Avanza il populismo di sinistra

Dipietrismo, malattia senile del comunismo?

Paolo Persichetti
Liberazione-Queer
19 ottobre 2008

Nel 2001 l’Italia dei valori, la sigla politica di cui Antonio Di Pietro è proprietario, aveva mancato per pochi voti il quorum. Impresa che invece è  59-queer-dipietro11 riuscita nelle politiche dell’aprile scorso, quando l’Idv ha raggiunto il 4,4% su scala nazionale, con punte molto significative nel feudo storico dell’ex pm, il Molise, dove il logo di famiglia ha conquistato il 27%. Un risultato di gran lunga superiore a quello del Pd, fermo al 17%. In Abruzzo è arrivato al 7,1% nelle liste del senato mentre gli ultimi sondaggi delineano addirittura la possibilità di un raddoppio del bottino elettorale. Su scala nazionale tutti gli indicatori attuali segnalano una ulteriore progressione, che alcuni quantificano intorno a una forbice che oscilla tra il 6 e l’8%. La scomparsa della sinistra radicale, marxista e antagonista dalla rappresentanza parlamentare ha ulteriormente amplificato la portata politica di questo successo, garantendo a Di Pietro l’apertura imprevista di uno spazio politico enorme. La politica ha orrore del vuoto e così Di Pietro è subito corso a riempirlo. Mera logica del mercato politico, tanto più quando l’avventura dipietrista è ispirata da ragioni d’imprenditoria politica ovvero di chi costruisce la propria offerta sulla base della domanda che gli si pone davanti, dove idealità, valori, cultura, concezione del mondo, progetti globali di società non esistono o hanno un profilo molto basso e strumentale. E bene Di Pietro non si è lasciato sfuggire questa opportunità e così l’incubo del populismo giustizialista s’addensa sui territori un tempo occupati dai partiti del movimento operaio.
Questa preoccupante novità è il rivelatore di una mutazione più profonda che da oltre un quindicennio erode la base sociale e la conformazione ideologico-politica del «popolo di sinistra». A livello di massa si è operata una lenta trasmutazione della cultura politica, dell’universo valoriale e dei modelli d’azione tipici che appartenevano alla storia del movimento operaio. Le tradizionali dinamiche protestatarie e contestatarie, la coesistenza d’ipotesi riformiste per un verso o di spinte antisistema nell’altro, hanno via, via lasciato il passo a sentimenti antipolitici, lasciando emergere un qualunquismo di tipo nuovo, il qualunquismo di sinistra. Una conseguenza di questa deideologizzazione è stato il passaggio da forme di discorso più strutturate al prevalere di stati d’animo, di pulsioni volatili, incerte, confuse che possono variare dall’antipolitica tradizionale, alla critica verso il deficit di rappresentatività dei partiti d’opposizione, ai panegirici sulla società civile incontaminata, luogo del giusto e del vero, alla richiesta nei confronti della magistratura di sostituirsi alle forze politiche. Posizioni che trovano una sintesi in un antiberlusconismo che è etico prim’ancora d’essere politico. Una rivolta populista che ricorda alcuni tratti del «diciannovismo», quando a scendere in campo erano i ceti della piccola borghesia con parole che denunciavano la plutocrazia del capitale e il riformismo imbelle.
A ben vedere l’attuale qualunquismo di sinistra esprime una composizione sociale mutata. L’anima operaia e i ceti più bassi guardano al modello leghista: un populismo che rielabora accenti del poujadismo e del boulangismo, si incentra sul vittimismo fiscale, la polemica contro i costi dell’assistenzialismo statale e l’inefficienza dei servizi pubblici, l’ostilità razzista verso l’immigrazione, la preferenza etnica. Il fenomeno dei Girotondi e le piazze elettroniche grilline raccolgono quello che è stato definito «ceto medio riflessivo», secondo una formula coniata senza intenzioni umoristiche dallo storico Paul Ginsborg, che riprendeva un’espressione del guru della «terza via» Anthony Giddens. Anche qui l’innovazione delle forme di mobilitazione è mirata a marcare nettamente la propria differenza dai tradizionali cortei e dalle manifestazioni tipiche della sinistra politica, del movimento operaio, delle forze sindacali.
Di Pietro, il campione della «rivoluzione giudiziaria» mai riuscita, l’uomo di destra che ha spianato la strada del governo alle destre, si candida a coalizzare questa «sinistra moralista». Ripetute sono le voci che parlano della possibilità di una federazione elettorale che raccolga le liste civiche di Grillo, i Girotondi irriducibili di Pancho Pardi e Paolo Flores D’Arcais, la componente ulivista del Pd guidata da Parisi. Altre indiscrezioni raccontano della possibilità che venga fuori anche un giornale che dia voce a tutto ciò, realizzato mettendo insieme la “fabbrica Travaglio”, l’industria editoriale che ruota attorno al giornalista, all’editore di Chiarelettere Fazio e che dovrebbe avvalersi di alcune grandi firme transfughe dell’Unità . Probabilmente queste voci vengono diffuse ad arte per sondare il terreno, vedere se l’idea riscontri successo. Certo è che un’ipotesi del genere necessita ancora di alcune verifiche: le elezioni abruzzesi e poi la scadenza europea. Ma se l’avventura raccogliesse i necessari consensi elettorali probabilmente ogni prudenza verrebbe meno.
Descritto negli studi sull’argomento (molto pochi) come «espressione di un populismo allo stato puro», di fronte alla prospettiva di una definitiva consacrazione Di Pietro ha cominciato ad adattare il suo discorso politico per renderlo meno monotematico, introducendo timidi accenni alle questioni sociali. Nel pieno della vertenza Alitalia, il giorno in cui la trattativa dei sindacati con la Cai è precipitata, ha arringato nelle vesti di un consumato agit-prop, piloti e personale di terra promettendo giustizia, non sociale ma penale. «Li processeremo tutti» è stato il suo messaggio, per poi approvare l’accordo. Silenzio sui licenziamenti, il mancato rinnovo dei contratti per i precari, il taglio drastico degli stipendi. Il rimborso simbolico di una galera per i manager che mai verrà è il pane con cui sfamare chi lavora. Nutritevi di risentimento e vivrete meglio. Un banchetto per la raccolta delle firme in favore del referendum contro il lodo Alfano era presente sul tragitto del corteo nazionale dei Cobas, Rdb e Cub, tenutosi durante lo sciopero generale di venerdì scorso. L’importante è diventare compatibile, farsi accettare, lui, l’uomo dell’opposizione alla politica professionale, il «nemico dei riciclati e degli inquisiti», quello del «legame indissolubile tra etica e politica», fonte battesimale della legalità che può separare gli «onesti dai disonesti» e un tempo censurava la «propensione a delinquere degli albanesi».
Di Pietro è il presidente-padrone di un partito che non c’è. Non un partito-azienda come quello berlusconiano, ma un partito formato famiglia, un partito da camera da letto, suo e di sua moglie. In perfetto stile Seconda repubblica, ultraleggero, ma costruito come una specie di Spa quotata in borsa, una piccola matrioska che cela al proprio interno il segreto. Recita l’articolo 2 dello statuto: «L’associazione Italia dei Valori – composta da Antonio Di Pietro, la moglie e la tesoriera Silvana Mura – promuove la realizzazione di un partito nazionale». L’articolo 10 precisa: «La presidenza nazionale del partito spetta al presidente dell’associazione», ovvero Antonio Di Pietro. L’uomo anticasta, quello della «democrazia riconsegnata ai cittadini» ha messo in piedi il partito personale, lo scrigno riservato. La politica per Di Pietro non è il luogo di una comunità partecipata. Si celebrano i congressi regionali, si eleggono persino dei delegati ma non si decide nulla perché, come accade per Forza italia, non si tengono congressi nazionali. Ogni decisione è in mano al sovrano-proprietario-presidente che si avvale tuttalpiù di qualche suo fidato consigliori di fiducia. Uno di questi, Elio Veltri, suo gostwriter fin dalle origini della sua entrata in politica, estensore di manifesti, discorsi, articoli, vero ideologo del dipietrismo, se n’è andato disgustato accusandolo di razzolare molto male, di essere lo specchio di quella casta della politica che ha perseguito come pm e dileggia come politico, fino a non disdegnare le tradizionali pratiche della politica clientelare. Insomma la vecchia storia dei vizi privati e delle pubbliche virtù.
Nonostante ciò Di Pietro ha successo, sfonda a sinistra, il suo sgangherato italiano sembra un irresistibile canto delle sirene per gli elettori delusi e indignati. Suscita simpatie anche nei militanti, persino in alcuni quadri dirigenti. Siamo allora destinati a morire tutti dipietristi oppure riusciremo a trovare la strada per venire fuori da questa sciagura che sta travolgendo ciò che resta della sinistra?
Ma dove sta la soluzione? Nel tatticismo senza respiro di chi propone di mutuarne linguaggi, atteggiamenti, trovate referendarie, pensando che possa essere una salvezza rivaleggiare sullo stesso terreno della demagogia e del risentimento? Nella subalternità culturale e ideologica di chi non vede che dietro il mito della giustizia penale c’è il cimitero della giustizia sociale? Di chi lascia irresponsabilmente credere che l’illegalismo sistemico delle élite possa essere contrastato dalla magistratura senza pervenire a delle modifiche strutturali? Di chi attribuisce qualità salvifiche al potere giudiziario rinunciando alla critica dei poteri? Di chi addirittura dissotterra l’eticismo berlingueriano per trovare una coerenza ideologica che ricolleghi idealmente il dipietrismo con la nefasta e fallimentare stagione valoriale del compromesso storico, quella dell’austerità seguita poi dalla questione morale? Ma non fu Di Pietro, con la sua inchiesta sulle tangenti distribuite per i lavori nella metropolitana milanese, che distrusse il mito della diversità dell’amministratore comunista forgiato da Berlinguer? Il (simpatico) compagno Greganti docet?
Trasformare le piazze in enormi banchi delle parte civili, dove le lotte sociali, sindacali e politiche si troverebbero declinate con gli ultimi ismi in circolazione, non più quello del comunismo ma del populismo e del vittimismo, darebbe il colpo di grazia finale a quel po’ di speranze nella trasformazione sociale che restano.

La Francia rinuncia all’estradizione di Marina Petrella

Sarkozy recupera la dottrina Mitterrand

Paolo Persichetti

Liberazione 14 ottobre 2008


Il presidente della repubblica francese Nicolas Sarkozy ha chiesto al suo primo ministro François Fillon di ritirare il decreto di estradizione firmato il 3 giugno 2008 nei confronti di Marina Petrella, l’ex brigatista riparata in Francia nel 1993. È quanto comunicato nella giornata di domenica da una nota dell’Eliseo, dopo che il Journal du dimanche aveva anticipato la notizia.
L’annullamento del decreto chiesto dal capo dello Stato francese è stato possibile grazie all’applicazione della «clausola umanitaria», iscritta in calce alla convenzione europea sulle estradizioni del 1957, firmata proprio a Parigi. La notizia era nell’aria da tempo. Infatti, nonostante la scarcerazione per motivi di salute avvenuta lo scorso mese di agosto e il ricovero presso l’ospedale psichiatrico saint-Anne di Parigi, le condizioni della Petrella non erano affatto migliorate. Arrestata nei locali del commissariato di Argenteuil nell’agosto 2007, dove era stata convocata per delle questioni amministrative, le sue condizioni d salute erano progressivamente precipitate.
In una intervista rilasciata al quotidiano Le Figaro del 30 settembre, il suo avvocato Irène Terrel spiegava che solo da poco la sua cliente aveva accettato di alimentarsi con una sonda, cessando così di perdere peso. Tuttavia il suo quadro clinico perdurava molto grave, come spiegavano i medici. Lo stesso Sarkozy ha avuto modo di precisare che prima di prendere la decisione finale ha parlato col medico curante della Petrella, il professor Rouillon. Il primario del servizio medico che ha accolto l’esule italiana ha ribadito che la profonda depressione di cui è sofferente è tale da mettere in pericolo la sua sopravvivenza.
Nell’intervista, l’avvocato Terrel lasciava intendere di aver riscontrato «una volontà politica di avanzare nella soluzione del caso». L’esito positivo della vicenda è stato preannunciato mercoledì scorso all’interessata dalla consorte di Sarkozy, Carla Bruni, insieme alla sorella, Valeria Bruni Tedeschi, entrambe personalmente impegnate nella soluzione del caso, ma solo sabato 11 la notifica ufficiale è pervenuta direttamente in ospedale.
Nonostante le autorità di Parigi abbiano più volte ribadito che la scelta di rinunciare all’estradizione sia stata dettata «unicamente dalle condizioni di salute» della Petrella e che si tratti dunque di una scelta singolare, è innegabile la portata politica che la decisione riveste. Al di là del gossip che circonda alcuni aspetti della vicenda e delle ragioni umanitarie che si attagliano al caso specifico, la rinuncia all’estradizione rappresenta una svolta significativa che ripristina la situazione antecedente al 2002. Dopo due anni di presidenza Sarkozy ha stabilizzato il suo potere. L’opposizione è ben lontana dall’insidiarlo, nel frattempo ha interamente riformato il comparto della sicurezza. Eliminati i renseignements généraux, che l’avevano danneggiato, a capo della polizia, dei servizi interni ed esterni, ha piazzato uomini fidati. Difficile che si riapra il dossier dei rifugiati italiani senza il suo accordo. In passato invece non aveva esitato ad utilizzarli per farsi strada. È stato Il primo ad infrangere con successo la dottrina Mitterrand.

Al di là delle polemiche ciò che in Italia non si riesce a comprendere è il fatto che in Francia l’asilo è un valore costituzionale iscritto nella tradizione giuridica, dalla costituzione del 1789 a quella della quinta repubblica. Che in Sarkozy si fosse fatta strada una consapevolezza diversa del problema, più politica e meno strumentale, lo si era capito già dai passaggi della lettera a Berlusconi in cui chiedeva a questi di farsi latore della domanda di grazia per la Petrella. La distanza pluridecennale dai fatti contestati, 27 anni, venivano letti come un tempo sufficiente lungo per storicizzare un’epoca di conflitto, quale che fosse il giudizio portato su di essa.
Resta da capire quanto il clima sia cambiato in Italia. Non ci sono state fino ad oggi reazioni ufficiali del governo. «Gli italiani sono stati sempre tenuti al corrente, non credo ci sia mai incomprensione quando c’è una ragione umanitaria», ha spiegato lo stesso Sarkozy. Reazioni sono venute da alcune associazioni delle vittime e sindacati di polizia vicini alla destra. Tra le fila della politica reazioni sparpagliate un po’ su tutti i fronti per censurare la rinuncia all’estradizione, in buona compagnia con quanto dichiarato in Francia dalla vicepresidente del Fronte Nazionale, Marine Le Pen, che ha ironizzato sulla decisione. Ad ognuno gli amici che merita.

Giustizialismo e lotta armata

Secondo Sofri l’uccisione di Calabresi si distinguerebbe dai successivi atti di lotta armata avvenuti nel corso degli anni 70-80 perché aveva un contenuto morale che alla lotta armata per il comunismo mancava
Risponde Scalzone che difficilmente una vendetta, un atto di giustizialismo politico, può rivendicare una superiorità morale


Caro Sofri, uccidere Calabresi fu giustizialismo politico

di Oreste Scalzone
Liberazione
2 ottobre 2008

12 dicembre 1969 terrore di Stato, banca popolare di piazza Fontana dopo la strage

L’incontro patrocinato dal segretario dell’Onu in occasione del Memory day in favore delle «vittime del terrorismo» ha fatto saltare i nervi ad Adriano Sofri. In nome di una indistinta nozione della figura di vittima si è tenuta nelle scorse settimane una cerimonia attorno alla quale sono state raccolte vicende molto diverse tra loro, distanti e persino opposte nello spazio, nel tempo, financo nella loro fenomenologia, morfologia e eziogenesi, come i morti delle Twin Towers, gli scolari trucidati a Beslan, i morti delle stragi di piazza Fontana o l’uccisione del commissario di polizia Luigi Calabresi, per fare solo alcuni esempi.

Il commissario di polizia Luigi Calabresi

Il commissario di polizia Luigi Calabresi

Condannato per quest’ultimo episodio, ma da sempre proclamatosi innocente, Sofri non ha sopportato l’accostamento. “Io terrorista, alla stregua dei sequestratori di Beslan? No, non ci sto!”. È stato questo il senso della sua indignata reazione per un qualcosa che esplicitamente ferisce il suo onore. Sofri ha giustamente contestato che un episodio come l’uccisione di Calabresi, arrivato al culmine di una sequenza che vide la morte dell’innocente Giuseppe Pinelli e la montatura contro gli anarchici con l’incriminazione di Pietro Valpreda, possa essere messo sullo stesso piano della strage di piazza Fontana, accorpato addirittura a massacri di bambini e deportazioni a volte vicine al genocidio. Sul Foglio del 13 settembre ha sollevato la pietra dello scandalo affrontando la semantica di una delle parole più stregate al mondo: «terrorismo». Termine tra i più compromessi, multiuso, impiegato essenzialmente per delegittimare, mostrificare, demonizzare l’avversario piuttosto che per definire un particolare uso della violenza. Occasione per questo di un infinito autismo comunicativo. Si potrebbe forse obiettare che non ha molto senso rincorrere sul terreno della stigmatizzazione linguistica chi bombarda o ordina martellamenti d’artiglieria e poi rivendica virtuose illibatezze, senza mancare di dare del terrorista ai ragazzini col cappuccio che lanciano sassi, rompono qualche vetrina o riempiono i muri di tag. Da alcuni anni una direttiva europea considera terrorismo il pirataggio informatico o la semplice occupazione illegale di piazze e edifici pubblici. Di fronte a ciò, è lecito chiedersi se si possa passare la vita lasciandosi ipnotizzare nel tentativo di raddrizzare i torti semantici, di (ri)prendersi la ragione rispetto a un intreccio infinito di mascalzonate statali d’ogni tipo…? Forse a questo punto l’unica cosa possibile è fare un’operazione di radicale Jugitzu semantico, come quella realizzata dai movimenti afro-americani, quando decisero di svuotare l’aggressività coloniale e razzista dello stigma negro appropriandosi essi stessi di quella definizione.

Giuseppe Pinelli, innocente morto all'interno della questura di Milano

Giuseppe Pinelli, anarchico ucciso nella questura di Milano

La parola terrorismo nasce sulla base di una autodefinizione del rivoluzionarismo statalista-borghese nel drittofilo del diritto di resistenza e del «diritto-dovere a insorgere con le armi alla mano contro il despota e l’usurpatore». Teorie, come quella del tirannicidio, finemente elaborate dai gesuiti spagnoli del 600, Birenbaum e altri, per argomentare la legittimità dell’attentato contro la persona dell’imperatore, se questi entrava in conflitto con l’autorità papale. Dottrine poi riprese con fedeltà mimetica da quello che potremmo chiamare legittimismo del futuro prossimo venturo, di parte repubblicana; e poi di nuovo, alla rovescia, dal legittimismo tradizionalista anti-repubblicano. Termini, dunque, di doppia matrice, cattolica apostolica romana prima e poi – nella teologia politica, con perfetta spinta alla ritorsione mimetica – giacobina. Tanto che potremmo parlare con pertinenza di concetto catto-giacobino.
Che una traccia di filiazione con questa matrice ci sia anche nei vendicatori anarchici – dopo Felice Orsini e gli attentatori della «propaganda attraverso il gesto», i Gaetano Bresci, i Giovanni Passannante, i Sante Caserio, non deve stupire più di tanto.  La stessa relazione conduce alle azioni dei populisti, gli amici del popolo, i Narodniki dell’attentato a Stoljpin; o ancora ai nazionalisti – e, se vogliamo distinguere il nazionalismo conculcato e irredentistico da quello già al potere, nazionalitarî; e ancora più in generale ai movimenti caratterizzati da ideologia-passione identitaria nutrita di martirio. La realtà è che le idee delle classi dominanti costituiscono un reticolo concettuale da cui non ci si libera sollevandosi per il codino, come il barone di Munchausen…

Pietro Valpreda, anarchico vittima della montatura giudiziaria

Pietro Valpreda, anarchico vittima della montatura giudiziaria

Per contro, non a caso il termine è ereditato senza complessi dal filone della sinistra della socialdemocrazia russa, i bolscevichi, e dal loro successivo costituirsi in Komintern. Quasi inevitabile riscontro degli effetti suscitati dalla contraffazione, oltreché lavorista e statalista, teorizzata da Ferdinand Lassalle. Nel programma di Gotha si stabiliva infatti una retrospettica filiazione non certo con l’Associazione internazionale dei lavoratori e la Comune di Parigi, ma proprio col giacobinismo, con certi passaggi dottrinari, in particolare di Robespierre e Saint-Just.
D’altronde Trotsky non ha complessi quando risponde con l’opuscolo Terrorismo e comunismo al pamphlet Comunismo e terrorismo di Kautsky. Nei resoconti delle sessioni del Komintern si dà documentazione dei dibattiti sull’opportunità di ricorrere in talune circostanze a combinazioni e dosaggi di terrore come ingrediente dell’azione. In alcuni suoi passi Lenin argomenta la necessità di instaurare forme di terrore poliziesco, anche come antidoto e argine a una violenza spontanea insorgente, che altrimenti avrebbe fatto scorrere fiumi di sangue ancor più grandi (vengono in mente in questo caso Bronte, la repressione spietata gestita da Bixio, e altrove le osservazioni di Foucault – nel Dialogo con i maoisti e in Microfisica del potere – sulla violenza rivoluzionaria che quando si istituzionalizza in tribunali e carceri si trasmuta nel suo contrario).
Ma queste cose Adriano Sofri le conosce meglio di me. Cionondimeno si è lasciato andare ad una stucchevole danza del ventre rivendicando non l’esistenza di una differenza (quella sì, fondata su una diversità di strategie e tattiche nell’uso della violenza politica, oltreché sugli obbiettivi), ma la presenza di una superiorità morale, di una qualità che distinguerebbe la vicenda Calabresi dai successivi atti di lotta armata avvenuti nel corso degli anni 70. A suo avviso il movente dell’indignazione – che per civetteria definisce «privata», ma che vuolsi chiamare civile – sarebbe stata moralmente superiore – e per questo esente dall’infamia d’essere una pratica ritenuta terrorista – a qualsivoglia altra motivazione politica, come quella legata alla pedagogia della «lotta armata per il comunismo». Egli sembra suggerire una definizione della categoria di terrorismo a partire dal movente, per cui l’omicidio ingenerato da indignazione civile ne sarebbe esente e dopo ripetute contorsioni, correzioni, rettificazioni e sfumature via, via aggiunte, arriva anche a precisare quanto da sempre sostenuto dal marchese di Lapalisse: esiste una violenza che non è violenza politica (vedi la strage di Erba), e una violenza politica che non è terrorismo (Corriere della sera del 16 settembre).
Addirittura per rafforzare il suo ragionamento cerca appoggi nelle parole dei giudici che lo hanno condannato, interpretando la mancata applicazione dell’aggravante per «fini di terrorismo ed eversione dell’ordine costituzionale» come il riconoscimento, anche da parte della magistratura, della natura «privata» e non eversivo-terroristica dell’omicidio Calabresi. Argomento, questo, ribadito con ancora maggiore nettezza da Giuliano Ferrara sul Foglio del 22 settembre: «Chi ha ucciso il commissario non aveva un piano terroristico per attaccare il cuore dello Stato, bensì vendicare la morte dell’anarchico Pinelli. Sono due cose completamente diverse, il terrorismo e l’assassinio di Luigi Calabresi».

volantino

volantino

Errore davvero macroscopico, visto che le leggi speciali dell’emergenza sono state varate sette anni dopo l’attentato, e che dunque la magistratura non poteva qualificare retroattivamente l’uccisione di Calabresi come un atto di sovversione dell’ordinamento costituzionale (come d’altronde avvenne anche per il sequestro Sossi e altri episodi analoghi fino al rapimento Moro), o applicare l’articolo 280 del codice penale, riscritto sempre nel 1979, (attentato con finalità di terrorismo o eversione), piuttosto che il generico 575, omicidio di diritto comune.
Come se non bastasse, nel tentare un parallelo Sofri non trova di meglio che richiamare una delle azioni gappiste più importanti della Resistenza: l’uccisione di Giovanni Gentile. Un episodio che nulla ha di “esclusivo” ma che si iscrive nella strategia della lotta armata urbana condotta dai Gap. Insomma se uno dei requisiti del terrorismo è quello di avere una strategia, e dunque una sua riproducibilità nella azioni – come pare voler suggerire Sofri –, quello dei Gap era terrorismo anti-nazifascista, né più né meno, come si è ritenuto che fosse – a partire da un certo momento in poi – per Prima linea e le Brigare rosse.
Toccherà agli storici futuri stabilire se la lotta armata degli anni 70 lo fu davvero, perché dal punto di vista del diritto non esiste una definizione universalmente riconosciuta, a meno che non si voglia prendere per buona quella offerta dai testi dell’Fbi o del Pentagono. Ciò che invece suscita sconcerto è il fatto che una vendetta, come l’uccisione di Calabresi, qualcosa che si apparenta ad una supplenza soggettiva della giustizia statale, all’epoca per giunta rifiutata da Sofri stesso, una sentenza di morte applicata sulla base di una colpevolezza stabilita sulla scorta di una vox populi, senza nemmeno la farsa di un processo popolare e addirittura considerata oggi un “errore giudiziario”, come lo stesso Sofri scrive, possa essere ritenuta un gesto più nobile degli attentati successivi.
Quello che già allora molti di noi ritennero una forma di giustizierismo politico ci fa orrore, tanto più quando in quell’episodio si arriva ad intravedere un segno del torvo giustizialismo impregnato del paradigma della colpa che sarebbe arrivato 36 anni dopo.
Scriveva Lissagaray, il comunardo che riuscì a scrivere una storia al presente della Comune di Parigi: «Chi diffonde tra il popolo false leggende rivoluzionarie, e lo diletta di storie cantanti, è altrettanto nocivo che il geografo che indirizzi ai naviganti delle carte nautiche che mentono».

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Neanche il rapimento Sossi fu giudicato terrorismo

Quando il rapimento Sossi non veniva giudicato un atto di terrorismo

L’aggravante di eversione dell’ordinamento costituzionale fu introdotta solo nel 1979

Paolo Persichetti
Liberazione 2 ottobre 2008

Una legislazione antiterrorista e un diritto penale politico speciale in senso proprio nascono soltanto alla fine del 1979. Spiega Luigi Ferrajoli, nel suo ormai classico Diritto e ragione. Teoria del garantismo penale, che nel 1979 si opera un rovesciamento della strategia antiterrorista condotta dallo Stato. È la magistratura, non più la polizia, che ne assume per intero la supplenza. Vengono così rivitalizzati gli ampi strumenti normativi già presenti nel codice Rocco e introdotti nuovi dispositivi che daranno il via alla stagione dell’emergenza. Con il decreto-legge del 15 dicembre 1979, n. 625, convertito nella legge n. 15 del 6 febbraio 1980, viene introdotta la circostanza aggravante della «finalità di terrorismo o di eversione dell’ordine democratico» (successivamente corretta con la dizione “ordinamento costituzionale”). La nuova aggravante comporta un aumento di pena pari alla metà della pena edittale del reato base e l’esclusione delle attenuanti, oltre a modificare i criteri di cumulo di più circostanze aggravanti nel senso di un sostanziale aumento della quantità di pena irrogabile. Lo stesso decreto introduce nuove fattispecie criminose come «l’attentato per finalità terroristiche o di eversione» (nuovo testo dell’articolo 280 del codice penale) e «l’associazione con finalità di terrorismo e di eversione dell’ordine democratico» (articolo 270-bis del codice penale).
Tutti i reati con movente politico commessi prima dell’entrata in vigore della nuova aggravante antiterrorista vennero giudicati in base alla normativa preesistente, sulla scorta del principio di irretroattività della legge penale. Considerati episodi di natura eversiva solo dal punto di vista socio-storico ma non giuridico. Così avvenne per il sequestro Sossi (1974) che diede luogo a un’accesa disputa giurisprudenziale. Da una parte chi riteneva andasse inquadrato nella fattispecie del «sequestro semplice» e chi invece configurava nelle richieste politiche delle Br delle finalità di natura estorsiva. Analogo trattamento ebbero i reati politici commessi fino al 1979 (ivi compreso l’attentato a Coco) fatta eccezione per quelli ritenuti di «natura permanente» e protrattisi oltre la data di entrata in vigore delle nuove disposizioni di legge.

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Giustizialismo e lotta armata

Alì Juburi, morto di sciopero della fame

Quando in galera è il tuo corpo che diventa il luogo della rivolta

Paolo Persichetti
Liberazione
13 Agosto 2008

La vicenda di Alì Juburi, il detenuto iracheno quarantaduenne morto lunedì scorso a causa di uno sciopero della fame intrapreso per protesta contro una condanna che considerava ingiusta, è una di quelle notizie che troviamo confinate nelle brevi dei grandi quotidiani nazionali o che al massimo riempiono lo spazio di un articolo della stampa locale. Vite che scivolano via nell’indifferenza generale, sospiri persi nelle distrazioni di una estate afosa. Le cronache ci dicono che si trattava probabilmente di una persona sorpassata dagli eventi, triturata dai meccanismi di un dispositivo burocratico-punitivo che non riabilita ma macera le esistenze, soprattutto quando sono fragili.
Arrestato a Milano, rinchiuso a san Vittore, subito dopo la condanna di primo grado gli è toccato il destino dei tanti stranieri ospiti delle nostre carceri: lo sfollamento. Le grandi carceri giudiziarie funzionano così. I detenuti appena condannati vanno via per lasciare posto ai “nuovi giunti”. Qualcuno ce la fa a restare perché c’è sempre una piccola sezione penale pronta ad accogliere i raccomandati, quelli che hanno un mestiere utile al carcere (muratori, idraulici, elettricisti) e gli asserviti alla custodia. I residenti finiscono nei “penali” della città, se esistono, o nelle carceri della provincia. I più sfigati vengono distribuiti nella regione. Una norma del regolamento penitenziario salvaguarda il diritto di prossimità al luogo di residenza dei familiari, l’istituto di assegnazione non deve distare oltre i 300 chilometri. Così c’è scritto… Il criterio non vale per le categorie speciali, come i detenuti in 41 bis, gli Eiv.
Gli stranieri (una volta si diceva “forestieri”, parola migliore che indica soltanto la provenienza da fuori, non l’estraneità, la diversità), che nella stragrande maggioranza dei casi sono soli, vengono sbattuti, “tradotti” (altro termine della burocrazia penitenziaria) nei quattro angoli del paese. Da una città del Nord a causa di uno sfollamento si può arrivare anche in Sicilia. Juburi era finito a Vasto, sul litorale abbruzzese. Condannato ad appena un anno e tre mesi era rimasto in carcere. Non risulta che avesse recidive, non aveva altre condanne e si protestava innocente per quella che aveva subito. Secondo la legge avrebbe potuto essere fuori. Per gli incensurati che incorrono in pene inferiori ai due anni è prevista la condizionale. Il pacchetto sicurezza, che per alcuni reati detti di «particolare allarme sociale» modifica questa norma, è stato approvato solo più tardi. Juburi deve essere incappato in un giudice che ha anticipato i tempi, uno di quelli che annusano con particolare solerzia la direzione del vento. Sicuramente non aveva avvocato, non poteva permettersene uno bravo. Avrà avuto un legale assegnato d’ufficio che senza parcella non si è minimamente interressato al suo caso. Per lui nessuna misura alternativa.
Se sei straniero non vale. È più facile che ti condannino perché su di te pesa un pregiudizio sfavorevole. Magari ti manca il permesso di soggiorno e hai una residenza al nero che non puoi certificare. Allora non ti resta che accettare il carcere e aspettare che passi. Potresti fare una richiesta di rimessa in libertà, ma non lo sai, non parli bene la lingua, non conosci le leggi, ti chiedono solo di rispettarle. Hai solo doveri ma non diritti. Magari sei sfortunato e non incontri nessuno che vuole o può aiutarti. Nessuno che si sofferma a parlarti, che ti chiede da dove vieni, perché sei lì. Sei solo un paria, uno dei tanti buttati in fondo a una cella. Non capisci cosa succede e perché ce l’hanno tanto con te che volevi solamente vivere, mangiare, vestirti, avere una donna, dei figli. No, per te non vale. Allora ti monta la rabbia, una rabbia che ti torce le budella, ti prende lo stomaco, ti fa digrignare i denti. Vorresti urlare al mondo quell’assurda situazione, ma oltre le mura del carcere c’è solo campagna. Una bella campagna che ti ricorda la tua terra. Gli alberi da frutto, gli ulivi. Ricordi quando eri bambino e correvi tra i campi di grano. Invece ora apri gli occhi e vedi solo sbarre e cemento mentre la vita scorre ritmata dal rumore di grosse chiavi d’ottone. Fuori non c’è nessuno, solo il vento. La rabbia allora fa il cammino inverso, ritorna in te, s’impadronisce del tuo corpo, lo usa come un’arma. Diventi il luogo della lotta, lo strumento della protesta. Non hai altro. Hai solo quel corpo e lo usi.
Un filosofo che conosce quelle parole che tu non sai la chiama la «nuda vita». Tu fai della nuda vita il mezzo della rivolta. Non accetti quel che succede. Smetti di mangiare. I primi giorni senti freddo, tanto freddo. Brividi atroci lacerano le tue ossa, la notte il cuore batte fortissimo, ti prende l’affanno. Poi senti come una febbre che ti brucia la pelle. Il corpo divora se stesso. Il tuo peso precipita ma già non senti più il morso della fame. Lo stomaco si è chiuso, le forze mancano, ma basta stare fermi e coperti. Le ore passano nel dormiveglia. Ormai sei nella vertigine e non sai più tornare indietro.
Dicono che sia un mezzo di lotta nonviolenta. Che fesseria! Non c’è forma più violenta di uno sciopero della fame, di un corpo che divora se stesso. Autofagia. Altri si mutilano, si tagliano a fettine. Sfregiano la propria pelle con cicatrici idelebili. Rughe che parlano di dolore. Piaghe vive, zampilli di sangue che sporcano i muri tra urla eccitate e fuggi fuggi generale. Un modo di richiamare l’attenzione, segno di fragilità, di disperata voglia di comunicare senza avere gli strumenti giusti per farlo. Nel 2007 (fonte Antigone) gli atti di autolesionismo recensiti sono stati 3687. Circa duemila in meno del 2004, grazie agli effetti dell’indulto. Comunque l’8,14% della popolazione detenuta. La triste storia di Alì Jaburi insieme a queste cifre cifre ci dice che il carcere è il problema, non la soluzione.

Il detenuto Alì, lasciato morire di fame

di Piero Sansonetti, Liberazione 13 Agosto 2008

Alì Juguri era un cittadino iracheno, arrestato in Italia per il tentato furto – pare – di un telefonino. Detenuto da molti mesi aveva iniziato uno sciopero della fame durissimo. Carcere di Vasto, carcere dell’Aquila, poi in ospedale. Si dichiarava innocente. Il tribunale, in primo grado, lo aveva giudicato colpevole e lo aveva condannato a un anno e qualche mese. Non sappiamo perché Alì non avesse ottenuto la condizionale e la scarcerazione. Non sappiamo come fosse stata impostata la sua difesa.
La storia di Alì Juguri (la leggerete a pagina 2) è una storia semplice e come tutte le cose veramente semplici è importante. È una storia di carcere, di pena certa – come si dice oggi – di sistema giudiziario. E poi, soprattutto, come avete capito, è una storia di morte. Perché Alì è morto, due giorni fa, nell’ospedale de L’Aquila. Da tre mesi era ricoverato lì perché aveva deciso di non mangiare più dal momento che non trovava nessun altro modo per proclamare la sua innocenza, per protestare contro le istituzioni e cercare giustizia. Noi non sappiamo quasi niente della vita di questo iracheno di 42 anni. Sappiamo che è entrato in carcere a Milano una decina di mesi fa, che non ha avuto una buona tutela giudiziaria perché gli avvocati che lo hanno “assistito” non hanno provato nemmeno ad ottenere per lui la condizionale, e perché dopo la condanna di primo grado è stato “frullato” via come tanti suoi simili, stranieri, dal carcere milanese, per sovraffollamento, e mandato a Vasto. Da Vasto a l’Aquila.
C’è qualcosa, nella sua storia, che – come una lente di ingrandimento – ci permette di osservare questo sistema giudiziario elefantiaco, obeso, burocratico. E’ un sistema giudiziario che deve rispondere a tre «potenze», a tre «caste»: i giudici, la politica e l’opinione pubblica. Tre «caste» in lotta perenne tra loro e in grado di condizionarsi, danneggiarsi, aiutarsi. Il «patto» tra queste tre potenze è sempre in bilico, e tiene sempre in bilico gli equilibri della politica italiana. Ma sempre trova un suo equilibrio. Basato su che cosa? Sulla necessità dei giudici di mantenere il proprio potere, sulla necessità dei politici di proteggere se stessi e le classi dominanti, sulla necessità dell’opinione pubblica di ottenere promesse di giustizia, di punizione dei colpevoli o presunti, di vendetta.
La chiave che permette questo equilibrio è quella del garantismo temperato. In che modo? Impastandolo con il giustizialismo, sulla base di una netta distinzione di classe: garantismo discreto per i ceti più solidi, per i politici, per gli stessi giudici, per chi è in grado di pagare; severità e sospensione dei diritti per i più deboli. Specie per quelle fasce di popolazione universalmente riconosciute come «estranee»: per esempio gli stranieri, o i piccoli delinquenti, i tossicodipendenti, le prostitute.
Questo «patto» per la giustizia è quello che ha sempre impedito la riforma della giustizia. Ha permesso, con aggiustamenti successivi, di non toccare nessun privilegio e di scaricare sulla parte più debole della società il prezzo.
Alì ha pagato questo prezzo. Alì, che probabilmente era innocente – e certamente lo era fino al pronunciamento della Cassazione – ma è che è morto, non sappiamo per la responsabilità di chi, senza poter ottenere giustizia. E senza suscitare grande scandalo, visto che ieri era quasi impossibile trovare notizie su di lui: il mondo dell’informazione non è affatto interessato, e nel mondo politico gli unici a muoversi, al solito, sono stati i radicali (interrogazione Bernardini-Turco: grazie).
Oggi non si grida allo scandalo per uno che muore da detenuto. Si grida allo scandalo per l’indulto, perché ogni tanto c’è qualche disgraziato che torna sulla via del delitto (anche se le cifre ci dicono che statisticamente chi ha goduto dell’indulto torna a delinquere in misura tre volte inferiore rispetto a chi esce dopo aver scontato tutta la pena). Ma il vero scandalo dell’indulto è che non è servito a molto. Le carceri sono di nuovo piene, e sono piene di persone – moltissimi stranieri – accusate di reati per i quali la carcerazione potrebbe non essere necessaria. Lo scandalo è che l’indulto avrebbe dovuto essere un piccolo passo, e poi ci sarebbe dovuta essere l’amnistia e poi la riforma. E invece la finta guerra tra politica e magistratura rende impossibile tutto questo. Finché noi non riusciremo a indicare in questo patto tra i due “poteri” il colpevole per la mancata giustizia, continueremo ad essere vittime di un antipolitica che è il cemento dell’alleanza ipocrita e gaglioffa tra i poteri, e del loro dominio incontrastato.

La Francia ha deciso di scarcerare Marina Petrella

Finisce l’incubo dell’ex Br, in pessime condizioni di salute

di Paolo Persichetti

Liberazione 6 agosto 2008

Dopo una battaglia di 11 mesi e 24 giorni, dopo che il corpo stesso di Marina Petrella è sceso in lotta deciso ad affrontare l’estrema resistenza, quello sciopero della vita che la stava lentamente spegnendo, ultima disperata vendredi_28_mars_5 evasione dal fine pena mai, la chambre d’accusation della corte d’appello di Versailles ha deciso ieri la sua scarcerazione per ragioni di salute. L’ex militante delle Br da oltre un decennio rifugiata in Francia grazie alla protezione della dottrina Mitterrand è stata rimessa in libertà sotto controllo giudiziario.
Non potrà lasciare il territorio francese, dovrà sottoporsi alle cure mediche necessarie nell’ospedale saint- Anne di Parigi, dove era stata ricoverata il 23 lugio scorso. Se il suo stato di salute lo consentirà, una volta dimessa dovrà sottostare all’obbligo di domicilio presso l’abitazione familiare e firmare periodicamente presso il commissariato di zona. «Questo risultato è solo un primo passo», ha dichiarato la figlia Elisa Novelli, nata in un carcere speciale italiano all’inizio degli anni 80 e in prima fila nella battaglia contro l’estradizione della madre. «Il nostro impegno proseguirà con la richiesta al presidente Sarkozy di ritirare il decreto applicando la clausola umanitaria prevista nella convenzione europea sulle estradizioni», ha poi concluso. Ora la piccola Emma, la seconda figlia della Petrella nata in Francia, potrà rivedere la madre. Forse non subito viste le condizioni di salute dell’esiliata italiana arrivata a pesare 39 kg. «L’ho trovata estremamente indebolita, si direbbe che sia invecchiata di 20 anni. Mi ha guardato negli occhi e mia ha detto: “lo sai che sarà dura, ma avranno soltanto il mio cadavere. Non porteranno via nient’altro”», ha raccontato Hamed ad una radio parigina, il compagno che aveva finalmente potuto rendergli visita per la prima volta dopo tre mesi.
La decisione era nell’aria da alcuni giorni, dopo il cordoglio suscitato dalla scomparsa di uno degli avvocati di Marina Petrella, Jean-Jacques De Félice, figura storica del foro di Parigi sempre in prima fila nella difesa dei sans papiers e dei senza tetto, membro del comitato di difesa dell’Fln ai tempi della guerra d’Algeria. A smuovere le acque è stata anche la ferma presa di posizione del professore Frédéric Rouillon, titolare della cattedra di psichiatria presso l’università René-Descartes che in passato aveva denunciato la presenza di gravi errori nelle scelte terapeutiche impiegate sulla fuoriuscita. Sulle pagine del quotidiano Libération del primo agosto, il responsabile del servizio dove la Petrella è in cura, aveva spiegato che il ricovero d’urgenza della paziente era avvenuto disattendendo quanto previsto dalla legge. Per questo motiva domandava una sua rapida scarcerazione affinché potesse essere sottoposta ad un trattamento terapeutico efficace. Non c’è stata, quindi, nessuna particolare sorpresa quando nella serata di lunedì 4 agosto le agenzie hanno diramato la notizia che il giorno successivo sarebbe stata discussa la rimessa in libertà, su richiesta della stessa procura generale che annunciava anche il suo orientamento favorevole alla scarcerazione.
Se è vero che questa decisione non influisce minimamente sulla proseguio della procedura d’estradizione, il Consiglio di Stato deve infatti ancora pronunciarsi sul ricorso sospensivo depositato dall’avvocato Irène Terrel, tuttavia segnala un evidente cambio di rotta del potere politico francese.
Un cambio di strategia che si era già palesato con le dichiarazioni rese dal presidente della repubblica francese a conclusione del vertice del G8 in Giappone e con l’invio di una lettera al primo ministro Berlusconi, nella quale si chiedeva al governo italiano di farsi latore di una domanda di grazia presso il Quirinale. Gli argomenti esposti da Sarkozy sono andati col tempo affinandosi dopo la confusione iniziale. Soprattutto l’ospite dell’Eliseo ha insistito ripetutamente sull’insensatezza di sanzioni penali, per giunta infinite, che restano ancora pendenti a distanza di decenni dai fatti incriminati.
Che Sarkozy sia in qualche modo tornato sui suoi passi, lo dimostra anche la politica globale messa in campo negli ultimi tempi sull’intera materia dei residui penali dei conflitti politico-sociali che hanno segnato la fine del Novecento. È di questi giorni, infatti, la concessione della liberazione condizionale a Nathalie Ménigon, membro di Action directe in semilibertà da un anno, arrestata nel 1987 e condannata a diversi ergastoli. Dopo Joëlle Aubrun, liberata a seguito delle sue gravi condizioni di salute e deceduta nel frattempo, e Jean-Marc Rouillan, messo in semilibertà da alcuni mesi, Sarkozy ha deciso la chiusura degli «anni di piombo» francesi. Tutti i militanti legati alla stagione della lotta armata svoltasi in Francia tra la fine degli anni 70 e gli anni 80 sono stati concentrati nell’istituto penitenziario di Fresnes, nella periferia sud di Parigi, dove è presente il Centro d’osservazione nazionale incaricato di valutare la pericolosità sociale dei detenuti prima che questi vengano ammessi al regime di prova della semilibertà e successivamente in libertà condizionale. Sono altre le emergenze che preoccupano il presidente francese. Le nuove politiche securitarie si indirizzano ormai contro i migranti, i residui penali del Novecento rappresentano solo una zavorra anche per la visibilità sociale dei vecchi militanti incarcerati, sostenuti da una parte della società civile che ne chiede da tempo la scarcerazione. Solo in Italia il passato divora il futuro e si nutre di vendette senza fine. Come è accaduto per Rita Algranati estradata nel 2004 per scontare l’ ergastolo.

Marina Petrella ricoverata in ospedale ma sempre agli arresti

Vince (per ora) il “falco” Rachida Dati. Il ministro della giustizia francese fa resistenza.
Disposto il ricovero in clinica di Marina Petrella a causa delle sue gravi condizioni di salute,
ma sempre agli arresti

Paolo Persichetti

Liberazione 24 luglio 2008


Di fronte all’aggravamento delle condizioni di salute di Marina Petrella, l’ex brigatista su cui pende un decreto di estradizione verso l’Italia, il governo francese ha deciso ieri il suo trasferimento in extremis presso l’ospedale Saint-Anne di Parigi. vendredi_28_mars_2
Alla fine della scorsa settimana i medici che l’avevano in cura nel centro clinico del carcere di Fresnes hanno denunciato la presenza di rischi per la sua vita, ormai ridotta a pesare soltanto 39 chili e nutrita per via indovenosa.
Nel primo pomeriggio erano circolate voci anche su una sua contemporanea scarcerazione, richiesta – a quanto sembrava da fonti ufficiose – dallo stesso Sarkozy nel corso del consiglio dei ministri tenutosi nella mattinata. Ma alla fine della giornata gli uffici del ministero della Giustizia ribadivano il suo stato detentivo. Il professor Rouillon, primario del servizio medico che ha accolto l’esule italiana, aveva offerto la propria disponibilità a curarla solo a patto di una sua scarcerazione.

Ora non è molto chiaro cosa accadrà. Tutte le perizie mediche concordano, infatti, sulla presenza di una sua incompatibilità con il perdurare dello stato detentivo. Il ricovero in ospedale della Petrella suona in ogni caso come una bruciante smentita per i falchi del governo, rappresentati dalla guardasigilli Rachida Dati che solo il giorno prima aveva ribadito la “linea della fermezza”, sostenendo che la rifugiata non sarebbe stata trasferita in una struttura ospedaliera esterna perché in carcere era «curata bene e il suo pronostico vitale non è a rischio». Il ricovero in un «ambiente non carcerario», richiesto con insistenza dai medici curanti, è probabilmente una scelta di compromesso tra le diverse sensibilità presenti nell’esecutivo che in questo modo tenta di guadagnare tempo. Intanto però cresce la pressione pubblica in favore della scarcerazione della rifugiata. Dopo una lunga serie di prese di posizione della stampa “femminile” con tirature altissime ( Elle, Marieclaire e altre), anche l’associazione delle “assistenti sociali” (lavoro svolto dalla Petrella nel comune di Argenteuil) si è pronunciata contro la sua estradizione. L’opinione pubblica francese non capisce come il presidente della repubblica possa aver offerto asilo politico a esponenti delle Farc (movimento guerrigliero colombiano in attività) e poi voglia spedire all’ergastolo un’ex militante per fatti di 30 anni prima.
Questo timido passo in avanti, come la lettera al presidente Berlusconi, rafforza la sensazione che stia emergendo in qualche modo un diverso atteggiamento da parte del presidente Sarkozy, che da ministro degli Interni e candidato alle presidenziali aveva fatto dello smantellamento della dottrina Mitterrand uno dei suoi cavalli di battaglia. Ormai consolidato nel suo ruolo di presidente della repubblica diventa sempre più difficile dover gestire le reiterate richieste d’estradizione provenienti dall’Italia, di fronte alla trentennale distanza che separa i fatti contestati dall’esecuzione di pene sovradimensionate. La vera anomalia è la persistente volontà di cui fa mostra lo Stato italiano di non chiudere politicamente la vicenda degli anni 70 come solitamente accade alla fine di ogni aspro conflitto sociale.

Migranti: i dannati della nostra terra

Libri – I dannati del lavoro. Vita e lavoro dei migranti tra ossessione del diritto e razzismo culturale, Renato Curcio, sensibili alle foglie pp. 136, euro 14

Paolo Persichetti
Liberazione 3 luglio 2008

Parole semplici che raccontano storie terribili sono quelle raccolte da Renato Curcio nella sua ultima ricerca sociale sul lavoro migrante. I «dannati della terra», espressione impiegata da Frantz Fanon in un testo del 1961 per indicare la moltitudine degli esclusi, sono diventati oggi quei dannati del lavoro che danno titolo al volume edito da Sensibili alle foglie ( I dannati del lavoro. Vita e lavoro dei migranti tra ossessione del diritto e razzismo culturale , pp. 136, euro 14).
 Donne e uomini, persone con valigie cariche di storie e non reati ambulanti. «Imprenditori dei sogni», come dovremmo in realtà chiamarli se fossimo in grado di frantumare gli occhiali deformanti dell’opposizione regolari/irregolari. Una scena imponente di milioni di umani che da città e villaggi di ogni continente si mettono in viaggio animati dall’immaginazione di un futuro diverso da quello disegnato per tutti noi dai consigli di amministrazione delle aziende globali. «Umani non ancora infettati dalla “codificazione feticistica” che come un virus epidemico sta spegnendo il pensiero della discontinuità negli autoctoni del Vecchio continente». Umanità ancora umana che non sa che farsene dei piccoli sogni a “prezzi mai visti” smerciati da Carrefour. C’è altro e di meglio in ciascuno di loro, scrive Curcio: «l’energia di chi pensa ancora la crescita non soltanto come una variabile economica[…] di chi rivendica per sé il diritto primordiale a esistere, prima di ogni legge degli uomini, prima del capitale, prima del mercato, prima delle carnivore ambizioni delle imprese globali». 
Loro, i migranti, sanno di non essere più radice ma vento. Sopravvissuti a viaggi spaventosi, le loro radici sono ormai gambe che spostano il mondo, scirocco e grecale, libeccio e levante. Solcano autostrade, passano valichi e navigano mari, s’ingegnano a trovare sempre nuovi cammini, molti muoiono lungo strade di stenti, sui sentieri del deserto oppure naufraghi nel cimitero liquido dei mari. Approdano sulle rive ridotti a scorie di mareggiate, pasti avanzati dei pesci impigliati alle reti. Dal 1998 sono già diecimila gli annegati nel Mediterraneo e nell’oceano Atlantico, tremila i dispersi. Trecento, quelli schiacciati, soffocati o congelati negli interstizi più assurdi ricavati nei camion della speranza.
L’avventura del lavoro migrante, la scelta del viaggio “intemerato” non nasce in luoghi lontani ma inizia da noi. Sono le aree più obese del mondo, quelle in cui operano i grandi centri capitalistici che creano quella sorta di vuoto d’aria che attira gli sciami migranti delle aree più spolpate del pianeta. L’impossibilità d’accedere alla via regolare, dovuta ai costi esorbitanti della corruzione e della speculazione che presiede i circuiti dei consolati, un sottobosco d’agenzie ufficiose, di piccoli faccendieri, mediatori e furbastri d’ogni genere pronto a lucrare su ogni passaggio burocratico, spiega la scelta della via “irregolare”, quella delle barche che giustamente Curcio rinuncia a definire «illegale» per non farsi complice della discriminazione che poi andrà a estendersi sull’intera vita di chi ne diverrà il bersaglio.
 Sono le nuove modalità del capitalismo attuale, delle grandi aziende che progettano se stesse a misura del mondo, insieme alla centralità produttiva assunta da paesi privi di normative sul lavoro che spiegano il fenomeno migratorio. Questo processo, che vede aziende extraterritoriali organizzare il movimento di merci, capitale e persone, serba nel suo seno una grande contraddizione: mentre la libera circolazione delle merci non trova ostacoli soltanto il movimento umano suscita rigetto. Tutto si sposta, ma solo le persone in movimento impauriscono. Tuttavia una soluzione andava trovata perché i limiti posti alla circolazione delle persone compromettono le capacità di consumo interno. Così il trattato di Schengen, entrato in vigore nel 1995, ha introdotto un doppio binario, un’area di privilegio comunitaria che ha però il suo rovescio nell’emergere immediato di una zona parallela, quella degli “illegali”, dei “clandestini”.

Cambia in questo modo la nozione di frontiera. Il confine visibile scompare ma al suo posto nasce la fortezza. Una fortezza Europa armata di banche dati integrate sempre più specializzate, come il sistema informatico Schengen (Sis) che include informazioni su cose e persone.
 L’antico presupposto della fortezza medievale era il ponte levatoio, la presenza comunque d’un passaggio all’esterno. Al contrario l’Europa fortezza si costruisce come una rocca senza aperture. La rete di centri di permanenza temporanea (Cpta, Cpa, Cid), destinati a divenire dopo l’ultimo “pacchetto sicurezza” varato dal governo Berlusconi “Centri di identificazione ed espulsione”, più che materializzare i confini interni interrompono la tradizionale continuità territoriale sulla quale posava la vigenza del diritto nazionale, sancito dal combinato disposto degli articoli 3 e 5 della costituzione. Un diritto a macchia di leopardo, dei territori di sospensione delle garanzie costituzionali emergono dando luogo a uno stato di diritto stratificato. Al tempo stesso, come in un gioco di prestigio, la nozione di “sicurezza” è sovrapposta a quella di “regolarità”. In questo modo “l’irregolarità amministrativa” diventa una forma di clandestinità presto sanzionata come un reato.
Tecnicamente l’internamento amministrativo, la carcerazione senza reato, che contraddistingue la rete dei centri di permanenza, appartiene alla tradizione del sistema dei campi di concentramento. Ma la vera caratteristica di questi nuovi luoghi d’internamento temporaneo è il fatto d’essere divenuti dei centri di raccolta per rastrellamenti di forza-lavoro semischiavizzata. Il sistema dei centri di permanenza appare dunque funzionale alla formazione di una nuova «sottoclasse di lavoratori», figlia della nuova e perversa relazione che si è stabilita tra stratificazione del diritto e forme estreme (extralegali) di flessibilità e precarietà del mercato del lavoro. Nasce in questo modo una classe di lavoratori completamente priva di diritti, sospinta alla «clausura di un trattamento quasi-schiavistico», una forma di mercificazione selvaggia e di alienazione totale delle esistenze umane eccedenti, posta ben al di là delle stesse condizioni che caratterizzano il “lavoro nero”. Messi nella situazione di non poter trattare alcunché, queste forme neoschiavistiche di lavoro segnalano la «caduta dal piano del diritto a quello del patto. Tra il datore di lavoro e il lavoratore si stipula, in altre parole, un contratto privato, molto simile a un “patto d’omertà”, in cui ciò che viene dichiarato (l’apparenza, appunto) è pura menzogna mentre ciò che viene taciuto è una sostanziale violazione delle leggi». Una condizione umana radicalmente esclusa e continuamente esposta a rotolare nell’abisso dell’internamento. Oltre a garantire la massima valorizzazione del capitale, questo «lavoro dannato» condiziona anche l’intero mercato del lavoro e diventa una minaccia permanente verso le altre fasce precarie e flessibili ancora dotate di un minimo di diritti e capaci di opporre forme di resistenza. È la vecchia storia, sempre attuale, dell’esercito proletario di riserva. L’Italia, poi, ha conosciuto la minaccia della precarietà fin dall’operaio massa meridionale dei primi anni 60.
 Al pari della precarietà, anche il razzismo è un conto mai chiuso. “Indesiderabili” è la parola chiave degli attuali Cpt, come lo fu per il legislatore fascista dopo l’introduzione delle leggi razziali del 1938 e che due anni più tardi provocarono l’apertura di oltre 200 campi di concentramento. In una circolare inviata dal ministero degli Interni si poteva leggere: «Detti elementi indesiderabili apportatori di odio contro i regimi totalitari, capaci di qualsiasi azione deleteria, per difesa dello Stato et ordine pubblico vanno tolti dalla circolazione». 
Nel frattempo però il razzismo ha mutato aspetto. A quello biologico si è sostituito un «razzismo culturale» fondato su un preteso differenziale tra civiltà. Questo razzismo, spiega Curcio, ha una intrinseca valenza politica legata alla “costruzione della paura”. La percezione dell’insicurezza viene impiegata per orientare la rabbia verso bersagli di comodo, senza diritti e totalmente deboli, come è il caso dei Rom. Ma questo “sentimento” nasce da un moto reale di consapevolezza dei lavoratori di fronte a un destino precariamente sospeso. Trasformare questa domanda di sicurezza in razzismo è l’operazione politica in corso, quella da ribaltare completamente. Il paradigma reazionario, oggi egemone, è riuscito modificare il modo di produzione dell’immaginario facendo apparire lo sfruttamento più brutale come una forma di diversità, uno stigma, quando nella realtà è proprio lo sfruttamento che ci rende stranieri. 
Rimettere al centro dell’attenzione culturale e politica la critica del lavoro, a partire dai suoi aspetti più bestiali, è una delle strade obbligate che la sinistra deve ritrovare se vuole tornare a esistere.

Link
Cronache migranti
Razzismo, aggressioni xenofobe al Trullo
Sans papiers impiegati per costruire Cpt
Le figure del paria indizio e sintomo delle promesse incompiute dall’universalità dei diritti
Elogio della miscredenza
Razzismo a Tor Bellamonaca, agguato contro un migrante

Storia della dottrina Mitterrand

Storia della dottrina Mitterrand

Paolo Persichetti
Liberazione 19 giugno 2008

Nessuna estradizione, l’occasione di uscire dalla clandestinità, libertà di parola. La dottrina Mitterrand, che negli anni Ottanta sistematizza la vecchia tradizione francese di offrire rifugio a chi è costretto a espatriare per motivi politici, raccontata dal suo “architetto”, Louis Joinet. Una scelta strategica, capace di “liberare” generazioni di militanti (italiani, ma anche irlandesi e baschi) rifugiatisi Oltralpe sulle orme degli esuli del Risorgimento e dell’antifascismo

La firma apposta nei giorni scorsi sul decreto d’estradizione dell’ex militante delle Brigate rosse Marina Petrella conferma l’abbandono della dottrina Mitterrand da parte delle autorità francesi. Il riparo offerto agli attivisti della sinistra rivoluzionaria italiana fuggiti alle retate giudiziarie e alla legislazione penale d’emergenza varata alla fine degli anni 70 riprendeva una lunga tradizione d’asilo avviata dalla rivoluzione francese. La dottrina Mitterrand aveva illustri precedenti come la protezione concessa agli esuli risorgimentali e agli antifascisti. Considerata dall’Italia una grave violazione della legalità, un vulnus al diritto interno, la sua storia è poco nota, occultata dalla demonizzazione che ha colpito il decennio repubblicano dove più avanzato è stato il livello delle lotte sociali e politiche.
Oltre a essere corta, la nostra memoria è soprattutto selettiva. Durante la guerra d’indipendenza algerina anche l’Italia aveva dato rifugio ai membri dell’Oas e rifiutato l’estradizione dei militanti del Fln algerino. Jean-Jacques Susini, fondatore insieme a Pierre Lagaillarde (gennaio 1961), del gruppo d’estrema destra che tentò di uccidere nel 1962 il presidente della repubblica francese Charles De Gaulle, rimase per molti anni sotto la protezione della nostra polizia. Non per questo il nostro paese venne tacciato d’essere la retrovia del terrorismo antifrancese contrariamente a quanto si è detto della dottrina Mitterrand, accusata d’aver creato un «santuario europeo della lotta armata».
Nel 1981, appena eletto alla presidenza della repubblica, François Mitterrand, politico tra i più implicati nell’avventura coloniale francese, mantenne fede agli impegni presi durante la campagna elettorale, in particolare quelli che aveva definito «riforme che non costano», come l’abolizione della pena di morte e l’amnistia politica generale. Avviò così una strategia d’asilo, con alterni risultati, rivolta ai diversi conflitti di carattere rivoluzionario e irredentista che traversavano l’Europa (italiani ma anche irlandesi e baschi). «Al di là della risposta giudiziaria, si trattava di facilitare il cammino di chi tentava di uscire dalla lotta armata per andare verso una soluzione politica. Era importante non marginalizzare quelli che avevano una riflessione politica», ha spiegato una volta Louis Joinet, il vero architetto giuridico di questa politica d’asilo, in un’intervista apparsa sulle pagine di Libération del 23 settembre 2002. Fondatore del Syndicat de la magistrature (componente di sinistra della magistratura francese), negli anni 80 consigliere giuridico del primo governo socialista diretto da Pierre Mauroy e successivamente dello stesso presidente della Repubblica Mitterrand, Joinet ebbe l’incarico di seguire i dossier sulle estradizioni politiche. Per questo finì nel mirino del giudice istruttore romano Ferdinando Imposimato.
In quella intervista, rimasta inedita in Italia, Joinet ricostruiva i diversi passaggi della dottrina Mitterrand. «Le prime liste da noi ricevute contenevano 142 nomi di rifugiati ricercati a vario titolo ma appaiono subito delle reticenze da parte della giustizia italiana». Insomma, si scontrano due culture giuridiche ispirate da filosofie politiche opposte. Le autorità francesi dispiegano una tecnica di governo che aveva come presupposto una lettura politica e non criminale di quel che accadeva in Italia. Per questo esplorano vie politiche alla soluzione dei conflitti armati. Colgono nelle vicende italiane quel che nella penisola non si vuole vedere: un lacerante conflitto sociale, una latente condizione di guerra civile. Inoltre cercano soluzioni a un problema d’ordine pubblico che sta emergendo sul loro territorio: far affiorare e “normalizzare” un’area sociale clandestina e potenzialmente sovversiva composta dalle migliaia di militanti che avevano trovato rifugio nei solidali interstizi della loro società. La Francia restava attenta alle forme giuridiche mentre in Italia l’emergenza antisovversione si dispiegava nella forma di una guerra giudiziaria che negava la politica.

Come uscire dalla violenza politica?
«L’esperienza – racconta sempre l’ex consigliere dell’Eliseo – mi aveva insegnato che la clandestinità è la peggiore delle situazioni poiché produce gerarchie ma non dibattiti. La vera questione che pone la violenza politica, ripeteva Mitterrand, è certo quella di sapere come vi si entra, ma soprattutto come trovare il modo di uscirne. È sulla base di questo ragionamento che con l’accordo di Gaston Defferre, allora ministro dell’Interno, decidemmo di discutere con gli avvocati dei fuoriusciti». In questo modo si arrivò a delineare una soluzione: «Bisognava realizzare delle liste, fornire nomi, date e luoghi di nascita». Un gruppo di lavoro venne costituito presso il ministero dell’Interno, supervisionato dal prefetto Maurice Grimaud, con la partecipazione di diversi consiglieri governativi e alti funzionari di polizia, come il commissario Genthial, all’epoca vice direttore dei Reinseignements généraux. A queste riunioni parteciparono anche gli avvocati dei rifugiati, come Henri Leclerc e Pierre Mignard (Serge Quadruppani, L’Antiterrorisme en France ou la Terreur integrée, 1981-1989, La Découverte 1989). «Alcuni di questi poliziotti osservavano incuriositi la procedura. Per loro era senza precedenti che persone del genere uscissero quasi collettivamente dalla clandestinità». Delle inchieste furono ordinate, i rifugiati vennero sorvegliati ma i rapporti di polizia «mostravano che nessuno di loro violava la legge». Tuttavia la reazione italiana non si fece attendere e molti pentiti, per ottenere agevolazioni e riduzioni di pena, cominciarono a sovraccaricare d’accuse gli esiliati, «circostanza che non solo riaccese una violenta campagna contro la Francia, ma soprattutto provocò una immediata inflazione di domande d’estradizione e al contempo un ulteriore aggravamento dell’incertezza giuridica che le contraddistingueva». L’ex capo del SISMI, ammiraglio Fulvio Martini rivela in un suo libro di memorie (Nome in codice Ulisse) che in quel periodo un piano dei sevizi era pronto per rapire diversi rifugiati residenti a Parigi.

«Per tutti e per ciascuno»
Una circolare del ministero della Giustizia fissò i primi criteri di regolarizzazione. Inizialmente erano inclusi soltanto gli imputati o condannati per “reati associativi” e “insurrezione contro i poteri dello Stato”, ma dei dissensi interni all’esecutivo bloccarono questa prima soluzione. Anche tra i rifugiati si aprì un confronto. Da una parte chi era disposto ad accettare un’interpretazione ristrettiva della politica d’asilo. Una posizione che trovava sponde nei militanti che avevano aderito al movimento della dissociazione. Dall’altra Oreste Scalzone, che divenne la figura di riferimento dei favorevoli al riconoscimento pieno, senza limiti e distinzioni, dell’asilo per tutti e per ciascuno.
Nel 1984 i fuoriusciti e i loro avvocati tennero una conferenza stampa. In cambio dell’asilo indifferenziato offrirono i loro nomi e l’impegno di rispondere ad ogni convocazione per il mezzo dei loro legali. Rivendicarono invece la loro piena libertà di parola e decisero, come racconta sempre Joinet «d’avviare il dibattito sulle ragioni del fallimento della lotta armata. Per gli avvocati si trattava di un importante impegno e certamente questo ha pesato molto sulla decisione dell’avvocato Mitterrand. Noi pensavamo soprattutto che grande sarebbe stato il pericolo di vedere questi italiani ritornare nella clandestinità, col rischio d’alimentare a breve una deriva terrorista anche sul suolo francese».
Si arriva in questo modo al 20 aprile 1985, al congresso della Lega dei Diritti dell’Uomo, nel quale il presidente francese annuncia l’adozione di una politica d’asilo senza discriminazioni: «ho detto al governo italiano e ripetuto recentemente al capo del governo Craxi, nel corso di una conferenza stampa tenutasi in occasione della sua visita, che il centinaio d’Italiani che hanno partecipato ad azioni terroristiche, approdati successivamente in Francia dopo aver rotto con la macchina infernale e avviato una seconda fase della loro vita, inserendosi nella società francese, trovandovi lavoro e fondando una famiglia, che questi italiani sono al riparo da ogni sanzione per via d’estradizione».

L’asilo informale
Prevalse la garanzia di uno spazio di libertà informale, senza criteri discriminatori. Una situazione che fu così riassunta da Robert Pandraud, futuro sottosegretario alla sicurezza del governo Chirac, in un dibattito tenutosi all’Assemblea nazionale: «Dal 1981, tra i 150 e i 200 brigatisti italiani sono rifugiati a Parigi. Una quarantina di loro beneficiano di un permesso di soggiorno, gli altri vivono in uno stato di non-diritto, tollerati ma non riconosciuti. Occorre precisare che il governo ha sempre rifiutato di dare seguito alle richieste d’estradizione avanzate nei loro confronti dall’Italia, nonostante una quindicina di queste richieste avessero ottenuto l’avviso favorevole della giustizia».
Negli anni 80, gran parte dei processi dell’emergenza erano in fase d’istruzione, oppure ancora in corso. L‘introduzione di criteri selettivi avrebbe creato delle situazioni di manifesta antigiuridicità. Persone nel frattempo condannate solo per reati di tipo associativo sarebbero state tutelate a discapito di chi, ancora in attesa di giudizio e dunque sotto il beneficio della presunzione d’innocenza, sarebbe rimasto escluso. Per evitare questo ginepraio insolubile venne salvaguardato il principio astratto e generale dell’asilo, a prescindere dalla regolarizzazione amministrativa, demandata ai criteri d’applicazione delle singole prefetture.
Nonostante le alternanze politiche che seguirono, la situazione restò sostanzialmente immutata per circa un decennio, fino all’indomani dell’entrata dell’Italia nel dispositivo Shengen. Gli automatismi previsti nel sistema della banca dati integrata provocarono diversi arresti. Per porvi rimedio il 4 marzo 1998 il primo ministro, Lionel Jospin, ribadì ufficialmente che il suo governo non aveva l’intenzione di modificare l’atteggiamento tenuto dalla Francia fino ad allora: «Per questo non ha dato e non darà seguito ad alcuna domanda d’estradizione dei fuoriusciti italiani che sono venuti nel nostro paese[…] a seguito di atti di natura violenta d’ispirazione politica repressi nel loro paese». Superata la crisi precise disposizioni furono impartite per disattivare tutte le segnalazioni d’arresto. La successiva introduzione del reciproco riconoscimento delle decisioni di giustizia penale tra gli stati membri dell’Unione inaugura lo spazio giudiziario europeo sotto i cattivi auspici di un disequilibrio tra le accresciute potenzialità repressive delle autorità statali e le ridotte garanzie di tutela dei singoli cittadini. I vari protocolli stabiliti con il sistema informatico Schengen, il mandato d’arresto europeo, Europol ed Eurojust stanno alle vecchie sovranità politiche come la Banca centrale europea sta alla vecchie politiche economiche nazionali di scuola keynesiana.

Il ridimensionamento del lodo Mitterrand
Nell’estate del 2002, l’esclusione dal secondo turno delle presidenziali del candidato socialista mise fine alla coabitazione. La destra francese riconquistò dopo 21 anni tutte le leve del potere. In Italia l’attentato al collaboratore del governo Marco Biagi fornì al governo il pretesto tanto atteso per ripartire all’assalto della dottrina Mitterrand. Anzi, i fuoriusciti conservati nel serbatoio dell’esilio apparirono subito una preziosissima risorsa sulla quale far ricadere la responsabilità dei nuovi attentati e distogliere l’attenzione dell’opinione pubblica dallo scandalo suscitato dalla mancata protezione del professore e dalla frase offensiva rivoltagli dal ministro degli Interni Scajola obbligato alle dimissioni.
Per uscire dall’angolo fu escogitato un vero e proprio depistaggio. Grazie ad un’ipotesi investigativa messa in piedi dal sostituto procuratore bolognese Paolo Giovagnoli che indagava sull’episodio, venne confezionata la cosiddetta “pista francese”. «Come noto – sostenevano gli inquirenti – nell’ambito dell’attività investigativa relativa all’omicidio del Prof. M. Biagi, particolare attenzione è stata rivolta ai latitanti per reati di terrorismo rifugiati in Francia. Tale strategia investigativa si basa sull’ipotesi che tra i c.d. esuli “francesi” ed i latitanti o i “clandestini”, appartenenti al sodalizio criminoso resosi responsabile del delitto in argomento, esista un forte collegamento, quanto meno di carattere ideologico».
L’esportazione delle indagini Oltralpe consentì per la prima volta nell’agosto 2002 di forzare la dottrina Mitterrand, in barba agli stessi trattati europei. Così trasformato in una foglia di fico, il diritto non riesce più neanche a salvaguardare la propria logica formale interna, assumendo sempre più le goffe sembianze di un travestimento kelseniano dell’essenza decisionista sostenuta da Schmitt.
Una lista ulteriore di 14 estradandi era pronta. I guardasigilli Castelli e Perben scelsero l’anniversario dell’11 settembre per incontrarsi e ridimensionare il lodo Mitterrand. Ma intanto la pista francese non offriva i frutti sperati. Un nuovo colpo di mano viene allora concertato per forzare nuovamente la situazione. Come racconta Guillaume Perrault, giornalista del Figaro (Génération Battisti, Plon 2005), una retata sarebbe dovuta scattare nel giugno del 2003. Operazione concordata con i vertici del Viminale e la collaborazione della procura di Bologna, ma fatta saltare dall’intervento del presidente della repubblica Jacques Chirac che, per evitare altri blitz estivi da parte del suo rivale e ministro degli Interni Sarkozy, aveva accentrato i fascicoli dei rifugiati italiani sotto il controllo dei suoi uffici. Il presidente francese temeva che la retata fosse un regalo a Berlusconi per la presidenza Ue che avrebbe assunto il primo luglio successivo tra i clamori mediatici della grande operazione antiterrorismo.
Fallita quell’operazione, nel febbraio successivo con un nuovo stratagemma venne riarrestato Cesare Battisti, nonostante nel 1990 la magistratura parigina avesse dato il proprio avviso sfavorevole alla estradizione. L’episodio ebbe un enorme clamore mediatico. Rimesso in libertà, l’estradizione fu accolta ma Battisti fuggì per essere ripreso in Brasile nel 2006, dove è tuttora detenuto in attesa che le autorità si pronuncino sulla estradizione. È di questi giorni la notizia del nuovo ricovero di Marina Petrella nell’ospedale psichiatrico di Villejuif.
Il diritto estradizionale ha rappresentato per oltre un secolo il meglio della cultura giuridica di scuola liberale. Maturato nella temperie delle lotte nazionali, democratiche e repubblicane del XIX° secolo, esso viene definitivamente sotterrato nell’epoca che vanta il dominio assoluto del modello neoliberale sul pianeta. Circostanza che suggerisce più di una riflessione sulla natura liberticida e dispotica del neoliberismo contemporaneo, marcato dall’eccezione permanente inaugurata subito dopo l’11 settembre 2001.

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Il Merlo, il Dissociato e il Fuoriuscito

Basta con il livore verso i fuoriusciti è ora di fare la storia degli anni 70

Paolo Persichetti
Liberazione
, venerdì 2 febbraio 2007

Apparso anche su www.carmillaonline.com

Francesco Merlo, su la Repubblica del 18 gennaio, scrive peste e corna dei fuoriusciti riparati in Francia. Li raffigura simili ad 19-il-merlo-e-il-dissociato-jpg un circo Barnum e, come in un mattinale della questura, s’inventa pure un fantomatico dibattito tra ‘uscisti’ ed ‘entristi’ della lotta armata. Soprattutto prende di petto Oreste Scalzone, che dopo trent’anni ha avuto reati e condanna prescritti. Il suo è un minestrone di parole che ammucchiano colore, gossip, dicerie, fandonie, pregiudizi. Ce l’ha persino col loro modo di parlare. L’argot inevitabile d’ogni migrante che ha dovuto apprendere la nuova lingua per necessità. Ma poi aggiunge che alcuni tra loro pubblicano libri, fanno ricerca universitaria, aprono librerie e negozietti, senza rendersi conto della contraddizione. Ha da ridire anche sul fatto che non vestono Prada e si meraviglia di come si possa campare ventisei anni di espedienti, cioè di precariato. Domanda interessante, questa, che dovrebbe rivolgere ai cantori nostrani della deregolamentazione del mercato del lavoro.

images9Chi vede Parigi dagli appartamenti dei grandi boulevards, e guadagna con un solo articolo il corrispettivo di quattro stipendi da operaio e otto da precario nei call center, è preso d’angoscia di fronte ad una simile prospettiva e percepisce i marciapiedi delle città, il caldo maleodorante del suo reticolo sotterraneo di vie ferrate, come un’insidia dura e ingenerosa. Dante parlava dell’esilio con parole molto amare: «tu lascerai ogni cosa diletta/ […] Tu proverai sì come sa di sale/ lo pane altrui, e come è duro calle/ lo scendere e ’l salir per l’altrui scale». Sarà che ognuno fa le sue esperienze, saranno le diavolerie della tecnologia, ma a Parigi ci sono tanti ascensori e infinite scale mobili e poi ad esser salato è il burro, non il pane. Insomma, se la città la vivi dai sottotetti dei quartieri popolari e multietnici, quella durezza diventa generosità, solidarietà, complicità naturale, intreccio di vite che arrivano da mille angoli del pianeta, ognuna con la sua valigia di storie. Scalzone, e altri come lui, tutto questo l’hanno vissuto sempre al presente, senza nostalgie, senza rimpianti e con le radici che ormai crescevano all’insù.

Sarà forse solo una lontana parentela, ma le parole di Merlo ricordano quelle di un giornale pubblicato a Parigi con le finanze dell’Ovra, la famigerata polizia politica di Mussolini. Era rivolto alla folta comunità di emigranti italiani e s’intitolava, guarda caso, il Merlo. La sua ragion d’essere era la calunnia quotidiana dei fuoriusciti antifascisti. copj13-1Immorale è il viaggio quando si rimane stranieri, ha scritto tempo fa Claudio Magris. E stranieri i fuoriusciti non lo sono mai stati. La nostalgia è stata quella degli altri, come racconta Milan Kundera, anche lui un tempo esiliato. Nóstos e Àlgos sono parole greche che indicano «ritorno» e «sofferenza». Nostalgia è dunque la tristezza che provoca l’impossibilità di tornare. Ma in altre lingue l’etimologia è diversa e trae origine dal latino ignorare. In questo caso, la nostalgia si esprime come «sofferenza per l’ignoranza» di non sapere quel che accade lontano da noi. Ma Scalzone, in tutti questi anni, non ha avuto il tempo di rimpiangere e ignorare proprio nulla, come Ulisse nell’alcova di Calipso. Coinvolto tra mille incontri e scoperte in tutte le battaglie della nuova modernità liquida, come la chiama Zygmunt Bauman: migranti, senza tetto, giovani delle banlieues, precari, altermondialisti, scioperi come quello generale del ’95, mentre a casa sua facevano tappa musicisti, poeti, teatranti e giramondo, scappati e scampati da magistrature, eserciti e polizie di mezzo mondo, compreso qualche fascista gravemente ammalato e un democristiano ricercato. Per farsi aprire bastava esibire come passaporto un mandato di cattura. copj13I nostalgici sono rimasti in Italia, alcuni perché hanno fatto degli anni ’70 l’oggetto del loro incarognito risentimento, come Sergio Segio. Uno che si racconta avvinto da un ineluttabile destino. «Non c’è salvezza possibile per chi ha sognato di cambiare il mondo», scrive in un libro dove inanella una serie impressionante di goffe citazioni scapigliate, iscrivendosi nel «novero dei destinati alla sconfitta che non scelgono l’esilio ma di andare fino in fondo, pagando quel che bisogna pagare al sogno a lungo coltivato». Convinzione che lo porta a rivendicare una sorta di primazìa etica: l’aver prima commesso l’errore giusto ed in seguito aver ripudiato nel modo più giusto la giustezza dell’errore passato. Prova d’eccellenza assoluta, che giustificherebbe il suo irrefrenabile desiderio d’accedere allo status di persona non comune che un tempo si diceva persino comunista.

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Vittoriale

Immerso nella recita di uno stucchevole copione dannunziano, raffigura se stesso avvolto in un’atmosfera d’estetismo combattente: «anima capace di tenerezza», che sceglie «di morire non nella lenta emorragia della vita ma di fretta, senza risparmio, come candele accese dai due lati, non per malattia del corpo ma per quella della coerenza, per un’inguaribile infezione dell’anima». Poeta armato, novello Sturm und Drang, sognatore impaziente, adepto del carpe diem, declama: «i nostri attimi sono eterni e ci ripagano di tutto». Fiore appassito più che fiore del male, maledetto mancato ma redento riuscito, anche se con parole che indulgono sempre al calibro ben oliato e al rimirar la poesia del gesto, la metrica dell’intenzione che conduce ad un eroico «andar incontro alla bella morte». Quella altrui, ovviamente.
Una prosa a metà tra l’imitazione di Marinetti e quella del Vittoriale, senza risparmiarci il lieto fine hollywoodiano che condanna l’infausto protagonista a vivere finalmente ravveduto e contento, e che – per dirla con Jim Thompson in Colpo di spugnadi fronte allo specchio della propria vita non può fare a meno di sputare ogni mattino sulla faccia di quel che è stato lo scaracchio di ciò che è diventato. L’esperienza dei fuoriusciti copj13-21rappresenta da oltre vent’anni un’anticipazione del possibile, ciò che avrebbe potuto essere il futuro italiano se fosse stata varata una soluzione politica per gli anni ’70. Una smentita cocente per gli imprenditori dell’emergenza, un esempio da cancellare con ferocia e motivo d’incontenibile livore per chi tra dissociazioni e pentimenti, in cambio di laute ricompense premiali, non perde occasione di salire in cattedra e recitare l’autocritica degli altri.
A Sinistra, come a Destra, molti scimmiottano il riformismo blairiano. Ma il primo ministro inglese si è sporcato le mani con il conflitto irlandese, ha negoziato con l’Ira, ha liberato tutti i prigionieri politici, anche con reati di sangue, e stabilito tappe di un processo politico che ha condotto alla fine del conflitto. In Italia, invece, la sua tanto decantata strategia viene imitata solo per liberalizzazioni e privatizzazioni. Siamo l’unico paese in Europa in cui il ciclo politico della lotta armata è stato chiuso vent’anni fa con un atto unilaterale dei suoi militanti. Siamo gli unici ad avere ancora un centinaio di fuoriusciti e prigionieri politici ormai prossimi ai trenta anni di carcere. Siamo gli unici a selezionare le vittime: Calabresi sì, Pinelli no.
Guardare al rientro di Scalzone come all’ennesima occasione possibile per voltare pagina non sarebbe forse più utile e intelligente? Domanda superflua in un paese che ha seppellito i fatti sociali degli anni ’70 sotto la memoria penale, mentre le stragi, da quelle nazi-fasciste a quelle che hanno tentato di fermare i movimenti, rimangono impunite, senza verità, chiuse in un armadio con le ante rivolte verso il muro. In Italia i passati rivoluzionari non possono diventare Storia. Per questo l’unico futuro che riesce ad affacciarsi all’orizzonte sembra avere il colore plumbeo della colpa. Selettiva, naturalmente.

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