Chi sono! Ma chi ho da esse? Un servaggio!

Non si capisce chi sei, ha scritto una volta una lettrice del blog. «E chi ho da de esse? Un servaggio», gli ho risposto citando come metafora una bellissima poesia di Cesare Pascarella

Chi so io? E chi ho da esse…?

– E quelli? – Quelli? Je successe questa:
che mentre, lì, frammezzo ar villutello
così arto, p’entrà ne la foresta,
rompevano li rami cor cortello,
veddero un fregno buffo co’ la testa
dipinta come fosse un giocarello,
vestito mezzo ignudo, co’ ‘na cresta
tutta formata di penne d’uccello.
Se fermorno. Se fecero coraggio:
– Ah quell’omo! – je fecero, – chi siete?
– Eh – fece, – chi ho da esse’? So’ un servaggio.

Cesare Pascarella, La discoverta dell’America

Oggi sto in vena di maggiori confidenze. Allora prima che ce ripenso ecco il seguito:

Nei mesi caldi del 1977 non avevo ancora compiuto 15 anni. E il 12 maggio 1977 ero quindicenne da soli sei giorni. Se non sbaglio ero in quarta ginnasio.
Sono nato e cresciuto in una famiglia comunista. Quella di mia madre era fatta di braccianti analfabeti delle montagne abruzzesi che appena gli fu permesso di votare misero la croce sempre sul primo simbolo in alto a sinistra, quello del Pci.
I più giovani abituati ai vari mattarellum e porcellum nemmeno capiranno. Erano gli anni del proporzionale con le preferenze. Alle persone umili, che a mala pena sapevano scrivere il loro nome (i miei nonni nemmeno quello), bisognava dare indicazioni semplici e certe: per decenni la scheda elettorale si è aperta col simbolo del Pci in testa, grazie alla dedizione dei suoi militanti che per avere il primo simbolo in lista cominciavano a presidiare gli uffici elettorali con settimane o mesi di anticipo. E se qualcuno osava intromettersi veniva allontanato con le buone o le cattive.
Quando i miei giunsero a Roma, mio nonno si trasformò in manovale nei cantieri dei palazzinari, mia madre divenne domestica. Da ragazza fece la bonne in alcune famiglie della grande borghesia romana poi, nato il pargoletto, finì ad ore nelle case del ceto medio. Anni dopo divenne infermiera.
Mio padre, invece, era di Ponte mollo. Il periodo d’oro della sua vita è stato quello di “Roma città aperta” e subito dopo l’arrivo delle forze alleate, quando regnava l’anarchia e le strutture basilari dello Stato non erano ancora ripristinate. Poi si è innamorato del Partito, ha creduto che così avrebbe potuto cambiare il mondo. Gli ha dato tutto, è diventato un agit-prop. Autodidatta si è formato in sezione. Negli anni 50 e 60 si è fatto tutto Scelba e la stagione di Tambroni, le campagne elettorali in provincia con la seicento e lo Sputnik sul tettino, ha conosciuto la palestra della caserma di Castro Pretorio, dove finivano i rastrellati dei grandi fermi di massa, e le cariche di Porta San Paolo.
Di lui mi ricordo il giorno, saranno stati i primissimi anni 70, in cui si presentò con un lungo manganello avvolto con del nastro adesivo nero con la scritta Dux in verde. L’aveva strappato dalle mani di un militante missino che aveva partecipato all’assalto della sua sezione, quella del Pci di Ponte Milvio alla quale era iscritto fin dall’apertura.
Anzi era stato tra i fondatori della prima sede occupata nel 1945, quella che era stata la vecchia sede del Fascio, dove oggi si trova ancora (almeno credo) il commissariato di Ps.
Poi, con la normalizzazione, dovettero sloggiare in via degli Orti della Farnesina perché lo Stato si riprese tutto.
Quel giorno i fascisti del Flaminio, di Vigna Clara e della Cassia, avevano tentato di fare irruzione nella sezione ma gli era andata male. Avevano trovato una bella resistenza. Lavoratori, gente abituata alla fatica, che non aveva paura e non si tirava indietro.
Mio padre era un uomo di strada, anzi di mercato, faceva il fruttivendolo (il fruttarolo si dice a Roma), aveva le mani grosse e callose che facevano male.
Il manganello di un fascista, che spiscio! Ridevo come può ridere un ragazzino che si immagina chissà quali battaglie. E poi era vero, il manganello! Fino allora quei cosi li avevo visti solo nei film della marcia su Roma, nelle foto, avevo letto di loro nei racconti. Ma ora ce l’avevo davanti il trofeo della più infame idiozia. Mi sembrò subito una cosa ridicola. Non era una semplice arma contundente rimediata sul momento, considerato un vile strumento utile solo per la bisogna, ma un feticcio. Si capiva dalla cura che gli era stata prestata: la nastratura perfetta, quella scritta, l’impugnatura. Un vero oggetto di culto. Non c’erano ammaccature o graffi. Chissà quanto tempo aveva perso quel tizio a perfezionarlo fin nei dettagli per poi farselo togliere dalle mani con grande disonore. Sorgeva il dubbio che non fosse mai stato usato. Possibile che le ossa fratturate, le teste spaccate non avessero mai lasciato segni?
Più lo guardavo e più mi chiedevo cosa potesse passare nella testa di un fascista.
Qualche anno dopo, alle superiori, sentii le femministe parlare di “fallocrazia”. Quelle vedevano falli dappertutto. Ad un ragazzetto di periferia, ancora poco incline alle raffinatezze intellettuali e pieno di malizia da strada veniva subito da pensare che scopassero poco o male. Un vero sessista! Crescendo quella malizia non l’ho persa però ho imparato che quella era “fallolatria”.
Insomma ho respirato Pci fin da piccolo, sono cresciuto leggendo la stampa comunista, Paese sera, l’Unità della domenica, Rinascita, frequentando le feste dell’Unità, la sottoscrizione per la stampa del partito tra il 1974 e il 1976, gli anni della rivoluzione dei garofani in Portogallo, la morte di Mao, gli ultimi garrotati da Franco.

Di quel periodo ricordo il 1973 come un anno particolare. Ad aprile c’è il rogo di Primavalle, alle case popolari di via Bernardo da Bibbiena, tre fermate di autobus da casa mia. Il mese dopo avrei compiuto 11 anni. Muoiono Stefano e Virgilio Mattei. Stefano era poco più piccolo di me. All’inizio della via, poche decine di metri prima del cortile del loro palazzo, ma sul lato opposto, c’è ancora l’Inam, la mutua. Subito dietro, dove ora sorge un immenso caseggiato Iacp che ha tolto luce a via Federico Borromeo, un tempo via di Primavalle, e ai vecchi lotti dell’edilizia popolare fascista situati di fronte, c’era il campo sportivo Giuseppe Tanas, un edile comunista ucciso dalla polizia durante scontri di piazza del dicembre 1947. Era bello quel posto perché si vedevano i tramonti, all’imbrunire arrivava una luce dalle mille sfumature di rossi, arancione e rosa, non c’era il Bronx attuale con le sue torri (gli Iacp di Torrevecchia) a cancellare la linea dell’orizzonte. C’erano anche le giostre, le macchine a scontro e un chiosco di grattachecche.
Quella mattina avevo una visita medica. Era presto quando arrivammo sul posto. Vidi ciò che restava. I miei ricordi sono a colori, colori bruciati, diversi dal bianco e nero delle immagini d’epoca. A quell’ora non si sapeva ancora cosa era veramente accaduto.
Nel settembre successivo entro in prima media in una scuola nuova di zecca costruita all’incrocio dello stradone e del discesone, davanti alla sfascio (autorottamazione altrimenti detto sfasciacarrozze) tra via Forte Braschi e via Mattia Battistini. Aperta appena da un anno. Facciamo i doppi turni, tre giorni di mattina e tre di pomeriggio. Non c’è posto perché ci sono poche scuole. I democristiani preferivano le chiese. Alle elementari invece si alternavano i mesi. Al ginnasio andrò invece sempre di pomeriggio. Solo in prima liceo, finalmente, terminano i doppi turni anche se la scuola è in uno scantinato che si allaga quando le piogge invernali fanno traboccare le fogne. Ci vollero anni di proteste, autogestioni e occupazioni per avere una scuola vera e non un edificio rimediato, il Montale  di via Bravetta, non mi ricordo più in che anno l’inaugurammo.

A 11 anni divento un tesserato Uisp (Unione italiana sport popolare). Mille lire al mese. Forse meno. All’inizio faccio calcio con il Tanas Primavalle, nel campo in pozzolana che sovrastava via Bibbiena. Poi per fortuna pallamano agonistica e pugilato, sempre nella palestra della scuola media di Forte Braschi, la Giorgio Scalia, che oggi ha cambiato nome ed è diventata un istituto tecnico. Ma non finiva mica lì, occupavamo terreni, spazi verdi, per rivendicare palestre, campi sportivi, parchi: tutto pubblico e a prezzi popolari. Sport per tutti contro le strutture private. Ve l’immaginate oggi?
Sono entrato nella politica correndo (a parte la cellula carbonara con tanto di giuramento trovato sul libro di quinta elementare – vedi i cattivi maestri dove si annidavano! – fondata all’Andrea Baldi). Gare podistiche che servivano a portare ogni domenica migliaia di romani nelle zone verdi della città che facevano gola alla speculazione edilizia. A undici anni giravo per Roma ogni domenica mattina, prendevo tre o quattro autobus, vomitavo spesso, per arrivare a Spinaceto, al parco degli Acquedotti, alla Caffarella, spesso mi perdevo e arrivavo tardi, altre volte per fortuna si correva vicino casa, e lì a rompere le reti che recintavano la Pineta Sacchetti, la valle dell’Inferno, a forzare il cancello di villa Carpegna. Quante zone verdi abbiamo salvato, diventate poi parchi pubblici o zone protette. Oggi ho scoperto che al Pineto ci sono le associazioni di quartiere vicine ai postfascisti che con la scusa di togliere le cartacce danno la caccia alle tende dei migranti dell’Est che si accampano tra le fratte. Sembra che quei parchi siano roba loro da sempre. In fondo è vero, all’epoca i missini facevano gli sgherri armati della Fondiaria del Vaticano in difesa delle recinzioni. Merde!
Poi nell’autunno 1976 la mia prima manifestazione gruppettara, da piazza Irnerio lungo le strade di Boccea. Il motivo del corteo non me lo ricordo. La prima però l’avevo fatta con mia madre anni addietro. Ero alle elementari. Partiva dallo sterrato di largo Boccea, dove ora c’è il lago d’asfalto che fa da capolinea per gli autobus. Era contro la guerra in Vietnam. Mi ricordo tanti mitra minacciosi e gli anfibi della polizia. Forse perché erano alla mia altezza. Quella di un bambino.

Comincia proprio nel 1976 il distacco lento ma graduale dalla politica che si respirava in famiglia e sorgono i primi dissidi con mio padre che ancora dava retta ai discorsi che sentiva in sezione. Mi ricordo nel febbraio successivo l’arrabbiatura dopo la cacciata di Lama dall’università. Episodio che mi turbò moltissimo. Avevo ancora un’idea molto ecumenica della sinistra. Qualche anno dopo anche lui si allontanò dal Partito. Non rinnovò più la tessera, deluso dal compromesso storico. Iniziò la sua lunga depressione culminata con il mio arresto, un decennio più tardi, e il grande senso di colpa per avermi parlato fin da piccolo di comunismo, per avermi insegnato a pensare con la mia testa, ad essere critico. «A cosa ti è servito? Per finire in carcere?», concludeva sempre.

Iniziarono frequentazioni multiple e sovrapposte, ma la militanza nella Fgci – come qualcuno ha scritto – proprio no. Mi bastò, sempre in quarta ginnasio, un incontro – nato da un consiglio di mio padre – col segretario figiccino della sezione di via Graziano, vicino alla succursale del Manara, il liceo classico-scantinato per sfigati che frequentavo. Era una brava persona, ma il suo linguaggio era tutto cittadinismo e democrazia, mica tanto diverso da quello di un mio compagno di classe democristiano, che almeno era bravo in greco e latino. Il suo partito era molto diverso da quello di mio padre, infatti seppi nell’81 che era entrato in polizia e faceva il sindacalista del Siulp.
Quelli furono anni di ricerca, di verifiche, di passaggi, di rotture. Poi verranno gli approdi, le separazioni, altri approdi, la lotta armata appena acennata, il carcere, l’incontro con mia sorella e la mia nipotina nel parlatoio di Rebibbia. Un pezzo dell’altra famiglia, quella ufficiale, io appartenevo a quella clandestina. L’unica vera clandestinità della mia vita. Mio padre era bigamo, aveva due famiglie, a noi dedicava la sera poi andava via come faccio io oggi, quando rientro in carcere e spiego al mio bambino che lo devo fare così la mattina può mangiare i cornetti caldi. Una vergognosa bugia escogitata da ton ton Oreste che comincia a traballare. Giorni fa ha chiesto alla mamma: «Perché papà dorme con i poliziotti?». Non capiamo dove possa aver sentito una cosa del genere. Non ha nemmeno tre anni, non posso mica portarlo davanti alla carraia blu. Ma chi glielo ha detto?
Nel 90-91 vengo scarcerato, c’è il casino della Pantera, poi l’esilio, l’incontro con Oreste Scalzone, il migliore dei cattivi maestri, il carcere francese, ancora l’esilio, il lavoro all’università, i libri, l’estradizione, una gigantesca montatura giudiziaria e di nuovo il carcere, in mezzo a tutto ciò tanti affetti frantumati, amori persi per strada, delusioni umane grandissime, i miei nonni, i miei zii e mio padre (i miei animali, Pugacev prima di morire è andato nella mia stanza-museo, rimasta come il giorno che me n’ero andato, per arrotolarsi sul letto, forse cercava il mio odore, voleva darmi la sua ultima leccata) morti senza poterli salutare, tante cose lasciate e non più ritrovate, salvo mia madre sempre lì, come una montagna, è entrata in tante carceri, ha accettato umilianti perquisizioni, silenziosa e dura non si è mai piegata, è venuta a cercarmi lontano, ha imparato le regole della riservatezza, come potrei farne a meno?
Quando mi giro mi accorgo che sono passati 25 anni e non è ancora finita. Superata di un bel pezzo metà della pena è arrivata la semilibertà… una compagna più giovane che sopporta tutto questo, anche il mio disincanto, il bel bambino che sa già dove dormo ma fa finta di credere che il papà esce ogni sera per prendere i cornetti (tra un po’ mi dirà «a papà, mica ci vuole una notte intera per comprarli!»), un altr@ pers@ e scolpit@ sulla carne e per sempre nel cuore.

Dopo le pesanti condanne per devastazione e saccheggio confermate dalla Cassazione torniamo a parlare di amnistia

Le lotte sociali hanno sempre marciato su un crinale sottile che anticipa legalità future e dunque impatta quelle presenti. Per questa ragione le organizzazioni del movimento operaio, i movimenti sociali e i gruppi rivoluzionari hanno storicamente fatto ricorso alla rivendicazione di amnistie per tutelare le proprie battaglie, salvaguardare i propri militanti, le proprie componenti sociali. Garantire una lotta vuole dire serbare intatta la forza e la capacità di riprodurla in futuro.
Le amnistie politiche sono sempre state degli strumenti di governo del conflitto, un mezzo per sanare gli attriti tra costituzione legale e costituzione materiale, tra le fissità e i ritardi della prima e l’instabilità e il movimento della seconda. Le amnistie sanano la discordanza di tempi tra conservazione e cambiamento. Esse rappresentano dei passaggi decisivi nel processo d’aggiornamento della giuridicità


Un Libro per riflettere – Amedeo Santosuosso e Floriana Colao, Politici e Amnistia, Tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’Unità ad oggi, Bertani editore, Verona 1986

di Paolo Persichetti

 

Negli ultimi anni ripetuti cicli di lotte hanno ridato smalto all’azione collettiva. Questo nuovo clima d’effervescenza sociale non ha coinvolto soltanto tradizionali settori dell’attivismo politico più radicale, ma parti intere di popolo, pezzi di società. Le vaste dimensioni della rappresaglia giudiziaria stanno lì a dimostrarlo. Si è parlato di circa novemila persone sottoposte a procedimenti penali.
Scomponendo il dato ci accorgiamo che le figure sociali coinvolte riguardano lavoratori e sindacalisti degli stabilimenti Fiat di Melfi, Termini Imerese, Cassino, personale degli aeroporti, dipendenti del trasporto urbano, precari. Ci sono militanti antiguerra coinvolti nei blocchi ferroviari, le popolazioni meridionali di Scanzano e Acerra. I senzatetto, gli attivisti antiCpt e dei Centri sociali che hanno partecipato ad azioni contro l’esclusione, il carovita, il lavoro interinale, per il diritto alla casa. Militanti noglobal che hanno preso parte alle mobilitazioni di Napoli e Genova, gli attivisti No Tav, i manifestanti denuciati e condannati per le manifestazioni del 14 dicembre 2010 e del 15 ottobre 2011 a Roma.
Le lotte sociali hanno sempre marciato su un crinale sottile che anticipa legalità future e dunque impatta quelle presenti. Per questa ragione le organizzazioni del movimento operaio hanno storicamente fatto ricorso alle amnistie per tutelare le proprie battaglie, salvaguardare i propri militanti, le proprie componenti sociali. Garantire una lotta vuole dire serbare intatta la forza e la capacità di riprodurla in futuro.
Le amnistie politiche sono sempre state degli strumenti di governo del conflitto, un mezzo per sanare gli attriti tra costituzione legale e costituzione materiale, tra le fissità e i ritardi della prima e l’instabilità e il movimento della seconda. Le amnistie sanano la discordanza di tempi tra conservazione e cambiamento. Esse rappresentano dei passaggi decisivi nel processo d’aggiornamento della giuridicità.
È stato così per oltre un secolo, ma in Italia non accade da più d’un trentennio. Le ultime amnistie politiche risalgono al 1968 e al 1970, dopo più nulla perché alla fine degli anni 70 hanno prevalso scelte favorevoli all’autonomia del politico contro le insorgenze sociali, col risultato di dare vita ad un divorzio drammatico tra sinistra storica e movimenti, per questo sarebbe ora di chiudere quella disastrosa parentesi. Si tratta di salvaguardare il dissenso di massa che si è espresso in questi ultimi tempi e chiudere gli strascichi penali di stagioni ormai concluse che con il loro protrarsi ipotecano pesantemente il futuro.

L’amnistia del 1968 e del 1970
Le amnistie del 1968 e del 1970, spiegano Amedeo Santosuosso e Floriana Colao in un volume apparso a metà degli anni Ottanta, sanciscono la fine del dopoguerra. Per la prima volta, infatti, scompare ogni riferimento agli strascichi della guerra civile per far fronte unicamente ai problemi posti dal conflitto moderno. Politici e amnistia era il titolo del libro, dove per «politici» non s’intendono certo i condòmini del Palazzo, come la vulgata populista affermatasi più tardi potrebbe indurre a credere, ma quei «militanti di strada», protagonisti delle battaglie sociali più aspre che hanno fatto avanzare il Paese.
Il progressivo mutamento di senso che ha investito questo termine dimostra quanto forte sia stata la volontà di spoliticizzare il sociale. Senza dubbio una delle ragioni che hanno ostacolato la promulgazione di nuove misure amnistiali per fatti politici.
La definizione più ampia di amnistia si trova nel provvedimento del 1970, rivolto a quei delitti «commessi, anche con finalità politiche, a causa e in occasione di agitazioni o manifestazioni sindacali o studentesche, o di agitazioni o manifestazioni attinenti a problemi del lavoro, dell’occupazione, della casa e della sicurezza sociale». Le tipologie di reato investite vanno dallo sciopero del pubblico servizio, alla resistenza e oltraggio a pubblico ufficiale, interruzione di servizio pubblico, istigazione a commettere reati e disobbedire alle leggi, boicottaggio, occupazione d’azienda, sabotaggio, violenza privata e danneggiamento.
Nell’amnistia del 1968 sono inclusi anche il blocco stradale e ferroviario, la devastazione, l’incendio, la detenzione d’armi da guerra. Illuminanti appaiono gli argomenti avanzati per giustificarne la necessità. Nel giugno 1968, il relatore, senatore Codignola, richiamava «il divario crescente fra alcune norme penali e di sicurezza tuttora in vigore, e la diversa coscienza che si è venuta maturando fra i giovani. I procedimenti giudiziari che ne sono seguiti ne costituiscono la logica conseguenza, ma riconfermano la necessità e l’urgenza di una radicale revisione del Codice penale, della legge di Pubblica sicurezza e di altre leggi, la cui ispirazione autoritaria risale al fascismo o comunque ad una concezione repressiva dello Stato».
Da rilevare come quella normativa, allora tanto biasimata, non solo è ancora in vigore, ma è stata ulteriormente irrigidita. Alla Camera, Giuliano Vassalli difendeva l’amnistia del 1970 sostenendo che tali dispositivi «sono adottati quando si tratti di por fine a procedimenti penali propri e caratteristici d’una determinata situazione storicamente superata e della quale non è pensabile una riproduzione a breve scadenza o a procedimenti penali instaurati per reati che sono il frutto particolare di eccezionali rivolgimenti politici, economici e sociali arrivati a positiva conclusione, della quale taluni eccessi sono il prezzo fatale, ed un prezzo del quale pertanto non appare giusto esigere il pagamento fino alle estreme conseguenze del processo e della condanna».

Perché l’amnistia oggi
Nel 2001 con l’introduzione del Mae (il mandato di arresto europeo che ha reso quasi automatiche le estradizioni all’interno dello spazio Shengen, abolendo l’immunità e le garanzie che un tempo tutelavano le infrazioni di natura poltica) e le direttive europee che hanno invitato i paesi membri ad estendere la nozione di terrorismo a condotte politiche e sociali ritenute un tempo normale espressione della conflittualità sociale e sindacale, oltre a designare come un possibile movente «terrorista» il dissenso politico contro i governi, si è sempre più affievolita la distinzione tra reati e atti illeciti tipici delle lotte sociali e dei movimenti di contestazione interni al sistema e reati di natura apertamente sovversiva e insurrezionale. I margini di tolleranza dei governi e gli spazi di agibilità democratica si sono drasticamente ridotti con effetti paradossali, dovuti alla disproporzione tra la forza immensa dei mezzi repressivi impiegati e le forme d’illegalità politica a bassa intensità tipiche del dissenso sociale diffuso, quasi a voler imporre una sorta di domesticazione cimiteriale d’ogni possibilità di critica che ha trovato sostegno in quella cultura della legalità che La Boètie non avrebbe esitato a designare come una una tragica prova di servitù volontaria.
In Italia il codice Rocco, arricchito della legislazione speciale antisovversione varata sul finire degli anni 70, si è rivelato un’eredità molto proficua con la sua dottrina del nemico interno. La presenza di questo potente arsenale giuridico repressivo ha permesso alla magistratura di avvalersi d’un ventaglio d’ipotesi d’accusa estremamente ampio e insidioso, come la molteplice presenza di reati di natura associativa:

– dall’originario 270 cp previsto dal guardasigilli del regime fascista Alfredo Rocco, al successivo 270 bis introdotto con la legislazione d’eccezione antissoversione, ai successivi 270 ter, quater, quinques e sexties, situati nel famigerato capitolo secondo dei delitti contro la personalità interna dello Stato;

– all’impiego del 419 cp (devastazione e saccheggio, con pene che variano da un minimo di 8 ad un massimo di 15 anni, che si è tornati ad impiegare dopo i fatti del G8 genovese per sanzionare tradizionali scontri di piazza, conflitti di strada che rientrano nell’ambito della gestione dell’ordine pubblico e non certo all’interno di condotte con finalità insurrezionali). Un reato recepito dalle corti di giustizia in 51 anni di storia repubblicano-costituzionale (dal 1948 al 1999) solo 10 volte. E ben 13 dal 2000 ad oggi, cioè più di un processo all’anno nonostante sia del tutto evidente che il decennio 2000 non può essere paragonato per intesità di violenza politica e presenza di culture politiche rivoluzionarie al trentennio precedente, o anche solo agli anni 70. A dimostrazione che il rinnovato ricorso a questo tipo di imputazione è frutto di una torzione autoritaria della cultura giuridica della magistratura e più in generale del sistema politico italiano;

– o ancora la riesumazione in alcune inchieste recenti del 304 cp, “Cospirazione politica mediante accordo”, norma travasata dal codice Zanardelli all’interno del codice Rocco, impiegata in origine per colpire il diritto di sciopero, tant’è che la corte costituzionale è dovuta intervenire con sentenza n. 123 del 28 dicembre 1962 dichiarando che «compete al giudice di merito disapplicare le norme ricordate artt. 330, 304, 305 cod. pen. in tutti quei casi rispetto ai quali l’accertamento degli elementi di fatto conduca a far ritenere che lo sciopero costituisca valido esercizio del diritto garantito dall’Articolo 40 Cost.».

Evocare il rapporto di forza sfavorevole per liquidare il problema rappresentato dall’amnistia, serve a poco, anzi in genere è la prova della codardia e dell’immensa dose di opportunismo che cova in chi ne fa ricorso. 
«
Spesso – scriveva Seneca a Lucilio – non è perché le cose sono difficili che non si osa, ma è perché non si osa che diventano difficili»
.
Il rapporto di forza sfavorevole è il presupposto di ogni ragionamento sull’amnistia, altrimenti le soluzioni chiamerebbero in causa la scienza ingegneristica delle demolizioni. La vera novità negativa è che se anche oggi ci fosse un rapporto di forza favorevole, l’amnistia non sarebbe percepita come un’ipotesi legittima. Dunque il problema sta nella testa, perché se da un lato il giustizialismo è dilagato dall’altro l’unica alternativa sembra il vittimismo martiriologico.

Ogni movimento futuro avrà davanti questo problema: riassorbire la legislazione d’emergenza nella quale si annidano le tipologie di reato più insidiose, abolire il codice Rocco, la pena dell’ergastolo, la legislazione premiale in ogni suo aspetto, decarcerizzare, sprigionare, aprire una vertenza per l’indulto e l’amnistia in favore dei reati politici, sociali e per sfollare le carceri.

Per approfondire
L’inchiesta di Cosenza contro Sud Ribelle
Tolleranza zero, il nuovo spazio giudiziario europeo
L’amnistia Togliatti
Una storia politica dell’amnistia

La fine dell’asilo politico
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
Giorgio Agamben, Europe des libertes ou Europe des polices?

Paolo Granzotto e il funzionario giuridico-pedagogico di Rebibbia

Uno dei passaggi della relazione di sintesi postata nei giorni scorsi (Vedi qui), nella quale il Gruppo d’osservazione e trattamento della Casa di reclusione di Rebibbia ha chiesto al Tribunale di sorveglianza di Roma di non concedermi l’affidamento in prova al servizio sociale (articolo 47 dell’ordinamento penitenziario), obiezione accolta dal collegio giudicante che nella camera di consiglio del 3 maggio scorso ha ritenuto: «la misura dell’affidamento non idonea allo stato della rieducazione del condannato e ad assicurare esigenze di prevenzione, apparendo necessaria un consolidamento del processo avviato ed una verifica dello stesso», merita un’attenzione tutta particolare.

Il funzionario giuridico-pedagogico (comunemente definito “educatore”), estensore del testo, scrive a proposito del mio lavoro di giornalista presso la redazione del quotidiano Liberazione che «Tale condizione gli ha consentito e gli consentirà di effettuare legittimamente esternazioni che a taluno (vedasi su internet) sono parse, come detto, ideologiche ed immorali: ci si riferisce, nello specifico, alla difesa del Persichetti della decisione presa alcuni mesi fa dall’allora Presidente del Brasile, Ignazio “Lula” Da Silva, di non estradare in Italia il terrorista Cesare Battisti».

1) Notate il singolare impiego del termine “esternazione”, entrato nel linguaggio comune nei primissimi anni 90 a seguito dei numerosi, e all’epoca inusuali, interventi pubblici in sede non istituzionale del presidente della Repubblica Francesco Cossiga (in realtà aveva cominciato Sandro Pertini nel settennato precedente). Da allora il “Potere di esternare” è diventato uno degli attributi politici più importanti del capo dello Stato, come oggi sottolineano molti costituzionalisti che attribuiscono un significato positivo a questa consuetudine, ritenuta uno strumento di «garanzia ed equilibro» delle istituzioni. Giudizio esattamente opposto a quello espresso ai tempi di Cossiga, quando invece le esternazioni venivano stigmatizzate come un’azione destabilizzatrice. Per questa abitudine l’allora capo dello Stato venne definito «picconatore», al punto che Eugenio Scalfari al comando del partito di Repubblica promosse, seguito a ruota dal Pci-Pds, un tentativo di impeachment contro il Quirinale sulla scorta di quanto previsto dall’articolo 90 della costituzione.
Il potere di esternazione è dunque una innovazione “presidenzialista” della funzione di capo dello Stato che nella originaria interpretazione a centralità parlamentare della carta costituzionale era invece legata ad un maggiore dovere di riserbo: il presidente della Repubblica parlava solo in circostanze solenni o inviando lettere alla camere. Il ricordo di duci, monarchi e imperatori aveva spinto i costituenti ad attribuire alla figura del presidente della Repubblica un ruolo di mera rappresentanza simbolica, diffidando della eccessiva personalizzazione e della concentrazione dei poteri nelle mani di un singolo.
Definire esternazioni gli articoli o le interviste di un detenuto che fa il  giornalista, insinua dunque l’idea di una appropriazione eccezionale e privilegiata della possibilità di parola che altrimenti – si lascia intendere – dovrebbe essere relegata al più stretto riserbo. Come a voler dire che i detenuti non sono cittadini come gli altri, non hanno diritto di libera espressione.

2) Nello stesso passaggio, le cosiddette “esternazioni” vengono sottoposte all’insigne parere di un certo professor «Taluno», che il funzionario giuridico-pedagogico scrive di aver pescato in internet. A detta di questa autorevole fonte i miei articoli e le mie interviste avrebbero caratteristiche «ideologiche ed immorali». Poco prima, il funzionario aveva citato un’altra eminente opinione: quella del signor «Qualcuno», per il quale le mie posizioni non «riflettono un’idea» ma «piuttosto un’ideologia» (segnalata in corsivo nel testo).
Quali fossero le ragioni di questa dotta distinzione (platonico-marxista) tra il mondo sano delle idee e la gramigna dell’ideologia, sia il signor «qualcuno» che il funzionario giuridico-pedagogico non lo dicono.

Andiamo oltre. Incuriosito da tali eminenti pareri dopo aver letto la relazione del Got ho chiesto al funzionario giuridico-pedacogico dove avesse rintracciato i giudizi del signor «Qualcuno» e del professor «Taluno», perché su internet avevo trovato solo l’opinione di un certo «Talaltro», che stranamente prendeva le mie parti. Nel corso della lunga chiacchierata telefonica che fece seguito alla mia chiamata, il funzionario mi ha confessato che il professor «Taluno» altri non era che Paolo Granzotto del Giornale.

L’educatore sosteneva di essersi ispirato per quel giudizio ad un articolo di Granzotto, un giornalista le cui posizioni – come è noto – non riflettono un’ideologia ma un’idea, che poi questa sia di estrema destra, o peggio razzista, non importa.

Ma chi è Paolo Granzotto (leggete qui)? Biografo di Indro Montanelli, con il quale ha lavorato al Giornale dove è rimasto dopo l’arrivo di Berlusconi, Granzotto è stato sanzionato dall’Ordine dei giornalisti per aver scritto in un articolo del 2009, pubblicato su Il Giornale, che bisognava rispedire al mittente «la feccia rumena» (vedi qui). Per queste espressioni xenofobe ha ricevuto la sanzione della censura che viene inflitta nei casi di «abusi o mancanze di grave entità» e «consiste nel biasimo formale per la trasgressione accertata». La fonte battesimale ideale per esprimere giudizi di moralità e liceità sul pensiero altrui. Davvero un’ottima scelta quella del funzionario giuridico-pedagogico di Rebibbia penale.

Ma non è ancora finita. Ho cercato l’articolo di Granzotto (che potete leggere qui), e cosa ho scoperto?
Granzotto non scrive mai la parola immorale. Non pronuncia mai quella frase. Quanto sostiene il funzionario giuridico-pedagogico non c’è. Nel pezzo del 3 gennaio 2011 Granzotto, come suo solito, scrive un sacco di fesserie. In poche righe riesce a piazzare due grossolane falsità: pur di spingere sul tasto dell’impunità dimezza gli anni di carcere da me scontati all’epoca, 6 anziché 12, e mi attribuisce una frase mai detta in una intervista che avevo rilasciato il 2 gennaio 2011 a Repubblica. Nell’articolo non c’è altro.

L’educatore di Rebibbia mente quando dice di aver trovato su internet giudizi che stigmatizzavano i miei articoli. Privo del coraggio delle proprie opinioni, ha cercato malamente di attribuirle ad altri tentando goffamente di fornire loro un manto d’autorità. E quale autorità: il signor «Taluno», alias Paolo Granzotto… che poi non è.

Nell’Ordinamento penitenziario questo lavoro viene pomposamente definito: «osservazione scientifica della personalità».

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DIREZIONE “CASA DI RECLUSIONE REBIBBIA – ROMA”

Vis Bartolo Longo, 72 – 00156 Roma. Tel. 06415201, fax 064103680

RELAZIONE DI SINTESI

In data odierna si è riunito il Gruppo di Osservazione e Trattamento, nella seguente composizione:

Direttore di Reparto Dott.ssa A. T.                                                                       Presidente
Funzionario giuridico-pedagogico A3F1, F. P.                                                   Segretario tecnico
Vice Responsabile di P.P. di Reparto, Isp. G. B.                                                Componente
Asistente sociale L. R.                                                                                              Componente

(si allega copia di relazione del 09.02.2012 dell’UEPE di Roma, uale parte integrante della presente)

La riunione si è tenuta al fine di redigere relazione di sintesi sul detenuto semilibero PERSICHETTI Paolo, nato il 06 Maggio 1962 a Roma, per l’Udienza di discussione dell’Affidamento in prova ai Servizi Sociali, prevista per il 05.05.2012 dinanzi al Tribunale di Sorveglianza di Roma

Il Persichetti, ammesso a fruire della Semilibertà il 23.05.2008 dal Tribunale dì Sorveglianza di Roma, è giunto in questa sede il 24.05.2008.

II 26.05.2008 è stato redatto il primo Programma di Trattamento, ed 31.05.2008 il detenuto ha iniziato a lavorare come giornalista presso la redazione del quotidiano politico “Liberazione“, sita in Roma – zona Castro Pretorio: occupazione tuttora svolta.

Va subito detto, circa il lavoro e le sue logiche implicazioni, che ovviamente il soggetto gode di una legittima possibilità di esternare e dibattere, la quale gli consente di prendere e manifestare posizioni che riflettono un’idea (qualcuno ha detto, piuttosto, un’ideologia).

Tale condizione gli ha consentito e gli consentirà di effettuare legittimamente esternazioni che a taluno (vedasi su internet) sono parse, come detto, ideologiche ed immorali: ci si riferisce, nello specifico, alla difesa del Persichetti della decisione presa alcuni mesi fa dall’allora Presidente del Brasile, Ignazio “Lula” Da Silva, di non estradare in Italia il terrorista Cesare Battisti.
Prendendo lo spunto dalla vicenda in questione, sui media nacque un dibattito sugli “anni di piombo” sulla posizione assunta allora ed ora dalle Istituzioni e sulle vicende personali di alcuni terroristi.
Nell’ambito di tale dibattito, tra l’altro, dal soggetto furono poste su internet – e sono tuttora acquisibili – riflessioni condotte dal Persichetti anche in ordine alla propria vicenda, per certi aspetti simile a quella di Battisti, fuggito anch’egli in Francia. Si tratta di alcuni articoli e di almeno un’intervista radiofonica.

Si premette ciò in quanto i contenuti e le valutazioni di cui si è detto, le quali ovviamente riflettono un’idea e quindi anche una certa “difesa” del passato, da parte del soggetto, da un lato possono indicare in lui la presenza o meno di una revisione critica ma, dall’altro, rappresentano la concreta attuazione del Programma di Trattamento, caratterizzato proprio dalla previsione poter svolgere da parte del soggetto l’attività giornalistica, caratterizzata proprio dal diritto di espressione e limitata unicamente dalla commissione di illeciti civili e/o penali (si dirà più avanti della querelle tra il Persichetti e lo scrittore Roberto Saviano).

[…]

Il 18.07.2009 il detenuto, al mattino, è uscito in ritardo dall’Istituto; L’A.D., udite le giustificazioni addotte, ha ritenuto di non dover procedere disciplinarmente.

[…]

Si è accennato alla diatriba con lo scrittore Roberto Saviano.

All’inizio del 2011, come riportato sulla stampa e in internet (che ospita vari articoli al riguardo), si è verificata una schermaglia tra il Persichetti ed il suo editore da una parte, ed il Saviano dall’altra: schermaglia originata da affermazioni di quest’ultimo sul caso dell’omicidio di Giuseppe Impastato, affermazioni ritenute dalla controparte false o, quanto meno, superficiali.

La vicenda è sfociata nella presentazione di una querela per diffamazione da parte del Saviano nei confronti del Persichetti e del suo editore. La Direzione dell’Istituto ne è stata informata formalmente dalla Polizia di Stato con nota del 17.02.2011.

Il 02.03.2011 il Persichetti, durante un colloquio col Direttore di Reparto sulla vicenda, è stato da questi invitato a produrre gli articoli relativi alla querelle, al fine di fornirgli un quadro della situazione.

La richiesta è stata percepita come atteggiamento “censorio” che per tutta risposta ha detto chiaramente che gli scritti sono liberamente accessibili su internet e che non vedeva la necessità di doverli produrre lui.

Si è pertanto ritenuto di dover informare dell’accaduto e dell’atteggiamento tenuto dal semilibero il Sig. Magistrato di Sorveglianza.

La sera dello stesso giorno il semilibero è rientrato con dieci minuti di ritardo, alle ore 22,40; avendo preavvisato telefonicamente questa Direzione del ritardo e delle circostanze, non si è proceduto disciplinarmente ma, comunque, l’interessato è stato invitato a porre maggior attenzione sulle gestione dei tempi.

Identico ritardo è stato portato in occasione del rientro serale del 18.5.2011 (due mesi e mezzo dopo) ed identico è stato l’atteggiamento assunto dall’A.D. ma, come risulta agli atti, in tale frangente si è comunque invitato, quasi spronato, il soggetto a riporre maggiore fiducia nelle Istituzioni e – concretamente – nei suoi operatori.

[…]

A questo punto è doveroso rappresentare quanto segue.

La forma mentis del Persichetti lo conduce ad avere talora, un atteggiamento “paritario” (anche se tale aggettivo rischia di acquisire una valenza negativa) nei confronti di un’Amministrazione verso la quale, comunque, egli deve rispondere del proprio comportamento e non trattare da pari: il tutto, ovviamente, nel rispetto del diritti della persona.

Talora però nel soggetto pare vi sia una difficoltà a rendersi conto che, a differenza di quanto accade in un rapporto tra persone fisiche, rapportarsi con l’Amministrazione richiede una diversa “dialettica”, fatta – anche obtorto collo – di una puntuale esecuzione delle direttive o anche, delle sole indicazioni fornite dalla stessa e dai suoi operatori.

[…]

Il GOT pur prendendo atto senz’altro atto di una buona evoluzione dell’andamento della misura, ritiene proficua l’effettuazione di un ulteriore periodo –anche breve – di osservazione, al fine di consentire al soggetto di consolidare un percosro le cui premesse sembrano positivamente avviate.

Roma,  lì 16 aprile 2012

L’estensore

Funzionario giuridico-pedagogico A3 F1
F. P.

Per il Gruppo di Osservazione e Trattamento
IL DIRETTORE DELEGATO
Dott.ssa A. T.

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Paolo Granzotto e il funzionario giuridico-pedagogico di Rebibbia
Roberto Saviano
Kafka e il magistrato di sorveglianza di Viterbo
Negato un permesso all’ex-br Paolo Persichetti per il libro che ha scritto
Permessi all’ex br: No se non abiura

A dieci anni di distanza torna nelle librerie “Di sconfitta in sconfitta” di Vincenzo Guagliardo

L’ossessione identitaria, il paradigma del capro espiatorio con il suo corollario di pentimenti e dissociazioni, la filosofia penale, il razzismo istituzionale incarnato dalle ripetute legislazioni antimmigrati, una nuova forma di capitalismo distruttivo che percepisce le forze produttive non più come un’occasione di sfruttamento ma come un esubero, sono alcune delle piste che accompagnano la riflessione di Vincenzo Guagliardo a partire dal nodo della sconfitta della lotta armata, letta come un’opportunità, non un fatto negativo che inibisce ogni possibilità bensì «una caratteristica necessaria del mutamento per chi non sia soddisfatto dell’esistente». Corredata da una nuova intervista di Massimo Cappitti all’autore (pp. 127-163), questa seconda edizione Di sconfitta in sconfitta. Considerazioni sull’esperienza brigatista alla luce di una critica del rito del capro espiatorio oltre ad una nota dell’editore contiene in postfazione anche due interventi di Paolo Persichetti e Tommaso Spazzali


Questo volume può essere richiesto direttamente all’editore inviando l’importo di euro 12,00 sul c.c.p. 28556207 intestato a: Colibrì – via Coti Zelati, 49 – 20037 Paderno Dugnano (Mi)

Link
Guagliardo, “Punizioni e premi, la funzione ambigua della rieducazione”
Guagliardo, “Logica premiale e logica vittimaria ispirano la nuova filosofia penale”
Populismo penale
Il paradigma vittimario

Un’estradizione alla chetichella

Recensioni – Esilio e castigo, Paolo Persichetti, La cità del sole 2005

di Davide Steccanella
25 ottobre 2011

Questo libro è uscito qualche annetto fa, “alla chetichella” si dice in gergo, ma fu una “chetichella” in certo senso obbligata perchè la divulgazione massiccia dei retroscena di “questa” estradizione (vd. sottotitolo del libro di Paolo Persichetti) avrebbero inferto un duro colpo alle tante anime belle non tanto di destra ma soprattutto di sinistra, che sono solite raccontarci di quanto la nostra Giustizia costituisca l’ultimo baluardo in difesa della legalità e via discorrendo. La storia, tutta vera, narrata secondo cronologia e rigorosamente documentata, anche con gli stralci degli atti processuali, non a caso è una “storia” che in Italia conoscono in pochi, e racconta di come 9 anni fa il governo italiano si accordò con il governo francese per ottenere, saltando ogni regola procedurale, la unica estradizione a tuttoggi di uno dei tanti condannati per i cosiddetti anni di piombo, e che come altri da anni viveva a Parigi, solo che lui lo faceva senza nascondersi, con il proprio nome sulla targhetta del citofono, insegnando in una scuola e persino pubblicando molti anni prima un libro a due mani con Oreste Scalzone un pò scomodo (Il Nemico inconfessabile) uscito pure in Italia per la Odradek. Ma come fece il nostro paese ad ottenere siffatto brillante risultato da consentire al MInistro pro tempore di puntualmente festeggiarlo trionfalmente in Tivvù, verrebbe da chiedersi, visto che, giusta o sbagliata che fosse, vigeva la cd. dottrina Mitterand a suo tempo si dice concordata con Craxi per mantenere lontani i tanti esuli di quella guerra perduta e che, come noto, non venne mai scalfita, nè prima nè dopo, neppure in casi ben più eclatanti di quello dello sconosciuto Persichetti ?
Semplice, si prende una vecchia richiesta estradizionale rimasta,  a differenza di tante altre, in sospeso da anni causa varie alternanze ministeriali francesi, e la si attualizza di botto dicendo ai cugini di oltralpe che si tratta nientepopodimeno che dell’assassino di Biagi appena avvenuto in Italia, e così, di fronte alla evidente eclatanza di questa accorata richiesta italica che stavolta non chiede a distanza di anni di regolare vecchi conti ma di fermare la pistola fumante di un omicida in azione, dei gendarmi francesi vanno una mattina presto a prelevare sotto casa l’ignaro Persichetti, lo portano nel tunnel di confine ed ivi lo consegnano alla polizia nostrana che tosto lo ingabbia per la esecuzione della vecchia condanna, gabbia dove tuttora ogni sera da allora egli fa rientro, ma transeat. Ovviamente la pista Biagi si dissolve, anche se neppure tanto in breve, come neve al sole, essendo stata il frutto di una mirabile indagine condotta da un solerte sostituto procuratore di Bologna sulla scorta della testimonianza di una signora di Bologna che disse di avere notato la sera del delitto Biagi un tizio vagamente somigliante al Persichetti e soprattutto indossante uno zaino color camoscio uguale uguale, si disse, a quello trovato in possesso del Persichetti a Parigi. Lo zaino era in realtà blu elettrico ma si disse che il blu era anch’esso un colore chiaro come il camoscio e così per un pò di tempo la “fola” resse, anche se il delito Biagi era maturato in ambito politico tutto diverso da quello cui era appartenuto 20 anni prima il Persichetti ma pretendere anche che si conosca la storia di chi si arresta, seppure si tratti di delitto in ambito politico, è forse troppo, quando si affronta una emergenza e così andò. Certo, molti potranno dire che in fondo il Persichetti ha poco da lamentarsi visto che era stato condannato e che quindi oggi trattasi nè più nè meno che di esecuzione di pena regolarmente inflitta etc. etc.
Come sempre, e vale anche per i casi di acclarata tortura ai militanti arrestati nel 1982 così ben descritti dal recente libro di Rao per Sperling&Kupfer, occorre però mettersi d’accordo su un punto. Se deve valere il criterio meramente sostanzialista per cui quando si è in guerra il fine giustifica ogni mezzo va benissimo, è una opinione più che legittima, ma allora lo si dica a chiare lettere anche agli ignari cittadini cui certe cose, chissà perchè, non vengono invece mai dette. Il codice penale, disse qualcuno, è stato scritto per i colpevoli mentre quello di procedura per gli innocenti, è questo il motivo per cui, nel caso raccontato in questo libro (e in quello di Rao), quest’ultimo fu bellamente calpestato? E quante altre volte però mi verrebbe da chiedere a questo punto ? Almeno questo non sarebbe ora di dirlo dopo più di 30 anni invece che fare calare la solita cortina di silenzio intorno al Persichetti di turno e di indignarsi, la stampa tutta, quando magari l’odioso Battisti afferma che non proprio tutto in Italia andò secondo codice ? Chi ha voglia lo legga questo libro, sempre se…lo trova ovviamente (da Feltrinelli et similia è dura però).

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Exil et chatiment
Esilio e castigo

American job act: «Dove prenderà i soldi Obama se resta vincolato al pareggio di bilancio?»

Intervista – parla Luciano Gallino, sociologo, scrittore e docente emerito a Torino

Paolo Persichetti
Liberazione 10 settembre 2011

Il pareggio di bilancio è uno dei dogmi ideologici della destra liberale e monetarista che anche il governo italiano sta provando ad introdurre nella Costituzione. Sul terreno concreto però le cose sono molto più complicate. Guardiamo quel che sta accadendo negli Stati uniti di Obama. Il presidente ha annunciato ieri un job act, un megaprogramma di rilancio del lavoro e dell’economia basato su un investimento di 447 miliardi di dollari. Dove prenderà tutti questi soldi se anche negli Usa vale la regola “aurea” del pareggio? In assenza della possibilità di ricorrere al “deficit spending” rischia di aprirsi una partita decisiva sul terreno della fiscalità. Obama annuncia che «chi guadagna di più, deve pagare di più». Per tutta risposta l’ultradestra che riempie le file del Tea party ha annunciato una feroce opposizione. Davvero le cose andranno in questo modo? Il presidente democratico deve recuperare dopo le concessioni alla destra sulla riforma sanitaria. Con questa mossa ha avviato la campagna elettorale per il secondo mandato.

Professor Gallino, in regime di parità di bilancio per evitare di precipitare in una fase recessiva la fiscalità rischia di diventare una delle poche leve utilizzabili per rilanciare l’economia. E’ davvero questa la strada che sta prendendo Obama?
L’american job act presentato da Obama ha un suo dritto e un suo rovescio. La parte positiva è molto importante e contrasta con le posizioni deboli che il presidente democratico aveva assunto durante la discussione sul deficit di bilancio e il compromesso fatto con i repubblicani, tanto che i gruppi più critici della sinistra americana l’avevano etichettato come «il primo Tea party president». Il programma di Obama prevede il sostegno all’occupazione, la riduzione delle imposte sui salari, un gigantesco programma di modernizzazione dell’infrastruttura primaria necessaria alla collettività in aree urbane e rurali: 35mila scuole pubbliche da rimettere a posto, la costruzione di nuovi laboratori scientifici, il riassetto di strade, aeroporti, ponti, ferrovie e canali. Negli Usa ci sono 50mila ponti a rischio e decine di migliaia di chilometri di binario disastrati. Nella sua articolazione questo piano ricorda molto il new deal.

E il rovescio di cui parlava?
Obama si è impegnato a dimostrare come questi 450 miliardi di interventi saranno interamente pagati con un piano di riduzione a lungo termine del deficit. Questa coda del progetto è reticente, occupa appena una mezza pagina. Quello che si capisce è che i fondi non arriveranno dall’aumento del deficit o chiedendo alla Fed nuovo denaro.

Verranno da un riforma fiscale che graverà sui ricchi o dai tagli alla riforma sanitaria?
Se Obama pensa ad una riduzione del deficit questa può venir fuori soltanto da un taglio all’assistenza sociale e sanitaria per i poveri, al Medicare. Se così fosse vorrà dire che hanno scelto di aiutare i giovani anziché gli anziani.

Una cinica scelta tra poveri?
Sì, una redistribuzione di reddito tra le classi lavoratrici e meno abbienti. Una scelta che ritiene l’entrata nel mondo del lavoro di centinaia di migliaia di disoccupati un giovamento per tutti, anche le famiglie con membri anziani. Negli Usa il dato sull’occupazione è terribile. I centri studi parlano di un american job catastrophe. Ancora oggi nonostante il Medicare decine di milioni di americani sono privi di assistenza medica.

Obama resta dunque prigioniero del pareggio di bilancio?
Del «terrorismo del deficit» come lo definiscono alcuni economisti. Siamo in presenza di un’enorme ipocrisia. Il deficit è sempre stato uno dei principali strumenti di politica economica degli Stati. Nella loro storia gli Stati uniti hanno avuto il bilancio in pareggio solo per due anni, se ricordo bene tra il 1836-38 con Jackson. Altrimenti hanno avuto sempre il bilancio in debito e in deficit. E ciò non ha impedito loto di diventare, nel bene e nel male, la prima potenza mondiale. Il vincolo del pareggio è dunque un suicidio.

Nel ddl del governo italiano sono previste delle deroghe in situazione di avversità economica e di fronte a stati di necessità.
Posto in termini assoluti il vincolo del bilancio è un suicidio economico; se si mettono delle postille è una cosa poco seria. Alla fine si governa in stato di eccezione permanente.

Non è un paradosso mettere vincoli alle politiche pubbliche mentre l’economia privata può tranquillamente ricorrere al debito per investire?
Uno dei problemi di fondo di questa crisi è che le banche hanno contratto enormi debiti a causa di errate iniziative borsistiche come l’acquisto di titoli tossici. Debito che si è riversato sui deficit dei governi grazie ai salvataggi pubblici. Dal 2008 tanto negli Stati uniti quanto in parecchi Paesi europei, certamente nel Regno unito, in Germania e Francia, si sono fatte fior di politiche keynesiane “imbastardite” per salvare le banche. L’economia è stata salvata grazie all’intervento massiccio degli Stati, valutato tra soldi spesi e impegnati intorno ai 12-15 trilioni di dollari. Il solo salvataggio di alcune banche nel Regno unito è costato 1,3 trilioni di euro. Lo dice il governatore della banca d’Inghilterra Mervyn King. Molti governi sono stati dei formidabili attori keynesiani, ma di un keynesismo distorto perché ha fatto da volano al sostegno della finanza e delle banche con i soldi del contribuente per fare quello che l’economia privata non era in grado di fare.

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Gallino: “Dove prenderà i soldi Obama se resta vincolato al pareggio di bilancio”
Altreconomia: “Chiudere i paradisi fiscali e abolire la finanza tossica”

Gianni Rinaldini: “Cgil stop! Basta Marcegaglia è tempo di rilanciare il conflitto”
Mercati borsistici, dietro l’attacco ai titoli di Stato l’intreccio tra fondi speculativi e agenzie di rating 1/continua
I signori della borsa: quei terremoti nei mercati finanziari creati ad arte dagli speculatori/2 fine
Il sesso lo decideranno i padroni: piccolo elogio del film Louise-michel
Cometa, il fondo pensioni dei metalmeccanici coinvolto nel crack dei mercati finanziari
Parla Bernard Madoff: «Le banche e la Sec sapevano tutto» 
Le disavventure girotondine nel mondo della finanza

Dall’esilio con furore. Cronache dalla latitanza e altre storie di esuli e ribelli

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Foto Baruda

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Radio radicale: intervista a Paolo Persichetti sul caso Cesare Battisti e sulla politica italiana rispetto agli anni di piombo
Intervista a : http://www.radiondadurto.org
Il Brasile non si fa intimidire: “Da Lula decisione sovrana”
Franco Corleone: “Per essere credibile sul caso Battisti l’Italia deve abolire l’ergastolo”
Mozione bipartizan in parlamento: “Ridateci Battisti”. La lega: “Rapitelo”
Perché il Brasile non ha estradato Battisti. Intervista a Radio radicale
Scalzone da un consiglio ai parlamentari che si indignano per il no alla estradizione di Battisti: “Cospargetevi l’anima di vasellina”
Battisti: la decisione finale nelle mani di Lula. Fallisce il golpe giudiziario tentato dal capo del tribunale supremo Gilmar Mendes
Battisti, “Il no di Lula è una decisione giusta”
Battisti: condiserazioni di carattere umanitario dietro il rifiuto della estradizione
“Ridacci Battisti e riprenditi i trans”, finisce così il sit-in contro Lula

Lula orientato a non estradare Battisti, il Supremo tribunale fa ostruzionismo e Berlusconi rimanda la visita ufficiale in Brasile
E’ tempo di prendere congedo dall’emergenza antiterrrorista contro i rivoluzionari del Novecento
Il faut prendre congé de l’urgence antiterroriste contre le siècle des révolutions
Trentanni dopo ancora due estradizioni. La vicenda di Sonja Suder e Christian Gauger
Battisti è il mostro, impiccatelo
Battisti, la decisione finale resta nelle mani di Lula. Fallisce il golpe giudiziario tentato dal capo del tribunale supremo, Gilmar Mendes
Tarso Genro, “inaccettabili ingerenze da parte dell’Italia”
Caso Battisti, voto fermo al 4 a 4. Prossima udienza il 18 novembre
Caso Battisti, Toffoli non vota
Caso Battisti: parla Tarso Genro, “Anni 70 in Italia, giustizia d’eccezione non fascismo”

Caro Lula, in Italia di ergastolo si muore

Le consegne straordinarie degli esuli della lotta armata
Caso Battisti fabula do ergastolo

Governo italiano so obtem-extradicoes

Ora l’Italia s’inventa l’ergastolo virtuale pur di riavere Battisti
Cesare Battisti, un capro espiatorio

Brasile, rinviata la decisione sull’estradizione di Battisti
Il Brasile respinge la richiesta d’estradizione di Battisti, l’anomalia è tutta italiana
Scontro tra Italia e Brasile per l’asilo politico concesso a Battisti

Tarso Gendro: “L’Italia è chiusa ancora negli anni di piombo”
Crisi diplomatica tra Italia e Brasile per il caso Battisti richiamato l’ambasciatore Valensise
Stralci della decisione del ministro brasiliano della giustizia Tarso Genro
Testo integrale della lettera di Lula a Napolitano
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Dove vuole arrivare la coppia Battisti-Vargas?
Risposta a Fred Vargas
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Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu
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Giorgio Agamben, Europe des libertes ou Europe des polices?
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Tolleranza zero, il nuovo spazio giudiziario europeo
Il Nemico inconfessabile, sovversione e lotta armata nell’Italia degli anni 70
Il nemico inconfessabile, anni 70
Un kidnapping sarkozien


La Francia rinuncia all’estradizione di Marina Petrella

La Francia ha deciso di scarcerare Marina Petrella
Scalzone, “Quando si parla di confini dell’umanita vuol dire che se ne sta escludendo una parte”
Marina Petrella ricoverata in ospedale ma sempre agli arresti
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Peggiorano le condizioni di salute di Marina Petrella
Lettera da Parigi della figlia di Marina Petrella
Marina Petrella sarà estradata, addio alla dottrina MitterrandD

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Mammagialla uccide ancora: a Fallico è “scoppiato” il cuore

I primi risultati dell’autopsia dimostrano che c’è stata omissione di soccorso. Aperta inchiesta per omicidio colposo

Paolo Persichetti,
Liberazione 25 Maggio 2011

Indagini per omicidio colposo«Aveva il cuore spaccato». Circostanza compatibile con un infarto e una emorragia in corso da alcuni giorni, secondo quanto affermato all’avvocato, Caterina Calia, dal consulente nominato dalla famiglia.
E’ morto così Luigi Fallico, “Gigi il corniciaio”, personaggio conosciuto nel popolare quartiere romano di Casal Bruciato, dove aveva la sua bottega che secondo la digos sarebbe stata la base operativa di un progetto di rilancio della sigla Brigate rosse. Una proiezione investigativa che l’aveva portato in carcere nel giugno di due anni fa, insieme ad altre quattro persone. Sono stati proprio loro, vicini di cella, ad accorgersi lunedì mattina che qualcosa non andava ed a prestare i primi soccorsi nel repartino As 2, ricavato al quarto piano del reparto D2 del carcere Mammagialla di Viterbo. Il medico è arrivato solo dopo un quarto d’ora per constatare la morte avvenuta da almeno 3-4 ore.
Prima di coricarsi aveva detto ai suoi compagni di non sentirsi bene, «mi sembra di avere la febbre». Per questo aveva anche chiamato l’infermiere. Il 19 maggio scorso, durante l’udienza del processo nell’aula bunker di Rebibbia, aveva raccontato al suo legale del grave malore subito il giorno precedente. Un «dolore fortissimo» che gli aveva lacerato il petto. In infermeria gli avevano riscontrato un picco di pressione arteriosa a 190, ma invece di portarlo in ospedale per accertamenti urgenti (all’ospedale Belcolle esiste un reparto per detenuti) l’hanno rimandato in cella con un diuretico e una tachipirina. Accertamenti più approfonditi erano stati fissati per martedì (ieri, ndr). Indifferente, disattenta fino allo spregio della vita di chi è detenuto: questa è la burocrazia carceraria, con in più il contesto pesante che da sempre segna la vita carceraria in una struttura come quella del Mammagialla e le restrizioni aggiuntive che gravano sui regimi di detenzione differenziata speciale As 2 (ex Eiv), come quello previsto per i detenuti politici. La salute di Fallico era precaria, negli ultimi tempi aveva subito un intervento alle corde vocali e soffriva dei postumi di una violenta otite, oltre all’ipertensione. La procura ha avviato un procedimento per omicidio colposo contro ignoti. Entro 60 giorni il perito dovrà depositare i risultati dell’esame autoptico. Accertamenti specifici sono stati disposti sul cuore. L’inchiesta che l’aveva portato agli arresti sembrava una farsa, il carcere l’ha trasformata in tragedia.

Sullo stesso tema
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Ignorata la disponibilita offerta da un gruppo di detenute che si offrì di assistere la Blefari. I magistrati Puntavano al pentimento
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Suicidio Blefari Melazzi: l’uso della malattia come strumento di indagine

Detenuto morto a Mammagialla, è il sesto in un anno

Ho paura, dunque esisto

La paura è diventata un grande fantasma collettivo, un elemento immaginifico, una sindrome del mentale, una psicopatologia sociale

Paolo Persichetti
Liberazione 10 giugno 2008

paura fantasmiDal vecchio penso dunque sono cartesiano siamo passati al più prosaico ho paura dunque esisto. Sembra quasi d’essere tornati ad uno dei precetti dell’empirismo che riduceva l’essere alla sua capacità di percepire, esse est percipi. Secondo questa scuola filosofica la realtà non ha vita in sé, non prescinde dalla nostra capacità percettiva ma esiste soltanto per il mezzo della nostra conoscenza. La percezione non è dunque lo strumento che ci consente di entrare in relazione con la realtà circostante ma ciò che l’inventa, la costruisce, la crea. Da qui il passo molto breve verso una concezione meramente soggetivistica del mondo.
È un po’ quel che accade oggi con questa storia dell’insicurezza percepita. La realtà, nel nostro caso il fatto sociale, non esiste, o meglio esiste soltanto in quanto vi è la capacità di percepirlo, di rercepirlo molto male sarebbe il caso di aggiungere come dimostra l’ennesimo sondaggio sulla “paura percepita” dagli italiani, pubblicato da Repubblica (9 giugno 2010) con il commento di Ilvo Diamanti.
Nulla di nuovo: nonostante il decremento degli omicidi, delle rapine e delle violenze registrato nell’ultimo decennio nel nostro Paese, 9 italiani su 10 sono persuasi che la criminalità sia in aumento. Approfondendo meglio l’analisi ci si accorge che lì dove sono maggiori gli indici di sicurezza, cioè minore il numero di reati consumati e più alto il livello di sicurezza sociale (tutele, previdenza, welfare, buona amministrazione), corrisponde paradossalmente un’amplificazione dell’allarme sociale. La paura è dunque un grande fantasma collettivo, un elemento immaginifico, una sindrome del mentale, una psicopatologia sociale.
Questo panico innesca a sua volta una spirale perversa fatta d’effetti d’annuncio repressivi da parte delle autorità di governo locale e centrale, miranti a rassicurare l’opinione pubblica, col risultato di suscitare un effetto d’accredito della paura e del suo fondamento reale.
Le politiche penali rispondono spesso ad imput di natura politico-ideologica che risentono del contesto storico, di quella che è la soglia di legalità tollerata dalla società in un momento dato, seguendo una direzione opposta all’andamento dei reati denunciati. Per ragioni diverse l’attenzione degli organi repressivi dello Stato può attenuarsi oppure rivolgersi verso altri fenomeni. Come spiega Salvatore Verde nel suo, Massima sicurezza. Dal carcere speciale allo stato penale (Odradek), nel 1990 il numero degli omicidi, dei sequestri e dei furti subisce un notevole incremento rispetto al quinquennio precedente ma in compenso le persone denunciate all’autorità giudiziaria si dimezza passando da quasi 700 mila a 350 mila.
Ciò che abbiamo di fronte è una profonda mutazione antropologica. I miti contrattualistici del passato ci hanno tramandato una concezione della paura che cercava risposte politiche attraverso la creazione di patti fondativi. La liberazione della paura stava alla base del contratto che sorreggeva l’adesione alla comunità. Ciò non eliminava le asperità, al contrario la società era animata da uno spietato ma ancora creativo conflitto tra capitale e lavoro.
Nella paura di oggi, invece, c’è un risentimento torvo che ha bisogno di designare un nemico, un colpevole tra noi. È una passione triste. Si è persa la voglia di progettare, di costruire percorsi, di perlustrare il nuovo. La ricerca di capri espiatori è tornata la soluzione più semplice. L’orgasmo triste della vendetta incarognita, la libidine impotente della cattiveria antropologica sono diventati il viatico di una competizione vittimaria che si avvita su se stessa alla ricerca di un appagamento che non verrà mai.

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