Libri trash – Stefania Limiti, L’Anello della Repubblica, Chiarelettere editore 2009
Marco Clementi
L’Altro 18 luglio 2009
Il dibattito che si è sviluppato sul cosiddetto doppio stato, che sulle pagine di questo giornale ha ospitato già alcuni contributi, si è arricchito da poche settimane di un nuovo tassello grazie a un libro pubblicato dall’editore Chiarelettere, L’Anello della Repubblica, scritto da Stafania Limiti. Il volume sarebbe dedicato, almeno stando al titolo, a un servizio segreto “clandestino”, chiamato “Anello” o “Noto Servizio” che, creato ancora nel 1943 dal generale Roatta, avrebbe gestito alcuni casi della recente storia italiana (la fuga di Kappler, il caso Moro e il caso Cirillo). Nella postfazione di Paolo Cucchiarelli si legge che il servizio “alle informali dipendenze della Presidenza del Consiglio e impegnato a condizionare la vita interna dei partiti e quella del libero gioco democratico”, rappresenta “in pieno quell’organizzarsi nell’ombra per operare in parallelo rispetto alle strutture dello Stato” (p. 298). Purtroppo, nulla di tutto ciò si trova nel libro, e la stessa organizzazione clandestina, lungi dall’essere presente a tutto tondo, emerge raramente nella confusione generale della narrazione. Prima di spiegare quello che intendo, devo premettere che un servizio segreto è una cosa seria; si tratta di un’organizzazione strutturata e gerarchica, dove esistono precisi livelli di segretezza, con relativi accessi. Tanto per essere chiari, non basta appartenere al Kgb per poter conoscere tutti i segreti del Cremlino. Anzi, non esiste proprio un agente onnisciente (il più delle volte è vero esattamente il contrario, un agente sa solo ciò di cui si occupa direttamente) e soltanto in pochissimi hanno accesso ai livelli più alti di segretezza. Se questo è vero, nel servizio clandestino chiamato “Anello” tutto ciò sembrerebbe mancare, se mai il “noto servizio” sia esistito. Perché tutte le informazioni dirette che lo riguardano, nascita, nome, competenze, dipendenze, sono confuse e contraddittorie. Per quanto riguarda la nascita, infatti, esistono diverse versioni. Secondo la prima, il “noto servizio” sarebbe stato creato per volontà dell’ex capo del Servizio militare fascista, il generale Mario Roatta, alla fine del 1943. Destituito il quale, sarebbe stato preso in mano da un generale ebreo polacco, tale Otimsky, giunto in Italia sempre alla fine del 1943 al seguito della delegazione sovietica presso il governo di Badoglio. Roatta fu capo di Stato Maggiore italiano fino al 12 novembre 1943, quando venne destituito perché accusato di non aver difeso adeguatamente Roma. Arrestato nel 1944, riuscì a fuggire in Spagna, mentre in Italia il processo contro di lui si concludeva con la condanna all’ergastolo per l’assassinio dei fratelli Rosselli. L’oscuro generale Otimsky non poteva essere giunto in Italia con i sovietici alla fine del 1943, perché non esisteva alcuna delegazione sovietica presso il nostro governo a quella data, dato che le relazioni dirette tra il governo italiano e quello sovietico furono stabilite solo nel marzo del 1944. Tanto per non fare torto a nessuno, comunque, oltre che con i sovietici, Otimsky viene anche dato come giunto al seguito delle truppe del contingente polacco del generale Anders (p. 59), nonché di un tale Arazi, incaricato nel 1945 di “impiantare e dirigere la locale stazione del Mossad”, cosa definita “un’ipotesi molto seria” (p. 63). La seconda versione sulla genesi di Anello fa risalire la sua nascita agli anni Settanta per volontà di Andreotti (pp. 24/25) che a capo del governo voleva creare una struttura in grado di rimediare al caos dei servizi e fungere da anello di congiunzione tra il vecchio e il nuovo durante la riforma del 1977-78. Esiste, infine una terza versione, che pone la nascita del servizio “nel vuoto istituzionale e politico dell’immediato dopoguerra”, quando, è bene ricordarlo, anche il Pci era al governo (p. 419). Le tre versioni sono offerte al lettore senza ulteriori commenti, né ci si preoccupa di metterne in luce le contraddizioni. Sul nome la questione non migliora: “magari fin dalla nascita questo nome è stato ‘Anello’, oppure un altro che non è filtrato mai da testimonianze e documenti. Nel gergo delle spie ‘noto servizio’ è un termine utilizzato per riferirsi a una precisa ‘cosa’ e si presuppone che l’interlocutore la conosca o che, altrimenti, è bene non capisca”. (p. 24). Se data di nascita, paternità e nome non sono chiari, nessuna luce neanche sullo status del servizio. Esso è chiamato “struttura illegale” (p. 24), “gruppo parapolitico” (p. 124) e nel corso del libro genericamente “servizio segreto occulto”; dato che fin dall’inizio del racconto si chiarisce che era alle dirette dipendenze della presidenza del Consiglio, addirittura fino a Craxi, perché definirlo illegale o parapolitico? Per quanto riguarda le sue dotazioni, poi, siamo vicini al surrealismo: “Il ‘noto servizio’ – leggiamo a p. 101 – contava su parecchi mezzi: disponeva anche di un aereo e di un elicottero. Non risulta però che avesse una propria dotazione di armi: sarebbe stata un ‘ingombro’ e avrebbe accresciuto solo i rischi che qualche ficcanaso ne chiedesse conto. E poi, probabilmente, non c’è n’era quasi bisogno. In moltissime caserme c’erano […] i cosiddetti Magazzini Dit, destinati alla difesa interna del territorio: grandi quantità di materiale bellico, custodite in stanze ben chiuse nelle caserme dei Carabinieri sparse sul territorio. È molto probabile che lì si rifornissero anche gli agenti del ‘noto servizio’ ”. Ovviamente, un servizio segreto non può funzionare in questo modo macchinoso, ma comunque si tratta, come ci dice la chiosa del brano citato, di una mera ipotesi.
Ora, quale che ne fu la genesi, il nome, il padre, lo status e gli attributi, “Anello” sarebbe intervenuto in tre episodi importanti della storia recente italiana: la fuga del criminale nazista Herbert Kappler dal Celio di Roma, il rapimento di Aldo Moro e quello di Ciro Cirillo, entrambi operati dalla Br, anche se all’epoca del secondo ormai non esisteva più un’organizzazione unitaria e chi prese Cirillo e poi lo liberò per denaro (le future Br Partito Guerriglia di Senzani e dei capi storici ancora in carcere) fu aspramente criticato dalle vecchie Br morettiane. Ebbene, in tutti e tre i casi l’Anello, secondo quanto si afferma nel libro, non solo non agì in modo occulto, ma eseguì in modo assolutamente leale gli ordini che avrebbe ricevuto dalla presidenza del Consiglio. Nel primo caso l’ordine era proprio organizzare la fuga del criminale delle Fosse Ardeatine, nel secondo caso, dopo aver svolto egregiamente il proprio lavoro, ossia trovato la prigione di Moro, il capo dell’Anello sarebbe stato fermato da Andreotti, che avrebbe detto “Moro vivo non serve più a nessuno” (p. 196), mentre nel terzo avrebbe avviato e concluso le trattative con le Br attraverso il capo della camorra, Raffaele Cutolo, riuscendo a far rilasciare l’assessore democristiano Cirillo. Alla fine della lettura, lungi dal trovarci di fronte alla soluzione dei nostri problemi, si ha come l’impressione che il “noto servizio” non sia mai esistito e che quanti ne hanno rivendicato l’affiliazione siano stati, forse, dei millantatori. Un’altra ipotesi, è che gli scarsi documenti a disposizione degli studiosi siano stati creati illo tempore per un’operazione di depistaggio e per questo poi dimenticati nella “discarica dei servizi” di via Appia, a Roma, dove Aldo Giannuli li trovò più di dieci anni fa. Sarà stato davvero così? È un’ipotesi credibile? Mistero.
Link
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi
Stato e dietrologia – Marco Clementi
Doppio Stato, una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
Dietrologia e doppio Stato nella narrazione storiografica della sinistra italiana – PaoloPersichetti
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa – Vincenzo Tessandori
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto – Paolo Persichetti
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico – Paolo Persichetti
Il caso Moro – Paolo Persichetti
Storia della dottrina Mitterrand – Paolo Persichetti



Il lavoro dello storico si basa sulla ricerca, la lettura, l’interpretazione e la scelta dei documenti, delle fonti primarie, senza le quali non può essere ricostruito alcun avvenimento. In un saggio così preparato, quindi, non si troveranno, se non raramente, espressioni ipotetiche, supposizioni, allusioni; il testo sarà quasi sempre all’indicativo, perché le fonti consultate permettono a chi scrive di avere una chiara visione di quanto va a raccontare. Il ragionamento segue il metodo induttivo. Ovviamente, ciò non significa che ogni libro di storia sia un capolavoro. Come in tutti i settori, esistono anche gli storici mediocri, ma questo è un altro discorso. A differenza dello storico, il lavoro dietrologico normalmente non si preoccupa troppo del riscontro documentale: parte da ipotesi, opera per deduzione e nella narrazione usa spesso il modo condizionale. Anche quando si serve di documenti, solitamente è difficile avere dei riscontri, perché si tratta spesso di documenti poco chiari, incompleti, di dubbia provenienza. La conseguenza principale di tutto ciò è che, mentre il saggio di uno storico produce una “verità storica” finita, che potrà essere smentita o rafforzata alla luce di nuovi documenti, il saggio dietrologico moltiplica le domande di partenza, senza fornire mai una risposta, rimandata regolarmente a un futuro più o meno lontano, quando il “mistero” risultasse finalmente svelato. Il saggio di uno storico, dunque, anche quando è dedicato ad un complotto (per esempio l’assassinio di Kennedy), cerca certezze ed eventualmente rimanda il lettore alla declassificazione dei fondi archivistici per le risposte in sospeso. Quello dietrologico aggiunge nuovi misteri, non svela mai nulla, né è in grado di rimandare il lettore a un futuro certo, perché non sono i fondi d’archivio ad interessarlo. La dietrologia, infatti, non cerca le responsabilità, politiche, amministrative, morali ecc., di un avvenimento, ma il colpevole (o i colpevoli), che fino a quel momento hanno impedito al bravo ricercatore di giungere alla verità (di quale verità si parli, inoltre, resta sempre poco chiaro. La verità storica, per fare un esempio, non è la Verità, ma corrisponde a quanto è possibile ricostruire in un dato momento sulla base delle fonti disponibili).
capovolgimento di fronte che stravolge l’esito fin troppo scontato attribuito alle cose. In questo caso vittima del destino cinico e baro è Giovanni Fasanella, autore del libro-intervista realizzato con Alberto Franceschini,
Ma se la dietrologia era fuorviante, il dolore, da solo, non riesce a narrare per intero quegli anni. È possibile uno sforzo ulteriore, un passaggio alla lucidità storica? Non “memoria condivisa”, come sostengono alcuni, ma storia aperta, libera, fatta di confronti. Storia con le sue metodologie, dove, per esempio, la dimensione della sofferenza può trovare posto in una indagine sulle mentalità.
Eppure una discussione del genere, qui in Italia, fino ad ora non è sembrata nemmeno pensabile. Questa intervista a Sabina Rossa, la figlia di Guido Rossa, il militante del Pci ucciso nel corso di un’azione realizzata nel 1979 dalla colonna genovese delle Brigate rosse, è un tentativo di infrangere il tabù. Intanto sgomberando il campo da malintesi e inesattezze: quando lo si vuole, un confronto – estraneo alle logiche dell’emenda e del ravvedimento proposto in sede penitenziaria – è possibile tra ex appartenenti alla lotta armata, non dissociati e non pentiti, e familiari delle vittime. Si tratta di un inizio, anche perché le regole dell’intervista hanno confini angusti. Alcune delle risposte sollecitano obiezioni importanti che richiederebbero una discussione più approfondita. Ci saranno altre occasioni per farlo. Per ora vale sottolineare due fatti: Sabina Rossa è una donna che ha cancellato il rancore dal suo orizzonte culturale e ha avuto il coraggio di incontrare le persone condannate per l’omicidio di suo padre, senza tenere conto dei consueti presupposti legati a comportamenti dettati dalla legislazione premiale. È una innovazione importante. Il suo è un percorso che segue un modello laico di elaborazione del lutto, un tragitto che apre ad una grammatica del confronto e della analisi di quegli anni più feconda.
Tutto ciò introduce una ulteriore conseguenza: lo Stato e la società politica non hanno più alibi e tornano ad esser direttamente chiamati in causa di fronte alle loro responsabilità istituzionali.


le insorgenze armate apparse nell’Italia degli anni 70 avrebbero trovato una complicità culturale, se non aperto sostegno, nelle autorità di Parigi. È significativo dei tempi che corrono questo capovolgimento di prospettiva storica. Quella somma di fattori che presero forma nel dopoguerra, congelando per lungo tempo il sistema politico italiano, fino a renderlo privo d’alternanza per 49 anni, una fissità di sistema che secondo la storiografia più avvertita non poteva che facilitare l’apparizione di spinte rivoluzionarie in presenza di una potente tradizione sovversiva, contesto riassunto nella formula dell’«anomalia italiana», si capovolge nel suo contrario: l’«eccezione francese». Il problema non verrebbe più dalle carenze storiche di un paese che resta tuttora incapace di chiudere con un’amnistia stagioni da lungo tempo concluse, ma dalla sua vicina d’Oltralpe. Nell’intervista che Giovanni Fasanella ha fatto a Alberto Franceschini, la Francia viene dipinta come un «santuario del terrorismo», una centrale che avrebbe sistematicamente promosso la destabilizzazione della democrazia italiana. Siamo nel pieno di una narrazione storica che ripropone alcuni vieti cliché della retorica del complotto e della visione poliziesca della storia. L’obiettivo preso di mira è la cosiddetta «dottrina Mitterrand». Nel corso della sua grottesca testimonianza, un Franceschini ossessionato dalla cultura del sospetto racconta di come il padre, militante comunista ancora impregnato della mentalità staliniana, avuto sentore delle intenzioni bellicose del figlio, l’avesse messo sull’avviso: «ricordati che fuori dal partito c’è soltanto la Cia». Ancora prima della caduta del muro di Berlino, Parigi sarebbe stata dunque un vero incrocio d’intrighi internazionali, sostituendosi a Washington e Mosca nel ruolo di piattaforma destabilizzante dell’Italia. Così si arriva a sostenere che un asse socialdemocratico, guidato da Mitterrand, avrebbe tentato di giocare la terza forza tra le due maggiori potenze, destabilizzando volutamente la penisola grazie alla protezione offerta ai militanti della lotta armata. Quando la storia si trasforma in noir, il racconto può avvalersi di facili licenze narrative e trascurare il rigore cronologico degli eventi, fino a dimenticare che negli anni 70 la Francia era sotto la presidenza di Giscard D’Estaing.
