lontani, diversi, opposti e conflittuali, per natura, cause, moventi e fenomenologia.
Di questa difficoltà a fare la storia degli anni 70 abbiamo parlato con Marc Lazar, professore di storia e sociologia a Sciences Po-Parigi e alla Luiss, che insieme a Marie-Anne Matard-Bonucci ha curato un interessante lavoro multidisciplinare sugli anni 70 pubblicato nel settembre scorso da Rizzoli: Il libro degli anni di piombo. Storia e memoria del terrorismo italiano (tradotto dall’edizione francese uscita presso l’editore parigino Autrement).

Nella introduzione affermate che «Gli storici studiano il terrorismo italiano da poco». Perché questo ritardo?
All’inizio ci sono state le investigazioni giornalistiche, con inchieste soprattutto interessate a cercare i legami con Kgb, Cia, insomma la cosiddetta “dietrologia”. Poi sono venute le commissioni parlamentari che hanno fatto un lavoro a volte abbastanza interessante. Ma è stato come se gli storici avessero delegato ai politici il proprio mestiere. Una supplenza pericolosa. Successivamente è arrivato il momento delle testimonianze con le autobiografie di alcuni militanti della lotta armata e di chi era sul fronte opposto. Da un po’ di tempo hanno preso la parola i figli delle vittime o degli attori: Calabresi, Tobagi, Rossa, e dall’altra parte Anna Negri. Credo che ora sia giunto il momento degli storici. Anche se non va dimenticato che già in passato ci sono stati lavori importanti che purtroppo sono rimasti confinati nel limbo dei pionieri. Oggi ho l’impressione che si stia aprendo una nuova fase. Sono colpito dalla presenza di giovani ricercatori italiani e francesi che si rivolgono a questo periodo con uno sguardo molto diverso dal nostro. Sicuramente chi ha partecipato a quegli anni proverà un grosso malessere di fronte all’impatto delle nuove ricostruzioni che forniranno questi giovani.


Perché ci sono voluti 40 anni?
Questo ritardo ha diverse spiegazioni: molte ferite sono ancora aperte, sia da parte dello Stato che di quelli che hanno fatto la scelta della lotta armata. Non dimentichiamo poi le vicende dell’estrema destra, lo stragismo. Il comportamento della giustizia ha mostrato l’esistenza di due pesi e due misure: molto più duro con la sinistra armata, meno con la destra stragista. C’è poi una grossa difficoltà ad accettare l’idea che negli anni 70 la violenza non sia rimasta limitata solo a piccoli gruppi. Al di là dei giudizi negativi che si possono dare, questa violenza politica esprimeva comunque qualcosa che era presente nella società. E’ stata uno specchio dell’Italia, una sorta di autobiografia del Paese. Questa constatazione ha suscitato reazioni molto dure, soprattutto a sinistra. Eppure La storia degli anni 70 non si può ridurre al peso, seppur importante, delle ideologie, o alla scelta strategica dell’uso della violenza da parte di alcuni gruppi. Si tratta di capire le ragioni profonde che hanno favorito quella parte di consenso raccolto dentro la società dalla minoranza armata. In fondo l’Italia è l’unico Paese europeo in cui si è verificato un periodo così lungo di conflitto violento e con dimensioni sociali tanto ampie. Per questa ragione diversi contributi presenti nel libro, come quello di Isabelle Sommier, cercano di ripensare il rapporto tra violenza sociale e politica non solo negli anni 60-70 ma anche in una prospettiva più lunga. La nostra ambizione era di fare una storia politica, sociale e culturale, mettendo assieme i vari aspetti.

Come spieghi questo perdurare delle teorie dietrologiche?
C’è una grande difficoltà a capire che una protesta sociale può avere un rapporto con la violenza e avere sbocchi politici. E’ un po’ la stessa incapacità a comprendere la natura del berlusconismo, il suo essere ormai un fenomeno sociale profondo e non il semplice risultato di una manipolazione dei media. Con questo lavoro abbiamo posto la prima pietra sulla necessità di fare storia dopo tanta dietrologia e letteratura scandalistica. Anche perché sono passati 30-40 anni e cominciano ad esserci un po’ di archivi disponibili. Non tutti sfortunatamente.

Questa presenza francese, prima con la dottrina Mitterrand ora con la scrittura della storia, non potrebbe suscitare qualche malumore?
Anche in Francia è accaduto qualcosa del genere con la storia di Vichy. Solo grazie al contributo dello storico americano Robert Paxton è stato possibile il rinnovamento completo dell’interpretazione storiografica di quel periodo. Forse un contributo straniero può essere utile quando c’è una situazione così intrecciata. La verità è che noi francesi ci siamo ritrovati dentro questa storia, siamo stati attraversati da queste vicende. Era quindi necessario tentare di andare oltre i malintesi franco-italiani. Nel volume diversi contributi spiegano come i francesi abbiano interpretato a caldo gli anni 70, sia sul piano politico che intellettuale. C’è un saggio di François Dosse su Gilles Deleuze e Felix Guattari che appoggiarono il movimento del ’77 e il convegno di Bologna contro la repressione. Abbiamo poi cercato di conoscere la visione dei giuristi francesi sullo stato di diritto in Italia e tentato di ricostruire la cosiddetta dottrina Mitterrand.

Cosa è emerso?
Mancano ancora gli archivi italiani e buona parte di quelli francesi, tuttavia possiamo dire che non si è trattato di una dottrina giuridica ma di una politica. A seconda delle fasi e dell’interlocutore che aveva davanti, Mitterrand ha assunto posizioni contraddittorie. Disse che la Francia avrebbe fornito protezione senza introdurre esclusioni tra i militanti italiani degli anni 70, se questi nel frattempo avessero abbandonato la violenza politica; in altre occasioni aggiunse che questa protezione non riguardava chi era accusato di crimini di sangue. All’inizio si sono manifestati contrasti nel governo. Alcuni avevano posizioni “più comprensive”, altri “più dure” perché temevano il possibile legame tra militanti italiani e componenti del terrorismo corso o basco. Circostanza che dimostra come la “dottrina Mitterrand” abbia preso le mosse da problemi di gestione dell’ordine pubblico interno prim’ancora che da questioni diplomatiche. La vera novità arriva tuttavia dalla scoperta del ruolo decisivo giocato dal presidente del consiglio Bettino Craxi che, come ha documentato Jean Musitelli che ha avuto a disposizione l’archivio Mitterrand, per ragioni di politica interna invitò in più occasioni Mitterand a tenersi i latitanti italiani.

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Fukushima, il livello di radioattività nell’edificio del reattore 2 è 10 milioni di volte superiore alla norma

Il livello di radioattività nell’edificio del reattore 2 dell’impianto nucleare di Fukushima è 10 milioni di volte superiore alla norma. Lo ha reso noto la compagnia che gestisce l’impianto, la Tepco, spiegando che vi è dell’acqua radioattiva nei sotterranei dell’edificio della turbina collegata al reattore numero 2. Gli alti livelli radioattivi, afferma la Tepco, potrebbero originare dal nucleo del reattore, che potrebbe essere stato danneggiato dalle conseguenze del sisma e lo tsunami dell’11 marzo, riferisce l’emittente pubblica Nhk. Acqua contaminata si trova vicino a quattro dei sei reattori dell’impianto.La Tepco si è impegnata ad eliminarla il più presto possibile per permettere l’accesso dei tecnici al sistema e riavviare il sistema di raffreddamento. (Adnkronos) 27-MAR-11 10:50

Fukushima, «Se si arriva alla fusione del nucleo è la catastrofe radioattiva». Parla Pier Luigi Adami, ingegnere, esponente del comitato “Vota si per fermare il nucleare”

Paolo Persichetti
Liberazione
16 marzo 2011

Uno dei reattori danneggiati nella centrale nucleare di Kukushima

La favola del nucleare sicuro si sta ormai tragicamente dissolvendo in una nuvola di vapore radioattivo, come quelle fuoriuscite dopo le ripetute esplosioni che hanno colpito i reattori della centrale di Fukushima. «Sono ormai quattro i reattori in emergenza», sottolinea Pier Luigi Adami, ingegnere e membro del comitato scientifico “Vota si per fermare il nucleare”. Mentre un nuovo sisma di magnitudo 6,4 ha fatto nuovamente tremare la terra, in uno dei reattori si è giunti alla fusione di una parte del nucleo con un forte rilascio di radioattività in forma di vapore contaminato. «Il livello dell’incidente – ci spiega sempre Adami – è gravissimo, ha raggiunto il grado 6 sui 7 che comporta la scala stabilita dalla stessa agenzia internazionale per l’energia atomica».

Cosa significa esattamente la fusione del nucleo?
Contrariamente a quanto si crede, la tecnologia nucleare ha una bassa efficienza termodinamica. In altri termini l’immensa quantità di calore prodotto attraverso il processo di fissione dell’atomo viene solo in parte convertito in energia elettrica (30% appena rispetto al 54% degli impianti a gas). Resta quindi una enorme massa di calore che deve essere smaltita attraverso i sistemi di refrigerazione. Se per una qualsiasi ragione anche banale, come il blocco di una valvola (accadde nel 1979 nella centrale di Three Mile Island in Pennsylvania), o un incendio come accaduto in Russia lo scorso anno, oppure per un terremoto, il sistema di raffreddamento va fuori uso, il calore che non si riesce più a disperdere provoca un surriscaldamento del combustibile presente nel nucleo del reattore. A questo punto se i sistemi di emergenza vanno in tilt, per esempio perché l’energia elettrica viene a mancare in maniera prolungata e le pompe non possono più immettere i milioni di metri cubi di acqua che giornalmente vengono utilizzati per il raffreddamento, si innesca un processo di surriscaldamento inarrestabile che può arrivare alla fusione del metallo di rivestimento delle barre, lo zirconio. Questo metallo liquefatto insieme al materiale fissile precipita nel vaso di contenimento dove la presenza di acqua di raffreddamento genera vapore e idrogeno a forte pressione che può dare luogo ad esplosioni con rilascio di forti emissioni radioattive nell’atmosfera, come avvenne a Cernobyl. Per evitarle non c’è altro modo che rilasciare gradualmente questo gas radioattivo nell’ambiente.

Ma non basterebbe spegnere per tempo il reattore?
Sulla stampa spesso si usa questa espressione del tutto impropria. In realtà un reattore nucleare non può essere mai spento. Diciamo che viene “addormentato”. Si introducono delle barre di contenimento che servono a rallentare il processo di fissione. Ma senza refrigerazione il surriscaldamento non si ferma e le barre si squagliano.

Si rischia questo perché di Fukushima è una centrale vecchia, di seconda generazione?
Anche le centrali di terza generazione che dovrebbero essere costruite in Italia non sono concepite per fare fronte ad eventi catastrofici di questa portata.

 I sostenitori del nucleare obiettano che lo tzunami non ha danneggiato solo le centrali nucleari ma ha abbattuto anche dighe provocando morti e danni ingenti.
 E’ vero, ma la rottura di una diga produce devastazioni immediate. La contaminazione nucleare è di lunga durata, oltre ad essere irreparabile per la salute umana, può traversare confini e continenti, inquinare il mare, la fauna.

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Mario Tozzi: “Il nucleare costa troppo e non offre sicurezza”

Mario Tozzi, «Il nucleare costa troppo e non offre sicurezza»

«L’unico vantaggio che il nucleare produce sono i profitti che porta alle banche d’affari ed ai gruppi industriali che si accaparrano gli appalti», parla Mario Tozzi, geologo e conduttore di Gaia

Paolo Persichetti
Liberazione 13 marzo 2011


Sollevare dubbi sulla reale efficacia di un ritorno del nucleare in Italia, di fronte alla conseguenze disastrose provocate dal maremoto che ha colpito il Nord-est del Giappone, sarebbe solo un «alibi», un espediente per bloccare tutto. Lo hanno detto con una rapidità spericolata alcuni politici come Fabrizio Cicchitto e Pier Ferdinando Casini. Come se l’esplosione che si è verificata il giorno dopo nella centrale nucleare di Fukushima, causando la distruzione della gabbia del reattore centrale e il crollo di uno degli edifici della struttura, non sarebbe una buona ragione per invocare cautela e richiamare almeno il principio di precauzione. La realtà è che ampi pezzi del ceto politico sono ormai integrati alla lobby nuclearista. «Non c’è al mondo commessa più grande della costruzione di una centrale nucleare», ci spiega al telefono Mario Tozzi, geologo e conduttore di “Gaia, il pianeta che vive”, programma televisivo molto apprezzato dal pubblico che tornerà su Rai3 a partire dal 31 marzo. «L’unico vantaggio che il nucleare produce sono i profitti che porta alle banche d’affari ed ai gruppi industriali che si accaparrano gli appalti», e alle clientele politiche, aggiungiamo noi.
Oscar Giannino è stato il più avventato di tutti. Questo grande ciarlatano del capitale, senza nemmeno attendere gli sviluppi della situazione, ha messo giù un editoriale sul Messaggero che è un manifesto del nucleare a tutti i costi, anche a rischio di catastrofe. Ha sostenuto che non era successo nulla, giusto qualche crepa sui muri, un po’ di calcinaccio, qualche nuvoletta di vapore. Robetta, insomma. «Il nucleare è davvero sicuro, questo terremoto lo ha dimostrato». Peccato che poi sia venuto giù tutto. «Davvero una figura misera», sottolinea Tozzi. «La riprova del fatto che gli intellettuali italiani non sanno di cosa parlano. Ogni riga di quell’articolo è da matita blu». Per Giannino, anche se le centrali hanno un costo proibitivo, «si tratta di soldi ben spesi» perché i costi garantiscono standard elevati di sicurezza. «Non è vero», risponde Tozzi. «Nel costo finale del nucleare si dimentica sempre di conteggiare le “esternalità”. In realtà non sapremo mai quanto ci verrà a costare una centrale perché in caso di incidente sarà l’intera collettività a pagare. Esiste un costo supplementare di cui non si tiene mai conto. E’ il dilemma dei combustibili geologici. L’uranio, come il petrolio, pongono lo stesso tipo di problema. La verità è che le centrali nucleari sono ancora più care di quel che già appare. Il costo finale per kilowattora è molto più caro di quello generato da altre fonti». E la sicurezza finale non è affatto garantita, le centrali nucleari infatti vengono progettate sulla base di un «rischio sismico atteso». In Giappone – precisa sempre Tozzi – «i siti nucleari sono stati costruiti per sopportare terremoti di 8,5 gradi Richter. Poi è arrivato l’imprevisto, un sisma di 8,9 e le strutture non hanno retto». E in Italia? «Da noi, le centrali saranno costruite per resistere a scosse di 7,2 gradi. Ma chi ci assicura che basterà?». Già, chi ce lo assicura? Il problema è che il rischio atteso è un po’ come la mappatura delle zone sismiche. Viene stabilito a posteriori. «Si fonda – continua sempre il nostro conduttore con la piccozza – sulle osservazioni dei terremoti registrati in passato. Si tratta della misurazione dell’energia sismica media che si è sviluppata nel tempo. Ma se ci aspetta un improvviso aumento di scala questo lo sapremo solo a scossa avvenuta. Non prima».
Intanto dal Giappone giungono notizie che sfatano il mito della sicurezza totale, «la macchina danneggiata era alquanto vecchiotta, essendo divenuta critica per la prima volta nel 1971, e i criteri di sicurezza in base ai quali era stata realizzata ormai decisamente obsoleti». Lo sostiene l’ingegnere Giorgio Prinzi, segretario del Cirn, che aggiunge sulla basse delle prime frammentarie notizie: «sembra che alla stessa centrale diesel fossero asservite più unità, in contrasto con una delle regole di sicurezza che prevede la ridondanza e la duplicazione dei sistemi critici». Pinzi ricorda come i rischi non vengano solo dal nucleare, «sempre nella zona di Fukushima il sisma ha causato il crollo di una diga, ma la notizia è quasi passata sotto silenzio, perchè l’attenzione è focalizzata solo sulle installazioni nucleari».

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Fukushima, il livello di radioattività del reattore 2 è 10 milioni di volte superiore alla norma