Semilibertà o semilibertà di pensiero
Alain Brossat*
L’8 novembre prossimo (2006) il tribunale di sorveglianza di Roma dovrà pronunciarsi sulla concessione della semilibertà a Paolo Persichetti. L’esito positivo della decisione non è affatto scontato, soprattutto se continueranno a prevalere gli argomenti fino ad ora impiegati per negargli l’accesso ai permessi. Nel provvedimento del luglio scorso, nel quale si motivava l’ultimo rifiuto, il magistrato di sorveglianza di Viterbo, Albertina Carpitella, vi esponeva un’intera filosofia d’epoca della pena e del castigo che non mancava di suscitare un certo sgomento. Vale la pena di riesaminare quel testo, se vogliamo evitare di tornare a recriminare a cose fatte, di fronte ad un ennesimo rigetto.
Secondo il giudice, Persichetti non può ottenere i benefici di legge perché non ha manifestato segni di pentimento, né si è esplicitamente ed enfaticamente dissociato. Dopo avergli riconosciuto la condotta irreprensibile tenuta nel corso dei suoi otto anni di carcere, il magistrato si lancia in una stupefacente esegesi delle sue pubblicazioni più recenti per dimostrarne la dubbia conversione ai valori democratici, rimproverandogli l’atteggiamento refrattario di fronte ogni forma d’abiura e la tendenza a voler mantenere una propria facoltà critica. Tutto ciò verrebbe a costituire un insieme di sintomi allarmanti, sufficienti a giustificare un giudizio di pericolosità sociale persistente.
Senza mai spiegare quale rischio può rappresentare la pubblicazione di un libro, il magistrato mostra di avversare proprio questo suo atteggiamento d’autonomia morale e intellettuale. Ora, è precisamente l’abbandono di questa clausola di coscienza, di questa facoltà «galileiana», di questo diritto d’obiezione elementare, che si esige da lui.
Assistiamo ad un tentativo di rimettere in circolazione una buia filosofia che ci riporta al tempo delle «pene oscure» denunciate da Beccaria: quando il reo, ancor prima di scontare la punizione, doveva sottomettersi ad una lunga serie di riti d’esorcismo. E nei casi in cui il crimine addebitato era di natura politica, il prezzo dell’esorcismo intrapreso conservava la stessa natura. La «guarigione» del posseduto non poteva limitarsi alla sola rinuncia dei mezzi passati, ma doveva fare mostra d’aver appreso il catechismo dell’autorità.
Ciò che più colpisce, negli argomenti scelti dal magistrato, è la concezione violentemente regressiva della pena. Dietro un tale accanimento si cela uno spirito di vendetta inconfessabile, una sorta di cattiveria ontologica. Ciò che si tenta di ottenere non è più una riparazione, ma qualcosa che assomiglia ad una morte morale e intellettuale. La conversione pretesa altro non è che un lavaggio del cervello. L’«etica», enfaticamente evocata, un ulteriore giro di vite repressivo volto ad aggiungere la «questione morale» alla presa sul corpo.
La nozione di castigo infinito è al centro delle nuove filosofie penali diffuse in Occidente. Essa poggia su una nozione di pericolosità specifica attribuita ad alcune categorie di reato impiegate come apripista, in vista di un ulteriore allargamento delle tipologie destinate a ricevere uno stigma indelebile e giustificare così nuovi trattamenti d’eccezione. Al pari del «diritto delle genti» classico, che stabiliva la messa al bando dell’umanità del pirata e del brigante, oggi sta prendendo forma un modello punitivo del tutto nuovo, quello della messa al bando dalla forma giuridica di una nuova categoria d’individui.
È la nozione di «irrecuperabile» che riappare, non più nella forma forgiata all’epoca dalle «classi pericolose» ma attraverso nuove categorie artificiosamente costruite e destinate a mascherare le falle più evidenti delle democrazie attuali. Si tratta di un ritorno a pratiche che non fondano più la legittimità dell’ordine politico sulla capacità di assorbire gruppi umani diversi tra loro, compresi anche quelli che si allontanano dalla norma, ma che al contrario espongono in forma più o meno drammatica, autoritaria e violenta, l’infinita facoltà di emarginare chi è considerato più pericoloso.
Il desiderio insaziabile della pena infinita, che qui sembra dar voce ad una sorta d’integralismo fondamentalista (che si crede e si dice) democratico, rivela una regressione ai livelli più arcaici delle rappresentazioni teologico-politiche della penalità. Ogni dottrina moderna del crimine suppone quantomeno che questo possa essere oggettivato e valutato in modo proporzionale, attraverso una sanzione adeguata e soprattutto che il delitto compiuto faccia l’oggetto di una presa di distanza relativa dall’autore del reato.
È solo a questa condizione che il reo può essere ritenuto emendabile e non considerato al pari di un criminale da eliminare. Ma se un tale approccio viene meno, crolla l’intera utopia penitenziaria del XIX° secolo (ancora non del tutto spenta) che specula sul fatto che il reo possa, se messo alla prova dell’isolamento, separarsi dal suo crimine ed essere così risocializzato.
Ora, non sono certo queste le esigenze avanzate nei confronti di Persichetti. Il giudice, infatti, non pretende delle prove di risocializzazione (chi meglio di lui ha dimostrato una così forte capacità ad integrarsi e vivere secondo le regole nel corso degli undici anni passati a Parigi – salvo voler considerare l’Università dove insegnava una scuola del crimine?), ma una dimostrazione palese di rettificazione politica sotto forma di capitolazione senza condizioni. È questo il punto in cui si opera lo slittamento fatale, tanto è evidente la matrice di un simile atteggiamento che ricorda quello degli inquisitori cattolici e dei procuratori staliniani, e non certo un approccio profano, disincantato (utilitarista o umanista) del problema del delitto e del castigo.
Chi mai ci guarderà dallo zelo di questi nuovi apostoli che si appellano alla polizia del pensiero e vedono nelle opinioni non allineate un pericolo mortale per l’ordine sociale? La democrazia non è una fede e ancora meno una religione. La convinzione democratica fa appello al ragionamento, alla deliberazione, e suppone al tempo stesso la tolleranza e la presenza di una pluralità di posizioni. Ora, è proprio tutto ciò che scompare dietro l’intimazione rivolta a Persichetti. E quando la tolleranza, il pluralismo delle idee e la deliberazione svaniscono, il villaggio democratico non può che ritrovarsi popolato soltanto da talebani democratici. Nuovi teologi che stanno reiventando un’intera logica dell’afflizione: una nuova figura del dispotismo al tempo stesso esorcista, ingegnere dell’anima, critico letterario e giudice.
Quanto può valere una democrazia nella quale un giudice si attribuisce una competenza assoluta su questioni filosofiche, politiche, sociologiche che investono il funzionamento della vita civile, la minaccia terrorista, le convinzioni etiche, la pericolosità sociale? Nemmeno i giudici e i nemici di Auguste Blanqui si mostravano così puntigliosi sull’etichetta sicuritaria, così preoccupati di sondare le anime e i cuori. Infatti è piuttosto l’universo terrificante e grottesco dei romanzi di Sade a renderci familiare la figura dell’inquisitore buffone, del despota grottesco. Un prolungamento inevitabile si ritrova negli scritti di Orwell, e in quei regimi che, non accontentandosi più di disciplinare i corpi, irrigimentano anche le coscienze. Foucault e Deleuze, osservatori attenti e sagaci dell’istituzione giudiziaria, hanno sempre insistito sul tratto fondamentalmente grottesco di tutta la letteratura giudiziaria, psichiatrico-giudiziaria e penitenziaria. Un tale aspetto salta agli occhi anche in questo testo così traboccante di compunzione e dall’accento d’autentica bêtise flaubertiana. Tradizionalmente la satira della Giustizia s’impiega a ridicolizzarne il linguaggio e il gusto per le procedure astruse. Ma all’occorrenza saremmo quasi portati a rimpiangere una semplificazione di tali forme, la cui contropartita sembra essere un’ideologizzazione e politicizzazione sempre più marcata del ragionamento e delle decisioni, tale che ci si può domandare se si ha di fronte un magistrato o un commissario politico.
Solo la presenza di un potere giudiziario certo della sua espansione (a detrimento degli altri poteri), può consentire ad una rotella così periferica del suo meccanismo di esorbitare con tanta sicumera al di fuori del suo abituale ambito di competenza. È noto quanto in Italia, la crisi degli apparati politici tradizionali, la loro corruzione, la deliquescenza delle ideologie, abbiano nutrito la forza di questa casta di giudici raddrizzatori dei torti, plebiscitati da una parte dell’opinione nel ruolo di salvatori delle istituzioni. E di questo smisurato potere di supplenza vediamo ora i risultati: una giustizia «purificatrice» che ricorre a dimostrazioni di rigore «etico» contro quelli che sono stati votati ad incarnare, volontariamente o meno, il ricordo stigmatizzato di una stagione ribattezzata «anni di piombo» per meglio far dimenticare che le armi allora brandite furono solo l’albero che nascondeva la foresta delle occupazioni delle fabbriche, del controllo operaio, dell’allergia di massa al taylorismo, dell’antipsichiatria, della declericalizzazione della vita pubblica, dell’apparizione del movimento femminista…
L’esorcismo democratico, che il magistrato di sorveglianza richiama, ha precisamente questa funzione: respingere nelle tenebre del passato questo spettro immenso.
Il Vae victis! si alimenta alla fonte del più classico dei ragionamenti in forma totalitaria: il condannato non provoca alcun disordine in prigione? Ecco che ciò rinforza il sospetto sui suoi pensieri eretici (la sua calma è fuorviante)!
Egli scrive che le forme politiche della battaglia svoltasi negli anni 70 non sono più d’attualità? Ecco una formula che rivela una riserva mentale delle più ambigue!
Ciò che serve a questo tipo di magistratura sono dei colpevoli che gridano la propria colpevolezza, strappandosi le vesti e coprendosi il capo di cenere. L’amore senza limiti per chi coltiva la «vergogna» infinita verso un passato fatto di lotte e di un pensiero capace di immaginare altri possibili: ecco cosa permette di giudicare un’epoca.
* Docente di filosofia all’università Parigi 8, saint Dénis- Vincennes
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le insorgenze armate apparse nell’Italia degli anni 70 avrebbero trovato una complicità culturale, se non aperto sostegno, nelle autorità di Parigi. È significativo dei tempi che corrono questo capovolgimento di prospettiva storica. Quella somma di fattori che presero forma nel dopoguerra, congelando per lungo tempo il sistema politico italiano, fino a renderlo privo d’alternanza per 49 anni, una fissità di sistema che secondo la storiografia più avvertita non poteva che facilitare l’apparizione di spinte rivoluzionarie in presenza di una potente tradizione sovversiva, contesto riassunto nella formula dell’«anomalia italiana», si capovolge nel suo contrario: l’«eccezione francese». Il problema non verrebbe più dalle carenze storiche di un paese che resta tuttora incapace di chiudere con un’amnistia stagioni da lungo tempo concluse, ma dalla sua vicina d’Oltralpe. Nell’intervista che Giovanni Fasanella ha fatto a Alberto Franceschini, la Francia viene dipinta come un «santuario del terrorismo», una centrale che avrebbe sistematicamente promosso la destabilizzazione della democrazia italiana. Siamo nel pieno di una narrazione storica che ripropone alcuni vieti cliché della retorica del complotto e della visione poliziesca della storia. L’obiettivo preso di mira è la cosiddetta «dottrina Mitterrand». Nel corso della sua grottesca testimonianza, un Franceschini ossessionato dalla cultura del sospetto racconta di come il padre, militante comunista ancora impregnato della mentalità staliniana, avuto sentore delle intenzioni bellicose del figlio, l’avesse messo sull’avviso: «ricordati che fuori dal partito c’è soltanto la Cia». Ancora prima della caduta del muro di Berlino, Parigi sarebbe stata dunque un vero incrocio d’intrighi internazionali, sostituendosi a Washington e Mosca nel ruolo di piattaforma destabilizzante dell’Italia. Così si arriva a sostenere che un asse socialdemocratico, guidato da Mitterrand, avrebbe tentato di giocare la terza forza tra le due maggiori potenze, destabilizzando volutamente la penisola grazie alla protezione offerta ai militanti della lotta armata. Quando la storia si trasforma in noir, il racconto può avvalersi di facili licenze narrative e trascurare il rigore cronologico degli eventi, fino a dimenticare che negli anni 70 la Francia era sotto la presidenza di Giscard D’Estaing.

narra in forma d’epopea l’evasione organizzata, il 3 gennaio 1982, dal carcere di Rovigo. In realtà il testo è un pastiche di generi diversi: si apre con una lunga introduzione “precauzionale” (non sia mai che il magistrato di sorveglianza si arrabbi), nella quale si avverte il lettore che i fatti raccontati non implicano il tragitto successivo del protagonista, ravvedutosi ampiamente delle sue gesta precedenti. Dopo aver recitato la penitenza l’autore finalmente si avventura nel racconto dell’assalto portato alle mura del carcere. Episodio narrato, almeno nelle intenzioni iniziali, col punto di vista di chi vorrebbe riprodurre parole, sentimenti, emozioni dell’epoca; quelle integrali e genuine, non quelle filtrate e deformate dalla memoria. In realtà, l’artificio letterario ricercato non riesce. La sequenza della giornata è intercalata da lunghi e noiosi intermezzi che diventano veri e propri excursus sulla nascita e la storia di Prima Linea, proposti dall’io narrante insieme ad altre riflessioni e considerazioni che svariano nel tempo, celando malamente il senno (?!) del poi spacciato per l’avvedutezza del prima. Ove mai nel frattempo qualcuno avesse frainteso le intenzioni di un racconto fin troppo compiaciuto sull’evasione, o l’incedere minuzioso di lunghi passaggi sull’armamento, i vari calibri ben oliati, le loro caratteristiche, gli usi possibili e consigliabili, nonché i riferimenti alle marche di champagne e ristoranti alla moda che sembrano anticipare gli anni della Milano de bere, il volume si conclude con un apparato di lettere e articoli che descrivono il percorso politico successivo alla cattura, per ricordare l’esperienza carceraria che condusse alla creazione delle «aree omogenee», al mutato giudizio sul passato, a quell’autocritica degli altri che prese il nome di «dissociazione della lotta armata». Nonostante, in quel 1982, Segio avesse maturato la convinzione del fallimento della lotta armata, egli si racconta avvinto da un ineluttabile destino: «non c’è salvezza possibile per chi ha sognato di cambiare il mondo». Inanellando una serie impressionate di goffe citazioni scapigliate, fa torto a quella generazione che gli fu accanto nel lottare e che trascina nel «novero dei destinati alla sconfitta, che non scelgono l’esilio ma di andare sino in fondo, pagando quel che bisogna pagare al sogno a lungo coltivato». Come immerso nella recita di un consunto copione dannunziano, raffigura se stesso e i suoi compagni avvolti in un’atmosfera d’estetismo combattente, «anime capaci di tenerezza» che sceglievano «di morire non nella lenta emorragia della vita ma di fretta, senza risparmio, come candele accese dai due lati[…] non per malattia del corpo ma per quella della coerenza, per un’inguaribile infezione dell’anima». Poeti armati, esercito scapigliato, tribù del “mucchio selvaggio”, novelli sturm und drang del settantasette nostrano, sognatori impazienti, adepti del carpe diem. «I nostri attimi sono eterni e ci ripagano di tutto», quelli del nonostante tutto, fiori appassiti più che fiori del male, maledetti mancati ma redenti riusciti. Le parole incedono al rimirar la poesia del gesto, la metrica dell’intenzione che conduceva ad un eroico «andar incontro alla bella morte» di saloina memoria. A metà tra l’imitazione di Marinetti e quella del Vittoriale, non manca persino il lieto fine holliwoodiano che condanna i protagonisti a vivere finalmente ravveduti e contenti. Al di là di tutto, il libro una sua utilità la conserva comunque, poiché consente di comprendere meglio l’intimità corrotta della dissociazione e dei suoi personaggi di maggiore spicco, i suoi aspetti reconditi, un certo malanimo, la molta falsa coscienza. Esemplare il risentimento schiumoso verso quei militanti che hanno sempre criticato il modello dissociativo. Forse è la prima volta che uno dei maggiori esponenti di quel movimento-istituzione, che fu appunto la dissociazione della lotta armata, affronta apertamente un tentativo di ricostruzione di quel percorso. Il tentativo c’è stato. La ricostruzione un po’ meno. La storia può attendere.
Fu così che all’alba del giorno seguente venni scambiato nel tunnel del Monte Bianco. Metafora di un accordo sotterraneo, siglato al di fuori di ogni trasparenza, concluso nel ventre della terra, lontano dalla luce del sole, distante dal chiarore del giorno, dopo una folle corsa nella notte. Quella furtiva consegna celava una flagrante violazione della legalità internazionale: una persona non può essere estradata per dei fatti posteriori a quelli indicati nel decreto, in assenza di una nuova richiesta e previa verifica del suo fondamento. Pur di avallare il teorema della centrale francese le autorità hanno agito aggirando tutti gli obblighi previsti dalla convenzione europea sulle estradizioni.
I nemici dell’amnistia sembrano invece rimasti uguali nel tempo. I loro discorsi e le loro rappresentazioni appaiono immutate. Tratteggiano trame ordite da agenti di un complotto straniero che dopo la Comune chiamava in causa l’attività dell’Internazionale, mentre per i nostri anni Settanta guardano al Kgb o alla Cia, e più recentemente alla Dgse francese, secondo le diverse scuole di pensiero e parrocchie politiche. Anche solo evocare un’ipotesi d’amnistia indigna profondamente. La giustizia deve sempre seguire il suo corso fino in fondo, sfoggiando pene esemplari. Allora come oggi, l’appello alla severità accomuna ambienti della destra e della sinistra. All’epoca la riprovazione maggiore si rivolse contro le pétroleuses, queste nuove streghe dell’Ottocento accusate di aver appiccato incendi con le lampade a petrolio. Molte di loro furono fucilate senza processo. I parigini insorti vennero descritti come un «pugno di scellerati dagli ideali sanguinari e rapaci» (Journal officiel del 22 marzo 1871). La stampa si adoperò per presentare la Comune come una grande impresa di brigantaggio, trasformandola in un informe coacervo di crimini di diritto comune. La spoliticizzazione degli eventi resta il grande fondamento di ogni diniego d’amnistia.