La Francia rinuncia all’estradizione di Marina Petrella

Sarkozy recupera la dottrina Mitterrand

Paolo Persichetti

Liberazione 14 ottobre 2008


Il presidente della repubblica francese Nicolas Sarkozy ha chiesto al suo primo ministro François Fillon di ritirare il decreto di estradizione firmato il 3 giugno 2008 nei confronti di Marina Petrella, l’ex brigatista riparata in Francia nel 1993. È quanto comunicato nella giornata di domenica da una nota dell’Eliseo, dopo che il Journal du dimanche aveva anticipato la notizia.
L’annullamento del decreto chiesto dal capo dello Stato francese è stato possibile grazie all’applicazione della «clausola umanitaria», iscritta in calce alla convenzione europea sulle estradizioni del 1957, firmata proprio a Parigi. La notizia era nell’aria da tempo. Infatti, nonostante la scarcerazione per motivi di salute avvenuta lo scorso mese di agosto e il ricovero presso l’ospedale psichiatrico saint-Anne di Parigi, le condizioni della Petrella non erano affatto migliorate. Arrestata nei locali del commissariato di Argenteuil nell’agosto 2007, dove era stata convocata per delle questioni amministrative, le sue condizioni d salute erano progressivamente precipitate.
In una intervista rilasciata al quotidiano Le Figaro del 30 settembre, il suo avvocato Irène Terrel spiegava che solo da poco la sua cliente aveva accettato di alimentarsi con una sonda, cessando così di perdere peso. Tuttavia il suo quadro clinico perdurava molto grave, come spiegavano i medici. Lo stesso Sarkozy ha avuto modo di precisare che prima di prendere la decisione finale ha parlato col medico curante della Petrella, il professor Rouillon. Il primario del servizio medico che ha accolto l’esule italiana ha ribadito che la profonda depressione di cui è sofferente è tale da mettere in pericolo la sua sopravvivenza.
Nell’intervista, l’avvocato Terrel lasciava intendere di aver riscontrato «una volontà politica di avanzare nella soluzione del caso». L’esito positivo della vicenda è stato preannunciato mercoledì scorso all’interessata dalla consorte di Sarkozy, Carla Bruni, insieme alla sorella, Valeria Bruni Tedeschi, entrambe personalmente impegnate nella soluzione del caso, ma solo sabato 11 la notifica ufficiale è pervenuta direttamente in ospedale.
Nonostante le autorità di Parigi abbiano più volte ribadito che la scelta di rinunciare all’estradizione sia stata dettata «unicamente dalle condizioni di salute» della Petrella e che si tratti dunque di una scelta singolare, è innegabile la portata politica che la decisione riveste. Al di là del gossip che circonda alcuni aspetti della vicenda e delle ragioni umanitarie che si attagliano al caso specifico, la rinuncia all’estradizione rappresenta una svolta significativa che ripristina la situazione antecedente al 2002. Dopo due anni di presidenza Sarkozy ha stabilizzato il suo potere. L’opposizione è ben lontana dall’insidiarlo, nel frattempo ha interamente riformato il comparto della sicurezza. Eliminati i renseignements généraux, che l’avevano danneggiato, a capo della polizia, dei servizi interni ed esterni, ha piazzato uomini fidati. Difficile che si riapra il dossier dei rifugiati italiani senza il suo accordo. In passato invece non aveva esitato ad utilizzarli per farsi strada. È stato Il primo ad infrangere con successo la dottrina Mitterrand.

Al di là delle polemiche ciò che in Italia non si riesce a comprendere è il fatto che in Francia l’asilo è un valore costituzionale iscritto nella tradizione giuridica, dalla costituzione del 1789 a quella della quinta repubblica. Che in Sarkozy si fosse fatta strada una consapevolezza diversa del problema, più politica e meno strumentale, lo si era capito già dai passaggi della lettera a Berlusconi in cui chiedeva a questi di farsi latore della domanda di grazia per la Petrella. La distanza pluridecennale dai fatti contestati, 27 anni, venivano letti come un tempo sufficiente lungo per storicizzare un’epoca di conflitto, quale che fosse il giudizio portato su di essa.
Resta da capire quanto il clima sia cambiato in Italia. Non ci sono state fino ad oggi reazioni ufficiali del governo. «Gli italiani sono stati sempre tenuti al corrente, non credo ci sia mai incomprensione quando c’è una ragione umanitaria», ha spiegato lo stesso Sarkozy. Reazioni sono venute da alcune associazioni delle vittime e sindacati di polizia vicini alla destra. Tra le fila della politica reazioni sparpagliate un po’ su tutti i fronti per censurare la rinuncia all’estradizione, in buona compagnia con quanto dichiarato in Francia dalla vicepresidente del Fronte Nazionale, Marine Le Pen, che ha ironizzato sulla decisione. Ad ognuno gli amici che merita.

Francia, la magistratura congela la chiusura degli anni di piombo

Per una intervista al settimanale l’Express, sospesa la semilibertà a Jean-Marc Rouillan, cofondatore di Action directe

di Paolo Persichetti

Liberazione 10 ottobre 2008

La sintesi di una intervista anticipata mercoledì 1 ottobre sul sito internet del settimanale L’Express è costata la sospensione della semilibertà a Jean-Marc Rouillan, cofondatore di Action directe, il gruppo armato dell’estrema sinistra francese attivo negli anni 80. La misura sospensiva emessa dal magistrato di sorveglianza è intervenuta su richiesta della procura generale di Parigi, titolare in materia di antiterrorismo, che ha domandato la revoca della misura prim’ancora che il testo integrale dell’intervista apparisse nelle edicole.
Dal 2 ottobre Rouillan è di nuovo rinchiuso nel carcere marsigliese delle Baumettes, da dove usciva ogni mattina per raggiungere il suo posto di lavoro presso la casa editrice Agone, in attesa che il prossimo 16 ottobre il tribunale di sorveglianza si pronunci sulla legittimità della richiesta di revoca. All’ex militante di Action directe, la cui domanda di liberazione condizionale doveva essere esaminata il prossimo dicembre, la procura contesta alcune frasi contenute nell’intervista uscita in contemporanea anche sulle pagine di Libération il 2 ottobre. L’anticipazione dell’Express ha bruciato sui tempi il quotidiano parigino che non ha mancato di sollevare una piccola polemica rilevando il carattere «un po’ delinquenziale» di chi dietro la frenetica caccia allo scoop ha innescato un artificioso caso mediatico sulla pelle di un ergastolano. Ed in effetti l’intera vicenda puzza di strumentalizzazione costruita ad arte.
Secondo la procura, Rouillan avrebbe «infranto l’obbligo di astenersi da qualsiasi tipo d’intervento pubblico relativo alle infrazioni per le quali è stato condannato». Condizione che gli era stata imposta al momento della concessione della semilibertà nel dicembre 2007, dopo aver trascorso 20 anni di reclusione tra isolamento e carceri speciali. Il suo avvocato, Jean-Louis Chalanset, contesta però questa interpretazione che considera «infondata giuridicamente». E non ha tutti i torti perché gran parte delle risposte fornite dall’ex esponente di Ad riguardano, in realtà, la sua adesione al processo costituente del Nuovo partito anticapitalista che sta raccogliendo attorno a se la galassia della sinistra sociale e antagonista francese. Ingresso di cui aveva parlato la stampa la scorsa estate dopo un incontro avuto con Olivier Besancenot, il porta parola della Lcr che da mesi svetta nei sondaggi ed ha promosso questo processo d’unificazione.
«Dopo 22 anni di carcere – dichiara l’ex membro di Ad – ho bisogno di parlare, di apprendere di nuovo dalle persone che hanno continuato a lottare in tutti questi anni (…) la mia adesione è una scelta individuale». Che lo scandalo suscitato dalle sue parole sia il prodotto di una manipolazione emerge chiaramente dal raffronto dei due diversi resoconti realizzati dai giornalisti che l’hanno incontrato, Michel Henry di Libération e Gilles Rof dell’Express. Nel testo apparso su Libération vengono riportate delle affermazioni estremamente posate. Rouillan spiega come s’immagini «semplice militante di base. L’epoca dei capi è finita. Sono entrato nell’Npa per imparare dagli altri. Vorrei che dimenticassero chi sono». Ben 11 delle 20 domande riportate sull’Express insistono sulle ragioni di quest’adesione, dunque sul presente, non sul passato. Rouillan non si sottrae però a domande più difficili e spiega a Libération che seppur «assumo pienamente la responsabilità del mio percorso, non incito però alla violenza (…) se lanciassi un appello alla lotta armata commetterei un grave errore». Quando viene incalzato precisa che «il processo della lotta armata per come si è manifestato dopo il 68, nel corso di un formidabile slancio di emancipazione, non esiste più». E di fronte alle ulteriori, e a questo punto tendenziose insistenze del giornalista dell’Express, puntualizza che «quando ci si dice guevarista [il riferimento è a un’autodefinizione di Besancenot, Ndr] si può rispondere che la lotta armata è necessaria in determinati momenti storici. Si può avere un discorso teorico senza per questo fare della propaganda all’omicidio». Nel resto dell’intervista descrive sommariamente la sua concezione conflittuale della lotta politica e il senso di smarrimento di fronte ai disastrosi mutamenti della società scoperti dopo l’uscita dal carcere. Ricorda infine che degli ultimi 4 prigionieri di Ad, una di loro è morta e due sono gravemente malati, risultato dei durissimi anni di detenzione subiti.
Insomma nonostante lo sforzo di fargli dire dell’altro, Rouillan è chiaro. Tuttavia la procura e subito dietro i commentatori della stampa di destra come di sinistra, la presidente di Sos-attentats, un’associazione di vittime del terrorismo, hanno duramente stigmatizzato le sue parole denunciando l’assenza di rimorsi, la mancanza di una richiesta di perdono, intimando a Besancenot di liberarsi di una presenza ingombrante, equivoca, «ripugnante».
Eppure se ci si sofferma qualche istante sull’intervista, ci si accorge che Rouillan non ha fatto altro che attenersi alle prescrizioni del magistrato: «Non ho il diritto di esprimermi sull’argomento… – dice – ma il fatto che non mi esprima è già una risposta. È evidente che se mi pentissi del passato potrei esprimermi liberamente. Ma attraverso quest’obbligo al silenzio s’impedisce alla nostra esperienza di tirare un vero bilancio critico».
Il direttore della redazione dell’Express, Christophe Barbier, alla notizia dell’intervento della procura ha reagito spiegando che se il bilancio di Action directe è «indifendibile», Rouillan è comunque «un cittadino che continua a pagare il suo debito con la società» e ha «diritto alla libertà di espressione». Gilles Rof, il giornalista freelance che ha ceduto il suo pezzo all’Express, si è detto «scioccato» dalla reazione della magistratura e dal cortocircuito mediatico che ha deformato le affermazioni di Rouillan, rivelando che questi per ben due volte in passato aveva rifiutato l’intervista per alla fine accettare a condizione di rileggerne il testo prima della pubblicazione. «Non ha mai detto che non esprimeva rimorso per l’uccisione di Georges Besse [il presidente-direttore generale della Renault ucciso nel 1986, Ndr]. Anzi ha riscritto con cura la risposta per dire che non aveva il “diritto di esprimersi” non che non poteva esprimersi». Benché non avesse concordato domande sui fatti oggetto della condanna, Rof sostiene che evitare l’argomento avrebbe posto una questione di credibilità all’intervista.
Niente di quanto abbia fatto Rouillan durante la semilibertà, o detto nell’intervista, risulta reprensibile. Tra i requisiti previsti dalla legge francese non vi è alcun obbligo di regret, ovvero d’esprimere ravvedimento. Le condizioni poste riguardano invece la verifica della cessata pericolosità sociale e gli obblighi civili di risarcimento. In realtà Rouillan quando sottolinea che il silenzio imposto sui fatti sanzionati dalla legge impedisce la possibilità di una vera rielaborazione critica e pubblica del proprio percorso, mette il dito nella piaga. Sono gli ostacoli frapposti al lavoro di storicizzazione, che presuppone un dibattito pubblico senza esclusioni e preclusioni, che impediscono il processo di oltrepassamento relegando un periodo storico negli antri angusti dei tabù sacralizzati, dell’indicibile se non nella forma dell’esorcismo che ha solo due forme espressive: l’anatema o il pentimento. Qualcosa di simile sta accadendo anche in Italia, dove il paradigma del complotto che ha imperversato per due decenni è stato soppiantato dalla demonizzazione pura e semplice. Così oggi Rouillan rischia di essere ricacciato negli inferi del fine pena mai sulla base di una mancata abiura. Delitto teologico che già ha fatto parlare alcuni di «reato d’opinione reinventato» (Daniel Schneiderman su Libération del 6 ottobre).
Questo intervento della magistratura sembra dare voce al dissenso di una parte degli apparati, e probabilmente di una parte dello stesso ministero della Giustizia, verso la politica messa in campo nei confronti dei residui penali dei conflitti politico-sociali degli anni 70-80. Infatti, dopo una iniziale politica di segno opposto, Nicolas Sarkozy è sembrato rendersi conto – forse anche sulla scia della vicenda Petrella – dell’utilità che poteva rappresentare la chiusura degli «anni di piombo». Sono altre le emergenze che preoccupano il presidente francese. Le nuove politiche sicuritarie si indirizzano altrove: migranti, banlieues, integralismo islamico. I residui penali del novecento rappresentano una zavorra anche per la visibilità sociale dei vecchi militanti incarcerati, sostenuti da una parte della società civile che ne chiede da tempo la scarcerazione. Così il 17 luglio scorso è stata concessa la liberazione condizionale a Nathalie Ménigon, anche lei membro di Action directe e con diversi ergastoli, in semilibertà da un anno. Prima di lei, Joëlle Aubrun, arrestata nel 1987 con Rouillan, Ménigon e Georges Cipriani, aveva ottenuto negli ultimi mesi di vita la sospensione della pena a causa delle gravi condizioni di salute.
Nel quadro delle prescrizioni indicate dalla nuova legge sulla «retenzione di sicurezza» (vedi Queer del 13 luglio 2008), Georges Ibrahim Abdallah, Régis Schleicher, Georges Cipriani, Max Frérot, Emile Ballandras, tutti prigionieri politici con oltre 20 anni di carcere sulle spalle, sono stati concentrati nell’istituto penitenziario di Fresnes, nella periferia sud di Parigi, dove è presente il centro d’osservazione nazionale incaricato di valutare la pericolosità sociale dei detenuti prima che questi vengano ammessi al regime in prova della semilibertà e successivamente in libertà condizionale.
A questo punto la decisione che dovrà prendere la magistratura di sorveglianza il prossimo 16 ottobre non investe solo la sorte di Rouillan, ma il destino dell’intera “soluzione politica”. Intanto oggi e domani si tiene a Parigi un convegno di studi organizzato da uno degli istituti universitari più prestigiosi, la grande école di science po, sostenuto dall’istituto culturale italiano, il comune di Parigi, dedicato a «L’Italia degli anni di piombo: il terrorismo tra storia e memoria». Che sia utile a far riflettere i giudici?

Gli angeli e la storia

Libri – Il nemico inconfessabile. Sovversione sociale, lotta armata e stato di emergenza in Italia dagli anni Settanta a oggi, Odradek 1999

di Paolo Persichetti e Oreste Scalzone

 1. Il processo Sofri è il risultato di un inusitato errore giudiziario? Oppure la prova ennesima di un modello giudiziario, di un nuovo paradigma indiziario che è presente nella società italiana ormai da un ventennio? Il primo omicidio politico di sinistra in Italia è stato l’attentato al commissario Calabresi. Un’azione che anticipa di quattro anni la decisione delle Br di «alzare il tiro» (1976).(1) L’attentato Calabresi impedisce di separare la storia degli anni 70 in due momenti distinti e, inamovibile come una montagna, è li a ricordare che a praticare livelli illegali e armati non c’erano solo i gruppi dichiaratisi combattenti fin dall’inizio. Per questo motivo Ovidio Bompressi(2), Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri sono gli ostaggi della cattiva coscienza di un’intellighenzia di sinistra che ha condotto fino al parossismo l’occultamento di una parte della storia degli anni 70. Sacrificati sull’altare di una innocenza assoluta, necessaria al bisogno d’innocenza di altri, sono vittime della linea di difesa scelta, e dell’arroganza della campagna di sostegno condotta in loro favore.

2. Poco dopo la sentenza definitiva della Cassazione(3) e l’incarcerazione di Bompressi e Sofri (Pietrostefani stava preparando il suo rientro dalla Francia)(4), l’italianista Jacqueline Risset invitava gli intellettuali francesi a intervenire sul caso Sofri. Nel suo articolo citava il giudice di Cassazione, Alfonso Malinconico, il quale aveva invitato a esaminare il caso Sofri «con molta attenzione», perché «situato socialmente e storicamente in una visione che non ha niente a che vedere con quella dei magistrati». Nel tentativo di delucidare il contesto in cui si era svolto, nel 1972, l’omicidio del commissario Calabresi, per il quale Sofri è stato condannato, Risset ricordava la «strategia della tensione»(5). Nessuna parola era impiegata per descrivere la dimensione radicale e l’estensione dei movimenti sociali di quel periodo, nelle fabbriche (occupazione della Fiat), nei quartieri popolari delle grandi città. Tuttavia, Lotta continua, all’inizio degli anni 70, era tra i protagonisti di queste lotte. Nessun cenno, inoltre, sull’uso generalizzato e sistematico che dei pentiti è stato e viene fatto, nella quasi totalità delle inchieste e dei processi, e sul modello giudiziario d’eccezione, di cui lo stesso Sofri ha finito per essere un’ulteriore vittima. La breve ricostruzione fatta da Risset gettava un’ombra che faceva apparire il caso Sofri come il risultato di una macchinazione: ultimo soprassalto di qualche rete residuale dei servizi segreti della prima Repubblica, paradossalmente presentata come alleata di quella stessa magistratura che l’ha affondata a colpi d’inchieste anticorruzione.

3. Lo storico Carlo Ginzburg, nel suo libro(6) sull’argomento, non esclude completamente l’ipotesi del complotto, ma in assenza di prove si attiene all’errore giudiziario, poiché non vuole avanzare «sul terreno delle congetture». Come egli stesso ammette: «Per parlare di dolo (che in questo caso implicherebbe anche, necessariamente, un complotto), ci vogliono delle prove irrefutabili. Io non ne ho».(7) “Insostenibile” però non vuole dire “impensabile”. E nel libro vi è ben più che un’allusione all’ipotesi del complotto, tant’è che Ginzburg stesso riferisce del dissenso che sul tema ha con Adriano Sofri.(8) Il complotto, la «teoria dei complotti», è per Ginzburg un modello ontologico valido seppur solo a certe condizioni.(9) Dimostrando efficacemente le «inquietanti coincidenze» del processo Sofri con i procedimenti dell’inquisizione, anch’egli rifiuta di trarre delle più ampie conclusioni sul sistema giudiziario dell’emergenza. Le frequentazioni con le «radici del paradigma indiziario» non lo hanno reso avvertito del fatto che un procedimento può essere l’indizio di un sistema ben più ampio. Per Ginzburg il solo «processo alle streghe» dell’Italia moderna è quello Sofri.(10)

4. Ma tra le differenti caratteristiche che distinguono l’attività dello storico da quella del giudice vi è l’analisi del «contesto», ovvero la presa in considerazione della dimensione storico-sociale da cui la ricerca storica non può in alcun momento prescindere, a differenza dell’attività giudiziaria che si occupa prioritariamente dell’azione individuale, cercando di definirne le singole responsabilità e i relativi risvolti penali, e solo secondariamente – in modo del tutto discrezionale – della dimensione storico-sociale (con strumenti di conoscenza e comprensione che restano largamente inadeguati). Perché, dunque, questa ossessiva reductio ad unum dell’intera impalcatura politico-giudiziaria che ha dato luogo al processo e alla condanna di Sofri e compagni? Perché questa volontà di circoscrivere la vicenda del processo Sofri alla dimensione del semplice errore giudiziario? Perché altrove il lavoro di analisi dei meccanismi dell’inquisizione del Cinquecento e del Seicento porta Ginzburg a non soffermarsi di fronte alle sole implicazioni metodologiche ma a indagare oltre, per ricercarne le implicazioni politiche, le complesse e profonde interrelazioni con la dimensione delle mentalità, per arrivare così a descrivere i meccanismi di una struttura che agisce come sistema e che svolge una decisiva funzione di controllo e repressione sociale? Sarebbe esatto considerare l’inquisizione come la semplice addizione di un gran numero di processi a streghe, maghi ed eretici impenitenti? Una somma incredibile di errori giudiziari che traversarono due secoli e diversi paesi d’Europa senza legami l’uno con l’altro? Sarebbe giusto considerare questa dimensione spaziale e temporale comune come un fatto puramente accidentale? Tutte le ricerche degli storici in materia, oltre che quelle pregiate di Ginzburg(11), mostrano il contrario. Allora, perché di fronte a un fatto come il processo Sofri, uno storico così avvertito viene meno, in modo tanto palese, al rigore del suo mestiere? Alla fine del suo libro, Ginzburg, districandosi tra storici e giudici che cercano la prova delle streghe, arriva soltanto a scoprire l’esistenza degli angeli. Angeli speciali che hanno sorvolato la storia degli anni 70.

5. La ragione la si ritrova nella scelta differenzialista che si iscrive dentro una lunga polemica sull’interpretazione e la legittimità delle anime politiche e culturali protagoniste del 68, nel tentativo di affermare una sorta di “qualità”, di “essenza”, di “specificità intrinseca”, che avrebbe fatto di Lotta continua una formazione oggettivamente incompatibile con la violenza politica e l’omicidio, in un contesto storico dove altri a sinistra, al contrario, hanno riconosciuto o rivendicato questo tipo di compatibilità. Tra i molti sostenitori di questa tesi vi sono Jean-Luis Fournel et Jean-Claude Zancarini, che in un articolo uscito su Les Temps Modernes,(12) si preoccupano degli effetti storiografici che il processo Sofri provoca nell’interpretazione delle vicende degli anni 70. Essi denunciano l’amalgama tra «terrorismo rosso» e «i gruppi radicali e contestatari, nati negli anni della rivolta studentesca del 67-68, oltre che l’accostamento con le lotte operaie dell’autunno caldo, del 1969». Ancora una volta si ripropone una lettura che separa l’origine delle formazioni sovversive dai movimenti sociali dei primi anni 70, riprodotti in forma caricaturale come fenomeni legalitari e pacifici. «Attribuendo a Lotta continua la responsabilità del primo omicidio politico dell’estrema sinistra – scrivono – si può giustificare la tesi degli “opposti estremismi” e spostare al 1972 il processo di costituzione del “terrorismo rosso”».(13) Ciò avvantaggerebbe «tutti coloro che vorrebbero cancellare le responsabilità dell’estrema destra e di una parte dell’apparato dello Stato in quella che fu chiamata la “strategia della tensione”».(14) Come si può già intuire, gli autori non vanno molto lontano e ripropongono la ritrita tesi del complotto, che vede i responsabili dell’attentato Calabresi situati negli ambienti dello stragismo e dei servizi deviati. A sostegno di questa loro tesi, essi affermano di poter escludere che «nella situazione politica italiana di quegli anni [primi anni 70] Lotta continua (come tutte le altre organizzazioni di estrema sinistra, anche quelle che da allora praticarono una pedagogia del passaggio alla lotta armata) possa aver potuto prendere la decisione di realizzare un assassinio politico». Argomento che costringe i due autori a rappresentare le stesse Br come una formazione «che allora non si considerava un gruppo armato clandestino», che «le Br dei primi anni 70 non dovevano forzatamente dare luogo a un gruppo armato clandestino che, dopo aver abbattuto Moro, si lancia in una fuga in avanti che le conduce a “colpire il cuore dello Stato”». Incidentalmente, per necessità logica, essi sono costretti a smentire il loro assunto iniziale e riportare le Br nell’alveo delle formazioni di estrema sinistra e non vedere in esse qualcosa di dissimile ed esterno ai gruppi politici che nascevano in quegli anni. Ma resta il mistero della morte di Calabresi, e qui, Fournel e Zancarini, dopo aver evocato «l’impossibilità di escludere l’ipotesi teorica dell’azione isolata di alcuni militanti di estrema sinistra», ci fanno comprendere che la vera pista da seguire, come in un bel giallo pieno di spie, doppiogiochisti, denaro sporco, commerci illeciti, mafiosi e politici corrotti, è quella di «un’azione dell’estrema destra per liberarsi di un commissario scomodo che indagava sui traffici d’armi». Ci spiegano inoltre che l’unica analogia possibile tra il processo Sofri e l’inchiesta 7 aprile (presa come emblema dei processi degli «anni di piombo») è l’utilizzo della «prova logica» a scapito delle prove fattuali. «Ma il paragone si ferma qui. La congiuntura politica nel 1972 […] non è la stessa di quella del 1979, quando, dopo il rapimento e l’assassinio di Moro, una parte dei militanti dell’estrema sinistra ha fatto la scelta della lotta armata contro lo Stato». Dovremmo intendere, dall’ambiguità di questa frase, una giustificazione del prevalere della «prova logica» su quella «fattuale», consentita dall’introduzione della giustizia d’eccezione? In ogni caso, Fournel e Zancarini fanno male a dimenticare che Bompressi, Pietrostefani e Sofri sono stati inquisiti nell’88, in un’epoca in cui la legislazione speciale, il ricorso al pentitismo, la giustizia d’emergenza, erano una prassi ben rodata da oltre un decennio. Non è forse questa l’analogia decisiva da considerare come una delle ragioni fondamentali delle successive condanne? O anche il sottoporre a critica la giustizia d’eccezione comporta un rischio di amalgama con la sovversione armata di sinistra?

6. Anche il premio Nobel Dario Fo, che ha scritto una commedia sulla vicenda(15), si è lanciato con tutte le sue forze in favore della tesi del complotto di servizi e fascisti, attribuito a dei giudici in realtà clerico-demo-sinistri (ex catto-comunisti), come Borrelli e D’Ambrosio, capi del «pool di mani pulite». Tutto ciò senza mai essersi reso conto della flagrante contraddizione che rappresenta il fatto di continuare a colmarli, altrove, di lodi per i loro meriti nella campagna anticorruzione. Questa rodomontesca entrata in scena, che ha portato fino al parossismo tutti i sofismi diffusi su questo caso giudiziario, si è rivelata un boomerang per lo stesso Sofri, alla stregua di una medicina che uccide il malato. Il presidente della Repubblica Scalfaro si è precipitato a rifiutare la grazia a Sofri e ai suoi coimputati, mentre un brillante editorialista lanciava l’allarme, titolando un suo articolo con una ironia glaciale: «Salvate Sofri da Dario Fo».(16) L’allusione al complotto, iscritta in una lettura fatta di pura dietrologia, non aiuta la comprensione di ciò che è accaduto in Italia durante gli anni 70 e ancora meno dell’attuale persistere delle sue conseguenze giudiziarie. Un complotto? Dopo 16 anni? Per vendicarsi di cosa e contro chi? Un gruppo sociale, i quadri e la struttura dirigente di Lotta continua, che nel 1976, dopo lo scioglimento dell’organizzazione (sotto la spinta della radicalizzazione e della militarizzazione del movimento del 77 che si avvicinava), ha iniziato la sua lunga marcia verso l’assimilazione nell’élite sociale (soprattutto dei media e della politica)? Molti dei vecchi aderenti a Lotta continua, dopo aver rotto con l’estremismo, sul modello dei nouveaux philosophes (scoperta dell’ideologia della «fine delle ideologie» e abitudine a fare l’autocritica degli altri), hanno stabilito, in questi ultimi quindici anni, una rete di relazioni trasversali, che ha permesso loro di frequentare senza problemi il potere, quale che fosse la maggioranza dominante, e di restare in permanenza con tutti i vincitori del momento. Gli anni 80, sulla scia del neoyuppismo ultraliberale, furono il momento degli uomini della stagione craxiana, all’ombra del potente impero mediatico di Berlusconi;(17) nella seconda metà degli anni 90, cavalcando l’ondata giustizialista, è venuto il turno dell’Ulivo e del Pds-Ds. Questo valzer ha attraversato indenne il terremoto politico-istituzionale delle inchieste sulla corruzione. Parlare di «complotto» in queste condizioni è piuttosto di cattivo gusto e assomiglia troppo allo scenario di un giallo scritto male.

7. Altri intellettuali sono intervenuti: tra questi il semiologo Umberto Eco, che nella rivista MicroMega, ha parlato di un «nuovo affare Dreyfus»(18), oppure lo scrittore Antonio Tabucchi, che ha indirizzato una lettera aperta al prigioniero Adriano Sofri(19), in risposta alla provocazione rivolta dallo stesso Eco (agli altri intellettuali) di «restarsene silenziosi quando non servono a niente». Un precedente scontro con Alberto Arbasino(20) aveva anticipato i contenuti di questa nuova polemica. Arbasino se la prendeva con gli intellettuali francesi che avevano manifestato contro l’obbligo di denunciare i sans-papiers(21), e con i pochi intellettuali italiani che, a dire il vero in modo molto più blando e sparso, avevano preso le parti dei rifugiati albanesi.(22) Tabucchi allora aveva difeso il ruolo dell’intellettuale presente al suo tempo; da qui la scelta a effetto di rivolgersi a un altro intellettuale, questa volta imprigionato, per parlare – malgrado le buone intenzioni – solo d’intellettuali, realizzando una paradossale caricatura di un impegno incapace di manifestarsi all’esterno di una cerchia ristretta e separata, intenta solo a polemizzare. Ritratto di uno specchio di narcisi che parlano di loro, tra loro. Tutti questi intellettuali hanno avuto come unica preoccupazione il fatto d’isolare il caso Sofri dagli avvenimenti storici degli anni 70, presentandolo come un ingiusto accidente giudiziario, senza mai mettere in causa il sistema della giustizia d’eccezione costituitasi come procedura ordinaria del sistema giudiziario.

8. In questo panorama di prese di posizione, tra intellettuali accreditati, Franco Fortini è stato il solo – poco dopo la messa in stato d’accusa di Sofri nel 1988 – ad avere criticato, in un articolo pubblicato dal Manifesto(23), questa ipocrisia generale. Una «congiura»(24) fondata su un arrogante pregiudizio d’innocenza assoluta e metafisica, che concerne – ben al di là dell’innocenza specifica sui fatti rimproverati a Sofri e ai suoi compagni – la perfetta e implacabile innocenza intellettuale e morale di tutta l’intellighenzia di sinistra. In realtà, quell’ambiente intellettuale che negli anni 70 ha vissuto in promiscuità con un certo fervore rivoluzionario, dietro l’icona immacolata di Sofri ha cercato di mostrare la propria innocenza e intoccabilità. Sofri è diventato obbligatoriamente l’angelo(25) che dietro le sue grandi ali deve nascondere la cattiva coscienza dell’epoca. La visione riduttiva del caso Sofri contiene l’occultamento di una parte decisiva della storia degli anni 70, del conflitto durissimo che ha opposto lo Stato e il padronato alla radicalità sovversiva dei movimenti sociali rimasti soli all’opposizione. Un occultamento che conduce direttamente alla falsificazione storica e facilita la rimozione di un passato scomodo per molti. Come ricordava Joyce Lussu, molti tra gli intellettuali e i vecchi dirigenti dell’estrema sinistra, che «la sera della morte di Calabresi avevano stappato lo champagne»,(26) cercano oggi attraverso questa rimozione una autoassoluzione post festum. Nel novembre 1980, sull’Espresso, Franco Piperno(27) scriveva: «la verità è che l’omicidio di Calabresi è l’inizio del terrorismo di sinistra in Italia», e aggiungeva: «interrogarsi radicalmente, riconoscere gli errori, rimettere tutto in discussione è operazione dolorosa ma saggia. Niente è più pericoloso che la tentazione di fare come se niente fosse accaduto. La verità, diceva Trotzki, conviene onorarla non per moralismo, ma per intelligenza: perché lascia nei fatti tracce multiple e indelebili, sicché occultarla diventa impresa che ingoia tutto, e alla fine ci si ritrova nella necessità di occultare perfino se stessi, la propria storia […] Il salto da vittime a carnefici è anche un salto culturale che lascia senza fiato; perché, al di là dell’identità personale dei terroristi che avevano sparato, la responsabilità politica di quella morte era interamente addebitabile al movimento extraparlamentare, non v’erano dubbi su questo».

9. Corollario di questo occultamento è l’incapacità di vedere negli effetti perversi del prolungamento dell’«emergenza» in Italia, la causa dell’affare Sofri. Parlare di errore giudiziario come di una fatalità del destino, o peggio, di un complotto e rifiutarsi di guardare la fabbrica che produce questi errori giudiziari, per paura di una pericolosa contaminazione con i gruppi sovversivi nel nome di una «incompatibilità culturale» della generazione di Lotta continua con gli «anni di piombo», non è stata finora una strategia di difesa molto efficace. Spostare il dibattito sulla «dimensione culturale», come è stato fatto nella campagna per la difesa di Sofri, significa accettare di esser giudicati sugli stati di coscienza piuttosto che sull’esistenza di prove. Non solo, ma questa posizione non sta in piedi storicamente, sia per il commento che il giornale Lotta continua diede dell’attentato Calabresi: «un atto nel quale gli sfruttati riconoscono la loro volontà di giustizia»;(28) che per gli avvenimenti successivi, i quali hanno dimostrato come molti militanti provenienti da Lotta continua abbiano dato vita a dei gruppi armati, come i Nap (Nuclei armati proletari), Prima linea, o siano entrati nelle Br. Se gli imputati avessero riconosciuto quello che era il clima politico del tempo, piuttosto che trincerarsi dietro un ipocrita «ma quando mai!», se avessero ricostruito quell’universo desiderante di decine di migliaia di militanti dell’estrema sinistra, che non avrebbe versato una lacrima per la morte di un qualunque Calabresi, dopo la strage di piazza Fontana e soprattutto dopo la morte dell’anarchico Pinelli,(29) l’argomento della plausibilità, della verosimiglianza di un atto, che sul piano storico valeva per almeno duecentomila persone che avevano sognato quel gesto, per alcune centinaia di dirigenti dei gruppi extraparlamentari, sul piano giudiziario sarebbe rimasto un puro argomento tipologico, fondato sulla teoria del «tipo d’autore».

10. Luigi Bobbio scrive nella sua storia di Lotta continua(30) della «svolta militarista di Rimini» del 1972. Il 4 marzo 1972, l’esecutivo milanese di Lc commentò positivamente il sequestro, avvenuto il giorno precedente, di Hidalgo Macchiarini, responsabile del personale Fiat, a opera delle Br. Nel 1971, l’allora Lotta continua settimanale inaugura la rubrica «I dannati della terra», con l’obiettivo di promuovere le lotte carcerarie. Attorno a questa esperienza si coagulano le forze che daranno vita, dopo il 1973, ai Nap.(31) Il 29 ottobre 1974, muoiono nel corso di un esproprio in una banca a Firenze Luca Mantini e Giuseppe Romeo, ex militanti di Lc divenuti nappisti. Lotta continua concluse la sua esperienza organizzativa al congresso di Rimini, tenutosi dal 31 ottobre al 5 novembre 1976, a causa delle lacerazioni profonde e delle istanze pressanti provenienti dal suo interno verso la lotta armata. Il problema della violenza politica fu in quel frangente la reale posta in gioco. Un indizio che può fornire l’idea di quella che era la temperatura al suolo è dato dal dibattito che si sviluppò sulle pagine dei Quaderni piacentini tra il 1972 e il 1973, ripreso sull’Espresso del 5 settembre 1996, pagine 73-74. Sul n. 47 datato luglio 1972, comparve un articolo intitolato «Contro il terrorismo» firmato da un certo Giancarlo Abbiati (presentato come «militante della sinistra rivoluzionaria»), pseudonimo sotto il quale si nascondeva l’identità di Luciano Pero, dirigente milanese di Lc ed esponente della linea moderata e legalista. Nel successivo n. 48-49, datato gennaio 1973, apparve la risposta inviata da un «compagno di Lotta continua» che si firmava Marcello Manconi, pseudonimo di Luigi Manconi, oggi senatore e portavoce dei Verdi. Riportiamo qui alcuni estratti dello scritto ripresi dall’Espresso che a sua volta cita parti della versione sintetizzata da Luigi Bobbio nel suo Lotta continua. Storia di un’organizzazione rivoluzionaria. Manconi scriveva: «L’uso del terrore e l’azione partigiana come forma organizzata e armata sono strumenti insostituibili della lotta di classe quando ne rispettano le esigenze […] Il terrorismo o è una degenerazione di questi strumenti (laddove violi queste condizioni) o è la risposta scorretta a una domanda corretta». Respingendo le critiche mosse alla posizione assunta da Lotta continua sull’attentato Calabresi, che partivano «da un presupposto indimostrato che l’omicidio politico appartenga al purgatorio premarxista», Manconi sosteneva ancora che «l’azione partigiana non è certo l’arma decisiva per l’emancipazione delle masse dal dominio capitalistico, così come l’azione armata clandestina non è certo la forma decisiva della lotta di classe nella fase che noi attraversiamo». Ma «l’arsenale del movimento rivoluzionario» spiegava «è ricco e duttile […] La violenza d’avanguardia è stata ed è puramente e semplicemente una necessità materiale, e non una compiaciuta scelta morale. Essa contribuisce a dare al programma proletario la certezza e la concretezza della sua realizzabilità […] Il proletariato […] non può fare a meno, per non restare schiacciato, in uno scontro che inevitabilmente procede verso la guerra di classe, di avere dei propri reparti avanzati che gli consentano di affrontare il nemico su ogni terreno […] A ogni fase dello scontro fra le classi corrisponde un grado specifico di violenza esercitata dalle masse, ed è questo che impone anche alle avanguardie l’esercizio di una quota determinata di violenza organizzata e diretta». Molti militanti del servizio d’ordine e della componente operaia si ritroveranno nei gruppi combattenti, soprattutto nel «mucchio selvaggio» di Prima Linea, altri nelle Br e ancora in altri gruppi. Renato Curcio, nel suo libro-intervista A viso aperto racconta, senza mai essere stato smentito, la storia di un incontro richiesto da alcuni esponenti di Lotta continua alle Br: «Nel 71, quando avevamo cominciato da poco le nostre azioni contro i capi reparto della Pirelli e della Sit-Siemens, diversi compagni di Lotta continua – che era allora il gruppo più attivo nelle fabbriche di Milano – si avvicinarono a noi e alcuni di loro entrarono nella nostra organizzazione. Un travaso che preoccupò non poco i dirigenti della formazione extraparlamentare. Al punto che a un certo momento, ci domandarono un incontro […] Mi vidi con due loro dirigenti, Giorgio Pietrostefani, responsabile del servizio d’ordine, e Ettore Camuffo, un compagno di Trento che avevo conosciuto all’epoca dell’università. Volevano sondare la possibilità di un’eventuale ipotesi di “fusione”. O più esattamente, la nostra disponibilità a integrarci nel loro gruppo. Lotta continua è un’organizzazione politica forte a livello nazionale, mi dissero in sostanza, mentre le Br sono un gruppuscolo senza grandi possibilità di sviluppo. Venite con noi e fate quello che sapete fare meglio: organizzate il nostro servizio d’ordine. Ci proponevano, in pratica, di diventare il loro “braccio armato”». Offerta assai maldestra che le Br rifiutarono bruscamente. (32)

11. Lo scrittore Erri De Luca, ex responsabile per la città di Roma del servizio d’ordine di Lotta continua e accusato di reati connessi, poi caduti in prescrizione, nel processo per la morte del commissario Calabresi, ha fatto sentire la sua voce discordante rivolgendosi a Ovidio Bompressi, in uno scambio di lettere pubblicate su MicroMega e riprese in parte dal Corriere della Sera, con il titolo «Tutti noi potevamo uccidere Calabresi».(33) De Luca sottolinea di parlare in difesa di Bompressi e non «degli altri due, imputati di essere due padrini, mandanti con le mani in tasca»; e più in là aggiunge: «La linea del “ma quando mai?”, la linea dei trasecolati, era buona per i mandanti che così non si dichiaravano dirigenti di un’organizzazione compatibile con un omicidio, ma non era buona per te, perché ti isolava dal mucchio di tutti noi, da cui eri stato estratto come nostro esempio […] Quella difesa ti metteva in croce. Tagliava il tuo legame col mucchio in cambio della rispettabilità di tutti i non imputati. Così fu scelto e tu hai acconsentito: per rispetto dei capi di allora, per tua dannata modestia, per tuo bisogno di sentirti ancora parte di quella comunità, dodici anni dopo che si era sciolta […]. Il mio chiodo era che si doveva ammettere l’evidenza che quell’accusa era compatibile con ognuno di noi, con la febbre da insorti che avevamo. Ma a dire questo, qualcuno e molti che nel frattempo avevano addomesticato il loro passato a sbronza di stagione sarebbero arrossiti, sarebbero stati in difficoltà sulle sedie imbottite che si erano intanto procurati. Compatibili con un omicidio: che guaio per la carriera […]. Lascia che ti condannino, Ovidio, che la tua vita si inchiodi sulla loro porta, sulla loro vendetta di esecutori di una rappresaglia […]. Tu sei estraneo all’accusatore e all’accusa, ma non sei innocente. Dal lancio della prima pietra non siamo stati più innocenti […]. E, non c’è più tempo né voglia di un’altra inutile linea di difesa, ma fai ancora in tempo a non sentirti solo, perché non lo sei. Tutte le persone che furono quella comunità e che poi ebbero esilio nell’Italia degli anni Ottanta, hanno te per orgoglio e per sipario sugli anni migliori della loro vita. E questa lettera io voglio lasciarla aperta perché la leggano loro, quelli che non hanno più avuto voglia di parlare: perché, la sottoscrivano o la straccino, ti facciano avere il loro: “come te anch’io”».

12. Nello sforzo di riscrittura e angelicazione della storia politica di Lotta continua vi è stata una riuscita operazione di captatio benevolentiae nei confronti del sistema politico. A partire dal 1976, Lc è divenuta il grande «convertito collettivo», il «pentito sociale» contro la sovversione e la lotta armata.(34) Una riscrittura mistificata di una parte del passato, dove demoni e cattivi stavano tutti da una parte, sembrava sufficiente per non sentirsi implicati nella spirale della giustizia d’eccezione. Ma così non è stato. La generazione degli ex dirigenti di Lc si è trovata in qualche modo in contropiede per aver pensato di averla scampata con l’emergenza. Credevano che essa avrebbe riguardato sempre e solo gli altri. Se ne sentivano al riparo. Avevano fatto della differenziazione una carta di rispettabilità. Un passato rimosso li ha recuperati.

NOTE
1– L’8 giugno 1976, il giudice Francesco Coco e la sua scorta subiscono un attentato mortale a Genova.
2– Nell’aprile 1998, Ovidio Bompressi ha ottenuto la sospensione della condanna per motivi di salute.
3– 22 gennaio 1997.
4– In alcune interviste rilasciate nei giorni immediatamente precedenti alla sua decisione di rientrare, Pietrostefani si era lasciato andare ad alcune dichiarazioni piuttosto infelici: «chi fugge è colpevole». Allora, l’editorialista Giorgio Bocca, forse perché scrive su Repubblica, si è preso per Platone e non ha esitato a scrivere l’apologia di un “novello Socrate” che rinuncia alla fuga, per bere la cicuta. Ma Socrate non è fuggito di fronte alla condanna perché sottraendosi a essa pensava di confermare la sua colpevolezza, al contrario, con la forza drammatica del suo gesto sacrificale auspicava un cambiamento della legge ingiusta. Non voleva singolarizzare il suo dramma personale, ma, con lo scandalo di quel suo gesto, sottomettendosi al principio della legge, voleva spingere il paradosso fino a un punto estremo che portasse gli ateniesi a cambiare quella legge ingiusta. Ma nel rientro di Pietrostefani non vi è stato nulla della nobiltà tragica del dialogo con Critone. L’imponente fronte massmediatico e le larghe simpatie nel ceto politico istituzionale in favore dei tre condannati hanno, al contrario, accentuato alcuni loro toni arroganti e di sfida fino al delirio di potenza, all’azzardo pockeristico miserabilmente sbriciolatosi nei mesi successivi di fronte ai cancelli della prigione rimasti chiusi. Pietrostefani non ha mosso parola contro la legislazione sui pentiti, ha parlato per sé mettendo in dubbio soltanto il valore delle dichiarazioni di Marino e dimenticando il resto ha aggiunto: «chi scappa è un crumiro». Allora il Critone si è rivelato un cretino. Che vuol dire «crumiro»? Lavoratore che rifiuta di scioperare o accetta di lavorare in luogo degli scioperanti. Il crumiro abbassa il potere di ricatto dello sciopero, la sua forza collettiva. Se uno della banda del cavalcavia avesse rifiutato di lanciare pietre sarebbe stato un crumiro? Nel caso ipotetico in cui il monte pena, all’uopo di essere individuale, fosse stato collettivo, cioè cumulato sulle spalle dei soli imputati detenuti, allora non rientrare sarebbe stata una forma di crumiraggio. In tal caso, Pietrostefani sottraendosi avrebbe lasciato soli i suoi due compagni a scontare i complessivi sessanta anni di reclusione divisi per due e non per tre, cioè trenta a testa. Ma così non è, e rientrando nessuno dei suoi due compagni vede la sua pena ridotta. Venti anni ciascuno erano e venti anni restano. Se no, perché non fare un appello agli altri ex-Lc, affinché si presentino tutti davanti alle porte del carcere, così quei 21.900 giorni ripartiti per tutti quanti diventerebbero un giorno o un’ora a testa? E comunque, se il dibattito si sposta sul costituirsi o sottrarsi: il senatore a vita Giulio Andreotti non si è dato latitante, dunque solo per questo ne dovremmo dedurre che è innocente! Mentre Mazzini, Pertini, i fratelli Rosselli, Bertolt Brecht, sono stati tutti dei crumiri.
5– Definita come uno strumento usato dalla «classe dirigente dell’epoca con la complicità dei servizi segreti, degli estremisti di destra e di poteri occulti di diversa origine, con delle alleanze internazionali segrete». Risset aggiungeva che «non esisteva allora uno Stato neutrale, ma un “governo invisibile” (secondo l’espressione di Norberto Bobbio) più forte del governo ufficiale», Le Monde, 29 gennaio 1997.
6Le juge et l’historien, Paris, Verdier, 1997, trad. dall’edizione italiana, Einaudi, 1991, con una nuova prefazione dell’autore.
7– Ibidem, cap. XVII, p. 101.
8– Nella Memoria presentata ai giudici e pubblicata dall’editore Sellerio sotto lo stesso titolo, Adriano Sofri scrive a p. 139: «Bisogna stare attenti alla teoria del complotto perché offusca l’intelligenza, e sfocia spesso in una spiegazione comoda».
9Le juge et l’historien, op. cit.; trad. italiana, 1991, cap. XIV, pp. 64-68.
10– Un episodio per tutti: al Salon du Livre di Parigi, presentando l’uscita del suo libro, Carlo Ginzburg ha risposto a Toni Negri (il quale faceva notare di avere anch’egli «subito un processo alle streghe»), che non c’era ragione di comparare i due casi, poiché «Sofri era veramente innocente e Negri colpevole». Per quello specchio distorto della realtà che è la «verità giudiziaria» i due sono colpevoli allo stesso modo, ma Ginzburg frequentando l’universo delle streghe ha appreso l’arte magica che permette, a lui solo, di essere partecipe dei segreti della «verità storica».
11– Carlo ginzburg, «Traces. Racines d’un paradigme indiciaire» (1979), Mythes, emblèmes, traces: morphologie et histoire, tr. fr. M. Aymard et al., Paris, Flammarion, 1989, p.139-180; «Prove e possibilità», prefazione ed. italiana di N. Zemon Davis, Il ritorno di Martin Guerre, Torino, 1984; «Montrer et citer», Le Débat, n° 56 (settembre-ottobre 1989), pp. 43-54.
12– “Des historiens peu prudents, l’enjeu historiographique de l’affaire Bompressi, Pietrostefani, Sofri”, Les Temps Modernes, n. 586, nov.-dec. 1997.
13– Perché tanta paura? È storia largamente assodata che il discorso combattente e il processo di costituzione dei primi gruppi armati abbia avuto inizio ben avanti il 1972.
14– Per paura che la «strategia della tensione» venga giustificata a posteriori come reazione alla presenza della lotta armata di sinistra – in questa variante gauchista della riscrittura della storia –, si pretende di dimostrare che la lotta armata sia nata come reazione alla «strategia della tensione». A parte Giangiacomo Feltrinelli, che aveva costituito i Gruppi armati partigiani (Gap) per prevenire l’approssimarsi del rischio di un golpe, la propaganda armata delle Br, l’attività combattente dei Nap o la concezione insurrezionalista di gruppi interni all’area di potere Operaio, offrivano al contrario una visione completamente offensiva e non reattiva della sovversione. Propaganda armata e altre tendenze militari si svilupparono a prescindere dalla «strategia della tensione» e dalle stragi. Esse avevano tutt’al più svolto un ruolo sul piano della ragione etica dei singoli militanti, resi consapevoli del livello elevato di scontro militare imposto dallo Stato e che faceva della vita umana, ancor più che in passato, carne da macello. I movimenti sociali dell’«autunno caldo» e gli scioperi operai erano ampiamente sufficienti a quei settori atlantici, interni ed esterni all’apparato statale, per scatenare la strategia del terrore contro le moltitudini.
15– Dario Fo, Liberate Marino. Marino è innocente, Torino, Einaudi, 1998. Leonardo Marino è il pentito che accusa Sofri.
16– Francesco merlo, Corriere della Sera, 27 ottobre 1997.
17– Negli anni 80, Silvio Berlusconi era stato il mecenate di Reporter, giornale che ha vissuto lo spazio di un mattino. Il suo direttore era Enrico Deaglio, già alla guida del giornale Lotta continua, oggi direttore di Diario, settimanale lanciato come inserto dell’Unità, ex giornale del Pci-Pds. Adriano Sofri (che ha collaborato anch’egli a Reporter) è stato uno stretto consigliere di Claudio Martelli, delfino di Craxi e cambusiere del psi. Al momento dell’apertura dell’inchiesta e del provvisorio arresto di Sofri, Bompressi e Pietrostefani, Martelli cumulava le cariche di vicesegretario del Psi, di vice primo ministro e di guardasigilli. Più tardi anch’egli è stato implicato e inquisito in numerose inchieste di «mani pulite».
18– Se le parole hanno un senso (chi meglio di Umberto Eco può saperlo?), richiamare l’affare Dreyfus conduce a evocare inevitabilmente qualche cosa che va oltre il semplice errore giudiziario. Attorno all’affare Dreyfus si è costituito in Francia l’antisemitismo moderno, un paradigma storico che ha condotto ad Auschwitz. Pretendere, come fa Eco, ma anche altri come Giuliano Ferrara, che il processo Sofri contenga un paradigma della stessa forza dell’affare Dreyfus, dovrebbe portare quantomeno a denunciare le aberrazioni del sistema dello stato d’emergenza in Italia. Conseguenza che Eco, e gli altri, evitano accuratamente di trarre.
19La gastrite de Platon, Mille et Une Nuits, Paris, 1997.
20– Alberto Arbasino, sofisticato scrittore, modello d’intellettuale cortigiano, un po’ dandy, sempre infastidito dai rumori e forse dagli odori provenienti dalla vita reale delle moltitudini, che arrivano talvolta fin nei salotti dei piani alti del Palazzo.
21– Immigrati clandestini, dunque senza documenti.
22– In occasione della manifetazione tenutasi a Parigi il 22 febbraio 1997 contro le leggi Debré-Pasqua-Méhaignerie. L’articolo di Arbasino è apparso su Repubblica del 15 marzo 1997. Tabucchi risponde il 1° aprile 1997 sul Corriere della Sera (“Intellettuali copritevi, ora piovono pietre”), Arbasino replica su Repubblica e Corriere della Sera, il 2 e 3 aprile 1997 (“Ma non chiedeteci anche la predica”). Tabucchi risponde ancora una volta sempre sul Corriere della Sera con un lungo articolo (“L’albanese sono io”), il 7 aprile 1997.
23Il Manifesto dell’agosto 1988. Si veda anche Oreste scalzone nella sua “Lettera aperta a Adriano Sofri”, pubblicata dal Mattino, nell’agosto 1988; e l’intervista al settimanale L’Espresso, del settembre 1988, intitolata: “È anche colpa mia”. Altri testi di riflessione sono stati pubblicati, nel corso degli anni successivi, dal giornale Tempi supplementari. Nel 1997, diverse interviste sull’argomento sono apparse nel Corriere della Sera.
24– Jean Baudrillard, “La congiura degli imbecilli”, in Libération del 7 maggio 1997, definisce in questo modo l’attuale dimensione culturale della sinistra: «mentre la destra incarnava i valori morali, e la sinistra al contrario una certa esigenza storica e politica contraddittoria, oggi, quest’ultima, spogliata di ogni energia politica, è diventata una pura giurisdizione morale, incarnazione dei valori universali, campione del regno della Virtù e detentrice dei valori museali del Bene e del Vero, giurisdizione che può chiedere dei conti a tutti senza dovere rendere conto a nessuno».
25– Fino a ora è stato solo l’agnello sacrificale.
26– Letteralmente: «sabré le champagne», in Libération, 7 febbraio 1997.
27– Fisico, leader del ’68, fondatore con Negri e Scalzone di Potere operaio, nel 1969, condannato ad alcuni anni di prigione durante gli anni 80.
28– Lotta continua, del 18 maggio 1972.
29– 15 dicembre 1969, Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, muore cadendo da una finestra dell’ufficio del commissario Luigi Calabresi, situata al quarto piano della questura di Milano. Egli era illegalmente detenuto e interrogato da tre giorni. La versione ufficiale parla di suicidio dovuto alla disperazione a causa delle prove schiaccianti contro di lui nell’attentato di Piazza Fontana. L’episodio suscita un’enorme emozione. Lotta continua, insieme alla gran parte della sinistra extraparlamentare, è persuasa che Pinelli sia rimasto vittima di un interrogatorio violento e che il suo suicidio sia una messa in scena. Dopo un lungo iter l’inchiesta è chiusa nell’ottobre 1975 dal giudice Gerardo D’Ambrosio, che esclude l’omicidio e il suicidio e introduce la tesi del «malore attivo».
30– Luigi bobbio, Lotta continua. Storia di un’organizzazione rivoluzionaria, Savelli, Roma, 1979. Nel documento preparatorio al III convegno nazionale di Lc, 1-3 aprile 1972 era scritto: «È necessario preparare il movimento a uno scontro generalizzato, che ha come avversario lo Stato e come strumento l’esercizio della violenza rivoluzionaria, di massa e d’avanguardia».
31– «Dopo la svolta del 1973, in cui Lotta continua rifiutò ogni prospettiva di uscita dalla legalità, molti militanti abbandonarono quella organizzazione. È di questo periodo la formazione delle prime aggregazioni, a Firenze (nel collettivo J. Jackson), e a Napoli, dei militanti che daranno vita ai Nuclei Armati Proletari, organizzazione particolarmente interessata ai movimenti dei soggetti sociali maggiormente emarginati: proletari prigionieri, proletariato marginale e del Sud», in Progetto Memoria. La mappa perduta, cit.
32– Renato curcio, A visage découvert, Lieu Commun, Paris, 1993, “Calabresi tu sera suicidé”, pp. 99-100; A viso aperto, Milano, Mondadori, 1993, intervistato da Mario Scialoja. Contrariamente a quanto venne raccontato negli anni successivi, le br erano molto corteggiate. Lo stesso Toni Negri, dopo la rottura di Potere Operaio e la fine dell’occupazione di Mirafiori, nel 1973, aprì un confronto politico con le br che sfociò nella realizzazione in comune della rivista Controinformazione (si leggano le risposte di Toni Negri a Sergio Zavoli in Id., La notte della Repubblica, Mondadori, Milano, 1992, pp. 262-263).
33Corriere della Sera, del 14 maggio 1996.
34– Argomento che è stato suggerito in filigrana in un articolo di Luigi Bobbio su Repubblica e poi in una intervista a Carlo Panella sul Corriere della Sera del 18 febbraio 1997.

La veritable impunité c’est le repentir, c’est à dire l’impunitè d’Etat!

Paolo Persichetti: La justice italienne ne sera pas tendre avec Marina Petrella

par Maguy Day
Mediapart
17 luglio 2008

Premier réfugié italien à être extradé en 2002 après onze ans passés en France en toute légalité, Paolo Persichetti, ancien militant de l’Union des communistes combattants (Udcc), était enseignant en sciences politiques à Paris VIII quand il fut enlevé et extradé en 2002, sur décision du gouvernement Raffarin, au mépris de la parole donnée au nom de la France par François Mitterrand puis par Lionel Jospin depuis le milieu des années 1980.

Que pensez-vous des déclarations de Nicolas Sarkozy selon lequel «dans le droit italien, et le droit ça compte, pour avoir le droit au pardon et à la grâce il faut se repentir, que Mme Petrella réfléchisse à ça» (Propos de Nicolas Sarkozy à Strasbourg le 10 juillet 2008)?
Je m’étonne qu’un pays comme la France si attaché à la laïcité, et qui a légiféré sur les signes religieux ostentatoires dans l’espace scolaire, utilise, par la voix de son président, le terme de pardon, à connotation éthico-religieuse. Une notion qui devrait rester confinée au domaine privé et au for intérieur de chaque individu. Quant aux termes «demande de pardon», «expression de regrets» ou encore «repentir» en Italie, ils ont acquis un sens et une portée particulière qu’il est important d’expliciter. Dans la loi italienne, le «ravvedimento», synonyme de «repenti», est prévu uniquement en cas de liberté conditionnelle. Il n’est pas requis pour les autres mesures d’aménagement des peines telles que les permissions, la semi-liberté ou les remises de peines. De toute façon, et uniquement en cas de libération conditionnelle, les juges cherchent à établir s’il y a eu un parcours de «rééducation du passé déviant» avec absence de dangerosité sociale. Ainsi ce type de «repentir» n’entre même pas en ligne de compte pour la concession d’une grâce. Selon une jurisprudence de la cour de
cassation, le «pardon» ne doit en aucun cas être une posture psychologique ou idéologique du condamné. Il est en revanche lié à son comportement durant l’exécution de sa peine dans la mesure où il fournit la preuve d’une critique de ces choix de vie passés. Le «repentir» et le «pardon» renvoient dans les religions monothéistes à de longs processus de «contrition» personnelle. La transformation de cette pratique en «marché des indulgences» et des «péchés de simonie» fut un des thèmes théologiques qui provoquèrent la réforme de Martin Luther au XVe siècle. Or l’Italie comme la France semblent vouloir suivre cette voie. Pourtant, le droit moderne est issu d’une nette séparation entre responsabilité et culpabilité. Il s’attache à des comportement factuels externes, mesurables et vérifiables par tous, comme celui de Marina Petrella ces 27 dernières années.
Et surtout, désormais en Italie, le terme «repenti» a pris une tout autre signification après l’élaboration des lois spéciales en 1979, usurpant celle jusqu’alors utilisée. En 1979, un mécanisme de réduction de peine expressément lié à une collaboration procédurale est apparu dans le système pénal italien, appelé «collaboration judiciaire» qui est en fait une «acquisition d’impunité». Cet accord permet à un homme de se transformer en délateur rejetant la responsabilité pénale sur d’autres qu’il accuse et qui eux refusent ce marché. Il est arrivé à de multiples reprises que des prisonniers ou des réfugiés italiens expriment leurs condoléances pour la souffrance infligée, sans pour autant accepter un tel marchandage. Leurs postures restent incomprises, alors que se multiplient ces «collaborations» pénales. De plus, au lendemain de la décision de Bolzaneto [suite aux événements du sommet du G8 à Gênes en 2001], qui entérine l’impunité de l’Etat vis-à-vis de la torture, un délit qui n’existe pas en Italie, il devient difficile de discuter de la question de la douleur, si pour un camp elle n’est pas reconnue.

Premier réfugié italien extradé en 2002 par le gouvernement français, vous bénéficiez aujourd’hui d’un régime de semi-liberté. Marina Petrella pourrait-elle en bénéficier si la France persiste dans sa volonté de l’extrader ?
Pas du tout. D’abord parce que Marina qui a déjà passé huit ans derrière les barreaux en Italie et onze mois en France s’est vu
refuser une confusion des peines. Donc, une fois en Italie, elle devra recommencer sa peine depuis le commencement jusqu’à
perpétuité. De zéro à l’infini. Selon les lois en vigueur et puisqu’elle a été condamnée à la perpétuité, elle devra attendre dix
ans avant d’envisager de déposer une demande de permission de 45 jours par an. Habituellement, elles sont accordées quelques années après, soit vers la quinzième année. Le régime de semiliberté ne peut être demandé qu’après la vingtième année. Pour cette femme de 54 ans, mère de deux enfants, c’est pratiquement une condamnation à mort.
Sans compter que le président de la commission justice au sénat, Filippo Berselli, du parti alliance nationale (ex-fascistes) a
déposé un projet de loi, discuté en septembre 2008, qui prévoit la fin des aménagements de peine et en particulier pour les condamnés à perpétuité. Le régime de semi-liberté et celui de la libération conditionnelle, qui peut être demandée après 26 ans derrière les barreaux, risquent d’être supprimés. Marina Petrella ne pourra alors bénéficier des remises de peines qui ont été concédées dans les années 1990 aux autres prisonniers politiques, en lieu et place de l’amnistie.

En quoi consiste votre quotidien depuis votre récente mise en semi-liberté ?
C’est une vie normée par les interdits. Les rencontres, la vie sociale, les trajets sont circonscrits. C’est une vie chronométrée. Je quitte la prison à 7h00 du matin pour y retourner à 22h30. Entre les deux, je dois être à mon domicile pendant certaines tranches horaires. Puis je dois me rendre sur mon lieu de travail et ne pas m’en éloigner. Je me déplace avec mes livres, mes documents qui, d’ailleurs, m’ont été volés hier dans le coffre de mon scooter. Mais au moins je ne suis pas rongé par l’inactivité forcée, l’oisiveté intellectuelle et physique incontournables dans le système carcéral.

Que cachent ces procédures d’extradition relancées entre l’Italie et la France ?
Après l’attentat mortel contre Marco Biagi, conseiller du gouvernement italien tué en mars 2002 par un nouveau groupuscule reprenant le vieux logo des Brigades rouges-Pcc, les autorités italiennes étaient à la recherche d’un coupable. Plus tard, au printemps 2003, les pièces de la commission rogatoire internationale, demandée par la justice italienne et réalisée par la division nationale anti-terroriste (Dnat) sous la direction du juge Bruguière, ont montré qu’à l’été 2002 la magistrature de Bologne et l’antiterrorisme italien ont sollicité les autorités françaises afin qu’elle me repère et m’arrête dans le cadre de l’enquête Biagi et non pas pour le vieux décret d’extradition. Finalement, l’extradition ne portait pas sur les faits de 1987 pour
lesquels j’avais été acquitté une première fois en 1989, et puis condamné en appel à 22 ans et 6 mois. Ces faits-là étaient partiellement prescrits. Et comme le précisait le décret signé par le premier ministre Edouard Balladur en septembre 1994, l’extradition était engagée «pourvu que les condamnations ne soient pas prescrites». Manifestement le décret n’était plus valable. Pour m’extrader il fallait faire une nouvelle demande d’extradition pour la seule peine qui était encore en vigueur… Ils ont préféré régler l’affaire autrement… sous le tunnel du Mont-Blanc où j’ai été livré comme un colis. A en croire les autorités italiennes, les attentats de 1999 et 2002 étaient le résultat de l’action déstabilisatrice des exilés parisiens qui, sous couvert de la doctrine Mitterrand, auraient installé un véritable sanctuaire de la lutte armée dans la capitale française. Le montage était politiquement bien soigné puisque l’attaque portait contre deux personnages connus pour s’engager pour une amnistie des réfugiés italiens : Oreste Scalzone et moi-même. En effet, avec l’exportation de l’enquête Biagi en France, l’Italie pouvait finalement régler ses comptes avec la doctrine Mitterrand et les tenants de l’amnistie. Le paradoxe de toute l’affaire, c’est que ni Scalzone ni moi-même n’avons fait partie des Brigades rouges-Pcc. On nous a collé une identité politique qui ne nous appartenait pas. L’enquête à mon encontre concernant Biagi a été classée en novembre 2004 par un non-lieu prononcé car «l’hypothèse même de l’accusation n’avait pas de fondement». Cela n’a de facto rien changé à mon parcours pénitencier bien compromis par une rentrée en Italie marquée par une accusation très lourde pour les faits des années 80. J’ai obtenu un régime de semi-liberté non pas à la moitié mais presque aux deux tiers de la peine. Ce qui est encore plus grave, ce sont les motivations des rejets qui, pendant quatre ans, ont marqué mes demandes. A plusieurs reprises le juge d’application des peines (Jap) s’en est pris à mon livre Exil et châtiment dans lequel je racontais les dessous de l’extradition et contre mes articles publiés dans la presse, remettant en question mon droit de libre parole et ma liberté de pensée. Les mêmes sujets qui, en France, m’avaient permis d’accéder au doctorat et d’enseigner à l’Université avaient pour le Jap italien un contenu criminel très dangereux. Mes liens avec les professeurs de Paris VIII étaient considérés comme la preuve de «contacts avec des milieux influents» qui auraient pu me soutenir dans la fuite. Seul mon transfert à Rome et le changement de Jap m’a permis en janvier 2008 de sortir une première fois en permission et le 31 mai 2008 d’être remis en semi-liberté.

Qu’est-ce que l’Italie a retenu de ces «années de plomb»?
Je ne voudrais pas donner l’impression de me soustraire à l’attention et au respect que demandent les familles endeuillées à la suite d’actions politiques réalisées par des groupes de la gauche révolutionnaire dans les années 1970. Mais alors que chaque camp pleure ses morts, on assiste aujourd’hui à une victimisation sélective. De 1945 à 1969, près de 200 manifestants, grévistes, occupants de terres ou d’usines, étudiants, ouvriers ou paysans ont été tués par les forces de police dans des opérations de rétablissement de l’ordre public. Ces crimes restent impunis à ce jour. Ce n’est pas pour rien que le parti communiste italien demandait alors le désarmement des forces de police en charge des manifestations publiques. La violence politique a été une pratique de l’Etat italien qui a contribué à structurer le conflit socio-politique. Elle n’a pas été introduite par la gauche. A partir de 1969, et pendant une décennie, les attentats néofascistes sur les places, dans les gares et les trains ont fait des centaines de morts. Il a été démontré que les services secrets italiens et les néofascistes étaient impliqués. Et là encore, ces crimes sont restent en grande majorité impunis. Le premier homicide politique de gauche du commissaire Calabresi a eu lieu en 1972. Et c’est seulement en 1976 que les Brigades rouges ont choisi de passer à ce type de stratégie. Il faut avoir à l’esprit ce climat pour comprendre et expliquer la violence politique de la gauche italienne et des militants qui ont hérité du poids de tous ces morts. Ce contexte est aujourd’hui totalement oublié et on tend à décrier ces années comme une crise de violence folle et aveugle provenant de la seule extrême gauche. De plus, durant cette période, la répression pénale a atteint des records. Entre 1970 et 1989, si l’on additionne les peines de prisons infligées pour des faits liés à la violence politique, on atteint 50.000 années. La génération qui avait 20 ans dans les années 1970-80 est la plus sanctionnée de l’histoire de l’Italie depuis l’unification de l’Etat en 1861. Dans le camp de la gauche, 4.087 militants ont été condamnés pour «des actes liés à des tentatives de subversion de l’ordre constitutionnel», appartenance à des «as- sociations subversives» ou pour «constitution de bandes armées». Sur les 1.337 personnes condamnées appartenant à la «famille» des Brigades rouges, en activité pendant 18 ans, 70% des inculpés étaient des ouvriers, des employés du tertiaire ou des étudiants. Comme le montrent les chiffres, une bonne partie des inculpés sont des militants originaires des villes du Sud qui au lendemain de la guerre sont venus travailler dans les centres industriels du triangle Turin, Milan, Gênes. Cette vague de migration, qui se prolonge jusqu’au début des années 1970, donne naissance à un nouveau type d’ouvriers, très radicalisés (ainsi durant «l’automne chaud» de 1969 et les événements de 1972-1973), et plus tard à une constellation de jeunes «enragés», issus du prolétariat des banlieues, qui accèdent en masse à l’instruction supérieure après 1968.

D’autres pays ont-ils accueilli des réfugiés italiens? Ont-ils pratiqué des extraditions?
En effet, mis à part la France, le Brésil, le Nicaragua, l’Argentine, la Grece et le Canada ont également accueilli des militants d’extrême gauche. Seule l’Algérie a livré à la justice italienne les deux militants de gauche qui se trouvaient sur son territoire. Ceux d’extrême droite ont été accueillis par la Grande-Bretagne, avec une forme équivalente de la doctrine Mitterrand qu’on pourrait appeler la «doctrine Thatcher». Les autorités judiciaires et politiques britanniques ont refusé d’extrader ces militants, appliquant la même politique tenue par la France durant la même période, mais cela n’a pas provoqué de débat ou polémique, que ce soit en Italie ou en Europe. Une fois les condamnations prescrites, ces hommes sont rentrés en Italie. Le Liban, le Japon, l’Espagne de Franco puis l’Espagne démocratique et les dictatures sud-américaines ont également accueilli plusieurs de ces militants. Et le leader d’extrême droite, Roberto Fiore, de Forza nuova, est même député au parlement européen.

Storia della dottrina Mitterrand

Storia della dottrina Mitterrand

Paolo Persichetti
Liberazione 19 giugno 2008

Nessuna estradizione, l’occasione di uscire dalla clandestinità, libertà di parola. La dottrina Mitterrand, che negli anni Ottanta sistematizza la vecchia tradizione francese di offrire rifugio a chi è costretto a espatriare per motivi politici, raccontata dal suo “architetto”, Louis Joinet. Una scelta strategica, capace di “liberare” generazioni di militanti (italiani, ma anche irlandesi e baschi) rifugiatisi Oltralpe sulle orme degli esuli del Risorgimento e dell’antifascismo

La firma apposta nei giorni scorsi sul decreto d’estradizione dell’ex militante delle Brigate rosse Marina Petrella conferma l’abbandono della dottrina Mitterrand da parte delle autorità francesi. Il riparo offerto agli attivisti della sinistra rivoluzionaria italiana fuggiti alle retate giudiziarie e alla legislazione penale d’emergenza varata alla fine degli anni 70 riprendeva una lunga tradizione d’asilo avviata dalla rivoluzione francese. La dottrina Mitterrand aveva illustri precedenti come la protezione concessa agli esuli risorgimentali e agli antifascisti. Considerata dall’Italia una grave violazione della legalità, un vulnus al diritto interno, la sua storia è poco nota, occultata dalla demonizzazione che ha colpito il decennio repubblicano dove più avanzato è stato il livello delle lotte sociali e politiche.
Oltre a essere corta, la nostra memoria è soprattutto selettiva. Durante la guerra d’indipendenza algerina anche l’Italia aveva dato rifugio ai membri dell’Oas e rifiutato l’estradizione dei militanti del Fln algerino. Jean-Jacques Susini, fondatore insieme a Pierre Lagaillarde (gennaio 1961), del gruppo d’estrema destra che tentò di uccidere nel 1962 il presidente della repubblica francese Charles De Gaulle, rimase per molti anni sotto la protezione della nostra polizia. Non per questo il nostro paese venne tacciato d’essere la retrovia del terrorismo antifrancese contrariamente a quanto si è detto della dottrina Mitterrand, accusata d’aver creato un «santuario europeo della lotta armata».
Nel 1981, appena eletto alla presidenza della repubblica, François Mitterrand, politico tra i più implicati nell’avventura coloniale francese, mantenne fede agli impegni presi durante la campagna elettorale, in particolare quelli che aveva definito «riforme che non costano», come l’abolizione della pena di morte e l’amnistia politica generale. Avviò così una strategia d’asilo, con alterni risultati, rivolta ai diversi conflitti di carattere rivoluzionario e irredentista che traversavano l’Europa (italiani ma anche irlandesi e baschi). «Al di là della risposta giudiziaria, si trattava di facilitare il cammino di chi tentava di uscire dalla lotta armata per andare verso una soluzione politica. Era importante non marginalizzare quelli che avevano una riflessione politica», ha spiegato una volta Louis Joinet, il vero architetto giuridico di questa politica d’asilo, in un’intervista apparsa sulle pagine di Libération del 23 settembre 2002. Fondatore del Syndicat de la magistrature (componente di sinistra della magistratura francese), negli anni 80 consigliere giuridico del primo governo socialista diretto da Pierre Mauroy e successivamente dello stesso presidente della Repubblica Mitterrand, Joinet ebbe l’incarico di seguire i dossier sulle estradizioni politiche. Per questo finì nel mirino del giudice istruttore romano Ferdinando Imposimato.
In quella intervista, rimasta inedita in Italia, Joinet ricostruiva i diversi passaggi della dottrina Mitterrand. «Le prime liste da noi ricevute contenevano 142 nomi di rifugiati ricercati a vario titolo ma appaiono subito delle reticenze da parte della giustizia italiana». Insomma, si scontrano due culture giuridiche ispirate da filosofie politiche opposte. Le autorità francesi dispiegano una tecnica di governo che aveva come presupposto una lettura politica e non criminale di quel che accadeva in Italia. Per questo esplorano vie politiche alla soluzione dei conflitti armati. Colgono nelle vicende italiane quel che nella penisola non si vuole vedere: un lacerante conflitto sociale, una latente condizione di guerra civile. Inoltre cercano soluzioni a un problema d’ordine pubblico che sta emergendo sul loro territorio: far affiorare e “normalizzare” un’area sociale clandestina e potenzialmente sovversiva composta dalle migliaia di militanti che avevano trovato rifugio nei solidali interstizi della loro società. La Francia restava attenta alle forme giuridiche mentre in Italia l’emergenza antisovversione si dispiegava nella forma di una guerra giudiziaria che negava la politica.

Come uscire dalla violenza politica?
«L’esperienza – racconta sempre l’ex consigliere dell’Eliseo – mi aveva insegnato che la clandestinità è la peggiore delle situazioni poiché produce gerarchie ma non dibattiti. La vera questione che pone la violenza politica, ripeteva Mitterrand, è certo quella di sapere come vi si entra, ma soprattutto come trovare il modo di uscirne. È sulla base di questo ragionamento che con l’accordo di Gaston Defferre, allora ministro dell’Interno, decidemmo di discutere con gli avvocati dei fuoriusciti». In questo modo si arrivò a delineare una soluzione: «Bisognava realizzare delle liste, fornire nomi, date e luoghi di nascita». Un gruppo di lavoro venne costituito presso il ministero dell’Interno, supervisionato dal prefetto Maurice Grimaud, con la partecipazione di diversi consiglieri governativi e alti funzionari di polizia, come il commissario Genthial, all’epoca vice direttore dei Reinseignements généraux. A queste riunioni parteciparono anche gli avvocati dei rifugiati, come Henri Leclerc e Pierre Mignard (Serge Quadruppani, L’Antiterrorisme en France ou la Terreur integrée, 1981-1989, La Découverte 1989). «Alcuni di questi poliziotti osservavano incuriositi la procedura. Per loro era senza precedenti che persone del genere uscissero quasi collettivamente dalla clandestinità». Delle inchieste furono ordinate, i rifugiati vennero sorvegliati ma i rapporti di polizia «mostravano che nessuno di loro violava la legge». Tuttavia la reazione italiana non si fece attendere e molti pentiti, per ottenere agevolazioni e riduzioni di pena, cominciarono a sovraccaricare d’accuse gli esiliati, «circostanza che non solo riaccese una violenta campagna contro la Francia, ma soprattutto provocò una immediata inflazione di domande d’estradizione e al contempo un ulteriore aggravamento dell’incertezza giuridica che le contraddistingueva». L’ex capo del SISMI, ammiraglio Fulvio Martini rivela in un suo libro di memorie (Nome in codice Ulisse) che in quel periodo un piano dei sevizi era pronto per rapire diversi rifugiati residenti a Parigi.

«Per tutti e per ciascuno»
Una circolare del ministero della Giustizia fissò i primi criteri di regolarizzazione. Inizialmente erano inclusi soltanto gli imputati o condannati per “reati associativi” e “insurrezione contro i poteri dello Stato”, ma dei dissensi interni all’esecutivo bloccarono questa prima soluzione. Anche tra i rifugiati si aprì un confronto. Da una parte chi era disposto ad accettare un’interpretazione ristrettiva della politica d’asilo. Una posizione che trovava sponde nei militanti che avevano aderito al movimento della dissociazione. Dall’altra Oreste Scalzone, che divenne la figura di riferimento dei favorevoli al riconoscimento pieno, senza limiti e distinzioni, dell’asilo per tutti e per ciascuno.
Nel 1984 i fuoriusciti e i loro avvocati tennero una conferenza stampa. In cambio dell’asilo indifferenziato offrirono i loro nomi e l’impegno di rispondere ad ogni convocazione per il mezzo dei loro legali. Rivendicarono invece la loro piena libertà di parola e decisero, come racconta sempre Joinet «d’avviare il dibattito sulle ragioni del fallimento della lotta armata. Per gli avvocati si trattava di un importante impegno e certamente questo ha pesato molto sulla decisione dell’avvocato Mitterrand. Noi pensavamo soprattutto che grande sarebbe stato il pericolo di vedere questi italiani ritornare nella clandestinità, col rischio d’alimentare a breve una deriva terrorista anche sul suolo francese».
Si arriva in questo modo al 20 aprile 1985, al congresso della Lega dei Diritti dell’Uomo, nel quale il presidente francese annuncia l’adozione di una politica d’asilo senza discriminazioni: «ho detto al governo italiano e ripetuto recentemente al capo del governo Craxi, nel corso di una conferenza stampa tenutasi in occasione della sua visita, che il centinaio d’Italiani che hanno partecipato ad azioni terroristiche, approdati successivamente in Francia dopo aver rotto con la macchina infernale e avviato una seconda fase della loro vita, inserendosi nella società francese, trovandovi lavoro e fondando una famiglia, che questi italiani sono al riparo da ogni sanzione per via d’estradizione».

L’asilo informale
Prevalse la garanzia di uno spazio di libertà informale, senza criteri discriminatori. Una situazione che fu così riassunta da Robert Pandraud, futuro sottosegretario alla sicurezza del governo Chirac, in un dibattito tenutosi all’Assemblea nazionale: «Dal 1981, tra i 150 e i 200 brigatisti italiani sono rifugiati a Parigi. Una quarantina di loro beneficiano di un permesso di soggiorno, gli altri vivono in uno stato di non-diritto, tollerati ma non riconosciuti. Occorre precisare che il governo ha sempre rifiutato di dare seguito alle richieste d’estradizione avanzate nei loro confronti dall’Italia, nonostante una quindicina di queste richieste avessero ottenuto l’avviso favorevole della giustizia».
Negli anni 80, gran parte dei processi dell’emergenza erano in fase d’istruzione, oppure ancora in corso. L‘introduzione di criteri selettivi avrebbe creato delle situazioni di manifesta antigiuridicità. Persone nel frattempo condannate solo per reati di tipo associativo sarebbero state tutelate a discapito di chi, ancora in attesa di giudizio e dunque sotto il beneficio della presunzione d’innocenza, sarebbe rimasto escluso. Per evitare questo ginepraio insolubile venne salvaguardato il principio astratto e generale dell’asilo, a prescindere dalla regolarizzazione amministrativa, demandata ai criteri d’applicazione delle singole prefetture.
Nonostante le alternanze politiche che seguirono, la situazione restò sostanzialmente immutata per circa un decennio, fino all’indomani dell’entrata dell’Italia nel dispositivo Shengen. Gli automatismi previsti nel sistema della banca dati integrata provocarono diversi arresti. Per porvi rimedio il 4 marzo 1998 il primo ministro, Lionel Jospin, ribadì ufficialmente che il suo governo non aveva l’intenzione di modificare l’atteggiamento tenuto dalla Francia fino ad allora: «Per questo non ha dato e non darà seguito ad alcuna domanda d’estradizione dei fuoriusciti italiani che sono venuti nel nostro paese[…] a seguito di atti di natura violenta d’ispirazione politica repressi nel loro paese». Superata la crisi precise disposizioni furono impartite per disattivare tutte le segnalazioni d’arresto. La successiva introduzione del reciproco riconoscimento delle decisioni di giustizia penale tra gli stati membri dell’Unione inaugura lo spazio giudiziario europeo sotto i cattivi auspici di un disequilibrio tra le accresciute potenzialità repressive delle autorità statali e le ridotte garanzie di tutela dei singoli cittadini. I vari protocolli stabiliti con il sistema informatico Schengen, il mandato d’arresto europeo, Europol ed Eurojust stanno alle vecchie sovranità politiche come la Banca centrale europea sta alla vecchie politiche economiche nazionali di scuola keynesiana.

Il ridimensionamento del lodo Mitterrand
Nell’estate del 2002, l’esclusione dal secondo turno delle presidenziali del candidato socialista mise fine alla coabitazione. La destra francese riconquistò dopo 21 anni tutte le leve del potere. In Italia l’attentato al collaboratore del governo Marco Biagi fornì al governo il pretesto tanto atteso per ripartire all’assalto della dottrina Mitterrand. Anzi, i fuoriusciti conservati nel serbatoio dell’esilio apparirono subito una preziosissima risorsa sulla quale far ricadere la responsabilità dei nuovi attentati e distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dallo scandalo suscitato dalla mancata protezione del professore e dalla frase offensiva rivoltagli dal ministro degli Interni Scajola obbligato alle dimissioni.
Per uscire dall’angolo fu escogitato un vero e proprio depistaggio. Grazie ad un’ipotesi investigativa messa in piedi dal sostituto procuratore bolognese Paolo Giovagnoli che indagava sull’episodio, venne confezionata la cosiddetta “pista francese”. «Come noto – sostenevano gli inquirenti – nell’ambito dell’attività investigativa relativa all’omicidio del Prof. M. Biagi, particolare attenzione è stata rivolta ai latitanti per reati di terrorismo rifugiati in Francia. Tale strategia investigativa si basa sull’ipotesi che tra i c.d. esuli “francesi” ed i latitanti o i “clandestini”, appartenenti al sodalizio criminoso resosi responsabile del delitto in argomento, esista un forte collegamento, quanto meno di carattere ideologico».
L’esportazione delle indagini Oltralpe consentì per la prima volta nell’agosto 2002 di forzare la dottrina Mitterrand, in barba agli stessi trattati europei. Così trasformato in una foglia di fico, il diritto non riesce più neanche a salvaguardare la propria logica formale interna, assumendo sempre più le goffe sembianze di un travestimento kelseniano dell’essenza decisionista sostenuta da Schmitt.
Una lista ulteriore di 14 estradandi era pronta. I guardasigilli Castelli e Perben scelsero l’anniversario dell’11 settembre per incontrarsi e ridimensionare il lodo Mitterrand. Ma intanto la pista francese non offriva i frutti sperati. Un nuovo colpo di mano viene allora concertato per forzare nuovamente la situazione. Come racconta Guillaume Perrault, giornalista del Figaro (Génération Battisti, Plon 2005), una retata sarebbe dovuta scattare nel giugno del 2003. Operazione concordata con i vertici del Viminale e la collaborazione della procura di Bologna, ma fatta saltare dall’intervento del presidente della repubblica Jacques Chirac che, per evitare altri blitz estivi da parte del suo rivale e ministro degli Interni Sarkozy, aveva accentrato i fascicoli dei rifugiati italiani sotto il controllo dei suoi uffici. Il presidente francese temeva che la retata fosse un regalo a Berlusconi per la presidenza Ue che avrebbe assunto il primo luglio successivo tra i clamori mediatici della grande operazione antiterrorismo.
Fallita quell’operazione, nel febbraio successivo con un nuovo stratagemma venne riarrestato Cesare Battisti, nonostante nel 1990 la magistratura parigina avesse dato il proprio avviso sfavorevole alla estradizione. L’episodio ebbe un enorme clamore mediatico. Rimesso in libertà, l’estradizione fu accolta ma Battisti fuggì per essere ripreso in Brasile nel 2006, dove è tuttora detenuto in attesa che le autorità si pronuncino sulla estradizione. È di questi giorni la notizia del nuovo ricovero di Marina Petrella nell’ospedale psichiatrico di Villejuif.
Il diritto estradizionale ha rappresentato per oltre un secolo il meglio della cultura giuridica di scuola liberale. Maturato nella temperie delle lotte nazionali, democratiche e repubblicane del XIX° secolo, esso viene definitivamente sotterrato nell’epoca che vanta il dominio assoluto del modello neoliberale sul pianeta. Circostanza che suggerisce più di una riflessione sulla natura liberticida e dispotica del neoliberismo contemporaneo, marcato dall’eccezione permanente inaugurata subito dopo l’11 settembre 2001.

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Lettera da Parigi della figlia di Marina Petrella

L’asilo di fatto, le scelte, la memoria e la necessità di far cambiare idea alla Francia: “Vi racconto perché mia madre, Marina, non deve essere estradata”

 

Elisa Novelli Petrella
Liberazione
11 giugno 2008

Sono la figlia di Marina Petrella. Vorrei raccontarvi qualcosa su mia madre. petrella1Vorrei provare a dirvi cosa rappresenta la negazione della ricostruzione di un essere umano. Dobbiamo parlare di ricostruzione, visto che Marina non è uscita dalla sua storia politica nello stesso modo in cui ci è entrata. È successo un po’ più di 25 anni fa, quando già il vento della lotta armata cominciava ad andare via, quando i rumori metallici della notte tuonavano sempre più vicino, dopo che alcuni, quelli che poi sono stati chiamati “pentiti”, incominciavano a barattare delle riduzioni di pena in cambio di denuncie e delazioni, fu allora che la storia politica di mia madre è incominciata a finire. Erano i primi anni ’80. Dopo aver capito che le sue speranze di cambiare il mondo andavano incontro alla sconfitta e che l’impegno politico tenuto fino allora non poteva più continuare allo stesso modo, Marina decise di non fermare la sua vita, ma che dal suo percorso sarebbe potuta nascere una nuova storia. Questa nuova storia è incominciata con me che ho scelto per nascere una calda giornata di agosto dentro una prigione speciale, in pieno articolo 90. Solo chi ha vissuto questa esperienza può capire l’immane volontà che serve per essere madre, dare al mondo e crescere una figlia tra le sbarre di un carcere. Solo chi è consapevole di questa prova può capire quanto questa scelta non sia una fuga nel personale, una soluzione egoista ma che sia la rappresentazione fisica di un pagina voltata. Questo è stato il suo modo per affermare che iniziava un nuovo percorso di vita, un diverso impegno sociale. Ed è anche grazie a questo nuovo stato di cose che otto anni dopo le è stato vendredi_28_mars_5permesso di uscire dal carcere e di essere libera fino al verdetto della Cassazione del 1993. Già a quell’epoca Marina non era più quel soggetto pericoloso dipinto dai media al momento del suo nuovo arresto. Ma l’Italia dimentica presto. Meglio ricorda solo quel che vuole. Seleziona la memoria. La Francia di Mitterand cercando di favorire una pacificazione del conflitto italiano degli anni ’70 ha accolto numerosi ex attivisti di quel periodo. I governi di sinistra come di destra hanno rispettato questo asilo di fatto. A noi, figli di quei rifugiati, è stato permesso di crescere, di vivere, di avere anche nuovi fratelli e sorelle. L’esilio c’è stato malgrado le contraddizioni, malgrado le incertezze di una vita difficile, precaria in attesa di un asilo. Un asilo che esprimeva una speranza di una vita nuova. Dal nulla di un “fine pena mai” che Marina aspettava in Italia è nata nel 1997 mia sorella. Una bambina francese che ora vede quel paese che gli ha dato una nazionalita ricacciare sua madre nel pozzo del carcere a vita. Da quel 1993 quindici anni sono passati. Quindici anni da quando un treno ci ha portato alla Gare de Lyon. Quindici anni da quando i nostri passi si sono mischiati a quelli dei nostri migranti d’inizio secolo. Anche speranzosi di una vita che non fosse la galera della miseria. Perché questo “pezzo” di tempo, che ha permesso di cambiare il loro impegno politico in un impegno sociale, non è più che legittimo per chiedere asilo? Perché non è ora di girare la pagina di questa storia, per permettere a noi nuove generazioni di avere un vero futuro e consentire a quelle persone come mia madre di vivere la seconda chance che gli è stata data? A venticinque anni di distanza dai fatti imputati, quindici anni dopo l’esilio, un nuovo primo ministro francese ha deciso che bisognava rimangiarsi la parola data da tutti i suoi predecessori. Il governo francese ha deciso di estradare mia madre, di cancellare la sua vita in Francia e di rinchiuderla non solo in un carcere ma di fare del passato la sua prigione. La Francia ha deciso tutto questo cedendo al populismo penale, all’ossessione sicuritaria ad una voglia di vendetta infinita che ha perso il significato della speranza. Il primo ministro ha deciso che la vita di mia madre doveva fermarsi. Ma quindici anni di esilio di fatto creano dei diritti e noi non lasceremo la Francia deresponsabilizzarsi dalla sua storia e cultura.

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Etica della lotta armata
Ma quali anni di piombo: gli anni 70 sono stati anni d’amianto
Francesco Cossiga, “Eravate dei nemici politici, non dei criminali”
Francesco Cossiga, “Vous étiez des ennemis politiques pas des criminels”
Quando la memoria uccide la ricerca storica – Paolo Persichetti

Storia e giornate della memoria – Marco Clementi

Brigate rosse
La biblioteca del brigatista
Mario Moretti, Brigate rosse une histoire italienne
Vincenzo Tessandori, “Ci chiameremo la Brigata rossa

La vera storia del processo di Torino al “nucleo-storico” delle Brigate rosse: il Pci intervenne sui giurati popolari
Ciao Wilma Monaco

Nap
E’ morta Franca Salerno storica militante dei Nap
L’evasione di Franca Salerno e Maria Pia Vianale

Un saluto a Franca Salerno
Un libro sulla storia dei Nap
Una vecchia intervista a Franca Salerno

Teorie del complotto
Dietrologia: chi spiava i terroristi
Doppio Stato, teorie del complotto e dietrologia
Spazzatura, Sol dell’avvenir, il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
Lotta armata e teorie del complotto
Doppio Stato, teorie del complotto e dietrologia
Doppio Stato e dietrologia nella narrazione storiografica della sinistra italiana – Paolo Persichetti
Doppio Stato? Una teoria in cattivo stato – Vladimiro Satta
La teoria del doppio Stato e i suoi sostenitori – Pierluigi Battista
La leggenda del doppio Stato – Marco Clementi
Italie, le theme du complot dans l’historiographie contemporaine – Paolo Persichetti
I marziani a Reggio Emilia – Paolo Nori

Rapimento Moro
Gallinari, Gotor e le lettere di Moro
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro

Una storia politica dell’amnistia

Libri – Une histoire politique de l’amnistie, a cura di Sophie Wahnich Puf, Parigi, aprile 2007, 263 pp, 24 euro

Paolo Persichetti
Liberazione
Sabato 25 agosto 2007

Solo pochi decenni fa l’amnistia era considerata ancora una parola di sinistra. Nata con la democrazia ateniese, era parte del repertorio delle forze che si dicevano democratiche. Fin dalle origini aveva animato le battaglie di libertà del movimento operaio. Convogliava un’idea di società tollerante e progressiva, conteneva una domanda di giustizia moderatrice consapevole dell’importanza che il ricorso a strumenti di correzione politica della fermezza penale, ispirati a quella mitezza tratta dalle vecchie massime latine che richiamano prudenza ed equità nell’applicazione della legge, svolgeva una funzione riparatrice delle ingiustizie. 41jpad5dx5l_ss500_Ma alla fine del Novecento una drastica inversione di tendenza sospinge paesi e società civili occidentali a ripudiare questo strumento di soluzione dei conflitti. Ciò non è vero ovunque, basti pensare alla Gran Bretagna di Blair che, nell’ambito del processo di soluzione politica della questione nord-irlandese, ha amnistiato tutti i militanti coinvolti negli scontri armati. Anche se l’esperienza più innovatrice viene dal Sud Africa di Mandela che, ispirandosi ai principi della giustizia ricostruttiva, ha scartato la via penale tradizionale per istituire un criterio d’accertamento dei fatti in cambio di clemenza e risarcimento pubblico delle vittime. Operazione che però ha messo sullo steso piano la violenza istituzionale che appoggiava il sistema segregazionista e quella antistituzionale che lottava in armi contro l’apartheid. Ipotesi che terrorizzerebbe qualsiasi esponente, passato e presente, dello Stato italiano chiamato a dover rispondere delle stragi della strategia della tensione e delle centinaia di morti che hanno insanguinato la gestione dell’ordine pubblico nei primi decenni della repubblica, quando nessuno a Sinistra aveva ancora scelto la via della violenza. Tuttavia queste due esperienze restano episodi minoritari rispetto ad un diritto penale internazionale sempre più ostile alle istituzioni della clemenza. Proprio dal tentativo di trovare una risposta a questo discredito parte l’opera collettanea curata da Sophie Wahnich, storica e ricercatrice del Cnrs, Une histoire politique de l’amnistie. Il volume, frutto di una ricerca multidisciplinare avviata nel 2003 e condotta su scala comparativa tra diversi paesi europei, poggia sulla convinzione che ormai, date le interdipendenze, una soluzione amnistiale per le insorgenze politiche degli anni 70-80 possa essere trovata unicamente coinvolgendo i livelli istituzionali dell’Unione europea, attraverso nuove forme di clemenza sopranazionale. Storicamente le amnistie sono state sempre accompagnate da dispositivi di riscrittura della storia, spesso opposti tra loro: far dimenticare, accertare la verità o renderla illeggibile. Molto diversa è poi la natura delle clemenze che sanciscono forme d’impunità preventiva, tipiche dei poteri costituiti, come accaduto per le dittature militari sudamericane o per i colpi di spugna sui reati economico-finanziari. In questo caso l’amnistia ha aiutato l’oscuramento dei fatti. Altro significato hanno invece le clemenze che temperano, dopo decenni di carcere, le dure repressioni contro gli oppositori politici, ripristinando quando ormai gli eventi sono ampiamente accertati una situazione di normalità giudiziaria stravolta dalle misure d’eccezione. Ma tutte queste distinzioni scompaiono di fronte all’attuale tendenza a voler confondere qualunque amnistia con l’impunità. È questo l’atteggiamento tenuto in Italia da un ceto politico che ha tutto l’interesse a far dimenticare le proprie ascendenze riversando sui reprobi degli anni 70 le pagine più ingombranti del proprio Novecento. Una rimozione che impedendo la chiusura del decennio 70 riemerge continuamente sotto forma di spettri che agitano fobie, polemiche, grottesche imitazioni del passato, ciniche speculazioni delle agenzie repressive, col risultato di avvelenare lo spazio pubblico. Ma la regressione della clemenza ha altre ragioni ancora più strutturali che investono la mutazione dei sistemi politici occidentali insieme all’emergere impetuoso del paradigma vittimario. Le democrazie occidentali sono ben lontane dal costituire degli esempi di superamento dell’inimicizia politica. E ciò, anche in ragione di un’ideologia umanitaria che attorno al «criterio dell’inerme» ha perso ogni capacità di discernimento tra i crimini di lesa umanità universalmente riconosciuti, come tortura, schiavitù, genocidio, misfatti coloniali, o quell’orrorismo di cui ha recentemente scritto Adriana Cavarero (Feltrinelli 2007), e le infrazioni commesse da chi ha esercitato il diritto di resistenza. In realtà chi dice umanità vuole ingannare, metteva in guardia Proudhon. Il diritto penale umanitario (tragico ossimoro) è divenuto lo strumento di distinzione tra bene e male, tra barbaro e civilizzato, favorendo l’emergere di assoluti etico-morali che depoliticizzano e destoricizzano sistematicamente gli eventi, fino a smarrire la differenza che passa tra l’illegalità degli oppressi e quella dei poteri costituiti. Non stupisce allora che la retorica umanitaria sia diventata la nuova arma ideologica con la quale gli Stati hanno moltiplicato guerre e spogliato della loro veste politica le infrazioni commesse da chi si organizza contro l’oppressione, relegandole a mera fattispecie criminale. Ma non tutti gli assoluti servono per essere rispettati, così nulla impedisce di scendere a patti con i tagliatori di teste Talebani, o chi pratica lo sterminio suicida come Hamas, mentre era assolutamente vietato negoziare con le Br. In questo caso il criterio non è più l’umano e l’inumano ma l’omologia tra le entità statali costituite dell’Occidente e quelle in formazione degli islamisti, radicalmente opposte al demone della rivoluzione sociale. Ciò rende più comprensibile anche quel grande stupro di senso che ha portato ad accomunare in un’unica giornata, non certo per ragioni di pietas, il ricordo delle vittime delle stragi di Stato e quelle della lotta armata. Resta da capire dove collocare i morti ammazzati come Pinelli o le centinaia di manifestanti falciati, dal 1946 fino a Carlo Giuliani, dalle forze dell’ordine. Vicende storiche opposte e inconciliabili sono riassunte in un unico paradigma che nulla c’entra col dolore ma assolve unicamente il potere. Altro che ricerca della verità e tentativo di riconciliazione. Il Sud Africa è lontano e le vittime delle stragi muoiono una seconda volta. L’uso strumentale della figura della vittima è uno dei passaggi centrali di questo processo, a cui è dedicato un intero capitolo nel quale si spiega che il diritto alla riparazione simbolica dell’offeso è lentamente scivolato verso un potere di punire quantificato in base alla natura e all’entità della pena da infliggere e al riconoscimento di una capacità d’interdizione e ostracismo perpetuo sul corpo del reo. Questo processo di privatizzazione della giustizia trae la sua origine dalla convinzione che la liturgia del processo penale possa svolgere una funzione terapeutica. Il sistema giudiziario perde il suo ruolo di ricerca delle responsabilità per rivestire la funzione di riparazione psicologica della persona offesa. Una svolta culturale cui sembra aver contribuito la nozione di «stress post-traumatico» introdotta dalla psicologia clinica anglosassone dopo la guerra del Vietnam. Ma può un eventuale sentimento d’ingiustizia considerarsi una «ferita psicologica» sanabile per il mezzo di una condanna penale? In questa prospettiva la ricerca della verità giudiziaria non offre scampo. Essendo un momento necessario all’elaborazione del lutto, la dichiarazione di colpevolezza e l’ostracismo perpetuo restano l’unica soluzione accettabile perché il proscioglimento o la reintegrazione civile dell’accusato ostacolerebbe la guarigione mentale della vittima. L’uso strumentale della retorica vittimistica ha così legittimato il capovolgimento dell’onere della prova, il passaggio alla presunzione di colpevolezza, l’aggravamento delle sanzioni, la limitazione dei diritti dell’accusato e l’immoralità delle amnistie, fino al paradossale esercizio di un’etica selettiva che perde improvvisamente tutta la sua intransigenza di fronte a quella ragion di Stato che premia pentiti e dissociati.

Il Merlo, il Dissociato e il Fuoriuscito

Basta con il livore verso i fuoriusciti è ora di fare la storia degli anni 70

Paolo Persichetti
Liberazione
, venerdì 2 febbraio 2007

Apparso anche su www.carmillaonline.com

Francesco Merlo, su la Repubblica del 18 gennaio, scrive peste e corna dei fuoriusciti riparati in Francia. Li raffigura simili ad 19-il-merlo-e-il-dissociato-jpg un circo Barnum e, come in un mattinale della questura, s’inventa pure un fantomatico dibattito tra ‘uscisti’ ed ‘entristi’ della lotta armata. Soprattutto prende di petto Oreste Scalzone, che dopo trent’anni ha avuto reati e condanna prescritti. Il suo è un minestrone di parole che ammucchiano colore, gossip, dicerie, fandonie, pregiudizi. Ce l’ha persino col loro modo di parlare. L’argot inevitabile d’ogni migrante che ha dovuto apprendere la nuova lingua per necessità. Ma poi aggiunge che alcuni tra loro pubblicano libri, fanno ricerca universitaria, aprono librerie e negozietti, senza rendersi conto della contraddizione. Ha da ridire anche sul fatto che non vestono Prada e si meraviglia di come si possa campare ventisei anni di espedienti, cioè di precariato. Domanda interessante, questa, che dovrebbe rivolgere ai cantori nostrani della deregolamentazione del mercato del lavoro.

images9Chi vede Parigi dagli appartamenti dei grandi boulevards, e guadagna con un solo articolo il corrispettivo di quattro stipendi da operaio e otto da precario nei call center, è preso d’angoscia di fronte ad una simile prospettiva e percepisce i marciapiedi delle città, il caldo maleodorante del suo reticolo sotterraneo di vie ferrate, come un’insidia dura e ingenerosa. Dante parlava dell’esilio con parole molto amare: «tu lascerai ogni cosa diletta/ […] Tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle/ lo scendere e ’l salir per l’altrui scale». Sarà che ognuno fa le sue esperienze, saranno le diavolerie della tecnologia, ma a Parigi ci sono tanti ascensori e infinite scale mobili e poi ad esser salato è il burro, non il pane. Insomma, se la città la vivi dai sottotetti dei quartieri popolari e multietnici, quella durezza diventa generosità, solidarietà, complicità naturale, intreccio di vite che arrivano da mille angoli del pianeta, ognuna con la sua valigia di storie. Scalzone, e altri come lui, tutto questo l’hanno vissuto sempre al presente, senza nostalgie, senza rimpianti e con le radici che ormai crescevano all’insù.

Sarà forse solo una lontana parentela, ma le parole di Merlo ricordano quelle di un giornale pubblicato a Parigi con le finanze dell’Ovra, la famigerata polizia politica di Mussolini. Era rivolto alla folta comunità di emigranti italiani e s’intitolava, guarda caso, il Merlo. La sua ragion d’essere era la calunnia quotidiana dei fuoriusciti antifascisti. copj13-1Immorale è il viaggio quando si rimane stranieri, ha scritto tempo fa Claudio Magris. E stranieri i fuoriusciti non lo sono mai stati. La nostalgia è stata quella degli altri, come racconta Milan Kundera, anche lui un tempo esiliato. Nóstos e Àlgos sono parole greche che indicano «ritorno» e «sofferenza». Nostalgia è dunque la tristezza che provoca l’impossibilità di tornare. Ma in altre lingue l’etimologia è diversa e trae origine dal latino ignorare. In questo caso, la nostalgia si esprime come «sofferenza per l’ignoranza» di non sapere quel che accade lontano da noi. Ma Scalzone, in tutti questi anni, non ha avuto il tempo di rimpiangere e ignorare proprio nulla, come Ulisse nell’alcova di Calipso. Coinvolto tra mille incontri e scoperte in tutte le battaglie della nuova modernità liquida, come la chiama Zygmunt Bauman: migranti, senza tetto, giovani delle banlieues, precari, altermondialisti, scioperi come quello generale del ’95, mentre a casa sua facevano tappa musicisti, poeti, teatranti e giramondo, scappati e scampati da magistrature, eserciti e polizie di mezzo mondo, compreso qualche fascista gravemente ammalato e un democristiano ricercato. Per farsi aprire bastava esibire come passaporto un mandato di cattura. copj13I nostalgici sono rimasti in Italia, alcuni perché hanno fatto degli anni ’70 l’oggetto del loro incarognito risentimento, come Sergio Segio. Uno che si racconta avvinto da un ineluttabile destino. «Non c’è salvezza possibile per chi ha sognato di cambiare il mondo», scrive in un libro dove inanella una serie impressionante di goffe citazioni scapigliate, iscrivendosi nel «novero dei destinati alla sconfitta che non scelgono l’esilio ma di andare fino in fondo, pagando quel che bisogna pagare al sogno a lungo coltivato». Convinzione che lo porta a rivendicare una sorta di primazìa etica: l’aver prima commesso l’errore giusto ed in seguito aver ripudiato nel modo più giusto la giustezza dell’errore passato. Prova d’eccellenza assoluta, che giustificherebbe il suo irrefrenabile desiderio d’accedere allo status di persona non comune che un tempo si diceva persino comunista.

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Vittoriale

Immerso nella recita di uno stucchevole copione dannunziano, raffigura se stesso avvolto in un’atmosfera d’estetismo combattente: «anima capace di tenerezza», che sceglie «di morire non nella lenta emorragia della vita ma di fretta, senza risparmio, come candele accese dai due lati, non per malattia del corpo ma per quella della coerenza, per un’inguaribile infezione dell’anima». Poeta armato, novello Sturm und Drang, sognatore impaziente, adepto del carpe diem, declama: «i nostri attimi sono eterni e ci ripagano di tutto». Fiore appassito più che fiore del male, maledetto mancato ma redento riuscito, anche se con parole che indulgono sempre al calibro ben oliato e al rimirar la poesia del gesto, la metrica dell’intenzione che conduce ad un eroico «andar incontro alla bella morte». Quella altrui, ovviamente.
Una prosa a metà tra l’imitazione di Marinetti e quella del Vittoriale, senza risparmiarci il lieto fine hollywoodiano che condanna l’infausto protagonista a vivere finalmente ravveduto e contento, e che – per dirla con Jim Thompson in Colpo di spugnadi fronte allo specchio della propria vita non può fare a meno di sputare ogni mattino sulla faccia di quel che è stato lo scaracchio di ciò che è diventato. L’esperienza dei fuoriusciti copj13-21rappresenta da oltre vent’anni un’anticipazione del possibile, ciò che avrebbe potuto essere il futuro italiano se fosse stata varata una soluzione politica per gli anni ’70. Una smentita cocente per gli imprenditori dell’emergenza, un esempio da cancellare con ferocia e motivo d’incontenibile livore per chi tra dissociazioni e pentimenti, in cambio di laute ricompense premiali, non perde occasione di salire in cattedra e recitare l’autocritica degli altri.
A Sinistra, come a Destra, molti scimmiottano il riformismo blairiano. Ma il primo ministro inglese si è sporcato le mani con il conflitto irlandese, ha negoziato con l’Ira, ha liberato tutti i prigionieri politici, anche con reati di sangue, e stabilito tappe di un processo politico che ha condotto alla fine del conflitto. In Italia, invece, la sua tanto decantata strategia viene imitata solo per liberalizzazioni e privatizzazioni. Siamo l’unico paese in Europa in cui il ciclo politico della lotta armata è stato chiuso vent’anni fa con un atto unilaterale dei suoi militanti. Siamo gli unici ad avere ancora un centinaio di fuoriusciti e prigionieri politici ormai prossimi ai trenta anni di carcere. Siamo gli unici a selezionare le vittime: Calabresi sì, Pinelli no.
Guardare al rientro di Scalzone come all’ennesima occasione possibile per voltare pagina non sarebbe forse più utile e intelligente? Domanda superflua in un paese che ha seppellito i fatti sociali degli anni ’70 sotto la memoria penale, mentre le stragi, da quelle nazi-fasciste a quelle che hanno tentato di fermare i movimenti, rimangono impunite, senza verità, chiuse in un armadio con le ante rivolte verso il muro. In Italia i passati rivoluzionari non possono diventare Storia. Per questo l’unico futuro che riesce ad affacciarsi all’orizzonte sembra avere il colore plumbeo della colpa. Selettiva, naturalmente.

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