Un maggio lungo dieci anni

Libri – Il Nemico inconfessabile, Paolo Persichetti, Oreste Scalzone, Odradek 1999

Capitolo secondo – Un maggio lungo dieci anni

Altro era il fare convulso che mi raccontavi e che conteneva, secondo quanto mi dicevi, parte di un mondo futuro […] Era un modo di battersi. Non si chiedeva di essere d’accordo con un progetto, solo darsi alle lotte. Furono case vuote che vennero occupate, pigioni che non si pagarono più, bollette di elettricità bruciate in piazza. Si impedivano le ritorsioni degli stacchi, degli sfratti. Si era smesso di pagare i conti, si passava a esigere. Quando finiva il tempo della lotta, con risultato buono o cattivo, si cominciava da un’altra parte […] Non eravamo convenienti, il nostro metodo era l’urto, tecnica faticosa per ottenere anche poco, a volte niente. Però procurava peso. C’è un tempo della vita in cui un uomo vuol poggiare al suolo una pianta larga, un passo non leggero. Non per pestarlo, ma per caricarlo con tutto il corpo. In quegli anni nessuno voleva essere lieve. Urgeva una diversa gravità che cambiò l’andatura di molti […] Negli anni degli urti nessuno voleva essere più alto, più magro, nemmeno più sano: ridevano volentieri le bocche sdentate […]
Erri De Luca, Aceto, Arcobaleno. 1497_1497

1. Quando si guarda alla storia italiana degli anni 70, quando si affronta quella lunga stagione di sovversione politica e sociale, il pensiero corre in ritirata, la profondità diventa pesantezza e l’intelligenza lascia il posto alla piattezza. Allora ogni considerazione indugia sovente più al giudizio che alla riflessione. Un lungo maggio rampante tamtamizzato, disseminato, ha attraversato per intero gli anni Settanta, tra insurrezione e controinsurrezione, persistenze e resistenze, protraendosi fino ai soprassalti degli anni 80. Questa contestazione sociale generalizzata ha avuto il suo epicentro nell’insorgenza selvaggia di un vero potere operaio, il cui fulcro, nel contesto della regolamentazione fordista e della produzione taylorista, è stato rappresentato dalla fanteria degli operai massa(1). Questi ultimi erano costituiti per la maggior parte da terroni, omologhi dei turchi alla Volkswagen, dei pachistani della Gran Bretagna, dei magrebini a Billancourt. Terroni i cui padri, annessi in un’epoca relativamente recente, erano stati assimilati e italianizzati a forza, prima col sistema fiscale dei Savoia, poi attraverso il battesimo del fuoco e del sangue – nel fango delle trincee della Grande Guerra – in regioni dove gli abitanti parlavano una lingua a loro straniera.

Origini lontane dell’anomalia italiana
2. Bisogna considerare le specificità del processo di costruzione, sulle spalle del corpo sociale, di uno Stato-nazione fabbricato dall’alto sulla società civile, le società dell’antico paese dalle cento città. E poi, risalire alla questione delle masse cattoliche, al «non expedit»(2), all’Italietta, al fascismo, alle avventure coloniali, alla guerra persa. E ancora, al «compromesso storico» ante litteram dei grandi partiti di massa: la Democrazia Cristiana e il Partito Comunista, coppia opposta, associati e antagonisti di due egemonie. Il mito fondatore della Repubblica fu dunque il Risorgimento, ma l’Assemblea costituente risultò talmente ossessionata dalla volontà di rilegittimare il modello centralista, da scartare il federalismo e facilitare l’avvio della «partitocrazia». Da un lato, il Piano Marshhall, lo scudo crociato Libertas, la Chiesa, la Nato, il Mercato comune; dall’altro, l’attesa della rivoluzione, la telenovela dello Sputnik(3), e sulla terra, il valore del lavoro e il lavoro come valore, una sorta di “calvinismo del capitale variabile”. La gestione, insieme, di un’economia mista sulla base della dialettica tra difesa del lavoro e iniziativa del capitale, come riflesso privilegiato della diarchia geopolitica definita a Yalta: il «bipartitismo imperfetto», il «fattore K», la «dottrina Sonnenfeldt»(4) – l’elemento di sovradeterminazione geopolitica che ha congelato l’Italia, permettendo più di quaranta anni di equilibrio eccezionale(5) – e il «consociativismo»(6) (cioè l’associazione dell’opposizione comunista ai poteri e alle decisioni come compenso all’impossibilità dell’alternanza). E ancora, la configurazione ideologica e politica assunta in Italia dalla contro-rivoluzione stalinista: il togliattismo(7), il «nazional-popolare», un misto di machiavellismo, di spirito contro-riformista, di filosofia della storia – necessariamente idealista – di egualitarismo e di collettivismo verso il basso (l’egualitarismo dei «più uguali degli altri», il comunismo degli uomini non comuni, il comunismo cratico invece del comunismo critico), e un’ibridazione profusa, tra le quali l’eredità dello storicismo hegeliano versione Benedetto Croce, o dell’attualismo di Gentile(8).

Originalità della sovversione sociale italiana nel contesto europeo

3. Nel dopoguerra, a partire dagli anni cinquanta, cominciò un enorme trasferimento interno di forza-lavoro dovuto alla nemicoinconfessabile2domanda generata dalle rapide forme di sviluppo del capitalismo italiano. Il vecchio operaio professionale, a forte spessore ideologico, dotato di una memoria storica legata alla Resistenza, si fuse progressivamente con la nuova figura dell’«operaio massa». I nostri «arabi» alla Fiat erano loro, con la differenza che essi possedevano una carta d’identità italiana e non erano dunque sottomessi al ricatto dell’espulsione, e inoltre potevano comunicare alla catena di montaggio con lo stesso medium linguistico. Questa «rude razza pagana», massa arrabbiata di giovani meridionali sottratta al tradizionale controllo della Chiesa esercitato nelle campagne, incontrò la scuola della lotta di classe nelle fabbriche del nord e la tradizione del sovversivismo rivoluzionario della Resistenza. S’innescò così una miscela esplosiva(9). I fatti del «luglio 60»(10). e quelli di Piazza Statuto nel 1961(11), furono le prime grandi manifestazioni di autonomia operaia del dopoguerra. Due episodi che assunsero il ruolo simbolico di apertura dei cicli di lotte che condussero agli anni 70. Questi due momenti rappresentarono l’affacciarsi sulla scena delle nuove generazioni operaie che si andavano formando nel tessuto sociale metropolitano: i giovani dalle «magliette a strisce» e i nuovi «operai di linea», carichi di una rabbia sociale nuova, un’insofferenza per la tradizionale rigida morale operaia e la prospettiva di una vita di fabbrica, sotto l’influenza di culture giovanili che trovavano spazio tra le pieghe della società dei consumi che si approssimava. Fece irruzione una nuova immaginazione del conflitto e una fantasia delle forme di lotta che sorprese e scavalcò le organizzazioni tradizionali del movimento operaio e della sinistra(12).

4. Questo vero e proprio contro-potere si esprimeva prima di tutto attraverso l’assalto al reddito e la critica pratica del lavoro. Un contro-potere che si presentava come una potenza di, opposta ai poteri su. Era l’espressione di un alto livello d’indipendenza, dunque di virtuale autonomia. Questo forte antagonismo operaio agiva come embrione di un potere alternativo: scioperi a oltranza e scioperi selvaggi, cortei di officina, occupazioni e insubordinazione operaia, forme dure di lotta che avevano modificato i rapporti di forza. La gerarchia del comando capitalista era rimessa in discussione, le vecchie commissioni interne vennero sostituite dai consigli di fabbrica, la cui spinta radicale fu ben presto normalizzata con la loro trasformazione in strutture di base dalle confederazioni sindacali, attraverso la formazione del sindacato dei consigli(13). L’esperienza dei Cub (Comitati Unitari di Base(14) in alcune grandi fabbriche, che vede la classe operaia trasformarsi in soggetto, segno di una forte spinta di autonomia, è alla base delle rivendicazioni sociali economicamente più sovversive, come la rottura del legame tra aumento del salario e incremento della produttività. Il salario diventa così una variabile indipendente dalla produttività(15). Gli operai escono dalla fabbrica, occupano i centri urbani e si legano agli altri settori di classe: studenti, senza-casa, donne. L’intera società si infiamma. Lo scontro sociale tocca livelli altissimi. La massa delle ore di sciopero, i grafici del conflitto, la dimensione quantitativa e qualitativa del confronto, mostrano tetti mai raggiunti nei decenni precedenti. Il che spiega come un’epoca in cui l’autonomia del politico aveva trovato nel «compromesso storico» la sua realizzazione più ardita, avesse come riflesso speculare e vitale una furibonda autonomia del sociale.

Gli anni 70: l’autonomia del sociale contro l’autonomia del politico
potere-operaio-democrazia-e-il-fucile-in-spalla-agli-operai5. È l’epoca dell’unione sacra, che ha conosciuto il suo apogeo al momento del «compromesso storico» e dell’«unità nazionale», nell’ipertrofia del regime dei partiti, dello Stato dei partiti sostituitosi allo Stato sociale(16). Al suo posto si ebbe, o la potenza delle lotte sociali – il «Vogliamo tutto»(17) – oppure, i corporativismi incrociati: le strutture sindacali e politiche del «Movimento operaio» istituzionale, che esercitavano il ruolo di padrini sociali sulla forza lavoro; o la balena bianca, partito-madre, partito-regime, partito-Stato, che è stata la Democrazia cristiana. La quale, a suo modo, era anche partito-Stato sociale con la sua politica di redistribuzione “a pioggia” dei redditi in cambio di consenso elettorale, una specie di versione clientelare del keynesismo(18). Oltre trent’anni di potere avevano trasformato la dc in un partito-società, fotocopia della maggioranza sociale del Paese, agglomerato di classi, corporazioni, ceti, lobbies, che in essa trovavano il luogo della rappresentanza e della mediazione dei loro interessi. Al suo interno c’erano la destra e la sinistra sociale, una miscela di modernità e tradizione. Con un rapporto di egemonie concatenate l’una all’altra, Dc e Pci gestivano ognuno la propria sfera: ai democristiani quella superiore che controllava l’esecutivo, gli esteri, gli interni, la politica economica, la difesa; ai comunisti la forza-lavoro e la cultura. Persino all’interno degli organi repressivi dello Stato – dove carabinieri e polizia erano sempre rimasti rigidamente controllati dalla dc, si aprivano spazi per la presenza di uomini legati al Pci. Nella magistratura inquirente, soprattutto; ovvero tra quei sostituti procuratori che hanno avuto un ruolo chiave nel supplire all’incapacità di risposta politica dello Stato alla sovversione sociale montante. Questa «gestione simbiotica» dello Stato e della società civile trovò un cemento ulteriore, una legittimità ideologica, nella gestione dello stato di emergenza antiterrorista. La sovversione politica e sociale che cresceva in quegli anni fu anche il primo grande nemico del consociativismo e della partitocrazia.

La tribù delle talpe
6
. La prima metà degli anni 70 è caratterizzata dal proliferare di numerose formazioni extraparlamentari che si lanciano in una rissosa disputa concorrenziale nel tentativo di occupare lo spazio politico apertosi, dopo il ‘68, alla sinistra del Pci. La 1210173228798_14-negri_potere_operaiostagione degli anni 60, sotto la spinta di un clima internazionale caratterizzato dallo sviluppo di numerosi «movimenti di liberazione nazionale», anticolonialisti e antimperialisti, di fronte all’effervescenza teorica e ideologica legata alla nascita o alla ripresa di diverse scuole marxiste, aveva visto formarsi numerosi gruppi e organismi marxisti-leninisti, operaisti, trotzkisti, consiliaristi, situazionisti, bordighisti, anarchici e maoisti. Il ‘68 e sopratutto l’offensiva operaia del ‘69, danno vita a un nuovo «ceto politico» che si struttura nella decisione di fondare l’«organizzazione rivoluzionaria». Ha origine così un’inflazione di «partitini» in rivalità aperta sullo stesso terreno sociale e nello stesso spazio politico. Le ragioni della loro rapida ascesa e soprattutto della folgorante caduta sono molteplici e complesse; un nodo decisivo fu certamente quello che venne a costituirsi verso la metà degli anni 70. La radicalizzazione estrema delle lotte sociali aveva generato, per effetto anche del «compromesso storico», una unipolarizzazione dello spazio politico. Il ventaglio delle opzioni strategiche percorribili si era assai ridotto. La rottura violenta, l’approfondimento di un tragitto radicalmente sovversivo – linea che al tempo stesso teorizzava e assecondava una spinta sociale violenta, di rottura, proveniente dal basso, dalle fabbriche e dalle periferie urbane – fu il progetto, l’elemento di demarcazione e di selezione (che si manifestò in forme diverse e concorrenziali), scelto dalle formazioni che intendevano ancora proseguire un percorso politico autonomo, non subalterno e incisivo. Il Collettivo politico metropolitano (a partire dalla quale nasceranno le Br) sarà il primo a intraprendere in modo risolutivo questa strada; qualche anno dopo, sull’onda dell’occupazione di Mirafiori del 1973 sarà la volta di Potere operaio, che aveva già una importante struttura di «lavoro illegale» attiva fin dai primi momenti degli anni 70. Lotta continua, il gruppo con più forte séguito di massa, resta invece lacerata da un contrasto di fondo. Una linea che radicalizza lo scontro, sostenuta dalla frazione operaia e da parte del servizio d’ordine – attratti dalla scelta combattente – si oppone a quella del gruppo dirigente che, una volta superate le oscillazioni del ‘72-’73, spinge per trasformare il movimento in partito, teorizzando l’ingresso nell’area istituzionale. Lotta continua traverserà una lunga crisi che si concluderà con il suo scioglimento nell’autunno del 1976. I maoisti di Servire il popolo, l’organizzazione-sètta, una struttura tra le più burocratiche e verticali degli anni 70 (essa programmava la vita dei suoi militanti, la morale, persino i comportamenti sessuali), con un certo séguito proletario nel meridione, si sfalderà sotto l’insorgenza della «nuova soggettività militante»(19) espressa dal movimento del ‘77. Altrove l’Mls, il Manifesto, Avanguardia operaia, Pdup, ripropongono modelli che oscillano tra posizioni ultrastaliniste e «rivisitazioni togliattiane verniciate di maoismo» e rivalutano «figure ed epoche storiche del movimento comunista italiano, da Gramsci alla Resistenza»(20). Convinti che il tema centrale fosse la battaglia contro il terrorismo di Stato, la «strategia della tensione»(21) e il «fanfascismo»(22), questi gruppi concentravano tutta la loro attenzione sulle battaglie democratiche e civili perdendo contatto con le lotte sociali e la fabbrica. «I “gruppi” non hanno una strategia di fabbrica, i loro militanti sono esposti all’epurazione, vengono spesso licenziati o si autolicenziano o s’imboscano nel sindacato»(23). Nelle grosse concentrazioni operaie del Nord solo le formazioni clandestine riescono a proteggere per lungo tempo la loro sottile rete organizzativa. Le formazioni extraparlamentari sopravvissute al movimento del ‘77 vengono gradualmente assorbite nel «sistema dei partiti» fino a dar vita a esperienze di tipo parlamentare come quella di Democrazia proletaria(24), protrattasi fino alla fine degli anni 80. «Nell’autunno del ‘73 mentre sulla fiat occupata sventolano le bandiere rosse, i “gruppi” hanno già di fatto concluso il loro breve ciclo»(25).

La fine dell’innocenza
7. L’ammutinamento crescente, propagatosi di settimana in settimana, da una città all’altra, la contestazione di massa potopdell’intera istituzione sociale, di ogni relazione di potere, avevano prodotto una situazione preinsurrezionale. La risposta alle aggressioni brutali della polizia aveva permesso di verificare la possibilità della violenza collettiva. A quel punto essa fu considerata come inevitabile e propria delle epoche rivoluzionarie. Per alcuni gruppi divenne l’atto costitutivo della propria azione politica. In ogni caso essa partecipò alla radicalizzazione delle forme di lotta. Potere contro potere, a lungo andare è la forza che decide. Non sarebbe necessario ritornare ai classici della teoria politica(26), per capire che un movimento sovversivo multipolare, disseminato e prolungato negli anni, abbia suscitato un livello di scontro che dilagò in forme dure di violenza sociale e politica. Tra il 1947 e il 1969, 171 persone, per la maggior parte operai e contadini, vennero uccise dalle forze dell’ordine durante manifestazioni, picchetti di sciopero, e occupazioni di terre(27), tanto che il Pci di allora aveva richiesto il «disarmo delle forze di polizia in attività di ordine pubblico». Si trattava di un’epoca in cui al massimo i manifestanti si armavano di pietre. Questo stillicidio di morti ha rappresentato il costo del mantenimento dell’ordine pubblico in tempo di pace. Nel corso degli anni Settanta l’irruzione sociale della forza ha rimesso in discussione il monopolio della violenza detenuto dallo Stato(28). Ci sarebbe stato da stupirsi se fosse accaduto il contrario; in quel caso una simile assenza avrebbe posto un vero problema teorico(29).

NOTE
1. Operai di linea addetti alla catena di montaggio, differenziati, per livello contrattuale e mansioni, dagli operai specializzati.
2. Nel marzo 1871 il Vaticano, che non riconosceva formalmente lo Stato unitario italiano, introdusse la formula del non expedit (letteralmente, “non giova”, “non conviene”). Essa impediva ai cattolici di partecipare alle elezioni politiche. Questo divieto perdurò per oltre trenta anni e fu abbandonato progressivamente nel primo decennio del 1900 (patto Gentiloni, alleanza tra cattolici e liberali di Giolitti) soltanto per arginare lo sviluppo tra le masse popolari del Partito socialista. L’11 febbraio 1929 ci fu il reciproco riconoscimento tra Stato Pontificio e Stato fascista.
3. Primo satellite spaziale. Fu messo in orbita dai sovietici nel 1958.
4. Il riferimento è a Helmut Sonnenfeldt, politologo statunitense di marca moderata, consigliere per gli affari europei della Casa Bianca e del Dipartimento di Stato. La sua dottrina prevedeva l’impossibilità di accesso del Pci al governo e la strutturazione del sistema politico in una sorta di “conventio ad excludendum” (patto per l’esclusione) tra tutte le restanti forze politiche.
5. L’Italia non è stata affatto un paese instabile dal punto di vista istituzionale, come una parte della pubblicistica di scuola liberale (contraria al sistema elettorale proporzionale e alla “democrazia dei partiti”) ha sostenuto. Cambiavano i governi ma le leve del potere politico sono rimaste saldamente nelle mani dello stesso partito per oltre quaranta anni.
6. Il primo a utilizzare il modello di “democrazia consociativa” alla fine degli anni 60 è lo studioso olandese Arend Lijphart. Essa consiste “in una fondamentale cooperazione a livello delle élites con lo scopo deliberato di combattere le tendenze disgregratrici del sistema”, Arend LIJPHART, “Typologies of democratic System”, (in Comparative Political Studies, n. 1, 1968) e “Consociacional Democracy” (in World Politics, n. XXI, 1969). La tesi è ripresa e proposta in italia da Gianfranco PASQUINO, “Il sistema politico italiano tra neoriformismo e democrazia consociativa”, in Il Mulino, luglio-agosto 1973. Il termine è impiegato nella sociologia politica nord-americana (”consociational democracy“), in modo particolare negli studi consacrati al fenomeno del “pluralismo segmentato”. Queste ricerche, incentrate su una sorta d’analisi degli aggregati macropolitici, hanno messo in luce le forme di regolazione ed equilibrio costituite tra “blocchi” ideologico-culturali contrapposti che permettono la stabilità politica e la sopravvivenza del sistema. Consociational Democracy, Political accomodation in segmented societies, Toronto, MacRae, 1974. In Italia la tematica è stata successivamente sviluppata da Luigi GRAZIANO in “Compromesso storico e democrazia consociativa. Verso una nuova democrazia?”, in AA.VV., La crisi italiana, Torino, Einaudi, 1979, vol. II; e poi da Alessandro PIZZORNO, in “Le difficoltà del consociativismo” in ID., Le radici della politica assoluta, Milano, 1993, pp.285-313. Alain Rouquié annovera questa forma politico-sociale alle situazioni di “democrazia non concorrenziale”: Alain ROUQUIE, “Analyse des élections non-concurrentielles” in Des élections pas comme les autres, PUF, 1986. Una realtà non concorrenziale era sicuramente il contesto italiano nel quale si è diffuso il ricorso all’impiego del termine “consociativismo” o “consociazione”, per indicare una pratica d’associazione alla spartizione e cogestione del potere estesa anche all’opposizione in assenza di possibilità d’alternanza. Il Pci come la Dc erano dei partiti capaci d’esprimere potenza sociale accumulata e capacità d’egemonia. La consociazione raggiunse il suo apice come corollario del “compromesso storico” ma poi sopravvisse alla sua crisi e si autonomizzò. Privata d’orpelli ideologici essa divenne una pura pratica di spartizione del potere (tra il 1975 e il 1991, il 93% dei progetti di legge furono approvati in concertazione nelle commissioni parlamentari, per accordo tra Dc e Pci, senza essere passati per le Camere) e delle risorse, pubbliche e occulte, a livello locale e nazionale (accesso comune al sistema delle tangenti come fonte di finanziamento indistinto della maggioranza e dell’opposizione).
7. Ci si riferisce a Palmiro Togliatti, Segretario generale del Komintern negli anni trenta, e del Pci dalla Liberazione alla sua morte (1964). L’idea di “governare anche dall’opposizione”, di realizzare un riformismo senza potere, cioè da una posizione politica subordinata, e che rappresentava in qualche modo il marchio di origine della Repubblica italiana, fu l’adattamento togliattiano allo schema bipolare che riproduceva una ripartizione delle influenze dentro la società.
8. La cultura di sinistra, grazie alle improvvise vocazioni “marxiste” provocate dalla caduta del fascismo e diluite nell’ecumenismo nazional-popolare di marca togliattiana, aveva raccolto l’eredità di gran parte dell’intellighenzia di formazione crociana o gentiliana, compresa tutta la covata frondista del fascismo d’ispirazione “bottaiana”. (Giuseppe Bottai era ministro della Cultura Popolare, minculpop, del regime fascista).
9. Questo nuovo soggetto “non rispetta nessuna delle regole dello sciopero conosciute, ne inventa anzi nuove. Come lo sciopero a “fischietto”, in cui a un segnale convenuto il lavoro viene interrotto senza preavviso (storicamente questo metodo di lotta è stato anche chiamato gatto selvaggio)”. In Nanni BALESTRINI, Primo MORONI, L’orda d’oro, Milano, Sugarco edizioni, 1988, p. 67.
10. Un governo monocolore democristiano presieduto da Fernando Tambroni, sorretto dall’appoggio esterno del Msi, ebbe la fiducia del Parlamento. La scelta da parte del Msi di tenere il suo congresso in una città della Resistenza come Genova serviva per misurare la reazione del paese a una apertura all’estrema destra. Fu un insurrezione. Dieci lavoratori uccisi in manifestazioni di strada; il rinvio del congresso del Msi, l’esplodere di manifestazioni in più città, la caduta del governo Tambroni e la sua sostituzione con il governo Fanfani, “leader” della sinistra democristiana, furono il risultato della mobilitazione popolare.
11. Per tre giorni e tre notti, il 7, 8, 9 luglio 1961, in un susseguirsi di scontri durissimi tra manifestanti e forze di polizia affluite in massa da diverse città e regioni limitrofe, la sede torinese della Uil fu accerchiata dai lavoratori che protestavano contro un accordo separato firmato da quel sindacato d’ispirazione socialdemocratica con la direzione Fiat nel tentativo di sabotare lo sciopero contrattuale che aveva bloccato l’intera città di Torino.
12. Questi mutamenti della composizione di classe furono osservati e analizzati con grande acutezza dalla scuola operaista, nata agli inizi degli anni 70. La scuola operaista ebbe il pregio di rivitalizzare e rinnovare l’analisi marxista della società italiana rattrappita sotto il peso dell’egemonia idealista diffusa dalla vulgata nazionalpopolare di scuola togliattiana. La culla dell’operaismo furono i Quaderni Rossi, rivista fondata a Torino da Raniero Panzieri, esponente della sinistra Psi, vicino alle posizioni di Rodolfo Morandi, già direttore di Mondo Operaio. Dopo i fatti di Piazza Statuto, all’interno dei Quaderni Rossi si produsse una rottura tra quanti ritenevano maturi i tempi per un intervento autonomo nelle lotte operaie e quanti invece intendevano continuare a svolgere una prevalente attività di ricerca sociologica (Panzieri, Alquati, Rieser). Nel 1964 nasceva Classe Operaia, mensile politico degli operai in lotta che conduceva un nuovo tipo di ricerca parallelo al “lavoro politico” nel tentativo di definire gli strumenti d’intervento contro il “piano capitalistico”. Classe Operaia, raccogliendo la precedente esperienza di Cronache Operaie, aveva unificato una serie di fogli d’intervento politico locale: Cronache Operaie di Quaderni Rossi e Gatto Selvaggio (Torino), Potere Operaio (Milano), Classe Operaia (Genova), Potere Operaio (Marghera-Venezia). All’interno di Classe Operaia presero forma tre tendenze che sfociarono in una decisiva rottura nel ‘66: la prima, che voleva collocare l’ipotesi operaista nel tessuto del Movimento operaio storico, dentro il Pci (Alberto Asor Rosa, Massimo Cacciari, Mario Tronti, Rita Di Leo). Posizione che sfociò all’inizio degli anni 70 nella teorizzazione dell’”autonomia del politico”; la seconda, a dominanza neo-leninista, che scelse l’opzione dell’intervento nel movimento reale, dando vita a “Potere Operaio” locale, in area veneto-emiliana, è nel ‘69 cofondatrice de La Classe e subito dopo di “Potere Operaio” nazionale. A Toni Negri, che aveva fatto l’esperienza dei Quaderni Rossi e di Classe Operaia, si aggiunsero Enzo Grillo e Gaspare De Caro, Luciano Ferrari Bravo, Sergio Bologna, Franco Piperno e Oreste Scalzone, e molti quadri operai, come Augusto Sbrogiò e Italo Finzi e tanti altri). Per un breve periodo vi fu un tentativo di coesistenza e ricerca teorica comune in Contropiano. La terza tendenza di matrice marxiano-libertaria, animata da Gianfranco Faina e [?]Dellacasa (che ruppero fin dal ‘64), Riccardo D’Este e Gianni Armaroli, diede vita a “l’Organizzazione Consiliare” e “Commontismo”. Fortemente influenzata dal consiliarismo, da “Socialisme ou Barbarie” e dall’Internazionale situazionista, fu al centro del ‘68 genovese, ebbe un peso importante a Torino ed ebbe uno sbocco organizzativo in Ludd-Consigli proletari.
13. Una sintesi corredata da documenti è presente in Nanni BALESTRINI, Primo MORONI, L’orda d’oro, cit. cap. VI, p. 177-190.
14. I primi Cub si formano verso la primavera ‘68 nella lotta contro le gabbie salariali, che dividevano la classe in zone territoriali e in categorie diverse, e nella rivendicazione della riforma del sistema pensionistico. Un altro elemento interessante è il nuovo tipo di rapporto politico costruito col movimento degli studenti che entrano a far parte dei Cub con pari dignità dei militanti operai. Gli studenti non restano più fuori dei cancelli ma diventano parte integrante della elaborazione della strategia di lotta anticapitalista. La fabbrica si apre all’esterno e l’esterno entra in fabbrica, producendo uno scambio di saperi e di esperienze che daranno luogo a un alto livello di maturità politica.
15. “Più salario e meno orario”, per ridurre lo sfruttamento.
16. In Italia, d’altra parte, non si realizzò mai un vero Welfare, un Sozial-Staat, un État providence, negli anni del “compromesso fordista” del dopoguerra.
17. Nanni BALESTRINI racconta, attraverso la testimonianza di uno di questi operai, come la loro generazione si renda padrona del proprio destino, sconvolgendo i metodi e le culture precedenti; vedi, di Balestrini, Noi vogliamo tutto!, Milano, Feltrinelli, 1971.
18. J.M. Keynes (1883-1946), economista inglese. La sua teoria, che ha contraddistinto tutta la fase espansiva dello sviluppo capitalistico dal dopoguerra fino alla metà degli anni 70, prevedeva il rilancio economico attraverso l’accrescimento della domanda effettiva, sostenuta con politiche statali d’investimento e finanziamento di lavori pubblici, redistribuzione e allargamento del reddito per incrementare il consumo interno e dunque la produzione. Il controllo del sistema bancario, della Cassa per il Mezzogiorno e di alcuni ministeri (Lavori pubblici, Partecipazioni statali, Agricoltura, Industria, Poste e Telecomunicazioni) forniva alla Democrazia cristiana e ai suoi alleati un immenso serbatoio di risorse per poter gestire l’elargizione di finanziamenti e redditi sulla base dello scambio occulto: accesso al reddito e alle risorse pubbliche in cambio di consenso elettorale e politico; patto con i ceti industriali del nord e i grossi gruppi monopolistici, cresciuti in un contesto di economia protetta e sovvenzionata.
19. Sergio BOLOGNA, La tribù delle talpe, Milano, Feltrinelli, 1978.
20. Idem.
21. A partire dal 1969 fino a oltre la metà degli anni 70, l’Italia è vittima di una serie di attentati dinamitardi, nelle stazioni, sui treni e nelle piazze. Citiamo qui quelli più cruenti: 12 dicembre 1969, una bomba esplode all’interno della sede di Milano della Banca Nazionale dell’Agricoltura, situata in piazza Fontana (16 morti e 88 feriti); 22 luglio 1970, Gioia Tauro, un treno, la Freccia del Sud, viene fatto deragliare (6 morti e 50 feriti); 31 maggio 1972, Peteano, un’autobomba esplode contro una pattuglia di carabinieri (3 morti e un ferito); 22 ottobre 1972, una catena di attentati è organizzata contro treni e linee ferroviarie per impedire la grande manifestazione operaia a Reggio Calabria, organizzata dalle confederazioni sindacali per riconquistare l’agibilità politica nella città controllata dalle bande fasciste protagoniste della rivolta municipale per “Reggio capoluogo”; 28 maggio 1974, un ordigno esplode in Piazza della Loggia a Brescia durante un comizio sindacale (8 morti e 94 feriti); 4 agosto 1974, San Benedetto val di Sambro, sul treno Italicus (linea Firenze-Bologna) esplode l’ennesima bomba (12 morti e 105 feriti); 2 agosto 1980, Bologna, stazione centrale, una bomba di enorme potenza distrugge la “sala d’attesa” della 2a classe: 85 morti, 177 feriti. Emerse subito il ruolo di depistaggio realizzato dai servizi e la copertura politica fornita dai governi. Nel corso dei venti anni successivi, decine e decine d’indagini giudiziarie non hanno mai fornito risultati soddisfacenti. La fine del conflitto bipolare ha consentito la riapertura di alcuni dossier, grazie a un accesso più libero alla documentazione riservata; è emerso così il ruolo primario giocato da alcuni ambienti Nato nell’ideazione e nella organizzazione della “strategia della tensione” finalizzata a una “stabilizzazione moderata” dell’Italia.
22. Slogan, inventato da Lotta continua, che individuava lo storico leader e notabile democristiano Amintore Fanfani come punto di riferimento di una svolta autoritaria.
23. Sergio BOLOGNA, La tribù delle talpe, cit.
24. Nell’aprile 1978 si svolse il congresso di fondazione di Democrazia proletaria.
25. Op. cit.
26. Dalla metafora di Plauto “homo homini lupus”, ripresa da Hobbes, alla citazione di Matteo, XL, 12, “il Regno dei Cieli soffre violenza, e i violenti se ne impossessano” – cosa che fa dire a Hobbes “il regno di Dio si ottiene con la violenza” (Leviatano, XV) – i riferimenti storico-letterari in materia sono numerosi. Per attenerci ai soli teorici della politica più conosciuti, ancora una volta Hobbes (Leviatano, XIII: “la guerra non consiste solamente nella battaglia e nel combattimento effettivo, ma in quello spazio di tempo in cui la volontà di affrontarsi in battaglia è sufficientemente concreta […] si deve tener conto nella natura della guerra della nozione di durata […] allo stesso modo la natura della guerra non consiste in un combattimento effettivo, ma in una disposizione concreta, che va in questo senso, fintanto che non c’è certezza del contrario”. Per Machiavelli, Marx, von Clausewitz (per il quale “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”), Lenin e Schmitt, l’assenza di ostilità non è che una neutralizzazione provvisoria del conflitto. Per alcuni la guerra sussiste in modo permanente, come carattere della natura umana (da Machiavelli alla teoria delle pulsioni aggressive di Freud); per altri si manifesta – come regolatore ultimo dei rapporti sociali – in due forme: una latente, a bassa intensità (guerra di posizione); l’altra nella forma dichiarata (guerra classica) o del conflitto aperto (guerra sociale).
27. Secondo un calcolo fatto da Cesare BERMANI in, Il nemico interno. Guerra civile e lotte di classe in Italia (1943-1976), Roma, Odradek, 1997, pp. 308-313, nel periodo che va dal 1945 alla fine dell’80 sono stati uccisi dalla polizia nel corso di manifestazioni, scioperi e rivolte 200 dimostranti. 26 sono state le vittime subite da polizia e carabinieri, di cui ben 18 uccisi nell’insurrezione di Ragusa del gennaio 1945.
28. Gli anni che vanno dal 1977 al 1980 sono caratterizzati dai ripetuti divieti di manifestare che perdurano per lunghi mesi. Le manifestazioni pubbliche del “movimento” nella gran parte dei casi non sono autorizzate. Le autoconvocazioni hanno un carattere immediatamente illegale (si veda la morte di Giorgiana Masi, giovane militante femminista, uccisa il 12 maggio 1977 a Roma con un colpo sparato – come sostenuto da gran parte della stampa – da agenti di polizia in borghese). Nella memoria delle generazioni che hanno traversato quegli anni resta viva l’immagine della polizia dispiegata nelle strade e delle autoblindo che presidiavano le piazze.
29. “La violenza non appartiene alla patologia, ma alla fisiologia del sistema democratico-capitalistico reale (come a quella di ogni altro sistema e di ogni organismo vivente)”, Emanuele SEVERINO, Sistema traballante, violenza fisiologica (dopo gli attentati terroristici), Corriere della Sera, 3 marzo 1993.

L’inutile eredità del Pci: consociativismo e compromesso storico

Una eredità che non serve

Paolo Persichetti
Liberazione
18 febbraio 2009 (versione integrale)

Serve ancora il comunismo? O meglio serve ancora l’eredità del Pci al rilancio di una prospettiva anticapitalista e comunista? Nei giorni scorsi (per esattezza il 3 febbraio 2009) sulle pagine di Liberazione si è aperta una discussione del genere. Un dibattito che segnala il profondo arretramento culturale che sta attraversando questa formazione politica. Nella seconda metà degli anni 80 si discusse molto attorno alla nozione di consociativismo, introdotta da alcuni storici per riassumere la condotta politica che aveva contraddistinto e presupposto l’azione del Pci a partire dal dopoguerra. n1421273877_48513_3439

Sulla valenza esplicativa del concetto convergevano buona parte degli studiosi. Divergenze invece esistevano sulla scansione temporale nella quale la pratica consociativa avrebbe trovato spazio. Per alcuni la consociazione aveva caratterizzato la politica italiana fin dall’immediato dopoguerra. I fautori di questa tesi leggevano all’interno di questo paradigma l’originario patto costituzionale e il sostanziale duopolio con il quale Dc e Pci si erano suddivisi l’influenza sull’Italia, in un contesto geopolitico sovradeterminato dalla guerra fredda e dalla suddivisione in blocchi del mondo.
Per altri questa lettura era eccessiva. A loro avviso non tutte le fasi della politica italiana potevano leggersi attraverso questo accordo di fondo. Gli anni 50, in particolare, restano un momento molto conflittuale che non riesce a trovare spiegazione all’interno del paradigma consociativo che invece a partire dagli anni 60 torna gradualmente ad inverarsi, per raggiungere il suo apice nella seconda parte degli anni 70 con il compromesso storico e proseguire anche negli anni del pentapartito.

palcoNon è possibile riassumere in queste poche righe l’intera discussione storiografica. Certo è che sul piano ideologico, il consociativismo può essere letto come una concezione che ha influenzato in modo abbastanza uniforme buona parte della cultura politica del Pci (da Togliatti a Berlinguer), anche quando le fasi storiche non lo rendevano praticabile.

In ogni caso questa discussione vecchia di 20 anni portò a concludere che molta parte della crisi e del declino del Pci risiedeva proprio nei limiti della sua cultura consociativa che l’aveva portato a non comprendere e confliggere prima con il sommovimento sociale degli anni 70, percepito con fastido, come una turbativa ai propri progetti di autonomia del politico, poi a non avere più gli strumenti per fare fronte all’offensiva neoliberale deglli anni 80 e allo sfaldamento dell’era dei blocchi.

Va detto che quella cultura politica non è mai definitivamente tramontata, ma anzi è proseguita e ha trovato un suo inveramento finale nella nascita del Partito democratico, vera essenza della cultura consociativa che aveva tenuto insieme, attraverso un patto tacito di reciproca spartizione del paese, forze di matrice genericamente popolare (ma la Dc non era certo solo questo…), Democrazia cristiana e Partito comunista italiano.

*    *    *    *

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Università di Roma, 17 marzo 1977. Il movimento caccia Lama e il servizio d’ordine del Pci dal piazzale della Minerva

Una delle caratteristiche che hanno reso singolare la vicenda politica di Rifondazione comunista è stata quella specie di rivoluzione semantica che dalla sua nascita ha visto il predicato in posizione di preminenza sul soggetto. Seppur con alterne vicende, tra frenate e subitanee accelerazioni, Rifondare era un’evidenza indiscutibile di fronte alla quale, dopo la sartre77 Bolognina, anche i più restii convenivano, almeno a parole. Da quel 12 dicembre 1991 sono passati 18 anni, età in cui si diventa maggiorenni. Ma l’ingresso nell’età adulta è arrivato proprio quando la forza politica di Rifondazione è scesa al suo minimo storico. Una crisi che rischia di metterne in discussione la stessa sopravvivenza: l’uscita dal parlamento prima, un congresso devastante poi, quindi l’ennesima lacerante scissione, la crisi di Liberazione, la riforma elettorale con soglia del 4% che rischia di relegare il suo peso politico nel limbo della marginalità e dell’insignificanza, pongono interrogativi enormi. Dov’è approdata allora quella rifondazione che nelle sue premesse conteneva ambiziose intenzioni teoriche, culturali e politiche?
Per anni si sono succeduti congressi che annunciavano grandi svolte che si è visto poi senza respiro strategico e consistenza teorica, come l’ultima – in ordine di tempo – sulla nonviolenza. Spesso viziate da contenziosi interni (e guru occulti), tentativo di liquidare (giustamente ma in modo inappropriato) zavorre ideologiche che hanno sempre messo piombo sulle ali del movimento operaio. Inevaso è rimasto il nodo dello «statalismo», da cui discendono implicazioni teoriche e politiche che hanno minato le esperienze del comunismo lungo tutto il 900. Troppo profondo, troppo difficile affrontare un tasto del genere. Tuttavia, almeno negli enunciati, il predicato continuava a prevalere sul soggetto. Cercare la via della rifondazione del comunismo restava la ragione sociale del Prc. Ora non più. La rifondazione non serve, il comunismo – quello buono – c’è già. Perché rifondarlo se basta ripescarlo nelle soffitte del secolo appena chiuso? Il comunismo altro non è che la storia del Pci. Sì, il Pci, quello di Togliatti, Longo e Berlinguer (del povero Natta non si ricorda più nessuno). Questo si legge nello scambio di articoli pubblicati su queste pagine nell’edizione del 3 febbraio sotto la domanda: il comunismo serve ancora? Quale comunismo? Viene immediatamente da obiettare. E sì, perché nelle risposte di Giuseppe Chiarante, Alberto Burgio e Adalberto Minucci all’intervento di Franco Russo, ciò che più colpisce è la sovrapposizione assiomatica tra comunismo e Pci. In nessun momento Russo dice che bisogna liberarsi del comunismo. Sostiene invece che la critica anticapitalista più innovativa ed efficace che ha preso corpo in Italia dagli anni 60 in poi è nata fuori dal Pci e che questo partito nel migliore dei casi l’ha rincorsa, cercando di contenerla e normalizzarla. Il più delle volte, in realtà, l’ha osteggiata, combattuta come nemica, ritenendola un ostacolo alla propria definitiva consacrazione istituzionale. Insomma è della eredità del Pci che occorre fare a meno.
A questa tesi i suoi tre contraddittori rispondono – seppur con argomenti e stile diversi – che non c’è stato e non può esserci altro comunismo e anticapitalismo all’infuori della storia del Pci. I tre ripropongono un’anacronistica concezione proprietaria del comunismo che nelle parole di Chiarante è animata da nostalgie catto-comuniste; in quelle di Burgio da pulsioni neocarriste e in Minucci da una clamorosa boutade, per cui il Pci sarebbe stato la formazione politica «più vicina alla concezione teorica del comunismo proprio di Marx». Così, come niente fosse, viene omessa la matrice culturale del gruppo dirigente del Pci, l’hegelo-marxismo d’impronta crociana, l’influenza di Gentile, la covata bottaiana che sfornò tanti redenti, il peso dell’azionismo. Se non ci fosse stata la Bolognina, ci viene suggerito, oggi non saremmo ridotti in queste condizioni. Classico schema di ragionamento autoconsolatorio che confonde l’effetto con la causa. Esemplare, in proposito è Burgio quando afferma che la fine dell’Urss e la liquidazione del Pci non hanno fatto fare all’Italia e al mondo intero nessun balzo in avanti. Quasi a voler suggerire che lo sfondamento neoliberale, la vittoria della rivoluzione conservatrice, il trionfo delle destre e del populismo sono stati la diretta conseguenza della loro scomparsa, invece che una prova della loro inadeguatezza. L’Urss e il Pci sono implosi, non hanno retto lo scontro perché minati al proprio interno, al pari (va detto per chiarezza) delle altre culture comuniste, e in senso più ampio neomarxiste, che anch’esse non hanno retto il confronto col salto di paradigma provocato dalla fine della società fordista. Alcune, quella operaista in particolare,  hanno saputo leggere e anticipare meglio di altre quanto stava accadendo e quali sfide nuove si aprivano, ma nessuna componente (parlamentare o extraparlamentare) è riuscita a costruire una risposta politica efficace. A questo punto l’atteggiamento migliore, sul piano storico e politico, sarebbe quello di tirare bilanci critici, rompere recinti, cercare ancora e approfondire la strada di un nuovo anticapitalismo nella sua fase postfordista. Invece riemergono istinti identitari, nostalgie autoincantatorie, per giunta rivolte a percorsi politici che hanno grosse responsabilità nella sconfitta, se non altro in misura del loro peso, come la stagione catto-comunista. Un’ideologia inclusiva, un progetto che prevedeva la massima integrazione della società nello Stato, a differenza del marxismo sorretto dal valore positivo del conflitto tra capitale e lavoro e da una profonda critica verso le forme statuali. Ciò spiega le ragioni del grande successo della cultura catto-comunista nel decennio della crisi economica di fine secolo, gli anni 70, quando essa parve molto utile a fornire quel supporto ideologico necessario a giustificare la nuova cultura delle compatibilità economiche e del moderatismo politico, la famosa «austerità», che la classe operaia – in quanto «classe dirigente nazionale» – doveva assumere su di sé come esempio per il paese e lo stesso padronato. Il catto-comunismo in quegli anni rappresentò anche la cultura politica che un Pci in crisi teorica tentò di opporre alla sociologia americana, veicolata dai gruppi ideologici legati alla modernizzazione capitalista che puntarono politicamente sul craxismo. In risposta, lo storicismo idealista e il cattocomunismo trovarono una fusione comune in una sorta d’eticismo brezneviano. L’etica divenne la barricata ideologica residuale che pervase la stagione politica di Berlinguer, tutta improntata sulla «diversità comunista». Una tesi che disegnava l’alterità morale assoluta dell’uomo di sinistra rispetto al resto della società. Il capitalismo, la corruzione, i disfunzionamenti dell’amministrazione potevano trovare soluzione grazie alla tempra morale di quell’uomo nuovo che era l’amministratore comunista, finché lo scandalo delle tangenti della metropolitana milanese non riportò tutti alla cruda realtà. Ma intanto quell’eticismo favorì un atteggiamento culturale conformista e intollerante che aprì la strada alla supplenza giudiziaria della politica, chiudendo la porta alla possibilità di comprendere le radicali istanze di cambiamento e le culture innovative che i movimenti degli anni 70 sollevavano.
Davvero di questa cultura politica non abbiamo alcun bisogno.

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Muro di Berlino, i guardiani delle macerie
Un futuro anticapitalista è fuori dalla storia del Pci
Il secolo che viene

Brasile-Italia e caso Battisti: Tarso Gendro 2 – Frattini 0

Il ministro Tarso Gendro domina la partita di calcio Brasile-Italia.174714811_0773b7fb46 Dopo soli 13 minuti il primo goal, con un raddoppio dopo altri 14. Robinho ubriaca l’intera difesa italiana, dribla tutto quello che gli si para davanti, fa passare la palla tra le orecchie degli azzurri e infila Buffon. Il Brasile stravince a ritmo di samba per 2 a 0 contro Frattini e la schiera di politicanti che volevano giocare col lutto al braccio.

Quanto alla polemica innescata dalla proposta avanzata da diversi esponenti di An di non giocare la partita, La Russa dichiara: “era meglio non giocarla vista la figuraccia che ha fatto l’Italia”. Intagasparrinto il relatore del tribunale federale supremo brasiliano non accoglie la richiesta italiana di annullamento preliminare dell’asilo politico concesso a Battisti. Ora il ministro della Giustizia Tarso Gendro e la difesa di Battisti hanno 10 giorni per deporre delle contro memorie in risposta a quella depositata dallo Stato italiano.

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Caro Lula, in Italia di ergastolo si muore
Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu
La fine dell’asilo politico
Dalla vendetta giudiziaria alla soluzione politica
Il caso italiano: lo stato di eccezione giudiziario
Un kidnapping sarkozien
Brasile: niente asilo politico per Cesare Battisti
Il Brasile respinge la richiesta d’estradizione di Battisti, l’anomalia è tutta italiana
Scontro tra Italia e Brasile per l’asilo politico concesso a Battisti

Tarso Gendro: “L’Italia è chiusa ancora negli anni di piombo”
Crisi diplomatica tra Italia e Brasile per il caso Battisti richiamato l’ambasciatore Valensise
Stralci della decisione del ministro brasiliano della giustizia Tarso Genro
Lo sputo in faccia
Testo integrale della lettera di Lula a Napolitano
Caso Battisti: una guerra di pollaio
Dove vuole arrivare la coppia Battisti-Vargas?
Risposta a Fred Vargas
Corriere della Sera: la coppia Battisti Vargas e la guerra di pollaio



Caso Battisti: una guerra di pollaio

A cosa mirano Battisti e Vargas con le loro ultime dichiarazioni?

Paolo Persichetti

Iniziata nel febbraio 2004, con l’arresto a Parigi architettato dalla polizia sulla scorta di un finto litigio di condominio, col passare del tempo e la stratificazione delle polemiche e delle strumentalizzazioni, basti ricordare l’investimento che il caso rappresentò nella campagna presidenziale, sia da parte dal candidato Sarkozy, allora ministro degli Interni, che del segretario dei socialisti Hollande (che si recò in visita al detenuto), l’intera vicenda Battisti lascia sempre più perplessi. Il gioco delle rappresentazioni mediatiche contrapposte alla fine ha nuociuto a Battisti stesso. Niente è più lontano dalla condizione umana e dalla vita reale del personaggio, della percezione mediatica che si è imposta in Italia. Abilmente costruita dai media e veicolata dal suo stesso entourage, una volta che lui stesso ha rotto con la comunità dei rifugiati pensando di trovare nell’abbraccio dei salotti parigini la salvezza. 5414l«Vita dorata», «intellettuale della rive gauche»? Battisti in realtà conduceva una vita precaria, dal tenore modesto. Portinaio di un immobile, tirava a campare con meno di 800 euro al mese e viveva in una soffitta. Nei ritagli di tempo si dedicava alla sua passione, la scrittura di gialli che certo non gli davano da vivere. Tutto ciò è stato deformato fino a ridisegnarlo come una delle maschere più odiose degli anni 70: l’icona del male, l’assassino dal ghigno feroce. Sorpassato dagli eventi non ha fatto molto per impedire tutto ciò. E gli scrittori alla Bernard Henri Levy e alla Fred Vargas l’hanno schiacciato sotto il peso del loro narcisismo vittimista, eleggendolo ad emblema della persecuzione contro la casta intellettuale. Parlavano di lui ma vedevano se stessi. La vicenda è uno di quei casi in cui la storia trascende i suoi protagonisti. Come lui stesso ha riconosciuto in una sua recente intervista su un quotidiano brasiliano, Battisti non riesce a comprendere come e perché si sia ritrovato al centro di un affaire internazionale, oggetto di tante polemiche, odio e accanimento. Questa incapacità di comprendere ciò che gli accade la dice lunga sugli strumenti culturali del personaggio che sembra vivere in una dimensione separata, nella trama di uno dei suoi “gialli” piuttosto che nella realtà. Da qui il gusto per le trame, i Servizi che intervengono, i toni guasconi, le semplificazioni che rasentano grettezza.

 

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La scrittrice Fred Vargas

 

Il caso Battisti è uno specchio del nostro tempo e tutti i diversi protagonisti che vi prendono parte ne escono male. Niente torna in questa storia: il rancore dei suoi ex coimputati che lo stigmatizzano solo perché a loro non è riuscito di fuggire. Il fatto che per discolparsi Battisti stesso fa il loro nome, facendo passare per pentiti dei semplici ammittenti che non avevano fatto dichiarazioni su terzi. I familiari delle vittime che omettono di raccontare una evidenza processuale, come la sua estraneità – quantomeno fattuale – nell’uccisione di Torreggiani ed il fatto che Torreggiani stesso girasse armato e avesse ferito il figlio reagendo al fuoco, dopo che in passato aveva ucciso un rapinatore in circostanze che non giustificavano in alcun modo l’uso legittimo delle armi. La vicenda si è ridotta ad una guerra di pollaio che vede i politici fare le dichiarazioni più astruse e insensate, prive delle minime nozioni di diritto internazionale. Lo sprezzo sistematico della sovranità interna brasiliana, l’atteggiamento arrogante e razzista verso una potenza continentale, di gran lunga più influente dell’Italia, ritenuta una repubblica delle banane da ministri che non conoscono nemmeno le competenze della commissione europea ed hanno costretto il responsabile della Giustizia dell’Unione a ripetute smentite. Senza dimenticare le “rivelazioni” sull’aiuto che sarebbe venuto da un esponente dei servizi per favorire la fuga verso il Brasile. Affermazioni confermate e ulteriormente dettagliate dalla Vargas. Circostanza smentita dalla stessa Ucigos. Non esistono precedenti su un ruolo attivo dei servizi francesi nella esfiltrazione diretta di rifugiati italiani, addirittura attraverso la fornitura di passaporti falsi. Uno scenario troppo romanzato. Forse Battisti confonde la realtà con i suoi gialli. Ho vissuto 11 anni a Parigi e sono stato consegnato alle autorità italiane nello spazio di una notte, scambiato sotto il tunnel del Monte Bianco nell’estate del 2002 con modalità che assomigliano a quelle di un rapimento (una “consegna straordinaria” come si dice nel linguaggio tecnico) con la collaborazione diretta dei servizi dei due paesi. Non ho mai visto connivenze degli apparati nei nostri confronti. Al contrario molta diffidenza da parte della polizia francese. Spesso ostilità che per puro “senso dello Stato” tentavano malamente di celare sottomettendosi alla dottrina Mitterrand. Insomma i flic non ci hanno mai amato (per fortuna). Questa storia non convince affatto. In Francia i servizi al massimo hanno potuto chiudere un occhio (per aver così un problema in meno) se vedevano qualcuno andar via, secondo quella tipica politica condotta da paesi che sono stati in passato potenze coloniali e che hanno una tradizione imperiale.

A questo punto le cose sono due:

a) La storia dei servizi è vera. Cioè un settore, quello filosocialista (come dice Vargas che parla di “uno di sinistra”), lo ha veramente aiutato. Ma a questo punto perché svelarlo? Perché bruciare un canale che avrebbe potuto rivelarsi ancora utile in futuro? Quale ratio può esserci dietro queste indiscrezioni tanto controproducenti? E poi, in cambio di cosa l’aiuto sarebbe venuto? L’ambiente dei Servizi non fa niente per niente. Se questo aiuto dovesse trovare conferma, allora avrebbe una spiegazione il fatto che la vicenda Battisti si è rivelata devastante per i rifugiati e per la percezione storica degli anni 70. Forse la merce di scambio potrebbe essere stata proprio questa: stravolgere l’esperienza dell’asilo di fatto contribuendo a raffigurarla come il male assoluto, l’abiezione totale. La gauche caviard parigina, che tanto si è spesa per lui, perché in lui si è raffigurata autorappresentandosi in una sorta di dispositivo narcisista e vittimario, mai è intervenuta per gli altri rifugiati. Tra l’altro non c’era certo bisogno del suggerimento di uno 007 per sapere che il Brasile era tra i paesi che avrebbero potuto offrire ospitalità.

b) Ma se la storia dei servizi è falsa. Allora Battisti e il suo entourage chi stanno ricattando e perché? Quali messaggi trasversali lanciano? Vogliono vendicarsi di cosa? Quale montatura diffamatoria stanno mettendo in piedi? Chi vogliono colpire?

Quali che siano le risposte gli unici che pagano le conseguenze di queste parole sono gli altri rifugiati che restano ancora a Parigi e che non hanno santi in paradiso ma hanno sempre condotto battaglie trasparenti e solidali per tutti e per ciascuno.

Dove vuole arrivare la coppia Battisti-Vargas?

A proposito delle ultime dichiarazioni di Cesare Battisti e Fred Vargas

dal BlackBlog di Oreste Scalzone
febbraio 2009

Fred Vargas è piombata come un elefante in una cristalleria quando in una intervista ha contraddetto quella che chiama «una cara amica», la signora Bruni-Sarkozy, smentendo la sua smentita su una intercessione che quest’ultima, insieme a suo marito, il presidente francese Sarkozy, avrebbero fatto in favore di Battisti. Smentita fatta alla Tv italiana, sulla terza rete davanti a Fabio Fazio, nel pieno di una campagna di vero e proprio linciaggio, che non si è fatta scrupolo di attaccarla come donna (nello stupefacente silenzio dell’intellighentzsjia del femminismo di sinistra che tanto aveva predicato e stigmatizzato in proposito).

Romanzo, risentimento o realtà?
A ruota, Battisti, in un’intervista al giornale Isto è, ha fatto delle “rivelazioni” che ci hanno lasciato allibiti, seminando costernazione, doloroso stupore, amaro in bocca tra chi ha condiviso con lui la condizione fuggiasca, l’asilo precario e l’ipoteca sul futuro, la spada di Damocle dell’estradizione, e tra quanti lo hanno difeso e si sono battuti per lui. Abbiamo letto con turbamento che sostiene di essere stato fatto scappare dalla Francia dai servizî segreti. Le nostre reazioni oscillano tra incredulità (ma in questo caso, sgomenta e fa scandalo una simile disinformazione, di cui sfugge la ratio), e la domanda: «Perché mai lo avrebbero esfiltrato?» e «In cambio di che?». E perché mai – vero o fiction che sia – viene a dirlo come se fosse la cosa più normale del mondo, offrendo sponda e argomento alle calunnie “pistaiole”, in particolare stalino/fasciste, che da sempre ci propinano in materia?
Lei, la signora Vargas, interviene di nuovo per precisare, in una dichiarazione all’Ansa, che Battisti conosce il nome della persona “servizievole” che gli avrebbe fornito il passaporto falso, che non sarebbe riconducibile alle sfere d’influenza di Sarkozy o Chirac, ma ai superstiti del potere mitterrandiano. Poi riviene alla carica, rettificando ancora: non si tratterebbe esattamente di un agente dei servizî, ma di una personalità vicina ai governi della presidenza-Mitterrand.

 

Fred Vargas

Fred Vargas

 

A chi mirano?
Manca solo che lancino un altro strale avvelenato contro qualche figura che si sia particolarmente impegnata verso la France, terre d’asile, e nella cosiddetta dottrina-Mitterrand, che magari ne sia stato l’artigiano e lo strenuo difensore… una di quelle figure, guarda coso, più detestate dalla magistratura italiana. Quale ratio c’è in tutto ciò? Perché tanto astio con quelli che ora Battisti definisce «i miei ex-compagni rifugiati»? O con gli avvocati suoi e di tutti noi, Jean-Jacques De Felice e Irène Terrel, a suo tempo ricusati?
Una sorta di cupio dissolvi, una profezia volente autorealizzarsi, per farlo essere realmente il “maudit”, il solo-contro-tutti, il malamato concentricamente

O per me o per nessuno?
Battisti in Brasile ha già in passato “rovesciato la tavola”, mandato a baracca la scacchiera, rifiutando e sabotando le possibilità di scampo che gli erano state offerte, delle soluzioni brasiliane che gli avrebbero permesso di ricostruirsi lì una condizione del tipo di quella “francese”. Pulsione suicidaria, come quella di comportarsi in modo assurdo per una persona a rischio mortale qual’era?
In ogni caso – fosse pure mera razionalizzazione in senso clinico – si diceva convinto di una sua quantomeno virtuale naturalizzazione in Francia, e metteva la barra dei suoi obiettivi all’altezza di un suo rientro, appunto, in Francia: dove aveva amici, colleghi scrittori, pubblico, famiglia…
Adesso sembra quasi recidivare mettendo a rischio quello che ha ottenuto, e che nessun altro o altra delle centinaia e centinaia di fuggiaschi degli “anni di piombo” e del loro strascico penale aveva ottenuto, e neanche chiesto: uno statuto di «rifugiato politico».
Sembra temere un assestamento che richiuderebbe la vicenda su un qualcosa che non gli basta. Sembra tirare ancora una volta la corda, far saltare quello che c’è e rilanciare sull’unica posta che gli interessa: tornare in Francia.
I mezzi, la ratio delle sue “mosse”, risultano incomprensibili a noi “semplici”. Ci sfugge in quel che fa e dice, in questo stillicidio di rivelazioni centellinate e in crescendo che sembrano uscite dalla mentalità contorta di chi, a furia d’inventare intrecci polizieschi, finisce per vedere la vita come un vortice di complotti, le genti come fotocopie di marionette, la realtà decretata da “pupari”, e alla fine da un qualche “ragno” come il Bafometto al centro di un universo di tenebra, un qualsivoglia senso strategico o tattico, anche nel più puro pragmatismo utilitarista, opportunista e anetico… Battisti sembra vivere nella trama dei suoi romanzetti.

C’è un altro aspetto
Battisti a partire da un certo momento si è convinto, o lasciato convincere, che la logica della rivendicazione e della difesa “con le unghie e coi denti” di un asilo indiscriminato, per tutti e ciascuno lo avesse danneggiato. 497ed96b7c266_zoom
Dimenticando che senza quella morale provvisoria (nel senso della frase di Deleuze: «Cercare di essere all’altezza di ciò che ci capita»), senza quella “divisa” e le linee, le deontologìe, le condotte pratiche che ne discendevano, un esemplare tipologico quale quello definito dal suo profilo giudiziario e penale, non avrebbe mai potuto rientrare in Francia dalla lunga fuga, in Messico, affrontare una procedura d’estradizione e vincerla, com’era accaduto nel 1991. E poi come fruitore, come tutti noi, di un asilo di fatto, restare in Francia, divenirvi scrittore e di successo…

I girotondini di Francia
Frastornato dalle vociferazioni di una campagna promossa da scrittori,e giallisti, in cui una lettura dei fatti storico-sociali nella chiave del giallo poliziesco, inevitabilmente “dietrologica”, veniva – senz’altro con la buona intenzione di salvare un collega e amico – trasformata in fragile, inesatto, grottesco argomentario di campagna.
La Vulgata “girotondista” del delirio della restaurazione della Legalità (considerata il potere dei senza-potere) come orizzonte del desiderio; la scenarizzazione dell’Italia come «Paese mai uscito dal fascismo», come anomalia e merdaio del mondo, come “caso” di una società la cui dominante, la sua natura, sarebbe data da trame, complotti, “strategie della tensione” in perenne divenire, mene di servizî segreti deviati, fascisti, grigî, bianchi, amerikani.
Questa subcultura da disinformacjia kgbista, da nuovalingua nel senso orwelliano, speculare a quelle del “Mondo Libero”, ma con in peggio – dal nostro punto di vista – di attaccare come una peste i cervelli e i cuori nostri, di devastare ogni ragione critico-sovversiva, non una razionalità, che so, liberale…), era stata esportata a piene mani in Francia da un’intellighentzsjia di sinistra dello Stato, che poi è stata la prima, quando l’ha vista usata per difendere un fuggiasco dalla caccia all’uomo, a sparare addosso a chi a questo fine la usava, e a chi ne era il beneficiario: ridicolizzando gli uni, mostrificando l’altro.
Per orgoglio diabolico, degno di miglior causa, i romanzieri francesi, di fronte a questo voltafaccia, non sono stati sfiorati dal dubbio sulla qualità del loro argomentario, nel merito, e sul rischio che questa propaganda travestita da pensiero finisse per esser controproducente come un “fuoco amico”. Macché! Semplicemente, hanno pensato che i Maîtres à penser, gli Opinion-makers italiani fossero dei voltagabbana “vendutisi a… Berlusconi”.
Mescolando a questa delegittimazione caricaturale di un’intera storia (dove ovviamente non poteva più trovare posto il Maggio strisciante, l’Italia anello forte delle lotte operaie autonome, laboratorio sociale di una nuova autonomia sovversiva nella metropoli capitalistica, se l’Italia era quella dei “girotondisti”? Non a caso ogni gesto di rivolta, dalla sassata alla molotov in sù, diventava impensabile se non come provocazione! Il legalitarismo diventava integristico, totale, cosmico…), l’errore di pensare di poter centrare la difesa su una rivendicazione d’innocenza non solo in punto di fatto, ma anche di tipologia, di proprio modo d’essere.

Nessuno ha fatto contestazioni “moralistiche” a questa svolta sostanzialista: semmai, si è ricordato che, in materia d’estradizione, non appena si accenna a questo terreno, i magistrati della Chambre ricordano di non essere «un grado ulteriore di giudizio» («Qui non siamo in sede di revisione di un processo, qui giudichiamo dell’estradabilità in punto di diritto. L’innocenza, l’imputato la farà, per l’appunto, valere in Italia, che è luogo e sede propria…»).
Ma Battisti si dev’esser convinto – o comunque ne ha fatto mostra – che il suo grido d’innocenza gli era stato impedito da una sorta di lobby che (per moralismo ideologizzato e per imporre una sorta di egualitarismo al ribasso, a favore di quanti non erano entrati nella dialettica dell’innocenza e della colpa e avevano rivendicato, come i “brigatisti”, una corresponsabilità etica “in solido” con tutte le scelte e gli atti dell’organizzazione a cui liberamente, e non “coscritti”, avevano aderito) lo avrebbe tenuto in una sorta di soggezione da ricatto morale.
Così ha dipinto, in Ma cavale (La mia fuga), l’ultimo suo libro uscito in Francia quelli che definisce gli «ex compagni». Ecco, 6_dossiers_lecture_battisti1pensiamo che questa delirante logica del «tutto o niente», che si è posta come obiettivo il riconoscimento di un’innocenza non solo in punto di verità storica, ma anche e soprattutto di identità – innocenza come non-colpevolezza anche in senso agostiniano, innocenza quella vera, quella dell’anima –, lo ha perduto come ha perduto già altri. In buona logica, la presunzione d’innocenza e l’onere della prova all’accusa, è motivato dal fatto che l’innocenza, come la non-esistenza di un fatto o una cosa, non è quasi mai dimostrabile. Di fronte a questi nodi, Battisti dev’essere affondato nelle sabbie mobili di un misto di “legittimismo”, di vittimismo, che si gonfia di risentimento mortale. Solo così si spiega l’odio riversato in certe interviste, prima contro “i brigatisti”, poi “gli ex-compagni”; e da ultimo – nell’intervista a Isto è – dove si taglia col coltello una sorta di sordo rancore contro Marina Petrella, come di gelosìa perché la battaglia su di lei ha avuto successo… Non voglio parlare di invidia, o cosciente malanimo. Parlo della sensazione di esser stato proditoriamente usurpato di un qualcosa che gli era dovuto: questo è rivelato da formule del tipo «io l’unico ancora perseguito…». Naturalmente, in una sindrome di questo tipo, non si guarda a chi sta peggio – basti evocare la vicenda di Paolo Persichetti o Rita Algranati, che, loro sì, potrebbero ritenersi gli unici capri espiatori. Battisti – credo che la cosa più terribile sia che se ne sia autoconvinto – si considera, nel picco, nella fase “ipomaniaca”, megalomane di una sua sorta di bipolarità: essere il “Nemico pubblico numero uno” insieme al suo irovescio “down”, depressivo, cioè considerarsi Il perseguitato numero uno, L’innocente assoluto: l’unico, e per questo il più conculcato.
Atteggiamento psicologico pericolosissimo, distruttivo per lui e per gli altri, perché ne nasce una sindrome del “C’è tutto per tutti, e niente per me”. Che può passare, prima al “Tutto anche per me, o niente per nessuno”, e poi nel “Adesso, tutto per me e niente per tutti gli altri!”.

Tutto questo è terribile, ma può dare una spiegazione. Tutto questo è talmente terribile, da evocare, più che lo scandalo e il disprezzo, un turbamento profondo e tanta pena per il suo carattere malato e il suo esito, in ultima analisi e prima di tutto, autodistruttivo, a cominciare dal suicidio morale che ha intrapreso.
Se la coppia Battisti-Vargas dovesse andare avanti in quella che sembra una pulsione distruttiva, dovremmo pensare che questo far terra bruciata di quel che resta del mitterrandiano “asilo di fatto” potrebbe esser la contropartita richiesta, inseguendo la balena bianca di un riaccoglimento nelle braccia della Marianna di oggi!
Comunque: resta da aggiungere (e ci ritorneremo altrove) che tutto questo rende più, non meno, delirante la caccia all’uomo, l’immagine che si vuol dare della rivolta di un intero Paese, di una società, un “Popolo” intero contro uno (e di che spessore…).

Battisti non vale un low cost
Di che pasta queste urla patriottarde e forcajole, i loro argomenti che si drappeggiano nel dolore dei familiari delle vittime, sia fatta, lo mostra l’evento grottesco della votazione di una mozione di sostegno all’Italia versus la decisione brasiliana di non estradare Battisti: dell’ottantina di parlamentari italiani al Parlamento europeo, solo sette hanno ritenuto che la Causa valesse il costo di un biglietto d’aereo low cost… Il loro “Onore” vale meno di un sovrapprezzo – ed è detto tutto.

Tarso Genro: «L’Italia è chiusa ancora negli anni di piombo

Quella verità indicibile

«L’Italia è chiusa ancora negli anni di piombo, la differenza è che in Brasile siamo più avanzati su questo argomento, tanto che stiamo discutendo sulla nostra legge di amnistia».

Tarso Genro, il ministro della Giustizia brasiliano che ha concesso l’asilo politico a Cesare Battisti, ha messo il dito nella piaga pronunciando l’indicibile nel corso di una intervista rilasciata al quotidiano O Globo. Invece di citare Bobbio (i poteri invisibili che evocano l’immagine sul doppio Stato) e la letteratura girotondina, Genro avrebbe fatto meglio a citare Giorgio Agamben o Antoine Garapon che parlano di democrazia dell’emergenza, che descrivono lo stato di eccezione giudiziario, il male che rode le democrazie moderne. Non serve evocare dittature mai esistite. Il problema sta tutto nel modello di democrazia che ha preso piede alla fine degli anni 70. L’America di Bush non era certo una dittatura eppure ha fatto Guantanamo e Abu Grahib. La Francia della guerra d’Algeria non era una dittatura, aveva persino i socialisti al governo, eppure si è macchiata di crimini nefandi, con quasi un milione di morti, dove ha sperimentato le tecniche della tortura moderna poi esportate nelle scuole del Sud e Nord America.

Il ministro Traso Genro in un momento di relax

Il ministro Traso Genro in un momento di relax


A proposito della richiesta di proclamare lo stato di eccezione
avanzata dal professor Angelo Panebianco sul
Corriere delle Sera

Le democrazie si sono sempre macchiate dei peggiori crimini, e allora cosa pretendono le Destre e i girotondini italiani che hanno reagito con veemenza a queste parole perché pensano che solo le dittature creano gli stati d’eccezione e pensano di non poter essere giudicati da nessun paese e dalla storia?
È strano, ma quando si parla di democrazie liberali si omette sempre di ricordare che questi sistemi prevedono, in caso di grave minaccia, specifiche clausole di autosospensione del proprio ordinamento costituzionale.
Per funzionare il sistema giuridico ha bisogno di normalità, perché ciò avvenga esso si avvale di momenti di interruzione che vengono chiamati «stato di eccezione». È questo un punto cruciale, poiché chi introduce una tale misura è in buona sostanza l’ultimo a decidere, non a caso chi ha questo potere è stato indicato come il sovrano reale. Non lo stato di diritto, dunque, ma chi può decidere sulla sua sospensione rappresenterebbe il vero arcana imperii della sovranità.
A ricordarcelo è stato il professor Panebianco che sul Corriere della Sera per ben tre volte (il 13 e 15 agosto e poi il 3 settembre 2006) si è soffermato sull’argomento invocando l’introduzione dello stato di eccezione. Ma c’è un problema: se, a quanto pare, le democrazie non possono sfuggire a quel destino crudele che ne prevede l’autosospensione, non c’è invece unanimità sui modi in cui questa interruzione debba avvenire. Infatti, esistono almeno tre modelli contrapposti:

1. Quello tradizionale di ispirazione giacobina, codificato nelle costituzioni liberali dell’800 e del 900, che attribuisce pieni poteri all’esecutivo e sospende le garanzie giuridiche per un periodo limitato nel tempo e nello spazio. Un modello che sarebbe ormai divenuto superfluo di fronte alla natura asimmetrica dei nuovi conflitti.

2. Per questo l’amministrazione Bush ha varato un nuovo modello di applicazione della eccezione caratterizzato da misure stabili e permanenti, che pur salvaguardando regole e procedure prevedono la presenza di buchi neri, «zone grigie» in cui il confine tra legalità e illegalità resta incerto, «ambiti riservati davanti ai quali lo stato di diritto arretra». Una sorta di doppio binario: legalità e diritti riconosciuti solo per una parte della popolazione e trattamenti differenziati per la restante. In egual modo, alcune tipologie di reato sfuggono al regime normale della legge. Uno stato di eccezione postfordista insomma: flessibile, modulabile, a macchia di leopardo, capace persino di delocalizzare ed esternalizzare le incombenze più triviali e compromettenti, organizzando una sorta di stato di eccezione extraterritoriale che conserva per i poteri statali e nella madrepatria unicamente la direzione strategica delle operazioni. images-3

3. Esiste, infine, un terzo modello, lo stato di eccezione giudiziario inventato in Italia alla fine degli anni 70. Quest’ultimo, però, non piace affatto a Panebianco perché «l’eccezione può essere riconosciuta solo se il suo controllo rimane nelle mani della magistratura. Il che riflette lo stato dei rapporti di forza fra magistratura e classe politica». Tuttavia ciò non ha impedito, ricorda sempre l’editorialista del Corriere, che «una qualche forma di stato di eccezione sia stata dichiarata. Brigate rosse, mafia: fenomeni affrontati con leggi speciali (la legislazione antiterrorismo, il 41 bis, ecc)». images-1

Chissà cosa avranno pensato, leggendo queste parole, Bruti Liberati e l’associazione nazionale magistrati che durante la vicenda Battisti si prodigarono per raccontare ai francesi la favola di una Italia giardino incantato dello stato di diritto? Singolare vicenda quella italiana: i costituenti, infatti, per marcare una netta differenza con i tribunali speciali del fascismo, esclusero dalla Costituzione qualsiasi richiamo alla stato di eccezione. Successivamente, però, questo ostacolo venne aggirato riservando alla magistratura, piuttosto che all’esecutivo, il ruolo di dominus dello stato di eccezione.
Ciò, oltre a costituire una novità assoluta, non ha fornito alcuna particolare garanzia in più, ma ha solamente rafforzato una sfera giudiziaria depositaria di un potere di delega che nel tempo si è trasformato in una supplenza politica completa. In questo modo la pratica della eccezione ha assunto una forma ancora più subdola e insidiosa poiché ha potuto legittimarsi con maggiore efficacia attraverso la sua innovativa capacità d’integrare, e non più sospendere, il sistema giuridico-costituzionale, trasformandosi a tutti gli effetti in regola stabile e permanente attraverso il ricorso ad un vasto arsenale di leggi speciali e trattamenti differenziali. Al punto che non è più possibile pensare di poter ripristinare la normalità giuridica poiché non vi è mai stata sospensione, ma unicamente ibridazione di più registri giuridici e penali, legislativi e procedurali, fino ad determinare un groviglio inestricabile che non consente più alcun riassorbimento o fuoriuscita. Allora un simulacro di Stato di diritto ha preso forma a partire dalla sedimentazione successiva e stratificazione ripetuta di fasi replicate di emergenza.
Questo nuovo modello ha reso obsolete tutte le obiezioni legate alla natura extragiuridica della eccezione, poiché essa appartiene oramai interamente alle istituzioni giuridiche dello Stato costituzionale, grazie ad un singolare paradosso che ha fatto del formalismo giuridico non più l’antagonista ma il ricettacolo della dottrina della emergenza. L’introduzione di misure straordinarie e speciali, la cui giustificazione legale impone una messa in forma giuridica sempre più complessa, ha mascherato la rottura della norma: non potendo più far scomparire l’eccezione, la dottrina si è protesa sempre più ad assimilarla e costituzionalizzarla.
È dunque giusto parlare di stato di eccezione giudiziario, non solo perché si è creato un sistema penale ibrido, dove norma regolare e regola speciale convivono, si integrano e si sostengono reciprocamente, ma perché il giudiziario è diventato il centro del sistema, il nuovo sovrano che decide. Scriveva in proposito Montesquieu: «Non può esserci libertà, se la potenza di giudicare non resta separata dalla potenza legislativa e da quella esecutiva. Se questa si salda alla potenza legislativa, il potere esercitato sulla vita e la libertà dei cittadini sarebbe arbitrario poiché il magistrato diverrebbe legislatore. Se venisse unita alla potenza esecutiva, il magistrato potrebbe avere la forza di un oppressore».

Corriere della sera: La coppia Battisti-Vargas e la guerra di pollaio

Corriere della sera dell’8 febbraio 2009

di Giovanni Bianconi

“Dove vuole arrivare la coppia Battisti-Vargas?”. La domanda viaggia su Internet, nel Blackblog di Oreste Scalzone e nel sito Insorgenze di Paolo Persichetti. Icona storica dei ‘rifugiati’ italiani in Francia il primo, unico estradato da Parigi il secondo, tuttora detenuto in semilibertà.
Sotto quel titolo, un lungo elenco di dubbi, interrogativi inquieti e critiche sull’ergastolano dei “Proletari Armati per il Comunismo” al quale il Brasile ha concesso asilo politico (ma si trova ancora in prigione); le sue ultime mosse non sono piaciute affatto alla ‘comunità’ degli ex militanti della lotta armata che hanno trovato ospitalità oltralpe, com’è stato per Battisti fino al 2004. Cinque anni fa, quando il governo di Parigi stava per rispedirlo nelle patrie galere, scappò in Sud America, e ora rivela che ad aiutarlo furono i servizi segreti francesi. “L’abbiamo letto con turbamento”, commenta Scalzone che nel 204 brindò alla sua fuga. Oggi non rinnega ma scrive: ” Le nostre reazioni oscillano tra incredulità e qualche domanda: perchè mai lo avrebbero ‘esfiltrato’? In cambio di che? E perchè mai, vero o fiction che sia, viene a dirlo come se fosse la cosa più normale del mondo, offrendo sponda alle calunnie “pistaiole”, in particolare stalino-fasciste, che da sempre ci propinano in materia?”

Subito dopo ce n’è per la scrittrice Fred Vargas, collega ‘giallista’ e amica di Battisti. Che ha confermato l’aiuto di Carla Bruni in Brasile, nonostante la pubblica smentita della signora Sarkozy, e fornito particolari sulla ‘persona servizievole’ che avrebbe fornito il passaporto falso al fuggiasco: “non esattamente un agente dei servizi ma una personalità molto vicina ai governi della presidenza Mitterand”, riassume Scalzone.
Tra gli ‘esiliati’ italiani Cesare Battisti, divenuto scrittore di successo in Francia, non ha mai goduto grandi simpatie. Anche perchè lui per primo assunse atteggiamenti distaccati dal resto della ‘compagneria’. Ma la battaglia per la sua libertà aveva rinsaldato la solidarietà. Scalzone intonava in piazza canti rivoluzionari accompagnati dalla fisarmonica, ma oggi accusa: “Manca solo che Battisti e Vargas lancino un altro strale contro qualche figura che si sia particolarmente impegnata verso la France terre d’asile e nella cosiddetta dottrina Mitterand”.
Poco meno che un traditore, insomma.
Paolo Persichetti, che nel 2002 fu riportato in Italia nel giro di una notte, unico risultato dei “patti” tra i governi di destra di Roma e Parigi, non crede al ruolo dei servizi segreti in favore di Battisti e dice: “Niente torna in questa storia. Il rancore dei suoi ex coimputati che lo stigmatizzano solo perchè a loro non è riuscito di fuggire; il fatto che per discolparsi Battisti stesso faccia il loro nome facendo passare per pentiti dei semplici ‘ammittenti’ che non avevano fatto dichiarazioni su terzi; una guerra di pollaio che vede i politici fare le dichiarazioni più astruse e insensate”.
Che ora l’ergastolano dei Pac abbia diritto di tornare libero in Brasile, per Scalzone, Persichetti e gli altri ‘rifugiati’ è un dato scontato. Ma “lo stillicidio di rivelazioni centellinnate e in crescendo sembrano uscite dalla mentalità contorta di chi, a furia d’inventare intrecci polizieschi, finisce per vedere la vita come un vortice di complotti. Battisti sembra vivere nella trama dei suoi romanzetti.”
E se gli amici dello scrittore, dalla Vargas e Bernard-Henry Levy, vengono bollati come “girotondini di Francia, con la loro vulgata sull’Italia ‘mai uscita dal fascismo’ “, l’ex militante dei Pac, “dev’essere affondato in un misto di ‘legittimismo’ e vittimismo: solo così si spiega l’odio riversato prima contro i ‘brigatisti’, poi ‘gli ex compagni’ fino a una sorta di sordo rancore contro Marina Petrella, come di gelosia perchè la battaglia du si lei ha avuto successo…”
Il finale è riservato al ‘terribile sospetto’ che la coppia Battisti-Vargas arrivi a fare “terra bruciata di quel che resta del mitterrandiano ‘asilo di fatto’ “, come fosse “la contropartita richiesta.”
In ogni caso, “tutto quel che rende ancor più delirante, non meno, la caccia all’uomo e l’immagine che si vuol dare della rivolta con un intero Paese (l’Italia) contro uno (e di che spessore…)”

La giudiziarizzazione della eccezione

La giudiziarizzazione della eccezione (1)

Paolo Persichetti
da Carmilla on line
Pubblicato Dicembre 21, 2006 06:15 PM

Un dilemma ossessiona il pensiero giuridico ogni qualvolta il potere costituente assume la forma di un potere costituito: quale posto attribuire allo stato di eccezione? Iscriverlo all’interno di uno statuto giuridico, anche se singolare, come ha proposto Carl Schmitt? Oppure rifiutarne ogni collocazione, come suggerisce la tradizione del formalismo kelseniano, relegandolo ad daumier32una manifestazione pregiuridica propria dello stato di natura, ad una regressione antigiuridica che riafferma, sotto le spoglie di un decisionismo politico rivestito di diritto, il potere nella sua forma più brutale e pura? All’incertezza giuridica si aggiunge anche la confusione terminologica: mentre la dottrina tedesca non esita a impiegare espressioni quali «stato di eccezione» e «stato di necessità», l’italiana e la francese preferiscono ricorrere a «decreti d’urgenza» e «stato di assedio» (politico o fittizio), allorché nella tradizione anglosassone prevalgono termini come «legge marziale» o «poteri d’emergenza». Lo stesso diritto canonico fornisce la formula «pieni poteri».[1]

Un fatto è certo: la presenza della eccezione è una condizione che investe la vita degli ordinamenti statuali fin dalle loro origini. Ma come si concilia e si manifesta questo singolare paradosso, questa forma di autonegazione che vede emergere situazioni di rottura e sospensione della norma dall’interno dell’ordinamento stesso? Nell’accezione classica lo stato di eccezione designa «l’insieme dei mezzi previsti per fare fronte ad una situazione d’estremo pericolo. Questi mezzi tesi a favorire il rafforzamento del potere e la concentrazione del suo esercizio sono di due tipi: restrizione o sospensione delle libertà pubbliche e di alcune garanzie costituzionali; oppure violazione più o meno estesa del principio di separazione dei poteri a vantaggio dell’esecutivo, fino alla possibilità di trasferire i poteri ordinari di polizia e alcune competenze giurisdizionali all’autorità militare».[2]

Per pericolo estremo in generale viene intesa una situazione in cui lo Stato subisce gravi disordini o minacce tali che l’ordine interno è messo gravemente a rischio da uno o più fattori la cui eliminazione richiede il ricorso a mezzi straordinari o d’emergenza: invasione del territorio nazionale da parte di Paesi terzi, moti sovversivi o insurrezioni, oppure calamità naturali. In queste situazioni, dove vi è in genere esautorazione o ridimensionamento del potere legislativo – osserva Giorgio Agamben, riprendendo una tesi di Derrida[3] vengono ad assumere valenza specifica una serie di atti e decisioni emanati da chi gestisce l’esecutivo.

Provvedimenti che pur non avendo efficacia di legge, ne conservano la stessa forza applicativa. L’apertura di questo spazio, la divaricazione sempre più estesa che viene a crearsi tra la norma che vige, ma non si applica, non avendo più «forza», e gli atti che non hanno valore di legge ma ne acquistano la «forza», è la caratteristica tipica di quel vuoto giuridico pieno di forza in cui agisce lo stato di eccezione classico. Come comprendere un tale elemento mistico – si domanda sempre Agamben – che consente alla legge di sopravvivere alla sua cancellazione agendo come forza pura nello stato di eccezione?

L’eccezione: una forma della sovranità costituente?
Per Emmanuel-Joseph Sieyès, teorico della sovranità costituente nella sua forma insorgente, è chiaro che la Nazione, fonte della sovranità, e per questo detentrice del potere costituente, «rimane sempre allo stato di natura» e non può essere imbrigliata poiché la sovranità non può avere un quadro fisso e soprattutto risiede all’esterno del sistema. Antesignano della rivoluzione permanente, egli ritiene che la sovranità quando si esprime vada oltre ogni barriera e assetto legale costituito poiché detiene la legittimità originaria e assoluta da cui trae fondamento successivo la legalità. In questo senso la rottura della tradizione, cioè della norma precedente, assume la veste di una situazione eccezionale che si propone come momento costituente di un nuovo ordine. Successivamente però s’impone la necessità di legalizzare l’eccezione, ristabilendo il quadro di una ritrovata, se pur diversa, normalità. Non a caso la definizione giuridica della eccezione moderna è stata elaborata dalla tradizione giacobino -democratica e messa in forma contemporaneamente alla costruzione dello Stato costituzionale liberale, nel corso degli eventi rivoluzionari del 1848. Abbozzata nella Costituzione dell’anno ottavo (art. 92: «La legge può sospendere l’autorità della Costituzione nel luogo e nel tempo che essa decide di determinare»); presente in un decreto di Napoleone del 24 dicembre 1811, nel quale si introduce lo stato di assedio «fittizio o politico» opposto al tradizionale stato di assedio militare, «essa trova la sua formulazione classica nelle leggi sullo stato d’assedio promulgate in Francia (nel 1849) e in Prussia (nel 1851)».[4]

Una volta applicata alle situazioni di disordine interno, l’eccezione viene finalmente recuperata e monopolizzata dall’ordine politico costituito e diventa un passaggio cruciale, un punto limite e un momento rivelatore. Dichiarata per affrontare situazioni estreme, essa rivela il suo significato ontologico, portando alla luce il luogo «dove si situa il centro dello Stato», obbligando a definire e nominare il soggetto della sovranità. Anche la dittatura del proletariato ha rappresentato una figura dello stato di eccezione costituente, che dalla originaria matrice giacobino-liberale è transitata nella tradizione socialista.

Elaborata in origine come una fase provvisoria, necessaria alla conquista ed al controllo totale della macchina statale, momento ritenuto determinante per il successo e la difesa della rivoluzione proletaria, essa sarebbe stata successivamente sostituita dalla formazione del nuovo Stato socialista, in vista di quel superamento (estinzione) dell’orizzonte statuale rappresentato dalla società comunista. Ma alla prova dell’esperienza storica, la trappola dell’eccezione si è dimostrata ancora più insidiosa dei limiti politici imputati alla sua assenza durante la Comune di Parigi, condizionando il progetto comunista ad una tecnica di presa del potere. Questo processo ha condotto il movimento operaio all’abbraccio dello Stato e all’ingessamento organizzativo nella forma del partito weberiano, partito dei professionisti della politica, o, nel caso della variante antigradualista dei bolscevichi, dei professionisti della rivoluzione. All’autoemancipazione, all’autorganizzazione, fondata su una visione sociocentrica dello sviluppo storico e del superamento del capitalismo, è subentrato il modello statocentrico e la funzione guida di un apparato unico, nel quale non era tanto il partito a farsi Stato, ma lo Stato che si faceva partito. L’annoso contrasto creatosi tra riforme e rivoluzione verteva sui tempi e i modi del mutamento: per un verso l’accumulo di forza, la progressione lenta e graduale, l’anticipazione di elementi della società futura, la conquista dall’interno della fortezza nemica; per l’altro la necessità di una prodigiosa accelerazione, il bisogno ineluttabile di una fase d’eccezione indispensabile per sbaragliare la resistenza dell’avversario.

Da una parte, l’illusione di utilizzare la macchina statale per cambiare le cose, correggere le storture e gli eccessi del capitalismo, senza pensare di finire a propria volta cambiati e metabolizzati; dall’altra, la costruzione speculare di un apparato che agisce come uno Stato in potenza, uno Stato clonato che si sostituisce all’altro dopo la presa del potere. Il dilemma – ricorda Agamben – era stato affrontato anche da Walter Benjamin, il quale si era interrogato sulla maniera di spezzare la dialettica tra violenza che pone il diritto e violenza che lo conserva (ma il termine Gewalt, impiegato dal filosofo tedesco, precisa sempre Agamben, può indicare sia la violenza sia un potere assolutamente al di fuori e al di là del diritto), per arrivare ad una terza ipotesi che lo depone.

L’eccezione: un potere della sovranità costituita?
È questo il parere di Carl Schmitt, che vede nella eccezione il fulcro di una sorta di teoria della sovranità. Per il giurista del Terzo Reich, lo stato di eccezione non è assimilabile allo stato di natura hobbesiano. Esso non esprime quella situazione di caos che precede la costituzione dell’ordine giuridico, tantomeno raffigura condizioni che oltrepassano semplicemente lo stato di normalità. Ciò spiega anche perché altre situazioni che eccedono la norma, come le guerre civili, le insurrezioni, il diritto di resistenza, non possono essere accomunate allo stato di eccezione. La similitudine è solo apparente – spiega Agamben – poiché storicamente l’eccezione appare come una risposta del potere statuale ai conflitti interni più estremi. L’eccezione schmittiana è per cosi dire la normalità costituita che si difende, distinguendosi profondamente dalla teoria del potere costituente proposta da Sieyès, che invece mira a sovvertire il vecchio ordinamento non più legittimo ed istituirne uno nuovo.

Ma che le cose siano ancora più complicate lo dimostra la paradossale situazione intercorsa nel XX secolo, quando fu lo stesso Stato nazista a dichiarare una guerra civile condotta dall’alto verso il basso, situazione riassunta da René Schnur nella formula «guerra civile legale». Anche il tentativo di spiegare l’eccezione attraverso l’attribuzione di una capacità creatrice allo stato di necessità, come ha sostenuto il giurista Santi Romano di fronte al terremoto di Messina del 1908 («la necessità crea la legittimità»), non risolve il dilemma. Se la necessità è fonte del diritto, sia nella versione del diritto di resistenza, del diritto naturale favorevole all’individuo, oppure soggettivo dello Stato, cioè unicamente rivolto alla propria autoconservazione, perché quella che di per sé dovrebbe essere già una norma giuridica, e non un semplice fatto, ha comunque bisogno di una ratifica della legge positiva? L’eccezione è dunque altra cosa da una semplice spugna che consente all’ordinamento di assorbire eventi nuovi, situazioni impreviste, oppure colmare lacune.

Secondo Schmitt, essa vive in stretta e paradossale relazione con la ricerca di un ordine, anche se non si tratta di un ordine giuridico, che al contrario ha l’ambizione di sospendere. Non è quindi il precipizio verso l’anarchia pregiuridica, ma ciò che si erge a fondamento dell’ordine giuridico stesso e lo preserva. Per funzionare, l’architettura giuridica ha bisogno di una situazione di normalità che soltanto l’intervento della eccezione può creare, mettendo fine al caos. Per questo l’ordine giuridico può sussistere solo in quanto mantiene una relazione costante con l’eccezione. Senza di essa, la norma non avrebbe potuto e nemmeno continuato ad esistere. La sua essenza si raccoglie, dunque, nella capacità di autosospensione e di ripristino dell’ordinamento vigente. L’esserne fuori e tuttavia appartenervi, che consente alla norma di «essere sospesa, senza cessare con ciò di rimanere in vigore». Non lo Stato di diritto, ma la decisione sulla sua sospensione, cioè sulla proclamazione dello stato di eccezione, rivela – secondo Schmitt – il vero arcano della sovranità. Tesi assolutamente non gradita ai teorici dello Stato di diritto, i quali al contrario vedono nell’affermazione di un regime fondato sul rule of law l’emancipazione dallo stato di eccezione, la sua esatta negazione. Obiezione che però non smentisce la presenza della figura giuridica dello stato di eccezione in numerosi ordinamenti costituzionali liberali: la Costituzione americana, infatti, conferisce al presidente un ampio potere nella proclamazione e nell’esercizio dello stato di eccezione (il patriot act ne è solo l’esempio più recente). D’altronde nel 1948 uno studioso statunitense, Clinton Lawrence Rossiter, aveva individuato l’esistenza di una «dittatura costituzionale» attivabile in condizioni di emergenza.[5]

Anche la Costituzione francese della Quinta Repubblica, all’articolo 16 prevede l’attribuzione di poteri speciali al capo dello Stato in caso di circostanze eccezionali. Nel corso della rivolta delle banlieues del novembre 2005, il governo di Parigi ha potuto avvalersi anche di una vecchia legge del 1955, varata ai tempi della guerra d’Algeria, per proclamare uno stato di eccezione attenuato nelle periferie urbane.[6]

Le consuetudini giuridiche in vigore nella Gran Bretagna consentono all’esecutivo di esercitare poteri d’emergenza: opportunità ampiamente sfruttata nel corso della guerra nell’Irlanda del Nord. Proclamato nel corso dei due conflitti mondiali da tutti i paesi belligeranti, e non solo, dal secondo dopoguerra in poi il ricorso allo stato di emergenza si è esteso sempre più, fino a divenire un paradigma di governo degli attuali regimi democratico-costituzionali. Non è quindi affatto dimostrata l’incompatibilità teorica e normativa tra Stato di diritto e stato di eccezione, anzi molti sostenitori attuali dei regimi democratico-liberali appoggiano con sempre maggiore vigore la necessità di un impiego su larga scala dello stato di eccezione per fare fronte alla nuova forma di guerra asimmetrica, inaugurata dagli attentati dell’11 settembre 2001.[7]

Dittatura e stato di eccezione

Agamben conduce un’incursione nel diritto romano che consente di comprendere la vera essenza concettuale dello stato di eccezione. Nella Costituzione romana erano presenti due istituti giuridici speciali: la dittatura e lo iustitium. La prima era una magistratura specifica che assumeva i pieni poteri per un tempo determinato non superiore a sei mesi, grazie ad una legge votata dal popolo. Lo iustitium, al contrario, al pari della eccezione moderna, non implicava l’elezione o l’introduzione di una nuova magistratura dai poteri speciali, ma una sorta di deposizione dell’intero ordinamento giuridico, una disattivazione di tutte le istanze normative, una sospensione dell’ordine giuridico in quanto tale. Il senato romano, prendendo atto della presenza di un tumultus, poteva proclamarlo, chiedendo ai consoli di prendere tutte le misure necessarie per garantire la sicurezza dello Stato: «Il magistrato che agisce durante lo iustitium, al pari dell’ufficiale nello stato di eccezione, non applica la legge, non la trasgredisce e tantomeno ne crea una nuova. Si potrebbe dire, ricorrendo ad una espressione paradossale, ch’egli non la esegue».[8]

Sono raffigurate qui le due concezioni, contradditorie tra loro, con le quali si è tentato di rappresentare nel pensiero giuridico lo stato di eccezione: per un verso, la pienezza stessa del diritto che viene a coincidere con la totalità del reale, sorta di summum jus che – come già recitava l’antica massima latina – viene a corrispondere alla summa injuria; nell’altro, la vacanza giuridica, la situazione di completa anomia nella quale ogni potere e struttura giuridica vengono aboliti. Una singolare dualità che porta Agamben a criticare l’errore di chiamare dittature, anziché stato di eccezione, alcuni regimi totalitari. La distinzione appare impercettibile eppure il ricorso all’eccezione non è il ripristino di un potere assoluto che stravolge la dottrina della separazione dei poteri.

Fascismo e nazismo vi giunsero legalmente senza ricorrere a rotture costituzionali, esercitando invece quel potere di sospensione, proprio dell’eccezione, che consentì loro di mantenere formalmente in vigore i precedenti ordinamenti. Né lo Statuto albertino, né la Costituzione di Weimar vennero mai aboliti, furono affiancati invece da una seconda struttura che nel caso dell’esperienza nazista lo storico Ernst Fraenkel definì, in un suo libro del 1942, «Stato duale».[9] Formula che ha conosciuto in Italia, nel corso degli anni Ottanta, un successo molto particolare, dovuto al suo impiego del tutto improprio da parte dello storico Franco De Felice. Stravolgendone il significato originario, in un saggio intitolato Doppia lealtà e doppio Stato,[10] questi ne aveva fatto un confuso quanto fragile paradigma a sostegno delle teorie del complotto, impiegate all’epoca per spiegare l’azione armata dei gruppi della sinistra rivoluzionaria degli anni Settanta.

La confusione di prospettiva tra dittatura e stato di eccezione è la ragione che più d’ogni altra ha impedito di interrogarsi sul fatto che l’eccezione non è solo prerogativa degli Stati totalitari, ma è una figura propria della tradizione democratica moderna. Benjamin e lo stato di eccezione permanente Nella teoria di Schmitt, lo stato di eccezione ha per funzione di sospendere temporaneamente l’esercizio della norma al fine di proteggerne l’esistenza e consentirne il successivo ripristino. Questo dispositivo, però, viene meno nel momento in cui l’eccezione divenendo permanente si trasforma essa stessa in regola. Si tratta della constatazione contenuta nella ottava tesi sul concetto di storia redatta da Walter Benjamin. Il filosofo tedesco assisteva alla drammatica realtà che stava travolgendo la repubblica di Weimar: il regime nazista, applicando l’art. 48 della Costituzione che ne prevedeva l’autosospensione, aveva potuto dispiegarsi legalmente sotto forma di uno stato di eccezione permanente.

Benjamin osservava l’avvenuto passaggio dallo stato di eccezione fittizio (che Schmitt identificava nell’esempio fornito dalla dottrina giuridica francese dello stato di assedio regolato per legge, proprio della tradizione liberale dello Stato di diritto) allo stato di eccezione effettivo. Una distinzione raramente percepita ma essenziale, sottolinea Agamben, poiché permette di cogliere il momento in cui l’eccezione non si distingue più dalla regola, al punto che «ogni finzione sul legame tra violenza e diritto scompare e resta soltanto una zona d’anomia nella quale prevale la violenza pura priva di qualsiasi copertura giuridica».[11]

Il carattere permanente sarebbe dunque la peculiarità dello stato di eccezione contemporaneo, sia perché ad esso sembrano rifarsi sempre più alcune modalità di governo, sia per la novità introdotta dalla globalizzazione, ovvero quella tendenza che vede dispiegarsi uno stato di eccezione non più localizzato e stabile nei confini prefissati di un territorio nazionale, ma ormai esteso e mobile in vaste aree del pianeta secondo le necessità della congiuntura. Non a caso, conclude Agamben, dopo la seconda guerra mondiale nessun nuovo conflitto armato viene più dichiarato, non c’è più uno stato di guerra proclamato secondo i canoni del diritto internazionale, che consente di stabilire il momento in cui una guerra comincia e finisce. Ormai è sempre meno possibile distinguere militari e civili. Siamo in una guerra civile globale non solo perché delle entità non statali attaccano degli Stati, ma anche perché tra Stati e Stati e popolazioni belligeranti si agisce in questo modo:[12] «Il fatto più enigmatico è che il terrore possa coniugarsi con la forma vuota della regola, che nel nome della sicurezza si possa ricostituire l´insicurezza e nel nome della regola l’arbitrario. Questa forma vuota della regola, che copre di nuovo il dispotismo, è quella stessa che si ripete instancabilmente nel vuoto tautologico di slogan e parole d’ordine del tipo: bisogna mantenere l’ordine, difendere la civiltà, preservare i valori; perché l’ordine è l’ordine, la civiltà è la civiltà, i valori sono i valori».[13]

[continua]

[1] Cfr. Giorgio Agamben, Stato di eccezione, Bollati Boringhieri, Torino 2003. Ma anche Id., L’état d’exception, in Le Monde, 12 dicembre 2002.

[2] Jean-François Kervégan, «État d’exception», in Dictionnaire de philosophie politique, a cura di Philippe Reyanoud e Stéphan Rials, PUF, Paris 1996, pp. 231-234.

[3] Cfr. Jacques Derrida, Force de loi, Galilée, Paris 1994 (tr. it. Forza di legge, Bollati Boringhieri, Torino 2003).

[4] Kervégan, op. cit., p. 231.

[5] Clinton Lawrence Rossiter, Constitutional Dictatorship. Crisis Governement in the Modern Democracies, Harcourt Brace, New York 1948.

[6] «La loi permet “d’interdire la circulation des personnes ou des véhicules dans les lieux et aux heures fixés par arrêté”», in Le Monde.fr, 8 novembre 2005.

[7] Si veda in proposito l’articolo di Angelo Panebianco, La nuova guerra (negata), in Corriere della Sera, 3 settembre 2006.

[8] Agamben, L’état d’exception, cit.

[9] Ernst Fraenkel, Il doppio Stato. Contributi alla teoria della dittatura, Einaudi, Torino 1983.

[10] Franco De Felice, Doppia lealtà e doppio Stato, in Studi storici, 3, 1989, pp. 493-563.

[11] Agamben, L’état d’exception, cit.

[12] Id., in Conversazione con Giorgio Agamben, in Alias, supplemento a il manifesto, 35, 9 settembre 2006. In effetti viene qui ricalcata l’analisi che Carl Schmitt aveva già proposto in Teoria del partigiano (Berlino 1963 1975), il Saggiatore, Milano 1981.

[13] Yves Michaud, Violence et politique, Gallimard, Paris 1978, p. 172.

Link
L’exception permanente
Agamben, Lo Stato d’eccezione
Tolleranza zero: estensione dell’infrazione di terrorismo e nuovo spazio giudiziario europeo
La giudiziarizzazione dell’eccezione 2
Il caso italiano, lo Stato di eccezione giudiziario
Agamben, Europe des libertes ou europe des polices?

Storia della dottrina Mitterrand
Dalla dottrina Mitterrand alla dottrina Pisanu

La fine dell’asilo politico
Garapon, L’utopia moralizzatrice della giustizia internazionale
Carcere, gli spettri del 41-bis
Dopo la legge Gozzini tocca al 41-bis, giro di vite sui detenuti
Tarso Gendro, “l’Italia è ancora chiusa negli anni di piombo”
Brasile, stralci della decisione del ministro della giustizia Tarso Gendro

1982: Torture contro i militanti della lotta armata arrestati

Il 1982 è uno degli anni dove la pratica della tortura diventa sistematica. Organizzata centralmente viene realizzata attraverso l’azione di alcune squadre della polizia di Stato specificamente addestrate. La decisione era stata presa in una riunione del comitato interministeriale per la sicurezza, sotto l’impulso diretto del presidente del consiglio Giovanni Spadolini mini_torture_affiorate1

12 Gennaio 1982: Gli avvocati Edoardo di Giovanni e Giovanna Lombardi, nel corso di una conferenza stampa, denunciano le torture cui sono stati sottoposti due loro assistiti: Stefano Petrella e Ennio Di Rocco.

22 Gennaio 1982: Durante una caccia all’uomo nella zona di Tuscania, viene catturato Gianfranco Fornoni. La sua denuncua sulle torture subite troverà spazio solo su Lotta Continua e Il Manifesto. Intanto proseguono gli arresti di massa; nel mese di marzo il sottosegretario agli Interni Francesco Spinelli dichiarerà che in circa 2 mesi sono state arrestate 385 persone, con l’accusa di banda armata. Lo stesso Spinelli, riferendosi alle denuncie di tortura, con cinica arroganza afferma: “Non mi risulta che sia mai morto nessuno. Diciamo che nei confronti degli arrestati ci sono stati trattamenti piuttosto duri, ma sono cose che capitano in tutte le polizie del mondo.

Marzo 1982: Amnesty International dichiara di aver raccolto in 3 mesi una “mole impressionante” di denunce di torture in Italia. “…Tra le nostre fonti non ci sono solo le dichiarazioni delle vittime. Esistono anche lettere di agenti di polizia che lamentano la frequenza con cui la tortura verrebbe applicata a persone arrestate per terrorismo (Espresso 21-3-82)

29 Marzo 1982: Luca Villoresi, giornalista di Repubblica viene arrestato per reticenza. Aveva pubblicato un articolo, il 18 marzo, in cui venivano riportate le testimonianze anonime di due agenti che avevano visto torturare una ragazza. Questo racconto coincideva con quello di Alberta Biliato, che ha denunciato di essere stata torturata nella sede del III distretto di polizia di Mestre.

Dalla perizia del medico legale Mario Marigo, 3 febbraio 1982 Padova. Tracce di tortura compiuta con elettrodi sui genitali di Cesare Di Lenardo, militante dell Brigate rosse in carcere da 29 anni. “Qualcuno prese in mano il mio pene dalla parte anteriore e vi avvicinò qualcosa, forse un filo, attraverso il quale ricevetti una scarica elettrica. La stessa cosa fu ripetuta ai testicoli e all'inguine”.

Torture praticate agli imputati del sequestro Dozier

Sentenza di rinvio a giudizio per 7 agenti del 17 marzo 1983:

1) Genova Salvatore
2) Amore Danilo
3) Di Janni Carmelo
4) Laurenzi Fabio
5) Aralla Giancarlo
6) D’Onofrio Nicandro
7) Carabalona Massimo
8 ) Ignoti

IMPUTATI:

A) del reato di cui agli art. 110, 112 nn.1 e 2, 605/1° e 2° C.P. e 61 n. C.P. per aver illecitamente privato Di Lenardo Cesare della libertà personale, perchè in concorso fra loro prelevavano il Di Lenardo dai locali dell’ispettorato di zona del 2° Reparto Celere, dove era legittimamente detenuto in seguito all’arresto avvenuto il 28/02/82, sottraendolo a coloro che erano investiti della custodia, lo caricavano con mani e piedi legati e con gli occhi bendati nel bagagliaio di un’autovettura e lo trasportavano in una località sconosciuta, dove il Di Lenardo veniva fatto scendere e sottoposto alle percosse e minacce descritte nel capo seguente; indi lo trasportavano nuovamente (sempre nel bagagliaio) nell’area 2° del Reparto Celere e lo conducevano in un sotterraneo, nel quale il Di Lenardo era sottoposto alle percosse e alla violenza descritte nel capo seguente, al termine delle quali veniva riportato nei locali di legittima detenzione; con le aggravanti di aver commesso il fatto abusando dei poteri inerenti alle funzioni di pubblico ufficiale proprie di ciascuno, in numero non inferiore a 5 persone ed al fine di commettere il reato di cui al capo seguente; per Genova inoltre di aver promosso e organizzato la cooperazione nel reato, nonchè di aver diretto l’attività delle persone che vi sono concorse; in Padova tra le 21 e le 24 del 31.03.1982;

B) del reato di cui agli art. 56, 81 cpv., 110, 112 nn.1 e 2, 605/1° e 2° C.P in relazione all’art. 339 C.P., per aver in concorso tra loro e con altri con più azioni esecutive di un medesimo disegno criminoso mediante violenza, consistita in percosse in diverse parti del corpo, e minaccia, consistita nell’esplosione di un colpo d’arma da fuoco e successivamente mediante violenza, consistita nel legarlo su di un tavolo, sul quale era stato steso, facendo inghiottire del sale grosso, di cui gli era stata riempita la bocca,e , permanendo lo stato di costrizione sul tavolo, venendogli inoltre impedito di respirare con il naso, facendogli ingoiare una grande quantità d’acqua che veniva continuamente versata nella sua bocca, compiuti atti idonei in modo univoco a costringere Di Lenardo Cesare a rendere dichiarazioni sui reati da lui commessi, senza però che tale evento si verificasse; con le aggravanti di aver commesso il fatto in più persone riunite, con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla pubblica funzione da ciascuno svolta; per Genova, inoltre, di aver promosso e organizzato la cooperazione di più persone nel reato;

C) del reato di cui agli art. 110, 61 n.9, 112 nn. 1 e 2, 582 C.P per aver in concorso tra loro e con altri, volontariamente cagionato a Di Lenardo Cesare, mediante le percosse e la violenza descritte al capo B, lesioni personali in diverse parti del corpo e in particolare all’orecchio sinistro; con le aggravanti di aver commesso il fatto con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla pubblica funzione da ciascuno svolta, in numero non inferiore a 5 persone; per Genova, inoltre, di aver promosso e organizzato la cooperazione di più persone nel reato;

Segni delle violenze subite dopo l'arresto nella caserma del II° reparto celere di Padova, 28 febbraio 1982

Amore, Di Janni e Laurenzi del capo
D) del reato di cui agli art. 110, 81 cpv, 61 n.9, 56 e 610 1°e 2° con. C.P. in relazione all’art. 339, per aver in concorso tra loro e con altre persone non identificate, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, con violenza consistita in percosse, nonchè nella provocazione di ustioni alle mani e in altre parti del corpo, nonché una serie di ferite provocate al polpaccio della gamba sinistra con strumenti taglienti od acuminati e nella somministrazione di scariche elettriche, mediante applicazione di strumenti idonei agli organi genitali e nella zona addominale, posti in essere atti idonei diretti in modo non equivoco a costringere Di Lenardo Cesare a rendere dichiarazioni sui reati da lui commessi nonchè sulla struttura ed organizzazione della banda armata di cui faceva parte; con le aggravanti di aver commesso il fatto in più persone riunite e con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alle qualità di pubblico ufficiale;

E) del reato di cui agli art. 110, 81 cpv., 61 n.9, 582 e 585 C.P. per avere con le modalità indicate nel capo precedente cagionato a Di Lenardo Cesare lesioni personali guarite in 20 giorni: con le aggravanti di aver commesso il fatto con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla qualità di pubblico ufficiale;

Amore inoltre del capo

F) del reato di cui agli art. 110, 610/1° e 2° co. in relazione all’art. 339, 61 n.9 C.P., perchè in concorso con altre persone non identificate, mediante violenza, consistita in percosse in diverse parti del corpo e minaccia, consistita nel preannunciarle ulteriori e più gravi atti di violenza, costretto Libera Emilia a rendere dichiarazioni sui reati da lei commessi; con le aggravanti di aver commesso il fatto in più persone riunite e con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla qualità di pubblico ufficiale

Ignoti del capo
G) del reato di cui agli art. 81 cpv., 61 n.9 e 610/1° e 2° co. C.P. in relazione all’art. 339, per avere, con più azioni esecutive del medesimo disegno criminoso, mediante violenza consistita in percosse in diverse parti del corpo, e mediante minaccia consistita nel preannunciare nuovi e più gravi atti di violenza, costretto Savasta Antonio, Libera Emilia, Frascella Emanuela, Ciucci Giovanni a rendere dichiarazioni sui reati da loro commessi; con le aggravanti di aver commesso il fatto in più persone riunite e con abuso dei poteri e violazione dei doveri inerenti alla qualità di pubblico ufficiale:

Segni di elettrodi sul petto di Cesare di Lenardo riscontrati dalla perizia medico-legale

ENNIO DI ROCCO, PROCESSO VERBALE, ROMA 11 GENNAIO 1982
[Interrogatorio avanti al P.M. Domeni Sica]
“La sera del mio arresto venni condotto prima al 1° Distretto di polizia ove ricevetti, nella cella, calci e schiaffi. Poi sono stato spostato alla caserma di Castro Pretorio. Dopo circa un’ora sono arrivati tre incappucciati che hanno incappucciato anche me, mi hanno caricato su un furgone e mi hanno condotto in un luogo che non so riconoscere perchè incappucciato, ma che ritengo essere una casa. In questo luogo per la notte e il giorno successivo (per quel che ho potuto capire) sono stato – a rotazione di squadrette di 3 o 4 persone- picchiato con calci, pugni e bastonate ed in pratica in ogni modo, con le manette strette ai polsi di dietro che venivano torte. Mi è stata poi praticata una puntura al braccio destro. Poi sono stato fatto sdraiare su di un letto e coperto con due coperte, chiaramente al fine di farmi sudare. Per un periodo di tempo che non so dire, dopo che avevo subito la puntura, si sono alternate domande suadenti e botte. Non credo di avere detto nulla sotto questo trattamento.
Il giorno dopo c’è stata una nuova rotazione di percosse, sino a che non è arrivata una squadretta che ha continuato a battermi con i bastoni sulla pianta e sul dorso dei piedi e sulle caviglie; preciso che in tutto questo tempo ero legato con mani e piedi ad un letto. Sono stato picchiato anche sulle ginocchia, sul petto ed in testa. In tutto questo periodo sentivo le urla dell’altro compagno, che ritengo fosse Stefano Petrella, che però ovviamente non vedevo.
Può darsi che io dimentichi qualche altro particolare di questi tre giorni. Incappucciato e dentro a un furgone sono stato spostato in un altro edificio; dopo un viaggio di 45 minuti. Nel nuovo luogo di detenzione sono stato costretto a bere tre bottiglie di Caffè Borghetti, così mi dicevano. Mi sono addormentato e nel sonno mi facevano delle domande in relazione a cose che volevano sapere e alle quali ritengo, bene o male, di essere riuscito a non rispondere.
Può darsi che poi io abbia avuto delle allucinazioni, perchè sognavo di gridare e poi mi sono svegliato dopo essermi orinato addosso. Allora qualcuno si è avvicinato. Dopo un intervallo abbastanza lungo, durante il quale non mi è stato fatto niente, mi hanno fatto mangiare.
Subito dopo sono stato prelevato dal letto e portato in una cucina (che ho potuto intravedere attraverso le bende agli occhi). Sono stato disteso lungo su un tavolo, mi è stato tolto il maglione e la camicia e messo con mezzo busto fuori dal tavolo. Ero a pancia all’aria e avevo le mani e i piedi legati alle gambe del tavolo. Una persona mi torceva gli alluci; altri due mi tenevano gambe e braccia; un altro mi teneva il naso chiuso e mi reggeva la testa. Qualcun altro mi mandava acqua e sale nella bocca, non facendomi respirare e tentando di soffocarmi. Non so quanto tempo ciò sia durato; ad un certo momento finì l’acqua salata e cominciò quella semplice. Ho tentato di uccidermi trattenendo il respiro ma non ci sono riuscito”.

Link
Il giornalista Buffa arrestato per aver raccontato le torture affiorate
Proletari armati per il comunismo, una inchiesta a suon di torture

La giudiziarizzazione della eccezione (2)

La giudiziarizzazione della eccezione (2)

Paolo Persichetti
da Carmilla on line
Pubblicato Dicembre 22, 2006 07:47 PM

Lo stato di eccezione postfordista
La «guerra asimmetrica», nuova categoria utilizzata in campo geopolitico per interpretare i conflitti dopo gli attentati del 11 settembre 2001, ha spinto l’amministrazione Bush a varare nuove modalità di applicazione dello stato di eccezione caratterizzate da misure stabili e permanenti, che pur salvaguardando regole e procedure prevedono la presenza di buchi neri, «zone grigie» in cui il confine tra legalità e illegalità resta incerto, «ambiti riservati davanti ai quali lo Stato di diritto arretra». Una sorta di doppio binario: legalità e diritti riconosciuti solo per una parte della popolazione e trattamenti differenziati per la restante.[14]

In egual modo, alcune tipologie di reato sfuggono al regime normale della legge. Un artificio che ha consentito di esportare lo stato di eccezione al di fuori dei sistemi politici territoriali e conservare all´interno delle frontiere nazionali soltanto la direzione strategica delle operazioni, disponendo una sorta di stato di eccezione extraterritoriale (in modo da poter sfuggire ai limiti eventualmente posti dalla sovranità della legge nazionale), secondo forme tipicamente postfordiste di organizzazione e divisione del lavoro repressivo: flessibile, modulabile, a macchia di leopardo, capace persino di delocalizzare ed esternalizzare le incombenze più triviali e compromettenti. Grandi agenzie private di sicurezza hanno ricevuto in appalto per i loro contractors la gestione o lo svolgimento di compiti che un tempo appartenevano alle tradizionali prerogative regie dello Stato, come la gestione di carceri, campi di prigionia, o le attività “non ortodosse” di raccolta delle informazioni.

È questo il caso dei campi di concentramento di Guantanamo e Diego-Garcia, della prigione irakena di Abu Ghraib o del «sistema di detenzione globale», la rete di prigioni segrete della Cia, sparse in Paesi compiacenti legati da accordi segreti con gli Usa,[15] nei quali risulta più agevole praticare torture e forme di imprigionamento e violazione dei diritti e delle garanzie della persona, dando vita in questo modo ad un vero e proprio mercato globale della sicurezza e ad una privatizzazione selvaggia dell’uso legittimo della forza e della guerra.[16]

Non sono mancate le operazioni speciali sotto copertura, tra queste i rapimenti (extraordinary rendition) in paesi terzi di persone considerate sospette (come nel caso dell´imam della moschea di via Quaranta a Milano, Abu Omar, sequestrato il 7 febbraio 2003 con la collaborazione di agenti del Sismi).[17] Lo stato di eccezione di diritto: un’aporia Alcune tradizioni ispirate ai principi del costituzionalismo democratico hanno provato a venir fuori da questo paradigma, tentando di dimostrare che non vi è affatto un legame di necessità tra la norma e la possibilità di una sua sospensione, riaffermando al contrario il principio della indivisibilità dello Stato di diritto. Questa filosofia alternativa allo stato di eccezione si ritrova – spiega Antoine Garapon – nelle opinioni dissidenti dei giudici inglesi, americani o israeliani che hanno contestato la massima ciceroniana Inter arma silent leges («quando le armi parlano la legge tace»).[18]

Anche questi oppositori al regime di eccezione ritengono i momenti di crisi un rivelatore, la circostanza in cui si manifesta il sovrano reale. Ma in netto contrasto con la tesi di Schmitt, reputano fondamentale respingere ogni rottura dell’ordinamento giuridico, e questo perché la prova della validità delle democrazie e della loro sovranità risiederebbe proprio nel mantenimento della loro continuità giuridica. In verità, queste concezioni non escludono affatto – comunque non hanno la forza per farlo – il ricorso all’eccezione, ma ripropongono soltanto forme (attenuate) di stato di eccezione fittizio, cioè legalmente controllato e limitato nello spazio e nel tempo, come è il caso del presidente della Corte suprema dello Stato di Israele, Aharon Barak, che introduce una differenza tra «democrazia difensiva» e «democrazia incontrollata». Secondo questa concezione, ad assicurare che la separazione tra pace e guerra non diventi talmente radicale da consentire ad esercito e servizi segreti d’agire senza limiti dovrebbe essere la magistratura: «non per sostituirsi alle decisioni strategiche, ma per fornire loro la cauzione del diritto e garantire a tutti il rispetto dei diritti fondamentali».[19]

Il giudice Sandra Day O’Connor, estensore della sentenza pronunciata dalla Corte suprema degli Stati Uniti il 28 giugno 2004 in merito ad un ricorso avanzato da un cittadino statunitense catturato in Afghanistan (Yasser Hamdi), ha scritto che «lo stato di guerra non è un assegno in bianco per il presidente quando si tratta dei diritti dei cittadini americani». Riconoscendo che la «legge patriottica» varata dal Congresso il 25 ottobre 2001 concede al presidente poteri supplementari per perseguire e arrestare i terroristi, ma non quello di detenere indefinitamente e senza giudizio un cittadino americano, si dice certa che «non vi sia alcuna ragione per dubitare che i tribunali, di fronte a soggetti sensibili, accordino la necessaria attenzione alle questioni della sicurezza nazionale che possono esistere in alcuni casi individuali proteggendo le libertà essenziali che restano in vigore anche nei periodi di pericolo».

Al riguardo Garapon ricorda un passaggio tuttora ritenuto un riferimento giurisprudenziale costante presso giurisdizioni di diverse parti del mondo, nel quale Lord Atkins affermava (1941): «nel bel mezzo del rumore delle armi, le leggi non restano silenziose. Esse possono cambiare ma continuano a parlare la stessa lingua in tempo di guerra come in tempo di pace. Che i giudici […] s’interpongano tra il soggetto e ogni tentativo di calpestare le sue libertà da parte del potere esecutivo, sempre pronto a ritenere che qualsiasi azione coercitiva è giustificata dal diritto, è stato sempre uno dei pilastri della libertà, uno dei principi della libertà».[20]

Garapon propone ancora altri esempi, ma la sostanza non cambia. Il concetto espresso è sufficientemente chiaro: lo stato di eccezione offre soltanto una garanzia illusoria. Se fornisce l’impressione di combattere più efficacemente il «flagello terrorista», esso in realtà discredita lo Stato di diritto: «questo svuotamento del diritto è una minaccia per la democrazia, che in questo modo viene eviscerata fino a trasformare quel ruolo di protezione contro la violenza indiscriminata, che ha giustificato in origine la presenza dello Stato, nel più grande pericolo per la sicurezza personale».[21]

Ma i meriti morali di questa cultura giuridica non solo si sono sempre scontrati con l’incapacità di sormontare le dinamiche storiche reali che hanno investito le democrazie costituzionali, le quali hanno ripetutamente dato spazio a momenti di eccezione, ma hanno introdotto, con la loro pretesa di ritenere la magistratura l’unico organo garante titolato alla verifica della necessità e dell’esercizio della emergenza, una variante concettuale dello stato di eccezione e una sua deriva concreta ancora più insidiose. Partendo da posizioni di contestazione della eccezione, queste concezioni formaliste non hanno svolto una vera azione di contrasto, ma sono diventate finalmente un altro luogo dove si è riversata quella eccezione che pretendevano respingere.

L’emergenza italiana: uno stato di eccezione giudiziario
«Per tradizione costituzionale – afferma Angelo Panebianco – non siamo in grado di fare i conti con uno “stato di guerra” che non abbia i caratteri della guerra convenzionale classica. Non abbiamo gli strumenti per far convivere, come questa guerra sui generis richiederebbe, lo Stato di diritto e il riconoscimento dello “stato di eccezione” connesso alla gravità della minaccia. A differenza di altre democrazie, abbiamo conservato, a favore dell’esecutivo, ben poco dell’antica “prerogativa regia” (i mezzi mediante i quali, anche in democrazia, si governa lo stato di eccezione)». A dire il vero, aggiunge il professore ed editorialista del Corriere della Sera, «non sono mancate nella storia repubblicana situazioni in cui una qualche forma di “stato di eccezione” sia stata dichiarata. Brigate rosse, mafia: fenomeni affrontati con leggi speciali (la legislazione antiterrorismo, il 41 bis, ecc).

Ma il punto è che in Italia l’assenza di una prerogativa regia, dei poteri d’emergenza dell’esecutivo, fa sì che lo stato di eccezione possa essere riconosciuto solo se è la magistratura (non il governo e i suoi apparati) a gestirne forme e modalità. Ciò riflette lo stato dei rapporti di forza fra magistratura e classe politica».[22] Lamentando il fatto che in Italia lo stato di eccezione può essere riconosciuto solo se il suo controllo rimane nelle mani della magistratura, Panebianco tuttavia descrive l’aspetto specifico che esso ha assunto in questo paese a partire dalla fine degli anni Settanta. La sua particolarità risiede, infatti, nell’evoluzione della categoria della eccezione classica, che non si presenta più come una interruzione o una sospensione, totale o parziale, nel tempo e nello spazio, della legalità ordinaria a vantaggio di una legalità straordinaria, o con la creazione di spazi vuoti di diritto, come i campi d’internamento.

All’epoca, l’impossibilità di governare normalmente spinse il ceto politico-istituzionale a delegare alcuni suoi poteri alla magistratura. Profittando dell’assenza di uno stato di eccezione apertamente dichiarato e formalizzato, questa funzione supplettiva assunse progressivamente una dimensione ipertrofica. In questo modo l’eccezione italiana si è rivelata un fenomeno ancora più subdolo e insidioso poiché in grado di legittimarsi con maggiore efficacia attraverso la sua innovativa capacità d’integrare, e non più sospendere, il sistema giuridico-costituzionale, trasformandosi a tutti gli effetti in regola stabile e permanente attraverso il ricorso ad un vasto arsenale di leggi speciali e trattamenti differenziali. L’eccezione non si è posta più fuori dall’ordinamento, ma si è situata nell’ordinamento stesso, al punto che non è più possibile pensare di poter ripristinare la normalità giuridica poiché non vi è mai stata sospensione, ma unicamente ibridazione di più registri giuridici e penali, legislativi e procedurali, fino a determinare un groviglio inestricabile che non consente più alcun riassorbimento o fuoriuscita.

Un simulacro dello Stato di diritto ha preso forma a partire dalla sedimentazione successiva e stratificazione ripetuta di fasi replicate di emergenza. Verso la metà degli anni Ottanta, un dibattito dai contenuti ambigui si è aperto sui modi per «uscire dall’emergenza». In realtà, questa breve fase di post-emergenza ha coinciso con la stabilizzazione delle politiche della eccezione: «una operazione attraverso la quale il diritto speciale politico, epurato dei suoi aspetti più contingenti, è stato inserito nel corpo delle leggi cosiddette ordinarie, ricevendo al tempo stesso una nuova legittimazione».[23]

Questo ritorno ad una pretesa normalità ha permesso, in realtà, di preparare il terreno ad nuova moltiplicazione delle emergenze: antimafia, anticorruzione, antimmigrazione clandestina, L’azione politica si è tramutata in una rincorsa alla proliferazione delle emergenze che ha aperto la strada ad una nuova demagogia: il giustizialismo populista. Questo nuovo modello ha reso obsolete tutte le precedenti obiezioni legate alla natura extragiuridica dell’eccezione, poiché essa appartiene oramai interamente alle istituzioni giuridiche dello Stato costituzionale, grazie ad un singolare paradosso che fa del formalismo giuridico non più l’antagonista ma il ricettacolo della dottrina dell’emergenza.

L’introduzione di misure straordinarie e speciali a carattere permanente e atemporale, la cui giustificazione legale impone una messa in forma giuridica sempre più complessa, ha mascherato la rottura della norma: non potendo più far scomparire l’eccezione, la dottrina si è protesa sempre più ad assimilarla e costituzionalizzarla. Se nella eccezione classica si assisteva ad una rottura dell’equilibrio tradizionale della separazione dei poteri, col conseguente rafforzamento dell’esecutivo a discapito del legislativo e del giudiziario, l’eccezione avviata nell’Italia degli anni Settanta ha modificato questa morfologia tradizionale.

La novità assoluta è venuta dal rafforzamento del giudiziario, depositario di un potere di delega che nel tempo si è trasformato in una supplenza politica completa. AI punto che sarebbe più giusto parlare di stato di eccezione giudiziario, non solo perché si è creato un sistema penale ibrido, dove norma regolare e regola speciale convivono, si integrano e si sostengono reciprocamente, ma perché il giudiziario è diventato il centro del sistema, il nuovo sovrano che decide.[24]

Scriveva in proposito Charles-Louis de Secondat, barone di Montesquieu: «Non vi è libertà se il potere giudiziario non è separato dal potere legislativo e dall’esecutivo. Se fosse unito al potere legislativo, il potere sulla vita e la libertà dei cittadini sarebbe arbitrario: infatti il giudice sarebbe legislatore. Se fosse unito al potere esecutivo, il giudice potrebbe avere la forza di un oppressore».[25]

L’eccezione inconfessabile La netta differenza che i costituenti vollero marcare con l’esperienza dei tribunali speciali del fascismo li portò ad escludere dalla carta costituzionale qualsiasi richiamo allo stato di eccezione. Il lodevole intento contenuto nella lettera della Costituzione era però minato alla radice dalla presenza di un codice penale mai riformato, nel quale sopravviveva un amplissimo arsenale penale speciale concepito per essere applicato proprio dalle giurisdizioni di eccezione del regime fascista. Insomma un dispositivo schizofrenico, una doppiezza costitutiva mai risolta, fu all’origine dello Stato repubblicano.

Ciò ha favorito il proliferare nel tempo, soprattutto quando le circostanze storiche hanno posto la repubblica nata dalla Resistenza di fronte a fenomeni d’insorgenza politica e sociale di carattere rivoluzionario, il diffondersi di una ipocrisia emergenziale che, negando sul piano formale la possibilità che si potesse ricorrere a misure di stato di eccezione, di fatto sul piano sostanziale non solo faceva largo uso della legislazione speciale impiegata a suo tempo contro gli antifascisti, ma addirittura ne amplificava e inaspriva esponenzialmente la portata repressiva. La cultura del «compromesso storico» e il clima di «unità nazionale», diffuso nella seconda metà degli anni Settanta, e il ruolo di supplenza affidato alla magistratura, hanno quindi impedito di riconoscere la presenza di un clima di guerra civile, e la politicità dei gruppi rivoluzionari che avevano agito sul terreno della violenza e delle armi.

Al contrario, si è fatto in modo che la questione restasse confinata nell’ambito di una tipologia di diritto penale comune. Ma questo atteggiamento è stato poi ampiamente contraddetto sul piano pratico, Infatti, se si fosse trattato di semplice criminalità, infatti, lo Stato non avrebbe avuto bisogno di dispiegare una moltitudine di leggi speciali (traccia formale dell’instaurazione di pratiche d’eccezione), di ricorrere a dispositivi e trattamenti differenziali e premiali fuori norma, d’interpretare leggi ordinarie secondo un contesto speciale, tanto meno di applicare circostanze aggravanti o modifiche alla procedura, al codice penale e all’ordinamento penitenziario, integrando nuovi delitti o doppiando e triplicando la loro qualificazione oltre quelli già esistenti.

L’applicazione della legge penale ordinaria sarebbe stata più che sufficiente, a maggior ragione poiché lo Stato aveva in mano uno strumento, quale era il capitolo sui delitti contro la personalità interna dello Stato, che il giurista del regime fascista Alfredo Rocco aveva lasciato in eredità alla Repubblica. Un arsenale giuridico che i ministri dell’Interno delle altre democrazie formali invidiavano all’Italia per le innumerevoli possibilità che esso offriva all’esercizio del potere repressivo. Per questo motivo si può ben dire che la madre di tutte le emergenze è nata sotto i tratti di un’eccezione mascherata. Non c’è mai stata rottura formale, ma un travestimento legale che ha permesso lo sviluppo senza precedenti di una guerra celata sotto le apparenze di una giustizia ordinaria. Così la politica penale e giudiziaria dell’emergenza si è costituita per estensioni successive, sovrapposizioni, slittamenti, aggiramenti, torsioni e violazioni della legge ordinaria. Il risultato è stato un modello d’ibridazione, di vasi comunicanti e d’osmosi, particolarmente devastante.

Quando nel 1991, cessato l’allarme sociale antisovversione, l’allora presidente della repubblica Francesco Cossiga, denunciando i danni che la generalizzazione delle pratiche di eccezione avevano prodotto sull’insieme del ordinamento giudiziario, propose una amnistia per ristabilire condizioni di normalità giuridica, nessuno più l’ascoltò. L’emergenza come forma di governo era diventata simile a quei parassiti che dopo essersi incistati nell’organismo ne prendono lentamente ed inesorabilmente possesso. La storia italiana ha assunto allora le sembianze di quel palazzo del re scosso dalla ribellione degli schiavi rinchiusi nelle segrete. Per soffocare la rivolta, i suoi consiglieri ebbero la brillante idea di avvelenare le condotte che distribuivano l’acqua nei sotterranei. Domata la ribellione e terminata l’euforia, si accorsero con orrore che l’acqua contaminata stava risalendo le altre canalizzazioni del palazzo. Arrivata alle cucine, poi nei locali dei domestici e della guardia, ormai aveva raggiunto i quartieri alti dei cortigiani e dei funzionari, e già scorreva dai rubinetti della stanza del sovrano, che assaporava in questo modo una illusoria vittoria dal gusto amaro.

Il decennio Novanta ha avuto un sapore d’arsenico per le élites politiche ed economiche italiane. Questa giustizia speciale dissimulata in giustizia penale ordinaria che ha il suo dominus in una teoria della magistratura percepita come antidoto contro i pericoli che insidiano la democrazia, questa natura di eccezione inconfessabile, costituisce ancora oggi la specificità dagli effetti molteplici e durevoli dell’emergenza italiana.

[Fine]

Note

[14] La Corte suprema degli Stati Uniti ha sancito con due sentenze del 2004 e del 2006 sia che lo statuto di «combattenti nemici» e di «combattenti irregolari» non può essere sinonimo di non-diritto – stabilendo così l’illegittimità della detenzione infinita impiegata per realizzare interrogatori –, sia il diritto ad essere informati delle accuse, oltre alla possibilità per i detenuti statunitensi o stranieri rinchiusi a Guantanamo di potersi avvalere dei mezzi di ricorso previsti dalla giustizia civile americana. L’amministrazione Bush ha risposto con una legge che prevede l’instaurazione di corti militari speciali per condurre processi nei quali vengono mantenute nascoste le accuse a carico degli imputati, considerando legali anche quelle raccolte con «procedure alternative» (tortura).

[15] Circa ottocento voli sospetti di Hercules utilizzati dalla Cia hanno sorvolato i cieli d’Europa, atterrando in basi americane situate in Inghilterra, Italia (Aviano), Germania, Polonia, Romania, Kosovo. Una piattaforma situata a Parigi per il coordinamento tra servizi americani e francesi, finalizzata alla realizzazione di queste azioni illegali, è trapelata sui media dalle autorità francesi.

[16] Compagnie di global security come Halliburton, Blackwatter, Caci e Titan hanno beneficiato di importanti commesse del Pentagono per le loro attività in Afghanistan e in Irak. Nella prigione di Abu Ghraib gli interrogatori ‘non ortodossi’, che poi sono stati all’origine dello scandalo sulle sevizie e i maltrattamenti, venivano condotti da personale della Caci. Il ruolo della Titan e della Caci nelle attività di tortura è stato descritto in un rapporto redatto dal generale dell’esercito americano Antonio Taguba. Si veda a tale proposito l’inchiesta-documentario di Robert Greenwald, Iraq for sale, citato in Miriam Toma, «Iraq for sale», i profitti di una guerra privatizzata, in Liberazione, 15 settembre 2006.

[17] Se i campi d’internamento extraterritoriali rappresentano la forma estrema tra le misure di eccezione introdotte, esse non mancano di estendersi anche ad una vasta panoplia di provvedimenti interni, come la riduzione delle garanzie giuridiche per i cittadini americani inquisiti e arrestati sul suolo statunitense, i poteri di indagine e di discrezionalità accresciuti a dismisura in favore dell’Fbi e dei servizi di intelligence, la proliferazione di questi ultimi, insieme ad un vasto programma di intercettazioni telefoniche clandestine affidato alla Nsa.

[18] Antoine Garapon, Comment lutter démocratiquement contre le terrorisme?, in Paul Ricœur, Cahiers de l’Herne (sous la direction de Myriam Revault d’Allonnes et François Azouvi), L’Herne, Paris 2004, pp. 308-350.

[19] Ivi, p. 343.

[20] Ibid.

[21] Ibid.

[22] Panebianco, op. cit.

[23] Amedeo Santosuosso – Floriana Colao, Politici e amnistia, Verona 1986, p. 197.

[24] «Ci scandalizza la posizione di chi sostiene che, siccome siamo in stato di guerra, per questioni di sicurezza si può spostare il confine dello Stato di diritto», ha affermato il pubblico ministero Armando Spataro, esponente di rilievo della magistratura emergenzialista, nel corso della requisitoria contro un gruppo di militanti jihadisti sottoposti a processo di fronte ad una corte di assise milanese nel settembre 2006. «Quando, il 17 febbraio 2003, venne rapito Abu Omar – ha proseguito il pubblico ministero – fu un atto ignobile. Senza quel sequestro, Abu Omar sarebbe in quest’aula e sarebbe giudicato con le leggi italiane». Come è noto, l’imam della moschea di via Quaranta venne letteralmente soffiato dalla Cia, con la complicità di funzionari del Sismi, alle indagini condotte dalla Digos per conto dello stesso Spataro. Questa circostanza getta una luce assai diversa sulle parole del capo del dipartimento antiterrorismo della procura di Milano, ben noto per gli usi e gli abusi dell’emergenza che fece sul finire degli anni Settanta e lungo gli anni Ottanta. Esse non sembrano affatto un segno di risipiscenza verso le pratiche di eccezione, ma solo una disputa di potere che ha come posta in gioco la sovranità sui modi e le forme della eccezione, che la magistratura emergenzialista non vuole assolutamente cedere agli apparati tradizionali che fanno capo all’esecutivo. Esemplare, in proposito, la dimostrazione di forza della procura milanese, che è riuscita a condurre intercettazioni ambientali e telefoniche nei confronti dei vertici del Sismi, violandone con facilità sorprendente la loro ragion d’essere, ovvero la riservatezza. Un’attività del tutto legale, poiché l’azione dell’intelligence non può certo considerarsi al di sopra della legge, ma che rivela la natura dei rapporti di forza tra le due istituzioni e ridicolizza un apparato di sicurezza che oramai più dei servizi segreti ricorda i servizi pubblici, come ha chiosato, facendo ricorso al suo proverbiale sarcasmo, l’ex presidente della Repubblica Francesco Cossiga (cfr. Liberazione, 13 settembre 2006 e Corriere della Sera, 22 settembre 2006).

[25] Montesquieu, Lo spirito delle leggi, Libro XI, cap. sesto, Bur, Milano 2004, p. 310.

Link
L’exception permanente
Agamben, Lo Stato d’eccezione
Tolleranza zero: estensione dell’infrazione di terrorismo e nuovo spazio giudiziario europeo
La giudiziarizzazione dell’eccezione (1)
Il caso italiano, lo Stato di eccezione giudiziario
Agamben, Europe des libertes ou europe des polices?

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La fine dell’asilo politico
Garapon, L’utopia moralizzatrice della giustizia internazionale
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