Fenzi, «su Moretti ho sbagliato, non era alla Spiotta»

Riparte il processo di Alessandria per la sparatoria del 5 giugno 1975 davanti la cascina Spiotta, nella quale trovarono la morte la fondatrice della Brigate rosse Mara Cagol e il cararbiniere Giovanni D’Alfonso. Si è svolta martedì 27 gennaio 2026 l’ottava udienza

«Tra i rapitori di Gancia c’era forse qualcuno di origine calabrese?», la domanda sollevata dal legale di parte civile, Nicola Brigida, è risuonata più volte volte nella nuova aula che ha accolto la riapertura del processo per la sparatoria del 5 giugno 1975 alla Cascina Spiotta, in località Arzello di Acqui Terme, dove trovarono la morte l’appuntato dei carabinieri Giovanni D’Alfonso e la fondatrice delle Brigate rosse Mara Cagol. I singolari quesiti, rivolti ai soli due testi che hanno accettato il contraddittorio processuale, hanno accentuato l’effetto surreale e straniante che si è respirato per l’intera mattinata. Dopo che Lauro Azzolini, lo scorso marzo 2025, con una deposizione spontanea ha rivelato di essere lui il brigatista sopravvissuto al conflitto a fuoco e poi fuggito nel bosco, il processo sembra trascinarsi. Pubblica accusa e parti civili, spiazzate dall’inaspettata rivelazione, hanno visto la loro strategia processuale incepparsi. Le parole di Azzolini hanno spazzato via le congetture complottiste delle parti civili e tolto argomenti ai pm, chiarendo come quella mattina, lui e Mara Cagol, fossero stati colti di sorpresa reagendo in modo improvvisato, senza seguire alcuna direttiva impartita da presunti vertici. Come invece sostenuto nel teorema della pubblica accusa per tirare in ballo anche la responsabilità penale di Renato Curcio e Mario Moretti, non tanto nel sequestro dell’imprenditore vinicolo Vallarino Gancia, che Cagol e Azzolini custodivano all’interno della Spiotta, reato ormai largamente prescritto, ma in qualità di mandanti apicali del conflitto a fuoco (anche se non presenti) e dunque nella morte dell’appuntato Giovanni D’Alfonso. Accertata l’identità del fuggitivo, per ritrovare un senso il processo dovrebbe allargare il suo raggio d’azione anche sulle circostanze della morte di Mara Cagol, chiarendo una volta per tutte come la donna venne uccisa, alla luce anche di quanto recentemente emerso sul bossolo proveniente da un arma dei carabinieri, ritrovato accanto al luogo dove giaceva il suo corpo.

La ripresa delle udienze
Dopo una sospensione di sei mesi dovuta alla sostituzione della giudice a latere, martedì 27 gennaio il processo è ripartito con l’ottava udienza. Tra i testimoni convocati: Biancamelia Sivieri, moglie di Lauro Azzolini, non si è presentata avvalendosi della facoltà di non rispondere, poiché testimone imputata di reati connessi. Scelta condivisa anche dall’altro teste, Antonio Savino. I due hanno inviato delle lettere alla corte tramite il loro legale. Analogo atteggiamento c’è stato da parte della ex brigatista Nadia Mantovani, catturata nel gennaio del 1976 nella base di via Maderno a Milano insieme a Renato Curcio, che però è venuta in aula a comunicare davanti alla corte la sua indisponibilità. Al contrario Enrico Fenzi, già collaboratore di giustizia, ha preferito rispondere alle domande anche per correggere le affermazioni fatte durante un’audizione della commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni, e ribadite agli autori di due recenti volumi complottisti, Simona Folegnani e Berardo Lupacchini, che su quelle affermazioni avevano costruito una sprovveduta narrazione del rapimento Gancia e della sparatoria davanti la Spiotta, ormai utile solo alla critica dei roditori.

«Mi sono sbagliato su Moretti, non era lui il fuggitivo»
Fenzi, ormai ultraottantenne, come alcuni degli imputati alla sbarra, ha ammesso di essersi sbagliato. Le sue – ha affermato – «erano solo impressioni», ricavate nel carcere speciale di Palmi dove si registrava «un clima di ostilità e avversione nei confronti di Mario Moretti che andava al di là delle ragioni politiche». Soprattutto Franceschini – ha sottolineato Fenzi – si mostrava «severo e rancoroso, invelenito personalmente contro Moretti, a cui veniva attribuito il disastro della Spiotta». Allora – ha proseguito l’ex professore della università di via Balbi, studioso di Petrarca: «ho associato questo odio al fatto che fosse Moretti il fuggitivo. Evidentemente mi sbagliavo». Fenzi, a conclusione della sua testimonianza, ha voluto precisare che «Moretti non era una spia», raccontando di come una volta lo avessero messo in cella con Giorgio Semeria, un brigatista milanese che lo riteneva responsabile della sua cattura e del tentato omicidio nei suoi confronti da parte del brigadiere Atzori, su una pensilina della stazione centrale di Milano, il 22 marzo del 1976 (oggi sappiamo che a consegnarlo fu il confidente del Sid Leonio Bozzato, suo contatto diretto nella colonna veneta). «Il carcere era un laboratorio», ha spiegato Fenzi, e qualcuno ai vertici dell’amministrazione penitenziaria voleva vedere cosa potesse accadere.
Nella sua lunga deposizione, dovuta alle numerose domande del pubblico ministero Emilio Gatti, uno che ricorda quei giocatori di golf che non riescono mai ad andare in buca, Fenzi ha ridimensionato anche il suo ruolo nelle Brigate rosse. Ha raccontato di essere stato arruolato nella colonna genovese da Gianfranco Faina, era il 1976, ma che dopo una fase iniziale fu congelato, prima di essere arrestato nel maggio 1979, smentendo così la tesi di una colonna genovese fondata dagli intellettuali di Balbi che si trascinarono dietro pochi marginali, sostenuta dallo storico Sergio Luzzato nel suo recente volume, Dolore e furore, per altro citato in aula dallo stesso pm Gatti, che tiene a mostrare di aver studiato.
«Solo dopo la scarcerazione», nell’estate 1980, Fenzi ha raccontato di aver preso parte alla burrascosa direzione strategica di Tor san Lorenzo. Era lì per esporre le critiche mosse dal collettivo dei prigionieri di Palmi, anche se cambiò presto opinione e si avvicinò a Moretti, soprattutto al momento della separazione della colonna milanese Walter Alasia dalle altre colonne Br. A quel punto fu incaricato di salire a Milano per tentare di ricucire i rapporti col gruppo dissidente. Attività che si interruppe con l’arresto, accanto a Moretti, del 4 aprile 1981.

Le carte segrete dell’avvocato Brigida
E’ a questo punto che la Calabria ha fatto improvvisamente irruzione nel processo per fatti accaduti nelle lontane Langhe dell’alessandrino. Il legale di parte civile Brigida ha chiesto a Fenzi se era mai stato in terra calabrese e avesse soggiornato a Soverato: «Ha mai saputo se nelle Br c’era un militante calabrese? Perché secondo Gancia, uno dei suoi rapitori aveva un accento del genere». Fenzi ha risposto che nel 1980 era stato ad Africo, ospite di Rocco Palamara, un noto anarchico impegnato nelle lotte delle braccianti raccoglitrici di bergamotto, nemico giurato della ‘ndrangheta locale, e che per questo era stato gambizzato. Una storia narrata anche da Corrado Staiano in Africo. Gli avvocati della difesa hanno contestato la pertinenza dei quesiti con le vicende della Spiotta, dove per altro nessuno degli inquisiti o sospettati nelle indagini è mai risultato avere origini calabresi. E’ apparso chiaro che tra le parti civili ci sono avvocati che stanno utilizzando il processo di Alessandria come trampolino di lancio per ennesime piste di indagine, magari sul sequestro Moro o in vista di una nuova “strabiliante” puntata di Report.

Se la storia la fanno i Ros
L’udienza è proseguita con l’esame di un maresciallo dei Ros di Torino, tra gli autori della informativa riassuntiva delle indagini. Come già accaduto in una precedente udienza del giugno scorso, nella quale aveva deposto un suo collega del Ros di Roma, ci si è trovati di fronte ad una situazione imbarazzante. I detective dei carabinieri sono stati chiamati a svolgere un lavoro di archivio e storico-interpretativo che esula la semplice catalogazione di fatti giuridici, come sentenze o vecchie indagini. Questi analisti si sono dovuti misurare con un ostacolo a volte molto più grande delle loro forze e conoscenze, anche in ragione della loro età anagrafica. Così durante il controesame le difese hanno avuto agile gioco nell’evidenziare le numerose contraddizioni o inesattezze: Maraschi forzosamente collocato nella colonna milanese anziché in quella torinese, dove era riparato dopo le indagini sulla comune lodigiana di provenienza, per dimostrare che il sequestro fu opera non solo della colonna di Torino ma anche di Milano e così poter meglio accusare Curcio e Moretti. Oppure i ripetuti errori sul ruolo dello stesso Moretti (che entrò nelle Br nei primi mesi del 71 e non nel 70; non fu lui a interrogare Sossi ma Franceschini); l’anticipazione del valore operativo attribuito alle bozze di una discussione prolungatasi un intero anno sulla futura struttura interna delle Br, varata solo dopo i fatti della Spiotta e non prima; la tendenza a percepire alcuni concetti, divenuti anche codici linguistici, come «rompere l’accerchiamento», in termini unicamente forensi e non politici. Limiti di una indagine per fatti lontani cinquant’anni che inevitabilmente non riesce a misurarsi con la storia. Perché la storia non si fa con in processi penali.

La classe operaia va in paradiso, la vita politica e il tragitto intellettuale di Vincenzo Guagliardo

Vincenzo ha cessato di vivere dopo una lunga malattia nella serata di martedì 13 gennaio 2026

di Paolo Persichetti

Ho conosciuto Vincenzo Guagliardo all’interno del reparto semilibertà di Rebibbia nel giugno del 2008. Vincenzo e gli altri arrivarono la sera, rientrando in carcere da quella porzione di libertà controllata che ritmava le giornate del semilibero. Eravamo sei detenuti politici, tutti provenienti da quella che era stata la traiettoria delle Brigate rosse romane con le loro divisioni. Vincenzo erano l’unico che veniva dalle colonne operaie del Nord. Con noi c’era anche un detenuto di destra, malandato: deambulava a fatica per i postumi di una ischemia cerebrale. In quello stato avrebbe dovuto esser fuori da tempo. Lo avevano arrestato trentuno anni prima, quando io ero solo un quindicenne. Anche se in pessime condizioni lo riconobbi subito perché, molte vite prima, nel 1989, eravamo rinchiusi nella stessa sezione speciale G12 di Rebibbia. Allora era grasso e con fatica riusciva ad entrare in cella, ricordo che per farlo doveva girarsi di lato. Era un gourmand, parlava sempre di piatti da cucinare, lo faceva a voce alta, alternando grasse risate, con un altro detenuto di destra come lui. Convivevamo nella stesso reparto ma separati dai divieti di incontro.
Una mattina la direttrice della semilibertà convocò cinque di noi e il detenuto di destra. Io fui risparmiato, forse perché appena arrivato. Con toni affabili e gradevoli, come se nulla fosse rimproverò quel gruppo di pluriergastolani schierati davanti a lei, i più con una ultratrentennale permanenza nelle carceri, come fossero dei semplici scolaretti perché le loro celle erano troppo sporche: prima di uscire o al rientro avrebbero dovuto occuparsi della loro pulizia. Per tirarsi fuori dall’imbarazzante situazione uno di loro improvvisò una battuta geniale di cui ridemmo per giorni: «vede dottoressa, lei ha ragione, ma deve capire che noi abbiamo la coscienza sporca».
Ricordo questo episodio perché rende la situazione di quel periodo e i tanti racconti del carcere che Vincenzo faceva, le mille situazioni, le impensabili convivenze, le mediazioni, le lotte e gli scontri ma sempre con una deontologia di fondo: la condizione comune di oppressione che imponeva di mettere da parte la differenze, la difesa del popolo rinchiuso, il rispetto di chi non rompeva il patto di solidarietà, quelli che nel gergo carcerario sono i «bravi ragazzi».
Con Vincenzo ci fu subito empatia, condivisione di pensiero, letture, concetti. La comune padronanza del francese e di autori che scrivevano in quella lingua ci avvicinò molto come la battaglia contro la cultura dell’emergenza, il populismo giustizialista, le legislazioni premiali, le derive vittimarie, l’abolizionismo penale, temi che aveva approfondito con ricchezza di pensiero nei suoi studi carcerari.

Una vita da migrante
Era nato nel 1948 a Bou Akour, nel nord della Tunisia, da una famiglia italiana emigrata dalla Sicilia alla fine dell’800, in quello che all’epoca era un protettorato francese. Il padre Salvatore era nato sul posto, la mamma veniva dall’isola. Il padre, fabbro-ferraio, costruiva mulini, ma una volta raggiunta l’indipendenza nazionale con Bourguiba, commercianti e proprietari agricoli stranieri iniziarono a lasciare il Paese, costringendo anche la famiglia Guagliardo, con molto meno lavoro, a partire.

L’arrivo nel campo profughi di Fuorigrotta
Era il 1962, arrivati a Napoli i Guagliardo furono rinchiusi in quarantena nel campo profughi di Fuorigrotta. Dopo un mese salirono sul primo treno per il nord, destinazione Torino. Mentre Salvatore trovò subito lavoro in Fiat, per Vincenzo e il fratellino non fu facile dimenticare il sole, le palme, i tramonti e i giochi di strada della Tunisia, dove avevano convissuto senza differenze con mussulmani, cristiani ed ebrei. Sconcertante fu per loro la scoperta del razzismo verso i meridionali.

La Fgci e i Quaderni rossi

Attraverso la lettura dei quotidiani, delle riviste politiche e dei volantini, Vincenzo apprese l’italiano e iniziò la sua formazione politica. Nel 1964 si iscrisse alla Federazione giovanile comunista ma fu subito attratto dai fondatori dei marxismo operaista che individuavano nella rivolta operaia di Piazza Statuto, del luglio 1962, l’emergenza di una nuova componente sociale meno malleabile e potenzialmente rivoluzionaria. Tumulti condannati invece dal Pci perché portatori di una carica eccessivamente antisistema, autonoma e non governabile dal partito. Per queste ragioni iniziò a frequentare la redazione dei Quaderni rossi dove conobbe Vittorio Rieser. Redarguito dai dirigenti del partito per questi contatti, sentendosi per giunta spiato nei suoi movimenti, abbandonò la Fgci per collaborare con l’archivio della rivista fondata da Panzieri e col giornale La voce operaia, che diffondeva anche fuori dalle officine. Un foglio che raccoglieva le denunce dei lavoratori della Fiat contro i ritmi di lavoro e il dispotismo di fabbrica.

Nella lista nera dei sovversivi

Dopo aver lavorato in alcuni cantieri edìli, entrò in prova alla Fiat ma non fu assunto (nonostante avesse mantenuto un profilo anonimo). La più grande azienda automobilistica italiana aveva messo a punto da tempo, con la complicità della questura e di personale di polizia e carabinieri, un efficiente sistema di spionaggio delle maestranze, con schedature di massa delle opinioni politiche, dei comportamenti e orientamenti sessuali e religiosi. Un sistema di controllo politico e dispotico dell’ambiente di lavoro che venne alla luce quasi casualmente nell’agosto 1971, grazie ad una improvvisa perquisizione fatta dal pretore Raffaele Guariniello che portò alla scoperta di 350 mila schede.

L’assemblea studenti-operai di Torino

Vincenzo dovette rassegnarsi a trovare lavori come fresatore in piccole fabbrichette dell’indotto da dove, per altro, venne licenziato per attività sindacale. Nel frattempo, siamo nel 1969, partecipa all’assemblea studenti-operai nella quale si tentava di saldare le diverse esperienze di lotta provenienti dalla contestazione del Sessantotto con le preesistenti mobilitazioni operaie.
L’assemblea stampava un volantino dal titolo Lotta continua, che raccoglieva le effervescenze politiche, culturali e di lotta del periodo ma l’arrivo di una componente studentesca pisana, guidata da Sofri, mutò gli equilibri all’interno del gruppo. «Noi operai – raccontava Vincenzo – ad una certa ora dovevamo andare a dormire perché avevamo il turno di lavoro la mattina presto, così gli altri prendevano il sopravvento e noi il giorno dopo ci trovavamo davanti a decisioni e linee politiche che non avevamo condiviso». Vincenzo non sentiva il bisogno di questi «intellettuali organici»: la classe operaia poteva pensare da sola, per questo abbandona l’assemblea dal cui foglio prenderà nome un importante movimento politico.

Piazza Fontana, la scelta delle armi e le lotte alla Magneti Marelli
C’è un forte orgoglio operaio nel tragitto politico-intellettuale di Vincenzo Guagliardo che segna la formazione di settori di ceto operaio indipendenti dalle organizzazioni storiche e che daranno vita alle esperienze dei gruppi rivoluzionari armati nelle maggiori fabbriche del Nord. La strage di piazza Fontana fu per Vincenzo, come per molti altri della sua generazione, il detonatore di una presa di coscienza sui livelli dello scontro ai quali bisognava adeguarsi per non soccombere. Una svolta politica ed esistenziale che lo spinsero a cercare le Brigate rosse e avviare i primi contatti che permisero, nel 1972, di mettere le basi della colonna torinese. Vincenzo partecipò al radicamento di questo primo nucleo finché nel 1974 si trasferì a Milano, dove sperava di trovare una maggiore agibilità politica e lavorativa, a Torino ormai impossibile. Entrò alla Magneti Marelli dove sarà uno dei quadri operai di fabbrica protagonisti di una delle più importanti stagioni di lotta: durante un corteo interno scoprì l’archivio con le schedature segrete delle maestranze. Una parte finirà nelle mani delle Br mentre il resto verrà bruciato sul piazzale della fabbrica. Nel 1976, dopo l’evasione di Curcio e la ristrutturazione della colonna milanese, per Vincenzo arrivò il momento del passaggio alla clandestinità, ma per una beffa della storia venne arrestato proprio quel giorno insieme ad Angelo Basone, operaio del reparto presse di Mirafiori con la tessera del Pci in tasca.

Nel processo al nucleo storico
Nonostante fosse stato arrestato con l’accusa di appartenere alla colonna milanese finì per essere giudicato a Torino, nel processo al cosiddetto «nucleo storico». Si trattò di un golpe giudiziario organizzato dal generale Dalla Chiesa con l’appoggio del procuratore generale torinese, Carlo Reviglio Della Veneria, che espropriò l’indagine sul reato associativo alla competenza territoriale della città dove avevano avuto origine le Brigate rosse, ovvero Milano, per migrarla nella capoluogo sabaudo e destituirla dalla mani del giudice istruttore Ciro De Vincenzo, restio di fronte alle pressioni di Dalla Chiesa.
Nel corso delle udienze Guagliardo ebbe un certo peso nella redazione del comunicato numero 13 del 4 aprile 1978. Nel testo il collettivo dei prigionieri era sembrato voler avviare una riflessione sugli aspetti più controversi della strategia del “processo guerriglia” e del “processo del popolo”: «Processi e carceri del popolo – scrivevano – sono per i comunisti espressioni improprie che vengono prese dal vostro vocabolario, solo per arrivare a dimostrare l’abisso che nei princìpi separa il proletariato dalla borghesia nella sua pratica di lotta. Il processo, per noi, non è un “atto di giustizia”, ma di lotta tra gli interessi antagonistici del proletariato e della borghesia, il momento in cui questa lotta assume la forma del confronto più generale davanti al popolo». Parole che mostravano di percepire il rischio di una incombente omologia con gli strumenti e le terminologie di uno Stato («prigione», «tribunale», «sentenza», «condanna a morte») che aborrivano e combattevano. Una riflessione di cui si perse traccia in seguito ma che fu centrale nella successiva riflessione teorica di Guagliardo (Cfr. Di sconfitta in sconfitta, Colibrì 2012).

La colonna genovese, veneta e l’arresto del dicembre 1980
Scarcerato per scadenza dei termini di custodia cautelare, Guagliardo evade dal controllo obbligato e viene inviato a Genova per rafforzare gli effettivi della colonna locale. Qui è coinvolto nell’attentato al sindacalista del Pci, Guido Rossa, che aveva denunciato un suo collega operaio all’Italsider di Cornigliano, Francesco Berardi, perché distribuiva opuscoli brigatisti. Lasciata Genova, con Nadia Ponti, esponente storica della colonna torinese, con cui si unirà in un legame affettivo mai dissolto e sul quale scriverà un libro (Il Me TE imprigionato, storia di un amore carcerato), ricostruirà la colonna veneta dalle ceneri della sua prima esperienza devastata dalle delazioni del confidente del Sid, Leonio Bozzato, un operaio che lavorava a Porto Marghera. In questa fase prese parte alla burrascosa Direzione strategica del settembre 1980 a Tor San Lorenzo, nella quale gli esponenti della colonna milanese Walter Alasia si separarono dalla organizzazione. Guagliardo fu l’estensore del capitolo sulle fabbriche che raccoglieva le critiche politiche dei milanesi, i quali nonostante le loro istanze fossero state accolte ruppero comunque col resto delle colonne. Vincenzo Guagliardo e Nadia Ponti torneranno a Torino nel dicembre 1980 per rimettere in piedi la colonna distrutta dalle dichiarazioni del pentito Patrizio Peci, ma ad attenderli all’appuntamento esca con un operaio-spia troveranno l’antiterrorismo. Nel febbraio del 1983, insieme a Nadia Ponti dichiarò conclusa la sua militanza all’interno delle Brigate rosse.

Anni di riflessione e scrittura
Iniziarono in carcere lunghi anni di ricerca e studio, Michael Foucault, René Girard, gli abolizionisti, approfondendo la critica delle istituzioni totali, del vittimismo, l’ossessione identitaria, il paradigma del capro espiatorio con il suo corollario di pentimenti e dissociazioni, la filosofia penale, il razzismo istituzionale incarnato dalle ripetute legislazioni antimmigrati, una nuova forma di capitalismo distruttivo che percepisce le forze produttive non più come un’occasione di sfruttamento ma come un esubero, sono alcune delle piste che accompagnano la sua riflessione a partire dal nodo della sconfitta della lotta armata, letta come un’opportunità, non un fatto negativo che inibisce ogni possibilità bensì «una caratteristica necessaria del mutamento per chi non sia soddisfatto dell’esistente».
Trascrivere i libri su dispositivi per i ciechi divenne anche il suo lavoro e quello di Nadia molti anni dopo, quando ottennero il lavoro esterno. Quasi quattromila volumi trasposti per l’Istituto per ciechi di Bologna. Se i non vendenti italiani oggi possono leggere i grandi classici della letteratura, saggi di storia, politica, scienza, libri di teatro, lo devono a Vincenzo Guagliardo e Nadia Ponti.
Il 26 aprile 2011, dopo 33 anni trascorsi in carcere ottenne insieme a Nadia la libertà condizionale, anche qui dopo aver combattuto una strenua lotta contro la logica premiale che presiedeva la richiesta degli uffici di sorveglianza di redigere, come requisito per l’accesso alla liberazione condizionale, delle lettere di perdono indirizzate ai familiari delle vittime. Un atteggiamento dettato dal rifiuto di qualsiasi ricompensa e perché il faccia a faccia non apparisse «merce strumentale a interessi individuali, simulazione e perciò ulteriore offesa».

Un pensiero scomodo quello di Vincenzo Guagliardo, a volte spiazzante, pieno di interrogativi presente in libri come Dei dolori e delle pene, saggio abolizionista sulla obiezione di coscienza, Resistenza e suicidio, Il vecchio che non muore, Di sconfitta in sconfitta (usciti per le edizioni Colibrì o Sensibili alle foglie).
Buon viaggio Vincenzo, sei stato un maestro.

1976, la politica di Moro e le aperture della Cia all’ingresso del Pci nell’area di governo

Nuovi documenti recentemente desecretati confermano che già ai tempi dell’amministrazione Ford, con Henry Kissinger segretario di Stato, gli analisti della Cia delineavano, senza particolare ostilità, la possibilità di un coinvolgimento del partito comunista italiano nella maggioranza di governo

All’indomani delle elezioni politiche del 20 e 21 giugno 1976, nelle quali l’Italia era stata chiamata a rinnovare le assemblee parlamentari della camera e del senato, nel bollettino sulla situazione internazionale che ogni mattina l’agenzia di intelligence faceva trovare sulla scrivania del presidente degli Stati Uniti (ne ha scritto Maurizio Caprara sul settimanale del Corriere della sera, “Sette”), Gerald Ford potè leggere una sintesi (due brevi pagine) sul risultato elettorale che fotografava il balzo in avanti di sei punti percentuale del partito guidato da Enrico Berlinguer e la sostanziale situazione di stallo che si era venuta a creare con la Democrazia cristiana, referente storico degli interessi americani nella penisola. Risultato che – scrivevano gli analisti di Langeley sulla scia di quella che appariva una convinzione largamente diffusa tra gli osservatori politici – rendeva impossibile qualunque azione di governo senza un coinvolgimento della maggiore forza politica d’opposizione.

«Mentre è troppo presto per trarre conclusioni definitive – riferivano gli analisti della Cia – è probabile sia molto difficile, se non impossibile, isolare completamente i comunisti dal processo di governo nazionale. Con la loro posizione notevolmente rafforzata in parlamento, la loro cooperazione sarà più che mai necessaria per approvare e attuare qualsiasi progetto importante proposto da un governo nel quale non siano presenti».


Il rapporto Boies

Le considerazioni espresse nelle breve sintesi esposta nel Daily brief del 22 giugno 1976 non erano una novità. Già l’anno precedente, in una relazione nota come Rapporto Boies, dal nome del primo segretario dell’ambasciata degli Stati uniti a Roma, Robert Boies, estensore del testo e funzionario della Cia sotto copertura, si ipotizzava l’arrivo al potere nel breve periodo del Pci. Alla luce di questa prospettiva si suggeriva la necessità di avviare rapporti con il Pci, selezionando gli interlocutori più adatti: uno di questi era sicuramente Giorgio Napolitano, ritenuto una delle figure più affidabili dell’allora segretario di Stato, Henry Kissinger, perché aveva «confessato le proprie perplessità su come sviluppare il socialismo all’interno di uno stato democratico, tenuto conto della specificità dell’esperimento sovietico1.
Tuttavia l’opinione positiva e l’esortazione espressa nel documento redatto dall’antenna Cia in Italia era in netto contrasto con le convinzioni di Kissinger e per queste ragioni non produsse effetti nell’immediato.

Cia contro Dipartimento di Stato
Questa «divergenza» tra l’intelligence, che operava sul territorio italiano, e il personale del dipartimento di Stato trovava origine nella presenza di una diversa impostazione culturale, prima ancora che politica. Attraverso il contato diretto, la penetrazione degli apparati, gli analisti della Cia avevano sviluppato una conoscenza esperenziale che permetteva loro di cogliere le tante sfumature della realtà politica e culturale dei «comunisti italiani». Bagaglio che mancava ai funzionari del dipartimento di Stato, formati alla scuola dell’anticomunismo tradizionale che percepiva le singole formazioni o movimenti nazionali marxisti come una emanazione diretta degli interessi sovietici.
Gli uomini della Cia avevano avviato fin dal 1974 contatti con esponenti del Pci: Sergio Segre, responsabile della sezione esteri del partito comunista, aveva riferito al segretario generale Berlinguer di un contatto avuto con lo stesso Boies, il quale gli aveva successivamente presentato il suo successore, Martin Arthur Weenick. Nel 1975 questi incontri vennero estesi anche a Luciano Barca e presto si allargarono a Giancarlo Pajetta, membro della segreteria del Pci e «ministro degli esteri» ombra di via delle Botteghe oscure (la sede nazionale storica del Pci).
L’intensità dei contatti raggiunse nel giro di pochi anni livelli impensati, soprattutto in materia di antiterrorismo: in un cablo del 2 maggio 1978 inviato dalla sede diplomatica romana al dipartimento di Stato si riporta il risultato di una delle conversazioni periodiche che Luciano Barca teneva con i funzionari dell’ambasciata, svoltasi il 20 aprile precedente. Vi si può leggere che «l’alto esponente del Pci ci ha detto che il suo partito resta fermamente contrario a negoziati che portino a concessioni ai rapitori di Aldo Moro» e ha «fornito al governo delle informazioni su ex membri del Pci che adesso si ritiene stiano cooperando con i terroristi dell’estrema sinistra».

«Non interferenza, non indifferenza», la politica della nuova amministrazione Carter
Nel marzo del 1977, la nuova amministrazione democratica guidata da Jimmy Carter avviò una stagione diplomatica, che faceva della «non interferenza, non indifferenza» la linea di condotta da tenere verso le scelte che il governo di Roma avrebbe effettuato nel caso di un coinvolgimento del comunisti nell’esecutivo. Una strategia che modificava l’interventismo praticato da Kissinger durante le presidenze Nixon e Ford. Un nuovo clima che favorì ed estese l’approfondimento delle relazioni, non solo con esponenti del Pci ma anche con il suo apparato, attraverso la «diplomazia delle conferenze» ma anche con l’incremento dei contatti diretti con i quadri intermedi, gli amministratori locali, fino all’apertura della residenza dell’ambasciatore anche a dirigenti del Pci.

Il viaggio di Napolitano e la rinuncia di Berlinguer
Il fatto più significativo fu il viaggio intrapreso da Giorgio Napolitano negli Stati Uniti nei giorni del sequestro Moro, dal 3 al 19 aprile. Pionieristica missione politico-diplomatica che gli valse la successiva importante carriera personale, fino al Quirinale, nella quale incontrò esponenti dell’establishment, del mondo della informazione, decisori e manager, oltre a vedersi per la prima volta, in forma strettamente riservata, con il presidente della Fiat Giovanni Agnelli nel suo appartamento newyorkese. Relazione che divenne stabile negli anni successivi e si estese alla frequentazione di Henry Kissinger.
Meno noto è invece l’invito rivolto allo stesso segretario del Pci Enrico Berlinguer a tenere, come fu per Santiago Carrillo, delle conferenze negli Usa sull’eurocomunismo. Per un certo periodo le due ipotesi si fronteggiarono in maniera concorrenziale. Alla fine Berlinguer rinunciò in favore di Napolitano a causa della delicata situazione politica, dovuta al sequestro dello statista democristiano, che richiedeva di presidiare personalmente la situazione per sorvegliare e impedire aperture in favore di trattative con le Brigate rosse per la liberazione dell’ostaggio.

Una ricostruzione dettagliata degli inviti rivolti a Napolitano e Berlinguer, del viaggio intrapreso dal primo e della rete riservata di contatti e della loro evoluzione nel tempo tra funzionari dell’ambasciata Usa a Roma ed esponenti del Pci, è presente nel volume uscito nel 2017, Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, Deriveapprodi 2017, pp. 417-435 (La posizione del Pci durante il sequestro Moro e gli amici americani).

Il «viaggio» del console Usa nel ventre del Pci
L’estensione e l’approfondimento della politica dei contatti fu tale che, scrisse l’ambasciatore Richard Gardner nelle sue memorie, in un bilancio tirato dai suoi funzionari nel 1979, «risultò che in quel momento l’ambasciata era in rapporto con 9 dei 32 membri della Direzione del Partito comunista e con 25 dei suoi 169 membri del Comitato centrale»2. A livello periferico i consolati avevano contatti con circa 80 segretari delle strutture regionali e provinciali o con eletti locali del Pci. Un rapporto della sezione politica dell’ambasciata riassumeva in questo modo la situazione: «Riteniamo un successo il programma di contatti. Ampliarli ci ha consentito di avere una più approfondita comprensione del partito e di formulare su di esso giudizi più accurati. Abbiamo avuto abbastanza successo nell’anticipare le sue mosse». Una ulteriore conferma di questa ramificazione e della profondità dei contatti tra diplomatici dell’ambasciata e apparato del Pci viene da una nota del 1 aprile 1978 nella quale il segretario della federazione provinciale di Piacenza, Romano Repetti, riferiva sull’incontro avuto con il console americano di Milano, Thomas Fina. Nella stessa occasione il console aveva visto anche responsabili della Cgil. Obiettivo del console era sondare le opinioni dei gruppi dirigenti provinciali, capire quanto la linea del gruppo dirigente centrale trovasse adesione nei vertici periferici. Tra i temi affrontati, al primo posto ci fu il sequestro Moro.
«Il Console ha osservato – scriveva Repetti – che esso avrebbe in qualche modo avvantaggiato il Pci perché aveva fatto superare alla base comunista lo scontento per la composizione del governo e perché qualificava il nostro partito nella pronta e concorde approvazione delle misure di rafforzamento dell’azione delle forze dell’Ordine e della Magistratura contro la criminalità. Ha manifestato la sua sorpresa per la grande risposta unitaria dei lavoratori nella giornata del rapimento, rilevato che per la prima volta nelle manifestazioni le bandiere rosse erano mescolate con quelle della Dc. Ha chiesto se il nostro partito aveva ordinato agli operai di uscire dalle fabbriche. Ha espresso interesse e meraviglia per quello che gli ho spiegato essere il naturale comportamento dei sindaci in circostanze come queste, cioè di convocare immediatamente riunioni con i dirigenti dei partiti e dei sindacati per concordare e promuovere iniziative unitarie»3.

Note
1 S. Maurizi, «Espressonline», 8 aprile 2015. Vedi http://espresso.repubblica.it/palazzo/2013/04/08/news/quel-comunista-non-deve-entrare-1.52900.

2 R.N. Gardner, Mission Italy, cit., p. 125.

3 FG, APC, Segreteria, Microfilm 7804, «Nota per Berlinguer, Pajetta, Segreteria», prot. 5 aprile 1978, Riservato, ff. 20-21.

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Il 2025 si chiude con 212.401 visualizzazioni.

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I temi affrontati spaziano dalle cronache operaie alle cronache migranti, cronache carcerarie, populismo penale, periferie, stato di eccezione, anni Settanta, compromesso storico e solidarietà nazionale, consociativismo, lotta armata, sequestro Moro, tortura, strage di Bologna, falsa pista palestinese e carte colonnello Giovannone, lodo Moro, dietrologia e teorie del complotto, paradigma vittimario, dottrina Mitterrand ed esilio francese, ventennio berlusconiano, polizia della storia e altro ancora.

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Il metodo Flamigni e la disinformazione di Stato

E’ scomparso oggi, all’età di 100 anni, Sergio Flamigni, monumento della dietrologia italiana, inventore di un metodo di falsificazione della storia degli anni 70, e in modo particolare del sequestro Moro, che purtroppo ha fatto scuola e inquinato profondamente le fonti documentali presenti sulla materia. Oggi i ricercatori che in modo più rigoroso si attengono alla metodologia storica devono inevitabilmente confrontarsi con la stratificazione delle menzogne e false notizie che Flamigni ha sparso nei decenni precedenti. Un lavoro che assomiglia molto a quello dell’archeologo, quando deve rimuovere i vari strati che seppelliscono l’epoca che sta riportando alla luce.

Disinformazione di Stato
Flamigni è stato un grigio funzionario della sezione Affari dello Stato del Pci, il ministero dell’Interno di Botteghe oscure. Privo di qualunque latitudine politica è rimasto ottusamente legato alla vecchia propaganda complottista elaborata dal suo partito a metà degli anni 80 per trovare un alibi al fallimento completo della strategia politica messa in piedi nella seconda metà degli anni 70 con il compromesso storico. Quando Ugo Pecchioli, responsabile di quella struttura, in una delle sue ultime prese di posizione, prima di morire, a metà degli anni 90, affermò che ormai era necessaria un’amnistia che chiudesse la pagina della lotta armata perché quel fenomeno aveva concluso il suo ciclo e non aveva più senso tenere in piedi l’apparato di contrasto ideologico-complottista, Flamigni non è stato in grado di riformattare il proprio pensiero e dare un senso più proficuo alla propria esistenza. Il vecchio apparatčik della disinformazione ha continuato il proprio lavoro di intossicazione elaborando, grazie al monopolio delle fonti all’epoca nelle mani solo degli apparati, della magistratura e delle commissioni d’inchiesta parlamentare con il loro corredo di consulenti, un metodo narrativo che avrebbe fatto rabbrividire persino l’Ovra fascista: ignorare i documenti scomodi, manipolarne altri, inventare menzogne, diffondere calunnie.

Quando il Pci imitò Orwell

Una data fondativa dell’azione del Pci sulla vicenda Moro è sicuramente quella del maggio 1984. Anno che è anche il titolo di un famoso libro di George Orwell in cui si prefigura l’avvento di una società totalitaria dominata dalla sorveglianza universale del «Grande Fratello». Dove la verità viene istituita per decreto da un ministero e si comunica attraverso una «neolingua». Un lessico artificiale imposto dal potere che modifica e riduce il significato delle parole, un tempo appartenenti alla lingua corrente («l’archeolingua»). Elaborata facendo uso della “scienza del paradosso” («la libertà è schiavitù»), che per Flamigni equivaleva a dire «Le Brigate rosse sono nere». Privato della propria autonomia, nella società immaginata da Orwell il linguaggio perdeva gradualmente capacità di produrre pensiero libero neutralizzando in questo modo ogni possibilità di eresia. Forse è solo una inquietante «coincidenza», categoria che nella letteratura flamignana è sempre stata prova di valore assoluto, tanto da farne una tecnica narrativa (la ricerca sistematica delle coincidenze più impensabili e l’omissione di quelle fastidiose), ma certo mette i brividi.

In crisi di strategia dopo il naufragio del compromesso storico e la morte di li’ a poco del segretario, il Pci impresse una svolta anche sul sequestro dello statista democristiano con la mozione presentata il 9 maggio 1984 alla Camera e al Senato dai capigruppo Chiaromonte e Napolitano, a firma rispettivamente dei senatori Pecchioli, Tedesco, Tatò e Flamigni e dei deputati Zangheri, Spagnoli, Violante, Serri, Macis e Gualandi.
Con questo documento il partito comunista prese le distanze dalla relazione di maggioranza che aveva appoggiato l’anno precedente (assieme alla Dc, gli Indipendenti di sinistra, Repubblicani e Socialdemocratici, escluso il Psi), in chiusura dei lavori della prima commissione d’inchiesta parlamentare sul rapimento Moro, e dal primo processo in corte d’assise che si era concluso nel 1983. Il nodo storico-politico che tormentava questo partito era dimostrare che la vita di Moro non era stata sacrificata in nome della ragion di Stato, cioè di una fermezza che avrebbe precluso ogni possibilità di trattativa con le Br. Una singolare inversione della realtà e della logica che segnalava quanto il Pci stesse tentando di tirarsi fuori dalla responsabilità di aver contribuito, sacrificando Moro, alla disfatta della propria strategia. Una consapevolezza che spinse i dirigenti di Botteghe oscure ad avviare la lunga stagione vittimista e recriminatoria della dietrologia: la neolingua del complotto.

L’invenzione dei misteri

I parlamentari comunisti chiusero la mozione elencando undici quesiti che ai loro occhi apparivano «fondamentali aspetti della tragica vicenda», rimasti «tuttora sconosciuti o inspiegabili»: 1) chi decise il sequestro di Aldo Moro? 2) chi decise il suo assassinio? 3) i nomi di tutti coloro che parteciparono alla strage di via Fani? 4) i nomi di tutti coloro che gestirono il sequestro e il ruolo che ebbe ciascuno di essi? 5) il luogo ove fu tenuto prigioniero e il luogo ove fu ucciso Moro? 6) i nomi di coloro che uccisero Moro? 7) chi trasportò il corpo della vittima in via Caetani? 8) chi decise che il corpo dovesse essere fatto rinvenire in quella strada? 9) quali furono le modalità degli interrogatori cui fu sottoposto il prigioniero, le modalità di redazione dei suoi scritti, le modalità attraverso le quali le lettere giungevano ai destinatari? 10) se intervennero nei confronti delle Br, oltre a forze straniere favorevoli alla liberazione di Moro, come l’Olp, anche altre forze straniere portatrici di un contrapposto interesse? 11) se tutti i documenti rinvenuti in via Montenevoso a Milano furono trasmessi alla magistratura o se alcuni di essi vennero trasmessi solo ad altre autorità dello Stato?

A rileggerli oggi, sembra che il tempo non sia mai passato, perché nonostante le risposte ormai acquisite, grazie agli avanzamenti della ricerca storica, solo in parte recepiti in sede giudiziaria, la letteratura dietrologica li ripropone come nulla fosse accaduto nel frattempo. Un ossessivo disco rigato che non ammette confutazione.

La tela del ragno

Dopo le due mozioni, stampa di partito, avvocati, funzionari d’apparato e intellettuali organici si misero al lavoro per confezionare la letteratura che fonderà la stagione complottista. Nella seconda metà degli anni 80 apparvero una serie di volumi, Operazione Moro. I fili ancora coperti di una trama politica criminale (1984), scritto da Giuseppe Zupo (responsabile giustizia del Pci e legale di parte civile nel primo processo Moro) insieme a Vincenzo Marini Recchia. Testo apparso a puntate nei mesi precedenti su Paese sera, giornale romano del Pci. L’anno successivo seguirà, Il mandarino e marcio. Terrorismo e cospirazione nel caso Moro, dei giornalisti Mimmo Scarano e Maurizio De Luca. Nel 1986 apparve un saggio del professor Giorgio Galli, Il partito Armato. Gli «Anni di piombo» in Italia (1968-1986), che diede alcuni quarti di nobiltà alla dietrologia, come aveva fatto in precedenza Norberto Bobbio in una serie di interventi su La democrazia e il potere invisibile e, nel 1989, Franco De Felice con il suo, Doppia lealtà e doppio Stato.
Ma è il 1988 l’anno decisivo: appare finalmente il primo lavoro di Sergio Flamigni con un testo che resterà epico,La tela del ragno. Il delitto Moro, Edizioni Associate, con la prefazione di Luciano Violante. Un imprimatur di quella che sarà la linea del Pci, poi Pds e Pd nei decenni a seguire. La prima edizione contava appena 302 pagine, una delle ultime, quella del 2013, è lievitata a 409, tra rifacimenti, correzioni, arrangiamenti. In fondo la dietrologia è la scienza delle ombre, racconta ciò che non ha contorni.
Seguiranno altri volumi dedicati al sequestro Moro: «Il mio sangue ricadrà su di loro». Gli scritti di Aldo Moro prigioniero delle Br, 1997; Convergenze parallele. Le Brigate rosse, i servizi segreti e il delitto Moro, 1998; Il covo di Stato. Via Gradoli 96 e il delitto Moro, 1999; La prigione fantasma. Il covo di via Montalcini e il delitto Moro, 2009. Monografie dedicate a temi che nel tempo sono divenuti topos della dietrologia sulla vicenda Moro. Nel 2005 darà vita all’Archivio Flamigni, che oltre a raccogliere la documentazione collezionata in materia di terrorismo, stragi, mafia, P2 è uno dei centri propulsori del complottismo.

L’ostilità contro Mario Moretti

Nutriva una personale ostilità nei confronti di Mario Moretti al quale dedicò un intero volume, La sfinge delle Brigate Rosse. Delitti, segreti e bugie del capo terrorista Mario Moretti, 2004. Flamigni diffidava di chi aveva realizzato la propria formazione politica al di fuori degli ambienti del Pci. A differenza dei reggiani dell’Appartamento, Moretti (al pari di Curcio, che però era stato arrestato molto presto) gli appariva un oggetto non identificato. Come molti giovani operai del tempo, provenienti dal Meridione o da altre parti d’Italia, Moretti si era formato nelle lotte di fabbrica, nelle prime vertenze che introdussero le assemblee come strumento di democrazia operaia, scalzando le vecchie commissioni interne. Un mondo incomprensibile a Flamigni che nei primi anni della sua attività parlamentare si era occupato delle forze di polizia. Nei primi anni 80, recatosi nel carcere speciale di Nuoro, che aveva sostituito l’Asinara dopo la sua chiusura incrociò Moretti. Avrebbe potuto chiedergli tante cose invece l’unica domanda che fu in grado di rivolgergli riguardava la marca del water chimico utilizzato da Moro a via Montalcini. Pensava di coglierlo in fallo. Aveva davanti a sé l’uomo che aveva visto Moro vivo per l’ultima volta, ma non ebbe alcuna curiosità. Ai suoi occhi Moro non era più una persona con un pensiero, che condusse una propria battaglia terribile contro il suo partito, il Pci, lo Stato, ma solo un orifizio.

Il metodo Flamigni

I suoi libri sono una compilazione delle tecniche disinformative. Mai una riflessione autocritica o una presa d’atto di clamorosi fake diffusi in precedenza. Cito alcuni esempi: Flamigni ignora il verbale del 1994 nel quale il teste Alessandro Marini, quello che racconta della moto Honda, spiegava che il parabrezza del suo motorino si era rotto cadendo a terra nei giorni precedenti il sedici marzo e quindi non era vero che fosse stato distrutto dagli spari dei due fantasmi in motocicletta. Mentre si ostina a cercare lo sparatore da destra, non vede le numerose foto del motorino di Marini, parcheggiato sul marciapiede sinistro di via Fani, col parabrezza tenuto da una vistosa striscia di nastro adesivo. Cita ripetutamente una frase di D’Ambrosio, generale amico del colonnello Guglielmi, per insinuare che questi avesse coordinato l’attacco in via Fani, omettendo l’integrità del verbale d’interrogatorio, acquisito finalmente dalla commissione Moro 2, che smentisce completamente le sue affermazioni. Flamigni acquisì dalle mani dei fascisti della rivista “Area” il materiale utilizzato per costruire le fake news su via Gradoli. Per anni confuse il ruolo di un notaio, Bonori, che aveva svolto solo la funzione di sindaco supplente nella società immobiliare Gradoli, proprietaria di alcuni appartamenti, ma non di quello abitato dai brigatisti, con quello di amministratore della stessa società. Quando glielo hanno spiegato ha ripiegato su Domenico Catracchia, che fu amministratore del civico 96, piccolo imprenditore immobiliare privo di scrupoli che affittava seminterrati a stranieri clandestini.

Ossessionato dalla presenza di un quarto uomo in via Montalcini, informazione ricevuta durante i colloqui con due brigatisti dissociati, quando emergerà che la sua identità era quella del brigatista Germano Maccari, e non di un «misterioso» agente segreto, sosterrà che ve n’era per forza un quinto, non delle Br ovviamente. Passa sistematicamente al setaccio tutti i proprietari degli appartamenti situati nelle strade che hanno interessato il sequestro, per denunciare i loro nomi quando si tratta di persone ai suoi occhi sospette, ma dimentica di rivelare che accanto al civico 8 di via Montalcini abitava il senatore Giuseppe D’Alema, padre di Massimo. Calunnia Balzerani e Moretti, sostenendo che sono loro ad aver fatto il nome di Maccari, evitando di citare la confessione della Faranda.

Flamigni se n’è andato ma le sue bugie restano, hanno messo radici nella società dei social, allignano in un mondo dove i meccanismi del potere sono sempre più opachi e le fake news e il complottismo sono divenuti un nuovo instrumentum regni.

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Via Fani, indagini inadeguate e dietrologia, come è nata la leggenda del quinto sparatore

«La figura del “quinto” uomo, ovvero dell’attentatore 
che avrebbe dovuto sparare dal lato destro del convoglio 
all’inizio dell’azione, sconfessata dalle dichiarazioni dei terroristi stessi,
 ma decisamente supportata non solo dagli atti processuali 
ma da una gran parte della letteratura politica degli anni di piombo,
è una figura diventata emblema per l’idea stessa di generiche ombre sinistre 
su fatti accaduti. Quando oggi si sente parlare del “quinto” uomo, 
immediatamente si capisce che ci si riferisce a qualcosa di losco, nascosto, a qualcosa che mina la credibilità delle Istituzioni stesse. 
Una sorta di antesignano del complottismo».

Federico Boffi-Lucarelli, Grazia La Cava, Scienza e giustizia, Armando editore 2024

Un recente abbaglio dello storico Davide Conti ha aggiunto una nuova puntata alla interminabile saga dei misteri sul rapimento dello statista democristiano Aldo Moro. Su Domani del 23 e 24 agosto scorso, il ricercatore della Fondazione Basso, autore di diversi lavori sulla Resistenza, soprattutto romana, e di varie pubblicazioni sul fascismo e neo fascismo, nonché consulente delle procure di Brescia e Bologna nelle indagini sulle stragi e dell’archivio storico del Senato, ha rilanciato la tesi del quinto uomo che avrebbe preso parte alla sparatoria di via Fani (l’undicesimo brigatista del commando), la mattina del 16 marzo 1978.

Gli errori di Davide Conti

Come ormai accade da decenni a questa parte in tutti gli scoop sul rapimento Moro, le clamorose scoperte annunciate a titoli cubitali incappano sempre in clamorosi errori. Anche Conti non è scampato a questa regola: non è vero, infatti – come ha sostenuto – che le tracce di sangue ritrovate all’interno delle auto usate dai brigatisti per la fuga non vennero mai identificate. Il 14 novembre 1978 i professori Franco Marraccino e Giorgio Gualdi, incaricati dal pm Infelisi nel marzo precedente, consegnarono la loro perizia al consigliere istruttore Achille Gallucci. Le conclusioni apparvero subito inequivocabili: le tracce di sangue trovate nelle auto erano compatibili con quattro dei cinque uomini della scorta dello statista democristiano (Cm2 0470_001). Errata è dunque l’ipotesi avanzata da Conti, ovvero che alcune di quelle tracce appartenessero ad un quinto brigatista non identificato che avrebbe partecipato al rapimento. Un altro degli errori, che qui ci limitiamo a citare (per una disamina più ampia leggi: Il sangue degli uomini della scorta di Moro scambiato con quello di un brigatista immaginario), riguarda l’arbitrario spostamento di uno dei membri del commando (Prospero Gallinari) dai sedili anteriori a quelli posteriori di una delle due Fiat 128 utilizzate durante l’agguato. Un’artificiosa operazione che ha permesso a Conti, nonostante le evidenze storiche dicano il contrario, di aggiungere un passeggero e far quadrare la propria ricostruzione.

Indagini inadeguate e dietrologia


Gran parte delle teorie dietrologiche costruite sul rapimento Moro traggono origine, dal punto di vista tecnico, dall’iniziale ricostruzione errata della dinamica dei fatti dovuta alle gravi carenze ed errori presenti nelle prime indagini condotte nel 1978. E’ quanto spiegano, in un volume pubblicato nel 2024, Scienza e Giustizia, la dinamica della scena del crimine, Armando editore, Federico Boffi Lucarelli, che ha diretto le sezioni di balistica e l’Unità di analisi dei crimini violenti della polizia scientifica, e Grazia La Cava. Il testo riprende la perizia sulla dinamica della sparatoria e del rapimento Moro consegnata il 12 giugno 2015 alla seconda commissione Moro, presieduta da Giuseppe Fioroni (Cm2 0197_003). Documento che non venne accolto con favore dalla maggioranza dei membri della commissione, spiazzati dai risultati che confermavano le testimonianze inascoltate dei brigatisti.

«I dubbi emersi negli atti giudiziari dell’epoca – scrivono gli autori – e costantemente riportati negli anni successivi, sono invece un buon esempio di come è possibile trasformare una incertezza tecnica in un caso sociale e politico (ed anche giudiziario, in effetti)». Il combinato disposto tra questi errori e precisi interessi politici, hanno sedimentato il pregiudizio dietrologico, ovvero l’idea fattasi senso comune che mai un gruppo di operai del Nord e giovani delle borgate romane avrebbero potuto, contando sui propri mezzi, portare a termine un’azione del genere. L’alibi del complotto venne subito messo in campo dalle forze politiche che con maggiore forza e peso sostennero la «linea della fermezza» (Pci e Dc) per celare le responsabilità avute sulla mancata volontà di trattare la liberazione dell’ostaggio, sacrificando la vita di Moro sull’altare della ragion di Stato e del compromesso storico, inesorabilmente fallito nei mesi successivi. La costruzione della narrazione dietrologica è stata lo strumento di questo processo di esportazione della colpa: una rivisitazione storica dei fatti che mise d’accordo anche destra, la quale elaborò una propria narrazione che addossava alle forze del patto di Varsavia la regia del rapimento.

Gli errori iniziali sullo sparatore da destra


La ricostruzione iniziale dell’agguato proposta dal settimanale Panorama del 28 Marzo 1978. Con il numero 2 è indicato il brigatista che si ipotizzava avesse agito sulla destra

Nel corso delle indagini svolte nel 1978, perizia Ugolini-Jadevito-Lopez, e nella successiva Salza-Benedetti del 1994, non vennero svolti sopralluoghi all’interno delle autovetture coinvolte nella sparatoria per individuare gli impatti dei colpi esplosi. Non vennero nemmeno effettuati studi sui tracciati balistici. Questa circostanza – scrive Boffi – ha portato a individuare come «punti fissi» unicamente le traiettorie di ingresso rilevate sui corpi posti sul tavolo autoptico e per altro verso a rincorrere la posizione di singoli bossoli e ogive su una scena profondamente inquinata, sia dai movimenti effettuati dai brigatisti durante l’azione e dai mezzi impiegati, che dalle vetture delle forze di polizia che intervennero, i primi soccorritori, i numerosi inquirenti, giornalisti e curiosi che occuparono la scena calpestando reperti, spostandoli inavvertitamente, come le molte foto e immagini d’epoca dimostrano. 

Un approccio che ha impedito di contestualizzare le traiettorie balistiche sulla scena dell’agguato. Escusso nel marzo del 2015 dalla Polizia di prevenzione per conto della commissione Moro 2, l’autore della seconda perizia balistica, il perito Pietro Benedetti, ha confermato «di non aver mai effettuato attività di ricostruzione delle traiettorie balistiche né di aver mai esaminato le autovetture» (Cm2 0066_011). Ciò spiega perché dopo aver rilevato in autopsia che i colpi che uccisero il maresciallo Leonardi avevano attinto la parte destra del corpo, in sede processuale si elaborò una prima ricostruzione che individuava la presenza di uno sparatore da destra. Inizialmente si ipotizzò il ruolo di un brigatista uscito dallo sportello destro della Fiat 128 bianca con targa diplomatica che – si ricostruì erroneamente – anziché precedere aveva bloccato con una improvvisa marcia indietro il convoglio presidenziale allo stop con via Stresa. La mancata identificazione nel corso delle indagini successive di questo soggetto inesistente ha alimentato nel tempo le più diverse dietrologie sulla sua presunta identità e anche sulla sua esatta posizione. Come vedremo più avanti c’è chi lo voleva appostato dietro la Mini clubman parcheggiata sulla destra dell’incrocio, incurante dei tiri provenienti dal lato sinistro.

I nuovi accertamenti su Leonardi e Zizzi

Ricostruzione delle traiettorie dei colpi che hanno raggiunto il maresciallo Leonardi. Diapositive allegate alla nuova perizia balistica presentata nel 2015 alla nuova commissione Moro

I sopralluoghi effettuati nel 2015, su incarico della commissione parlamentare Fioroni, individuando numerosi impatti di arma da fuoco sul lato interno destro del veicolo che trasportava Moro e la contemporanea assenza di impatti sul lato opposto (verifica che non è stato possibile effettuare all’interno dell’Alfetta di scorta, conservata in pessime condizioni, perché gli interni furono divelti nel 1978 alla ricerca di bossoli e proiettili), hanno fornito prove in favore dell’attacco portato dal lato sinistro della via.

Ricollocando i corpi all’interno delle autovetture, grazie all’analisi tridimensionale fornita dalla moderna strumentazione forense, e studiando le traiettorie accertate dei colpi che hanno penetrato la carrozzeria del convoglio di Moro (trascurando le traiettorie disperse), i funzionari della scientifica hanno potuto ricostruire la dinamica effettiva dell’azione. Si è così potuto dimostrare come i tiri da sinistra, anche quelli con direzione più obliqua, erano compatibili con gli impatti sulle parti interne del mezzo e i fori di entrata sul corpo del maresciallo Leonardi, centrato mentre girandosi in protezione di Moro offriva il fianco destro allo sparatore.
Analogo discorso andava fatto – sempre secondo Boffi – per i tre colpi che attinsero il vicebrigadiere Zizzi alle spalle, con traiettoria basso-alto. Per alcune ricostruzioni dietrologiche questa circostanza avrebbe provato l’esistenza di un «super killer», situato a destra, nascosto dietro la Mini clubman. Il misterioso personaggio avrebbe neutralizzato il poliziotto che, una volta uscito dal’Alfetta per rispondere al fuoco dei brigatisti, avrebbe offerto le spalle al tiratore mai individuato. Allo stesso modo, il misterioso individuo avrebbe centrato anche l’agente Iozzino, che effettivamente riuscì a portarsi fuori dal mezzo e sparare due colpi in direzione di uno dei quattro brigatisti in abiti dell’aviazione civile.

I nuovi accertamenti hanno smentito queste ipotesi prive di conferme scientifiche: le traiettorie di tiro contro l’Alfetta mostrano come il grosso dei colpi siano stati portati da sinistra e da dietro in linea leggermente obliqua, in particolare dal quarto componente del comando (lo sparatore meno efficace e più disordinato) che si trovava più in alto. Considerando l’andamento in discesa della via, l’altezza dell’autovettura e la posizione del brigatista che ha sparato, i funzionari della scientifica hanno calcolato un dislivello di almeno 50 cm che spiegherebbe la particolare traiettoria dei colpi che hanno investito Zizzi dalla parte posteriore del mezzo. Il basso-alto identificato sul tavolo autoptico si trasforma così in alto-basso una volta ricollocato il corpo di Zizzi nella macchina mentre, sentiti gli spari, per proteggersi questi si abbassa in avanti accucciandosi sulle gambe.

Ricostruzione della dinamica dell’azione riportata nella nuova perizia del 2015

A confermare l’andamento dei colpi da sinistra-destra sopraggiungono anche i numerosi impatti presenti sui finestrini del lato sinistro della Mini clubman, parcheggiata sulla destra della Fiat 130, circostanza che dimostra come un eventuale tiratore collocato in quella posizione sarebbe stato crivellato dai colpi provenienti dal versante opposto. La controprova di questa ricostruzione sta nel fatto che eventuali colpi tirati dal lato destro avrebbero attinto, stando alle possibili traiettorie, i brigatisti posizionati a sinistra. Ad essi si aggiungono le tracce di impatto sul muretto destro e sulle pareti e all’interno degli immobili collocati sulla destra di via Fani. Mentre sono assenti impatti sul versante sinistro e sulla parte bassa della via, dove sarebbe stato presente l’ingegnere Alessandro Marini, testimone iniziale e ritenuto più importante nel corso dei processi, dimostratosi poi mendace (leggi qui), e da cui originarono le prime ricostruzioni dietrologiche.

Attacco dinamico e seconda fase?

Altra novità, proposta nel libro di Boffi, e ripresa dalla nuova perizia del 2015, è la tesi dell’attacco portato quando le vetture erano ancora in movimento, in fase di rallentamento sarebbe più corretto dire. Secondo l’autore questa ricostruzione si attaglia meglio con alcune traiettorie di tiro iniziale, in particolare il colpo singolo sul parabrezza della Fiat 130. Se l’ipotesi della vettura in rallentamento non trova smentite per l’Alfetta, lo spostamento sarebbe stato di pochi metri, non 10-15 come esageratamente scrive Guido Salvini – ostile alla nuova perizia (leggi qui) – nella relazione stilata per la commissione antimafia (XIII, n. 37, sez VII, settembre 2022), al contrario alcune testimonianze dei brigatisti che presero parte all’azione non confermano questa dinamica per la Fiat 130. Da questa, infatti, sarebbero partiti ripetuti colpi di clacson nei confronti dell’autista della Fiat 128 giardinetta che aveva bloccato il convoglio all’incrocio, traendo in inganno l’autista di Moro.

Nella nuova perizia è presente anche un errore di posizione della Fiat 128 bianca che ostruiva la parte superiore di via Fani. Nelle immagini viene rappresentata con l’avantreno rivolto verso la parte alta della strada, mentre nella realtà era posizionata con l’avantreno in discesa. Parcheggiata la sera prima sul lato destro, da quella posizione si erano mossi i due irregolari della colonna romana che vi prendevano posto, spostandosi di traverso sulla via. Circostanza che spiega come l’autista del mezzo, Alessio Casimirri, spesso chiamato in causa come possibile quinto sparatore, avrebbe poco agevolmente dovuto abbandonare il suo posto di guida e aggirare la Fiat 128 per mettersi in posizione di tiro e non restare scoperto alle spalle. In realtà lo sportello dell’autista era sul lato superiore della via, mentre l’altro irregolare, proteggendosi dietro la vettura sul lato basso della strada, voltava le spalle alla scena dell’azione intento a controllare possibili insidie provenienti dalla parte alta di via Fani. 


Punto fermo della nuova ricostruzione è anche l’esistenza di una «seconda fase» dell’attacco brigatista, intervenuta dopo aver bloccato la scorta e neutralizzato i suoi componenti. Le traiettorie di ingresso di alcuni colpi portati contro l’agente Iozzino e l’autista dell’Alfetta Rivera, colpito anche alla spalla destra dopo essere stato centrato sulla sua sinistra, e la presenza di alcuni bossoli su quel lato, dimostrano che il quarto brigatista in alto a sinistra si era portato verso destra aggirando l’Alfetta e sparando anche con la sua arma personale, una Beretta 51. Per i brigatisti la seconda fase dell’azione riguardava soltanto il prelievo dell’ostaggio e l’abbandono del luogo della sparatoria, tuttavia vi è sicuramente stato un momento di transizione in cui, mentre due bierre in basso facevano salire Moro sulla Fiat 132 e un altro prelevava le borse dalla sua macchina, gli altri due in alto si portavano sulla destra per accertare che dalla vettura di scorta non potessero arrivare sorprese

L’inesistente quinto uomo

«Accertare che non potessero reagire e passare alla seconda fase è tutt’uno», scrive Prospero Gallinari nel suo libro autobiografico (Un contadino nella metropoli, edizione Bompiani, p. 184). Ciò potrebbe spiegare anche la presenza su quel versante di tre degli otto bossoli Smith & Wesson esplosi dalla sua pistola personale e che tanto hanno fatto discutere, per questo segnalati anche nella già citata relazione (improbabile) di Salvini. L’arma, sequestrata a Gallinari al momento della sua cattura (24 settembre 1979), risultò impiegata non solo in via Fani (8 colpi) ma anche il 21 dicembre successivo (4 colpi), durante l’attacco portato dalle Brigate rosse a una volante sotto l’abitazione del presidente dei deputati Dc, Giovanni Galloni, e nell’assalto alla sede regionale della Dc del Lazio, in piazza Nicosia, il 3 maggio 1979 (6 colpi).

Il sangue degli uomini della scorta di Moro scambiato con quello di un brigatista immaginario, l’incredibile boutade dello storico Davide Conti

Nel corso di cinque processi (ben 15 corti di giustizia) sono state condannate per il sequestro Moro trentuno persone, cinquanta furono quelle inquisite durante le istruttorie, anche se i responsabili effettivi della vicenda furono solo sedici. Eppure dopo quarantasette anni c’è chi scambia ancora il sangue degli uomini della scorta di Moro con quello di un brigatista immaginario. La coscienza di questo Paese è davvero malata se pur di non interrogarsi su quel che avvenne in quel decennio, soprattutto a sinistra, si rincorrono fantasmi, si intossica la memoria, si inquina la storia.

Marco Clementi e Paolo Persichetti

Davvero la mattina del 16 marzo 1978 a dare l’assalto alla scorta che trasportava il presidente del consiglio nazionale della Democrazia cristiana Aldo Moro c’era un undicesimo brigatista dall’identità tuttora ignota, rimasto ferito nello scontro a fuoco, e non i dieci accertati storicamente (le ricostruzioni giudiziarie si fermano a nove)? 
A sostenerlo, sulle pagine del quotidiano Domani del 23 e 24 agosto scorso, in un lungo articolo in due puntate dal titolo «Non fu geometrica potenza, il brigatista ferito in via Fani», è lo storico Davide Conti, per anni ricercatore presso la fondazione Basso, autore di lavori sulla Resistenza, soprattutto romana, e di varie pubblicazioni sul fascismo e neo fascismo, nonché consulente delle procura di Brescia e Bologna nelle indagini sulle stragi, e dell’Archivio storico del Senato della Repubblica.

Se c’è sangue allora c’era un brigatista ferito e mai identificato
La tesi di Conti, che va ad aggiungersi – ultima in data – all’interminabile saga dietrologica sui misteri del rapimento Moro, prende spunto dal fatto che all’interno delle tre vetture utilizzate dal comando brigatista per allontanarsi dal luogo dell’agguato e portare via Aldo Moro, abbandonate pochi minuti dopo a circa 2 km di distanza, in via Licinio Calvo, furono trovate delle tracce di sangue la cui origine, secondo Conti, non sarebbe mai stata identificata a causa di una grave negligenza nelle indagini. Almeno una di queste tracce, se non anche altre, sostiene sempre Conti, sarebbe riconducibile al brigatista ferito. Circostanza che smentirebbe le affermazioni di Adriana Faranda, contenute nel «Memoriale Morucci-Faranda» del 1984, e di Anna Laura Braghetti presenti nel suo libro scritto con Paola Tavella, Il prigioniero, Mondadori 1998, le quali affermano che tutti i militanti delle Brigate rosse che presero parte all’azione rimasero illesi.

Aggiungi un posto in macchina…
Che si tratti di un brigatista ignoto, Conti lo desume dal fatto che una di queste tracce fu rinvenuta sul montante, il battente e la parte esterna della portiera destra della Fiat 128 bianca che fece da barriera, il «cancelletto superiore», bloccando il traffico in modo da isolare la zona dell’assalto. Su questo mezzo avevano preso posto Alessio Casimirri, come autista, e Alvaro Loiacono con funzioni di copertura verso la parte alta di via Fani. Al momento della fuga su questo mezzo, che aveva il compito di chiudere il convoglio, salì accanto al guidatore anche Prospero Gallinari, uno dei quattro assalitori travestiti con abiti dell’aviazione civile che attaccarono direttamente la sconta di Moro.

Secondo Conti, sulla Fiat 128 prese posto anche un undicesimo brigatista, quello rimasto ferito e sue sarebbero le tracce di sangue rinvenute sulla portiera. Il ragionamento di Conti è semplice: se Gallinari rimase illeso – come sostenuto da Braghetti – allora il sangue presente non poteva che essere di un undicesimo componente del commando. Conti sposta arbitrariamente Gallinari nei sedili posteriori per lasciare posto al brigatista immaginario, nonostante sia noto che dietro aveva preso posto Loiacono, che dal lunotto posteriore proteggeva le spalle al convoglio. Ne abbiamo già scritto nel volume Brigate rosse, dalle fabbriche alla campagna di primavera, apparso per Deriveapprodi nel 2017 e recentemente ristampato dall’editore con una nuova copertina.

L’uomo in più del commando, un mantra della dietrologia
L’uomo in più è uno dei leit motiv preferiti della narrazione dietrologica, anche se a mutare ogni volta è la sua posizione e identità geopolitica: c’è chi – da Sergio Flamigni in poi – lo colloca a destra nei panni del superkiller professionista; chi lo piazza (vedi Guido Salvini nella relazione stesa per la commissione antimafia) in alto sul lato sinistro, quinto sparatore in abiti civili che poi fugge salendo via Fani verso via Trionfale; chi ritiene fosse un tiratore scelto che ha sparato con un fucile di precisione da uno dei palazzi prospicienti; chi lo colloca, invece, come supervisore dell’azione su uno dei marciapiedi di via Stresa (variante Flamigni). Poi non manca chi raddoppia, come i fan dei due motociclisti sulla moto Honda e infine chi sottrae, come i sostenitori della tesi che Moro non fosse presente in via Fani e la sparatoria sia stata solo una messa in scena per coprire un rapimento avvenuto altrove; la nota giornalista Rita di Giovacchino ha sostenuto addirittura che fosse stato portato via in elicottero.
La sublime menzogna della narrazione dietrologica poggia su un semplice meccanismo di addizione, che rende l’angusto incrocio tra via Fani e via Stresa uno dei luoghi più affollati di Roma. Ogni nuova tesi, che secondo logica dovrebbe necessariamente escludere la precedente (se c’era lo sparatore da destra non poteva essercene uno in più a sinistra o il tiratore scelto, eccetera), in realtà si aggiunge senza che l’autore senta la necessità di smentire la versione rivale, sfidando senza remore ogni illogicità e incongruenza. Le innumerevoli tesi dietrologiche, concorrenziali e contrapposte (basti pensare alla contraddizione che oppone chi accusa la Nato, il Mossad, Gelli e company a chi punta il dito contro la Stasi, il Kgb, i cecoslovacchi o i palestinesi), si ignorano reciprocamente con un unico reale obiettivo, ossia fare fronte comune per screditare il racconto di chi in via Fani c’era davvero: i brigatisti, o il lavoro, certo confuso, lacunoso e impreciso, della magistratura che pure alla fine, dopo cinque processi (una sesta istruttoria è arenata in un nulla di fatto mentre uno dei due filoni è in attesa di archiviazione) è pervenuta ad identificare la sola responsabilità delle Brigate rosse, o ancora il lavoro, anche questo con i suoi limiti ovviamente, di una storiografia a nostro giudizio più seria e rigorosa.

C’era del sangue ma era della scorta di Moro, l’errore macroscopico commesso da Davide Conti

Il rapporto della dottoressa Laura Tintisona, funzionaria di polizia distaccata presso la commissione Moro 2, depositato il 14 dicembre 2014 (Cf. CM2 0470_001).

Dopo la richiesta del pm Luciano Infelisi, che dispose il 22 marzo 1978 una perizia sulle tracce di sangue e le impronte raccolte dalla polizia scientifica sulle vetture utilizzate dai brigatisti per individuarne l’appartenenza, secondo Conti, che cita una risposta della Digos del 26 settembre 1978 a un quesito posto dall’ufficio istruzione il 28 agosto precedente, le indagini scientifiche si sarebbero arenate. In realtà la perizia, assegnata ai professori Franco Marraccino e Giorgio Gualdi, venne consegnata il 14 novembre successivo al consigliere istruttore Achille Gallucci. Le conclusioni furono eloquenti: le tracce ematiche appartenevano a quattro dei cinque uomini della scorta di Moro. Il sangue rinvenuto sulla tappezzeria del tetto e sul sedile posteriore della Fiat 128 blu, targata Roma L55850, alla cui guida era salito Valerio Morucci che si era introdotto dopo la sparatoria nella Fiat 130 di Moro per raccogliere alcune borse, risultò compatibile con quello dell’appuntato Domenico Ricci, autista del mezzo sulla quale viaggiava Moro. Altre tracce ematiche rilevate sulla portiera anteriore sinistra della Fiat 128 blu e in provette contenenti sostanze prelevate dalla Fiat 128 bianca, targata Roma M53955, nella quale era salito Prospero Gallinari, e dalla Fiat 132 GLS 1600, targata Roma P79650, guidata da Bruno Seghetti e dove salirono Aldo Moro, Mario Moretti e Raffaele Fiore, sono risultate del gruppo “A”, compatibile con tutti i militari uccisi a eccezione di Rivera. A chiarire definitivamente la vicenda è un rapporto della dottoressa Laura Tintisona, funzionaria di polizia distaccata presso la commissione Moro 2, presieduta da Giuseppe Fioroni, depositato il 14 dicembre 2014 (Cf. CM2 0470_001). La data è significativa poiché il consulente della Commissione Moro 2, Gianfranco Donadio, citato da Conti, divenne consulente solo nel febbraio successivo, tralasciando quanto prodotto in precedenza dalla Commissione stessa.


De relato del pentito o fonti scientifiche?
Sorprende che Davide Conti abbia elaborato la sua tesi ignorando la presenza di documenti essenziali come le perizie scientifiche, rincorrendo invece i de relato del pentito Patrizio Peci, esponente di una diversa colonna, quella torinese, totalmente ignaro della realtà romana e che sul sequestro Moro ha sempre fornito informazioni errate, come il coinvolgimento di Azzolini in via Fani. Dalle perizie balistiche, ultima quella realizzata dalla polizia scientifica per conto della Commissione Moro 2 con le più moderne tecniche forensi, avrebbe saputo – invece di rincorrere le ipotesi giornalistiche di Miriam Mafai – che i colpi sparati dall’agente Iozzino non andarono a segno. Non solo, nelle nuove indagini riaperte dalla procura di Torino sulla sparatoria alla cascina Spiotta del giugno 1975, è emersa una intercettazione che seppur illegale sul piano giudiziario dal punto di vista storico è rilevante, poiché Azzolini racconta i tormenti di Bonisoli dopo la sparatoria in via Fani nella quale rischiò di essere colpito da Iozzino e per reazione sparò numerosi colpi crivellandolo (Cf. L’Unità del 2 aprile 2025 e https://insorgenze.net/2025/03/28/via-fani-azzolini-parlava-di-morucci-non-di-moroni-e-secca-la-smentita-dellaltro-ex-br-intercettato-dalla-procura-di-torino/).

Il nuovo Protocollo dei savi di Sion scritto dal bugiardo di Stato, Sergio Flamigni

Una leggerezza che tuttavia non l’ha indotto a maggiore prudenza, ma al contrario l’ha spinto a ulteriori conclusioni: come l’aver sposato la leggenda della verità concordata tra brigatisti e potere, pari per falsità solo ai Protocolli dei savi di Sion. Accordo, narra la vulgata, che avrebbe trovato soluzione nel “Memoriale Morucci”: «Redatto in carcere – scrive ancora Conti – a partire dal luglio 1984 nel quadro di una fitta e costante interlocuzione con uomini dei servizi di sicurezza, figure politiche e religiose e direttori di giornali». In realtà il “memoriale” venne solo assemblato in quel periodo, poiché costituito fondamentalmente dai verbali degli interrogatori resi davanti la magistratura nelle fasi istruttorie e processuali precedenti e nei quali Morucci aggiunse i nomi ai i numeri con i quali in precedenza aveva indicato i componenti del commando che agirono in via Fani (circostanza che permise l’arresto e la condanna di Alvaro Loiacono), allegando al testo la ricostruzione fatta in sede processuale anche da altri protagonisti, come Franco Bonisoli, Alberto Franceschini (all’epoca ancora non dietrologo) e altri brigatisti dissociati.
Del lavorìo preparatorio che condusse al “Memoriale” erano al corrente Francesco Cossiga, futuro presidente della Repubblica e ministro dell’Interno al momento del rapimento Moro, e Ugo Pecchioli, esponente di rilievo del Pci. Lo si apprende dal promemoria fatto pervenire nel luglio del 1985 dallo stesso Cossiga, poco dopo essere stato eletto Presidente della Repubblica, a Ferdinando Imposimato, allora giudice istruttore dell’inchiesta sul sequestro Moro, e al ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro. (Acs, Migs busta 20 e Cf. La polizia della storia, Deriveapprodi 2022).
E’ noto che a partire dal 1993 con Mario Moretti, e poi a seguire tutti gli altri fino a Gallinari, ultimo nel 2008, i brigatisti che presero parte al rapimento Moro hanno avuto modo di raccontare in libri o testimonianze processuali il ruolo avuto nella vicenda. Cristallizzare la storia del sequestro Moro unicamente nel racconto fatto da Morucci e Faranda è dunque inesatto dal punto di vista del metodo e delle fonti storiche che, nella realtà, si mostrano molto più ricche.

Raffaele Fiore e la Fiat 132

Conti affronta anche il ritrovamento a distanza di tempo delle tre macchine impiegate nel sequestro, sottovalutando che le forze di polizia, andate in tilt nelle prime ore che seguirono l’assalto in via Fani, le rinvennero a distanza di tempo commettendo errori su errori. Si accorsero solo dopo molte ore che la Fiat 128 bianca ritrovata in via del Forte Braschi, zona Pineta Sacchetti (Ansa delle 19.03 del 16 marzo), non era quella dei brigatisti. Solo allora ripresero le ricerche tornando in via Licinio Calvo. Per confermare la sua interpretazione richiama un servizio del tg1 che avrebbe dimostrato l’assenza della Fiat 128 blu, in via Licinio Calvo, al momento del rinvenimento della Fiat 128 bianca. Tutto ciò per sostenere la tesi del garage limitrofo (via dei Massimi), dove sarebbero state provvisoriamente parcheggiate le auto (insieme a Moro, nascosto in una prigione momentanea) per essere posizionate successivamente, una alla volta, in via Licinio Calvo. Versione ribadita in una puntata di Report alla quale lo stesso Conti aveva partecipato.
L’autore sembra ignorare le conclusioni dell’indagine realizzata nel settembre del 2015 dal Servizio centrale antiterrorismo per conto della commissione Moro 2. L’accertamento ha definitivamente smentito questa narrazione tossica. Il punto di ripresa dell’operatore tv, che ha girato le immagini il 19 marzo ma diffuse dal servizio del tg1 il 20 marzo 1978, non aveva alcuna visibilità sul tratto di via dove le due Fiat 128, la bianca e la blu, erano state lasciate dai brigatisti il 16 marzo precedente. Quelle immagini non hanno mai provato nulla (Cf. Cm2 0329_009). Recentemente una inchiesta pubblicata dal sito Sedicidimarzo sulle foto riprese dalla polizia scientifica al momento del ritrovamento della Fiat 128 bianca (Cf. https://www.sedicidimarzo.org/2024/01/peccato-che-sia-cosi-buia-o-della.html) ha mostrato come sul posto fosse già presente la Fiat 128 blu, autovettura sulla quale erano poggiati distrattamente alcuni agenti di polizia.
Infine Conti contesta anche che sia stato Fiore a condurre la Fiat 132 in via Licinio Calvo, poiché questi non riferisce la circostanza nella testimonianza rilasciata ad Aldo Grandi, nel volume L’ultimo brigatista, Bur 2007. Un vuoto che porta Conti a concludere che alla guida ci sia stato l’ennesimo ulteriore brigatista (o chi per lui), rimasto ignoto (a rigor di logica sarebbe il dodicesimo). Ma non riferire non vuol dire negare. Non c’è spazio qui per affrontare una delle problematiche tipiche sollevate dalla storia orale quando raccoglie testimonianze a tre decenni dai fatti. Va però considerato che Fiore non era romano e scese nella Capitale solo per l’azione Moro. Appare comprensibile che la sua memoria abbia fatto dei salti, semplificando dei passaggi, soprattutto se l’intervistatore non l’ha incalzato correttamente con domande pertinenti, fermandolo, chiedendogli di precisare o ricordare. Noi abbiamo chiesto Fiore perché la Fiat 132 era stata parcheggiata in modo diverso dalle due Fiat 128. Pur avendo studiato a lungo la topografia della zona, volevamo da lui un ulteriore chiarimento perché un rapporto della Digos firmato dall’ispettore Mario Fabbri, riferiva il rinvenimento del mezzo, per altro in un orario, le 10,00, contraddetto da un altra fonte dei carabinieri, che indicava le 9,47, e dal brogliaccio della centrale operativa che anticipava la prima segnalazione, da parte di una autocivetta denominata Squalo 4, alle 9,23. Secondo il rapporto, il mezzo era parcheggiato sulla parte alta di via Licinio Calvo, a pochi metri dall’incrocio con via Lucilio con l’avantreno rivolto verso via Festo Avieno. Nel rapporto non ci sono immagini allegate. Ad oggi, nonostante le migliaia di documenti consultati, non siamo mai incappati nelle foto del ritrovamento della Fiat 132. Si tratta sicuramente di una anomalia che speriamo venga colmata nel tempo o comunque trovi una risposta soddisfacente.
In effetti il mezzo, come ci ha confermato Fiore, aveva realizzato un percorso diverso dalle Fiat 128. In Brigate rosse (op. cit.) avevamo già segnalato la cosa, sottolinenando come la Fiat 132, ritardata dal trasbordo di Moro nel furgoncino Fiat 850 in piazza Madonna del Cenacolo, fosse partita quando le due Fiat 128 erano già andate via. Fiore ci rispose che nella concitazione saltò la svolta in via Licinio Calvo e fu costretto a proseguire via Festo Avieno fino in fondo, per girare a destra verso piazza Ennio e ridiscendere via Lucilio. Da qui il parcheggio poco accurato all’inizio di via Licinio Calvo che facilitò l’immediato ritrovamento del mezzo, la cui targa era stata già segnalata poco dopo la sparatoria in via Fani da diversi testimoni.

La caccia ai fantasmi
Nel corso di cinque processi (ben 15 corti di giustizia) sono state condannate per il sequestro Moro trentuno persone, cinquanta furono quelle inquisite durante le istruttorie, anche se i responsabili effettivi della vicenda furono solo sedici. Eppure dopo quarantasette anni c’è chi scambia ancora il sangue degli uomini della scorta di Moro con quello di un brigatista immaginario. La coscienza di questo Paese è davvero malata se pur di non interrogarsi su quel che avvenne in quel decennio, soprattutto a sinistra, si rincorrono fantasmi, si intossica la memoria, si inquina la storia (Cf. https://insorgenze.net/2025/06/26/pino-narducci-rapimento-moro-le-sentenze-giudiziarie-al-vaglio-della-storia-parte-prima/) e (Cf. https://insorgenze.net/2025/06/26/pino-narducci-rapimento-moro-le-sentenze-giudiziarie-al-vaglio-della-storia-parte-seconda/).
Sarebbe auspicabile che in futuro gli studiosi cercassero con maggiore cura prove e riscontri alle proprie legittime ipotesi, confrontandosi anche con quanto già scritto ma, soprattutto, con la documentazione esistente, vasta, importante e imponente, da tempo disponibile per chiunque voglia approfondire quella vicenda. E che nel caso si vogliano correggere conclusioni ritenute infondate, lo si facesse senza rilanciare circostanze già da tempo dimostrate fallaci.

Vita e morte di Raffaele Fiore, quando la classe operaia scese in via Fani

L’ultima volta che ho sentito parlare dal vivo Raffaele Fiore era il 2023 all’ex Snia viscosa di Roma, dove veniva presentata la nuova edizione di Un contadino nella metropoli, l’autobiografia di Prospero Gallinari. L’ex giovanissimo operaio della Breda fucine di Sesto San Giovanni, divenuto poi uno dei dirigenti della colonna torinese e che il 16 marzo 1978, a soli 24 anni, camuffato da stuart dell’Alitalia, prese parte all’assalto del convoglio che trasportava Aldo Moro, prelevando con le sue mani imponenti e i modi gentili, «venga con noi presidente», il massimo esponente della Democrazia cristiana dalla Fiat 130 di Stato, raccontava – come già altre volte aveva gli era accaduto – il momento del suo primo ingresso in fabbrica. Il silenzio improvvisamente rotto dal suono della sirena che lacerava l’aria dando il via al frastuono indemoniato di macchinari imponenti, «torni e frese enormi, macchine a controllo numerico, magli che picchiavano forte per modellare l’acciaio incandescente facendo tremare il pavimento, forni che sputavano colate d’acciaio, un’organizzazione militaresca della produzione» e tutt’intorno «operai che lavoravano da oltre trent’anni sulla stessa machina “innamorati” patologicamente del loro lavoro e della loro alienazione, operai che svuotavano damigiane di vino per resistere alle esalazioni delle colate, simili ai soldati della prima linea i quali, coscienti di essere carne da macello, si offuscavano la mente per andare al martirio, operai a corto di udito, avevano i magli nella testa come gli ultras il pallone»(1). «Quel giorno – spiegò quasi fosse ancora immerso nel fracasso della fabbrica – capii che non avrei mai passato la mia vita lì dentro».
Raffaele Fiore ha incarnato l’antropologia ribelle, l’irriducibile insubordinazione di quella nuova classe operaia, migrata per buona parte dal Meridione, quella «rude razza pagana» come la definì Mario Tronti, che non aveva alcuna intenzione di lasciarsi disciplinare dal regime della fabbrica taylorista, che non aveva alcuna voglia di limitare la propria esistenza dentro l’orizzonte oppressivo della disciplina aziendale e pensava orgogliosamente di poter rivoluzionare il mondo. Un nuovo ceto operaio insofferente al comando dell’impresa, ma anche al moderatismo riformista del Pci e del sindacato che spesso si sovrapponevano. Distante dal «doverismo morale» della vecchia classe operaia professionalizzata, come racconta lui stesso quando insofferente per le critiche di un suo compagno di lavoro brianzolo che l’incalzava sui ritmi, invece di attendere il movimento della gru che alzava pezzi di acciaio pesanti una cinquantina di chili da lavorare al tornio, per dimostrare che se avesse voluto poteva essere più veloce di lui, li prese di peso con le proprie braccia. (2). Per i giovani operai come Raffaele la fabbrica, la linea, erano solo uno spazio per costruire relazioni sociali e politiche, per praticare lotta, resistenza e conflitto, emancipazione politica e sociale, non più il luogo dove bruciare la propria esistenza.

Nato nel 1954 alla Guaraniella, uno dei quartieri più poveri di Bari, orfano di padre a 12 anni e primo di sei figli, riuscì a concludere la scuola media nonostante un’adolescenza che lo aveva visto fare diversi lavori e poi aiutare la madre in un piccolo negozio di ortofrutta. Salì a Milano approfittando di una scuola per tornitori, offerta ai giovani orfani, che gli permise di entrare alla Breda nel 1972. Giovanissimo si era già mescolato alle manifestazioni e i luoghi di incontro che caratterizzavano le mobilitazioni politiche dell’epoca. Alla Breda si era dapprima iscritto alla Cgil, che egemonizzava la fabbrica, per entrare subito in contatto con il combattivo Comitato autonomo operaio, un gruppetto che raccoglieva una cinquantina di lavoratori. Arialdo Lintrami, uno studente-lavoratore, suo compagno di lavoro lo inziò gradualmente alla vicinanza con le Brigate rosse, dapprima semplice «contatto», poi «irregolare» e infine, concluso in anticipo il servizio militare nell’estate del 1975, dopo la tragedia della Spiotta e i numerosi rovesci subiti dall’organizzazione, con il salto a «regolare» nella colonna torinese che andava rinforzata. Membro del fronte logistico nazionale, prese parte alle maggiori azioni che le Brigate rosse realizzarono a Torino, fu arrestato nel marzo 1979, con molta probabilità grazie all’azione di un confidente che i carabinieri di Dalla Chiesa erano riusciti ad infiltrare tra i contatti della colonna. Anche se il suo nome di battaglia era Marcello all’interno dell’organizzazione veniva affettuosamente chiamato «Cammello», un soprannome che gli era stato attribuito dopo una singolare sfida: era riuscito infatti mandare giù in una sola volta una bottiglia d’acqua. Ha scontato per intero la sua condanna senza collaborare o dissociarsi. Nel 1997 ottenne la condizionale con libertà vigilata, per lavorare in una cooperativa. Dieci anni dopo raccontò la sua storia ad Aldo Grandi, pubblicata col titolo L’ultimo brigatista. Combatteva da tempo contro un tumore, se n’è andato lunedì scorso, 28 luglio. Come scrisse Ivan Carozzi in una bella recensione del docufilm di Bosco Levi Boucoult, Ils étaient les Brigades rouges, dove Fiore testimoniò insieme a Gallinari, Moretti e Morucci, la sua è una «testimonianza di antropologia operaia, prima ancora che brigatista: per la forza con cui si è cristallizzata, mentre tutto intorno il mondo e l’Italia tramutavano, e perché appare come la dichiarazione di un modo estinto, e infatti mediaticamente incompreso, di essere e di vivere. Al contrario, la devastazione in corso da oltre venti anni nel mondo del lavoro è, per chi oggi esce da scuola, un nuovo stato di natura, immutabile, in cui ciascuno è solo di fronte al proprio destino. Ma un tempo non è stato così e almeno in questo punto la storia ci è maestra».

Note
1. L’ultimo brigatista, Bur, 2007, p. 35.
2. L’ultimo brigatista, Bur, 2007, p. 36.

Milei usa l’estradizione di Bertulazzi per riabilitare la dittatura

Leonardo Bertulazzi nell’atelier di liutaio dove lavorava prima di essere arrestato e sottoposto a procedura di estradizione

La mattina di lunedì 16 luglio è stato esaminato davanti la corte suprema federale di cassazione argentina il ricorso presentato dalla difesa di Bertulazzi contro il nuovo arresto eseguito dopo il parere favorevole alla estradizione concesso dalla corte suprema di giustizia. La corte si è riservata e la decisione finale verrà comunicata nei prossimi giorni.
In precedenza sempre la corte di cassazione aveva annullato la sua incarcerazione, concedendo la misura dei domiciliari, perché il ricorso presentato contro la revoca dello status di rifugiato politico, riconosciutogli nel 2024, sospendeva l’effetto della decisione unilaterale intrapresa del governo fascista di Javier Milei. L’avvocato di Bertulazi, Rodolfo Yanzón, ha ribadito che nonostante il parere favorevole concesso alla estradizione: «Bertulazzi continua ad avere lo status di rifugiato presso le Nazioni Unite, poiché è pendente un causa presso il tribunale amministrativo su questa questione». E la corte suprema è stata molto chiara sul punto: l’estradizione non può essere materializzata finché non verrà chiarita in modo definitivo la questione del rifugio. Milei ha introdotto una nuova legge su misura che impedisce di concedere protezione alle persone implicate in reati di terrorismo (anche se il sequestro dell’armatore Costa per cui è stato condannato Bwrtulazzi non lo è perché realizzato prima dell’introduzioni delle aggravanti speciali antiterrorismo). Norma antiBertulazzi che tuttavia non ha valore retroattivo e non può incidere su una decisone presa ventuno anni prima.

Estradare Bertulazzi per riabilitare la dittatura
Nei giorni scorsi, prima la ministra della sicurezza nazionale, Patricia Bullrich, e successivamente Maria Florencia Zicavo, capo gabinetto del ministero della Giustizia argentino e responsabile della Commissione nazionale per i rifugiati (Conare), oltre a rilanciare la menzogna sul ruolo «importante che Bertulazzi avrebbe avuto nell’operazione che portò al rapimento e al successivo omicidio di Aldo Moro», nonostante in quel momento si trovasse nelle carceri italiane da quasi un anno, fake agitato con forza nello spazio pubblico argentino per rafforzare il dossier fragile che sostiene le ragioni della estradizione, hanno proposto un ribaltamento del giudizio storico sul recente passato dittatoriale argentino.
L’estradizione di Bertulazzi fa parte di una più generale riscrittura e cancellazione della storia e dei crimini della dittatura, all’interno della quale i soli colpevoli e responsabili diventano gli oppositori, coloro che hanno combattuto la dittatura e da questa sono stati perseguitati: ex prigionieri politici, i militanti assassinati, le migliaia di desaparecidos, i minori rapiti e adottati dalle famiglie dei militari del regime. L’operazione Bertulazzi serve ad aprire una prima breccia, ribaltando la responsabilità della violenza e dei crimini attribuendola a chi provò ad opporsi alla dittatura o nemmeno fece in tempo a farlo. Un po’ come se oggi in Italia il governo Meloni iniziasse a dare la caccia ai superstiti ancora in vita della resistenza antifascista.

Il gioco delle tre carte
D fronte a questa operazione la sinistra italiana, il Pd, i «democratici», tacciono, fanno finta di non sentire o capire, per soddisfare la pretesa punitiva della giustizia dell’emergenza di cui sono stati i padrini. La procura genovese in mano a giudici di Md, si è portata garante davanti alla giustizia argentina sulla possibilità che una volta in Italia Bertulazzi possa essere riprocessato nuovamente, e giudicato stavolta correttamente, correggendo le pesanti e inique condanne ricevute all’epoca (leggere l’intervista di Mario Di Vito del manifesto). Una bella promessa che purtroppo non è una garanzia poiché la legge italiana dice altro, prevede solo 30 giorni per fare la richiesta di riapertura del processo, ma poi sarà la corte d’appello a decidere. E l’intera giurisprudenza passata ci dice che una cosa del genere non è mai avvenuta. Addirittura in alcuni casi analoghi i giudici hanno fatto partire il conteggio dei trenta giorni non dal momento della riconsegna all’Italia dell’estradato ma da quando questi avrebbe avuto notizia ufficiale delle condanne pendenti. Ovvero in questo caso oltre venti anni fa, quando la giustizia argentina decise di non estradarlo perché condannato in contumacia.
Il sistema giudiziario italiano non ha mai voluto rimettere in discussione i processi di quegli anni. E così la nuova destra argentina oggi al potere potrà sbiancare la storia della dittatura sulla pelle dell’ex brigatista Leonardo Bertulazzi con la complicità delle anime bella della sinistra italiana.

Il caso Bertulazzi

Genova solidale contro l’estradizione di Leonardo Bertulazzi


di Leonardo Bertulazzi

Ci sono stati tempi in cui la prigione non è stata l’unico modo per epurare una condanna. L’esilio è stato per molti secoli il destino imposto ai trasgressori. Si considerava l’esilio, lo sradicamento come una pena, una pena senza ritorno, una rottura totale del corso della vita di una persona tra un prima nella propria terra, la terra della sua famiglia, e un dopo tutto da costruire, senza l’aiuto dei codici che la vita, relazioni e conoscenze di prima avevano sedimentato.
Questa rottura, questa separazione dell’albero dalle sue radici vive nel senso degli esiliati come una pietra miliare cruciale che segna il profondo della loro coscienza in modo più o meno doloroso, ma sempre presente. L’esilio è sempre stato considerato una pena, una punizione.
Nel 1951 con la convenzione di Ginevra i paesi del mondo hanno sottoscritto l’impegno di promuovere la protezione degli stranieri in cerca di un rifugio.
Ciò che nella convenzione di Ginevra spicca come impegno inderogabile è il principio di “Non Refoulement”: una volta che un paese riconosce un espatriato come rifugiato, offrendogli la sua protezione, si impegna a non mancare alla parola data, a non riportarlo nel paese in cui è in pericolo. Dare asilo significa dire: “Qui sei al sicuro. Qui puoi rifarti la vita».
La convenzione di Ginevra sancisce nel principio del “non refoulement” una prova che era già iscritta nella coscienza collettiva come espressione del valore della parola data, del dovere di uno stato di rispettare i suoi impegni e di non giocare con la vita delle persone e dei profughi, trasformandoli in moneta di scambio per gli affari tra paesi.
Il paese che concede la sua protezione a uno straniero lo mette in condizione di vivere nel suo territorio e nella sua società, dove porterà il granello di sabbia del suo lavoro, attività e relazioni umane.
Ecco perché il caso di Leonardo Bertulazzi fa così male. È arrivato 23 anni fa, ha lavorato, ha formato una casa, è invecchiato in pace. Oggi, a 73 anni, è in prigione e potrebbe essere estradato. Lo stesso paese che lo ha ospitato sembra disposto a cederlo, anche se il suo status di rifugiato è ancora in vigore.
Per giustificare il colpo di scena, viene dipinto come un “assassino”. Falso: mai è stato accusato o condannato per crimini di sangue. La cosa inquietante è vedere uno Stato cedere alle pressioni esterne e dimenticare la sua parola, lasciando un rifugiato alla mercé di coloro che lo hanno perseguitato.
Il “non-refoulement” o non-refoulement non è lettera piccola, è il muro che protegge le vite dalla diplomazia delle convenienze. Se lo abbattiamo, non tradiamo solo Leonardo: infrangiamo la fiducia in tutto il sistema di protezione internazionale.
Il caso Bertulazzi non è un altro dossier. È la prova vivente che la nostra parola vale qualcosa o se finisce fradicia e rotta, come carta bagnata.