Dietro l’attentato di Karachi nel 2002 una rappresaglia dei generali di Islamabad

Vendita di armi, commissioni occulte non corriposte, tangenti e giro di fondi neri per le presidenziali francesi del 1995, dietro l’attentato contro la Direzione dei cantieri navali a Karachi nel 2002. Non fu terrorismo islamico ma un ricatto dei servizi pakistani. Terrorismo di Stato, dunque, non come prolungamento della politica ma del mercato

Paolo Persichetti
Liberazione
28 giugno 2009

Una torbida storia di corruzione istituzionale, di ricatti e rappresaglie, «commissioni occulte» (eufemismo impiegato per designare i compensi da corruzione quando raggiungono scale di valore vertiginose su base planetaria) promesse per favorire la vendita di tre sommergibili militari, ma corrisposte solo in parte; fondi neri creati stornando una parte di queste commissioni appositamente gonfiate per finanziare una campagna presidenziale, una sorda guerra di potere tra due politici di destra, «amici da trent’anni» ma acerrimi rivali che si contendono la presidenza della repubblica; una bomba che esplode in un autobus di Karachi, in Pakistan, e uccide 14 dipendenti di una società di Stato francese d’armamenti, la Direzione dei cantieri navali; la risposta di un servizio segreto che invia una squadra speciale per rapire e «spezzare le ginocchia» a tre generali dello Stato maggiore pakistano, ritenuti mandanti dell’attentato, e uccide un ufficiale di rango inferiore coinvolto nella strage. pakistan-affaire-attentat-karachi_103
No, non è la trama dell’ultimo Le Carré, ma una storia di ordinaria politica francese che si dispiega su uno scenario internazionale, come fu già per lo scandalo delle commissioni versate durante la vendita di alcune fregate da guerra a Taiwan o per le vicende dell’infinito dossier della France-Afrique, quell’intricata rete di rapporti post e para-coloniali tra élites africane francofone e colossi dell’energia di Stato d’Oltralpe, come Elf-Total, e il sistema di potere gollista e poi miterrandiano. In Italia per raccontare tutto ciò non si sarebbe esitato a descrivere l’azione di poteri occulti, logge massoniche, trame e doppi Stati. Greggi di giornalisti pistaioli sarebbero partiti alla caccia di Stati paralleli, mentre famelici pseudo-storici, che hanno costruito la loro carriera universitaria prestando consulenze ultradecennali a procure e commissioni parlamentari, ci avrebbero propinato fiumi d’inchiostro dietrologico, depistanti ricostruzioni cospirative. Tutto ciò alla fine ci avrebbe solo allontanato dalla percezione della realtà sistemica dello Stato reale e dell’economia capitalistica. Per fortuna in Francia non accade. Lì, lo Stato è lo Stato, non “la bella addormentata nel bosco”. Il suo «nucleo cesareo», come lo definisce Alessandro Pizzorno, non è l’Immacolata concezione traviata da generali felloni e faccendieri massoni, ma un apparato che ha tra i suoi arcana imperii la capacità di potenza, detiene l’uso della forza legittima, impiega la ragion di Stato anche contro ogni altra razionalità, giuridica o democratica che sia. Insomma gli uomini di Stato fanno gli uomini di Stato, usano le leve del potere insieme a tutte le loro derivazioni esplicite ed implicite, di quel potere che non lascia illusioni, come ricordava Foscolo nei Sepolcri parafrasando Machiavelli che «Alle genti svela di che lacrime grondi e di che sangue».
Nicolas Sarkozy posseduto da un’ambizione sfrenata, soggiogato dal fascino del potere, dal senso d’onnipotenza che spinge a non avere più cognizione del limite, tutto ciò l’ha imparato molto presto. Giovane promessa del potere gollista, rampante sindaco della cittadina di Neuilly situata sulle ultraborghesi alture che da sempre guardano con disprezzo, misto ad odio e paura, la Parigi operaia di ieri, quella migrante e popolare di oggi, non esitò a tradire all’inizio degli anni 90 l’uomo che l’aveva introdotto nel partito, considerandolo il suo fedele delfino. Come Bruto, il giovane Sarkò accoltellò alle spalle il padre politico, Jacques Chirac, ritenuto spacciato nella corsa presidenziale, per puntare tutte le sue carte sul tecnocrate centrista e ultraliberale Edouard Balladur. Il meno gollista dei gollisti, uno che sembrava uscito dagli armadi pieni di naftalina della régia di Versailles; conservato nel frigorifero della storia, perfetto col codino, la cipria e il gozzo. Un vero esemplare dell’ancien régime. Era il 1993, e l’aitante Sarkozy, figlio di un nobile anticomunista decaduto, fuggito dall’Ungheria per trovare in Francia un’agiata vita borghese, livido di rancore, assetato di rivalsa sociale, ansioso di ritrovare i fasti familiari perduti, sale al governo come braccio destro del suo nuovo padrino. Occupa il ministero chiave delle Finanze, a Bercy, potentissimo centro di potere. È il direttore di campagna del suo nuovo capo e pianifica la strategia per le presidenziali. È lui che in questa doppia veste autorizza la creazione di due società schermo, con sede nel paradiso fiscale del Lussenburgo, la Heine e la Eurolux. Servono a coprire, e far transitare, le commissioni occulte versate per ottenere importanti commesse d’armamenti in favore della Direzione dei cantieri navali. ina-balladur-sarkozy_1
Non solo, l’attività lobbistica copre altre «missioni», tutte illecite: sorveglianza della magistratura, entrismo nei ministeri sensibili, acquisto d’informazioni confidenziali e raccolta di fondi neri necessari a sostenere la campagna per la presidenza della repubblica del candidato Balladur. Due intermediari libanesi, Ziad Takieddine e Abdulrahman El-Assir, ricevono l’incarico di seguire i negoziati con gli ufficiali superiori dello Stato maggiore pakistano. Il loro compito è quello di oliare la macchina della trattativa per la vendita di tre sommergibili con il versamento di colossali commissioni, 180 milioni di franchi, circa il 10,25% dell’ammontare complessivo dei contratti, 5,5 miliardi di franchi, 825 milioni di euro attuali). I destinatari dei fondi occulti sono alcuni generali legati all’ala più radicale dell’Isi. Il potente servizio segreto pakistano, il vero centro autocratico del regime di Islamabad. L’accordo, oltre al versamento delle tangenti prevede anche delle importanti contropartite, quelle che in termine tecnico vengono definite «retro-commissioni». Una parte delle somme versate, gonfiate appositamente, dovranno tornare indietro per finanziare la campagna presidenziale. Solo che tutti i protagonisti dell’affare sottovalutano un rischio: la possibilità che Balladur non arrivi a vincere la corsa all’Eliseo. Ipotesi che al momento della stipula dei contratti appare del tutto remota. Invece accade proprio l’imprevisto: nella sorpresa generale al primo turno passa Chirac e Balladur è trombato. L’intero sistema di potere e finanziamenti crolla. Questa storia girava da tempo nei circoli del potere parigino, ma ora l’intero retroscena sta emergendo alla luce del sole grazie alla scoperta di un rapporto, soprannominato «Nautilus», fatta durante una perquisizione nei locali della Direzione dei cantieri navali e reso pubblico dalla testata online Mediapart, diretta dall’ex capo redattore di le Monde, Edwy Plenel.
Redatto nel settembre 2002 da Claude Thévenet, un ex agente della Dst (controspionaggio), per conto dell’ufficio informazioni interno all’azienda, nel dossier si legge che la vendita al Pakistan di tre sottomarini classe Agosta era accompagnata dalla promessa del versamento di cospicue commissioni ad alcuni dignitari pakistani che avevano facilitato l’operazione. Al tempo stesso l’accordo prevedeva lo storno di retro-commissioni che avrebbero dovuto finanziare la campagna presidenziale di Balladur. La vittoria imprevista di Chirac, suo nemico politico, provoca – sempre secondo il rapporto – l’immediata sospensione dei versamenti disposta dall’allora ministro della Difesa Charles Millon (che il 24 giugno scorso ha confermato la circostanza a Paris Match).
L’obiettivo era quello di «prosciugare le reti di finanziamento occulte dell’Associazione per la Riforma d’Edouard Balladur». Cessazione confermata da un rapporto del consigliere di Stato Jean-Louis Moynot del febbraio 2000, citato da le Monde. Sempre secondo la ricostruzione fatta da Thévenet, frutto d’informazioni provenienti da molteplici fonti, come scrive lui stesso, (contatti diplomatici in Pakistan, funzionari delle Nazioni unite, agenti dei servizi segreti britannici e francesi, membri del Foreign Office), le autorità pakistane avevano indirizzato numerosi «avvertimenti» al personale diplomatico francese in loco per sollecitare il pagamento delle commissioni. «Si trattava in particolare di una bomba inesplosa fatta ritrovare nel febbraio 2002 sotto un veicolo della moglie di un funzionario». D’altronde, in precedenza, le autorità francesi, sotto l’egida della presidenza Chirac, non avevano lesinato sui mezzi di persuasione per far comprendere ai pakistani che non avrebbero più pagato le commissioni promesse dai balladuriani. Dei tiri d’arma da fuoco sarebbero stati esplosi a titolo intimidatorio, secondo quanto riportato dal settimanale le Point, nei confronti dei due emissari libanesi coinvolti nelle trattative affinché rinunciassero definitivamente alla riscossione delle commissioni.

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Ma non basta, Thévenet e Gérard-Philippe Menayas, ex direttore della Dcn, sostengono che «l’attentato di Karachi è stato realizzato grazie a delle complicità nel seno dell’esercito pakistano, in particolare all’interno degli uffici di sostegno alle guerriglie islamiste dell’Isi». Secondo i due testimoni, l’interruzione degli impegni commerciali presi dalla Francia avrebbe provocato per «rappresaglia» l’attentato di Karachi dell’8 maggio 2002. «Il modus operandi – è scritto nel dossier Nautilus – come il rinvenimento di una mina magnetica, conduce a ritenere fondata la partecipazione di uomini dell’ufficio afgano dell’Isi. Quest’ultimo, infatti, abbandonato a partire dal gennaio 2002 dal potere politico pakistano, è alla ricerca di fonti autonome di finanziamento. Per questa ragione sta cercando di recuperare i crediti ancora aperti».
Dietro l’attentato di Karachi non ci sarebbe dunque la mano di un gruppo islamista vicino ad Al-Qaeda, l’Harkatul Moudjahidine al Aalmi, come si era accreditato all’inizio, ma uno scontro d’apparati statali. La giustizia pakistana ha recentemente assolto i due imputati condannati a morte nel 2003. L’Eliseo segue con trepidazione gli sviluppi dell’inchiesta. Sarkozy sa bene di esser sulla linea di mira. Tutti i contratti portano a lui. D’altronde se si fa politica col traffico di sommergibili, prima o poi c’è sempre un siluro che torna indietro.
Ma non è finita qui. Di fronte al magistrato Marc Trévidic, del polo antiterrorista di Parigi, Thévenet il 14 maggio scorso ha svelato la contro-rappresaglia messa in atto dalla Dgse, i Servizi esterni francesi. Una squadra della sezione «Action», la struttura preposta alle azioni illecite, con licenza di uccidere all’estero soggetti nemici o nocivi agli interessi della nazione, è intervenuta per punire i militari pakistani ritenuti i mandanti del «ricatto». Tre generali pakistani sarebbero stati prelevati e sottoposti ad un “trattamento” che li ha lasciati con le «ginocchia spezzate». Un altro militare inferiore di grado sarebbe stato «neutralizzato», che nel gergo vuol dire ucciso.
La strage di Karachi è dunque il risultato di una guerra sporca, di terrorismo nella sua essenza più pura e originale, terrorismo di Stato come prolungamento, non della politica stavolta, ma del mercato. Terrorismo come strumento di marketing commerciale. Mai come in questo caso il re è nudo e la retorica vittimaria ridotta a una conchiglia vuota. Cosa mai può contare il dolore dei familiari, esiziale in altre circostanze, di fronte ad una campagna per le elezioni presidenziali, allo scontro tra fazioni politiche che si contendono le reti di finanziamento occulto, ad una guerra commerciale per strappare contratti sul mercato degli armamenti? Nulla finché non coincide con gli interessi superiori dello Stato. L’Etica in questo caso è a geometria variabile, come le ali di un cacciabombardiere da piazzare sul mercato.

Stato e dietrologia

Perché le teorie del complotto e la dietrologia sono una antistoria

Marco Clementi
L’Altro, 27 giugno 2009

A partire dal 9 maggio scorso, quando il capo dello Stato Napolitano ha auspicato la rinuncia alle tesi complottistiche e si è appellato agli studiosi perché facciano luce sulle pagine ancora oscure della recente storia italiana, si è sviluppato un ampio dibattito pubblico al quale hanno preso parte giornalisti, studiosi e storici. Sulle pagine di questo giornale il 17 giugno Vladimiro Satta ne ha ricostruito i passaggi e dunque rimando a quell’articolo per gli approfondimenti. Quello che mi preme riprendere in questo articolo è un aspetto rimasto marginale, e che merita invece di essere approfondito. Si tratta della differenza tra il lavoro dello storico e quello di altra fattura, che comunemente viene chiamata “dietrologia” e che continuerò a indicare in questo modo, non avendo trovato un termine migliore. copj13.aspIl lavoro dello storico si basa sulla ricerca, la lettura, l’interpretazione e la scelta dei documenti, delle fonti primarie, senza le quali non può essere ricostruito alcun avvenimento. In un saggio così preparato, quindi, non si troveranno, se non raramente, espressioni ipotetiche, supposizioni, allusioni; il testo sarà quasi sempre all’indicativo, perché le fonti consultate permettono a chi scrive di avere una chiara visione di quanto va a raccontare. Il ragionamento segue il metodo induttivo. Ovviamente, ciò non significa che ogni libro di storia sia un capolavoro. Come in tutti i settori, esistono anche gli storici mediocri, ma questo è un altro discorso. A differenza dello storico, il lavoro dietrologico normalmente non si preoccupa troppo del riscontro documentale: parte da ipotesi, opera per deduzione e nella narrazione usa spesso il modo condizionale. Anche quando si serve di documenti, solitamente è difficile avere dei riscontri, perché si tratta spesso di documenti poco chiari, incompleti, di dubbia provenienza. La conseguenza principale di tutto ciò è che, mentre il saggio di uno storico produce una “verità storica” finita, che potrà essere smentita o rafforzata alla luce di nuovi documenti, il saggio dietrologico moltiplica le domande di partenza, senza fornire mai una risposta, rimandata regolarmente a un futuro più o meno lontano, quando il “mistero” risultasse finalmente svelato. Il saggio di uno storico, dunque, anche quando è dedicato ad un complotto (per esempio l’assassinio di Kennedy), cerca certezze ed eventualmente rimanda il lettore alla declassificazione dei fondi archivistici per le risposte in sospeso. Quello dietrologico aggiunge nuovi misteri, non svela mai nulla, né è in grado di rimandare il lettore a un futuro certo, perché non sono i fondi d’archivio ad interessarlo. La dietrologia, infatti, non cerca le responsabilità, politiche, amministrative, morali ecc., di un avvenimento, ma il colpevole (o i colpevoli), che fino a quel momento hanno impedito al bravo ricercatore di giungere alla verità (di quale verità si parli, inoltre, resta sempre poco chiaro. La verità storica, per fare un esempio, non è la Verità, ma corrisponde a quanto è possibile ricostruire in un dato momento sulla base delle fonti disponibili).
Prendiamo un esempio ormai divenuto un classico, il caso Moro. Mentre gli storici che se ne sono occupati hanno cercato di capire le posizioni dei vari attori della vicenda, da Moro ai brigatisti, dai partiti politici alle istituzioni, fino al Vaticano, i dietrologi hanno cercato le risposte ad alcuni quesiti, come per esempio: “da chi era composto il comando di via Fani. C’erano degli uomini dei servizi segreti? C’erano uomini della ‘ndrangheta? Erano presenti degli stranieri? In quante prigioni è stato segregato Moro? Chi sapeva della sua prigione e non ha fatto nulla per liberarlo? Perché è fallita la trattativa con il Vaticano? Perché è stato ucciso quando sembrava prossima un’apertura di trattativa? Che ruolo hanno avuto i servizi segreti sovietici e statunitensi? Chi era il misterioso uomo che interrogava l’ostaggio? Dove sono i filmati che ritraggono gli interrogatori?”. cop-br-4-cm
Si tratta, come si può osservare, di domande che potrebbero avere un senso, se si fosse ricostruita già l’intera vicenda. Per esempio, per rispondere all’ultima, si deve essere certi che gli interrogatori furono filmati. Chiedersi se ci fosse la mafia in via Fani significa aver ricostruito la storia delle Br come la storia di un gruppo di sedicenti guerriglieri comunisti, in realtà parte integrante del mondo malavitoso italiano. Interrogarsi sul ruolo dei servizi segreti stranieri significa sapere con certezza che essi hanno operato in modo incisivo nella vicenda al fine di far morire Moro, e non come semplici osservatori. Parlare della trattativa del Vaticano significa aver la certezza che il Vaticano contattò in qualche modo chi teneva Moro. Insomma, ogni domanda di questo genere presupporrebbe la conclusione di una ricerca dettagliata, ma in realtà le domande rappresentano il punto di partenza, non di arrivo. Il risultato finale è che dal 1978 si sono spese molte più parole intorno ai presunti complotti, che non a chiedersi, per esempio, per quale motivo il Pci scelse una determinata linea politica intransigente fin dalle prime ore del rapimento. Perché se molti dirigenti del Pci hanno sempre sostenuto che il compromesso storico fallì a causa del rapimento e del delitto di Aldo Moro (e in questo, per certi versi non hanno torto), è anche vero che Botteghe Oscure, rinunciando a trattare con le Br a prescindere dagli sviluppi della situazione, scelse in modo consapevole di affrontare il rischio che l’ostaggio potesse venire ucciso; scelse, cioè, di provare a tenere in piedi il governo di solidarietà nazionale anche senza Moro. Di fronte a questo, appellarsi al teorema del complotto anticomunista ordito da chi vedeva nella presenza del Pci al governo una pericolosa alterazione degli equilibri di Jalta, appare pretestuoso. Il Pci durante i 55 giorni non si batté con tutte le sue forze per cercare di liberare Moro, ma per mantenere la propria posizione dentro la maggioranza di governo, minacciando di aprire una crisi se la Dc avesse ceduto al ricatto dei brigatisti. Serve un mistero per dedicarsi a questa analisi?

Link
Dietrologia: chi spiava i terroristi
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi
Doppio Stato, una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
Dietrologia e doppio Stato nella narrazione storiografica della sinistra italiana-PaoloPersichetti
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Le thème du complot dans l’historiographie italienne – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand

I marziani a Reggio Emilia

Teorie del complotto
Fasanella ha trovato finalmente le prove:
gli gnocchi fritti emiliani

di Paolo Nori
Il manifesto 26 aprile 2009

I libri che escono in libreria insieme a un film, uno ha l’impressione che siano un po’ meno libri degli altri libri che escon da soli. Che siano come degli elementi accessori, dei quali si potrebbe benissimo fare a meno se non ci fossero dei motivi, come dire, tributari. Credo che l’Iva sui libri sia più bassa rispetto a quella sui Dvd, e che vendendo la coppia Dvd-libro con l’Iva più bassa si riesca a tenere il prezzo più basso. È un po’ come se quei libri lì, con il fatto di avere abbassato il prezzo, avessero esaurito la loro funzione, e difatti di solito nessuno li legge.image001 Come in tutte le cose, ci sono delle eccezioni e il libro Il sol dell’avvenire, Diario tragicomico di un film politicamente scorretto, di Giovanni Fasanella e Gianfranco Pannone, appena uscito in cofanetto insieme al Dvd Il sol dell’avvenire, Il fim rivelazione sulla nascita delle Brigate Rosse, sempre di Giovanni Fasanella e Gianfranco Pannone (Milano, chiarelettere marzo 2009) sembra una di queste eccezioni. Del film, che è un documentario, si è parlato molto l’estate scorsa per via di un intervento di Sandro Bondi, ministro della cultura, che aveva detto che offendeva «la memoria delle vittime del terrorismo», e aveva fatto sapere di avere «già dato precise direttive affinché venga impedito in futuro che lo Stato possa finanziare opere che non solo non mostrano di possedere alcuna qualità culturale, ma che riaprono drammatiche ferite nella coscienza etica del nostro Paese». Dal momento che io, in modo, forse, superficiale, senza per esempio averlo mai conosciuto di persona, ho una pessima opinione di Sandro Bondi, prima di guardare il documentario ero molto bendisposto. Dopo averlo guardato, e dopo aver letto il libro allegato, libro che racconta la genesi, la lavorazione, e l’uscita del film, la penso in un altro modo. Il film, come è noto, rievoca il momento in cui, a Reggio Emilia, tra la fine degli anni 60 e l’inizio degli anni 70, alcune persone decisero che loro volevano fare la lotta armata. Molti dei testimoni, per usare il termine che usano Fasanella e Pannone, ai quali i due registi si sono rivolti, hanno rifiutato di partecipare al film: i registi, nel libro, dicono che questi rifiuti, numerosi, più delle adesioni, dipendono da «un velo omertoso steso per decenni sulla storia della città». Il libro comincia proprio con i profili biografici dei cosiddetti Testimoni, cioè di quelli che hanno aderito alla richiesta di Fasanella e Pannone. Quello di Alberto Franceschini, detto Franz, nato a Reggio Emilia il 26 ottobre del 1947, comincia così: «Nonno fondatore del Pci e partigiano comunista, papà custode della camera del lavoro di Reggio, egli stesso militante della Federazione Giovanile comunista». Quello successivo, di Paolo Rozzi, detto Poldo, nato a Reggio Emilia il 17 ottobre del 1946, comincia così: «Presidente del IV municipio di Reggio. Proviene da una famiglia di partigiani comunisti, che annovera una zia staffetta partigiana e militante del Pci clandestino». Fasanella al Festival di Locarno Fasanella al Festival di Locarno E quello dopo, di Tonino Loris Paroli, Casina (Re), 17 gennaio 1944, così: «Figlio di un partigiano comunista, alla fine degli anni Sessanta era operaio metalmeccanico alla Lombardini di Reggio e rappresentante sindacale della Cgil, molto seguito dalla base». Ce n’è uno che fa eccezione: Roberto Ognibene (Reggio Emilia, 12 agosto 1954) è «cresciuto in una famiglia di socialisti»; tuttavia, dopo essere entrato nelle Br, viene arrestato nel 1974 dopo uno scontro armato con i carabinieri. «Anche se due anni prima si era già trasferito a Milano, a Reggio la notizia della sparatoria provocò molta sorpresa: il giovane – si legge nel suo profilo – era sempre stato uno studente modello, ritenuto intelligente e carismatico tra i suoi compagni». Adesso, a parte il fatto che da questo profilo si dovrebbe dedurre che a Reggio Emilia i brigatisti venivano considerati pessimi studenti poco intelligenti e poco carismatici, a parte questo, l’organizzazione di questi profili è notevole. Sarebbe un po’ come se io scrivessi il mio così: «Paolo Nori, nato a Parma il 20 maggio del 1963, è figlio di una famiglia di muratori, che annovera una nonna che ha fatto la mondina e un altro nonno molto amante della Russia, del quale si diceva che fosse abbonato alla Pravda, ma non era vero». Torna in mente quel che scriveva, nel 1927, Viktor Šklovskij, quando diceva che «L’eroe (o protagonista) svolge il ruolo della crocetta sulla fotografia o del bastoncino sull’acqua che scorre: semplifica il meccanismo concentrando l’attenzione». Ecco, nel caso del documentario di Fasanella e Pannone, si ha l’impressione che un bastone sia stato immerso nell’acqua della Reggio Emilia degli anni 60 e 70, e, in questo caso, la funzione del libro allegato al Dvd, oltre a quella che si diceva, come si chiamava, tributaria, sembra essere proprio quella di isolare, chiarire, mettere a nudo quel protagonista che determina la concentrazione dell’attenzione del lettore su certi dettagli come una zia staffetta partigiana messa lì, nel bel mezzo del salotto come un soprammobile sopra la televisione. La presenza di questo protagonista, di questo filtro narrativo, è così evidente, nel libro, che non c’è una sola parte che uno legga senza restare in un certo senso stupefatto. In quarta di copertina ci sono due frasi degli autori, la prima è di Fasanella, e dice: «Le Br ci sono ancora, quel terreno non è mai stato bonificato a fondo e qualcuno ci deve dire perché».
Che è una frase che ci dice due cose: che le Br ci sono ancora, e questo si capisce; che quel terreno non è mai stato bonificato a fondo, e qualcuno ci deve dire il perché. E questo, a dire il vero, si fa fatica, a capirlo. Anche il nazismo, c’è ancora, in forme laterali e, per fortuna, largamente minoritare, sembra. Anche quel terreno, però, non è ancora stato bonificato a fondo. E qualcuno, quindi, ci dovrebbe spiegare il perché. La stessa cosa si può dire per il razzismo, per l’antisemitismo, per la corruzione, per la violenza dello stato, per la violenza sessuale, per esempio, che è una cosa che fa accaponare la pelle, ma se uno dicesse: «La violenza sessuale c’è ancora, quel terreno non è mai stato bonificato a fondo, e qualcuno ci deve spiegare perché», non sarebbe una frase sensata. Altrettanto insensata è quella di Fasanella, con in più questa idea di bonificare. Sorvegliare e punire, sembra, non basta più, adesso: bonificare. La frase di Pannone, in quarta di copertina, è questa: «Ci hanno fatto credere che le Br venivano dallo spazio e invece sono figlie di una parte della sinistra storica». Io quando ho letto questa cosa ho pensato che io, il fatto che le Br venivano dalla sinistra storica, forse, l’avevo già sentito. Allora ho provato a andare a vedere su wikipedia. Mi sono connesso e sono andato a cercare cosa c’era sotto la voce Br. Per un attimo, intanto che andavo, ho pensato: “Stai attento che c’è scritto che vengono dallo spazio”. «Brigate Rosse (abbreviato in BR) è il nome di un’organizzazione terrorista di estrema sinistra fondata nel 1970 da Alberto Franceschini, Renato Curcio e Margherita Cagol. Di matrice marxista-leninista considerata come esempio di avanguardia rivoluzionaria da certa critica ne fu il maggiore, più numeroso e più longevo gruppo del secondo dopoguerra esistente in Italia e nell’Europa Occidentale». Niente marziani.
Nel libro c’è scritto che il film è il seguito di un altro libro, un libro intervista che Fasanella ha fatto insieme a Franceschini. Questo capostipite si intitola Che cosa sono le Br, è stato pubblicato da Rizzoli nel 2004 e a un certo punto ci si trova un passaggio in cui si parla del padre di Franceschini, di quando tornò dalla Germania, era stato in Germania durante la guerra. Fasanella chiede: «Tornò a lavorare alle Reggiane?» «Sì, – risponde Franceschini, – dopo la guerra. La fabbrica era in crisi e venne occupata dagli operai, che decisero l’autogestione. Volevano dimostrare che le reggiane potevano produrre anche per uso civile e cominciarono a costruire trattori, il famoso R60 con i cingoli. Lo avevano realizzato con modelli dei carri armati. Uno di quei trattori oggi lo si può ancora vedere nel museo dei fratelli Cervi, a Campeggine». «Proprio in quel periodo, – chiede allora Fasanella – venne assassinato il direttore delle Reggiane. In famiglia ha mai ascoltato racconti di quell’attentato?». «Uno degli imputati di quell’omicido, – risponde Franceschini – venticinque anni dopo, quando feci la scelta della lotta armata, mi diede le sue pistole». Allora: a parte che non è vero che il trattore R60 si trova a Campegine (sembra che nessuno dei tre gli esemplari di R60 costruiti all’epoca sia più a Reggio Emilia o in provinica di Reggio), ma questo è un dettaglio, a parte che Campegine si scrive Campegine con una g e non con due, e anche questo è un dettaglio, la cosa stupefacente, qui, è che chi legge senza sapere niente di quel che è successo allora, connette l’uccisione del direttore delle Reggiane con l’occupazione della fabbrica. Invece no. L’occupazione comincia nel 1950 e finisce nel 1951, l’omicidio del direttore delle Reggiane è del 1946. Io non sono un esperto di Brigate Rosse, non me se sono mai occupato, ma se Fasanella e Franceschini, e con loro Pannone, hanno trattato il tema del brigatismo rosso nello stesso modo in cui hanno trattato il tema dello sciopero delle reggiane, non c’è da meravigliarsi che molti, a Reggio Emilia, avendo magari letto Che cosa sono le Br, abbiano rifiutato di partecipare al film. Fasanella e Pannone, come detto, attribuiscono questo rifiuto al «velo omertoso steso per decenni sulla storia della città», che in un altro punto del libro viene declinato come «muro di omertà degli ex Pci». È con questo muro di omertà che Fasanella e Pannone si spiegano il fatto che, con loro, il vicesindaco Ferretti «aveva sempre qualcosa di più importante da fare», o che, con loro, il segretario nazionale della Fiom-Cgil Gianni Rinaldini «dopo un frettoloso saluto, fugge via», o che, con loro, Prospero Gallinari si comporta come uno che ha «tutta la supponenza e l’arroganza degli irriducibili», e che, con loro, Tiziano Rinaldini, della Cgil, si comporta come «un vecchio agente della polizia sovietica». Quando uno di questi ex Pci, Paolo Rozzi, quello che annovera una zia partigiana, e che si vede nel documentario mentre vende il gnocco fritto per il Partito Democratico, accetta («Certo che ci sto! Quando cominciamo? Perché vi meravigliate? Sì, ne abbiamo fatte di cazzate, poco ci mancava che diventassi un terrorista io stesso. Ma ne voglio parlare, non sono come gli altri, che vorrebbero cancellare il proprio passato»), Fasanella e Pannone commentano: «Finalmente una persona intellettualmente onesta!». Il sol dell’avvenire, diario tragicomico di un film politicamente scorretto, in un certo senso è un libro bellissimo, veramente tragicomico, indifeso e indifendibile, e è bellissimo anche il fatto che, nella rassegna stampa finale, che va da pagina 81 a pagina 127, a parte gli interventi di Bondi, Fasanella e Pannone pubblichino solo gli articoli che parlano bene del loro film, dimenticandosi per esempio quello pubblicato su Liberazione da Paolo Persichetti il 10 agosto del 2008 (intitolato Spazzatura), o quello pubblicata da Tiziano Rinaldini sul manifesto il 15 agosto 2008, o quello pubblicata da Luciano Berselli sull’Unità il 23 agosto 2008. È un libro del quale si potrebbe parlare per ore, un libro in cui tutto è completamente deformato, in cui tutto spinge a dimostrare una tesi, la tesi che il film Il sol dell’avvenire è un film importantissimo che, per primo, in Italia, e forse nel mondo, dimostra il fatto che le Brigate Rosse non vengono da Marte. «Tutti a parlare di questi marziani, questi marziani, questi marziani, non è vero: eran di Reggio Emilia», sembra che dicano continuamente Fasanella e Pannone, e ascoltarli in un certo senso è bellissimo, in un altro senso fa venire il nervoso.

Link
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Italie, le theme du complot dans l’historiographie contemporaine – Paolo Persichetti
Ci chiameremo la Brigata rossa – Vincenzo Tessandori
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand

Spazzatura: “Sol dell’avvenir”, Il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella

Il comico naufragio di Giovanni Fasanella. Quando la dietrologia si complotta addosso

Paolo Persichetti
Liberazione
10 agosto 2008

La polemica lanciata dal ministro della cultura Sandro Bondi contro Il sol dell’avvenir, film presentato al festival di Locarno, sembra una di quelle nemesi, in questo caso irrimediabilmente grottesca, che si abbattono sui destini umani. Nemesi è parola che prende il nome da una divinità greca figlia della Notte e delle Tenebre. Indica l’intervento di una giustizia compensatrice. È quell’imprevisto copj13.aspcapovolgimento di fronte che stravolge l’esito fin troppo scontato attribuito alle cose. In questo caso vittima del destino cinico e baro è Giovanni Fasanella, autore del libro-intervista realizzato con Alberto Franceschini, Che cosa sono le Br (Bur 2004) da cui è tratto il film. Fasanella è stato uno stretto collaboratore di Giovanni Pellegrino, presidente per diverse legislature della commissione d’indagine parlamentare sulle stragi e il terrorismo. Torinese, legato al giro di Luciano Violante, fervido seguace delle teorie del complotto, oltre che vicino a Giuseppe Vacca, lo storico togliattiano che riteneva le Brigate rosse «eterodirette», ha partecipato a numerosi libri, tutti volti a sostenere la presenza di piani complottistici dietro le vicende della lotta armata. Se ogni scrittore deve un albero al mondo, Fasanella deve una foresta per aver riempito gli scaffali di immondizia dietrologica priva di qualsiasi valenza storica. Nel suo libro sulle Brigate rosse sposa la paranoia senile di Franceschini, le confuse e rocambolesche ricostruzioni sull’azione concertata dei servizi europei, americani e sovietici, che avrebbero manipolato le diverse stagioni della lotta armata. La stessa dottrina Mitterrand è raccontata come un disegno destabilizzatore della democrazia italiana. Ipotesi presa seriamente in considerazione dal pm di Bologna Paolo Giovagnoli, altro adepto della setta cospirazionista. Con un riduzionismo semplificatorio che taglia la storia con l’accetta, Fasanella intende dimostrare che le Br sono uno scheletro negli armadi del Pci e quindi dei suoi epigoni. Figlie di quel «triangolo rosso» emiliano, teatro nell’immediato dopoguerra di vendette partigiane contro i fascisti e i nemici di classe. Una sorta di residuo stalinista intriso di nostalgie resistenziali. Per arrivare a ciò viene azzerata la componente di fabbrica legata all’esperienza milanese e quella dell’università trentina. Ma qui non c’è lo spazio per approfondire. Ciò che conta è l’intenzione di Fasanella: portare l’affondo contro la tradizione comunista rappresentando gli anni 70 come l’ultimo capitolo del libro nero del comunismo. La destra avrebbe dovuto gioire per questo regalo inaspettato, invece per voce del ministro Biondi, sollecitato dall’ex presidente dell’associazione delle vittime del terrorismo Giovanni Berardi, improvvisatosi critico cinematografico, ha sferrato un durissimo attacco al film. Fasanella che negli ultimi anni ha promosso un grosso lavoro editoriale in favore di una parte dei familiari delle vittime di quel decennio, si è visto messo sotto accusa quasi fosse un apologeta della lotta armata. Furioso ha risposto: «Le vittime non hanno sempre e comunque ragione, alcuni di questa condizione hanno fatto un mestiere». Quando si è cagion del proprio mal non resta che piangere se stessi.

Link
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti
Storia e giornate della memoria – Marco Clementi
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Italie, le theme du complot dans l’historiographie contemporaine – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa – Vincenzo Tessandori
Lotta armata e teorie del complotto
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand

Anni 70: L’odiosa rivoluzione

Libri – da Il Nemico inconfessabile, Paolo Persichetti e Oreste Scalzone, Odradek 1999


L’odiosa rivoluzione – Capitolo primo

Nuove generazioni in rivolta, figlie di epoche curiose, ritroveranno la traccia delle rivoluzioni sconfitte, dimenticate, estradate dalla storia. Ai loro occhi la potenza del passaggio rivoluzionario ritroverà il suo vigore, la sua energia, i suoi saperi. Quest’oblio è un destino migliore della sorte riservata a quelle rivoluzioni vittoriose, trasfigurate in icone di Stato, disseccate in vuoti simboli paradossali e derisorii del «movimento reale che trasforma le cose presenti».9788886973083g Nondimeno, le rivoluzioni sconfitte subiscono a lungo l’insulto della denigrazione e della criminalizzazione. Ogni strumento è utile per trascinarle nel fango e sottoporle al linciaggio. L’obiettivo è sempre lo stesso: minarne la potenza e stroncare non solo il diritto, ma l’idea stessa della possibilià della rivolta. La dimensione e la profondità sociale, l’estensione temporale e geografica, l’intensità politica della rivolta che ha traversato l’Italia nel corso degli anni Settanta, fino agli echi giunti ben oltre la metà degli anni Ottanta, ne hanno fatto l’episodio rivoluzionario più significativo dell’Europa occidentale dal ’45 a oggi. Ciò spiega anche le ragioni dell’implacabile offensiva denigratrice, potente e sistematica, cui è ancora sottoposta. Il Sessantotto fu «la bella rivoluzione, la rivoluzione della simpatia generale, perché gli antagonismi che si erano manifestati non erano ancora sviluppati, si limitavano all’esistenza della frase, del verbo». Gli anni Settanta furono quelli della «rivoluzione odiosa e ripugnante» perché al posto della «frase subentrò la cosa»(1).  Il Segretario generale del Pci, Enrico Berlinguer, in risposta alla cacciata al grido di «via, via, la nuova polizia!» del Segretario generale della Cgil, Luciano Lama, e del suo servizio d’ordine dall’Università di Roma, definì «untorelli» i protagonisti di quel movimento(2). Fu quello il segnale dello scontro aperto, dichiarato, tra il sommovimento sociale e il partito della classe operaia dentro lo Stato, trasformatosi in partito dello Stato dentro la classe operaia, alla stregua dei suoi fratelli dell’est, al potere nei paesi del «socialismo reale». Allora il più grande Partito comunista d’Occidente dismise l’azione di recupero attraverso il sindacato delle forme di autorganizzazione autonoma delle lotte operaie dei primi anni Settanta, e ostentò l’intenzione di sedare la rivolta a tutti i costi e con ogni mezzo. La strategia del «compromesso storico» – presentato come alleanza tra le masse popolari d’ispirazione comunista, socialista e cattolica, e sul quale il Paese avrebbe dovuto risorgere dalla crisi economica – da mesi aveva partorito una funesta alleanza di governo con gli “avversari” della Democrazia cristiana, annunciandosi come «politica dei sacrifici e dell’austerità», cioè di sistematica concertazione subalterna al padronato. L’atteggiamento di apertura, di mediazione e recupero, verso la contestazione del Sessantotto politico e culturale era finito. Il nuovo ceto politico dei gruppi extraparlamentari era chiamato a entrare per la porta di servizio, nell’area istituzionale, confinato al ruolo di satellite del Pci, oppure sciogliersi o essere criminalizzato. Si apriva una competizione frontale che estendeva ora a ogni angolo della società la contesa che fino ad allora sembrava riguardare solo i luoghi alti del conflitto capitalistico, le fabbriche, dove la si voleva contenere. La «politica dei sacrifici» trovava ostacoli e nemici su tutto il territorio e vedeva di fronte a sé, incontenibile, una pluralità di movimenti sociali ammutinati, autorganizzati (disoccupati, precari, donne, studenti, senza casa, prigionieri) cresciuti attorno all’esempio delle lotte operaie.  Il compromesso storico – strategia che rispondeva al regime di «democrazia a sovranità limitata» attribuito all’Italia – con le sue politiche accomodanti e supine, di contenimento del protagonismo sociale di fronte alle compatibilità economiche, apparve inaccettabile. L’urto tra la situazione dinamica della realtà sociale e le soluzioni statiche messe in piedi dall’alto del sistema politico divenne inevitabile. La risposta alla rivolta sociale fu l’edificazione del sistema dell’emergenza. La nozione di «emergenza»3, concepita inizialmente come esigenza economica, divenne una categoria dello spirito, per poi estendersi al campo giuridico, sociale e politico. Si trasformò in uno strumento per governare il conflitto all’interno di una nuova concezione della democrazia come spazio blindato composto da territori recintati oltre i quali non era consentito fuoriuscire. La legalità era il nuovo filo spinato che designava in modo assolutamente rigido lo spazio dell’agire legittimo. Il conflitto veniva messo a nudo, spogliato di ogni rappresentanza che ne tentasse un recupero in termini di dialettica sociale e politica, per divenire una questione di ordine pubblico, di codice penale. Per avere legittimità i movimenti sociali dovevano rientrare nel recinto stabilito dalle rappresentanze istituzionali, oppure subire la criminalizzazione. Il Pci elaborò la linea di attacco ideologico contro il sommovimento sociale di opposizione facendosi propugnatore di uno «Stato democratico forte» e fu la punta di diamante della risposta statale cercando di costruire il consenso sociale attorno all’azione repressiva delle forze di polizia e magistratura. Una nuova disciplina, la «dietrologia»(4), designò nella figura dell’agente provocatore il profilo di un nemico – particolarmente criminale e pericoloso per la democrazia – attore di un «complotto di destabilizzazione»(5) del processo di ulteriore democratizzazione dell’Italia, cioè l’arrivo al potere del Pci(6). L’assalto sociale armato al cielo della politica, la «critica delle armi», divenne allora la forma espressiva progressivamente dominante della moltitudine del rifiuto e della rivolta, che non volle restare rinchiusa nel recinto della marginalità politica. Nel caso dell’Italia, la contro-insurrezione è andata ben oltre la congiuntura connessa alla necessità di delegittimare l’avversario, attraverso l’uso di menzogne, distorsioni e intossicazioni della realtà, per combatterlo con maggiore efficacia. Si è trattato di una offensiva “totale” che ha raggiunto una dimensione molto più inquietante fino a diventare una specie di “auto-illusione”, di “auto-accecamento”, una catastrofe del mentale, un indizio dell’alienazione del politico che ha colpito nel profondo il pensiero critico. L’ossessione di voler nascondere il carattere politico del nemico interno è uno degli aspetti maggiori delle politiche controrivoluzionarie moderne, recepito in modo unanime oramai in tutti i codici, accordi internazionali e convenzioni sulle estradizioni(7). L’Italia ha dato prova di notevole capacità nell’esercizio di questa ipocrisia. Una lunga serie di norme e leggi speciali, aggravanti e nuove figure di reato, reati associativi, modificazioni procedurali, uso speciale di leggi normali, procedure in deroga, introduzione di un diritto differenziato che premia comportamenti processuali favorevoli alle tesi accusatorie (pentimento e dissociazione), la moltiplicazione dei trattamenti differenziati su base tipologica, a livello penitenziario e giudiziario, hanno di fatto costituito l’edificio di una giustizia reale di eccezione contro i comportamenti di sovversione, e per estensione, di opposizione politica e sociale. Ciò che è definito il sistema delle garanzie – le libertà civili, alcune libertà costituzionali – ha subito molte limitazioni dando luogo a un vero stato d’eccezione opportunamente camuffato. Fin dall’inizio il movimento italiano degli anni Settanta è stato protagonista di una rivoluzione negata, una rivoluzione occultata, e le figure sociali che vi presero parte – gli operai, le donne, i giovani, i disoccupati – apparvero da subito come il nemico inconfessabile.

* * *

Nei capitoli che seguono verranno affrontate alcune matrici, sovradeterminazioni e macrocontesti che hanno caratterizzato lo spazio di azione e di espressione politica delle figure sociali che hanno costituito il nemico inconfessabile. Ne saranno descritte le molteplici originalità, la ricchezza e la potenza del discorso sovversivo, la modernità delle rivendicazioni, l’intuizione di tematiche e contraddizioni che s’imporranno nei decenni successivi. In modo particolare saranno tratteggiati quegli aspetti specifici che hanno contraddistinto i limiti cronici e al tempo stesso le capacità di sviluppo della società italiana, al punto da essere considerati da alcuni come una «anomalia» nel quadro europeo.

Ben al di là di ventimila furono le persone denunciate, oltre quattromila quelle condannate per una cifra globale dell’area sociale sovversiva che il ministero degli Interni stimava oltre le centomila. L’evidenza delle cifre della rivolta toglie sostanza a ogni tentativo di riduzionismo storico. Un’analisi veloce delle cartografie che descrivono la nascita e il rapido sviluppo delle formazioni politiche, classificate dalla giustizia come sovversive, mostra come la violenza politica fosse un elemento endogeno di questa rivolta in un contesto sociale, politico e statale, che già largamente ricorreva al suo impiego. Di fronte all’offensiva sociale, la società politica, in difficoltà, ha risposto severamente a ciò che le sembrava essere (non a torto) la premessa di una catastrofica destabilizzazione. La sua azione si Ë posta all’insegna di una emergenza nata sotto la forma di una eccezione mascherata. L’ipertrofia dell’azione giudiziaria sovraccaricata di compiti morali e politici, la rottura degli equilibri costituzionali tra poteri e contro-poteri, dovuta all’apparizione di un modello di democrazia giudiziaria, ha dato luogo a uno stato d’eccezione permanente. Vero paradigma inconfessato, esso si è imposto come un modello di governo della società, la cui esportazione ha aperto la strada al rischio di una deriva europea. La crescente giudiziarizzazione” della società solleva un dibattito che ormai oltrepassa i confini italiani e le stesse ragioni storiche della sua origine.

La sconfitta, il riflusso e la repressione dei movimenti sociali degli anni 70 hanno suscitato reazioni divergenti. La ricerca affannosa di differenziazioni, nell’intenzione di attenuare le proprie posizioni processuali, ha portato alcuni a esportare le proprie responsabilità politiche. Atteggiamento che sotto l’offensiva inesorabile della giustizia d’eccezione si è trasformato in uno slittamento della colpa giuridica verso altri. La “dissociazione politica dal terrorismo” ha avuto ripercussioni culturali, politiche e giudiziarie ben pi profonde del fenomeno dei “pentiti”. La capacità di critica e di autonomia rispetto all’ordine costituito sono state indebolite da questa stagione del rinnegamento. Il giudizio penale ha mutato natura non rivolgendosi pi all’identificazione delle responsabilità personali ma alla verifica e al sanzionamento delle opinioni della persona giudicata.

Prima di concludere affronteremo le ragioni talvolta sorprendenti, molteplici e complesse, che hanno ostacolato, finora, la realizzazione di una amnistia per tutte le condanne legate alla sovversione sociale e politica che ha attraversato l’Italia tra gli anni 70 e 80. Gli effetti perversi dell’emergenza hanno avuto un ruolo fondamentale nella strutturazione di un blocco sociale trasversale oggettivamente nemico della chiusura di questa epoca. Dagli apparati dello Stato, attori della macchina della giustizia d’eccezione, a certi settori integralisti dell’antagonismo sociale, dalle divisioni dei prigionieri politici all’inconsistenza del ceto politico-istituzionale, dal protagonismo di una magistratura travestita nei panni di cavalieri post-moderni garanti della morale e dell’etica, a certi gruppi editorial-finanziari che fabbricano il mentale e strutturano l’opinione pubblica; tutti da sinistra a destra, sulla base di motivazioni ideologiche e politiche diverse, convergono sulla stessa posizione di boicottagio o di timore dell’amnistia.


Note

1 Il riferimento è a Marx: “La rivoluzione di febbraio era stata la bella rivoluzione, la rivoluzione della simpatia generale, perché gli antagonismi che erano scoppiati in essa contro la monarchia, sonnecchiavano tranquilli l’uno accanto all’altro, non ancora sviluppati; perché la lotta sociale che formava il loro sostrato aveva soltanto raggiunto una esistenza vaporosa, l’esistenza della frase, della parola. La rivoluzione di giugno è la rivoluzione brutta, la rivoluzione repugnante, perché al posto della frase è subentrata la cosa”, Karl Marx Lotte di classe in Francia dal1848 al 1850, Opere, vol. X, Roma, Editori Riuniti, 1977, p. 65.

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3 Il termine emergenza designa il ricorso a pratiche di eccezione in campo giuridico e politico che si differenziano dalla forma classica dello stato di eccezione. Il termine emergenza, inteso come “stato d’emergenza”, “modello” o “sistema dell’emergenza”, “politica dell’emergenza”, “giustizia dell’emergenza”, “post-emergenza” si è affermato in Italia all’interno del linguaggio politico e giuridico a partire dalla metà degli anni Settanta. Secondo alcuni autori la nozione di emergenza ha costituito una vera e propria ideologia di sostegno al processo di modernizzazione autoritaria della giustizia penale. L’intenzione di perseguire i movimenti armati ha accompagnato la volontà di normalizzare la conflittualità sociale. L’emergenza ha contribuito alla legittimazione degli equilibri politici e del sistema penale.

4

5 Secondo questa logica, la storia d’Italia, dal dopoguerra fino alla vittoria elettorale, nel 1996, del Pds, oggi Ds ed ex Pci, è interpretata come la trama di un “doppio Stato”: l’uno corrotto e con propaggini occulte, che ha criminalmente detenuto il potere nella prima Repubblica; l’altro leale e legale che avrebbe fatto da baluardo al sovversivismo atavico delle classi dominanti. Inutile precisare che il Pci-Pds-Ds ne sarebbe sempre stato il pilastro essenziale. Sulla natura del complotto si sono confrontate due “dottrine”: la prima, anche in ordine di tempo, che ha ipotizzato il “ruolo consapevole e diretto” giocato dai movimenti sociali e in particolare dalla lotta armata, il “partito armato”, contro il Pci; la seconda che ha ipotizzato “l’eterodirezione”, la “complicità inconsapevole”, delle Brigate rosse in particolare, come se esse fossero state nient’altro che delle pedine manovrate da potenze occulte. Per chi voglia documentarsi sugli stati modificati della coscienza, suscitati dalla frequentazione eccessiva con queste flatulenze cerebrali, suggeriamo come testo esemplare, per comprendere gli effetti devastanti a cui possono condurre alcune forme irreparabili di psicopatologia della menzogna storica: Sergio Flamign, La tela del ragno. Il delitto Moro, Roma, Edizioni Associate, 1988. Sospinto da oscuri mandanti Sergio Flamigni replica dieci anni dopo in Convergenze parallele, Milano, Kaos edizioni, 1998. Un altro testo che testimonia dei risultati suscitati da queste turbe legate alla sindrome maniacale da ossessione del complotto e metacomplotto è quello di Guy Debord, Préface à la quatrièmme édition italienne de la Société du spectacle, in Commentaires sur la société du spectacle, Gallimard folio, 1997, pp. 133-147; nonché Gianfranco Sanguinetti, Del terrorismo e dello Stato. La teoria e la pratica del terrorismo per la prima volta divulgate, Milano, 1979.

6 Berlinguer, riflettendo sui fatti del Cile, osservava che le sovradeterminazioni geopolitiche avrebbero impedito all’opposizione di governare anche se il Pci avesse da solo raggiunto il 50 % più uno dei suffragi. Lo scenario del golpe cileno, che aveva visto stroncato nel sangue il governo d’Unitad popular di Salvador Allende, era interpretato come l’anticipazione di un possibile scenario italiano che andava evitato. Il Pci, dunque, teorizzava autonomamente l’impossibilità di andare al governo, anche vincendo le elezioni, in assenza di un preventivo accordo con la Dc, di una alleanza con i ceti medi e di un patto col padronato. In realt?, appare evidente come l’ipotesi dello “scenario cileno” abbia favorito una lettura rovesciata (cioé, “mai più senza fucile”) di quella posta a fondamento del “compromesso storico”. Interpretazione che motivava ulteriormente la scelta della rottura rivoluzionaria di quel vuoto simulacro rappresentato da una democrazia a sovranit? limitata che era la Repubblica italiana. Per tutto questo si veda il famoso saggio berlingueriano: “Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile”, in Rinascita, 28 settembre, 5 e 9 ottobre 1973.

7 Convenzione europea per la repressione del terrorismo, Strasburgo, 1977, ratificata dalla Francia solo nel dicembre 1987; “Convenzione per le estradizioni dell’Unione Europea”, Dublino, settembre 1996.

Sabina Rossa: «Cari brigatisti, confrontiamoci “alla pari”»

«Senza rancore, senza reticenze, per chiudere quegli anni dobbiamo raccontarli»

Paolo Persichetti
Liberazione
5 dicembre 2008

Per almeno due interi decenni, gli 80 e i 90, il tema del complotto, la cosiddetta dietrologia, ha dominato l’approccio dei media e della società politica nei confronti della storia della lotta armata. Una forma di occultamento piuttosto che di reale comprensione. Alle soglie del 2000 la chiave di lettura cospirativa si è affievolita, in verità senza scomparire del tutto, come un serpente dalle mille teste. L’attenzione maggiore si è portata invece verso i familiari delle vittime, o meglio una parte di quella realtà. Le testimonianze del dolore e i percorsi della sofferenza sono diventati aspetti centrali del racconto pubblico e del discorso politico. 71-rossaMa se la dietrologia era fuorviante, il dolore, da solo, non riesce a narrare per intero quegli anni. È possibile uno sforzo ulteriore, un passaggio alla lucidità storica? Non “memoria condivisa”, come sostengono alcuni, ma storia aperta, libera, fatta di confronti. Storia con le sue metodologie, dove, per esempio, la dimensione della sofferenza può trovare posto in una indagine sulle mentalità.
 Eppure una discussione del genere, qui in Italia, fino ad ora non è sembrata nemmeno pensabile. Questa intervista a Sabina Rossa, la figlia di Guido Rossa, il militante del Pci ucciso nel corso di un’azione realizzata nel 1979 dalla colonna genovese delle Brigate rosse, è un tentativo di infrangere il tabù. Intanto sgomberando il campo da malintesi e inesattezze: quando lo si vuole, un confronto – estraneo alle logiche dell’emenda e del ravvedimento proposto in sede penitenziaria – è possibile tra ex appartenenti alla lotta armata, non dissociati e non pentiti, e familiari delle vittime. Si tratta di un inizio, anche perché le regole dell’intervista hanno confini angusti. Alcune delle risposte sollecitano obiezioni importanti che richiederebbero una discussione più approfondita. Ci saranno altre occasioni per farlo. Per ora vale sottolineare due fatti: Sabina Rossa è una donna che ha cancellato il rancore dal suo orizzonte culturale e ha avuto il coraggio di incontrare le persone condannate per l’omicidio di suo padre, senza tenere conto dei consueti presupposti legati a comportamenti dettati dalla legislazione premiale. È una innovazione importante. Il suo è un percorso che segue un modello laico di elaborazione del lutto, un tragitto che apre ad una grammatica del confronto e della analisi di quegli anni più feconda.
Tutto ciò introduce una ulteriore conseguenza: lo Stato e la società politica non hanno più alibi e tornano ad esser direttamente chiamati in causa di fronte alle loro responsabilità istituzionali.

Nel libro Spingendo la notte più in là, Mario Calabresi scrive, «la reclusione dei condannati non ci ha mai restituito nulla, non è mai stata una consolazione[…] abbiamo sempre provato fastidio quando ci veniva chiesto di dare o meno il via libera a una scarcerazione o una grazia, perché rifiutiamo questa idea medievale che i parenti di una vittima decidano della sorte di chi è ritenuto colpevole». Parole in netta controtendenza rispetto all’attuale processo di “privatizzazione” della giustizia che vede lo Stato ritrarsi dietro i familiari delle vittime. Sempre più viene chiesto di trasformarvi in giudici dell’esecuzione penale delle persone condannate, quasi che dall’astrazione della civiltà giuridica moderna si stia tornando all’era primitiva della regolazione pregiuridica. Questo percorso a ritroso non rischia di essere una trappola?
L’esigenza di ottenere giustizia non è un fatto privato ma un bene collettivo che tende a ricostruire quell’ideale di comunità, quel sistema di regole che vengono infrante quando è commesso un atto criminoso. Altro è l’interpretazione che le numerose sentenze danno all’accertamento del fondamentale requisito del “sicuro ravvedimento” del condannato (vedi art. 176 cp). Queste interpretazioni chiamano in causa le vittime e i loro familiari poiché al condannato viene richiesto «un fattivo instaurarsi di contatti, quale indice di manifestazione di quelle forme di interessamento per le sorti delle persone offese con l’intendimento di ripararne le conseguenze dannose in relazione al fatto commesso». Ritengo che questa sia una richiesta assurda. Per i condannati è ovvio il possibile uso strumentale finalizzato unicamente all’ottenimento del beneficio. Per le vittime è una pesante incombenza della quale non hanno certamente bisogno e che spesso va a riaprire ferite non rimarginate. Resta il fatto che questo percorso è ad uso discrezionale dei magistrati del Tribunale di sorveglianza. A volte viene posto come condizione irrinunciabile, in altre non viene affatto valutato, mettendo in essere ingiuste sperequazioni. Il caso di Vincenzo Guagliardo (ex brigatista in carcere da 32 anni, condannato per l’uccisione di Guido Rossa. Insieme alla moglie, Nadia Ponti, si sono visti rifiutare la liberazione condizionale per non aver mai voluto pubblicizzare l’incontro con Sabina Rossa, Ndr.), a mio giudizio può rappresentare un esempio emblematico dei limiti di questa normativa, anche perché personalmente ho rispetto di chi, con riservatezza, rimanendo in silenzio, compie un proprio percorso di rieducazione e reinserimento. Tuttavia credo che sarebbe necessario valutare l’opportunità di un intervento legislativo che riconduca a criteri oggettivi la valutazione per la concessione della libertà condizionale.

Il carcere «non deve costituire un nostro risarcimento», ha detto in una intervista aggiungendo di essere contraria all’ergastolo. Tra i familiari delle vittime non siete in molti a pensarla in questo modo.
Quella dei familiari delle vittime è una platea molto vasta, fatta di percorsi personali, intimi, nei quali interagiscono molteplici fattori: psicologici, etici, culturali che possono dare quindi risposte diverse, non sempre condivisibili, ma comunque degne del massimo rispetto. Personalmente ogni volta che ho incontrato ex terroristi, anche chi partecipò all’uccisione di mio padre, ho sempre cercato l’uomo che sta dietro il reato, ho sempre voluto, anche se con difficoltà, capire la sua vicenda umana, la sua storia, il perché delle sue scelte. Ho incontrato uomini, donne, che a tanti anni di distanza erano ben diversi da come li immaginavo. Il tempo inesorabilmente li aveva cambiati e non solo nel fisico, si respirava evidente il peso di scelte che avevano distrutto anche la loro vita. Carnefici ma anche vittime di una tragedia storica, della quale non sono stati gli unici registi e probabilmente gli unici responsabili. Certo, la vittima è per definizione innocente, e questo ruolo non può appartenere a un ex terrorista, ciò non significa che chi ha pagato il conto, chi ha cercato di riabilitarsi, non abbia diritto di reinserirsi pienamente nella società.

Non le sembra che nella società attuale si assista ad una generale deriva vittimaria, quella che Zigmunt Bauman ha chiamato «esaltazione narcisistica della sofferenza»?
Proprio non vedo il rischio di una deriva vittimaria e, pensando a Bauman, mi viene più logico il collegamento con il tema della memoria storica quando, nella Lingua materna, afferma: «Non credo che possa esistere qualche processo di pensiero senza esperienze personali». Proprio in questo senso lo scrivere la propria storia, da parte delle vittime, come sta avvenendo di recente, credo significhi e rappresenti un passaggio importante, una volontà di uscire da una dimensione privata del vissuto, del dolore, ed entrare in una dimensione pubblica che manifesta altresì la volontà di partecipare alla trascrizione di questa nostra storia recente.

Sfera pubblica vuole dire anche dimensione plurale del racconto. Come si concilia questa esigenza con le polemiche sulla eccessiva esposizione mediatica di alcuni ex appartenenti alla lotta armata (in genere quasi tutti fruitori della legislazione premiale)? Il presidente della Repubblica Napolitano ha addirittura chiesto che non venga loro più concessa la parola.
Il protagonismo di tanti ex terroristi si è manifestato in modo evidente, in una logica della spettacolarizzazione dell’informazione che non ha certo contribuito a scrivere sempre pagine di verità. Detto ciò, personalmente non mi preoccupa il problema di un presenzialismo mediatico degli ex terroristi: semmai mi sconcerta il comodo rimanere in silenzio di molti di essi, l’ambiguità di giudizio su quegli anni e sulle loro responsabilità, il loro sentirsi reduci di una guerra combattuta e persa, perpetuando convinzioni e atteggiamenti che possono avere un ruolo pericoloso nella cultura e nei riferimenti ideologici delle nuove generazioni.

Ma aver depoliticizzato le vicende degli anni 70, ricollocandole in una narrazione puramente criminale, non costituisce una offesa alla memoria delle vittime?
Questo Paese non potrà mai cambiare in meglio se non saprà affrontare con il necessario rigore storico quanto è accaduto negli anni Settanta. Cercando di fare verità su una storia che fu politica e non solo criminale, si può sperare di capire cosa successe e come quegli accadimenti abbiano condizionato la vita pubblica italiana. La storia di quegli anni è stata anche una storia di coperture, omissioni e connivenze. Comprendere cosa accadde nella società italiana rappresenta l’unica via per non dimenticare le vittime, tutte le vittime. Vittime del fenomeno brigatista, dello stragismo ma anche vittime della repressione dello Stato, che sono state spesso dimenticate con una logica della memoria che certo non fa onore alla nostra democrazia.

Lei si è impegnata molto per l’istituzione della giornata della memoria delle vittime del “terrorismo”. Celebrazione che cade ogni 9 maggio, data della uccisione di Moro. Che senso ha ricordare nello stesso giorno vicende del tutto opposte? Non si rischia così di scrivere la storia a colpi di voti parlamentari?
C’è una certa difficoltà a ricordare, specie a destra, che quel tremendo e ancora insoluto e impunito capitolo dello stragismo che ha insanguinato l’Italia è strettamente collegato alla storia degli anni Settanta e alla degenerazione terroristica, il che non significa che la legittimò. Il terrorismo fu barbarie non meno dello stragismo. La data del 9 maggio è stata il risultato di un faticoso percorso atto a fare sì che questa giornata fosse davvero un qualcosa di condiviso da maggioranza e opposizione. Le opzioni erano diverse ma solo attorno a questa data è stato possibile trovare un’intesa tra la quasi totalità delle forze politiche. La giornata della memoria a ricordo di tutte le vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice non poteva certo essere istituzionalizzata con una imposizione di maggioranza.

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Dopo aver criticato la decisione della Francia di annullare l’estradizione di Marina Petrella è stata ricevuta dal presidente Sarkozy, insieme ad altri familiari delle vittime. Perché ritenete una forma d’impunità la dottrina Mitterrand e invece tacete di fronte all’impunità sancita per legge in favore di collaboratori e dissociati? Solo il padre di Walter Tobagi e la vedova Montinaro hanno preso posizione contro. Perché questa indulgenza di fronte alla ragion di Stato?
La dottrina Mitterrand venne elaborata esaminando fascicoli processuali relativi a latitanti italiani rifugiatisi in Francia, ma non venne mai trasposta in alcun provvedimento avente una qualche efficacia o validità giuridica. Tale prassi veniva giustificata con una pretesa “non conformità” della legislazione italiana agli standard europei. Sarebbe utile ricordare che questo giudizio proveniva da un Paese che aveva abolito la pena di morte solo nel 1981 e la cui ultima esecuzione era avvenuta nel 1977, circa otto anni prima della formulazione della dottrina Mitterrand e che, solo nel 2000, creò una Corte d’assise d’appello sul modello italiano. È interessante ricordare un brano della sentenza del 2004 della corte di Cassazione francese riguardo l’estradizione di Battisti. In un preciso passo si chiarisce definitivamente che un giudice francese non può ergersi a censore della giustizia italiana, ma che soprattutto la procedura italiana è conforme agli standard europei. Sta di fatto che la vera e propria comunità di latitanti che si è formata sulle rive della Senna ha dato origine a una ferita che periodicamente torna a sanguinare. Personalmente vorrei che potesse rimarginarsi, ma non è un caso che i maggiori ostacoli ad una discussione sensata equilibrata e propositiva su questo tema li hanno posti, ad esempio, i difensori più accesi di Battisti. È un fatto che ogni qualvolta Scalzone ha rilasciato un’intervista si sono ridotte le possibilità ed il consenso ad una possibile discussione di provvedimento di indulto per quegli anni. Per quanto riguarda il carattere premiale delle leggi speciali di cui hanno usufruito pentiti e dissociati, è un aspetto che moralmente non mi ha mai entusiasmato anche perché non credo che abbia avuto un ruolo determinante nella sconfitta del terrorismo. E’ altresì evidente che per molti aspetti queste leggi non hanno certo accelerato il processo di crescita democratica del nostro paese. Ciò detto è opportuno chiedersi se è giusto tenere ancora in carcere chi è entrato con una condanna che la cultura dell’emergenza e le leggi speciali hanno moltiplicato.

Una soluzione per le eredità penali della lotta armata potrà esserci solo quando si avrà verità e giustizia. È questa la risposta che viene opposta a chi pone il problema della generazione politica più incarcerata della storia d’Italia. Ma la giustizia penale è stata esercitata: i processi hanno scritto la verità giudiziaria e le condanne, sovraccaricate dalle aggravanti delle leggi d’emergenza, sono state lungamente espiate nelle carceri speciali. Di quale “verità” si sta allora parlando? Quella storica non dovrebbe appartenere solo alla libera ricerca slegata da qualsiasi condizionamento?
Probabilmente le verità storiche potranno essere scritte quando non ci saranno più condizionamenti giuridici, ma è giusto chiedersi se per chiudere un periodo storico tormentato e difficile sia meglio rimuovere o tenere aperte le ferite. Poi arriva sempre una generazione che chiede spiegazioni su quello che è stato. Credo quindi che vada posto un problema di assunzione di responsabilità che non è mai appartenuta a molti degli ex terroristi, per non parlare dei latitanti. È vero anche che forse questa mancata assunzione di responsabilità è imputabile a uomini che poi sono divenuti in parte la nuova classe dirigente italiana. Nella storia del nostro Paese permane la difficoltà di fare i conti con il proprio passato.

Nel libro scritto insieme a Giovanni Fasanella, Guido Rossa, mio padre, rivela che suo padre faceva parte di una cellula riservata messa in piedi dal Pci nelle fabbriche per sorvegliare e scovare i militanti e i fiancheggiatori delle Br. Questa confusione di ruoli che spinse un partito a confondere la lotta politica con l’attività investigativa, sovrapponendosi agli organi preposti dello Stato, non fu un tragico errore? Agendo in questo modo, Pci e sindacato non hanno snaturato il loro ruolo?
Chi fu interprete determinante di scelte terroristiche, chi subì “quell’abbaglio rivoluzionario” e oggi si vuole proporre con onestà intellettuale, non può continuare a manipolare ideologicamente la realtà. Il vero tragico errore fu il terrorismo, non solo perché si lasciò dietro una scia interminabile di sangue innocente ma anche, e storicamente questa è una responsabilità inalienabile, perché è stato un fattore di forte contrasto al processo di sviluppo democratico e sociale del nostro Paese. E di questo, ancora oggi, ne soffriamo le conseguenze. Un approfondimento credibile non può prescindere dall’individuare la complessità e la pericolosità di quegli anni e quanto fossero necessarie e vitali le strutture organizzative di vigilanza e di intelligence che il partito comunista si era dato a difesa di quell’Italia che seppe rendersi interprete di grandi pagine di lotta e partecipazione democratica. Operai, studenti, uomini e donne, semplici cittadini interpreti di quell’Italia democratica che seppe sconfiggere il pericolo golpista, lo stragismo e il terrorismo. Quell’Italia non rispose con la violenza ma vinse con la forza della democrazia e con il contributo determinante del sindacato e dell’allora partito comunista. Non a caso mio padre verrà a conoscenza di informazioni importantissime sui piani eversivi legati al golpe Borghese all’interno dell’Italsider Oscar Senigallia, come probabilmente era riuscito a individuare gran parte della catena di produzione della propaganda brigatista. D’altra parte è nella lettura di queste sue scoperte che si leggono i perché del suo assassinio. Nella ricostruzione del suo omicidio si delinea chiaramente che non fu né un errore, né una scelta individuale di Dura. Fu l’esecuzione di un ordine diverso da quello che era stato dato agli altri membri della colonna genovese. Un ordine dettato da un altro livello dell’organizzazione terroristica.

Cosa la spinge e dove ha trovato la forza per incontrare i brigatisti di ieri?
Certamente ciò che mi ha mosso è stato da un lato la ricerca di verità, ma dall’altro il recupero di un confronto mancato a mio padre, quel confronto con l’avversario che fa parte di quelle “leggi non scritte”, per le quali esiste sempre un rapporto diretto tra le persone protagoniste di un conflitto, ma nel momento in cui il nemico diviene simbolo, cessa del tutto di essere uomo per cui non è più avvertita l’esigenza del confronto. Un confronto negato, perché si è solo un bersaglio, neanche una vittima, perché non le è riconosciuto tale status. Una vittima, infatti, è per sua natura buona, gli obiettivi negli attentati compiuti dai terroristi venivano scelti perché percepiti come cattivi, quindi, per definizione destinati a perdere e scomparire. Quel confronto mancato che lo stesso Guagliardo ha così stigmatizzato: «Vedi, se tuo padre fosse ancora vivo, se lo avessimo colpito solo alle gambe, io avrei con lui un rapporto alla pari…».

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Ancora ergastolo per Vincenzo Guagliardo/

La battaglia di Sabina Rossa per l’uomo che sparò al padre

Sabina Rossa e gli ex terroristi siano liberi senza il sì di noi vittime

Sabina Rossa: “Scarcerate l’uomo che ha sparato a mio padre”

Spazzatura: “Sol dell’avvenir”, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Ossessione cospirativa e pregiudizio storiografico

La reivenzione del passato tra doppio Stato, teorie del complotto e dietrologia

Il libro dell’abé gesuita Augustin Barruel capostipite delle moderne teorie del complotto impiegate per spiegare i fenomeni rivoluzionari

Le thème du complot dans l’historiographie-ì italiènne conteporaine
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Kafka e il magistrato di sorveglianza di Viterbo

Libertà di pensiero e benefici carcerari

Paolo Persichetti
2 ottobre 2006

Per giustificare l’ennesimo rifiuto di concedermi un permesso, il magistrato di sorveglianza di Viterbo ha censurato il contenuto di alcune mie pubblicazioni (un libro e degli articoli, in prevalenza recensioni), poiché vi ha individuato – scrive il giudice – un atteggiamento «che si concepisce come controparte rispetto a tutte le istituzioni pubbliche, accusate di scrivere la storia da vincitori assumendo atteggiamenti vendicativi attraverso “le relazioni delle commissioni parlamentari”, le “sentenze della magistratura” ecc. (pag. 43 del volume Esilio e Castigo, edizioni La Città del Sole)». Ciò dimostrerebbe, sempre a suo avviso, «Il perdurante disprezzo delle istituzioni dello Stato di diritto» che «seppur praticato con “una maturità che gli consente di esporre le proprie idee in modo da rispettare le regole sociali” (come correttamente rilevato nella relazione di sintesi), non si concilia con la condivisione dei valori fondanti del sistema giuridico-democratico italiano».
Ora tralasciamo quella dose di libertà omeopatica che mi è stata negata. Benché sia già da oltre tre anni nei termini legali per avervi diritto, non è di questo che voglio lamentarmi. Il problema è un altro. Gli argomenti sollevati oltrepassano la mia vicenda personale e investono modi di pensare che riguardano molti cittadini italiani, militanti, compagni del movimento, persino gli attuali parlamentari e ministri di Rifondazione, chiunque abbia voglia di pensare con la propria testa.

Una premessa: nel dicembre 1989, dopo due anni e mezzo di detenzione cautelare, sono stato condannato per participazione a “banda armata” (Br-Udcc), ma contemporaneamente assolto dal concorso nell’attentato contro il generale Giorgieri, e scarcerato per decorrenza dei termini di custodia. Nel febbraio 1991, il verdetto venne capovolto senza che venissero forniti elementi d’accusa nuovi, anzi con la sottrazione dei vecchi. Ho sempre contestato l’addebito, portando a mio sostegno testimoni accolti dai giudici della corte d’assise. Non cambierò atteggiamento oggi solo perché un magistrato di sorveglianza, abusando della sua funzione, modifica il codice di procedura e si autoproclama quarto grado di giudizio con l’intento di propormi uno scambio indecente: offrirmi briciole di libertà in cambio di una ammissione che finalmente legittimi con prove mai trovate la condanna emessa quindici anni prima.

Vengo al punto: il magistrato stigmatizza i passaggi di un mio libro (Esilio e castigo. Restroscena di una estradizione, La città del sole 2005) nel quale si affrontano alcuni controversi aspetti del dibattito storiografico sugli anni 70. Come ci hanno insegnato gli antichi Greci, la storia può (anzi deve) essere raccontata anche dai vinti, i quali in genere la scrivono meglio dei vincitori, come hanno dimostrato a quei Romani che – ricordava Orazio – vittoriosi con la spada furono conquistati dall’ingegno («Graecia capta ferum victorem cepi»). È possibile – come suggeriva Benjamin – fare storia dal punto di vista degli oppressi tenendo presente quel che notava Foucault: «I vinti della storia sono per definizione quelli a cui è stata tolta la parola»?
Mi è capitato così di criticare la costruzione del racconto storico contemporaneo sia nel libro come in altri scritti, alcuni dei quali addirittura precedenti la mia estradizione e risalenti al periodo in cui faveco ricerca nell’università di Parigi 8. Citavo, come esempio, i lavori condotti in ripetute legislature dalla commissione parlamentare sul caso Moro e sul terrorismo, distintasi essenzialmente per aver diffuso le cosiddette «teorie del complotto», ovvero una visione dietrologica delle vicende del decennio 70-80 estesa volentieri all’intera storia repubblicana con categorie quali «doppio Stato», «Stato parallelo», «poteri invisibili» eccetera.
Rilievi, oggi per fortuna condivisi da un nuovo indirizzo storiografico “revisionista” presente sia in campo liberale che neomarxista. Il tema non si esaurisce qui, ma solleva anche importanti riflessioni sul rapporto tra costruzione del racconto storico e diffusione di verità politiche declinate a voti di maggioranza.
Oltre a ciò, osservavo l’emergere di nuove figure della narrazione storica, tra cui appunto la magistratura. Fenomeno recente e che si iscrive in un più vasto processo di giudiziarizzazione che non risparmia nemmeno le scienze sociali: querelles negazioniste rinviate di fronte ai tribunali, convocazione di accademici in corte d’assise, come è avvenuto nel corso dei processi Papon e Touvier in Francia. Vicende che hanno aperto Oltralpe un vivace dibattito e prodotto un’importante pubblicistica. In Italia, invece, silenzio assoluto. Ma noi, storiograficamente parlando, siamo una terra di periferia devastata da decenni di dietrologia.
Certo, non pretendo che un magistrato abbia cognizione di tutto ciò, ma proprio questa ragione avrebbe dovuto consigliare alla dottoressa Carpitella una condotta ispirata ad una maggiore prudenza di giudizio, soprattutto alla scelta di altri argomenti. Invece, sono stato rimproverato di aver fatto apparire le istituzioni una «controparte». Attenzione: non «un nemico», ma semplicemente «una controparte». Così è scritto nell’ordinanza.
Ora, la presenza di controparti è un elemento strutturante del pluralismo democratico nei suoi risvolti politici, sociali, culturali, economici. Tralasciamo poi quello che è il funzionamento della società di mercato: non c’è mercato senza controparti che si incontrano e affrontano eccetera. Altrimenti qualsiasi organizzazione sindacale o corporazione che intavoli una vertenza con lo Stato dovrebbe incorrere nei rigori dell’emergenza antiterrorismo e vedersi etichettata come pericolosa socialmente. I tassisti concepiscono il governo, che vuol liberalizzare il mercato del trasporto privato, come controparte; per non dimenticare la stessa magistratura che, con il suo organo di maggiore rappresentanza, l’Anm, nella passata legislatura ha proclamato ben cinque scioperi e clamorose forme di protesta in occasione di solenni cerimonie, come l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Allora dove sarebbe lo scandalo?
Lo scandalo, invece, c’è eccome perché il magistrato di sorveglianza declina fedelmente uno degli assunti fondamentali dello Stato etico, incapace di concepire la presenza di un qualsiasi iato tra se stesso e il cittadino. Il cittadino, o meglio in questo caso il “suddito”, l’“assoggettato”, non può mantenere una propria coscienza separata dalla coscienza istituzionale (che il giudice ritiene di interpretare univocamente). Detto in altri termini, nello Stato etico non c’è spazio sociale o pubblico autonomo e separato dallo spazio statale. Tutto ciò che è autonomia, figuriamoci critica, è immediatamente percepito come una forma di sovversione dell’etica istituzionale costituita. Per questo il rispetto formale della legge, cioè la commisurazione della liceità ai comportamenti concreti della persona, non è più sufficiente. È richiesta invece l’adesione intima, biologica, genetica, microcellulare, neuronica alla norma.
Ma qui subentra un rompicapo irrisolvibile: chi mai avrebbe gli strumenti per leggere l’anima di ognuno di noi? La macchina della verità? Ecco che allora il magistrato si autopromuove giudice della coscienza, metro della purezza, arbitro delle intenzioni altrui, ovviamente per forza di cose supposte o attribuite.
C’è qualcosa fuori tempo e fuori posto in tutto ciò. La dottoressa Albertina Carpitella si è immedesimata troppo nei panni di quel cardinale Bellarmino che costrinse all’abiura un uomo vecchio e malato come il povero Galileo. «Eppur si muove», la leggenda vuole che egli rispose.
In un brano, conosciuto col nome di Frammento del sostituto, Franz Kafka si divertiva a mettere in scena il ragionamento di un sostituto procuratore incaricato di sostenere l’accusa nei confronti di un uomo incolpato di lesa maestà.
Secondo il magistrato, le cose del mondo dovevano attenersi ad una curiosa geometria dell’autorità che vedeva la vita assumere sempre una linea ricurva, nella quale la postura dell’essere aveva senso unicamente se rivolta in posizione arcuata, prona, reclina, flessa, prostrata, accucciata, soprattutto mai dritta:

«Egli credeva che se tutti avessero collaborato con il Re e il Governo nella calma e nella fiducia, si potevano superare tutte le difficoltà[…] più grande era la fiducia, e ancora di più si doveva curvare la schiena, ma in virtù di principi naturali, senza bassezza. Ciò che impediva uno stato di cose così auspicabile, erano personaggi della risma dell’accusato che, usciti da non si sa quali bassi fondi, venivano a disperdere con le loro grida la massa compatta delle brave genti».

L’obiettivo della macchina giudiziaria – faceva intendere l’autore – non era quello d’applicare un semplice castigo ma di spingere a collaborare attivamente alla propria punizione affinché la condanna assumesse il senso di una vera correzione, o piuttosto l’ossimoro della correzione, cioè il raddrizzamento, la messa in riga attraverso la curvatura dell’individuo.
Senza una vera adesione alla propria penitenza non c’è alcuna salvezza possibile. In questo modo l’infrazione penale prende le sembianze di una colpa teologica nella quale crimine e peccato appaiono indissolubilmente intrecciati.
Ecco, negli argomenti sollevati dal magistrato di sorveglianza di Viterbo sembra di ritrovare quella stessa linea ricurva di cui parlava il sostituto procuratore di Kafka.

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Lotta armata e teorie del complotto

Libri – Alberto Franceschini, a cura di Giovanni Fasanella, Che cosa sono le Br, Bur 2004 (Brigades rouges. L’histoire secrète des BR racontée par leur fondateur, Éditions du Panama 2005)

Libri – Guillaume Perrault, Génération Battisti, Plon, Paris 2005

Paolo Persichetti
23 gennaio 2006

Due libri pubblicati negli ultimi tempi in Francia hanno rilanciato in termini estremamente polemici la tesi secondo cui copj13asple insorgenze armate apparse nell’Italia degli anni 70 avrebbero trovato una complicità culturale, se non aperto sostegno, nelle autorità di Parigi. È significativo dei tempi che corrono questo capovolgimento di prospettiva storica. Quella somma di fattori che presero forma nel dopoguerra, congelando per lungo tempo il sistema politico italiano, fino a renderlo privo d’alternanza per 49 anni, una fissità di sistema che secondo la storiografia più avvertita non poteva che facilitare l’apparizione di spinte rivoluzionarie in presenza di una potente tradizione sovversiva, contesto riassunto nella formula dell’«anomalia italiana», si capovolge nel suo contrario: l’«eccezione francese». Il problema non verrebbe più dalle carenze storiche di un paese che resta tuttora incapace di chiudere con un’amnistia stagioni da lungo tempo concluse, ma dalla sua vicina d’Oltralpe. Nell’intervista che Giovanni Fasanella ha fatto a Alberto Franceschini, la Francia viene dipinta come un «santuario del terrorismo», una centrale che avrebbe sistematicamente promosso la destabilizzazione della democrazia italiana. Siamo nel pieno di una narrazione storica che ripropone alcuni vieti cliché della retorica del complotto e della visione poliziesca della storia. L’obiettivo preso di mira è la cosiddetta «dottrina Mitterrand». Nel corso della sua grottesca testimonianza, un Franceschini ossessionato dalla cultura del sospetto racconta di come il padre, militante comunista ancora impregnato della mentalità staliniana, avuto sentore delle intenzioni bellicose del figlio, l’avesse messo sull’avviso: «ricordati che fuori dal partito c’è soltanto la Cia». Ancora prima della caduta del muro di Berlino, Parigi sarebbe stata dunque un vero incrocio d’intrighi internazionali, sostituendosi a Washington e Mosca nel ruolo di piattaforma destabilizzante dell’Italia. Così si arriva a sostenere che un asse socialdemocratico, guidato da Mitterrand, avrebbe tentato di giocare la terza forza tra le due maggiori potenze, destabilizzando volutamente la penisola grazie alla protezione offerta ai militanti della lotta armata. Quando la storia si trasforma in noir, il racconto può avvalersi di facili licenze narrative e trascurare il rigore cronologico degli eventi, fino a dimenticare che negli anni 70 la Francia era sotto la presidenza di Giscard D’Estaing.
Durante la guerra d’Algeria, l’Italia aveva sempre rifiutato di estradare i militanti dell’Oas e dell’Fln. Jean-Jacques Susini, coinvolto nell’attentato del Petit Clamart contro De Gaulle, rimase per molti anni sotto la protezione della polizia italiana. Non per questo il nostro paese venne accusato di essere una base antifrancese. Negli anni 80, Mitterrand ripagò l’Italia con la stessa moneta. Di fronte al flusso di rifugiati politici che traversavano le Alpi, fece del suolo francese una sorta di camera di decompressione del conflitto che dilagava in Italia, rifiutando le estradizioni nell’attesa di un’amnistia. «Al di la della risposta giudiziaria – ha spiegato una volta Louis Joinet, vero architetto di questa politica d’asilo (Libération del 23 settembre 2002) – si trattava di facilitare il cammino di chi tentava di uscire dalla lotta armata per andare verso una soluzione politica. L’importante era di non marginalizzare quelli che avevano una riflessione politica».
Per il giudice Rosario Priore, autore della postfazione, le cose non stanno affatto così. Deciso a seguire le tracce de l’abbé Augustin Barruel, afferma: «Con ogni probabilità il cervello parigino è esistito, agendo in perfetta intesa con le autorità di quel paese, come hanno provato le inchieste romane». L’istituto di lingue Hyperion avrebbe rimpiazzato la loggia degli Illuminati di Baviera. Ragione che lo spinse a sospettare dell’abbé Pierre, una delle personalità francesi più note, mentre il suo collega Ferdinando Imposimato voleva spiccare un mandato di cattura contro lo stesso Joinet, consigliere giuridico di Mitterrand. 9782755700206
Nel pamphlet scritto per denunciare la campagna di sostegno condotta dalla sinistra e da una parte degli intellettuali francesi contro l’estradizione di Cesare Battisti, chiesta dall’Italia nel febbraio 2004, Guillaume Perrault, convinto che «mai democrazia sia stata così liberale nell’affrontare il terrorismo», si dilunga nel descrivere un’Italia paradisiaca, vero giardino di giustizia e di diritto, rappresentazione che non coincide affatto con l’opinione della destra italiana a cui il suo quotidiano fa riferimento. Preso dall’entusiasmo del neofita, per giustificare il fondamento delle estradizioni richieste contro i fuoriusciti, spiega le meraviglie del rito semi-accusatorio, introdotto nel processo penale italiano con la riforma del 1989 e più volte ritoccato. Dimentica però di precisare che tutti i maxi processi per «terrorismo» sono stati condotti col vecchio rito istruttorio e che l’Italia è il paese più sanzionato dalla corte di giustizia di Strasburgo. Crede – per averlo letto da magistrati come Bruti Liberati – che si possa parlare di giustizia d’emergenza solo in presenza di corti speciali, che l’Italia non ha introdotto, e non sa che l’emergenza può darsi anche attraverso la produzione di una legislazione speciale, che mai abolita trasforma l’eccezione in regola. Come è accaduto fin dalla fine degli anni 70 e come la Corte costituzionale ha riconosciuto, giustificando l’adozione da parte del governo e del parlamento di una legislazione d’eccezione mai emendata. Ripercorre, quindi, la selva di prese di posizione sulla vicenda che gli intellettuali della rive gauche, e molti esponenti della letteratura noir, hanno preso – in realtà – a danno di Battisti stesso e degli altri rifugiati, un po’ come la medicina che uccide il malato. Perrault ha facile gioco nel ridicolizzare l’improvvisata ricostruzione storica degli anni 70 proposta da questi intellettuali. Emergono toni che trasudano risentimento, stucchevoli accenti da letteratura termidoriana, commenti codini e farisei, grottesche uscite scandalizzate che ricordano i gridolini d’orrore di madame la marquise, e argomenti che ricordano le accuse del Merlo, una gazzetta che l’Ovra (la polizia segreta fascista) pubblicava a Parigi per calunniare e denigrare i rifugiati antifascisti. Tratti di un generone cialtronesco che straparla senza pensare. Non sfugge al giornalista una recensione, apparsa su Libération dell’8 ottobre 1998 che, recensendo un libro di Battisti, presenta l’insurrezione sociale degli anni 70 come: «l’epopea di una generazione d’Italiani in secessione armata contro una società che non riconoscono più come la loro, raccontata sullo sfondo di un susseguirsi di rapine, alcool e donne[…] Il protagonista va alla guerra come all’amore, quasi fosse un solitario Don Giovanni».
Per spiegare la folgorazione della sinistra francese più snob verso questa caricatura culturale e politica degli anni 70, l’ex ambasciatore Martinet (autore della prefazione) evoca il «complesso del Marrano». Alla stregua di quegli ebrei spagnoli che per sfuggire alle persecuzioni si convertirono al cattolicesimo, rimanendo tuttavia intimamente fedeli alla vecchia religione, la sinistra francese orfana della rivoluzione cercherebbe ancora dei simboli capaci di rinfocolare i vecchi ideali di gioventù. Per Martinet si tratta ovviamente di un abbaglio sconcertante, che testimonierebbe della persistenza di un arcaismo politico novecentesco dentro la sinistra francese, causa di un clamoroso malinteso che l’avrebbe condotta a prendere lucciole per lanterne e chiamare «rivoluzionari» dei semplici «criminali». La controprova sarebbe venuta dalla reazione indignata della sinistra italiana, ai suoi occhi ben più moderna, riformista e liberale. L’ex ambasciatore di Palazzo Farnese guarda senza dubbio con favore al modello social-liberale blairiano, è singolare dunque che non si accorga di come il primo ministro inglese non abbia esitato a sporcarsi le mani con il conflitto irlandese, negoziando con l’Ira, liberando tutti i prigionieri politici, anche quelli con reati di sangue (e l’Ira, come gli altri gruppi irridentisti cattolici o protestanti, metteva le bombe), e stabilito le tappe di un processo politico che ha condotto alla fine del conflitto. In Italia, invece, il tanto decantato Blair viene guardato dai liberali e social-liberali di sinistra come di destra soltanto per le sue politiche di liberalizzazione e privatizzazione economica e sociale. resizephp2
Martinet compie anche altre omissioni, dimentica così di spiegare come dietro i rimproveri stizziti piovuti dai cugini d’Oltralpe, ci fosse una sindrome altrettanto curiosa: quella dell’«album di famiglia». Per fare fronte alla perenne carenza di legittimazione istituzionale, la sinistra italiana è posta di fronte alla continua necessità di far dimenticare il proprio passato. Le polemiche seguite all’apparizione del volume di Mirella Serri, I Redenti, hanno ricordato come una buona parte dell’intellighenzia ex comunista abbia vissuto diverse vite, passando il proprio tempo a cancellare le precedenti: dal fascismo della gioventù, al comunismo della maturità, al post o all’anticomunismo della senescenza. In un simile contesto culturale, appare chiaro allora perché i prigionieri e i rifugiati degli anni 70 debbano continuare ad essere relegati nel ruolo di capri espiatori, inchiodati ad una funzione cristica: pagare per tutti «la tragedia del Novecento», rispettando alla lettera il rito della esportazione della colpa.
Racconta ancora Perrault che nel pieno delle feroci polemiche che la stampa italiana aveva lanciato contro la sinistra francese, il sindaco di Roma Walter Veltroni si sarebbe precipitato a telefonare al suo omologo parigino, Bertrand Delanoë, per dissuaderlo dall’appoggiare Battisti. Un’ammirevole sensibilità etica che gli era mancata quando, direttore dell’Unità, fece campagna per la liberazione di alcuni neofascisti rei confessi di una decina di omicidi (e formalmente condannati anche per la strage di Bologna – che Perrault mette sul conto dei gruppi armati di sinistra). La clemenza, sembra dire Veltroni col suo gesto, vale per gli avversari della sponda avversa, non per quelli alla propria sinistra. Ma il doppio linguaggio venuto dall’Italia nei mesi di astiose polemiche sul caso Battisti non termina certo qui. Tra i giustizialisti della sinistra favorevoli alle estradizioni, viene citato anche Antonio Tabucchi, sublime personaggio che eccelle nell’arte di selezionare i pentiti: cattivi quelli che accusano i propri amici (Sofri); buoni quelli che chiamano in causa i nemici (Andreotti o Battisti). Dalle fila della magistratura non sono venuti discorsi migliori: mentre il segretario dell’Anm denunciava «i progetti di fascistizzazione dell’ordinamento giudiziario», fuori d’Italia ci si indignava con gli esponenti della rive gauche che ripetevano ingenuamente quanto letto sulla stampa della sinistra italiana. La destra non era da meno, in casa accusava la magistratura di totalitarismo, ma all’estero pretendeva che le sue sentenze fossero venerate, salvo evidentemente quando queste riguardavano Berlusconi.
Sembra finita qui, e invece ecco emergere un retroscena ancora più inquietante: il 13 giugno 2003, il magistrato della procura antiterrorismo di Parigi, Gilbert Thiel, aveva organizzato insieme alla Direzione nazionale antiterrorismo una retata che sarebbe dovuta scattare il successivo lunedì 23. L’obiettivo era quello di arrestare tre fuoriusciti, tra cui Battisti, insieme ad altri due italiani non latitanti, Maj e Czeppel, i soli che di fatto poi vennero catturati. Un’operazione concordata con i vertici del Viminale e la collaborazione della procura bolognese. L’intera operazione era finalizzata a propagandare un legame diretto con l’arresto, avvenuto nel marzo precedente, di una militante del gruppo autore degli attentati D’Antona e Biagi e validare così la leggenda della «centrale francese», proprio mentre questa era clamorosamente smentita dalle indagini. L’intervento di Chirac che, dopo l’estradizione lampo organizzata dal suo rivale Sarkozy, nell’agosto 2002, aveva accentrato i fascicoli sui rifugiati italiani sotto il controllo dei suoi uffici, fece saltare tutto. Il presidente della repubblica francese, infatti, temeva che la retata venisse interpretata come un regalo a Berlusconi che il primo luglio avrebbe assunto, tra i clamori mediatici della grande operazione antiterrorismo, la presidenza della Ue.

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Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico

Qualche breve cenno bibliografico per districarsi con un po’ d’intelligenza tra i deliri complottistici e le menzogne costruite attorno alla storia del rapimento Moro

Libri – Marco Clementi, La pazzia di Aldo Moro (Rizzoli 2006, Rizzoli ora in BUR) Vladimiro Satta, Odissea del caso Moro. Viaggio controcorrente attraverso la documentazione della commissione stragi, Edup, Roma 2003, pp. 445, euro 16

Paolo Persichetti
Liberazione
domenica 28 settembre 2003

copj13-1-asp1Il tema della cospirazione ha dominato la letteratura storica dell’Italia recente. Concetti come “potere invisibile” o “Stato parallelo” sono entrati nel lessico corrente, ispirando ricostruzioni in cui la storia del dopoguerra viene interpretata unicamente come la trama oscura di un “doppio Stato”. Nel fitto intreccio di misteri e segreti intessuto da una fantasiosa pubblicistica, più vicina al mondo del romanzo giallo che a quello della ricerca socio-storica, il caso Moro più di ogni altro episodio ha alimentato la retorica del complotto. I primi segni di insofferenza nei confronti di questa vulgata dietrologica, che ha relegato la storiografia italiana contemporanea in una posizione periferica rispetto a quella di altri paesi europei, sono venuti da storici di scuola liberale come Giovanni Sabbatucci, “I misteri del caso Moro”, in Miti e Storia dell’Italia unita, Il Mulino 1999. Un risveglio storiografico che era stato preceduto dai sia pur parziali lavori di sociologia editi sempre dal Mulino nel corso degli anni 90, a cura di Raimondo Catanzaro e Donatella Della Porta. Ma la vera svolta è arrivata con il pionieristico lavoro di revisione storiografica realizzato da Marco Clementi, autore di una monografia sul rapimento Moro, La “pazzia” di Aldo Moro, Odradek 2001 (poi ristampato dalla Rizzoli). Storico di matrice culturale opposta a quella di Sabbatucci, Clementi evidenzia l’inconsistenza delle tesi del complotto architettato contro il Pci.
Questa giovane scuola storiografica si arricchisce oggi del fondamentale contributo fornito da Vladimiro Satta, documentarista del Senato incaricato 8817010359di seguire i lavori della commissione stragi dal 1989, Odissea del caso Moro, Edup 2003, euro 16,00. Fino ad oggi le tesi complottistiche si erano avvalse di una copiosa serie di analisi di dettaglio, di fatto poco accessibili e per questo al riparo delle molte possibili contestazioni. A ben guardare il vero mistero restavano le fonti dei teorici del mistero. Si pensi ai numerosi lavori pubblicati dall’ex senatore ad ex membro della Moro, Sergio Flamigni, che hanno largamente ispirato tutta la successiva narrazione dietrologica, fino al recente thriller Piazza delle cinque lune. Acquisizioni parziali, ricostruzioni lacunose, errori, manipolazioni, invenzioni, sentito dire, correlazioni arbitrarie, affermazioni ipotetiche, false equazioni, hanno nutrito per decenni le precostituite tesi cospirative. Mentre in passato la residua critica storiografica si era concentrata essenzialmente, attraverso il vaglio di inchieste altrui, sulle incongruenze logiche e la natura perfettamente reversibile delle tesi del complotto, il libro di Satta ribalta lo schema fornendo la più completa indagine documentale fino ad oggi disponibile. Accade così che gli esegeti della superstizione storiografica, gli alchimisti del complotto, i dietrologi di ogni natura e colore, 2566301esperti nell’arte di prevedere il passato, ne escano malconci. Grazie ad un sistematico e meticoloso lavoro di analisi e verifica documentale, vengono affrontate tutte le questioni irrisolte nonché le diverse tesi cospirative con relative varianti. Dopo aver passato al setaccio la pista atlantica, quella dell’Est e quella israeliana, l’autore conclude sulla decisione indipendente e sulla capacità autonoma delle Br nel rapire Moro.
Non trovano alcun riscontro, infatti, le tesi della “infiltrazione” durante il sequestro, né quella della “eterodirezione” (avanzata a suo tempo da Giuseppe Vacca) sia nella versione pregressa al rapimento che in quella successiva. Allo stesso modo sono prive di conferme la “teoria del doppio delitto” e quella del “doppio ostaggio”, cara all’ex presidente della commissione stragi, Giovanni Pellegrino.
Infinite sono le occasioni in cui la verità dei fatti viene ripristinata su aneddoti e dettagli che in passato, grazie al loro travisamento, erano divenuti pietre miliari del complotto. Valga per tutti l’episodio della doccia di via Gradoli, sul quale si è 9788806157395gcostruito per anni un edificio di strumentali congetture in continuo divenire. Sarebbe bastato osservare le foto della scientifica (da tutti trascurate) per constatare come il tubo della doccia fosse correttamente al suo posto e non disposto, come si è sempre maliziosamente postulato, in modo da provocare una volontaria perdita d’acqua (dovuta in realtà ad una banale quanto fatale dimenticanza del rubinetto aperto) che conducesse alla scoperta della base.eseguendo-la-sentenza Terminata la lettura del volume resta comunque in piedi una domanda: sarà sufficiente questo mastodontico lavoro di confutazione dettagliata e pignola per mettere a tacere definitivamente le tesi cospirative ed aprire la strada ad una matura stagione storiografica?
La risposta forse la si trova nello stesso volume di Satta (pp. 430). Infatti quando si appurò che il quarto uomo di via Montalcini, dove era stato nascosto Moro, non era affatto la tanto evocata “entità superiore”, il “livello occulto”, l’emissario di una potenza straniera”, ma “Gulliver”, al secolo Gennaro Maccari, ex militante di Potere operaio divenuto brigatista (si leggano in proposito la sua testimonianza raccolta da Giovanni Bianconi in, Mi dichiaro prigionieri politico. Storie delle Brigate rosse, Einaudi 2003; e Aldo Grandi, Il partito dell’insurrezione, Einaudi 2003), Sergio Flamigni sentenziò «se lui è il quarto uomo, allora erano cinque» (l’Unità 20 giugno 1996).
Purtroppo ci sarà sempre un uomo in più da scovare, mancherà comunque il personaggio decisivo, perché le teorie cospirative hanno un bisogno perenne di alibi che rendano le smentite ineffettuali. La retorica del complotto si alimenta di un pensiero circolare che rifiuta intromissioni perché prescinde dal fatto sociale. Per questo i modelli di cripto-storia non recepiscono la confutazione, ma introducono continuamente nuovi livelli di cospirazione. Benché decisivo per il rilancio della storiografia sugli anni 70, il libro di Satta rischia di restare isolato finché non si metterà mano ad una indagine che ricostruisca le matrici culturali ed i meccanismi ideologici che hanno consentito la diffusione delle teorie cospirative come spiegazione della realtà, facendone addirittura un elemento identitario della cultura di sinistra. E pensare che le moderne teorie del complotto hanno avuto origine in quell’abbé Barruel, esponente dell’emigrazione controrivoluzionaria che nel 1798 pubblicò un pamphlet sulle cause della rivoluzione francese spiegate attraverso il complotto ordito da logge massoniche infiltrate dai giacobini. Se non altro questo illustre precedente storico ci aiuta a capire quali sono gli schieramenti che si affrontano sui due lati della barricata.

Per saperne di più
La dietrologia nel rapimento Moro
Lotta armata e teorie del complotto
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Italie, le thème du complot dans l’historiographie contemporaine – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori
Ci chiameremo la Brigata rossa – Vincenzo Tessandori
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella Paolo Persichetti
Il caso Moro – Paolo Persichetti
Storia della dottrina Mitterrand – Paolo Persichetti