Gli angeli e la storia

Libri – Il nemico inconfessabile. Sovversione sociale, lotta armata e stato di emergenza in Italia dagli anni Settanta a oggi, Odradek 1999

di Paolo Persichetti e Oreste Scalzone

 1. Il processo Sofri è il risultato di un inusitato errore giudiziario? Oppure la prova ennesima di un modello giudiziario, di un nuovo paradigma indiziario che è presente nella società italiana ormai da un ventennio? Il primo omicidio politico di sinistra in Italia è stato l’attentato al commissario Calabresi. Un’azione che anticipa di quattro anni la decisione delle Br di «alzare il tiro» (1976).(1) L’attentato Calabresi impedisce di separare la storia degli anni 70 in due momenti distinti e, inamovibile come una montagna, è li a ricordare che a praticare livelli illegali e armati non c’erano solo i gruppi dichiaratisi combattenti fin dall’inizio. Per questo motivo Ovidio Bompressi(2), Giorgio Pietrostefani e Adriano Sofri sono gli ostaggi della cattiva coscienza di un’intellighenzia di sinistra che ha condotto fino al parossismo l’occultamento di una parte della storia degli anni 70. Sacrificati sull’altare di una innocenza assoluta, necessaria al bisogno d’innocenza di altri, sono vittime della linea di difesa scelta, e dell’arroganza della campagna di sostegno condotta in loro favore.

2. Poco dopo la sentenza definitiva della Cassazione(3) e l’incarcerazione di Bompressi e Sofri (Pietrostefani stava preparando il suo rientro dalla Francia)(4), l’italianista Jacqueline Risset invitava gli intellettuali francesi a intervenire sul caso Sofri. Nel suo articolo citava il giudice di Cassazione, Alfonso Malinconico, il quale aveva invitato a esaminare il caso Sofri «con molta attenzione», perché «situato socialmente e storicamente in una visione che non ha niente a che vedere con quella dei magistrati». Nel tentativo di delucidare il contesto in cui si era svolto, nel 1972, l’omicidio del commissario Calabresi, per il quale Sofri è stato condannato, Risset ricordava la «strategia della tensione»(5). Nessuna parola era impiegata per descrivere la dimensione radicale e l’estensione dei movimenti sociali di quel periodo, nelle fabbriche (occupazione della Fiat), nei quartieri popolari delle grandi città. Tuttavia, Lotta continua, all’inizio degli anni 70, era tra i protagonisti di queste lotte. Nessun cenno, inoltre, sull’uso generalizzato e sistematico che dei pentiti è stato e viene fatto, nella quasi totalità delle inchieste e dei processi, e sul modello giudiziario d’eccezione, di cui lo stesso Sofri ha finito per essere un’ulteriore vittima. La breve ricostruzione fatta da Risset gettava un’ombra che faceva apparire il caso Sofri come il risultato di una macchinazione: ultimo soprassalto di qualche rete residuale dei servizi segreti della prima Repubblica, paradossalmente presentata come alleata di quella stessa magistratura che l’ha affondata a colpi d’inchieste anticorruzione.

3. Lo storico Carlo Ginzburg, nel suo libro(6) sull’argomento, non esclude completamente l’ipotesi del complotto, ma in assenza di prove si attiene all’errore giudiziario, poiché non vuole avanzare «sul terreno delle congetture». Come egli stesso ammette: «Per parlare di dolo (che in questo caso implicherebbe anche, necessariamente, un complotto), ci vogliono delle prove irrefutabili. Io non ne ho».(7) “Insostenibile” però non vuole dire “impensabile”. E nel libro vi è ben più che un’allusione all’ipotesi del complotto, tant’è che Ginzburg stesso riferisce del dissenso che sul tema ha con Adriano Sofri.(8) Il complotto, la «teoria dei complotti», è per Ginzburg un modello ontologico valido seppur solo a certe condizioni.(9) Dimostrando efficacemente le «inquietanti coincidenze» del processo Sofri con i procedimenti dell’inquisizione, anch’egli rifiuta di trarre delle più ampie conclusioni sul sistema giudiziario dell’emergenza. Le frequentazioni con le «radici del paradigma indiziario» non lo hanno reso avvertito del fatto che un procedimento può essere l’indizio di un sistema ben più ampio. Per Ginzburg il solo «processo alle streghe» dell’Italia moderna è quello Sofri.(10)

4. Ma tra le differenti caratteristiche che distinguono l’attività dello storico da quella del giudice vi è l’analisi del «contesto», ovvero la presa in considerazione della dimensione storico-sociale da cui la ricerca storica non può in alcun momento prescindere, a differenza dell’attività giudiziaria che si occupa prioritariamente dell’azione individuale, cercando di definirne le singole responsabilità e i relativi risvolti penali, e solo secondariamente – in modo del tutto discrezionale – della dimensione storico-sociale (con strumenti di conoscenza e comprensione che restano largamente inadeguati). Perché, dunque, questa ossessiva reductio ad unum dell’intera impalcatura politico-giudiziaria che ha dato luogo al processo e alla condanna di Sofri e compagni? Perché questa volontà di circoscrivere la vicenda del processo Sofri alla dimensione del semplice errore giudiziario? Perché altrove il lavoro di analisi dei meccanismi dell’inquisizione del Cinquecento e del Seicento porta Ginzburg a non soffermarsi di fronte alle sole implicazioni metodologiche ma a indagare oltre, per ricercarne le implicazioni politiche, le complesse e profonde interrelazioni con la dimensione delle mentalità, per arrivare così a descrivere i meccanismi di una struttura che agisce come sistema e che svolge una decisiva funzione di controllo e repressione sociale? Sarebbe esatto considerare l’inquisizione come la semplice addizione di un gran numero di processi a streghe, maghi ed eretici impenitenti? Una somma incredibile di errori giudiziari che traversarono due secoli e diversi paesi d’Europa senza legami l’uno con l’altro? Sarebbe giusto considerare questa dimensione spaziale e temporale comune come un fatto puramente accidentale? Tutte le ricerche degli storici in materia, oltre che quelle pregiate di Ginzburg(11), mostrano il contrario. Allora, perché di fronte a un fatto come il processo Sofri, uno storico così avvertito viene meno, in modo tanto palese, al rigore del suo mestiere? Alla fine del suo libro, Ginzburg, districandosi tra storici e giudici che cercano la prova delle streghe, arriva soltanto a scoprire l’esistenza degli angeli. Angeli speciali che hanno sorvolato la storia degli anni 70.

5. La ragione la si ritrova nella scelta differenzialista che si iscrive dentro una lunga polemica sull’interpretazione e la legittimità delle anime politiche e culturali protagoniste del 68, nel tentativo di affermare una sorta di “qualità”, di “essenza”, di “specificità intrinseca”, che avrebbe fatto di Lotta continua una formazione oggettivamente incompatibile con la violenza politica e l’omicidio, in un contesto storico dove altri a sinistra, al contrario, hanno riconosciuto o rivendicato questo tipo di compatibilità. Tra i molti sostenitori di questa tesi vi sono Jean-Luis Fournel et Jean-Claude Zancarini, che in un articolo uscito su Les Temps Modernes,(12) si preoccupano degli effetti storiografici che il processo Sofri provoca nell’interpretazione delle vicende degli anni 70. Essi denunciano l’amalgama tra «terrorismo rosso» e «i gruppi radicali e contestatari, nati negli anni della rivolta studentesca del 67-68, oltre che l’accostamento con le lotte operaie dell’autunno caldo, del 1969». Ancora una volta si ripropone una lettura che separa l’origine delle formazioni sovversive dai movimenti sociali dei primi anni 70, riprodotti in forma caricaturale come fenomeni legalitari e pacifici. «Attribuendo a Lotta continua la responsabilità del primo omicidio politico dell’estrema sinistra – scrivono – si può giustificare la tesi degli “opposti estremismi” e spostare al 1972 il processo di costituzione del “terrorismo rosso”».(13) Ciò avvantaggerebbe «tutti coloro che vorrebbero cancellare le responsabilità dell’estrema destra e di una parte dell’apparato dello Stato in quella che fu chiamata la “strategia della tensione”».(14) Come si può già intuire, gli autori non vanno molto lontano e ripropongono la ritrita tesi del complotto, che vede i responsabili dell’attentato Calabresi situati negli ambienti dello stragismo e dei servizi deviati. A sostegno di questa loro tesi, essi affermano di poter escludere che «nella situazione politica italiana di quegli anni [primi anni 70] Lotta continua (come tutte le altre organizzazioni di estrema sinistra, anche quelle che da allora praticarono una pedagogia del passaggio alla lotta armata) possa aver potuto prendere la decisione di realizzare un assassinio politico». Argomento che costringe i due autori a rappresentare le stesse Br come una formazione «che allora non si considerava un gruppo armato clandestino», che «le Br dei primi anni 70 non dovevano forzatamente dare luogo a un gruppo armato clandestino che, dopo aver abbattuto Moro, si lancia in una fuga in avanti che le conduce a “colpire il cuore dello Stato”». Incidentalmente, per necessità logica, essi sono costretti a smentire il loro assunto iniziale e riportare le Br nell’alveo delle formazioni di estrema sinistra e non vedere in esse qualcosa di dissimile ed esterno ai gruppi politici che nascevano in quegli anni. Ma resta il mistero della morte di Calabresi, e qui, Fournel e Zancarini, dopo aver evocato «l’impossibilità di escludere l’ipotesi teorica dell’azione isolata di alcuni militanti di estrema sinistra», ci fanno comprendere che la vera pista da seguire, come in un bel giallo pieno di spie, doppiogiochisti, denaro sporco, commerci illeciti, mafiosi e politici corrotti, è quella di «un’azione dell’estrema destra per liberarsi di un commissario scomodo che indagava sui traffici d’armi». Ci spiegano inoltre che l’unica analogia possibile tra il processo Sofri e l’inchiesta 7 aprile (presa come emblema dei processi degli «anni di piombo») è l’utilizzo della «prova logica» a scapito delle prove fattuali. «Ma il paragone si ferma qui. La congiuntura politica nel 1972 […] non è la stessa di quella del 1979, quando, dopo il rapimento e l’assassinio di Moro, una parte dei militanti dell’estrema sinistra ha fatto la scelta della lotta armata contro lo Stato». Dovremmo intendere, dall’ambiguità di questa frase, una giustificazione del prevalere della «prova logica» su quella «fattuale», consentita dall’introduzione della giustizia d’eccezione? In ogni caso, Fournel e Zancarini fanno male a dimenticare che Bompressi, Pietrostefani e Sofri sono stati inquisiti nell’88, in un’epoca in cui la legislazione speciale, il ricorso al pentitismo, la giustizia d’emergenza, erano una prassi ben rodata da oltre un decennio. Non è forse questa l’analogia decisiva da considerare come una delle ragioni fondamentali delle successive condanne? O anche il sottoporre a critica la giustizia d’eccezione comporta un rischio di amalgama con la sovversione armata di sinistra?

6. Anche il premio Nobel Dario Fo, che ha scritto una commedia sulla vicenda(15), si è lanciato con tutte le sue forze in favore della tesi del complotto di servizi e fascisti, attribuito a dei giudici in realtà clerico-demo-sinistri (ex catto-comunisti), come Borrelli e D’Ambrosio, capi del «pool di mani pulite». Tutto ciò senza mai essersi reso conto della flagrante contraddizione che rappresenta il fatto di continuare a colmarli, altrove, di lodi per i loro meriti nella campagna anticorruzione. Questa rodomontesca entrata in scena, che ha portato fino al parossismo tutti i sofismi diffusi su questo caso giudiziario, si è rivelata un boomerang per lo stesso Sofri, alla stregua di una medicina che uccide il malato. Il presidente della Repubblica Scalfaro si è precipitato a rifiutare la grazia a Sofri e ai suoi coimputati, mentre un brillante editorialista lanciava l’allarme, titolando un suo articolo con una ironia glaciale: «Salvate Sofri da Dario Fo».(16) L’allusione al complotto, iscritta in una lettura fatta di pura dietrologia, non aiuta la comprensione di ciò che è accaduto in Italia durante gli anni 70 e ancora meno dell’attuale persistere delle sue conseguenze giudiziarie. Un complotto? Dopo 16 anni? Per vendicarsi di cosa e contro chi? Un gruppo sociale, i quadri e la struttura dirigente di Lotta continua, che nel 1976, dopo lo scioglimento dell’organizzazione (sotto la spinta della radicalizzazione e della militarizzazione del movimento del 77 che si avvicinava), ha iniziato la sua lunga marcia verso l’assimilazione nell’élite sociale (soprattutto dei media e della politica)? Molti dei vecchi aderenti a Lotta continua, dopo aver rotto con l’estremismo, sul modello dei nouveaux philosophes (scoperta dell’ideologia della «fine delle ideologie» e abitudine a fare l’autocritica degli altri), hanno stabilito, in questi ultimi quindici anni, una rete di relazioni trasversali, che ha permesso loro di frequentare senza problemi il potere, quale che fosse la maggioranza dominante, e di restare in permanenza con tutti i vincitori del momento. Gli anni 80, sulla scia del neoyuppismo ultraliberale, furono il momento degli uomini della stagione craxiana, all’ombra del potente impero mediatico di Berlusconi;(17) nella seconda metà degli anni 90, cavalcando l’ondata giustizialista, è venuto il turno dell’Ulivo e del Pds-Ds. Questo valzer ha attraversato indenne il terremoto politico-istituzionale delle inchieste sulla corruzione. Parlare di «complotto» in queste condizioni è piuttosto di cattivo gusto e assomiglia troppo allo scenario di un giallo scritto male.

7. Altri intellettuali sono intervenuti: tra questi il semiologo Umberto Eco, che nella rivista MicroMega, ha parlato di un «nuovo affare Dreyfus»(18), oppure lo scrittore Antonio Tabucchi, che ha indirizzato una lettera aperta al prigioniero Adriano Sofri(19), in risposta alla provocazione rivolta dallo stesso Eco (agli altri intellettuali) di «restarsene silenziosi quando non servono a niente». Un precedente scontro con Alberto Arbasino(20) aveva anticipato i contenuti di questa nuova polemica. Arbasino se la prendeva con gli intellettuali francesi che avevano manifestato contro l’obbligo di denunciare i sans-papiers(21), e con i pochi intellettuali italiani che, a dire il vero in modo molto più blando e sparso, avevano preso le parti dei rifugiati albanesi.(22) Tabucchi allora aveva difeso il ruolo dell’intellettuale presente al suo tempo; da qui la scelta a effetto di rivolgersi a un altro intellettuale, questa volta imprigionato, per parlare – malgrado le buone intenzioni – solo d’intellettuali, realizzando una paradossale caricatura di un impegno incapace di manifestarsi all’esterno di una cerchia ristretta e separata, intenta solo a polemizzare. Ritratto di uno specchio di narcisi che parlano di loro, tra loro. Tutti questi intellettuali hanno avuto come unica preoccupazione il fatto d’isolare il caso Sofri dagli avvenimenti storici degli anni 70, presentandolo come un ingiusto accidente giudiziario, senza mai mettere in causa il sistema della giustizia d’eccezione costituitasi come procedura ordinaria del sistema giudiziario.

8. In questo panorama di prese di posizione, tra intellettuali accreditati, Franco Fortini è stato il solo – poco dopo la messa in stato d’accusa di Sofri nel 1988 – ad avere criticato, in un articolo pubblicato dal Manifesto(23), questa ipocrisia generale. Una «congiura»(24) fondata su un arrogante pregiudizio d’innocenza assoluta e metafisica, che concerne – ben al di là dell’innocenza specifica sui fatti rimproverati a Sofri e ai suoi compagni – la perfetta e implacabile innocenza intellettuale e morale di tutta l’intellighenzia di sinistra. In realtà, quell’ambiente intellettuale che negli anni 70 ha vissuto in promiscuità con un certo fervore rivoluzionario, dietro l’icona immacolata di Sofri ha cercato di mostrare la propria innocenza e intoccabilità. Sofri è diventato obbligatoriamente l’angelo(25) che dietro le sue grandi ali deve nascondere la cattiva coscienza dell’epoca. La visione riduttiva del caso Sofri contiene l’occultamento di una parte decisiva della storia degli anni 70, del conflitto durissimo che ha opposto lo Stato e il padronato alla radicalità sovversiva dei movimenti sociali rimasti soli all’opposizione. Un occultamento che conduce direttamente alla falsificazione storica e facilita la rimozione di un passato scomodo per molti. Come ricordava Joyce Lussu, molti tra gli intellettuali e i vecchi dirigenti dell’estrema sinistra, che «la sera della morte di Calabresi avevano stappato lo champagne»,(26) cercano oggi attraverso questa rimozione una autoassoluzione post festum. Nel novembre 1980, sull’Espresso, Franco Piperno(27) scriveva: «la verità è che l’omicidio di Calabresi è l’inizio del terrorismo di sinistra in Italia», e aggiungeva: «interrogarsi radicalmente, riconoscere gli errori, rimettere tutto in discussione è operazione dolorosa ma saggia. Niente è più pericoloso che la tentazione di fare come se niente fosse accaduto. La verità, diceva Trotzki, conviene onorarla non per moralismo, ma per intelligenza: perché lascia nei fatti tracce multiple e indelebili, sicché occultarla diventa impresa che ingoia tutto, e alla fine ci si ritrova nella necessità di occultare perfino se stessi, la propria storia […] Il salto da vittime a carnefici è anche un salto culturale che lascia senza fiato; perché, al di là dell’identità personale dei terroristi che avevano sparato, la responsabilità politica di quella morte era interamente addebitabile al movimento extraparlamentare, non v’erano dubbi su questo».

9. Corollario di questo occultamento è l’incapacità di vedere negli effetti perversi del prolungamento dell’«emergenza» in Italia, la causa dell’affare Sofri. Parlare di errore giudiziario come di una fatalità del destino, o peggio, di un complotto e rifiutarsi di guardare la fabbrica che produce questi errori giudiziari, per paura di una pericolosa contaminazione con i gruppi sovversivi nel nome di una «incompatibilità culturale» della generazione di Lotta continua con gli «anni di piombo», non è stata finora una strategia di difesa molto efficace. Spostare il dibattito sulla «dimensione culturale», come è stato fatto nella campagna per la difesa di Sofri, significa accettare di esser giudicati sugli stati di coscienza piuttosto che sull’esistenza di prove. Non solo, ma questa posizione non sta in piedi storicamente, sia per il commento che il giornale Lotta continua diede dell’attentato Calabresi: «un atto nel quale gli sfruttati riconoscono la loro volontà di giustizia»;(28) che per gli avvenimenti successivi, i quali hanno dimostrato come molti militanti provenienti da Lotta continua abbiano dato vita a dei gruppi armati, come i Nap (Nuclei armati proletari), Prima linea, o siano entrati nelle Br. Se gli imputati avessero riconosciuto quello che era il clima politico del tempo, piuttosto che trincerarsi dietro un ipocrita «ma quando mai!», se avessero ricostruito quell’universo desiderante di decine di migliaia di militanti dell’estrema sinistra, che non avrebbe versato una lacrima per la morte di un qualunque Calabresi, dopo la strage di piazza Fontana e soprattutto dopo la morte dell’anarchico Pinelli,(29) l’argomento della plausibilità, della verosimiglianza di un atto, che sul piano storico valeva per almeno duecentomila persone che avevano sognato quel gesto, per alcune centinaia di dirigenti dei gruppi extraparlamentari, sul piano giudiziario sarebbe rimasto un puro argomento tipologico, fondato sulla teoria del «tipo d’autore».

10. Luigi Bobbio scrive nella sua storia di Lotta continua(30) della «svolta militarista di Rimini» del 1972. Il 4 marzo 1972, l’esecutivo milanese di Lc commentò positivamente il sequestro, avvenuto il giorno precedente, di Hidalgo Macchiarini, responsabile del personale Fiat, a opera delle Br. Nel 1971, l’allora Lotta continua settimanale inaugura la rubrica «I dannati della terra», con l’obiettivo di promuovere le lotte carcerarie. Attorno a questa esperienza si coagulano le forze che daranno vita, dopo il 1973, ai Nap.(31) Il 29 ottobre 1974, muoiono nel corso di un esproprio in una banca a Firenze Luca Mantini e Giuseppe Romeo, ex militanti di Lc divenuti nappisti. Lotta continua concluse la sua esperienza organizzativa al congresso di Rimini, tenutosi dal 31 ottobre al 5 novembre 1976, a causa delle lacerazioni profonde e delle istanze pressanti provenienti dal suo interno verso la lotta armata. Il problema della violenza politica fu in quel frangente la reale posta in gioco. Un indizio che può fornire l’idea di quella che era la temperatura al suolo è dato dal dibattito che si sviluppò sulle pagine dei Quaderni piacentini tra il 1972 e il 1973, ripreso sull’Espresso del 5 settembre 1996, pagine 73-74. Sul n. 47 datato luglio 1972, comparve un articolo intitolato «Contro il terrorismo» firmato da un certo Giancarlo Abbiati (presentato come «militante della sinistra rivoluzionaria»), pseudonimo sotto il quale si nascondeva l’identità di Luciano Pero, dirigente milanese di Lc ed esponente della linea moderata e legalista. Nel successivo n. 48-49, datato gennaio 1973, apparve la risposta inviata da un «compagno di Lotta continua» che si firmava Marcello Manconi, pseudonimo di Luigi Manconi, oggi senatore e portavoce dei Verdi. Riportiamo qui alcuni estratti dello scritto ripresi dall’Espresso che a sua volta cita parti della versione sintetizzata da Luigi Bobbio nel suo Lotta continua. Storia di un’organizzazione rivoluzionaria. Manconi scriveva: «L’uso del terrore e l’azione partigiana come forma organizzata e armata sono strumenti insostituibili della lotta di classe quando ne rispettano le esigenze […] Il terrorismo o è una degenerazione di questi strumenti (laddove violi queste condizioni) o è la risposta scorretta a una domanda corretta». Respingendo le critiche mosse alla posizione assunta da Lotta continua sull’attentato Calabresi, che partivano «da un presupposto indimostrato che l’omicidio politico appartenga al purgatorio premarxista», Manconi sosteneva ancora che «l’azione partigiana non è certo l’arma decisiva per l’emancipazione delle masse dal dominio capitalistico, così come l’azione armata clandestina non è certo la forma decisiva della lotta di classe nella fase che noi attraversiamo». Ma «l’arsenale del movimento rivoluzionario» spiegava «è ricco e duttile […] La violenza d’avanguardia è stata ed è puramente e semplicemente una necessità materiale, e non una compiaciuta scelta morale. Essa contribuisce a dare al programma proletario la certezza e la concretezza della sua realizzabilità […] Il proletariato […] non può fare a meno, per non restare schiacciato, in uno scontro che inevitabilmente procede verso la guerra di classe, di avere dei propri reparti avanzati che gli consentano di affrontare il nemico su ogni terreno […] A ogni fase dello scontro fra le classi corrisponde un grado specifico di violenza esercitata dalle masse, ed è questo che impone anche alle avanguardie l’esercizio di una quota determinata di violenza organizzata e diretta». Molti militanti del servizio d’ordine e della componente operaia si ritroveranno nei gruppi combattenti, soprattutto nel «mucchio selvaggio» di Prima Linea, altri nelle Br e ancora in altri gruppi. Renato Curcio, nel suo libro-intervista A viso aperto racconta, senza mai essere stato smentito, la storia di un incontro richiesto da alcuni esponenti di Lotta continua alle Br: «Nel 71, quando avevamo cominciato da poco le nostre azioni contro i capi reparto della Pirelli e della Sit-Siemens, diversi compagni di Lotta continua – che era allora il gruppo più attivo nelle fabbriche di Milano – si avvicinarono a noi e alcuni di loro entrarono nella nostra organizzazione. Un travaso che preoccupò non poco i dirigenti della formazione extraparlamentare. Al punto che a un certo momento, ci domandarono un incontro […] Mi vidi con due loro dirigenti, Giorgio Pietrostefani, responsabile del servizio d’ordine, e Ettore Camuffo, un compagno di Trento che avevo conosciuto all’epoca dell’università. Volevano sondare la possibilità di un’eventuale ipotesi di “fusione”. O più esattamente, la nostra disponibilità a integrarci nel loro gruppo. Lotta continua è un’organizzazione politica forte a livello nazionale, mi dissero in sostanza, mentre le Br sono un gruppuscolo senza grandi possibilità di sviluppo. Venite con noi e fate quello che sapete fare meglio: organizzate il nostro servizio d’ordine. Ci proponevano, in pratica, di diventare il loro “braccio armato”». Offerta assai maldestra che le Br rifiutarono bruscamente. (32)

11. Lo scrittore Erri De Luca, ex responsabile per la città di Roma del servizio d’ordine di Lotta continua e accusato di reati connessi, poi caduti in prescrizione, nel processo per la morte del commissario Calabresi, ha fatto sentire la sua voce discordante rivolgendosi a Ovidio Bompressi, in uno scambio di lettere pubblicate su MicroMega e riprese in parte dal Corriere della Sera, con il titolo «Tutti noi potevamo uccidere Calabresi».(33) De Luca sottolinea di parlare in difesa di Bompressi e non «degli altri due, imputati di essere due padrini, mandanti con le mani in tasca»; e più in là aggiunge: «La linea del “ma quando mai?”, la linea dei trasecolati, era buona per i mandanti che così non si dichiaravano dirigenti di un’organizzazione compatibile con un omicidio, ma non era buona per te, perché ti isolava dal mucchio di tutti noi, da cui eri stato estratto come nostro esempio […] Quella difesa ti metteva in croce. Tagliava il tuo legame col mucchio in cambio della rispettabilità di tutti i non imputati. Così fu scelto e tu hai acconsentito: per rispetto dei capi di allora, per tua dannata modestia, per tuo bisogno di sentirti ancora parte di quella comunità, dodici anni dopo che si era sciolta […]. Il mio chiodo era che si doveva ammettere l’evidenza che quell’accusa era compatibile con ognuno di noi, con la febbre da insorti che avevamo. Ma a dire questo, qualcuno e molti che nel frattempo avevano addomesticato il loro passato a sbronza di stagione sarebbero arrossiti, sarebbero stati in difficoltà sulle sedie imbottite che si erano intanto procurati. Compatibili con un omicidio: che guaio per la carriera […]. Lascia che ti condannino, Ovidio, che la tua vita si inchiodi sulla loro porta, sulla loro vendetta di esecutori di una rappresaglia […]. Tu sei estraneo all’accusatore e all’accusa, ma non sei innocente. Dal lancio della prima pietra non siamo stati più innocenti […]. E, non c’è più tempo né voglia di un’altra inutile linea di difesa, ma fai ancora in tempo a non sentirti solo, perché non lo sei. Tutte le persone che furono quella comunità e che poi ebbero esilio nell’Italia degli anni Ottanta, hanno te per orgoglio e per sipario sugli anni migliori della loro vita. E questa lettera io voglio lasciarla aperta perché la leggano loro, quelli che non hanno più avuto voglia di parlare: perché, la sottoscrivano o la straccino, ti facciano avere il loro: “come te anch’io”».

12. Nello sforzo di riscrittura e angelicazione della storia politica di Lotta continua vi è stata una riuscita operazione di captatio benevolentiae nei confronti del sistema politico. A partire dal 1976, Lc è divenuta il grande «convertito collettivo», il «pentito sociale» contro la sovversione e la lotta armata.(34) Una riscrittura mistificata di una parte del passato, dove demoni e cattivi stavano tutti da una parte, sembrava sufficiente per non sentirsi implicati nella spirale della giustizia d’eccezione. Ma così non è stato. La generazione degli ex dirigenti di Lc si è trovata in qualche modo in contropiede per aver pensato di averla scampata con l’emergenza. Credevano che essa avrebbe riguardato sempre e solo gli altri. Se ne sentivano al riparo. Avevano fatto della differenziazione una carta di rispettabilità. Un passato rimosso li ha recuperati.

NOTE
1– L’8 giugno 1976, il giudice Francesco Coco e la sua scorta subiscono un attentato mortale a Genova.
2– Nell’aprile 1998, Ovidio Bompressi ha ottenuto la sospensione della condanna per motivi di salute.
3– 22 gennaio 1997.
4– In alcune interviste rilasciate nei giorni immediatamente precedenti alla sua decisione di rientrare, Pietrostefani si era lasciato andare ad alcune dichiarazioni piuttosto infelici: «chi fugge è colpevole». Allora, l’editorialista Giorgio Bocca, forse perché scrive su Repubblica, si è preso per Platone e non ha esitato a scrivere l’apologia di un “novello Socrate” che rinuncia alla fuga, per bere la cicuta. Ma Socrate non è fuggito di fronte alla condanna perché sottraendosi a essa pensava di confermare la sua colpevolezza, al contrario, con la forza drammatica del suo gesto sacrificale auspicava un cambiamento della legge ingiusta. Non voleva singolarizzare il suo dramma personale, ma, con lo scandalo di quel suo gesto, sottomettendosi al principio della legge, voleva spingere il paradosso fino a un punto estremo che portasse gli ateniesi a cambiare quella legge ingiusta. Ma nel rientro di Pietrostefani non vi è stato nulla della nobiltà tragica del dialogo con Critone. L’imponente fronte massmediatico e le larghe simpatie nel ceto politico istituzionale in favore dei tre condannati hanno, al contrario, accentuato alcuni loro toni arroganti e di sfida fino al delirio di potenza, all’azzardo pockeristico miserabilmente sbriciolatosi nei mesi successivi di fronte ai cancelli della prigione rimasti chiusi. Pietrostefani non ha mosso parola contro la legislazione sui pentiti, ha parlato per sé mettendo in dubbio soltanto il valore delle dichiarazioni di Marino e dimenticando il resto ha aggiunto: «chi scappa è un crumiro». Allora il Critone si è rivelato un cretino. Che vuol dire «crumiro»? Lavoratore che rifiuta di scioperare o accetta di lavorare in luogo degli scioperanti. Il crumiro abbassa il potere di ricatto dello sciopero, la sua forza collettiva. Se uno della banda del cavalcavia avesse rifiutato di lanciare pietre sarebbe stato un crumiro? Nel caso ipotetico in cui il monte pena, all’uopo di essere individuale, fosse stato collettivo, cioè cumulato sulle spalle dei soli imputati detenuti, allora non rientrare sarebbe stata una forma di crumiraggio. In tal caso, Pietrostefani sottraendosi avrebbe lasciato soli i suoi due compagni a scontare i complessivi sessanta anni di reclusione divisi per due e non per tre, cioè trenta a testa. Ma così non è, e rientrando nessuno dei suoi due compagni vede la sua pena ridotta. Venti anni ciascuno erano e venti anni restano. Se no, perché non fare un appello agli altri ex-Lc, affinché si presentino tutti davanti alle porte del carcere, così quei 21.900 giorni ripartiti per tutti quanti diventerebbero un giorno o un’ora a testa? E comunque, se il dibattito si sposta sul costituirsi o sottrarsi: il senatore a vita Giulio Andreotti non si è dato latitante, dunque solo per questo ne dovremmo dedurre che è innocente! Mentre Mazzini, Pertini, i fratelli Rosselli, Bertolt Brecht, sono stati tutti dei crumiri.
5– Definita come uno strumento usato dalla «classe dirigente dell’epoca con la complicità dei servizi segreti, degli estremisti di destra e di poteri occulti di diversa origine, con delle alleanze internazionali segrete». Risset aggiungeva che «non esisteva allora uno Stato neutrale, ma un “governo invisibile” (secondo l’espressione di Norberto Bobbio) più forte del governo ufficiale», Le Monde, 29 gennaio 1997.
6Le juge et l’historien, Paris, Verdier, 1997, trad. dall’edizione italiana, Einaudi, 1991, con una nuova prefazione dell’autore.
7– Ibidem, cap. XVII, p. 101.
8– Nella Memoria presentata ai giudici e pubblicata dall’editore Sellerio sotto lo stesso titolo, Adriano Sofri scrive a p. 139: «Bisogna stare attenti alla teoria del complotto perché offusca l’intelligenza, e sfocia spesso in una spiegazione comoda».
9Le juge et l’historien, op. cit.; trad. italiana, 1991, cap. XIV, pp. 64-68.
10– Un episodio per tutti: al Salon du Livre di Parigi, presentando l’uscita del suo libro, Carlo Ginzburg ha risposto a Toni Negri (il quale faceva notare di avere anch’egli «subito un processo alle streghe»), che non c’era ragione di comparare i due casi, poiché «Sofri era veramente innocente e Negri colpevole». Per quello specchio distorto della realtà che è la «verità giudiziaria» i due sono colpevoli allo stesso modo, ma Ginzburg frequentando l’universo delle streghe ha appreso l’arte magica che permette, a lui solo, di essere partecipe dei segreti della «verità storica».
11– Carlo ginzburg, «Traces. Racines d’un paradigme indiciaire» (1979), Mythes, emblèmes, traces: morphologie et histoire, tr. fr. M. Aymard et al., Paris, Flammarion, 1989, p.139-180; «Prove e possibilità», prefazione ed. italiana di N. Zemon Davis, Il ritorno di Martin Guerre, Torino, 1984; «Montrer et citer», Le Débat, n° 56 (settembre-ottobre 1989), pp. 43-54.
12– “Des historiens peu prudents, l’enjeu historiographique de l’affaire Bompressi, Pietrostefani, Sofri”, Les Temps Modernes, n. 586, nov.-dec. 1997.
13– Perché tanta paura? È storia largamente assodata che il discorso combattente e il processo di costituzione dei primi gruppi armati abbia avuto inizio ben avanti il 1972.
14– Per paura che la «strategia della tensione» venga giustificata a posteriori come reazione alla presenza della lotta armata di sinistra – in questa variante gauchista della riscrittura della storia –, si pretende di dimostrare che la lotta armata sia nata come reazione alla «strategia della tensione». A parte Giangiacomo Feltrinelli, che aveva costituito i Gruppi armati partigiani (Gap) per prevenire l’approssimarsi del rischio di un golpe, la propaganda armata delle Br, l’attività combattente dei Nap o la concezione insurrezionalista di gruppi interni all’area di potere Operaio, offrivano al contrario una visione completamente offensiva e non reattiva della sovversione. Propaganda armata e altre tendenze militari si svilupparono a prescindere dalla «strategia della tensione» e dalle stragi. Esse avevano tutt’al più svolto un ruolo sul piano della ragione etica dei singoli militanti, resi consapevoli del livello elevato di scontro militare imposto dallo Stato e che faceva della vita umana, ancor più che in passato, carne da macello. I movimenti sociali dell’«autunno caldo» e gli scioperi operai erano ampiamente sufficienti a quei settori atlantici, interni ed esterni all’apparato statale, per scatenare la strategia del terrore contro le moltitudini.
15– Dario Fo, Liberate Marino. Marino è innocente, Torino, Einaudi, 1998. Leonardo Marino è il pentito che accusa Sofri.
16– Francesco merlo, Corriere della Sera, 27 ottobre 1997.
17– Negli anni 80, Silvio Berlusconi era stato il mecenate di Reporter, giornale che ha vissuto lo spazio di un mattino. Il suo direttore era Enrico Deaglio, già alla guida del giornale Lotta continua, oggi direttore di Diario, settimanale lanciato come inserto dell’Unità, ex giornale del Pci-Pds. Adriano Sofri (che ha collaborato anch’egli a Reporter) è stato uno stretto consigliere di Claudio Martelli, delfino di Craxi e cambusiere del psi. Al momento dell’apertura dell’inchiesta e del provvisorio arresto di Sofri, Bompressi e Pietrostefani, Martelli cumulava le cariche di vicesegretario del Psi, di vice primo ministro e di guardasigilli. Più tardi anch’egli è stato implicato e inquisito in numerose inchieste di «mani pulite».
18– Se le parole hanno un senso (chi meglio di Umberto Eco può saperlo?), richiamare l’affare Dreyfus conduce a evocare inevitabilmente qualche cosa che va oltre il semplice errore giudiziario. Attorno all’affare Dreyfus si è costituito in Francia l’antisemitismo moderno, un paradigma storico che ha condotto ad Auschwitz. Pretendere, come fa Eco, ma anche altri come Giuliano Ferrara, che il processo Sofri contenga un paradigma della stessa forza dell’affare Dreyfus, dovrebbe portare quantomeno a denunciare le aberrazioni del sistema dello stato d’emergenza in Italia. Conseguenza che Eco, e gli altri, evitano accuratamente di trarre.
19La gastrite de Platon, Mille et Une Nuits, Paris, 1997.
20– Alberto Arbasino, sofisticato scrittore, modello d’intellettuale cortigiano, un po’ dandy, sempre infastidito dai rumori e forse dagli odori provenienti dalla vita reale delle moltitudini, che arrivano talvolta fin nei salotti dei piani alti del Palazzo.
21– Immigrati clandestini, dunque senza documenti.
22– In occasione della manifetazione tenutasi a Parigi il 22 febbraio 1997 contro le leggi Debré-Pasqua-Méhaignerie. L’articolo di Arbasino è apparso su Repubblica del 15 marzo 1997. Tabucchi risponde il 1° aprile 1997 sul Corriere della Sera (“Intellettuali copritevi, ora piovono pietre”), Arbasino replica su Repubblica e Corriere della Sera, il 2 e 3 aprile 1997 (“Ma non chiedeteci anche la predica”). Tabucchi risponde ancora una volta sempre sul Corriere della Sera con un lungo articolo (“L’albanese sono io”), il 7 aprile 1997.
23Il Manifesto dell’agosto 1988. Si veda anche Oreste scalzone nella sua “Lettera aperta a Adriano Sofri”, pubblicata dal Mattino, nell’agosto 1988; e l’intervista al settimanale L’Espresso, del settembre 1988, intitolata: “È anche colpa mia”. Altri testi di riflessione sono stati pubblicati, nel corso degli anni successivi, dal giornale Tempi supplementari. Nel 1997, diverse interviste sull’argomento sono apparse nel Corriere della Sera.
24– Jean Baudrillard, “La congiura degli imbecilli”, in Libération del 7 maggio 1997, definisce in questo modo l’attuale dimensione culturale della sinistra: «mentre la destra incarnava i valori morali, e la sinistra al contrario una certa esigenza storica e politica contraddittoria, oggi, quest’ultima, spogliata di ogni energia politica, è diventata una pura giurisdizione morale, incarnazione dei valori universali, campione del regno della Virtù e detentrice dei valori museali del Bene e del Vero, giurisdizione che può chiedere dei conti a tutti senza dovere rendere conto a nessuno».
25– Fino a ora è stato solo l’agnello sacrificale.
26– Letteralmente: «sabré le champagne», in Libération, 7 febbraio 1997.
27– Fisico, leader del ’68, fondatore con Negri e Scalzone di Potere operaio, nel 1969, condannato ad alcuni anni di prigione durante gli anni 80.
28– Lotta continua, del 18 maggio 1972.
29– 15 dicembre 1969, Giuseppe Pinelli, ferroviere anarchico, muore cadendo da una finestra dell’ufficio del commissario Luigi Calabresi, situata al quarto piano della questura di Milano. Egli era illegalmente detenuto e interrogato da tre giorni. La versione ufficiale parla di suicidio dovuto alla disperazione a causa delle prove schiaccianti contro di lui nell’attentato di Piazza Fontana. L’episodio suscita un’enorme emozione. Lotta continua, insieme alla gran parte della sinistra extraparlamentare, è persuasa che Pinelli sia rimasto vittima di un interrogatorio violento e che il suo suicidio sia una messa in scena. Dopo un lungo iter l’inchiesta è chiusa nell’ottobre 1975 dal giudice Gerardo D’Ambrosio, che esclude l’omicidio e il suicidio e introduce la tesi del «malore attivo».
30– Luigi bobbio, Lotta continua. Storia di un’organizzazione rivoluzionaria, Savelli, Roma, 1979. Nel documento preparatorio al III convegno nazionale di Lc, 1-3 aprile 1972 era scritto: «È necessario preparare il movimento a uno scontro generalizzato, che ha come avversario lo Stato e come strumento l’esercizio della violenza rivoluzionaria, di massa e d’avanguardia».
31– «Dopo la svolta del 1973, in cui Lotta continua rifiutò ogni prospettiva di uscita dalla legalità, molti militanti abbandonarono quella organizzazione. È di questo periodo la formazione delle prime aggregazioni, a Firenze (nel collettivo J. Jackson), e a Napoli, dei militanti che daranno vita ai Nuclei Armati Proletari, organizzazione particolarmente interessata ai movimenti dei soggetti sociali maggiormente emarginati: proletari prigionieri, proletariato marginale e del Sud», in Progetto Memoria. La mappa perduta, cit.
32– Renato curcio, A visage découvert, Lieu Commun, Paris, 1993, “Calabresi tu sera suicidé”, pp. 99-100; A viso aperto, Milano, Mondadori, 1993, intervistato da Mario Scialoja. Contrariamente a quanto venne raccontato negli anni successivi, le br erano molto corteggiate. Lo stesso Toni Negri, dopo la rottura di Potere Operaio e la fine dell’occupazione di Mirafiori, nel 1973, aprì un confronto politico con le br che sfociò nella realizzazione in comune della rivista Controinformazione (si leggano le risposte di Toni Negri a Sergio Zavoli in Id., La notte della Repubblica, Mondadori, Milano, 1992, pp. 262-263).
33Corriere della Sera, del 14 maggio 1996.
34– Argomento che è stato suggerito in filigrana in un articolo di Luigi Bobbio su Repubblica e poi in una intervista a Carlo Panella sul Corriere della Sera del 18 febbraio 1997.

La Francia ha deciso di scarcerare Marina Petrella

Finisce l’incubo dell’ex Br, in pessime condizioni di salute

di Paolo Persichetti

Liberazione 6 agosto 2008

Dopo una battaglia di 11 mesi e 24 giorni, dopo che il corpo stesso di Marina Petrella è sceso in lotta deciso ad affrontare l’estrema resistenza, quello sciopero della vita che la stava lentamente spegnendo, ultima disperata vendredi_28_mars_5 evasione dal fine pena mai, la chambre d’accusation della corte d’appello di Versailles ha deciso ieri la sua scarcerazione per ragioni di salute. L’ex militante delle Br da oltre un decennio rifugiata in Francia grazie alla protezione della dottrina Mitterrand è stata rimessa in libertà sotto controllo giudiziario.
Non potrà lasciare il territorio francese, dovrà sottoporsi alle cure mediche necessarie nell’ospedale saint- Anne di Parigi, dove era stata ricoverata il 23 lugio scorso. Se il suo stato di salute lo consentirà, una volta dimessa dovrà sottostare all’obbligo di domicilio presso l’abitazione familiare e firmare periodicamente presso il commissariato di zona. «Questo risultato è solo un primo passo», ha dichiarato la figlia Elisa Novelli, nata in un carcere speciale italiano all’inizio degli anni 80 e in prima fila nella battaglia contro l’estradizione della madre. «Il nostro impegno proseguirà con la richiesta al presidente Sarkozy di ritirare il decreto applicando la clausola umanitaria prevista nella convenzione europea sulle estradizioni», ha poi concluso. Ora la piccola Emma, la seconda figlia della Petrella nata in Francia, potrà rivedere la madre. Forse non subito viste le condizioni di salute dell’esiliata italiana arrivata a pesare 39 kg. «L’ho trovata estremamente indebolita, si direbbe che sia invecchiata di 20 anni. Mi ha guardato negli occhi e mia ha detto: “lo sai che sarà dura, ma avranno soltanto il mio cadavere. Non porteranno via nient’altro”», ha raccontato Hamed ad una radio parigina, il compagno che aveva finalmente potuto rendergli visita per la prima volta dopo tre mesi.
La decisione era nell’aria da alcuni giorni, dopo il cordoglio suscitato dalla scomparsa di uno degli avvocati di Marina Petrella, Jean-Jacques De Félice, figura storica del foro di Parigi sempre in prima fila nella difesa dei sans papiers e dei senza tetto, membro del comitato di difesa dell’Fln ai tempi della guerra d’Algeria. A smuovere le acque è stata anche la ferma presa di posizione del professore Frédéric Rouillon, titolare della cattedra di psichiatria presso l’università René-Descartes che in passato aveva denunciato la presenza di gravi errori nelle scelte terapeutiche impiegate sulla fuoriuscita. Sulle pagine del quotidiano Libération del primo agosto, il responsabile del servizio dove la Petrella è in cura, aveva spiegato che il ricovero d’urgenza della paziente era avvenuto disattendendo quanto previsto dalla legge. Per questo motiva domandava una sua rapida scarcerazione affinché potesse essere sottoposta ad un trattamento terapeutico efficace. Non c’è stata, quindi, nessuna particolare sorpresa quando nella serata di lunedì 4 agosto le agenzie hanno diramato la notizia che il giorno successivo sarebbe stata discussa la rimessa in libertà, su richiesta della stessa procura generale che annunciava anche il suo orientamento favorevole alla scarcerazione.
Se è vero che questa decisione non influisce minimamente sulla proseguio della procedura d’estradizione, il Consiglio di Stato deve infatti ancora pronunciarsi sul ricorso sospensivo depositato dall’avvocato Irène Terrel, tuttavia segnala un evidente cambio di rotta del potere politico francese.
Un cambio di strategia che si era già palesato con le dichiarazioni rese dal presidente della repubblica francese a conclusione del vertice del G8 in Giappone e con l’invio di una lettera al primo ministro Berlusconi, nella quale si chiedeva al governo italiano di farsi latore di una domanda di grazia presso il Quirinale. Gli argomenti esposti da Sarkozy sono andati col tempo affinandosi dopo la confusione iniziale. Soprattutto l’ospite dell’Eliseo ha insistito ripetutamente sull’insensatezza di sanzioni penali, per giunta infinite, che restano ancora pendenti a distanza di decenni dai fatti incriminati.
Che Sarkozy sia in qualche modo tornato sui suoi passi, lo dimostra anche la politica globale messa in campo negli ultimi tempi sull’intera materia dei residui penali dei conflitti politico-sociali che hanno segnato la fine del Novecento. È di questi giorni, infatti, la concessione della liberazione condizionale a Nathalie Ménigon, membro di Action directe in semilibertà da un anno, arrestata nel 1987 e condannata a diversi ergastoli. Dopo Joëlle Aubrun, liberata a seguito delle sue gravi condizioni di salute e deceduta nel frattempo, e Jean-Marc Rouillan, messo in semilibertà da alcuni mesi, Sarkozy ha deciso la chiusura degli «anni di piombo» francesi. Tutti i militanti legati alla stagione della lotta armata svoltasi in Francia tra la fine degli anni 70 e gli anni 80 sono stati concentrati nell’istituto penitenziario di Fresnes, nella periferia sud di Parigi, dove è presente il Centro d’osservazione nazionale incaricato di valutare la pericolosità sociale dei detenuti prima che questi vengano ammessi al regime di prova della semilibertà e successivamente in libertà condizionale. Sono altre le emergenze che preoccupano il presidente francese. Le nuove politiche securitarie si indirizzano ormai contro i migranti, i residui penali del Novecento rappresentano solo una zavorra anche per la visibilità sociale dei vecchi militanti incarcerati, sostenuti da una parte della società civile che ne chiede da tempo la scarcerazione. Solo in Italia il passato divora il futuro e si nutre di vendette senza fine. Come è accaduto per Rita Algranati estradata nel 2004 per scontare l’ ergastolo.

Marina Petrella ricoverata in ospedale ma sempre agli arresti

Vince (per ora) il “falco” Rachida Dati. Il ministro della giustizia francese fa resistenza.
Disposto il ricovero in clinica di Marina Petrella a causa delle sue gravi condizioni di salute,
ma sempre agli arresti

Paolo Persichetti

Liberazione 24 luglio 2008


Di fronte all’aggravamento delle condizioni di salute di Marina Petrella, l’ex brigatista su cui pende un decreto di estradizione verso l’Italia, il governo francese ha deciso ieri il suo trasferimento in extremis presso l’ospedale Saint-Anne di Parigi. vendredi_28_mars_2
Alla fine della scorsa settimana i medici che l’avevano in cura nel centro clinico del carcere di Fresnes hanno denunciato la presenza di rischi per la sua vita, ormai ridotta a pesare soltanto 39 chili e nutrita per via indovenosa.
Nel primo pomeriggio erano circolate voci anche su una sua contemporanea scarcerazione, richiesta – a quanto sembrava da fonti ufficiose – dallo stesso Sarkozy nel corso del consiglio dei ministri tenutosi nella mattinata. Ma alla fine della giornata gli uffici del ministero della Giustizia ribadivano il suo stato detentivo. Il professor Rouillon, primario del servizio medico che ha accolto l’esule italiana, aveva offerto la propria disponibilità a curarla solo a patto di una sua scarcerazione.

Ora non è molto chiaro cosa accadrà. Tutte le perizie mediche concordano, infatti, sulla presenza di una sua incompatibilità con il perdurare dello stato detentivo. Il ricovero in ospedale della Petrella suona in ogni caso come una bruciante smentita per i falchi del governo, rappresentati dalla guardasigilli Rachida Dati che solo il giorno prima aveva ribadito la “linea della fermezza”, sostenendo che la rifugiata non sarebbe stata trasferita in una struttura ospedaliera esterna perché in carcere era «curata bene e il suo pronostico vitale non è a rischio». Il ricovero in un «ambiente non carcerario», richiesto con insistenza dai medici curanti, è probabilmente una scelta di compromesso tra le diverse sensibilità presenti nell’esecutivo che in questo modo tenta di guadagnare tempo. Intanto però cresce la pressione pubblica in favore della scarcerazione della rifugiata. Dopo una lunga serie di prese di posizione della stampa “femminile” con tirature altissime ( Elle, Marieclaire e altre), anche l’associazione delle “assistenti sociali” (lavoro svolto dalla Petrella nel comune di Argenteuil) si è pronunciata contro la sua estradizione. L’opinione pubblica francese non capisce come il presidente della repubblica possa aver offerto asilo politico a esponenti delle Farc (movimento guerrigliero colombiano in attività) e poi voglia spedire all’ergastolo un’ex militante per fatti di 30 anni prima.
Questo timido passo in avanti, come la lettera al presidente Berlusconi, rafforza la sensazione che stia emergendo in qualche modo un diverso atteggiamento da parte del presidente Sarkozy, che da ministro degli Interni e candidato alle presidenziali aveva fatto dello smantellamento della dottrina Mitterrand uno dei suoi cavalli di battaglia. Ormai consolidato nel suo ruolo di presidente della repubblica diventa sempre più difficile dover gestire le reiterate richieste d’estradizione provenienti dall’Italia, di fronte alla trentennale distanza che separa i fatti contestati dall’esecuzione di pene sovradimensionate. La vera anomalia è la persistente volontà di cui fa mostra lo Stato italiano di non chiudere politicamente la vicenda degli anni 70 come solitamente accade alla fine di ogni aspro conflitto sociale.

La veritable impunité c’est le repentir, c’est à dire l’impunitè d’Etat!

Paolo Persichetti: La justice italienne ne sera pas tendre avec Marina Petrella

par Maguy Day
Mediapart
17 luglio 2008

Premier réfugié italien à être extradé en 2002 après onze ans passés en France en toute légalité, Paolo Persichetti, ancien militant de l’Union des communistes combattants (Udcc), était enseignant en sciences politiques à Paris VIII quand il fut enlevé et extradé en 2002, sur décision du gouvernement Raffarin, au mépris de la parole donnée au nom de la France par François Mitterrand puis par Lionel Jospin depuis le milieu des années 1980.

Que pensez-vous des déclarations de Nicolas Sarkozy selon lequel «dans le droit italien, et le droit ça compte, pour avoir le droit au pardon et à la grâce il faut se repentir, que Mme Petrella réfléchisse à ça» (Propos de Nicolas Sarkozy à Strasbourg le 10 juillet 2008)?
Je m’étonne qu’un pays comme la France si attaché à la laïcité, et qui a légiféré sur les signes religieux ostentatoires dans l’espace scolaire, utilise, par la voix de son président, le terme de pardon, à connotation éthico-religieuse. Une notion qui devrait rester confinée au domaine privé et au for intérieur de chaque individu. Quant aux termes «demande de pardon», «expression de regrets» ou encore «repentir» en Italie, ils ont acquis un sens et une portée particulière qu’il est important d’expliciter. Dans la loi italienne, le «ravvedimento», synonyme de «repenti», est prévu uniquement en cas de liberté conditionnelle. Il n’est pas requis pour les autres mesures d’aménagement des peines telles que les permissions, la semi-liberté ou les remises de peines. De toute façon, et uniquement en cas de libération conditionnelle, les juges cherchent à établir s’il y a eu un parcours de «rééducation du passé déviant» avec absence de dangerosité sociale. Ainsi ce type de «repentir» n’entre même pas en ligne de compte pour la concession d’une grâce. Selon une jurisprudence de la cour de
cassation, le «pardon» ne doit en aucun cas être une posture psychologique ou idéologique du condamné. Il est en revanche lié à son comportement durant l’exécution de sa peine dans la mesure où il fournit la preuve d’une critique de ces choix de vie passés. Le «repentir» et le «pardon» renvoient dans les religions monothéistes à de longs processus de «contrition» personnelle. La transformation de cette pratique en «marché des indulgences» et des «péchés de simonie» fut un des thèmes théologiques qui provoquèrent la réforme de Martin Luther au XVe siècle. Or l’Italie comme la France semblent vouloir suivre cette voie. Pourtant, le droit moderne est issu d’une nette séparation entre responsabilité et culpabilité. Il s’attache à des comportement factuels externes, mesurables et vérifiables par tous, comme celui de Marina Petrella ces 27 dernières années.
Et surtout, désormais en Italie, le terme «repenti» a pris une tout autre signification après l’élaboration des lois spéciales en 1979, usurpant celle jusqu’alors utilisée. En 1979, un mécanisme de réduction de peine expressément lié à une collaboration procédurale est apparu dans le système pénal italien, appelé «collaboration judiciaire» qui est en fait une «acquisition d’impunité». Cet accord permet à un homme de se transformer en délateur rejetant la responsabilité pénale sur d’autres qu’il accuse et qui eux refusent ce marché. Il est arrivé à de multiples reprises que des prisonniers ou des réfugiés italiens expriment leurs condoléances pour la souffrance infligée, sans pour autant accepter un tel marchandage. Leurs postures restent incomprises, alors que se multiplient ces «collaborations» pénales. De plus, au lendemain de la décision de Bolzaneto [suite aux événements du sommet du G8 à Gênes en 2001], qui entérine l’impunité de l’Etat vis-à-vis de la torture, un délit qui n’existe pas en Italie, il devient difficile de discuter de la question de la douleur, si pour un camp elle n’est pas reconnue.

Premier réfugié italien extradé en 2002 par le gouvernement français, vous bénéficiez aujourd’hui d’un régime de semi-liberté. Marina Petrella pourrait-elle en bénéficier si la France persiste dans sa volonté de l’extrader ?
Pas du tout. D’abord parce que Marina qui a déjà passé huit ans derrière les barreaux en Italie et onze mois en France s’est vu
refuser une confusion des peines. Donc, une fois en Italie, elle devra recommencer sa peine depuis le commencement jusqu’à
perpétuité. De zéro à l’infini. Selon les lois en vigueur et puisqu’elle a été condamnée à la perpétuité, elle devra attendre dix
ans avant d’envisager de déposer une demande de permission de 45 jours par an. Habituellement, elles sont accordées quelques années après, soit vers la quinzième année. Le régime de semiliberté ne peut être demandé qu’après la vingtième année. Pour cette femme de 54 ans, mère de deux enfants, c’est pratiquement une condamnation à mort.
Sans compter que le président de la commission justice au sénat, Filippo Berselli, du parti alliance nationale (ex-fascistes) a
déposé un projet de loi, discuté en septembre 2008, qui prévoit la fin des aménagements de peine et en particulier pour les condamnés à perpétuité. Le régime de semi-liberté et celui de la libération conditionnelle, qui peut être demandée après 26 ans derrière les barreaux, risquent d’être supprimés. Marina Petrella ne pourra alors bénéficier des remises de peines qui ont été concédées dans les années 1990 aux autres prisonniers politiques, en lieu et place de l’amnistie.

En quoi consiste votre quotidien depuis votre récente mise en semi-liberté ?
C’est une vie normée par les interdits. Les rencontres, la vie sociale, les trajets sont circonscrits. C’est une vie chronométrée. Je quitte la prison à 7h00 du matin pour y retourner à 22h30. Entre les deux, je dois être à mon domicile pendant certaines tranches horaires. Puis je dois me rendre sur mon lieu de travail et ne pas m’en éloigner. Je me déplace avec mes livres, mes documents qui, d’ailleurs, m’ont été volés hier dans le coffre de mon scooter. Mais au moins je ne suis pas rongé par l’inactivité forcée, l’oisiveté intellectuelle et physique incontournables dans le système carcéral.

Que cachent ces procédures d’extradition relancées entre l’Italie et la France ?
Après l’attentat mortel contre Marco Biagi, conseiller du gouvernement italien tué en mars 2002 par un nouveau groupuscule reprenant le vieux logo des Brigades rouges-Pcc, les autorités italiennes étaient à la recherche d’un coupable. Plus tard, au printemps 2003, les pièces de la commission rogatoire internationale, demandée par la justice italienne et réalisée par la division nationale anti-terroriste (Dnat) sous la direction du juge Bruguière, ont montré qu’à l’été 2002 la magistrature de Bologne et l’antiterrorisme italien ont sollicité les autorités françaises afin qu’elle me repère et m’arrête dans le cadre de l’enquête Biagi et non pas pour le vieux décret d’extradition. Finalement, l’extradition ne portait pas sur les faits de 1987 pour
lesquels j’avais été acquitté une première fois en 1989, et puis condamné en appel à 22 ans et 6 mois. Ces faits-là étaient partiellement prescrits. Et comme le précisait le décret signé par le premier ministre Edouard Balladur en septembre 1994, l’extradition était engagée «pourvu que les condamnations ne soient pas prescrites». Manifestement le décret n’était plus valable. Pour m’extrader il fallait faire une nouvelle demande d’extradition pour la seule peine qui était encore en vigueur… Ils ont préféré régler l’affaire autrement… sous le tunnel du Mont-Blanc où j’ai été livré comme un colis. A en croire les autorités italiennes, les attentats de 1999 et 2002 étaient le résultat de l’action déstabilisatrice des exilés parisiens qui, sous couvert de la doctrine Mitterrand, auraient installé un véritable sanctuaire de la lutte armée dans la capitale française. Le montage était politiquement bien soigné puisque l’attaque portait contre deux personnages connus pour s’engager pour une amnistie des réfugiés italiens : Oreste Scalzone et moi-même. En effet, avec l’exportation de l’enquête Biagi en France, l’Italie pouvait finalement régler ses comptes avec la doctrine Mitterrand et les tenants de l’amnistie. Le paradoxe de toute l’affaire, c’est que ni Scalzone ni moi-même n’avons fait partie des Brigades rouges-Pcc. On nous a collé une identité politique qui ne nous appartenait pas. L’enquête à mon encontre concernant Biagi a été classée en novembre 2004 par un non-lieu prononcé car «l’hypothèse même de l’accusation n’avait pas de fondement». Cela n’a de facto rien changé à mon parcours pénitencier bien compromis par une rentrée en Italie marquée par une accusation très lourde pour les faits des années 80. J’ai obtenu un régime de semi-liberté non pas à la moitié mais presque aux deux tiers de la peine. Ce qui est encore plus grave, ce sont les motivations des rejets qui, pendant quatre ans, ont marqué mes demandes. A plusieurs reprises le juge d’application des peines (Jap) s’en est pris à mon livre Exil et châtiment dans lequel je racontais les dessous de l’extradition et contre mes articles publiés dans la presse, remettant en question mon droit de libre parole et ma liberté de pensée. Les mêmes sujets qui, en France, m’avaient permis d’accéder au doctorat et d’enseigner à l’Université avaient pour le Jap italien un contenu criminel très dangereux. Mes liens avec les professeurs de Paris VIII étaient considérés comme la preuve de «contacts avec des milieux influents» qui auraient pu me soutenir dans la fuite. Seul mon transfert à Rome et le changement de Jap m’a permis en janvier 2008 de sortir une première fois en permission et le 31 mai 2008 d’être remis en semi-liberté.

Qu’est-ce que l’Italie a retenu de ces «années de plomb»?
Je ne voudrais pas donner l’impression de me soustraire à l’attention et au respect que demandent les familles endeuillées à la suite d’actions politiques réalisées par des groupes de la gauche révolutionnaire dans les années 1970. Mais alors que chaque camp pleure ses morts, on assiste aujourd’hui à une victimisation sélective. De 1945 à 1969, près de 200 manifestants, grévistes, occupants de terres ou d’usines, étudiants, ouvriers ou paysans ont été tués par les forces de police dans des opérations de rétablissement de l’ordre public. Ces crimes restent impunis à ce jour. Ce n’est pas pour rien que le parti communiste italien demandait alors le désarmement des forces de police en charge des manifestations publiques. La violence politique a été une pratique de l’Etat italien qui a contribué à structurer le conflit socio-politique. Elle n’a pas été introduite par la gauche. A partir de 1969, et pendant une décennie, les attentats néofascistes sur les places, dans les gares et les trains ont fait des centaines de morts. Il a été démontré que les services secrets italiens et les néofascistes étaient impliqués. Et là encore, ces crimes sont restent en grande majorité impunis. Le premier homicide politique de gauche du commissaire Calabresi a eu lieu en 1972. Et c’est seulement en 1976 que les Brigades rouges ont choisi de passer à ce type de stratégie. Il faut avoir à l’esprit ce climat pour comprendre et expliquer la violence politique de la gauche italienne et des militants qui ont hérité du poids de tous ces morts. Ce contexte est aujourd’hui totalement oublié et on tend à décrier ces années comme une crise de violence folle et aveugle provenant de la seule extrême gauche. De plus, durant cette période, la répression pénale a atteint des records. Entre 1970 et 1989, si l’on additionne les peines de prisons infligées pour des faits liés à la violence politique, on atteint 50.000 années. La génération qui avait 20 ans dans les années 1970-80 est la plus sanctionnée de l’histoire de l’Italie depuis l’unification de l’Etat en 1861. Dans le camp de la gauche, 4.087 militants ont été condamnés pour «des actes liés à des tentatives de subversion de l’ordre constitutionnel», appartenance à des «as- sociations subversives» ou pour «constitution de bandes armées». Sur les 1.337 personnes condamnées appartenant à la «famille» des Brigades rouges, en activité pendant 18 ans, 70% des inculpés étaient des ouvriers, des employés du tertiaire ou des étudiants. Comme le montrent les chiffres, une bonne partie des inculpés sont des militants originaires des villes du Sud qui au lendemain de la guerre sont venus travailler dans les centres industriels du triangle Turin, Milan, Gênes. Cette vague de migration, qui se prolonge jusqu’au début des années 1970, donne naissance à un nouveau type d’ouvriers, très radicalisés (ainsi durant «l’automne chaud» de 1969 et les événements de 1972-1973), et plus tard à une constellation de jeunes «enragés», issus du prolétariat des banlieues, qui accèdent en masse à l’instruction supérieure après 1968.

D’autres pays ont-ils accueilli des réfugiés italiens? Ont-ils pratiqué des extraditions?
En effet, mis à part la France, le Brésil, le Nicaragua, l’Argentine, la Grece et le Canada ont également accueilli des militants d’extrême gauche. Seule l’Algérie a livré à la justice italienne les deux militants de gauche qui se trouvaient sur son territoire. Ceux d’extrême droite ont été accueillis par la Grande-Bretagne, avec une forme équivalente de la doctrine Mitterrand qu’on pourrait appeler la «doctrine Thatcher». Les autorités judiciaires et politiques britanniques ont refusé d’extrader ces militants, appliquant la même politique tenue par la France durant la même période, mais cela n’a pas provoqué de débat ou polémique, que ce soit en Italie ou en Europe. Une fois les condamnations prescrites, ces hommes sont rentrés en Italie. Le Liban, le Japon, l’Espagne de Franco puis l’Espagne démocratique et les dictatures sud-américaines ont également accueilli plusieurs de ces militants. Et le leader d’extrême droite, Roberto Fiore, de Forza nuova, est même député au parlement européen.

Una storia politica dell’amnistia

Libri – Une histoire politique de l’amnistie, a cura di Sophie Wahnich Puf, Parigi, aprile 2007, 263 pp, 24 euro

Paolo Persichetti
Liberazione
Sabato 25 agosto 2007

Solo pochi decenni fa l’amnistia era considerata ancora una parola di sinistra. Nata con la democrazia ateniese, era parte del repertorio delle forze che si dicevano democratiche. Fin dalle origini aveva animato le battaglie di libertà del movimento operaio. Convogliava un’idea di società tollerante e progressiva, conteneva una domanda di giustizia moderatrice consapevole dell’importanza che il ricorso a strumenti di correzione politica della fermezza penale, ispirati a quella mitezza tratta dalle vecchie massime latine che richiamano prudenza ed equità nell’applicazione della legge, svolgeva una funzione riparatrice delle ingiustizie. 41jpad5dx5l_ss500_Ma alla fine del Novecento una drastica inversione di tendenza sospinge paesi e società civili occidentali a ripudiare questo strumento di soluzione dei conflitti. Ciò non è vero ovunque, basti pensare alla Gran Bretagna di Blair che, nell’ambito del processo di soluzione politica della questione nord-irlandese, ha amnistiato tutti i militanti coinvolti negli scontri armati. Anche se l’esperienza più innovatrice viene dal Sud Africa di Mandela che, ispirandosi ai principi della giustizia ricostruttiva, ha scartato la via penale tradizionale per istituire un criterio d’accertamento dei fatti in cambio di clemenza e risarcimento pubblico delle vittime. Operazione che però ha messo sullo steso piano la violenza istituzionale che appoggiava il sistema segregazionista e quella antistituzionale che lottava in armi contro l’apartheid. Ipotesi che terrorizzerebbe qualsiasi esponente, passato e presente, dello Stato italiano chiamato a dover rispondere delle stragi della strategia della tensione e delle centinaia di morti che hanno insanguinato la gestione dell’ordine pubblico nei primi decenni della repubblica, quando nessuno a Sinistra aveva ancora scelto la via della violenza. Tuttavia queste due esperienze restano episodi minoritari rispetto ad un diritto penale internazionale sempre più ostile alle istituzioni della clemenza. Proprio dal tentativo di trovare una risposta a questo discredito parte l’opera collettanea curata da Sophie Wahnich, storica e ricercatrice del Cnrs, Une histoire politique de l’amnistie. Il volume, frutto di una ricerca multidisciplinare avviata nel 2003 e condotta su scala comparativa tra diversi paesi europei, poggia sulla convinzione che ormai, date le interdipendenze, una soluzione amnistiale per le insorgenze politiche degli anni 70-80 possa essere trovata unicamente coinvolgendo i livelli istituzionali dell’Unione europea, attraverso nuove forme di clemenza sopranazionale. Storicamente le amnistie sono state sempre accompagnate da dispositivi di riscrittura della storia, spesso opposti tra loro: far dimenticare, accertare la verità o renderla illeggibile. Molto diversa è poi la natura delle clemenze che sanciscono forme d’impunità preventiva, tipiche dei poteri costituiti, come accaduto per le dittature militari sudamericane o per i colpi di spugna sui reati economico-finanziari. In questo caso l’amnistia ha aiutato l’oscuramento dei fatti. Altro significato hanno invece le clemenze che temperano, dopo decenni di carcere, le dure repressioni contro gli oppositori politici, ripristinando quando ormai gli eventi sono ampiamente accertati una situazione di normalità giudiziaria stravolta dalle misure d’eccezione. Ma tutte queste distinzioni scompaiono di fronte all’attuale tendenza a voler confondere qualunque amnistia con l’impunità. È questo l’atteggiamento tenuto in Italia da un ceto politico che ha tutto l’interesse a far dimenticare le proprie ascendenze riversando sui reprobi degli anni 70 le pagine più ingombranti del proprio Novecento. Una rimozione che impedendo la chiusura del decennio 70 riemerge continuamente sotto forma di spettri che agitano fobie, polemiche, grottesche imitazioni del passato, ciniche speculazioni delle agenzie repressive, col risultato di avvelenare lo spazio pubblico. Ma la regressione della clemenza ha altre ragioni ancora più strutturali che investono la mutazione dei sistemi politici occidentali insieme all’emergere impetuoso del paradigma vittimario. Le democrazie occidentali sono ben lontane dal costituire degli esempi di superamento dell’inimicizia politica. E ciò, anche in ragione di un’ideologia umanitaria che attorno al «criterio dell’inerme» ha perso ogni capacità di discernimento tra i crimini di lesa umanità universalmente riconosciuti, come tortura, schiavitù, genocidio, misfatti coloniali, o quell’orrorismo di cui ha recentemente scritto Adriana Cavarero (Feltrinelli 2007), e le infrazioni commesse da chi ha esercitato il diritto di resistenza. In realtà chi dice umanità vuole ingannare, metteva in guardia Proudhon. Il diritto penale umanitario (tragico ossimoro) è divenuto lo strumento di distinzione tra bene e male, tra barbaro e civilizzato, favorendo l’emergere di assoluti etico-morali che depoliticizzano e destoricizzano sistematicamente gli eventi, fino a smarrire la differenza che passa tra l’illegalità degli oppressi e quella dei poteri costituiti. Non stupisce allora che la retorica umanitaria sia diventata la nuova arma ideologica con la quale gli Stati hanno moltiplicato guerre e spogliato della loro veste politica le infrazioni commesse da chi si organizza contro l’oppressione, relegandole a mera fattispecie criminale. Ma non tutti gli assoluti servono per essere rispettati, così nulla impedisce di scendere a patti con i tagliatori di teste Talebani, o chi pratica lo sterminio suicida come Hamas, mentre era assolutamente vietato negoziare con le Br. In questo caso il criterio non è più l’umano e l’inumano ma l’omologia tra le entità statali costituite dell’Occidente e quelle in formazione degli islamisti, radicalmente opposte al demone della rivoluzione sociale. Ciò rende più comprensibile anche quel grande stupro di senso che ha portato ad accomunare in un’unica giornata, non certo per ragioni di pietas, il ricordo delle vittime delle stragi di Stato e quelle della lotta armata. Resta da capire dove collocare i morti ammazzati come Pinelli o le centinaia di manifestanti falciati, dal 1946 fino a Carlo Giuliani, dalle forze dell’ordine. Vicende storiche opposte e inconciliabili sono riassunte in un unico paradigma che nulla c’entra col dolore ma assolve unicamente il potere. Altro che ricerca della verità e tentativo di riconciliazione. Il Sud Africa è lontano e le vittime delle stragi muoiono una seconda volta. L’uso strumentale della figura della vittima è uno dei passaggi centrali di questo processo, a cui è dedicato un intero capitolo nel quale si spiega che il diritto alla riparazione simbolica dell’offeso è lentamente scivolato verso un potere di punire quantificato in base alla natura e all’entità della pena da infliggere e al riconoscimento di una capacità d’interdizione e ostracismo perpetuo sul corpo del reo. Questo processo di privatizzazione della giustizia trae la sua origine dalla convinzione che la liturgia del processo penale possa svolgere una funzione terapeutica. Il sistema giudiziario perde il suo ruolo di ricerca delle responsabilità per rivestire la funzione di riparazione psicologica della persona offesa. Una svolta culturale cui sembra aver contribuito la nozione di «stress post-traumatico» introdotta dalla psicologia clinica anglosassone dopo la guerra del Vietnam. Ma può un eventuale sentimento d’ingiustizia considerarsi una «ferita psicologica» sanabile per il mezzo di una condanna penale? In questa prospettiva la ricerca della verità giudiziaria non offre scampo. Essendo un momento necessario all’elaborazione del lutto, la dichiarazione di colpevolezza e l’ostracismo perpetuo restano l’unica soluzione accettabile perché il proscioglimento o la reintegrazione civile dell’accusato ostacolerebbe la guarigione mentale della vittima. L’uso strumentale della retorica vittimistica ha così legittimato il capovolgimento dell’onere della prova, il passaggio alla presunzione di colpevolezza, l’aggravamento delle sanzioni, la limitazione dei diritti dell’accusato e l’immoralità delle amnistie, fino al paradossale esercizio di un’etica selettiva che perde improvvisamente tutta la sua intransigenza di fronte a quella ragion di Stato che premia pentiti e dissociati.

Il Merlo, il Dissociato e il Fuoriuscito

Basta con il livore verso i fuoriusciti è ora di fare la storia degli anni 70

Paolo Persichetti
Liberazione
, venerdì 2 febbraio 2007

Apparso anche su www.carmillaonline.com

Francesco Merlo, su la Repubblica del 18 gennaio, scrive peste e corna dei fuoriusciti riparati in Francia. Li raffigura simili ad 19-il-merlo-e-il-dissociato-jpg un circo Barnum e, come in un mattinale della questura, s’inventa pure un fantomatico dibattito tra ‘uscisti’ ed ‘entristi’ della lotta armata. Soprattutto prende di petto Oreste Scalzone, che dopo trent’anni ha avuto reati e condanna prescritti. Il suo è un minestrone di parole che ammucchiano colore, gossip, dicerie, fandonie, pregiudizi. Ce l’ha persino col loro modo di parlare. L’argot inevitabile d’ogni migrante che ha dovuto apprendere la nuova lingua per necessità. Ma poi aggiunge che alcuni tra loro pubblicano libri, fanno ricerca universitaria, aprono librerie e negozietti, senza rendersi conto della contraddizione. Ha da ridire anche sul fatto che non vestono Prada e si meraviglia di come si possa campare ventisei anni di espedienti, cioè di precariato. Domanda interessante, questa, che dovrebbe rivolgere ai cantori nostrani della deregolamentazione del mercato del lavoro.

images9Chi vede Parigi dagli appartamenti dei grandi boulevards, e guadagna con un solo articolo il corrispettivo di quattro stipendi da operaio e otto da precario nei call center, è preso d’angoscia di fronte ad una simile prospettiva e percepisce i marciapiedi delle città, il caldo maleodorante del suo reticolo sotterraneo di vie ferrate, come un’insidia dura e ingenerosa. Dante parlava dell’esilio con parole molto amare: «tu lascerai ogni cosa diletta/ […] Tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle/ lo scendere e ’l salir per l’altrui scale». Sarà che ognuno fa le sue esperienze, saranno le diavolerie della tecnologia, ma a Parigi ci sono tanti ascensori e infinite scale mobili e poi ad esser salato è il burro, non il pane. Insomma, se la città la vivi dai sottotetti dei quartieri popolari e multietnici, quella durezza diventa generosità, solidarietà, complicità naturale, intreccio di vite che arrivano da mille angoli del pianeta, ognuna con la sua valigia di storie. Scalzone, e altri come lui, tutto questo l’hanno vissuto sempre al presente, senza nostalgie, senza rimpianti e con le radici che ormai crescevano all’insù.

Sarà forse solo una lontana parentela, ma le parole di Merlo ricordano quelle di un giornale pubblicato a Parigi con le finanze dell’Ovra, la famigerata polizia politica di Mussolini. Era rivolto alla folta comunità di emigranti italiani e s’intitolava, guarda caso, il Merlo. La sua ragion d’essere era la calunnia quotidiana dei fuoriusciti antifascisti. copj13-1Immorale è il viaggio quando si rimane stranieri, ha scritto tempo fa Claudio Magris. E stranieri i fuoriusciti non lo sono mai stati. La nostalgia è stata quella degli altri, come racconta Milan Kundera, anche lui un tempo esiliato. Nóstos e Àlgos sono parole greche che indicano «ritorno» e «sofferenza». Nostalgia è dunque la tristezza che provoca l’impossibilità di tornare. Ma in altre lingue l’etimologia è diversa e trae origine dal latino ignorare. In questo caso, la nostalgia si esprime come «sofferenza per l’ignoranza» di non sapere quel che accade lontano da noi. Ma Scalzone, in tutti questi anni, non ha avuto il tempo di rimpiangere e ignorare proprio nulla, come Ulisse nell’alcova di Calipso. Coinvolto tra mille incontri e scoperte in tutte le battaglie della nuova modernità liquida, come la chiama Zygmunt Bauman: migranti, senza tetto, giovani delle banlieues, precari, altermondialisti, scioperi come quello generale del ’95, mentre a casa sua facevano tappa musicisti, poeti, teatranti e giramondo, scappati e scampati da magistrature, eserciti e polizie di mezzo mondo, compreso qualche fascista gravemente ammalato e un democristiano ricercato. Per farsi aprire bastava esibire come passaporto un mandato di cattura. copj13I nostalgici sono rimasti in Italia, alcuni perché hanno fatto degli anni ’70 l’oggetto del loro incarognito risentimento, come Sergio Segio. Uno che si racconta avvinto da un ineluttabile destino. «Non c’è salvezza possibile per chi ha sognato di cambiare il mondo», scrive in un libro dove inanella una serie impressionante di goffe citazioni scapigliate, iscrivendosi nel «novero dei destinati alla sconfitta che non scelgono l’esilio ma di andare fino in fondo, pagando quel che bisogna pagare al sogno a lungo coltivato». Convinzione che lo porta a rivendicare una sorta di primazìa etica: l’aver prima commesso l’errore giusto ed in seguito aver ripudiato nel modo più giusto la giustezza dell’errore passato. Prova d’eccellenza assoluta, che giustificherebbe il suo irrefrenabile desiderio d’accedere allo status di persona non comune che un tempo si diceva persino comunista.

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Vittoriale

Immerso nella recita di uno stucchevole copione dannunziano, raffigura se stesso avvolto in un’atmosfera d’estetismo combattente: «anima capace di tenerezza», che sceglie «di morire non nella lenta emorragia della vita ma di fretta, senza risparmio, come candele accese dai due lati, non per malattia del corpo ma per quella della coerenza, per un’inguaribile infezione dell’anima». Poeta armato, novello Sturm und Drang, sognatore impaziente, adepto del carpe diem, declama: «i nostri attimi sono eterni e ci ripagano di tutto». Fiore appassito più che fiore del male, maledetto mancato ma redento riuscito, anche se con parole che indulgono sempre al calibro ben oliato e al rimirar la poesia del gesto, la metrica dell’intenzione che conduce ad un eroico «andar incontro alla bella morte». Quella altrui, ovviamente.
Una prosa a metà tra l’imitazione di Marinetti e quella del Vittoriale, senza risparmiarci il lieto fine hollywoodiano che condanna l’infausto protagonista a vivere finalmente ravveduto e contento, e che – per dirla con Jim Thompson in Colpo di spugnadi fronte allo specchio della propria vita non può fare a meno di sputare ogni mattino sulla faccia di quel che è stato lo scaracchio di ciò che è diventato. L’esperienza dei fuoriusciti copj13-21rappresenta da oltre vent’anni un’anticipazione del possibile, ciò che avrebbe potuto essere il futuro italiano se fosse stata varata una soluzione politica per gli anni ’70. Una smentita cocente per gli imprenditori dell’emergenza, un esempio da cancellare con ferocia e motivo d’incontenibile livore per chi tra dissociazioni e pentimenti, in cambio di laute ricompense premiali, non perde occasione di salire in cattedra e recitare l’autocritica degli altri.
A Sinistra, come a Destra, molti scimmiottano il riformismo blairiano. Ma il primo ministro inglese si è sporcato le mani con il conflitto irlandese, ha negoziato con l’Ira, ha liberato tutti i prigionieri politici, anche con reati di sangue, e stabilito tappe di un processo politico che ha condotto alla fine del conflitto. In Italia, invece, la sua tanto decantata strategia viene imitata solo per liberalizzazioni e privatizzazioni. Siamo l’unico paese in Europa in cui il ciclo politico della lotta armata è stato chiuso vent’anni fa con un atto unilaterale dei suoi militanti. Siamo gli unici ad avere ancora un centinaio di fuoriusciti e prigionieri politici ormai prossimi ai trenta anni di carcere. Siamo gli unici a selezionare le vittime: Calabresi sì, Pinelli no.
Guardare al rientro di Scalzone come all’ennesima occasione possibile per voltare pagina non sarebbe forse più utile e intelligente? Domanda superflua in un paese che ha seppellito i fatti sociali degli anni ’70 sotto la memoria penale, mentre le stragi, da quelle nazi-fasciste a quelle che hanno tentato di fermare i movimenti, rimangono impunite, senza verità, chiuse in un armadio con le ante rivolte verso il muro. In Italia i passati rivoluzionari non possono diventare Storia. Per questo l’unico futuro che riesce ad affacciarsi all’orizzonte sembra avere il colore plumbeo della colpa. Selettiva, naturalmente.

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Kafka e il magistrato di sorveglianza di Viterbo

Libertà di pensiero e benefici carcerari

Paolo Persichetti
2 ottobre 2006

Per giustificare l’ennesimo rifiuto di concedermi un permesso, il magistrato di sorveglianza di Viterbo ha censurato il contenuto di alcune mie pubblicazioni (un libro e degli articoli, in prevalenza recensioni), poiché vi ha individuato – scrive il giudice – un atteggiamento «che si concepisce come controparte rispetto a tutte le istituzioni pubbliche, accusate di scrivere la storia da vincitori assumendo atteggiamenti vendicativi attraverso “le relazioni delle commissioni parlamentari”, le “sentenze della magistratura” ecc. (pag. 43 del volume Esilio e Castigo, edizioni La Città del Sole)». Ciò dimostrerebbe, sempre a suo avviso, «Il perdurante disprezzo delle istituzioni dello Stato di diritto» che «seppur praticato con “una maturità che gli consente di esporre le proprie idee in modo da rispettare le regole sociali” (come correttamente rilevato nella relazione di sintesi), non si concilia con la condivisione dei valori fondanti del sistema giuridico-democratico italiano».
Ora tralasciamo quella dose di libertà omeopatica che mi è stata negata. Benché sia già da oltre tre anni nei termini legali per avervi diritto, non è di questo che voglio lamentarmi. Il problema è un altro. Gli argomenti sollevati oltrepassano la mia vicenda personale e investono modi di pensare che riguardano molti cittadini italiani, militanti, compagni del movimento, persino gli attuali parlamentari e ministri di Rifondazione, chiunque abbia voglia di pensare con la propria testa.

Una premessa: nel dicembre 1989, dopo due anni e mezzo di detenzione cautelare, sono stato condannato per participazione a “banda armata” (Br-Udcc), ma contemporaneamente assolto dal concorso nell’attentato contro il generale Giorgieri, e scarcerato per decorrenza dei termini di custodia. Nel febbraio 1991, il verdetto venne capovolto senza che venissero forniti elementi d’accusa nuovi, anzi con la sottrazione dei vecchi. Ho sempre contestato l’addebito, portando a mio sostegno testimoni accolti dai giudici della corte d’assise. Non cambierò atteggiamento oggi solo perché un magistrato di sorveglianza, abusando della sua funzione, modifica il codice di procedura e si autoproclama quarto grado di giudizio con l’intento di propormi uno scambio indecente: offrirmi briciole di libertà in cambio di una ammissione che finalmente legittimi con prove mai trovate la condanna emessa quindici anni prima.

Vengo al punto: il magistrato stigmatizza i passaggi di un mio libro (Esilio e castigo. Restroscena di una estradizione, La città del sole 2005) nel quale si affrontano alcuni controversi aspetti del dibattito storiografico sugli anni 70. Come ci hanno insegnato gli antichi Greci, la storia può (anzi deve) essere raccontata anche dai vinti, i quali in genere la scrivono meglio dei vincitori, come hanno dimostrato a quei Romani che – ricordava Orazio – vittoriosi con la spada furono conquistati dall’ingegno («Graecia capta ferum victorem cepi»). È possibile – come suggeriva Benjamin – fare storia dal punto di vista degli oppressi tenendo presente quel che notava Foucault: «I vinti della storia sono per definizione quelli a cui è stata tolta la parola»?
Mi è capitato così di criticare la costruzione del racconto storico contemporaneo sia nel libro come in altri scritti, alcuni dei quali addirittura precedenti la mia estradizione e risalenti al periodo in cui faveco ricerca nell’università di Parigi 8. Citavo, come esempio, i lavori condotti in ripetute legislature dalla commissione parlamentare sul caso Moro e sul terrorismo, distintasi essenzialmente per aver diffuso le cosiddette «teorie del complotto», ovvero una visione dietrologica delle vicende del decennio 70-80 estesa volentieri all’intera storia repubblicana con categorie quali «doppio Stato», «Stato parallelo», «poteri invisibili» eccetera.
Rilievi, oggi per fortuna condivisi da un nuovo indirizzo storiografico “revisionista” presente sia in campo liberale che neomarxista. Il tema non si esaurisce qui, ma solleva anche importanti riflessioni sul rapporto tra costruzione del racconto storico e diffusione di verità politiche declinate a voti di maggioranza.
Oltre a ciò, osservavo l’emergere di nuove figure della narrazione storica, tra cui appunto la magistratura. Fenomeno recente e che si iscrive in un più vasto processo di giudiziarizzazione che non risparmia nemmeno le scienze sociali: querelles negazioniste rinviate di fronte ai tribunali, convocazione di accademici in corte d’assise, come è avvenuto nel corso dei processi Papon e Touvier in Francia. Vicende che hanno aperto Oltralpe un vivace dibattito e prodotto un’importante pubblicistica. In Italia, invece, silenzio assoluto. Ma noi, storiograficamente parlando, siamo una terra di periferia devastata da decenni di dietrologia.
Certo, non pretendo che un magistrato abbia cognizione di tutto ciò, ma proprio questa ragione avrebbe dovuto consigliare alla dottoressa Carpitella una condotta ispirata ad una maggiore prudenza di giudizio, soprattutto alla scelta di altri argomenti. Invece, sono stato rimproverato di aver fatto apparire le istituzioni una «controparte». Attenzione: non «un nemico», ma semplicemente «una controparte». Così è scritto nell’ordinanza.
Ora, la presenza di controparti è un elemento strutturante del pluralismo democratico nei suoi risvolti politici, sociali, culturali, economici. Tralasciamo poi quello che è il funzionamento della società di mercato: non c’è mercato senza controparti che si incontrano e affrontano eccetera. Altrimenti qualsiasi organizzazione sindacale o corporazione che intavoli una vertenza con lo Stato dovrebbe incorrere nei rigori dell’emergenza antiterrorismo e vedersi etichettata come pericolosa socialmente. I tassisti concepiscono il governo, che vuol liberalizzare il mercato del trasporto privato, come controparte; per non dimenticare la stessa magistratura che, con il suo organo di maggiore rappresentanza, l’Anm, nella passata legislatura ha proclamato ben cinque scioperi e clamorose forme di protesta in occasione di solenni cerimonie, come l’inaugurazione dell’anno giudiziario. Allora dove sarebbe lo scandalo?
Lo scandalo, invece, c’è eccome perché il magistrato di sorveglianza declina fedelmente uno degli assunti fondamentali dello Stato etico, incapace di concepire la presenza di un qualsiasi iato tra se stesso e il cittadino. Il cittadino, o meglio in questo caso il “suddito”, l’“assoggettato”, non può mantenere una propria coscienza separata dalla coscienza istituzionale (che il giudice ritiene di interpretare univocamente). Detto in altri termini, nello Stato etico non c’è spazio sociale o pubblico autonomo e separato dallo spazio statale. Tutto ciò che è autonomia, figuriamoci critica, è immediatamente percepito come una forma di sovversione dell’etica istituzionale costituita. Per questo il rispetto formale della legge, cioè la commisurazione della liceità ai comportamenti concreti della persona, non è più sufficiente. È richiesta invece l’adesione intima, biologica, genetica, microcellulare, neuronica alla norma.
Ma qui subentra un rompicapo irrisolvibile: chi mai avrebbe gli strumenti per leggere l’anima di ognuno di noi? La macchina della verità? Ecco che allora il magistrato si autopromuove giudice della coscienza, metro della purezza, arbitro delle intenzioni altrui, ovviamente per forza di cose supposte o attribuite.
C’è qualcosa fuori tempo e fuori posto in tutto ciò. La dottoressa Albertina Carpitella si è immedesimata troppo nei panni di quel cardinale Bellarmino che costrinse all’abiura un uomo vecchio e malato come il povero Galileo. «Eppur si muove», la leggenda vuole che egli rispose.
In un brano, conosciuto col nome di Frammento del sostituto, Franz Kafka si divertiva a mettere in scena il ragionamento di un sostituto procuratore incaricato di sostenere l’accusa nei confronti di un uomo incolpato di lesa maestà.
Secondo il magistrato, le cose del mondo dovevano attenersi ad una curiosa geometria dell’autorità che vedeva la vita assumere sempre una linea ricurva, nella quale la postura dell’essere aveva senso unicamente se rivolta in posizione arcuata, prona, reclina, flessa, prostrata, accucciata, soprattutto mai dritta:

«Egli credeva che se tutti avessero collaborato con il Re e il Governo nella calma e nella fiducia, si potevano superare tutte le difficoltà[…] più grande era la fiducia, e ancora di più si doveva curvare la schiena, ma in virtù di principi naturali, senza bassezza. Ciò che impediva uno stato di cose così auspicabile, erano personaggi della risma dell’accusato che, usciti da non si sa quali bassi fondi, venivano a disperdere con le loro grida la massa compatta delle brave genti».

L’obiettivo della macchina giudiziaria – faceva intendere l’autore – non era quello d’applicare un semplice castigo ma di spingere a collaborare attivamente alla propria punizione affinché la condanna assumesse il senso di una vera correzione, o piuttosto l’ossimoro della correzione, cioè il raddrizzamento, la messa in riga attraverso la curvatura dell’individuo.
Senza una vera adesione alla propria penitenza non c’è alcuna salvezza possibile. In questo modo l’infrazione penale prende le sembianze di una colpa teologica nella quale crimine e peccato appaiono indissolubilmente intrecciati.
Ecco, negli argomenti sollevati dal magistrato di sorveglianza di Viterbo sembra di ritrovare quella stessa linea ricurva di cui parlava il sostituto procuratore di Kafka.

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Lotta armata e teorie del complotto

Libri – Alberto Franceschini, a cura di Giovanni Fasanella, Che cosa sono le Br, Bur 2004 (Brigades rouges. L’histoire secrète des BR racontée par leur fondateur, Éditions du Panama 2005)

Libri – Guillaume Perrault, Génération Battisti, Plon, Paris 2005

Paolo Persichetti
23 gennaio 2006

Due libri pubblicati negli ultimi tempi in Francia hanno rilanciato in termini estremamente polemici la tesi secondo cui copj13asple insorgenze armate apparse nell’Italia degli anni 70 avrebbero trovato una complicità culturale, se non aperto sostegno, nelle autorità di Parigi. È significativo dei tempi che corrono questo capovolgimento di prospettiva storica. Quella somma di fattori che presero forma nel dopoguerra, congelando per lungo tempo il sistema politico italiano, fino a renderlo privo d’alternanza per 49 anni, una fissità di sistema che secondo la storiografia più avvertita non poteva che facilitare l’apparizione di spinte rivoluzionarie in presenza di una potente tradizione sovversiva, contesto riassunto nella formula dell’«anomalia italiana», si capovolge nel suo contrario: l’«eccezione francese». Il problema non verrebbe più dalle carenze storiche di un paese che resta tuttora incapace di chiudere con un’amnistia stagioni da lungo tempo concluse, ma dalla sua vicina d’Oltralpe. Nell’intervista che Giovanni Fasanella ha fatto a Alberto Franceschini, la Francia viene dipinta come un «santuario del terrorismo», una centrale che avrebbe sistematicamente promosso la destabilizzazione della democrazia italiana. Siamo nel pieno di una narrazione storica che ripropone alcuni vieti cliché della retorica del complotto e della visione poliziesca della storia. L’obiettivo preso di mira è la cosiddetta «dottrina Mitterrand». Nel corso della sua grottesca testimonianza, un Franceschini ossessionato dalla cultura del sospetto racconta di come il padre, militante comunista ancora impregnato della mentalità staliniana, avuto sentore delle intenzioni bellicose del figlio, l’avesse messo sull’avviso: «ricordati che fuori dal partito c’è soltanto la Cia». Ancora prima della caduta del muro di Berlino, Parigi sarebbe stata dunque un vero incrocio d’intrighi internazionali, sostituendosi a Washington e Mosca nel ruolo di piattaforma destabilizzante dell’Italia. Così si arriva a sostenere che un asse socialdemocratico, guidato da Mitterrand, avrebbe tentato di giocare la terza forza tra le due maggiori potenze, destabilizzando volutamente la penisola grazie alla protezione offerta ai militanti della lotta armata. Quando la storia si trasforma in noir, il racconto può avvalersi di facili licenze narrative e trascurare il rigore cronologico degli eventi, fino a dimenticare che negli anni 70 la Francia era sotto la presidenza di Giscard D’Estaing.
Durante la guerra d’Algeria, l’Italia aveva sempre rifiutato di estradare i militanti dell’Oas e dell’Fln. Jean-Jacques Susini, coinvolto nell’attentato del Petit Clamart contro De Gaulle, rimase per molti anni sotto la protezione della polizia italiana. Non per questo il nostro paese venne accusato di essere una base antifrancese. Negli anni 80, Mitterrand ripagò l’Italia con la stessa moneta. Di fronte al flusso di rifugiati politici che traversavano le Alpi, fece del suolo francese una sorta di camera di decompressione del conflitto che dilagava in Italia, rifiutando le estradizioni nell’attesa di un’amnistia. «Al di la della risposta giudiziaria – ha spiegato una volta Louis Joinet, vero architetto di questa politica d’asilo (Libération del 23 settembre 2002) – si trattava di facilitare il cammino di chi tentava di uscire dalla lotta armata per andare verso una soluzione politica. L’importante era di non marginalizzare quelli che avevano una riflessione politica».
Per il giudice Rosario Priore, autore della postfazione, le cose non stanno affatto così. Deciso a seguire le tracce de l’abbé Augustin Barruel, afferma: «Con ogni probabilità il cervello parigino è esistito, agendo in perfetta intesa con le autorità di quel paese, come hanno provato le inchieste romane». L’istituto di lingue Hyperion avrebbe rimpiazzato la loggia degli Illuminati di Baviera. Ragione che lo spinse a sospettare dell’abbé Pierre, una delle personalità francesi più note, mentre il suo collega Ferdinando Imposimato voleva spiccare un mandato di cattura contro lo stesso Joinet, consigliere giuridico di Mitterrand. 9782755700206
Nel pamphlet scritto per denunciare la campagna di sostegno condotta dalla sinistra e da una parte degli intellettuali francesi contro l’estradizione di Cesare Battisti, chiesta dall’Italia nel febbraio 2004, Guillaume Perrault, convinto che «mai democrazia sia stata così liberale nell’affrontare il terrorismo», si dilunga nel descrivere un’Italia paradisiaca, vero giardino di giustizia e di diritto, rappresentazione che non coincide affatto con l’opinione della destra italiana a cui il suo quotidiano fa riferimento. Preso dall’entusiasmo del neofita, per giustificare il fondamento delle estradizioni richieste contro i fuoriusciti, spiega le meraviglie del rito semi-accusatorio, introdotto nel processo penale italiano con la riforma del 1989 e più volte ritoccato. Dimentica però di precisare che tutti i maxi processi per «terrorismo» sono stati condotti col vecchio rito istruttorio e che l’Italia è il paese più sanzionato dalla corte di giustizia di Strasburgo. Crede – per averlo letto da magistrati come Bruti Liberati – che si possa parlare di giustizia d’emergenza solo in presenza di corti speciali, che l’Italia non ha introdotto, e non sa che l’emergenza può darsi anche attraverso la produzione di una legislazione speciale, che mai abolita trasforma l’eccezione in regola. Come è accaduto fin dalla fine degli anni 70 e come la Corte costituzionale ha riconosciuto, giustificando l’adozione da parte del governo e del parlamento di una legislazione d’eccezione mai emendata. Ripercorre, quindi, la selva di prese di posizione sulla vicenda che gli intellettuali della rive gauche, e molti esponenti della letteratura noir, hanno preso – in realtà – a danno di Battisti stesso e degli altri rifugiati, un po’ come la medicina che uccide il malato. Perrault ha facile gioco nel ridicolizzare l’improvvisata ricostruzione storica degli anni 70 proposta da questi intellettuali. Emergono toni che trasudano risentimento, stucchevoli accenti da letteratura termidoriana, commenti codini e farisei, grottesche uscite scandalizzate che ricordano i gridolini d’orrore di madame la marquise, e argomenti che ricordano le accuse del Merlo, una gazzetta che l’Ovra (la polizia segreta fascista) pubblicava a Parigi per calunniare e denigrare i rifugiati antifascisti. Tratti di un generone cialtronesco che straparla senza pensare. Non sfugge al giornalista una recensione, apparsa su Libération dell’8 ottobre 1998 che, recensendo un libro di Battisti, presenta l’insurrezione sociale degli anni 70 come: «l’epopea di una generazione d’Italiani in secessione armata contro una società che non riconoscono più come la loro, raccontata sullo sfondo di un susseguirsi di rapine, alcool e donne[…] Il protagonista va alla guerra come all’amore, quasi fosse un solitario Don Giovanni».
Per spiegare la folgorazione della sinistra francese più snob verso questa caricatura culturale e politica degli anni 70, l’ex ambasciatore Martinet (autore della prefazione) evoca il «complesso del Marrano». Alla stregua di quegli ebrei spagnoli che per sfuggire alle persecuzioni si convertirono al cattolicesimo, rimanendo tuttavia intimamente fedeli alla vecchia religione, la sinistra francese orfana della rivoluzione cercherebbe ancora dei simboli capaci di rinfocolare i vecchi ideali di gioventù. Per Martinet si tratta ovviamente di un abbaglio sconcertante, che testimonierebbe della persistenza di un arcaismo politico novecentesco dentro la sinistra francese, causa di un clamoroso malinteso che l’avrebbe condotta a prendere lucciole per lanterne e chiamare «rivoluzionari» dei semplici «criminali». La controprova sarebbe venuta dalla reazione indignata della sinistra italiana, ai suoi occhi ben più moderna, riformista e liberale. L’ex ambasciatore di Palazzo Farnese guarda senza dubbio con favore al modello social-liberale blairiano, è singolare dunque che non si accorga di come il primo ministro inglese non abbia esitato a sporcarsi le mani con il conflitto irlandese, negoziando con l’Ira, liberando tutti i prigionieri politici, anche quelli con reati di sangue (e l’Ira, come gli altri gruppi irridentisti cattolici o protestanti, metteva le bombe), e stabilito le tappe di un processo politico che ha condotto alla fine del conflitto. In Italia, invece, il tanto decantato Blair viene guardato dai liberali e social-liberali di sinistra come di destra soltanto per le sue politiche di liberalizzazione e privatizzazione economica e sociale. resizephp2
Martinet compie anche altre omissioni, dimentica così di spiegare come dietro i rimproveri stizziti piovuti dai cugini d’Oltralpe, ci fosse una sindrome altrettanto curiosa: quella dell’«album di famiglia». Per fare fronte alla perenne carenza di legittimazione istituzionale, la sinistra italiana è posta di fronte alla continua necessità di far dimenticare il proprio passato. Le polemiche seguite all’apparizione del volume di Mirella Serri, I Redenti, hanno ricordato come una buona parte dell’intellighenzia ex comunista abbia vissuto diverse vite, passando il proprio tempo a cancellare le precedenti: dal fascismo della gioventù, al comunismo della maturità, al post o all’anticomunismo della senescenza. In un simile contesto culturale, appare chiaro allora perché i prigionieri e i rifugiati degli anni 70 debbano continuare ad essere relegati nel ruolo di capri espiatori, inchiodati ad una funzione cristica: pagare per tutti «la tragedia del Novecento», rispettando alla lettera il rito della esportazione della colpa.
Racconta ancora Perrault che nel pieno delle feroci polemiche che la stampa italiana aveva lanciato contro la sinistra francese, il sindaco di Roma Walter Veltroni si sarebbe precipitato a telefonare al suo omologo parigino, Bertrand Delanoë, per dissuaderlo dall’appoggiare Battisti. Un’ammirevole sensibilità etica che gli era mancata quando, direttore dell’Unità, fece campagna per la liberazione di alcuni neofascisti rei confessi di una decina di omicidi (e formalmente condannati anche per la strage di Bologna – che Perrault mette sul conto dei gruppi armati di sinistra). La clemenza, sembra dire Veltroni col suo gesto, vale per gli avversari della sponda avversa, non per quelli alla propria sinistra. Ma il doppio linguaggio venuto dall’Italia nei mesi di astiose polemiche sul caso Battisti non termina certo qui. Tra i giustizialisti della sinistra favorevoli alle estradizioni, viene citato anche Antonio Tabucchi, sublime personaggio che eccelle nell’arte di selezionare i pentiti: cattivi quelli che accusano i propri amici (Sofri); buoni quelli che chiamano in causa i nemici (Andreotti o Battisti). Dalle fila della magistratura non sono venuti discorsi migliori: mentre il segretario dell’Anm denunciava «i progetti di fascistizzazione dell’ordinamento giudiziario», fuori d’Italia ci si indignava con gli esponenti della rive gauche che ripetevano ingenuamente quanto letto sulla stampa della sinistra italiana. La destra non era da meno, in casa accusava la magistratura di totalitarismo, ma all’estero pretendeva che le sue sentenze fossero venerate, salvo evidentemente quando queste riguardavano Berlusconi.
Sembra finita qui, e invece ecco emergere un retroscena ancora più inquietante: il 13 giugno 2003, il magistrato della procura antiterrorismo di Parigi, Gilbert Thiel, aveva organizzato insieme alla Direzione nazionale antiterrorismo una retata che sarebbe dovuta scattare il successivo lunedì 23. L’obiettivo era quello di arrestare tre fuoriusciti, tra cui Battisti, insieme ad altri due italiani non latitanti, Maj e Czeppel, i soli che di fatto poi vennero catturati. Un’operazione concordata con i vertici del Viminale e la collaborazione della procura bolognese. L’intera operazione era finalizzata a propagandare un legame diretto con l’arresto, avvenuto nel marzo precedente, di una militante del gruppo autore degli attentati D’Antona e Biagi e validare così la leggenda della «centrale francese», proprio mentre questa era clamorosamente smentita dalle indagini. L’intervento di Chirac che, dopo l’estradizione lampo organizzata dal suo rivale Sarkozy, nell’agosto 2002, aveva accentrato i fascicoli sui rifugiati italiani sotto il controllo dei suoi uffici, fece saltare tutto. Il presidente della repubblica francese, infatti, temeva che la retata venisse interpretata come un regalo a Berlusconi che il primo luglio avrebbe assunto, tra i clamori mediatici della grande operazione antiterrorismo, la presidenza della Ue.

Link
Italie, le thème du complot dans l’historiographie contemporaine – Paolo Persichetti
Ci chiameremo la Brigata rossa
Spazzatura, Sol dell’avvenir il film sulle Brigate rosse e i complotti di Giovanni Fasanella
I marziani a Reggio Emilia
Caso Moro, l’ossessione cospirativa e il pregiudizio storiografico
Il caso Moro
Storia della dottrina Mitterrand

L’ex brigatista tra esilio e castigo

Recensione – Esilio e castigo, Paolo Persichetti, La Città del Sole, 2005 pagine

Vincenzo Tessandori
La Stampa
31 dicembre 2005

Solo lo stupido non cambia idea. Lo sostengono in molti, e nel loro personalissimo vocabolario manca il termine «coerenza». Alcuni di noi cercano di non tradirla la coerenza, ed è proprio quella personale e quella politica la cosa a cui sembra più tenere Paolo Persichetti, un protagonista del nostro tempo. Uno che non rinnega il passato, e per questo l’aggettivo che gli viene imposto è irriducibile. Ma irriducibile su che cosa? Su quell’utopia tragica chiamata rivoluzione? Sull’idea forse folle, detta libertà? Le carte giudiziarie ci dicono che militava nelle Brigate rosse, colonna romana; che in qualche modo ha avuto mano nell’assassinio del generale Licio Giorgieri, 20 marzo di un quarto di secolo fa; che viveva a Parigi, in quella colonia di fuoriusciti sospettata dal ministro degli interni italiano di formare, in parte, la «centrale francese», lo zoccolo duro del terrore. Queste carte, e più ancora Esilio e castigo, scritto con collera lucida e amara dall’ex brigatista, ci raccontano anche come un ingranaggio giudiziario possa finire per soffocarti.
È un racconto dal ritmo incalzante e di disincantata ironia ma privo del compiacimento, così irritante, per un passato che pare impossibile declinare al tempo remoto. Al protagonista, un quarantenne intellettuale, sembra non si voglia perdonare di aver avuto vent’anni con il loro corollario di idee, sogni, utopie e pure incubi. La militanza nella sinistra più radicale, l’accusa di terrorismo, l’arresto, il processo, il passaggio in Francia, l’università, l’insegnamento. L’illusione che tutto sia finito dura poco, la condanna è come una spada di Damocle anche per questo signor nessuno, cattivo maestro senza discepoli, «personaggio sconosciuto fino a quel momento, uno dei tanti delle generazioni insorte e inventato mediaticamente in quel frangente».
Il ricercato Persichetti Paolo, che tiene lezioni all’università Parigi 8, che non si nasconde, che conduce un’esistenza visibile e, a detta di tutti, non ne conduce una invisibile, dopo anni di indifferenza viene ammanettato e spedito in Italia. La Francia non era mai stata propensa a concedere estradizioni, con Persichetti decide altrimenti. E l’estradizione sembra trasformarlo in un uomo per ogni stagione e per ogni accusa. Anche quella di aver organizzato l’omicidio di Marco Biagi, 19 marzo 2002. Riconosciuto dallo zainetto. Seguono giorni, settimane di terrore vero, intimo. Finquando l’accusa viene riposta in un cassetto. Ma lui rimane un «nemico», trattato come un nemico, fra i più pericolosi, ci ricorda. Perché? Perché, in fondo, solo lo stupido non cambia idea.

Quell’abbandono dell’amnistia che ha portato la sinistra all’abbraccio mortale con legalitarismo e giustizierismo

Libri – Stéphan Gacon, L’Amnistie, Seuil, Paris 2002

Amnistia e sinistra sembrano così aver definitivamente divorziato. La mutazione genetica è profonda. A cavallo tra il 1980 e il 1990, il Pci e i suoi eredi fanno del suo rigetto un elemento distintivo della loro legittimità istituzionale. Male, colpa e vittima, assunte a nuove categorie di una visione morale del mondo relegano la politica in luoghi reconditi e infimi. Fatti sociali ritmati da una periodicità storica, che consentiva la possibilità di un loro riassorbimento, vengono inclusi in una metafisica e immutabile nozione di male, categoria suprema che destoricizza e desocializza gli eventi, sacralizzandoli

Paolo Persichetti
Liberazione
mercoledì 2 marzo 2005

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Foto di Valentina Perniciaro

«Secondo me, amnistia è la parola più bella del linguaggio umano». Così si esprimeva Gauvin, il personaggio che in Quattre-vingt-treize Victor Hugo oppone al giacobino Cimourdain e al vandeano Lantenac, riconoscibili per la loro marcata propensione alla rappresaglia che aveva trasformato la spirale rivoluzione-controrivoluzione in una vendetta infinita. Dopo i massacri e la repressione seguita ai moti del 1848 ed ancora di più sulle ceneri della Comune, radicali, socialisti e blanquisti, cioè l’ala più progressista della borghesia e le prime organizzazioni politiche del movimento operaio, si riorganizzano attorno alla parola d’ordine dell’amnistia, sulla quale fondano o rifondano la propria esistenza fino a farne una leva di liberazione più generale, come ricorda il libro di Stéphane Gacon, L’Amnistie, Seuil 2002. La sinistra politica e sociale ricostruisce la propria legittimità grazie alla battaglia per l’amnistia che diverrà per buona parte del Novecento uno dei repertori più utilizzati, un vero e proprio segno identitario anteposto alle politiche repressive dello Stato, all’azione della magistratura e delle forze di polizia.
Dopo un lungo secolo segnato da traumatici cicli di rivoluzione e restaurazione, proscrizioni e repressioni, l’amnistia irrompe nell’universo politico e mentale della corrente repubblicana di fine ottocento. Essa diventa una delle «pietre miliari» – come dirà lo stesso Léon Gambetta – sulla quale viene edificata la terza Repubblica francese. Facendovi ricorso, i repubblicani d’osservanza moderata mirano a dare un compimento definitivo alla rivoluzione borghese, trasformandola da perpetua insurrezione costituente in potere finalmente costituito. L’amnistia contribuisce a creare un legame fondamentale tra passato, presente e futuro. La nazione repubblicana non può, infatti, concepirsi senza un passato condiviso. Questa illusione originaria è il fondamento del mito repubblicano costruito sull’unità della nazione e sulla partecipazione di tutti i cittadini alla vita pubblica.
Anche la sinistra parlamentare ritiene l’amnistia il primo gesto simbolico da realizzare per avviare quella «repubblica sociale» dove possano coabitare tutte le correnti di pensiero.
6944031 I nemici dell’amnistia sembrano invece rimasti uguali nel tempo. I loro discorsi e le loro rappresentazioni appaiono immutate. Tratteggiano trame ordite da agenti di un complotto straniero che dopo la Comune chiamava in causa l’attività dell’Internazionale, mentre per i nostri anni Settanta guardano al Kgb o alla Cia, e più recentemente alla Dgse francese, secondo le diverse scuole di pensiero e parrocchie politiche. Anche solo evocare un’ipotesi d’amnistia indigna profondamente. La giustizia deve sempre seguire il suo corso fino in fondo, sfoggiando pene esemplari. Allora come oggi, l’appello alla severità accomuna ambienti della destra e della sinistra. All’epoca la riprovazione maggiore si rivolse contro le pétroleuses, queste nuove streghe dell’Ottocento accusate di aver appiccato incendi con le lampade a petrolio. Molte di loro furono fucilate senza processo. I parigini insorti vennero descritti come un «pugno di scellerati dagli ideali sanguinari e rapaci» (Journal officiel del 22 marzo 1871). La stampa si adoperò per presentare la Comune come una grande impresa di brigantaggio, trasformandola in un informe coacervo di crimini di diritto comune. La spoliticizzazione degli eventi resta il grande fondamento di ogni diniego d’amnistia.
«La guerra civile è una specie di reato universale», rispose Victor Hugo, ma la vendetta fu sorda e inesorabile e si annunciò col discorso sulla fermezza delle genti oneste pronunciato da Auguste Thiers il 22 maggio 1871, all’inizio della settimana di sangue: «Noi siamo le genti oneste; giustizia sarà fatta con metodi regolari. Solo la legge interverrà, ma sarà eseguita col massimo del rigore[…] l’espiazione sarà completa, ma sarà, lo ripeto, l’espiazione che le genti oneste devono infliggere quando la legge lo esige, l’espiazione in nome della legge e attraverso la legge». Le oneste truppe delle genti oneste realizzarono decine di migliaia di esecuzioni sommarie nelle strade e più di 43 mila arresti. Circa 50 mila saranno le decisioni di giustizia, più di 80 le condanne a morte emesse dalle corti militari. Diecimila i proscritti e migliaia i deportati. Le corti speciali agirono convinte di avere una missione religiosa da riempire, un ideale etico, un ruolo combattente: estirpare il male dalla società, offrire un esempio per l’avvenire, una prova di purificazione redentrice.
I salvati della Comune non dimenticarono i sommersi e così la sinistra sociale si riorganizzò attorno alle «elezioni incostituzionali», presentando ripetutamente Auguste Blanqui come il candidato dell’amnistia. A Bordeaux, nel 1879, questi vinse addirittura su un repubblicano moderato. Nei lunghi decenni successivi, oltre ad essere lo strumento col quale il movimento operaio cercherà di tutelare dalle repressioni giudiziarie i propri cicli di lotta, l’amnistia diventa una solare parola di libertà e speranza, legata a una visione del mondo nutrita di tolleranza, fraternità e solidarietà.
Ma alla fine del XX° secolo, l’amnistia perde quella legittimazione che ne aveva fatto un mezzo necessario ed efficace per sottrarre il conflitto alla violenza e ricondurlo sui binari del confronto politico. Male, colpa e vittima, assunte a nuove categorie di una visione morale del mondo relegano la politica in luoghi reconditi e infimi. Fatti sociali ritmati da una periodicità storica, che consentiva la possibilità di un loro riassorbimento, vengono inclusi in una metafisica e immutabile nozione di male, categoria suprema che destoricizza e desocializza gli eventi, sacralizzandoli.
Amnistia e sinistra sembrano così aver definitivamente divorziato. La mutazione genetica è profonda. A cavallo tra il 1980 e il 1990, il Pci e i suoi eredi fanno del suo rigetto un elemento distintivo della loro legittimità istituzionale. Essa è ormai presentata come un diniego di giustizia nei confronti d’episodi che volutamente non vengono più riconosciuti come politici, benché siano stati repressi con l’ausilio di strumenti giuridici che perseguono il delitto politico per eccellenza. Nell’affrontare gli anni Settanta, la letteratura di partito si colora d’accenti che ricordano i toni foschi delle pagine versagliesi o le paranoie complottiste della destra legittimista. Allo scandaglio del lavoro storico si contrappone volentieri la venerazione della memoria trasformata nel culto di un dolore che non cicatrizza ma cristallizza il passato, tiene aperte le ferite trasformandole in piaghe. La democrazia concepita come stadio finale della storia depoliticizza il conflitto e criminalizza il nemico interno, diventando l’alibi supremo contro ogni possibile ricorso a soluzioni amnistiali. La finzione che presuppone il gioco democratico moderno, ovvero quel volersi proporre come il compimento stesso della politica, il grado più elevato della sua capacità inclusiva, si trasforma in una gabbia totalitaria, incapace di concepire l’altro da se. Evocare l’amnistia equivarrebbe a voler riconoscere la persistenza di conflitti di fondo, la presenza di una disarmonia politica. Abbandonare quest’ipocrisia, accettare l’idea del conflitto, è forse l’unica residua possibilità capace di calare di nuovo l’idea di democrazia tra le rughe della storia, consentendo di recuperare quei necessari strumenti di ripoliticizzazione delle controversie, dopo aver affrontato traumatiche fasi di divisione e scontro. Altrimenti le democrazie si vedrebbero condannate ad un insanabile paradosso: ribadire la figura del nemico irriconciliabile nel momento in cui vorrebbero affermarsi come un modello di superamento dell’inimicizia politica.

Per saperne di più
Amnistia per gli anni 70
L’amnistia Togliatti
La fine dell’asilo politico
Una storia politica dell’amnistia
Politici e Amnistia, Tecniche di rinuncia alla pena per i reati politici dall’Unità d’Italia ad oggi